Archivi tag: oligarchia

Referendum: il punto di non ritorno della democrazia italiana.

jasondecairestaylor1Ci sono buone probabilità che dalla prossima settimana la democrazia italiana chiuda definitivamente bottega dopo una lunga stagioni di sconti e di svendite che l’hanno via via fiaccata, svuotata e dopo la crisi piegata ad ogni elemosina, anche la più bugiarda o avvilente. Però gli esiti finali del pensiero unico e dei memi da importazione innestati su un capitalismo di relazione con  i suoi clan e la sua corruttela intrinseca che ora confluiscono nella “Costituzione specialissima” non si sono concretizzati sotto l’egida del loro naturale portatore, ma sotto quella di chi giurava ogni giorno che occorreva combattere il tiranno delle cene eleganti. Berlusconi è stata la botte nel quale il vino della sinistra e dell’opposizione alla società diseguale e sotto controllo finanziario si è tramutato in aceto, anche se incredibilmente qualcuno dà ancora retta ad etichette prive di senso.

In Italia ciò che fa male è l’infimo livello nel quale tutto questo si è prodotto e la miseria etica e intellettuale di ambienti a sinistra ma di Paperino che via via da Marx sono passati al piduismo compassionevole di Renzi. Ma fenomeni simili sono avvenuti in tutto l’Occidente portando via via a un punto di rottura che si esprime nei conati oligarchi in Europa o nell’inattesa ribellione degli elettorati. Un esempio è la Francia dove il traditore Hollande ha finito per  distruggere ciò che rimaneva del socialismo e adesso non può ripresentarsi candidato alla presidenza pena la ridicolizzazione. Così in campo per l’anno prossimo rimangono Marine ( sintesi fra i due nomi Marion  e Anne) Le Pen e, a sorpresa, Francois Fillon, sbucato dalle retrovie quando già Sarkozy pensava di avere in tasca la nomination della destra. Ma chi è Fillon? Presto detto, un vecchio arnese cattolico tradizionalista con venature anti islamiche tenute a freno solo dai soldi dell’Arabia Saudita il quale ha presentato un programma ultra liberista nel quale si prevede il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici e un piano di tagli draconiani del welfare per portare a un deficit zero nel 2022. Qualcosa che  non è solo un massacro sociale, ma che smentisce ogni istinto della Francia e del suo patto sociale. Insomma è un fan della globalizzazione e della diseguaglianza come motore economico, è portatore di quei concetti da dozzina, slogan e idee ritrite sulla cui cui china si è avviata la crisi con in più qualche ostia consacrata, qualche xenofobia di ritorno e anche un sentore di gollismo a fare da contrasto .

Tuttavia l’elettorato socialista finirà per votare compatto per lui: paradossalmente il pericolo della destra è agitato dalla destra di osservanza finanziaria visto che la socialdemocrazia ormai può essere soggetto solo di messe a suffragio, non essendo riuscita a rinnovarsi e trovandosi fuori contesto nel passaggio dalla fase produttiva a quella finanziaria del capitalismo. La sinistra che sopravvive è solo quella più radicale e antiglobalista purtroppo rappresentata dal personaggio più inafferrabile e incoerente possibile, quel Jean-Luc Melenchon la cui dichiarata appartenenza massonica, la cui entusiastica approvazione della guerra di Libia e le cui esternazioni sul comico Dieudonné dopo i fatti di Charlie Hebdo (“Noi abbiamo vinto, noi repubblicani, quindi gli altri si chiudano la bocca, bisogna reprimere con pugno di ferro)  lasciano più di un dubbio sul trozkismo incappucciato. Insomma per non farla troppo lunga è, mutatis mutandis, la stessa cosa che avviene in Italia, anche se Renzi è parecchio svantaggiato perché non può invocare la presenza di concorrenti di derivazione fascista, ma deve accontentarsi del minor brivido suscitato dal populismo per non parlare della destra berlusconiana di cui proprio lui è la migliore espressione: si chiede all’elettorato che si auto proclama e si auto considera democratico non si sa bene in base a cosa e a quello progressista di votare l’esatto contrario rispetto ai propri principi solo in base alla fedeltà al brand, a prescindere dal nuovo prodotto. E per evitare cosa? Ciò che proprio lui rappresenta in pieno ossia il congelamento delle caste economico politiche e l’aumento del loro potere attraverso lo scardinamento progressivo dei diritti e delle tutele finora garantire dalla Costituzione.

Certo il tutto avviene dentro un immondo mercato dove si mostra in catalogo merce che non esiste, come gli aumenti al pubblico impiego, la crescita dell’occupazione o la mitica ripresa, ma questo è solo folclore nazionale che sfrutta l’atavica propensione a scambiare il contingente con l’essenziale, a essere polli, a vivere dentro i tanti alibi della doppia morale e dentro al culto di un nuovo futile e, come dire, privo di vera dimensione temporale, analogo a quello che spinge a svenarsi per comprare a molte centinaia di euro il nuovo cellulare che in produzione ne costa 4o compreso il non piccolo profitto del fabbricante. La sostanza è che con il referendum si definisce il punto di non ritorno della democrazia italiana. E del Paese stesso che viene scagliato dentro una contrapposizione che finirà per distruggerlo. Ma evidentemente c’è chi tiene più all’asino di Rignano , così nuovo, così wow, così intelligente, così 80 euro che ai fondamenti della democrazia. E questi avranno esattamente ciò che vogliono: meno libertà e senza nemmeno l’elemosina promessa che saranno invece loro a versare al potere.

Advertisements

Tre uomini in barca

renziventotenevertice10Chissà, magari qualcuno che legge questo blog si sarà chiesto perché consideri intollerabile e sospetta la campagna ossessiva e sguaiata contro la Raggi cui vengono dedicate più pagine di quelle dell’11 settembre. C’è un assessore forse indagato? Bene se ne chiedano le dimissioni, le esigano i giornali, si muovano i cinque stelle, ma costruire una massiccia offensiva politica su un peccato iniziale e tutto sommato veniale o almeno considerato tale in questa Italia è grottesco. Ricordo en passant che nella giunta Marino c’erano 4 assessori contemporaneamente “attenzionati” dalla magistratura, che in quella di Sala a Milano si è già dovuto dimettere un assessore e che lo stesso sindaco, ineffabile guida del disastro materiale ed etico dell’Expo,  è nel registro degli indagati per aver mentito nella sua autocertificazione, senza parlare degli stipendi d’oro e dell’affollamento famelico di leopoldini a Palazzo Marino. O che a Pistoia è indagata l’intera giunta in blocco.

Però non è la scandalosa disparità dei media a farmi malmostoso, quanto le ragioni di tutto questo che certo ha radici in questioni locali come l’accanita resistenza delle cupole di potere e magna magna della capitale, la paura del guappo di Rignano che ormai si attacca a qualunque cosa salvo che a quella giusta, ovvero il tram (penserei a un altra cosa però non si può dire) e last but not least la rabbia del famelico ambiente che vuole fare il pieno di denaro pubblico con le olimpiadi,  ma riflette la profonda e anzi mortale ostilità delle forze legate all’oligarchia europea contro qualsiasi cosa rischi di rompere le uova nel paniere del loro disegno reazionario. Un’ostilità che si incarognisce e assume forme grottesche via via che la realtà delle cose emerge dalla palude: non solo il fallimento dell’ideologia neo liberista, non solo il tralignamento dell’Europa da spazio di libertà possibile a seconda patria di banchieri, multinazionali e Nato, ma anche la volontà di farla finita con la democrazia, con le sue regole, le sue speranze, le sue tutele.

Tutti ricordiamo le profezie di sventura che venivano diffuse dagli aruspici dell’economia di Bruxelles e Berlino e megafonate ogni momento prima del brexit: se fosse passato avrebbe messo in ginocchio la Gran Bretagna, sarebbe stato come un bombardamento atomico. E invece il Paese ha ripreso fiato dopo l’uscita, la cosa che gli europoteri temevano davvero. Tutti abbiamo assistito ai giganteschi brogli in Austria in occasione delle elezioni presidenziali per far vincere il candidato europeista, peraltro iperliberista e apertamente reazionario, nonché anti russo per via di una famiglia molto attaccata alla croce uncinata. Un’operazione talmente estesa che alla fine è emersa costringendo a nuove elezioni: e ora che i sondaggi danno per assoluto perdente il personaggio di Bruxelles si cerca di far slittare la data delle nuove elezioni. Vediamo da vicino il tentativo da noi di deformare la Costituzione in senso autoritario e con un un sistema elettorale pre fascista, uno sforzo che rischia di essere vanificato dall’esaurirsi della favola bella della ripresa con cui si è cercato gli coglionare gli italiani. Abbiamo assistito al tentativo di orientare e distrarre l’opinione pubblica con il terrorismo la cui fiammata è semplicemente dovuta alla creazione di caos occidentale in medio oriente, senza però che la paura abbia la minima possibilità di far tornare in vita Hollande, la cui opera finale è stata solo quella di distruggere il partito socialista.

Insomma tutta la potenza di fuoco sta perdendo di efficacia, nell’intrico di contraddizioni, come dimostra la cocente sconfitta elettorale della Merkel in Meclemburgo. I tre uomini , Hollande, Renzi e Merkel (la cancelliera ha senz’altro più palle degli altri due) che dal ponte di una portaerei hanno festeggiato il manifesto di Ventotene, testo sacro dell’europeismo, sono tre appunto tre uomini in barca. Anche se hanno fatto bene a a festeggiare perché quel testo che evidentemente nessuno si è dato la pena di leggere e ancor meno di capire, inserendolo a scatola chiusa alla collezione di feticci, è il prologo a quanto è accaduto dopo. E’ la profezia dell’oggi anche se proiettato in un mondo del tutto trasformato. Non c’è dubbio che nella campagna contro la Raggi, oltre alle cause aristotelicamente efficienti,  ci sia un riflesso umorale di tutto questo: la volontà di colpire ad ogni costo ciò che non fa parte integrale della santa alleanza di Bruxelles, dei partiti amici e sicuri, degli apparati consenzienti, dei pescicani che fanno bottino in queste acque.

Sottolineare con forzature e bugie che la  generale e variegata opposizione al disegno derivi solo dalla xenofobia o dall’incompetenza (da che pulpito poi) , così come viene quotidianamente propagandato, è un argomento a doppio taglio perché  in ogni caso è il risultato della guerra tra poveri ovvero  uno degli strumenti principali del neo liberismo nella sua battaglia contro la democrazia e per la disugualianza. Strumento che riguarda gli individui portati a considerarsi come avversari, la divisione delle classi popolari e dunque anche l’immigrazione nella quale si toccano oltretutto corde ancestrali. Si raccoglie solo ciò che si è seminato.


Aspettando Saigon

statua_pistolaLa guerra del Vietnam cominciò che non ero ancora passato per il primo giorno di scuola e finì che ero già laureato, ma se ne cominciò a parlare solo dopo l’incidente del golfo del Tonchino quando cioè ero al ginnasio e divenne il calco della guerra imperialista mentre ero al liceo e all’università, senza che nemmeno si conoscessero le stragi compiute dai bombardamenti in Cambogia o quelle derivanti dalla campagna aerea terroristica su Hanoi e Hai Phong o di My Lai e senza che la stampa occidentale riportasse il fatto che gli Usa, pur nel contesto di un dominio sostanziale dell’aria persero quasi mille tra caccia e bombardieri negli scontri con la piccola aviazione Nord vietnamita addestrata in Cina, una notizia decisamente inopportuna. La mia cronologia scolastica serve a riannodare ricordi di cose completamente sconosciute alle generazioni più giovani che di quella guerra hanno appreso dai film americani, dunque priva di qualsiasi contesto riguardante il nemico, cosa che per altro accade anche con i conflitti di oggi.

E tuttavia a distanza di tanti anni, in un territorio temporale dove non si ha ancora storia in senso proprio, ma solo una cronaca depurata dalle scorie più grossolane  della propaganda di allora, molte cose di quella guerra sfuggono. Tutti, compreso ovviamente il sottoscritto, inquadravano il conflitto  nell’ambito della guerra fredda, della battaglia fra capitalismo e socialismo reale, delle aree di influenza e della politica nazionale, tanto che le cronache della guerra fecero anche delle vittime politiche come Enrica Pischel che su Rinascita doveva scrivere con lo pseudonimo di Silvia Ridolfi per evitare di essere licenziata dall’Ispi , Istituto per gli studi di politica internazionale, dove era ricercatrice. Ma alla fine fu cacciata lo stesso dall’Istituto ahimè ancora esistente e che agisce sotto il cappuccio di Washington. In realtà l’intervento americano iniziato certo come una specie di seconda Corea aveva significati più ampi e purtroppo attualissimi. Basta ricordare le parole pronunciate dal presidente Johnson nel 1966 e recentemente riportate da Noam Chomsky. In un discorso dedicato alle truppe schierate in Vietnam cercò in qualche modo di giustificare una guerra poco sentite con questa straordinaria affermazione: “Noi siamo solo 150 milioni mentre loro sono 3 miliardi e se la forza crea il diritto ci prenderanno ciò che abbiamo; ci spazzeranno via e si prenderanno quello che abbiamo, quindi in Vietnam dobbiamo difenderci”. Qui bisogna stare bene attenti ai numeri. A quell’epoca la popolazione americana era di 180 milioni non di 150, ma questa è la cifra giusta se si sottrae il numero dei neri, dei nativi e delle altre minoranze etniche di origine asiatica e latina (allora assai meno numerose di oggi). Dunque Johnson parla dell’america bianca, cosa non del tutto sorprendente per un personaggio chiamato da Kennedy alla vicepresidenza proprio per non alienarsi i segregazionisti del Sud.  Ma poi chi sono quei tre miliardi? Non certo i Nord vietnamiti e nemmeno gli abitanti del mondo comunista: basta prendere il vecchio atlante De Agostini per accertarsi che in quell’epoca 3 miliardi era l’intera popolazione mondiale: il boom demografico del terzo mondo che oggi ha più che raddoppiato quella cifra, anche grazie a una demografia più accurata, era appena agli inizi.

Questo ci fa comprendere come la battaglia contro il comunismo non sia stato solo un fine, ma soprattutto un mezzo per imporre un ordine mondiale, opera che paradossalmente è cominciata proprio con l’esaurirsi dell’esperimento  sovietico. Ciò che è successo dopo era già in qualche modo scritto e detto: non la dissoluzione della Nato dopo la scomparsa del grande nemico, anzi il suo illogico potenziamento e trasformazione in strumento per i fini esclusivi di Washington praticamente in tutto il globo, la continua azione per il controllo delle aree strategiche per posizione geografica o per risorse, la sfacciata pretesa di condizionare Paesi vassalli con le buone, con le cattive o con lo spettro di una democrazia ridotta a fantoccio, la creazione artificiale di guerre e “liberazioni” inesistenti, l’uso improprio dello strumento militare per favorire la propria economia e le proprie multinazionali. Insomma tutto ciò che vediamo oggi con estrema chiarezza, compresa l’ossessione drammatica, ma non senza tratti grotteschi e ridicoli di “circondare”, provocare e rovinare Paesi che si annunciano o riannunciano come rivali.

In questa incessante lotta contro quei tre miliardi che nel frattempo sono diventati sette, le amministrazioni americane hanno dovuto sempre più cercare e comprare o imporre l’alleanza delle altre elites, si tratti dell’Europa o dell’America latina, risucchiando democrazia come un’idrovora e lasciando al comando oligarchie subalterne e proprio per questo fedeli per impotenza. Tutto ciò che ostacola questa globalizzazione elitaria a guida americana entra nel mirino ed è sottoposta, a sanzioni, a terrorismi, a guerre se proprio non può essere comprato. Ma certo ora il gioco di fa più duro, le stesse logiche a base di un’ideologia assurda, hanno creato avversari potenti e l’impoverimento a cui queste stesse logiche portano, rischiano di portare scompiglio nella tela di ragno. Ma visti i presidenti che si annunciano forse c’è ancora Saigon nel destino di Washington.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: