Celebrare il giorno della Liberazione dovrebbe servire a un solo scopo: quello di comprendere che non siamo affatto liberi, che a un padrone se ne è sostituito un altro e che la democrazia liberale, ripristinata dopo il ventennio fascista, ha sempre avuto dei fortissimi, perentori vincoli esterni, che è stata angusta e tutta giocata tra un’occupazione militare di fatto e l’adesione obbligatoria a un modello. Festeggiare per qualcosa che in realtà non si ha più, ammesso che lo si sia mai avuto, è qualcosa di paradossale. È  pur vero che nei primi tre decenni del dopoguerra l’esistenza di un contraltare come l’Unione Sovietica a quello che si è immediatamente palesato come un progetto imperiale, ci ha dato una qualche agibilità politico – sociale, in qualche modo visibile anche nella Costituzione, che oggi ci sembra l’età dell’oro , ma non appena l’Urss ha imboccato un cammino discendente, questa libertà ristretta è via via  scomparsa e ne è rimasta solo l’illusione.  Tale situazione è resa ancora peggiore dal fatto che la stessa democrazia liberale, è andata incontro a una vistosa contrazione proprio nel cuore dell’impero, perché se essa riusciva in qualche modo a mediare gli interessi delle classi dentro il capitalismo produttivo, è del tutto impotente a farlo nel capitalismo finanziario dove il valore viene essenzialmente estratto dal denaro stesso, rendendo largamente superfluo ed estremamente ricattabile il lavoro, sul quale, fra le altre cose, dovrebbe essere fondata la nostra repubblica.

Mentre prima si riconosceva che la democrazia era sostanzialmente un work in progress, dopo la caduta del muro di Berlino si è stabilito che la storia fosse finita, che la natura stessa delle società umane fosse rappresentata dal modello neoliberista in essere, per cui se qualcuno non si conformava, avrebbe dovuto essere ridotto alla ragione con esportazioni di “democrazia” imposte con la forza e con i bombardamenti. Di più, il meccanismo economico per cui le politiche dipendono direttamente dai mercati, ossia da un ristretto gruppo di grandi investitori, obiettivo impostato da noi con la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro e poi replicato dappertutto, ha di fatto svuotato la sovranità reale prima ancora che l’Ue formalizzasse tale perdita.  Tutto ha funzionato alla perfezione perché lo sfruttamento strutturale è stato trasferito altrove, principalmente in Asia, mentre per circa tre decenni le popolazioni occidentali hanno vissuto in questo crepuscolo come dei rentier e come se la maggioranza dell’ecumene umano fosse felice di essere sfruttata e rapinata. Ma naturalmente non poteva durare troppo a lungo: alla fine il colonialismo economico neoliberista o globalista – prendendo nome dagli ideologismi con cui si tenta di nascondere il vuoto politico e anzi la regressione, ponendo degli obiettivi che sono dei pessimi succedanei di quelli precedenti – ha finito per trasferire anche saperi e capacità di fare, mentre in Occidente venivano progressivamente persi. È stato un processo rapido sul piano storico, ma lento se commisurato alla vita umana e dunque simile a quello della rana bollita: non ce ne siamo accorti fino a che gli assetti di potenza reale non si sono pressoché invertiti e si è scoperto che il mondo era diventato multipolare. Che il padrone era contestato e che noi siano ormai troppo legati ad esso per seguire la liberazione del mondo dalle grinfie di un sistema di dominio.

Le battaglie alle quali stiamo assistendo sono in effetti nient’altro che il tentativo di mantenere in vita una governance imperialista  che è ormai ampiamente decotta sia in termini economici che politici, al punto che essa deve smantellare tutto il formalismo di cui si era ammantata ed è costretta a perdere ogni scrupolo etico pur di resistere, aggredendo. Ucraina, Gaza e Iran ne sono il perfetto esempio. Ma la crisi che attanaglia ormai i costrutti su cui tutto questa era stato costruito, principalmente Nato e Ue, è perfettamente visibile, perché il filo monetario su cui sono stati tenuti assieme viene palesemente messo in crisi, dalla fase terminale  dell’economia finanziaria. Che tuttavia ci regala una più stretta dipendenza dal padrone il quale ora ha più facilità di ricatto, visto che le sue guerre a cui siamo costretti a partecipare o di cui paghiamo le conseguenze  accrescono in modo drammatico la dipendenza e la subalternità. Insomma, festeggiare qualcosa come se lo si avesse e non si dovesse invece lottare per ottenerlo, rende perfettamente l’illusionismo dei riti e il distacco tra aspirazioni e realtà.