Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come in Bangladesh, peggio che in Lituania o in Ucraina. Il 13 luglio una bracciante agricola della provincia di Taranto è  morta di caldo sotto i tendoni dove “acinellava” l’uva da tavola  per 30 euro al giorno. Si svegliava alle 2 di notte per ritornare a casa alle 17. E il giorno dopo ricominciava,  come altre   40mila donne italiane vittime delle agenzie di lavoro interinale, che così oggi si chiama il caporalato, trasportate con gli autobus come carri bestiame su e giù per tutta la Regione, dalla provincia di Taranto alle campagne del nord della Puglia.

Non ha avuto nemmeno l’onore della cronaca: solo ieri la Cgil ha denunciato l’accaduto. Così come non ha avuto autopsia,  che pare sia “naturale” crepare sotto il solleone per chi svolge il lavoro meno pagato in agricoltura: 27-30 euro a giornata. Non è stata nemmeno riportata a casa, trasferita direttamente dal campo alla cella mortuaria dove l’hanno trovata i familiari.

 

Chissà se parlava anche di lei il premier in missione in Giappone per “riposizionare” il Paese, dopo anni di “decrescita infelice”, quando si è permesso sfrontatamente di esortare la gente del Sud a “rimboccarsi le maniche e a smettere con i piagnistei”. Il giovinastro indifferente perfino al tornado di casa sua, mostra di avere così a cuore la questione meridionale da indire una riunione tematica della direzione del suo partito personale venerdì 7 agosto nella afosa controra, nella quale, per rettificare inopportune sortite verrà sciorinato  il solito repertorio di sfacciate cazzate, quelle buone per tutte le occasioni e tutte le stagioni: faremo un piano Marshall per il Sud, vogliamo una grande Officina per il Meridione, il nostro Mezzogiorno è un giacimento prezioso da sfruttare. Magari ripescheranno anche la raffica sparata un po’ di tempo fa da quel  mitragliatore di infami provocazioni, Fabrizio Rondolino, entusiasticamente convertito alla neo-grullaggine, che per il nostro meridione sognava la profittevole trasformazione in una grande Sharm el Sheikh europea.

E come no?  una cifra di questo ceto dirigente sta nella supponente convinzione di essere esenti, di chiamarsi fuori da un destino comune, di essere risparmiati in quanto cerchia superiore, annessa sia pure provvisoriamente a potentati, per ubbidienza e assoggettamento volontario ai loro comandi, dal destino di retrocessione scritto per noi e per il Paese, quello di una meridionalizzazione dell’Italia, di un processo che fa giustizia, ingiusta,  di una unificazione vissuta come un Anschluss mai veramente accettato da ambo le metà di un Paese molto, troppo, lungo, rendendo omogenei, e al peggio – a pari erosione di diritti, a uguale cessione di beni comuni, a affine cancellazione di Welfare, a analoga svendita di patrimonio pubblico –  Nord e Sud.

Non occorreva un premio Nobel e qualche aspirante tale, per interpretare le spinte verso giù esercitate dall’impero finanziario e dalla sua ancella Europa come una mezzogiornificazione di tutta l’Italia come propaggine africana da colonizzare, sfruttare,  schiavizzare, tutta, compreso quel Nord un tempo dinamico e operoso, sprezzantemente critico dei costumi dissipati dei terroni, tanto da accreditarsi come parte di un contesto eccellente e trainante, come un Belgio interno, pingue e opulento. E che da anni, immiserito e mortificato dalla perdita di certezze, beni, prospettive si rafforza sciaguratamente con gli stereotipi d’un tempo, mai tramontati, generosamente suddivisi tra meridionali e extracomunitari, tutti parimenti parassitari, tutti ugualmente improduttivi,  tutti similmente esposti alle infiltrazioni mafiose e istintivamente o necessariamente trasgressivi, come chiunque non abbia niente da perdere, né futuro né memoria della dignità, un passivo e un fardello insopportabili.

C’è stato un tempo nel quale si credeva  che all’interno di nazioni e aree regionali fosse fisiologico e inesorabile un dualismo tra aree più progredite e aree marginali rispetto allo sviluppo, ovvia ricaduta di quello settoriale tra industrializzazione e agricoltura  e che progresso e benessere fossero la cura naturale. Ma poteva crederci solo chi ha riposto fiducia nella credenza non solo popolare che la manina della provvidenza sotto forma di capitalismo, distribuisse seppure non equanimemente, ricchezza per tutti.

E quello che sta accadendo dimostra che non solo non si sono riparate secolari disuguaglianze, ma, peggio, sono state e saranno incrementate con ricchi sempre meno numerosi e sempre più facoltosi e avidi e poveri sempre più indigenti e umiliati. Così la prepotenza finanziaria che ha preso il posto dell’economia produttiva, ha dato luogo alla desertificazione industriale del Mezzogiorno, la riduzione degli investimenti ha ancor più limitato lo sviluppo e la manutenzione infrastrutturale, il trend del mercato del lavoro registra indici di disoccupazione senza più speranze per giovani, donne, “espulsi”, così che il numero delle famiglie assolutamente povere dal 2007 al 2013 è aumentato nel Meridione di quasi due volte e mezzo. Con la conseguenza  inevitabile che si ripropongano ondate di emigrazione all’estero:  in base alle previsioni Istat in un cinquantennio il Mezzogiorno perderebbe quasi 5 milioni di abitanti.

Un Sud sempre più povero di un Paese sempre più povero ricomincia ad essere presentato come “un morto che afferra e trascina nella fossa un vivo”. In realtà il vivo è un moribondo che condivide con il defunto la vocazione a essere un “paradiso popolato da diavoli”, bello, ricco di memorie e risorse, ma nelle mani di una classe politica corrotta, impreparata, inadeguata, cinicamente spietata, clientelare e familistica, dedita a dissipazioni sgangherate e megalomani, a ladrocini perversi, a oltraggi ingiustificati se non dalla subalternità nei confronti di un padronato internazionale che dal peggio ricava il meglio per sé. E che al Sud come al Nord cavalca risentimenti, revanscismi, istanze di risarcimento,  arricchendo le industrie della protezione e del familismo, come le imprese della paura e della separatezza,  favorendo il predominio di processi di esclusione su quelli di inclusione.

C’è una maledizione che accomuna le due metà d’Italia, che le condanna a incontrarsi senza riconoscersi sotto il peso di rifiuti, veleni, inquinamento, malaffare, disoccupazione, rancore, infelicità.

L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà: ricordavo giorni fa la profezia mazziniana. Non era una predizione, era un anatema e una dannazione.