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Draghi, “whatever it takes” per liberarcene

Ormai  sono diventato allergico alle banalità, specie quelle che non appaiono immediatamente come tali solo perché vengono pronunciate dai potenti e ancora di più sono allergico alla tracotanza con cui vengono pronunciate. Ora dopo il suo discorso di insediamento è chiarissimo che Draghi non ha nulla da dire che non sia già stato detto mille volte, ma lo dice con il piglio di chi non vuole sentire obiezioni, di chi vuole imporre regole e tecniche già ampiamente fallite per i piccoli, ma vantaggiose per i grandi, sia su scala aziendale, individuale o di Paese, che giura ancora più fedeltà  “alleanze” che ci privano dell’ossigeno della multipolarità mondiale e della speranza in una moneta che non ci sacrifichi all’altare della Germania, con in aggiunta  le stantie sciocchezze  della guerra generazionale, l’abominio del pubblico che mette i soldi perché le imprese private possano guadagnare a più non posso, facendo poi poco o nulla, secondo una logica illustrata alla perfezione dalle vicende autostradali. Egli con un Parlamento da cui è scomparsa magicamente qualsiasi opposizione credibile, ci ricorda la necessità voluta dalla Nato di essere ostili  a Russia e Cina, in nome della fedeltà agli Usa di Biden, di essere ambientalisti gretini, di aumentare l’età pensionabile nonostante una diminuzione della vita media  che egli da buon sacerdote laico del culto covidiano addebita alla pandemia, ma che era già in atto dal 2015  e per il resto recita nient’altro che uno stucchevole rimasticamento delle ricette Fmi che tante volte abbiamo sentito e tante volte abbiamo subito con rabbia, compreso un  accenno indiretti alla flat tax. Ecco lo “statista” non è altro che un robot in cui altri hanno immesso il programma di funzionamento.

Draghi appare davvero non come una possibilità di rinascita di questo Paese, ma l’affossatore finale che ripete le solite ricette con l’arroganza di chi si crede un vincitore senza accorgersi che il mondo sta cambiando, ma proprio una per una le idee del più sventurato economicismo neoliberista  che ci hanno portato in questa situazione a partire dagli anni ’80 e che ancora sembrano far presa sugli ingenui.  In effetti bisogna dire che un’operazione politicamente reazionaria e intellettualmente a tasso zero richiedeva proprio la numinosa figura di Draghi per poter essere ancora una volta credibile. Ma alla fine non fa che rimpicciolire Draghi alla sua reale figura: un banchiere con tanto pelo sullo stomaco e le poche solite idee in testa che niente può ormai scalfire, tanto meno il loro fallimento e che si illude possano essere accolte se servite al pubblico con un po’ di retorica da capitalismo compassionevole e una spolverata di hi tech la cui funzione, sempre che si riesca davvero a introdurre degli snellimenti sarà certamente quella di far calare l’occupazione nel pubblico impiego ( Forze armate e polizia escluse perché bisogna spendere per le guerre di Biden e perché bisogna tenersi fedeli gli sbirri). Almeno quelli che si sono arresi completamente alla narrazione pandemica ritenendosi al sicuro saranno ripagati con la stessa moneta con la quale hanno sbertucciato quelli che hanno perso la loro attività.

Ma del resto questo è il Paese delle facili e superficiali illusioni: se pensiamo che fino a qualche giorno fa qualcuno, per giustificare il proprio voltafaccia, ha persino lanciato la teoria secondo cui l’arrivo di di Draghi avrebbe facilitato l’uscita dall’euro, proprio lui che ne è stato il supremo difensore attraverso il quantitative easing, si può misurare tutta la fatuità del discorso pubblico italiano. Ma a proposito di questo la fabbricazione massiccia di denaro è stata una formula rivolta a salvare la moneta unica come strumento delle oligarchie continentali, ma non certo per incrementare i redditi dei comuni cittadini visto che tutto è andato a un sistema privato che ha canalizzato tutto in rendita finanziaria, generando quella “trappola della liquidità” nella quale qualunque emissione di denaro non riesce ad alzare la domanda. Al contrario di Monti Draghi ha qualcosa da spendere senza però avere la minima idea di usare quei sia pur pochi soldini in senso strategico, gli serviranno solo  per placare le cose fino alla sua elezione a capo dello Stato. Per questo la missione di Draghi è alla fine impossibile, ovvero risollevare il Paese con le stesse ricette che lo hanno condotto a questo terribile declino. Il “momento Draghi” non durerà a lungo e già a marzo si vedrà che aria tira quando bisognerà decidere  se proseguire o meno col blocco dei licenziamenti o se proseguire o meno con questa farsa dei confinamenti e delle varianti del virus. Una cosa è certa: qualsiasi forma di opposizione non potrà che cominciare dal fare “whatever it takes”, qualunque cosa per levarci dal groppone quest’uomo che da trent’anni svende il Paese e il futuro di milioni di cittadini.


Quella lettera ci dice chi è Draghi e qual è il suo programma

Non c’è da credere ai propri occhi e alle proprie orecchie leggendo e sentendo dei contorcimenti di una politica totalmente subalterna che cerca di giustificare il salto sul carro di Draghi dopo averne detto peste e corna. Questa nobile gara di arrampicata sugli specchi è a dir poco patetica soprattutto per quelle formazioni come la Lega che proprio il governo Draghi – o forse sarebbe meglio dire “progetto Draghi”  con riferimento alle forze che hanno portato avanti l’operazione – si propone di azzerare. Ma forse il leader della Lega  è vittima di un settore industriale incapace di visione che ha l’unica ambizione di essere la futura Polonia della Germania, la futura area basso costo. Per non parlare poi dei peana che prendono spunto dal prestigio del personaggio, come era accaduto anche per Monti, per in durre ad accettare a scatola chiusa la in mora della democrazia o per rendere credibile la rivelazione di piani salvifici che la stampa di regime produce perché il popolo applauda prima di essere portato al macello. Ora Draghi è certamente personaggio di grande autorevolezza  visto che svendendo a un terzo del valore il patrimonio dell’Eni a Goldman Sachs si è conquistato la vicepresidenza di questa banca d’affari che forse è la più grande del mondo. Visto che è stato uno degli inventori dei i titoli derivati da cui è scaturita la crisi del 2008 diventata endemica. Visto che come  governatore di Bankitalia ha chiuso occhi ed orecchie sull’ affare Antonveneta. visto infine che ancor prima di prende possesso della presidenza della Bce ha architettato la vicenda dello spread che poi è sfociata nella chiamata di Monti.

Quando si parla di prestigio si dovrebbero mettre in conto anche queste cose ed è per questo che ripropongo  qui in veste integrale la famosa lettera del 5 agosto 2011 con qui Draghi ha ricattato il Paese, una lettera che i festanti di oggi vorrebbero dimenticare o nascondere ma che ahimè è storia:

Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

Questo è il vero programma Draghi, quello che Conte non poteva permettersi si imporre perché non era tanto prestigioso da imporre un’ammucchiata politica disposta a firmare qualsiasi diktat finanziario e nemmeno era culo e camicia con la grande finanza.

 


Droga Draghi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se è un fungo allucinogeno, una droga esilarante, una benzodiazepina a effetto tranquillante, certo che va riconosciuto a Draghi l’effetto miracoloso di guarire i giornali dal Covid, per abbracciare la via redentiva della speranza e della guarigione da tutti i mali fisici e civili.

E difatti eccolo nella rassegna stampa apparire come un santino cinto con l’aureola di stelle Ue,  a fianco del presidente Mattarella tutti e due sorridenti ( il Lombroso noterebbe quelle labbra sottili stirate in una specie di ghigno), in veste, lo dice il titolo, di “Costruttori”,   e via con la giubilazione:  “Ha salvato l’Europa, ora curerà il Paese”, come conviene al “signore d’Europa” che “conviene a tutti aiutare”, ora che “il Big Bang è cominciato”. Perché è venuto “il momento del coraggio” e tutti uniti si è chiamati a stringerci a coorte intorno al “Banchiere d’Italia con la missione del ricostruttore”. Ovviamente va  molto la riesumazione  degli stessi titoloni del 2011, “ La missione di SuperMario dalla Bce a Palazzo Chigi” e “Ecco SuperMario, tutto è possibile”, con altro dedicatario ma medesimo riferimento al supereroe e non a qualche  sfasciacarrozze de Testaccio, espulso dall’immaginario popolare a seguito delle ultime prodezze del rottamatore.    

E difatti al giubilo e all’esultanza per l’incoronazione fa da contrasto l’anatema lanciato contro il colpevole di tutti i mali, la cui personalità distruttrice ha voluto travolgere quello che fino a ieri era considerato il miglior governo possibile, oggi sottoposto a revisione fino al negazionismo e che pare potrà passare alla storia solo per aver provocato una congiura provvidenziale capace di donarci la resurrezione.

Si sottraggono poche testate all’atto di fede, Domani che si intestardisce sulla gita del Britannia davanti alle nostre coste e dentro alle nostre aziende di Stato e il Fatto, house organ dello studio legale Conte 2, che consegna alla Spinelli figlia in vena di parziale abiura dalla lista Tsipras la condanna a morte morale del compagnuccio di merende in maniche di camicia sulla Plaka, ma non quella dell’Europa riformabile. Perché dalle Alpi alle Piramidi, dal Fatto al Manifesto, gli scarsi motivi di critica rivolti al Salvatore consistono nella sua carriera nella finanza che evoca i Gekko della Wall Street cinematografica, così da mettere in secondo piano il ruolo reale di commesso viaggiatore per conto di Goldman & Sachs di titoli tossici che hanno ammorbato Grecia e Italia.

E infatti – avrete notato che dopo mesi di linguaggio bellico siamo passati a quello confessionale, in omaggio all’educazione alla fede impartita dai gesuiti – questo aspetto viene accantonato, come corollario inevitabile rispetto al talento di bancario della Provvidenza “per aver salvato l’euro”, rovinando noi, ci sarebbe e ci sarà da dire.

Ormai non c’è più scampo, questa Europa è una camera a gas che ci vuole avvelenare e difatti ogni quotidiano lascia intendere che il piano italiano per il Recovery Fund sarebbe accettabile – è chiaro che sulla subalternità dei Conte 1 e 2 all’Unione, alla finanza, alle multinazionali assistite da Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti, alle cordate del cemento e immobiliari non è stata e non è messa in dubbio – ma resta, cito  un titolo tra tanti, “il buco nero delle riforme inattuate”.

Di cosa si tratti si capisce bene, ed è il motivo per il quale il vero spauracchio erano le elezioni, quel brandello di partecipazione democratica ancora concesso, che è stato impedito da tutti i partiti e movimenti presenti sullo scenario. Sono quelle controriforme intese alla demolizione dell’edificio costituzionale, di quella Carta invisa all’Europa perché ha tratto origine dalle resistenze di popolo, quelle indirizzate a rafforzare esecutivi comprati, ricattati, intimiditi, e a indebolire i Parlamenti, quelle che condannano all’inazione i sindacati in modo che si possa mettere mani definitivamente al sistema di contrattazione, quelle che ostacolano la trasformazione dei diritti in privilegi meritati per via ereditaria, per rendita, acquisizione o affiliazione.        

Chiunque da anni abbia subito la tentazione dell’astensionismo sotto la bandiera icastica “er più pulito c’h la rogna”, chiunque viva il disincanto di un voto ridotto a timbro notarile apposto su scelte obbligate, chiunque si sia rivoltato per lo svuotamento dell’istituto referendario che quando puniva i poteri veniva poi tradito, fino a essere indetto dallo stesso Parlamento inadempiente per rinviare scelte, conservare sinecure, addossare ai cittadini la responsabilità dell’indifferenza, ecco chiunque abbia maturato un amari scetticismo sa che c’era il rischio che dalle urne sortisse  “la consegna del Paese alla destra”.

Ma lo stesso chiunque sa che si tratta di etichette, che quei babau beceri e urlanti pretendono gli stessi bottini degli altri che sono già seduti alla tavola  del Recovery, del totem dello spread,  dell’ideologia del totalitarismo economico e finanziario che ha bisogno di smantellare perfino il simulacro della sovranità e della democrazia.

Serve a questo il “governo di alto profilo”, a farci digerire i bocconi indigesti che  i ben pensanti e gli ultimi ben viventi si vergognerebbero di subire da parte di certi intemperanti maleducati, sia pure votati e rivotati, un governo così in alto da schiacciarci sotto un tallone di ferro senza sporcarsi l’orlo del mantello di ermellino con le nostre lacrime e il nostro sangue.


Morire di Euro

yp52ybduqc-bandiera-europea-coronavirus-nuova-bandiera-unione-europea_aHo la nettissima impressione che pochi si rendano conto della situazione drammatica che si sta creando e i media, pur sostenendo lo stato d’eccezione inaugurato con la pandemia narrativa, nascondono i termini del problema e al posto della tempesta che ci attende si soffermano sui tempi di una ripresa che ormai sembra la cronaca di un  miracolo di Medjugorie, con miliardi che si irradiano dal sole e la madonna von der Leyer benedicente. Si tratta di una cronaca rosa altrettanto lontana dalla realtà di quella nera del Covid 19 perché il fermo dovuto all’influenza è calato come una mannaia su una situazione già fortemente critica: la Banca d’Italia che fa le previsioni più plausibili prevede un calo del pil del 13,5 % quest’anno e un recupero del 3 virgola qualcosa nel 2021, ma si tratta di calcoli astratti che tra l’altro non prevedono riproposizioni delle chiusure e delle segregazioni che probabilmente ci saranno: fino alle elezioni americane saremo in mano a una cupola finanziario – sanitaria che nella crisi sta facendo soldi a palate come dimostra anche il fatto che l’Agenzia europea del farmaco ha approvato, primo fra tutti, il costosissimo Remdesivir come anti Covid, nonostante la scarsa efficacia  già dimostrata ( vedi nota) , ma poi recuperata con i capelli dall’ennesima ricerca funambolica, peraltro mai conclusa a causa della mancanza di contagiati sufficienti come nella spiegazione ufficiale  o forse di risultati positivi.

Dunque è possibile per non dire certo che la caduta sarà molto più grave del previsto e il recupero nullo, mettendoci in una situazione di drammatica debolezza, anche perché non è che il resto d’Europa se la passi molto bene, nonostante che Germania e Francia siano riuscite a trovare soldi in proprio per tenere in piedi l’economia. Ma nel disastro generale, basta niente perché vadano in crisi alcune banche che hanno in pancia titoli di scarsa o improbabile remuneratività,  trascinando all’inferno il sistema Ue e rendendo di fatto impossibile la ricapitalizzazione della Bce. A questo si aggiunge il fatto che alcuni Paesi, spiccatamente l’Olanda e la Finlandia, soci occulti della Germania in questo, non desiderano più alcuna crescita di integrazione e non permetteranno di trovare delle soluzioni comuni, dunque che non contemplino prestiti cravattari e condizionali per arginare la crisi. Sono gli stessi che ormai non vedono più un futuro per l’euro quanto meno come moneta per tutta l’Europa. Questo vuol dire che bisogna essere pronti a una implosione della moneta unica che è già stata concepita in maniera demenziale  e che – come sappiamo ormai dall’esperienza di questi anni – riesce a funzionare male  solo se le cose vanno bene perché ogni volta che interviene una crisi traballa spaventosamente.

La crisi da Covid con la terribile tempesta che ha scatenato rende ormai molto probabile la scomparsa della moneta unica:  bisogna convincersi che non è più tempo di traccheggiare, che occorre preparare il paracadute e prepararsi al volo, anche se purtroppo i cittadini verranno colti completamente di sorpresa, viste che in nessuna parte dell’informazione viene presa in considerazione questa ipotesi che invece è ampiamente discussa fra gli economisti e i responsabili politici. A questo punto pensate che come al solito sono troppo pessimista: al contrario sono finalmente ottimista perché una risalita dal fondo del barile in cui siamo caduti non può che contemplare la scomparsa di una moneta che è alla radice della deindustrializzazione e del declino del Paese. Ma sarà un toccasana per tutta l’Europa, per quella più debole, come per quella più forte: una valuta adatta al proprio tipo di economia, non troppo debole da fregare i partner o troppo forte per poter davvero essere competitivi riporterà logica e senso nell’economia reale: un buon timone è essenziale soprattutto nella tempesta che ormai si è scatenata e durerà a lungo. Inutile dire che questo ottimismo si scontra con la realtà di un governo, ma forse sarebbe più esatto dire di un intero ceto politico,  incapace di tutto e legato per la sua stessa sopravvivenza proprio a quei poteri che invece vedono nella moneta unica uno strumento di rapina come è stato per la Grecia: questo rischia di farci arrivare con molto ritardo a preparare le contromosse.

Nota Il Remdesivir, costosissimo antivirale prodotto dalla Gilead ( di cui Blackrock , vicino anche alla Fondazione Gates)è uno dei maggiori azionisti ) che secondo Fauci sarebbe stato la pallottola magica contro il coronavirus, era stato messo a punto contro l’Ebola e poi la Sars 1, ma si era rivelato di scarsa efficacia e con notevoli effetti collaterali su una considerevole percentuale di trattati. Nonostante questo  è stato riproposto per il Covid 19, nonostante le prime ricerche ( venute fortunosamente alla luce per un errore dell’Oms) avessero dato esito negativo provocando una caduta delle azioni Gilead. Poi una nuova ricerca, sebbene non completata per mancanza di un numero sufficiente di contagiati, ha riscontrato un’efficacia, sia pure minima, producendo uno straordinario aumento in borsa per l’azienda produttrice: dunque  il farmaco ora  è stato autorizzato dall’Europa prima che sia completato lo studio cardine sulla sua efficacia, condotto su 1063 pazienti la metà dei quali trattati col Remdesivir e l’altra metà con placebo. Un mese fa sono stati comunicati i primi dati: non è stato riscontrato alcun beneficio e sono stati rilevati modesti miglioramenti solo tra i pazienti ospedalizzati in terapia intensiva che assumevano ossigeno supplementare anche a causa di altre patologie pregresse. Insomma un farmaco da ultima spiaggia: per tutti gli altri il placebo e il farmaco hanno avuto effetti praticamente identici, ma è chiaro che adesso questo antivirale con tutti i suoi effetti collaterali diventerà una miniera d’oro


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