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Suonata per tromboni e orchestra

1501593644_tromboniFighetti: è così che Carlo Formenti ( vedi Rinascita)  ha chiamato quei personaggi della sinistra da bere che da tempo ormai immemorabile hanno abbandonato la difesa delle classi subalterne  e dunque l’idea stessa dell’uguaglianza per farsi preziosi alleati del neoliberismo, del cosmopolitismo dei profitti e dello sfruttamento, grazie all’etichetta rosso – rosa gli che era rimasta addosso come il cartellino del negozio. Ma ora molto sta cambiando: via via, quel cartellino esibito su capi di lusso si è stinto di fronte alla realtà e così oggi il sistema di consenso, privo di quell’opposizione puramente figurativa che gli è stata così utile,  ha cambiato tattica, mentre i personaggi più rappresentativi di questo campo stanno tentando di riciclarsi. Per lo più in maniera maldestra e ambigua perché è evidente la difficoltà di cambiare veramente registro e tutti i temi rimasticati in questi trent’anni come in un campo di Pol Pot, ritornano alla gola e all’anatema vigliacco contro una sinistra traditrice che essi per primi hanno incarnato e condotto nei pascoli del blairismo, non possono fare a meno di contrapporre il loro vero volto  continuando come se nulla fosse a lanciare anatemi contro Russia e Cina, a considerare Assange un traditore perché ha svelato segreti che devono rimanere tali – tanto per parlare di democrazia –  e a tenere fermi quei concettoidi economici  che sono stati la loro stella cometa per portare ai ricchi e soprattutto a quelli di oltre atlantico i loro doni in cambio della mancia dovuta ai fattorini di lusso.

Ad ogni modo è abbastanza chiaro che oggi la catena di potere oligarchico ha capito che rischia grosso se va in rotta di collisione contro il malcontento e l’inquietudine che dilagano ovunque, sia pure in forme diverse, visto che il menù che può offrire è sempre meno gradito e si è rivelato vomitevole nelle sue applicazioni. E allora come ho avuto modo di abbozzare in un post, Timeo Greta et dona ferentes , usa l’antichissima tattica dell’infiltrazione: invece di contrastare i temi critici che si sono imposti nel dibattito pubblico, tenta di cavalcarli e guidarli per sterilizzarli e far sì che essi non costituiscano più un pericolo. Il problema ambientale, quello che proprio non può essere in qualche modo digerito nel corpus teologico neoliberista se non ricorrendo all’ipotesi magica che il rimedio consista nel perseverare ancora di più nell’errore, è affrontato imponendo come personaggio chiave una ragazzina – simbolo, che gira il mondo supportata dai media, ovvero dalla narrazione ufficiale e tenta di evitare che nei vari Paesi l’ambientalismo fino ad ora rimasto sostanzialmente neutro nello scontro politico concreto esca dall’antagonismo platonico o al massimo delle sveltine localizzate, per farsi opposizione dura.

Ma il palese disastro europea spinge anche ad impadronirsi in qualche modo di quel sovranismo demonizzato a prescindere. E’ di qualche giorno fa un’articolessa sul Corriere della Sera, ovvero sul messale del neoliberismo italico, nei quale lo storico Giovanni Belardelli, sostiene che  si sta regalando la nazione ai sovranisti. Dunque invita l’oligarchia a riabilitare il concetto di nazione purché esso rimanga confinato agli ambiti marginali e per così dire emotivo – esistenziali della convivenza. Insomma è inutile, anzi disutile contrapporre alla nazione l’europeismo (cosa sia poi quest’ultimo sarebbe tutto da analizzare), facciamoci furbi, riabilitiamo in senso sentimentale la nazione purché questa non pretenda davvero di essere sovrana. Si tratta di un articolo molto interessante perché al contrario della grossolanità espressa dai politici e giornalisti di giro che sovrappongono tout court, sovranismo e nazionalismo, Belardelli invita l’oligarchia a smetterla  con la demonizzazione delle nazioni perché proprio questo rafforza il sovranismo che è poi ciò che davvero preoccupa i poteri  elitari come fonte di problemi infiniti per la post democrazia globalizzata.  Detto con una metafora: non combattiamo scioccamente l’aspetto “folcloristico” purché la cassa rimanga nelle mani degli organizzatori,  cerchiamo di far nostro il tema in maniera da dirigerlo sulla strada che vogliamo.

Ho la certezza che si tratti, almeno a livello italiano, di un colpo di diapason per dare il “la” all’orchestra sinfonica dell’informazione. Il programma non è ancora stato scritto, ma i tromboni stanno già accordando gli strumenti.

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Allonsanfàn

gj-992edSpesso le analogie portano a sentieri interrotti, altre volte invece riconducono alla strada maestra smarrita a causa di una bussola impazzita. Così oggi vi propongo una relazione, un contatto tra due epoche diverse, ma ancora così contemporanee da permettere la formazione di un arco elettrico sebbene tra di due elettrodi ci siano quasi 150 anni di distanza. Leggo da Le Figaro dell’ 8 giugno 1871  “…il saccheggio e il fuoco dei nostri quartieri più ricchi non lasciano spazio alla pietà – oggi la clemenza sarebbe pazzia. La repressione deve eguagliare il crimine e, mentre spera nel prossimo ristabilimento della legalità, è auspicabile che Parigi rimanga sotto il dominio militare fino al giorno in cui è stata completamente epurata.” 

Il redattore di quell’articolo di fondo è ignoto, mentre è noto l’autore di quest’altro brano diffuso su Radio Classique il 7 gennaio scorso: “Quando vedi ragazzi che picchiano uno sfortunato poliziotto a terra, lascia che la polizia usi le loro armi una volta sola! […] Abbiamo il quarto esercito del mondo, è in grado di fermare queste schifezze! “ Si tratta di Luc Ferry uno di quei filosofi a tempo perso, ma in realtà uomini di potere di cui la Francia è uno dei giacimenti più notevoli al mondo. E’ stato anche ministro dell’educazione sotto Chirac mentre mandava le sue figlie in una scuola privata e prendeva un lauto stipendio dall’università Diderot senza avervi mai messo piede. Insomma avete capito il tipo che si può trovare a Cabourg  come a Capalbio 

L’analogia tra i due brani che riguardano rispettivamente la Comune di Parigi e l’insurrezione dei gilet gialli è evidente in sé e nel suo richiamo alla repressione come unica via d’uscita dalla situazione, senza alcuna apertura problematica o considerazione politica sul significato delle proteste: il potere non si discute, specie quando è davvero messo in discussione. Ovviamente ci sono infinite differenze tra questi eventi, ma anche alcuni punti di contatto: entrambi nascono infatti 1) nel momento di massima internazionalizzazione del capitale e dunque di svalutazione del lavoro; 2) al culmine delle disuguaglianze, visto che il reddito medio della borghesia medio alta impegnata nell’amministrazione o negli affari equivaleva a circa 288 volte quello di un minatore ovvero dell’operaio meglio pagato dell’epoca; 3) nel periodo di massimo e ambiguo legame tra affari e politica nonché di fusione tra capitale bancario e  industriale; 4) nel pieno  della trasformazione imperialistica europea. Quasi come il cacio sui maccheroni del discorso, Luc Ferry ha tra i suoi avi Jules Ferry, uno dei maggiori promotori della politica coloniale francese, oltre ad essere noto per lo smisurato arricchimento costruito sulla carestia durante l’assedio di Parigi (di cui era sindaco) da parte dei prussiani. Della questione ne parlò anche Marx ne La guerra civile in Francia.

Non c’è alcun dubbio che il combinato disposto tra egemonia culturale con la sua sterilizzazione delle lotte sociali e la nascita della rete con il suo business online, sta creando effetti analoghi se non più rapidi e drammatici di quelli di 150 anni fa, provocando la disgregazione della società del dopoguerra e i suoi assetti, visto che ormai le multinazionali e il capitalismo finanziario rastrellano la maggior parte dei profitti. E’ abbastanza chiaro che l’oligarchia è preoccupata, ma d’altronde manca ormai di strumenti politici e retorici che non siano l’aperta repressione della “dissidenza” sociale: ciò che colpisce nel caso francese è proprio l’assenza quasi pneumatica di qualsiasi apertura che non sia quella dell’obolo concesso al mendicante. Un poliziotto delle forze antisommossa ha rivelato a Le Monde la sostanza dei briefing per gli 8000 uomini fatti convergere su Parigi: ” se perdiamo questa battaglia, tutto può crollare”. Bisognerà capire in quanto tempo le forze che cercano di salvare il soldato Macron, arriveranno a capire che quel tutto non li riguarda affatto. E questo vale in ogni luogo e contrada del mondo.


Macron e quella scia di fumo rosso

desfile-dia-de-la-bastilla-francia-2018Fate caso alla foto accanto, scattata durante la parata militare del 14 luglio a Parigi e chiedetevi cosa non funziona: è facile, una delle scie azzurre è stata sostituita con una rossa non per un errore, praticamente impossibile in un meccanismo così oliato, ma per segnalare l’estremo disagio dell’Armée e il suo ultimatum a Macron con cui sta maturando una rottura insanabile. La scia rossa in codice precede di pochi giorni l’esplosione dello scandalo Benalla (qui) stranamente tirato fuori in primis proprio dal quotidiano dell’establishment francese, ovvero Le Monde e che dilaga ormai senza freni: si è saputo infatti che la guardia del corpo del presidente aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà esclusiva e privatissima di Brigitte ed Emmanuel, aveva libero accesso a tutti i luoghi del potere, faceva parte del Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader, è sospettato di essere un agente segreto del Marocco e come se questo non bastasse si cominciano a scoprire legami con gli attentati al Bataclan e allo Stade de France: tutte cose che escono dal ministero degli Interni e dalle centrali investigative di solito riservatissime sugli affari che riguardano i potenti, ma che riflettono uno stato d’animo critico,  alimentato da decine di dichiarazioni anche antecedenti allo scandalo provenienti proprio da quegli ambienti e da quegli uomini che avevano costruito Macron. Qualcosa che ricorda in qualche modo la traiettoria di Renzi.

Il presidente dal canto suo non reagisce come ci si aspetterebbe visto il suo carattere, anzi sembra preso da una sorta di atarassia politica, come ipnotizzato da ciò che sta accadendo, quasi sopraffatto da uno scandalo che viene proprio dalla parte che non si aspettava, fa finta di non vedere le scie rosse in cielo e resta silente di fronte all’affaire Granier, motociclista  della Guardia presidenziale messo in un manicomio dopo che il 4 maggio aveva denunciato in un video “gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”. Qualcosa che non parrebbe proprio folle se pensiamo che lo stesso prefetto di Parigi si spinge a denunciare “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano“.

Ora a me interessa pochissimo cosa facciano o non facciano nelle segrete stanze Macron e l’aitante tunisino, anche se la battuta che circola secondo cui Brigitte sarebbe solo la deuxieme dame de France è divertente: lo scandalo semmai è nei pestaggi compiuti dalla guardia del corpo e coperti dal’Eliseo, nell’oscurità dei personaggi cui si lega il presidente dando loro un credito e un potere spropositato. Mi dilungo sulla vicenda perché essa ha un dirompente significato politico che non vale soltanto per la Francia, ma per tutti i Paesi europei, se non per l’occidente intero.

La prima domanda che occorre farsi  è se, Jacques Attali, promotore e ideologo  dell’oligarchismo elitario nonché principale artefice della costruzione di Macron e della sua elezione, sia l’eminenza grigia dello scandalo che sta travolgendo l’Eliseo o ne sia una delle vittime. In questo secondo caso potremmo dire che il globalismo finanziario e lo sfascio della democrazia reale ad opera delle sue concezioni si sta esaurendo, che il pendolo è arrivato al massimo della sua oscillazione e ora siamo di fronte a un giro di boa che impone anche ai più severi tutori dell’ortodossia neo liberista e delle sue prassi politiche, di abbandonare i personaggi più compromessi come se fossero  la zavorra di una mongolfiera in caduta libera. Se invece, come  è lecito sospettare, dietro questo attacco a Macron c’è proprio Attali, si può pensare che sia proprio il pensiero unico, per resistere alla rabbia sociale creata dai suoi dogmi, a voler  rispolverare un senso identitario che si voleva cancellare per gestirlo a proprio favore e in senso antisociale, una tesi che mi vanto di aver espresso da almeno un anno a questa parte. A testimonianza di questa ipotesi si potrebbero chiamare al banco la messe di articoli che un po’ ovunque, Italia compresa, cominciano a considerare negativamente la demonizzazione delle culture di area nazionale e a rigettare l’europeismo totalitario: si tratta di interventi significativi proprio perché fatti dagli attivisti e dai cattivi maestri delle concezioni sulle quali ora cominciano a fare marcia indietro. E vedrete che tempo qualche settimana anche i peana a Marchione lasceranno il posto a fondati dubbi.

Naturalmente quando un concetto complesso viene espresso con una sola parola, com’è obbligatorio  nella contemporaneità anglofona, gli equivoci e l’ambivalenza sono di casa e anche su questo gioca il potere: diciamo che tra senso di appartenenza a una comunità storica e culturale e l’identitarismo volgare c’è un’oceano di mezzo, ma vorrei sollecitare chi vuole e chi può a pattugliare queste acque perché i prossimi decenni, che lo si voglia o meno, saranno decisi da quale delle due visioni finirà per prevalere. L’astensione, specie quella dettata da snobismo,  è sempre perdente.


L’europa che va a Nafta

p9-samuelson-a-20171031-870x698Qualche giorno fa, con sorpresa di tutti e soprattutto dei suoi omologhi europei, nonché dei grandi ricchi, il presidente americano ha accennato alla possibilità di rivedere il trattato Nafta che riunisce Usa, Canada e Messico in una sorta di mercato comune abbastanza simile a quello europeo degli anno ’70 e ’80 e identico nella sostanza al Ttip che si è cercato di imporre da questa parte dell’Atlantico. O meglio ha accennato all’inserimento di una clausola che dovrebbe prevedere la ridiscussione di questi trattati ogni certo numeri di anni e l’eventuale uscita di uno o più Paesi dall’accordo. Ovviamente la posizione della Casa Bianca è in relazione alle politiche dell’America first, teso a recuperare in una ottica di neo egoismo liberista di cui ho parlato ieri (qui) i supposti vantaggi concessi agli altri due Paesi, tuttavia ha toccato un tema fondamentale perché è una caratteristica tipica delle istituzioni democratiche prevedere una variabilità degli assetti e delle politiche: le elezioni a scadenza prefissata e la durata temporalmente ridotta di qualsiasi carica, l’assenza se non marginale e puramente onorifica di cariche a vita, ne sono la pietra angolare. Gli unici elementi da considerare entro certi limiti immutabili, ossia le costituzioni, sono proprio quelle che inquadrano istituzionalmente e regolano la variabilità.

Magari non volendo Trump ha scoperto un vaso di Pandora perché è evidente il contrasto fra i trattati internazionali che non prevedono uscita di sorta come fossero scolpiti nell’eternità e la natura stessa della democrazia. Ora il Nafta, così come i trattati dell’Europa, sono stati sottoscritti nel ’94 soltanto dai governi dei Paesi che ne fanno parte e che hanno cercato in tutti i modi di tenere lontane le loro popolazioni da ogni decisione o dubbio al riguardo. Tuttavia per un momento facciamo finta che l’adesione al Nafta sia stata invece presa con una grande partecipazione, magari attraverso appositi referendum: cosa autorizza a pensare che solo per questo il trattato debba avere un carattere di eternità e intoccabilità? Le situazioni cambiano rapidamente, gli effetti imprevisti di certi accordi potrebbero non essere stati compresi e altri negativi (il Nafta ne ha a decine compreso quello di regalare alle multinazionali una facoltà legislativa di fatto) non essere stati calcolati, il contesto in cui sono stati siglati potrebbe mutare radicalmente dopo un po’ di anni, le conseguenze inizialmente utili e approvate potrebbero divenire successivamente sfavorevoli o potrebbe cambiare completamente la cornice politica dentro la quale l’accordo stesso è stato concepito. Dunque l’eventualità che la volontà popolare muti non può certamente essere esclusa dal quadro complessivo. E’ la stessa ragione per la quale andiamo alle elezioni ogni cinque anni e non una volta per sempre.

Dunque qual è il motivo per il quale i trattati internazionali, soprattutto quelli di natura economica,  dovrebbero essere intoccabili e vincolanti per l’eternità? Una ragione esiste, ma non è di natura politica, anzi si propone come l’esatto contrario della democrazia e il massimo dell’ oligarchia possibile: si sostiene infatti che l’immutabilità dei vincoli, anche  quando essi si rivelino soffocanti e indesiderati, quando diventano  anacronistici e controproducenti o quando sottraggono rappresentanza ai cittadini,  fornisce comunque certezza per le imprese. Siccome la cosa  vale comunque anche le normali elezioni (che infatti nel contesto neo liberista sono a mala pena sopportate come velo rituale) c’è da pensare che il profitto dell’impresa sia l’unica cosa sul quale debbano essere fondate le istituzioni. Ecco perché qualunque trattato fra paesi di democrazia formale dovrebbe avere clausole di revisione, magari a scadenze prefissate e comunque strumenti di fuoriuscita concordata, proprio perché l’immutabilità dei vincoli è la confutazione del sistema decisionale democratico. Il fatto che in questo campo l’unico difensore della sovranità popolare, anche se in modo indiretto e forse nemmeno del tutto consapevole sia Trump,  la  dice lunga sullo stato preagonico della democrazia nel XXI° secolo.

Ora immaginiamo per un attimo che i trattati europei prevedessero una ricontrattazione a scadenza per esempio di dieci anni e una possibilità di uscita unilaterale, ma concordata qualora le condizioni iniziali di adesione dovessero cambiare: non saremmo nelle condizioni in cui siamo semplicemente perché i diktat avrebbero vita molto breve e quelli che vogliono comandare sarebbero costretti a mediare o per lo meno a non esagerare, senza dire che molte decisioni sarebbero molto più ponderate e rispettose degli altri. L’ Europa sarebbe forse più complicata, ma probabilmente unita e  certamente molto più democratica di quanto non lo sia oggi, governata com’è dalle lobby che hanno l’aspirazione a essere immutabili.


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