oxi-greciaIn questa lunga estate calda pare che nessuno si sia davvero accorto del referendum greco e del suo significato: la determinazione a destra è quella di consideralo un disgraziato intoppo da punire per evitarne altri in futuro, nella ex sinistra europeista c’è la tentazione di vederlo come un valoroso incidente concludendone che ci vuole più Europa. Le altre variegate opposizioni lo giudicano come un esempio di democrazia soffocata, ma pochi si accorgono che esso è stato un momento di svolta, una biforcazione nella storia perché per la prima volta i ceti popolari hanno espresso con chiarezza , pur in condizioni drammatiche, la volontà di mettere fine a decenni di integrazione europea neo liberista. E’ questa la vera novità e non la socialdemocrazia egea per non dire levantina di Syriza.

Da vent’anni non si aveva una frattura così visibile e chiara nell’ “euroforia” creatasi attorno a Maastricht e alla moneta unica, quella che nel documento di Lisbona del 2000 prometteva di fare della Ue ” l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita duratura accompagnata da più lavoro e di migliore qualità e da una grande coesione sociale”. Nulla di tutto questo si è mai realizzato, si trattava di illusioni mal riposte nel migliore dei casi o di inganni nel peggiore: andando a ritroso non si vede altro che una sequenza ininterrotta di sconfitte. Le performance della zona euro sono sempre state modeste  e inferiori a quelle delle altre aree del mondo anche prima della crisi, mentre dopo con le dottrine austeritarie si è prodotto una specie di collasso. La stessa Ocse, nella tabella che segue racconta questa storia a cui del resto ha ampiamente partecipato, mostrando la linea del Pil effettivo e quella del Pil atteso che poi significa un peggioramento del debito e circa 45 milioni di disoccupati.

grafico ocse

Nel frattempo e’ anche venuto meno il mito della convergenza inter europea che la moneta unica avrebbe dovuto favorire: anzi le differenze fra il centro e la periferia sono aumentate enormemente, senza che  i sacrifici e le sofferenze abbiano portato a nulla visto che il rapporto debito /Pil è aumentato  praticamente dovunque. E assieme ad esso sono aumentati gli squilibri commerciali per i quali i criteri neo liberisti non offrono alcun rimedio, anzi aggravano le differenze di sviluppo.

Così la governance europea si è trasformata in una macchina per la guerra di classe al contrario, anzi essa ha sfruttato la crisi per esautorare i Parlamenti nazionali, titolari della residua rappresentatività, favorire la formazione di esecutivi amici agli ordini di Mario Dreaghi ex vicepresidente di Goldman Sachs, ora governatore della Bce, che ha tradotto le intenzioni in ricatti. E del resto alla politica cieca del banchismo autoritario condotta fino a ora si è aggiunta l’autorevole benedizione del capo economista dell’Fmi, Olivier Blanchard il quale si è fatto difensore della teoria oligarchica: “Attraverso il gioco della democrazia i cittadini greci hanno fatto sapere di non volere certe riforme. Ma noi crediamo che certe riforme siano necessarie”. Va notato – perché acquista un significato decisivo – che il medesimo Blanchard due anni fa sostenne di essersi sbagliato nel ritenere che i tagli di spesa pubblica portassero beneficio al Pil , anzi lo affossavano.  E tuttavia i massacri sociali in nome del bilancio, funzionali alla rinnegata teoria austeritaria vengono comunque considerati necessari. E questo svela come rigidità, errori, illusioni non siano che una faccia della medaglia, l’altra è un disegno politico, più o meno consapevole, focalizzato sugli interessi del capitale, del mercato e della moneta considerati come esclusivi e comunque prevalenti su tutto.

In questa situazione si sono create potenti forze centrifughe che spesso fanno ricorso a ciò che trovano nel cassetto del passato o in quello dei facili cattivi istinti, all’esasperato sciovinismo o gingoismo come nel caso della Gran Bretagna oppure al separatismo per arrivare alla xenofobia che esplode inaspettata anche su insospettabili e autorevoli  media. E’ abbastanza normale dopo una stagione di pensiero e verità uniche che hanno desertificato l’orizzonte mentale, anche se si tratta di reazioni che potremmo chiamare di estremo centro perché non propongono nulla di realmente alternativo al regno del mercato e del capitale che oggi ha avuto un’evoluzione maligna per cui o è globale o non è. D’altro canto anche gran parte della sinistra residuale si è limitata a un’ altalenante e blanda opposizione all’austerità, ma senza la capacità di contestarne gli strumenti e senza nemmeno essere in grado di delineare alternative di sistema. Così tra la fedeltà all’euro e la demonizzazione dei nazionalismi è divenuta la miglior alleata della finanza.

Alternative  che sono invece essenziali per creare un capitale di idee, di speranze e di progetti in grado di far sopportare i costi immediati di una rottura con la governance europea in vista di vantaggi a più lungo termine. Per questo il referendum greco si pone come una biforcazione storica: perché ha dimostrato che una popolazione avvilita e umiliata era in maggioranza decisa a sopportare i costi di questo distacco, nonostante la consultazione sia stata probabilmente lanciata per mostrare il contrario. E perché la risposta violenta a questa libera espressione ha reso evidente che non c’è altra europa possibile in queste condizioni. Tutto sta a capirlo.