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Battaglie sui cavalli delle giostre

la-giostra-dei-cavalli-a18096936Il 2017 sta lasciando lentamente il posto al 2018, anno nel quale si potrà celebrare il decennale della crisi, sapete di quella che sarebbe passata secondo la narrazione ufficiale, ma che noi sappiamo non essersene andata mai nonostante il mormorio continuo e fastidioso delle manipolazioni di ogni tipo, delle balle a colori e della retorica più sciocca. Anzi è peggiorata perché anno dopo anno le conseguenze si sommano le une alle altre, i vari livelli di declino si saldano provocando nuovi problemi e nuove cadute, mentre la mancanza a livello globale di correttivi alla tracotanza finanziaria sta  portando alle medesime situazioni che portarono all’esplosione della bolla.

Ci si aspetterebbe che dopo un decennio nel quale i diritti del lavoro sono stati cancellati, la precarietà è diventata la normalità, lo stato sociale è stato scardinato e il Paese è in preda a un vero e proprio sfaldamento, vi fosse qualche lucida analisi se non altro in quelle parti di società che ama definirsi progressista, ma evidentemente di guarda bene dall’esserlo davvero. Invece incredibilmente si sentono da quelle parti sempre gli stessi discorsi: l’altraEeuropa, persino l’altro euro, come bambini che non si stancano dei loro balocchi o che temono, abbandonandoli, di privarsi di un comodo alibi che consente loro di essere soldatini del neoliberismo indossando però abiti civili, per così dire.

Possibile che non si riconosca come questa Ue, i trattati capestro che ne segnano il cammino e l’euro sono parte di una medesima logica messa a punto a Maastricht e che nulla può essere cambiato all’interno di questo sistema monetario  economico che appunto secca le fonti stesse di ogni possibile variazione sul tema? Si certo che è possibile, dopo tutto siamo in un Paese nel quale uno dei maggiori giornali di questa area suggerisce al Pd di non candidare la Boschi alle elezioni, per “salvare il salvabile” ma nemmeno si sogna di chiederne le dimissioni dall’esecutivo. E’ possibile, certo ma non è tollerabile. Tanto più che disperando di poter avere ancora una qualche credibilità i più ottusi e i più falsi chiedono gli Stati Uniti d’Europa come panacea di tutti mali, pensando di aver pronunciato l’abracadabra che obbliga il coniglio ad uscire dal cilindro.

In realtà, come ognuno può verificare se appena si liberasse dalle stampelle dei luoghi comuni e avesse un qualche trasporto verso i fatti e non le chiacchiere, le obbligazioni a cui sono tenuti i singoli Paesi in rapporto all’Unione sono già ora  uguali o addirittura più stringenti di quelli che legano gli stati  o le regioni nelle più acclamate nazioni federali, come ad esempio gli Usa o la Germania: la Ue è già un superstato federale rispetto ai vincoli che impone anche se è ancora un branco di iene rispetto a qualsiasi tipo di solidarietà, semplicemente perché i termini che segnano l’unione non la possono ontologicamente contemplare. E poi per carità basta con questa storia che l’unione avrebbe evitato le guerre, ultimo altarino della mancanza di argomenti: intanto perché durante il periodo di maggior espansione dello spirito nazionale e dei nazionalismi l’Europa ha goduto di quasi un cinquantennio di pace e soprattutto perché è una sgradevole e totale menzogna visto la Ue, ha partecipato, sotto forma di Nato o in proprio ad almeno 6 guerre, in Irak, Jugoslavia, Afganistan, Libia, Siria, alcune delle quali scientemente provocate, per non parlare delle decine di partecipazioni più o meno coperte coperte a conflitti, stragi, stermini, golpe voluti per ragioni di geopolitica e/o di rapina. Guerre fatte fuori esattamente come nel precedente lungo periodo di pace quando ci si scornava nelle colonie.

Purtroppo si tratta di inesplicabili malattie della sinistra, perché anche chi riconosce l’insieme di queste cose, invece di battersi per farle emergere alla consapevolezza ne deduce che se non si vogliono capire tanto vale nemmeno dirle e tantomeno farci eventualmente campagne elettorali, Proprio in questi giorni è comparso un articolo di Riccardo Achilli che dice: “emerge una chiara riluttanza da parte della base (di sinistra ndr) ad affrontare con chiarezza la possibilità concreta di una fuoriuscita  dalla moneta unica. Solo il 17% degli intervistati ha risposto che occorre uscire dall’euro senza se e senza ma. Quasi il 70% chiede, invece, un cambiamento di politiche economiche dentro l’euro (impossibile ovviamente, per ottenerlo ci vorrebbe eventualmente una nuova divisa con nuovi trattati ndr)… I motivi sono in fondo semplici da capire: un Paese demograficamente anziano è riluttante ai grandi sconvolgimenti e preferisce approcci più riformisti, il battage mediatico continuo sull’ineluttabilità dell’euro fa temere catastrofi immani in caso di suo abbandono, un maldigerito concetto di internazionalismo proletario  male assemblato insieme a bislacche concezioni su presunte correlazioni fra patriottismo, fascismo e guerra, hanno obnubilato ogni capacità di approfondimento intellettuale, anche fra i migliori.” Bene detto questo la conclusione è che a sinistra si deve abbandonare il tema dell’euro perché non incontrerebbe il consenso necessario e perderebbe l’ “elettorato potenziale”. Che naturalmente è solo potenziale finché non si recita nulla di diverso dal messale neoliberista.

E siccome la macchina dell’informazione e comunicazione crea il consenso o quantomeno la rassegnazione, allora tanto vale lasciar stare, rinunciare fin da subito alla battaglia forse per fare scaramucce di nessuna importanza teorica e tanto meno pratica. Per fortuna non lo farà la storia, migrata ormai altrove, che travolgerà sia le menzogne dei padroni del vapore e delle loro ciurme che i falsi sillogismi di chi ama le nicchie o magari pensa che le battaglie si facciano in sella ai cavallini delle giostre.

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L’economia del “Male”

nardiCredo che i giornali satirici abbiano fatto il loro tempo perché per quanta inventiva, ironia e sarcasmo  possano mostrare, non possono reggere il confronto con le pagine economiche e con tutta l’informazione che su quella scia si pregia di rivelarci cose che non sa e non capisce.  Basta semplicemente liberarsi da quel senso di sacra deferenza nei confronti del denaro, di chi ne dispone e di chi ne filosofeggia chiamandosi economista per godersi il tentativo delle classi dirigenti di dare una veste di razionalità e di inevitabilità a ciò che invece è un disegno di potere: si fa presto a vedere che la trama è disordinata e risibile, contraddittoria  e incoerente, confusa e tracotante insieme.

Basta cominciare dalle vicende più vicine a noi, dal tentativo del governicchio Gentiloni  di mettersi una medaglia pre elettorale sul petto sostenendo che la crescita prevista allo 0,8 per cento è in realtà raddoppiata e dunque “non siamo più il fanalino di coda della Ue”. Fatta la tara di tutte le possibili manipolazioni statistiche questa circostanza è in realtà smentita dal commissario europeo Katainen che mostrando di prendere seriamente il sinistro suono del suo cognome dice che non è affatto vero, che la situazione non migliora, i conti pubblici sono peggio di prima e che altri a cominciare dalla Germania fanno molto meglio. Non deve essere un personaggio con molto sale in zucca visto che rivela apertis verbis l’intenzione di Bruxelles di bastonare duramente l’Italia non appena chiuse le urne delle elezioni politiche, cosa sulla quale invece bisognava tacere per favorire alle elezioni i soliti noti.

Ma davvero l’Europa è in così robusta ripresa, tanto da attingere aumenti del Pil che sono la metà di quelli del Vietnam? Non parrebbe proprio visto che lo stesso Fmi preconizza un considerevole raffreddamento nel prossimo anno, cosa che non potrebbe essere possibile se la crescita fosse radicata nella realtà e non sulla carta, frutto di manipolazioni statistiche, aumento spese militari che questi signori considerano così strategiche da far pil e comunque legata a doppia corda con il quantitative esasing di Draghi. Ma poi queste magnifiche prestazioni del continente e della Germania in particolare come si conciliano con la crescita esponenziale dei mini job a 400 euro o per esempio con la crisi di uno dei gruppi industriali più potenti del Paese come la Siemens che si appresta a tagliare quasi 7000 posti di lavoro nonostante profitti per 6, 2 miliardi in crescita dell’ 11 per cento? O l’economia è solo uno scherzo da prete oppure l’impoverimento delle popolazioni è l’obiettivo principale.

Ma sapete ci stanno raccontando un sacco e una sporta di palle oppure quelle che le raccontano fingono una scienza che non hanno: come è possibile che l’Europa cresca mediamente dell’ 1,8 per cento quando la banca centrale europea, in un documento del 26 ottobre (qui) , sostiene di aver aumentato la massa di denaro circolante del 9% all’anno e gli strumenti con alto grado di liquidità potenziale ( secondo la definizione della Bce quote o partecipazioni nei fondi comuni monetari,  operazioni pronti contro termine e obbligazioni bancarie con scadenza fino a due anni) del 5% ? Dove è finito tutto questo denaro che avrebbe dovuto favorire una crescita di almeno il 6 per cento? Non è per caso che nel concreto ci troviamo di fronte ad un arretramento di oltre il 3%  come sostiene l’economista francese Charles Sannat e che in realtà tutti i soldi riversati non sfiorano nemmeno il cittadino medio ma finiscono regolarmente a gonfiare borse, banche e potentati finanziari che devono compensare i titoli spazzatura da essi stessi ideati e lanciati?  Ma anche, su un piano più esteso come si concilia la bolla autoprodotta della borsa americana ( vedi Attenti al lupo ) con la crisi finanziaria di uno dei suoi gruppi chiave, la General Electric e con la notizia ufficiale che la Cina ha stracciato gli Usa nel campo dei supercalcolatori, sia come potenza singola che complessiva (vedi qui) cosa che dovrebbe dare più di qualche pensiero all’economia di carta e moschetto più grande del mondo?

Di fronte a tutto questo lo spaesamento che si prova è drammatico, anche se viene da ridere di fronte al concertino acefalo che viene suonato a tutte le ore perché non ci si accorga che ci stanno portando al macello. E’ chiaro che di fronte a questa situazione l’unica risposta possibile è quella di una rottura netta, inequivocabile e definitiva con lo status quo, con gli strumenti, euro ed Europa, che lo determinano, con la politica e l’ideologia della disuguaglianza. Basta tentennamenti e diplomazie, altroeuropeismo e internazionalismo dello sfruttamento sui quali ha puntato una grossa posta il disegno neo liberista, illibertario e repressivo che si sta condensando.

 


La dolce morte dell’euro

euro-morto-vivaLa moneta unica è un morto che cammina e quelli che giacciono nelle nostre tasche sono già destinati a perdere valore e scomparire alla fine di una lunga agonia. Ma come emerge dalla discussione che si va sviluppando nell’europa carolingia, tra Francia e Germania e chiarita, sistematizzata da Vincent Brousseau ex economista della Bce, una volta fervente europeista, oggi leader dell’Upr francese tutto questo non avverrà con un’esplosione nucleare, ma con un sussurro appena avvertibile ai piani bassi, quelli dell’uomo della strada. Secondo quanto ipotizzato già nel 2014 dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che tra due anni, finita l’era Draghi, sarà quasi certamente il successivo presidente della Bce,  tutto potrebbe svolgersi per via burocratica senza una cesura netta: basterebbe rendere obbligatoria una garanzia sugli scambi che passano attraverso il Target,  ossia il sistema che regolamenta tutte le transazioni in euro. Non ha importanza se questa garanzia viene data in titoli di stato, oro, dollari o altri valori,  ma il fatto è che dopo 16 anni di euro e di disastri per gli ex Paesi a moneta debole, privati della loro più affilata arma di competizione,  questa garanzia verrebbe richiesta praticamente per tutte le transazioni delle banche centrali del sud vero il nord e non viceversa, ma anche per i trasferimenti privati nella medesima direzione.

 

Un bel giorno potreste comprare qualcosa su Amazon da un negozio tedesco (o se è per quello olandese, finlandese, austriaco , finlandese eccetera eccetera)  e vi verrà detto che al prezzo dovete aggiungere una certa cifra in garanzia, magari pochi euro: niente di drammatico, ma questo significherà in sostanza che l’euro degli italiani, vale meno dell’euro dei tedeschi o degli altri e così via in misura diversa per gli altri Paesi. Quando poi saranno le banche centrali a non poter dare nulla in garanzia ( il valore dell’oro non rappresenta che una frazione minima del complesso delle transazioni) la fine della moneta unica sarà decretata e tanto varrà tornare alle monete nazionali per evitare di avere valori diversi sulla stessa divisa, tanto più che tali valori diversi saranno già definiti dalle organizzazioni finanziarie. Del resto i Paesi forti sono ormai terrorizzati dalla prospettiva di dover sostenere i debiti degli altri con cifre colossali che l’economista Sinn calcola in oltre mille miliardi per la sola Germania. Dunque quando Wiedmann salirà al posto di Draghi sarà praticamente inevitabile  che questo meccanismo sia introdotto e cominci a funzionare.

In fondo si dovrebbe essere contenti del fatto che le contraddizioni senza scampo e gli enormi scompensi della moneta unica, del resto utilizzati a fini politici, vengano finalmente ribaltati. Ma il problema è che tutto questo se pensato e attuato dieci anni fa o anche solo sei o sette quando la crisi ha fatto emergere in maniera drammatica le assurdità strutturali dell’euro e l’eterogeneità politica dei suoi fini, sarebbe stato relativamente facile intraprendere il cammino dell’uscita morbida, anzi quasi insensibile perché la struttura produttiva ed economica dei Paesi più deboli non era ancora del tutto compromessa, le sofferenze bancarie ancora contenute e contenibili, la politica non ancora completamente in mano ai poteri globalisti, alle loro filosofie e antropologie. E invece la Germania, in perfetta armonia con i poteri finaziari, ha fatto di tutto pur di salvare l’euro, costringendo anche alla firma di trattati capestro che arrivano a incidere persino le carni vive delle costituzioni: questo perché l’euro era ancora un grande affare per Berlino e una grande illusione per troppi. Ma oggi che si tratterebbe di pagare le conseguenze di 20 anni di accumulazione appare molto più conveniente disfare la tela sulla quale si era giurato. Con una differenza non da poco però perché in pochi anni le strutture sociali ed economiche dei Piigs sono state scompaginate, una gran parte delle imprese comprate, le banche commissariate e in attesa di essere risucchiate dalle sorelle del nord, le battaglie sociali annullate e represse: questo vuol dire che il vantaggio competitivo del cambio, non agirà subito in funzione di concorrenza ai prodotti tedeschi o di altri Paesi forti e da fattore di riequilibrio delle bilance commerciali,  ma saranno necessari molti anni prima che possa avere i suoi effetti nella ricostruzione di Paesi diroccati al loro interno e che probabilmente sono anche in procinto di dividersi in spezzoni. Questo nel migliore dei casi, perché allo stato attuale è molto più probabile che il sud Europa divenga semplicemente la fabbrica a basso costo di Berlino & C.

Anzi questa sarebbe il risultato certo della svendita neo liberista attuata dalle classi dirigenti locali che in fondo non chiedono altro che essere preservate nella loro corruzione, se non fosse che nel mondo globale stanno avanzando nuovi e giganteschi soggetti su cui giocare per uscire dall’aria viziata del piccolo e protervo conglomerato liberista che si chiama europa e del suo padrone a stelle strisce.

 


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