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Un Rutte di classe

Quasi per tutti è stata una sorpresa: il super frugale Mark Rutte che ha tanto in odio l’Italia e tanto in gloria i tagli al welfare e alle tutele si è dovuto dimettere per lo scandalo dei sussidi familiari riguardanti i figli di famiglie a basso reddito. Magari un italiano pensa subito che se li sia intascati per sé o per il partito, ma è esattamente il contrario: li ha tolti indebitamente a circa 20 mila famiglie di poveracci costringendoli a restituire denari – parecchie migliaia di euro –  di cui avevano in realtà diritto: questo con l’accusa di aver commesso  banali errori di forma nella compilazione dei moduli che spesso sono tutt’altro di facile interpretazione. Per misurare l’entità di questo scandalo basti solo pensare che in Olanda sono pressoché scomparsi gli asili pubblici, ci sono soltanto quelli privati che possono costare anche 1000 euro al mese e dunque i bonus creati per contribuire a queste spese per cui alla fine è lo Stato che sovvenziona i privati sono assolutamente vitali per molte famiglie a basso reddito: dunque la caduta di Rutte che non può che farci piacere ed è anzi un peccato che questi avanzi di neoliberismo non diventino anche avanzi di galera.

Ma  la notizia a saperla leggere in modo corretto è molto più importante e interessante di quanto non appaia a prima vista perché mostra in maniera inequivocabile il carattere classista delle politiche europee che non a caso ha trovato proprio tra i politici olandesi, in cui un antico spirito mercantilista si unisce a quello neoliberista, i maggiori difensori a attuatori: se Rutte si è sempre formidabilmente opposto a qualsiasi forma di equilibro e compensazione all’interno della Ue persino in presenza di una pandemia alla quale avrebbe almeno dovuto far finta di credere, il suo predecessore Dijsselbloem, è stato presidente dell’Eurogruppo ovvero dell’organismo che ha ricattato la Grecia fino alla resa di Tsipras. Su questo vero e proprio bandito Costa Gavras ha persino prodotto un film servendosi delle registrazioni delle riunioni fatte da Varoufakis a quel tempo ministro dell’economia del governo greco. Ma non lo troverete su Netflix o su qualche altro network e del resto non esiste nemmeno un’edizione italiana, tanto noi abbiamo Fedez e la Ferragni e tanto ci basti. Ma abbiamo anche una sinistra il cui scopo principale sembra quello di nascondere con straordinaria pervicacia  la natura classista dell’Europa e delle sua regole secondo un ragionamento (chiamiamolo così per carità di patria) del tutto assurdo e meccanico: siccome la Ue è una struttura non nazionalista allora non può essere classista. Si tratta solo di chincaglieria antiquaria che mette insieme pezzi di ideazione avendone però persa la radice: si tratta dunque di concetti morti, fatti di plastica, intanto perché la Ue esprime comunque un proprio nazionalismo sui generis, perché non solo tollera, ma anche aiuta regimi praticamente nazisti in almeno quattro paesi del continente (Ucraina e repubbliche baltiche), perché è attraversata da un chiaro tentativo egemonico dal quale scaturiscono molte delle regole dell’Unione e perché infine si pone in conflitto economico e culturale con altri Paesi come per esempio la Russia. E poi perché mai la sovranità dovrebbe perciò stesso essere sinonimo di politica classista in una situazione completamente diversa rispetto a quello a cui si riferisce questa idea? Magari nel XXI° secolo è molto più vero il contrario.


In mano a chi ha gestito l’affare Grecia

greciacrisiNon so come sia nata la leggiadra espressione avere la faccia come il culo, ma di certo essa appartiene di diritto alla nuova Repubblica entrata nella muta degli Elkann, noti filantropi di se stessi. Il quotidiano che fu di Scalfari, tutto proteso a farci scegliere il Mes ci propina una sonnifera intervista a un tal Gianmariuolo, ops errore di digitazione, Giammarioli segretario generale del Mes il quale come un imbonitore da piazza ci assicura che il soldi del meccanismo ci faranno bene e sono senza né clausole per le famigerate riforme, né ricette di austerità. Ci piace che siano ascoltate voci terze e disinteressate, ma vorremmo anche sapere chi è questo personaggio così rassicurante che di solito non compare mai nelle cronache. Ebbene è un allievo della Bocconi montiana, poi andato all’università di Los Angeles, una trasferta del tutto inutile dal punto di vista della conoscenza, anzi spesso è l’esatto contrario, ma necessaria a qualunque carriera di spicco per i rampolli dei ricchi: l’aver frequentato un  qualunque masterificio anglosassone è solo una garanzia di appartenenza ideologica  e di fedeltà al capitalismo e alle elite, una sorta di segno massonico di riconoscimento. E infatti subito dopo aver conseguito questo attestato il nostro è finito all’Fmi, poi al Minstero dell’economia, poi alla Bce e infine al Mes. Ma la cosa straordinaria è che costui è stato coordinatore del team Grecia dal 2015 al 2019, mietendo gli straordinari successi che conosciamo, è insomma l’uomo a cui si deve il benessere finalmente raggiunto da quel Paese. Anzi proprio in virtù di questi risultati così positivi   è stato promosso a segretario generale alle dipendenze dirette del capo supremo del meccanismo, ovvero il tedesco Klaus Regling.

Ora chiamare a tranquillizzare gli italiani chi ha gestito il crollo della Grecia non so se sia una svista o un’aperta presa per i fondelli, fatto sta che basta leggere qualche riga per rendersi conto che si tratta di una polpetta avvelenata: innanzitutto si dice che l’Italia potrebbe prendere a prestito fino a 36 miliardi ( ma noi siano creditori per oltre 50 miliardi  del meccanismo, vedi   Mes, la più grande truffa del secolo , quindi ci faremmo prestare nient’altro che soldi nostri) per usarli in campo sanitario, anzi per comprare vaccini come Giammarioli specifica. Ecco che la lingua batte dove il dente duole e s’intuisce benissimo che l’insistenza sull’utilizzo esclusivamente sanitario dei fondi del Mes  ci fa comprendere bene come anche una piccola deviazione di tali fondi su altri capitoli di spesa sarebbe la scusa per cambiare le carte in tavola e reintrodurre quelle condizionalità che oralmente e non per iscritto si dice  di voler togliere. C’è poi un altro argomento da affrontare ossia il fatto che il ricorso al Mes sia automaticamente visto dai mercati come un segnale d’allarme sulla solvibilità del debito pubblico, provocando così un vigoroso aumento dello spread e degli interessi sui titoli. che vanificherebbero immediatamente i vantaggi di interessi praticamente zero sul prestito e accollerebbero enormi carichi negli anni a venire. Ma Giammarioli rassicura, come deve aver fatto con i greci: dai contatti con i maggiori investitori parrebbe che non sia così e insomma ci invita a fare scelte decisive sulla base di elementi del tutto personali e di impressioni soggettive, non di argomentazione serie e oggettive.

Insomma Giammarioli è usato come tecnocrate, ma non tanto nella sua funzione specifica, bensì come testimonial, come un Del Piero che pubblicizza l’acqua che fa fare plin plin. Non si può nemmeno per un momento pensare di affidare scelte decisive per il Paese e per tutti i cittadini alle sensazioni di un personaggio con tutto l’interesse a portarci verso il Mes, che egli considera come il cane da guardia dell’euro. Cose del genere sarebbero ammissibili se venissero organicamente presentate e confrontate con tutte le posizioni presenti nel discorso pubblico, non se si presenta una tesi unica come fa la stampa mainstream ormai da anni, confinando a fake news tutte le altre opinioni. Del resto a settembre quando Giammarioli è passato dal glorioso team Grecia alla segreteria generale del Mes disse che questo istituto “non assicurerà più solo assistenza finanziaria nei casi di crisi di liquidità. I governi hanno anche deciso che firmeremo insieme alla Commissione europea i futuri eventuali memorandum di intesa con i Paesi che hanno bisogno di aiuti”. Insomma viene prospettato un più netto ruolo politico del meccanismo, invece qui non si prospetta alcun memorandum sulla non condizionalità del prestito, ma si emettono solo rassicurazioni verbali, il che già di per sé è altamente sospetto.


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


Percezioni di epidemia e di Europa

RorschachFra qualche anno o forse fra qualche decennio – dipende da come andranno le cose – si cercherà di capire per quale motivo un’epidemia para influenzale simile a quelle che percorrono ogni anno il mondo, anzi tutto sommato meno grave perché non mette a rischio i più piccoli, sia potuta diventare una peste planetaria, la magica trasformazione del banale integrato in apocalittico. Non si tratta di comprendere la nascita di questa sindrome percettiva che ha preso le mosse da un maldestro tentativo di demonizzazione della Cina ed è poi sfuggita di mano per sua stessa logica, visto che non esiste demonizzazione senza una minaccia, né di studiarne gli effetti più scoperti, ovvero la desertificazione dei punti di incontro, l’accaparramento alimentare, la speculazione su mascherine e farmaci perché tutto questo fa parte dell’ovvio riscontrabile, mutatis mutandis, in qualsiasi epoca. Ciò che invece va indagato è la potenza della percezione indotta, dunque in assenza di esperienza diretta, che riesce a superare qualsiasi dato di conoscenza, anche quando esso è compresente nella narrazione, cosa che dovrebbe allarmare tutti quelli che si dilettano di parlare di democrazia: avviene infatti come per i terremoti nei quali la potenza distruttiva delle onde sismiche ha più relazione con la formazione geologica dei terreni che con la quantità di joule sviluppati e anche una piccola scossa può provocare danni notevoli se il terreno è disaggregato.

Poiché viviamo in una società fortemente correlata, ma socialmente disaggregata basta uno smottamento perché esso si diffonda alla velocità della luce e con un’intensità non dipendente dagli eventi in sé. Anzi si ha quasi la sensazione che un vero “evento” ancorché drammatico, in un mondo omologato e inconsistente, sia in qualche modo un’ occasione di vivere qualcosa per davvero.  Ma questo crea anche un’incoerenza cognitiva particolarmente grottesca perché il bombardamento a tappeto dell’allarmismo coincide con la minimizzazione degli effetti dell’epidemia, in un curioso alternarsi di sistole e diastole, di minimi e massimi che forse potrebbero essere paragonati ai sussulti grafici di un sismografo. Ma forse ancor meglio si potrebbe paragonare alla visione di un film catastrofico, perché il tutto ha un andamento hollywoodiano di bassa lega, dove  se c’è una cosa che ne esce in rilievo è la cialtroneria del potere quando vuol esercitare tutele a cui non crede, ma anche l’essenza di una società soccorrevole a parole e tuttavia  strutturata nella disuguaglianza  e nello sfruttamento. Basta vedere come in Usa, per ragioni geopolitiche, sia sia dato molto rilievo all’epidemia influenzale, ma allo stesso tempo le modalità di una sanità orientata esclusivamente al privato, anzi al benestante, visti i costi stratosferici che ha raggiunto col sistema assicurativo, rende impossibile a una larghissima parte della popolazione di fare tamponi, dunque si rivela del tutto inadeguata a fermare il diffondersi del virus. Una magra figura in confronto alla Cina.

Tuttavia la discrasia cognitiva che vediamo all’opera in questo caso di scuola è presente  in qualsiasi campo o argomento e in qualsiasi passaggio delle equazioni sociali e politiche, senza alcuna precauzione di coerenza logica: in questi giorni ad esempio assistiamo al triste spettacolo della stampa europea, completamente in mano ad alcuni  miliardari che controllano tutto, comprese testate apparentemente distanti, che va improvvisamente in campo assieme al sultano di Ankara, fino a ieri un lebbroso per gli ideologi del globalismo. E’ bastato che Erdogan spingesse verso le isole greche di Lesbo e Chio masse di rifugiati di incerta origine perché la sua campagna militare nel nord della Siria, trovasse immediata approvazione da parte dell’Europa. Nel migliore dei casi si tratta di un infame ricatto fatto sulla pelle dei ultimi, ma di certo non è giustificabile che la Siria invasa dalla Turchia ora sia diventata la causa prima della fuga di jihadisti dalla zona e dunque della pressione migratoria sulla Grecia semplicemente perché non si è fatta sopraffare dai carri armati e dai droni di Ankara . Tanto più che l’operazione turca è visibilmente diretta anche contro i curdi che fino a ieri erano i cocchini di certa stampa sedicente progressista che si scagliava contro il califfo turco per le sue azioni repressibe contro questa popolazione. Il fatto è che il migrante, in qualsiasi forma e condizione,  è diventato il valore fondante di una posizione ideologica che ha completamente dimenticato il diritto di vivere nel proprio Paese e nemmeno si sogna di condannare le condizioni sociali, politiche e geopolitiche che spingono agli esodi, comprese quelle che sussistono da noi e che spingono a una massiccia emigrazione. Ma questi globalisti per equivoco volontario o no, non scorgono alcuna contraddizione, visto che ormai siamo abituati a sovrapporre le suggestioni senza dare loro un senso. Forse anche in questo caso serve amuchina e mascherina.


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