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Il declino e i gattini di Baudelaire

a11Comincio con una domanda vietata ai minori di 50 anni: rifletteteci un  attimo: negli ultimi trent”anni di produzione letteraria, artistica, culturale, narrativa  avete letto, visto, ascoltato qualcosa di memorabile? Non dico buono, gradevole, divertente, curioso e via correndo lungo viale degli aggettivi, dico qualcosa capace di influenzare la vita, di rendere diversi, di costituire un’educazione emotiva, di liberare orizzonti, di diventare insomma linfa vitale? Non credo proprio a parte forse qualche concrezione di eccezionale cattivo gusto,  perché l’arte e la letteratura, la capacità espressiva, la comunicazione al loro più alto livello sono sempre alimentate da una tensione verso un cambiamento e un rinnovamento, sostenute da una visione del mondo, da aspirazioni verso  modelli ideali, qualunque essi siano, da una appercezione tridimensionale del tempo che è anche tempo della storia. Ma quando si vive in un eterno presente nel quale ci si dice che si è raggiunto il massimo e tale massimo si concreta in una gerla piena di cose inutili che diventano il massimo obiettivo, tutto appasisce. Viviamo in una società che ha fatto della competizione il motorino di avviamento del motore che funziona a profitto e sfruttamento e tuttavia viviamo in  una società senza battaglie vere, distesa sull’amaca del neoliberismo, dove anche la rabbia, la sconfitta e la sofferenza non riescono ad attivare una speranza  che non sia solo una fuga individuale.

Non c’è da stupirsi dunque se il mondo dell’immaginario intellettuale appassisce e ne restano solo chiazze dominate dal mercato e dai mercanti, infantilismi conusmistici di infimo livello che stanno al pensiero e alla sensibilità artisca come la peniccilina sta ai germi. Anche al centro del impero che ha risucchiato nella sua decadenza anche tutta la periferia si è formato un vuoto spaventoso: Hemingway, Fitzgerald e Gertrude Stein, sono pura archeologia, Steinbeck, Burroughs,  Ginsberg e Keruac sono mortissimi, perfino John Gardner è seppellito con un paletto di frassino nel petto e James Ellroy è stato trascinato nella serialità televisiva, morto nel suo stesso Grande Nulla. Non rimane nient’altro che artigianato ripetitivo di bassa lega, show e carnevalate da discoteca al posto di qualsiasi altra espressione artistica. Un destino che ha colpito anche quella che una volta era l’altra parte del mondo dove critiche al sistema e speranze in un avvenire più aperto, oltre il comunismo burocratico, avevano portato alla ribalta in vari modi Dudintsev, Grossman, Solzhenitsyn, Platonov. Babel, Erenburg, Achmatova, Evtusensco, Efremov, lasciando poi dopo la dissoluzione dell’Urss un grande vuoto, come se la sensibilità fosse stata aspirata dalle pompe dell’eterno presente e fine della storia predicate dal pensiero unico. Inutile dire che anche il cinema il teatro, quella che siamo abituati a chiamare arte nelle sue avarie forme visise, sonore e tattili ha subito lo stesso destino con l’espansione apocalittica della robaccia anglica nella quale annegano le nostre teste.

Si tratta naturalmente di un quadro appena accennato, ma che restituisce con efficacia e meglio di tanti grafici economici, il senso di un declino globale di cui la grande arte o meglio ancora la sua scomparsa è un sintomo preciso e costante nella storia: lo ritroviamo nella grecia dell’ellenismo dopo la breve, episodica e fatale avventura di  Alessandro Magno, fatti salvi alcuni moduli letterari come il romanzo ricavati dal mondo extraellenico, ma che erano talmente esigui da portare ben presto all’estinzione. O alla letteratura latina che già un secolo dopo Cesare e gli splendori di Virgilio, Orazio, Catullo si era ridotta a moraleggiamenti o alle cronache mondane: la poesia si era ridotta ad ars laudatoria per i potenti, la filosofia a compilazione e commento di opere precedenti. Apuleio fu un unicum nel secondo secolo, come una supernova in cielo opaco. Solo altrove, oltre il limes, fra le pianure da dove i cosidetti barbari venivano spinti contro il confine dalla pressione dell’espansione asiatica, nell’Africa di Sant’Agostino, nel vicino oriente  si andavano addensando nuovi sogni e nuove forme di espressione che poi diedero il loro frutti maturi secoli più tardi, nell’alto medioevo.

Oggi il declino delle forme espressive occidentali è palese se lo si confronta con altri tipi di codici comunicativi di cui possiamo cogliere solo le parti marginali visto il vallo linguistico favorito dall’impero che storna verso un atonoe rozzo  inglese lo studio delle lingue orientali che peraltro non sono affatto così difficili come si favoleggia, se solo riuscissimo a infrangere il diaframma culturale ereditato dal passato. Ma qualche cartone giapponese e la narrativa cinese che funziona per stati d’animo più che per eventi ne sono un esempio. Quella intensità, quella poesia se è ancora possibile usare questo termine, quella danza così esatta di emozioni come un lento rito antico o un ritimico pressante bolero, ci è ormai sconosciuta e forse un Baudelaire oggi non farebbe che mettere foto di gattini inebriati dall’assenzio su Facebook, visto che siamo progionieri in un mondo omologato e assurdamente conformista nel quale domina una sorta di gattorpardismo interiore per cui si vogliono sempre cose nuove perché nulla si puo cambiare o si vuole cambiare, si viaggia per trovare il noioso uguale, dove protesta  e ribellione sono prodotti acquistabili su Amazon. Come lumini per un cimitero di idee.

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In Grecia rubano anche le tredicesime

poverta-murales-704x400Essere bugiardi va bene, viviamo nella bugia, ma quando questa sconfina con la cretineria c’è molto da preoccuparsi perché vuol dire che ormai c’è gente disposta a tutto pur di negare la realtà.  Cosi succede che l’eccellente e potente corporazione degli infingardi cretini continua a dire che in Grecia c’è una ripresa e che la cura dell’austerità è servita a migliorare le cose, come se fossimo in un campo di concentramento di Pol Pot. Ora invece si scopre non tanto la ovvia falsità di queste apologie di neoliberismo, quanto il meccanismo attraverso i quali si cerca di renderle in qualche modo verosimili. Per esempio in Grecia si avvicina  Natale, ma i soldi sono sempre più scarsi e gli acquisti calano il che non è solo una disdetta per i profitti commerciali, ma rischia di tradursi anche in a ulteriore caduta del pil.

Così i gestori di ristoranti, supermercati, negozi al dettaglio, locali pubblici hanno fatto una bella pensata: quella di chiedere ai dipendenti la restituzione brevi manu, cioè in contanti presi dal bancomat, la tredicesima o il bonus natalizio sotto la minaccia di licenziamento. Poi visto che ancora non basta sono passati a chiede anche parte dello stipendio normale in cambio, almeno nel caso dei supermercati, di miseri sacchetti con dentro prodotti alimentari, giusto per rendere minimamente plausibili i conti e nascondere l’evasione fiscale. Benché secondo i sindacati in alcune zone del Paese questa “pratica virtuosa” abbia riguardato l’80 per cento dei lavoratori, pare non ci sia stato alcun intervento, nemmeno ufficioso del governo che evidentemente è cointeressato a far galleggiare il pil anche in questo modo. e’ vero infatti che le modalità di restituzione è tale da essere difficilmente provato, ma è anche vero che una simile diffusione di un sistema di ricatto e di illegalità non può nemmeno passare inosservato.

C’è tuttavia anche un altro elemento, forse più interessante dell’alleanza fra padroncini ed esecutivo occupato dalla troika: è la passività delle persone che ormai preferiscono cedere al ricatto del lavoro piuttosto che ribellarsi. Il che dimostra come l’impoverimento, la sottrazione di diritti acquisiti, il furto di futuro non sempre sia un presupposto per lo sviluppo della resistenza allo sfruttamento e alla crescita dell’opposizione, anzi non lo è affatto se le vittime del processo sono portatrici insane della cultura stessa dell’impoverimento, se nel loro orizzonte, nel loro immaginario sono penetrate le imposture capitalistiche e mercantili assieme alle loro numerologie da imbonitori in malafede (vedi nota)  se insomma ossia arrivino a sentirsi in qualche modo colpevoli della loro condizione.

Il caso greco che da molti punti di vista sarà tema di disamine storiche fra qualche generazione, è solo un esempio estremo di come i costi della crisi in cui versa da un ventennio il capitalismo finanziario e globalista  non sono stati pagati dai gruppi sociali all’origine della crisi stessa ovvero i proprietari e i manager mandatari del capitale finanziario, del capitale “industriale” e di quello commerciale,  ma dalla frangia più bassa delle classi medie e soprattutto dalla grande maggioranza dei cittadini, di coloro la cui sola ricchezza è il lavoro, il loro tempo di vita. Del resto se si è introiettato il pensiero che occorre salvare le banche, ossia la ricchezza dei ricchi piuttosto che salvare chi lavora o chi è povero, se anche in mezzo alle evidenze più barbare e persino di fronte alle difficoltà più gravi nelle quali ci si trova, si è fatta propria una visione ineguale e ingiusta della società, sarà sempre più difficile una reazione forte e un’enorme maggioranza cercherà di farsi piccola piccola per tenersi stretto quello che può.

Dunque il riscatto non può che arrivare da una rivoluzione culturale che riesca a denudare le imposture: è per questo che le “democrature” occidentali sono così spaventate dalla fake news, tanto da aver intrapreso una battaglia per la censura. Non interessano certo i singoli disvelamenti e ancor meno le singole bizzarie, quando il fatto che esse tendono a erodere la fede liberista e a creare le condizioni per l’apostasia e la negazione dei dogmi.

Nota La pretesa portata avanti dalla Banca mondiale con l’accordo dell’ONU e di alcune delle sue principali agenzie, che il sistema libererà il mondo dalla povertà assoluta è nient’altro che un atroce inganno, basato sul fatto di considerare questo parametro al livello di 1,25 dollari al giorno. Niente di diverso, nella sostanza, delle statistiche del lavoro che considerano una persona occupata se ha lavorato un’ora a settimana.


Dalla Corea del Nord alla Grecia

greece-wages-private-sectorProvatevi a cercare in rete quale siano i salari in Corea del Nord e ne uscirete delusi perché non troverete nulla sul Paese se non le solite cartoline dall’orrore, l’esecrazione per gli esperimenti missilistici oppure cifre ridicole che non tengono contro della rivalutazione per  100 della moneta locale avvenuta nel 2009 così che risultano cifre di 1,5 euro al mese. Ci sono persino accenni, tutti ovviamente di fonte americana e senza riscontri, sulla persistenza di una crisi alimentare ad onta della buona produzione agricola del Paese che tra l’altro è tra i primi esportatori al mondo di frutta e produce molto più riso dell’Italia con una popolazione che è meno della metà. Insomma un quadro così ideologicamente ingessato e così stereotipato da denunciare in primo luogo la totale mancanza di conoscenza diretta o anche di conoscenza intelligente che spesso si infrange contro alcuni dati piuttosto consistenti e non facilmente aggirabili ovvero il fatto che la Corea del nord abbia la più alta scolarizzazione del continente asiatico e un’ assistenza sanitaria completamente gratuita. Allora vi dirò che in Corea che tra l’altro ha un pil che cresce tre volte più di quello italiano non si vive da nababbi, ma con salari nell’industria che vanno dai 180 ai 350 mila won al mese reali: se dividete per mille avrete grosso modo il cambio ufficiale in euro, vale a dire dai 180 ai 350 euro che sono da triplicare o anche più in ragione del potere di acquisto.

Non è certamente il paradiso, nè il regime coreano, dinastico comunista non privo di aspetti ridicoli e demenziali, può costituire un esempio delle magnifiche sorti e progressive, ma proprio per questo non si capisce perché la condanna in automatico da messale liberista, si accompagni al vuoto pneumatico di informazioni sostituite da un clichè di damnatio ad bestias  rimasto sempre uguale fin dai tempi della guerra di Corea, anche se adattato di volta in volta alle nuove circostanze. Ecco, appunto le circostanze, proprio quelle che mi hanno spinto a iniziare il post partendo dalla  Corea del Nord per navigare fino all’obiettivo, ovvero alla Grecia dove sono stati resi pubblici i dati sulla disoccupazione al 21,5%  e sulla caduta dei salari con riferimento alle dichiarazioni dei redditi per il 2016: così’ possiamo apprendere dalla viva stampa di Kathimeriniil giornale di riferimento del neoliberismo da troika, che i giovani fino a vent’anni guadagnano in media 260 euro al mese, quelli fino a ventiquattro 380 mentre i trentenni riescono a metterne assieme 509 e quelli di 34 anni 660. Solo andando oltre i 40 si arriva a stipendi medi attorno ai 1000 euro lordi  per arrivare ai 1200, 1300 lordi solo dopo i 50 perché si tratta di retribuzioni pre crisi e pre troika che hanno subito tagli di appena il 24% in media, (contro il 42% dei più giovani) ma che sono ancora decenti. E questo vale anche per le pensioni che sebbene siano state tagliate ben 14 volte conservano in qualche modo la memoria dei vecchi tempi. Quelli che con la nuova e draconiana legislazione del lavoro, ma meglio sarebbe dire contro il lavoro, sono ormai ridotti a un ricordo di tempi andati. Tutto questo in un Paese che ha un costo della vita complessivo non molto distante da quello italiano e nel quale paradossalmente i costi dei beni e dei servizi sono saliti invece di diminuire, come persino i turisti possono testimoniare.

In questa situazione chi ha voglia di andare ad indagare troppo sulla Corea del Nord con il rischio di trovare che il peggio del comunismo si sta pericolosamente avvicinando ai redditi medi di quei Paesi sottoposti con maggiore attenzione alle cure radicali della finanza globale e delle sue troike? Anche perché, al di là del loro valore nominale, i primi crescono mentre i secondi diminuiscono cosa questa che non solo crea differenze fondamentali dal punto di vista psicologico, ma getta un’ombra inquieta su un sistema che ha sempre rivendicato la propria legittimazione e il proprio successo sulla capacità di creare benessere.


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