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Ceto mediocre

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è capitato di sbirciare nel profilo di un “conoscente” di Fb un post che ha incontrato un certo favore del pubblico, nel quale si enumerano quelle qualità speciali  del presidente del Consiglio che alla “marmaglia” populista, in odor di neofascismo, possono sembrare vizi innominabili.

Si va dall’aspetto distinto e dal look formale “proprio come un leader straniero”, alla   proprietà di linguaggio; dall’onestà confermata dal non aver fatto fuori  “49 milioni agli italiani né qualche decina alla sanità lombarda”,  all’abitudine ormai rara di non farsi fotografare mentre fa il pieno di schifezze nazionali e esotiche,  dalla riservatezza pudica che gli vieta di rivelarci il suo intimo,  di farsi immortalare durante passeggiate intemperanti con la fidanzata e di fare pubblica ostensione della prole, all’educato uso di mondo grazie al quale non molesta cittadini suonando imperiosamente i campanelli, fino a quell’approccio laico che inibisce a lui, sia pure fervente cattolico, di sbaciucchiare sacre immaginette e sgranare rosari live e on demand.

In una parola fervidi democratici e ardenti antifascisti non possono che compiacersi che le sorti del paese siano nelle mani dell’incarnazione dell’anti- salvini.

Vale poco ricordare l’angelo che con la spada fiammeggiante combatte l’odierno anticristo, si è lasciato andare a delicate confidenze urbi et orbi sul culto del santo di Pietralcina del quale conserva in portafogli l’immaginetta, che gli avrebbe insegnato l’umiltà e la preghiera, che è vero che non scampanella apostrofando incivilmente gli sconosciuti, però impegna i centralini di Palazzo Chigi con le telefonate dei fan, che non va a spasso con la morosa ma in compenso pare sia molto attento alla tutela dell’attività del suocero.

Vale invece ricordare che all’onestà, condizione necessaria ma non sufficiente,  non basta che non sfilino i portafogli dalla tasche sull’autobus, o facendo la cresta sui finanziamenti elettorali, o dissanguando il magro bilancio dello Stato,  lucrando e approfittando delle partite di giro della corruzione, perché invece esige scelte che non siano lesive del bene generale, che non favoriscano interessi particolari e privati, che abbiano lo sguardo lungo per quanto riguarda il passato in modo che danni e crimini non diventino l’alibi per l’inazione, per quanto riguarda il presente, in modo che sia pure in condizioni difficili non si ricorra a stati di eccezione, forme autoritarie e repressive, che possano compromettere il futuro, generando disuguaglianze, limitazioni delle libertà e del godimento dei diritti.   

È che secondo le nuove regole che hanno disegnato l’identikit del “meglio che ci possa capitare”, un passo in avanti, sembra, rispetto all’abusato “meno peggio” in virtù della situazione straordinaria che si sta vivendo, Conte rappresenta l’idealtipo del politicamente corretto.

Dopo – e prima, purtroppo, a vedere l’esuberanza di certe auto-candidature –  il grigiore feroce del loden montiano, dopo al sfolgorante pacchianeria cafona dei doppiopetto forzitaliani, dopo la sguaiata rozzezza delle felpe, si gioisce delle composte confezioni dell’avvocato di provincia con qualche incursione nel “fighettismo” atticciato con gli spacchetti,  da gagà con la pochette, come icasticamente ha osservato qualcuno.

Non c’è da stupirsi della prevalenza della forma, a considerare il successo del femminismo neoliberista in quote rosa, il trionfo di un antifascismo senza resistenza per il quale la liberazione consiste nel cantare Bella Ciao in poggiolo e non il riscatto da sfruttamento e sopraffazione, la fiducia accordata a un ambientalismo da giardiniere che raccolgono lattine e sacchetti in spiaggia, un’ideale di Lavoro basato su correzioni semantiche, il cottimo che diventa smartworking, l’illegalità che si chiama vantaggiosa mobilità, la precarietà proposta come liberatoria autonomia da vincoli e orari,  una visione dell’istruzione come passaggio formativo preparatorio a occupazioni in più possibile specializzate, atomizzate e infine servili.

Il politicamente corretto infatti si poggia solidamente sul ricorso all’eufemismo, secondo il quale basta addomesticare proverbi, luoghi comuni, consuetudini per far diventare accettabili azioni e comportamenti che favoriscono discriminazione, emarginazione e che offendono, purgandole in una specie di edificante  “Lourdes linguistica” come scrisse quel formidabile polemista Robert Hughes autore della Cultura del piagnisteo, che ultimamente si è sbizzarrita abbattendo monumenti e miti.  

E infatti tutto  il disdicevole deve essere ripulito, più che cancellato: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare, di vestirsi, di scrivere, per uniformarsi  al “modo giusto di fare le cose”, adeguandosi agli imperativi di una maggioranza inquisitoria, insofferente nei confronti di tutto ciò che si “distingue”, che critica, che obietta, che si interroga, che “pensa”.

Così per combattere il fondamentalismo conservatore, deve affermarsi il bigottismo progressista che interpreta il razzismo come peculiarità esclusiva di un pubblico grossolano cui guardare come alla feccia condannata a meritarsi di restare nell’ignoranza brutale delle brutte periferie e definibile come l’indole maleducata alle gaffe inopportune della plebaglia,  o legge l’omofobia, proprio come il sessismo machista,  come il deplorevole atteggiamento del teppista dell’hinterland, oggetto invece di indulgenza quando si palesa come rivendicazione dei fermenti ormonali di vecchi puttanieri.

Per non parlare di quella forma di “dolce violenza” esercitata come ferma persuasione morale, che consiste prima di tutto nello sfoderare modi doverosamente aggressivi e animosi  per deprecare, denigrare e contrastare gli  avversari,  caricando le loro posizioni di tratti biasimevoli e caricaturali, richiamando all’obbligo della dissociazione e dell’anatema, e per poi arruolarli a forza in categorie disonorevoli che è necessario screditare: gente che non si accontenta dell’ecologia di Greta, dell’aiuto umanitario di Carola, dell’antifascismo delle sardine, che non è no vax ma non equipara – come pare faccia l’Europa, l’antiCovid all’antipolio, gente che ritiene che per non essere credibilmente  antixenofobi bisogna cominciare con il condannare colonialismo, imperialismo e le loro guerre di conquista, e con il riflettere su un’immigrazione che è stata promossa e favorita per spostare  merce-uomo dove occorreva  al padrone, poi servita per creare conflitto tra poveri e alimentare diffidenza e ostilità.

Così quelli che ancora si credono élite e in quanto tale, esenti e risparmiati perché culturalmente e socialmente superiori, fanno una quotidiana manutenzione dello loro status “bannando” gli inferiori, mettendo i loro like e il je suis sul profilo in nome di bandiere curate nei colori e nel decoro, pilastro dell’ordine pubblico mondiale, e battaglie che hanno sostituito quelle antiche a classi “cancellate” o rimosse, a ideologie arcaiche e superate, per dare sostegno a minoranze più comode, quelle remote, quelle che si possono omaggiare con un’offerta o una petizione,  quelle benviste dal capitalismo nella sua variante “umanista” e “cosmopolita” , green e tecnologica (i bombardamenti avvengono in remoto, premendo un tasto), integrate e funzionali alla sua sopravvivenza.

Non è semplicistico dire che grazie a questa declinazione della vecchia ipocrisia, il progressismo legittima la sua adesione al neoliberismo, il riformismo autorizza che in suo nome di assecondino le incursioni in armi di sovranità illiberali esterne,  la democrazia ridotta a espressione letteraria  venga usata come copertura da chi ha promosso la fine della partecipazione, da chi permette che si ricorra in nome nostro e della nostra salute a misure eccezionali e che si abusi di strumenti straordinari, che si impongano e si rendano permanente stati anomali, in un delirio di onnipotenza che grazie al regime del terrore è ormai largamente giustificato, accettato, celebrato. Anche se sono invece espliciti e evidenti l’assoggettamento alla sovranità imperiosa delle multinazionali, farmaceutiche,  tecnologiche, commerciali, la concessione e la consegna del Paese a una “superpatria” fittizia che detta condizioni, presta soldi a strozzo e impone forme e entità della restituzione, partecipa in prima persona dell’ingiunzione di un particolare prodotto salvavita, dopo aver sollecitato la fine dell’assistenza, della cura, della ricerca in qualità di spese superflue di una collettività dissipata.

Il ceto medio non c’è più, ha lasciato il posto a un ceto mediocre, che recita la sua melensa apologia dei nonni, mentre li fa morire anticipatamente nelle case di riposo e negli ospedali nei quali vige, ora tacitamente e tra poco legalmente, una soluzione o selezione finale, che censura e criminalizza ferocemente il dissenso omologato a offensivo ribellismo o patologia da sottoporre a Tso, che conduce una crociata in difesa degli altari di una scienza clinica largamente condizionata e asservita a interessi di mercato, mentre gli ospedali e i luoghi di cura sono interdetti a malattie “altre”, che divide e aiuta a dividere e a contrastarsi le vittime sociali, che nega qualsiasi principio di quella responsabilità che pretende dai cittadini, coprendo antiche e nuove malefatte, colpe e omissioni, inazione e corruzione.

Sarebbe ora che il popolino disprezzato cominciasse a esigere qualcosa di più del “il meglio” delle brave persone.


Un Rutte di classe

Quasi per tutti è stata una sorpresa: il super frugale Mark Rutte che ha tanto in odio l’Italia e tanto in gloria i tagli al welfare e alle tutele si è dovuto dimettere per lo scandalo dei sussidi familiari riguardanti i figli di famiglie a basso reddito. Magari un italiano pensa subito che se li sia intascati per sé o per il partito, ma è esattamente il contrario: li ha tolti indebitamente a circa 20 mila famiglie di poveracci costringendoli a restituire denari – parecchie migliaia di euro –  di cui avevano in realtà diritto: questo con l’accusa di aver commesso  banali errori di forma nella compilazione dei moduli che spesso sono tutt’altro di facile interpretazione. Per misurare l’entità di questo scandalo basti solo pensare che in Olanda sono pressoché scomparsi gli asili pubblici, ci sono soltanto quelli privati che possono costare anche 1000 euro al mese e dunque i bonus creati per contribuire a queste spese per cui alla fine è lo Stato che sovvenziona i privati sono assolutamente vitali per molte famiglie a basso reddito: dunque la caduta di Rutte che non può che farci piacere ed è anzi un peccato che questi avanzi di neoliberismo non diventino anche avanzi di galera.

Ma  la notizia a saperla leggere in modo corretto è molto più importante e interessante di quanto non appaia a prima vista perché mostra in maniera inequivocabile il carattere classista delle politiche europee che non a caso ha trovato proprio tra i politici olandesi, in cui un antico spirito mercantilista si unisce a quello neoliberista, i maggiori difensori a attuatori: se Rutte si è sempre formidabilmente opposto a qualsiasi forma di equilibro e compensazione all’interno della Ue persino in presenza di una pandemia alla quale avrebbe almeno dovuto far finta di credere, il suo predecessore Dijsselbloem, è stato presidente dell’Eurogruppo ovvero dell’organismo che ha ricattato la Grecia fino alla resa di Tsipras. Su questo vero e proprio bandito Costa Gavras ha persino prodotto un film servendosi delle registrazioni delle riunioni fatte da Varoufakis a quel tempo ministro dell’economia del governo greco. Ma non lo troverete su Netflix o su qualche altro network e del resto non esiste nemmeno un’edizione italiana, tanto noi abbiamo Fedez e la Ferragni e tanto ci basti. Ma abbiamo anche una sinistra il cui scopo principale sembra quello di nascondere con straordinaria pervicacia  la natura classista dell’Europa e delle sua regole secondo un ragionamento (chiamiamolo così per carità di patria) del tutto assurdo e meccanico: siccome la Ue è una struttura non nazionalista allora non può essere classista. Si tratta solo di chincaglieria antiquaria che mette insieme pezzi di ideazione avendone però persa la radice: si tratta dunque di concetti morti, fatti di plastica, intanto perché la Ue esprime comunque un proprio nazionalismo sui generis, perché non solo tollera, ma anche aiuta regimi praticamente nazisti in almeno quattro paesi del continente (Ucraina e repubbliche baltiche), perché è attraversata da un chiaro tentativo egemonico dal quale scaturiscono molte delle regole dell’Unione e perché infine si pone in conflitto economico e culturale con altri Paesi come per esempio la Russia. E poi perché mai la sovranità dovrebbe perciò stesso essere sinonimo di politica classista in una situazione completamente diversa rispetto a quello a cui si riferisce questa idea? Magari nel XXI° secolo è molto più vero il contrario.


I fiori del male

Cosa è successo? Quale virus ha spappolato i cervelli rendendoli incapaci di riflette e di pensare? Alcuni oggi deplorano l’impresa di Fedez che è andato in giro sulla sua Lamborga ( come si diceva ai miei tempi) a distribuire buste da mille euro a chi incontrava ( cinque in tutto, il costo di tagliando per la sua auto)  qualcosa che nella sua testolina deve corrispondere grosso modo alla giustizia sociale, senza riflettere che questa impresa non è poi molto lontana da quella dei grandi ricchi e dei loro think tank che vorrebbero sostituire la redistribuzione del reddito con l’elemosina generale. Eppure questa impresa che nella sua volgarità dev’essere stata pensata insieme alla Ferragni è esattamente ciò che si meritano le persone che accorrono come api ronzanti su questi due fiori del male contemporaneo, suggendone la totale vuotaggine e l’ottusità di fondo, riempendoli così di soldi. Trovo difficile pensare  che chi si affatica di like per questi due personaggi possa coltivare altra prospettiva se non l’accattonaggio sociale a vita sotto forma di miseri sussidi del principe o abbia anche la più pallida idea della dignità del lavoro, dei diritti, dell’uguaglianza che essi del resto pensano probabilmente di aver già raggiunto quando mettono le mani sullo stesso telefonino del ricco. Che insomma siano davvero in grado di lottare per avere un futuro che non sia di servaggio.

Ma sarebbe stupido e ingeneroso prendersela con i bassifondi cognitivi perché abbiamo tonnellate di analoghe stupiderie da sudditanza a cominciare dal figlio di Gasmann che ha aggiunto una enne al cognome, ma che disgraziatamente non si chiama Vittorio, il quale da attore sanza infamia e sanza lodo per puro trascinamento familiare si trasforma in improvvisato virologo che vorrebbe trattare come lebbroso chi non si vaccina. Del resto cosa mai potremmo aspettarci da questo prodigio strappato alle palestre del culturismo e della profumeria nelle quali ha navigato fino ai quarant’anni? E che dire dei sedicenti intellettuali e influencer che non sembrano riuscire a sgamare la pandemia e le sue “misure” , persino dai dati che provengono dall’Istituto superiore di sanità e che parlano di nemmeno 700 persone sotto i 50 anni deceduti non di Covid, ma solo positivi al virus grazie a tamponi che sono un terno al lotto oltre che l’operazione più antiscientifica del secolo ? Senza parlare di tabelle che hanno escluso  le più comuni cause di morte per insinuare  l’idea di quasi 60 mila decessi per  Covid, anzi no di morti che sono risultati positivi, ma da cui sono sparite influenza, polmoniti e  tutte le altre malattie per insufficienza respiratoria, che ogni anno fanno mediamente 40 mila morti le quali e evidentemente sono state arruolate per la grande paura.  Mi domando dove abbiano la testa o meglio dove abbiano smarrito la dignità, dove si annidi il tarlo morale che rende loro impossibile comprendere le mistificazioni sanitarie e i loro fini eterogenei alla salute, anzi sempre più rassomiglianti alla vera malattia. Forse perché un po’ di verità, finalmente, toglierebbe loro prebende e visibilità da tronismo extra lusso? In questo non sono poi molto differenti dai laiccatori dei Ferragnez, anzi sono anche peggio perché rinunciano agli strumenti che hanno.

E che dire di quelli che si bevono qualsiasi stronzata economica , compresa quella  che lo stato non può creare denaro, per aderire al massacro europeista e per essere fedeli  all’antropologia neoliberista e al suo progetto di disuguaglianza totale. Persino la plebe romana 2000 anni fa comprese benissimo la riforma monetaria di Nerone che in effetti non era che una  forma di creazione di denaro: fino a che lo stato e i cittadini riconoscono un valore alla moneta e la accettano come mezzo di scambio o di pagamento di tributi  non esiste limite alla fabbricazione di denaro o per come la penso io a qualunque valorizzazione del lavoro. E poi come non accorgersi dell’orrore in cui si è trasformata l’Europa, una sorta di ircocervo senza alcuna democrazia interna le cui forme variano geometricamente  in ragione delle egemonie interne e dell’adesione alle guerre di un impero in piena crisi? Come si può davvero credere ancora in tutto questo se non si vuole ad ogni costo credere per ignavia morale e vuoto intellettuale? Verrebbe da pensare che le forme patologiche di narcisismo così attentamente coltivato da decenni dall’egemonia culturale, sia diventato fulcro di una immobilità di giudizio, come se uscire dal coro, dall’opinione prevalente, mettesse  in pericolo la propria identità.

La sensazione è che nessuno sappia più cosa farsene della libertà, che nessuno voglia più affrontare le responsabilità e i tormenti che essa comporta e si ha quasi l’impressione che la foucoltiana cura del se invece di costituire una forma di resistenza  all’assoggettamento biopolitico che stiamo subendo in forma scandalosa, abbia preso la forma di vacua soddisfazione consumistica che si accompagna, anzi è tutt’uno con lo sfruttamento


Micromega e i Gedi del Male

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentili Signori, vi informiamo che dalla data del 1º gennaio 2021, Gedi Gruppo Editoriale S.p.A. cesserà la pubblicazione del periodico MicroMega. Cordiali saluti. Corrado Corradi, direttore generale della divisione stampa nazionale di Gedi”.

Risponde il direttore, Paolo Flores d’Arcais: “Ai tanti amici, e amici di MicroMega, e giornalisti che mi stanno chiamando in queste ore, posso assicurare che MicroMega continuerà a vivere, e che con i redattori e i collaboratori stiamo già studiando le modalità per non interrompere la continuità della testata, anche se il numero in uscita il prossimo giovedì 17 dicembre, un almanacco di filosofia dedicato alla biopolitica, sarà l’ultimo edito da GEDI”.

Pochissimo tempo fa nel corso di un trasloco e in anticipo rispetto alla  famiglia Agnelli ho pensato che il mio tributo alla rivista  poteva aver fine. Così dopo molti tentativi a vuoto ho infine trovato un bouquiniste che a modico prezzo si è portato via quei quasi 35 anni di pubblicazioni.

E d’altra parte il mio con Micromega non era stato un rapporto di condivisione, riconoscimento e appartenenza, cominciato  allora nel 1986  per via dell’amicizia che ancora mi lega a uno dei fondatori, che dopo qualche anno, peraltro,  lasciò la nobile impresa.    

Per una volta ne farò un caso personale dicendovi che già la scelta del titolo mi aveva insospettito, ispirato a una racconto di Voltaire che narra  di un filosofo del pianeta Sirio, Micromega appunto, “nome perfettamente adatto a tutte le persone grandi. Era alto otto leghe, voglio dire ventiquattromila passi geometrici di cinque piedi ciascuno”.

È lui, che, insieme a un collega di Saturno, scelto malgrado non goda della sua stessa superiore intelligenza e delle sue capacità fisiche, visita la Terra dove ambedue, incontrando una solitaria spedizione di scienziati e filosofi locali, si stupiscono constatando che esseri ai loro occhi tanto insignificanti siano dotati della facoltà di pensare, comunicare e effettuare calcoli matematici.  Sicché decidono di aiutarli a nutrire e far maturare queste capacità, donando loro dono un libro contenente il “senso della vita”.  

Non occorre ricorrere all’indagine psicoanalitica per diagnosticare un complesso di superiorità smisurato fino al delirio di onnipotenza nel progetto di una rivista di giganti che si prodigano, come Micromega, per far crescere una scrematura di intelletti non ancora “perfezionati” grazie all’offerta dei contenuti del riformismo illuminato,  dell’europeismo elitario secondo il programma disegnato a Ventotene da un altro circolo nobiliare, della fideistica convinzione che Mozart, Hegel, insieme a un pizzico di marxismo eretico potessero addomesticare la ferocia dell’ideologia neoliberista che andava penetrando e colonizzando il pensiero comune e anche quello dei pochi intellettuali che si esprimevano già in contesti occupati da concentrazioni di editoria, media, accademie.

In fondo si trattava dei principi che avevano decretato il successo del quotidiano fratello e affine, la Repubblica, che aveva regalato a lettori che volevano appartenere ad una élite, l’opportunità  di comprarsi in edicola la promozione per fra parte di una cerchia progressista anche se scettica, influente anche se critica, critica sì ma quel tanto che basta per essere blanditi, accolti e vezzeggiati dai caffè di Via Veneto e dai  salotti buoni.

In questi anni la rivista in veste aggiornata di usignolo dell’imperatore nella gabbia di un editore in quota Pd, ha ripetuto i suoi riti di laicità, con un recente particolare interesse per la sua difesa da un islamismo incompatibile con la democrazia a differenza della svolta pauperista di papa Francesco,  l’atto di fede all’Europa, l’adesione a un cosmopolitismo aristocratico che ha saputo prendere il posto dell’internazionalismo,  la militanza garantista con qualche incursione nel giustizialismo, come si conveniva a qualche pentito del craxismo, acquistando un prestigio e un’autorevolezza che potrebbe essere attribuita anche a una indeterminatezza politica, all’ospitalità data sotto la bandiera del libero e civile confronto pluralista a voci apparentemente discordanti in realtà convergenti su alcuni punti inderogabili.

Sono quelli della fine delle ideologie, che ha risparmiato le idee della destra, dell’antifascismo senza antagonismo e senza una proposta anticapitalista, dell’ideale di un Progresso senza riscatto degli sfruttati che dovrebbero accontentarsi di prendersi le briciole sparse dalla manina della Provvidenza.

La “chiusura” di una rivista è sempre una ferita.

E non vale dire che la direzione di Micromega doveva aspettarselo da un padrone che riconosce e ambisce solo ai dividendi, che è vivo seppure esangue e amorfo solo in veste di azionariato parassitario, ciononostante assistito e nutrito da un succedersi di governi e da un ceto politico che esprimevano la loro subalternità mettendo l’orologio sopra il polsino e foraggiando la dinastia grazia a garanzie, alla consegna di brand innovativi,  alla reiterata offerta di impunità e immunità fiscali, penali e amministrative.

Non se lo sono meritato il “licenziamento” con gli otto giorni di rito,  anche se la sorpresa che ha annichilito i giganti di Sirio è l’effetto naturale della convinzione di costituire un club esclusivo dotato di una superiorità culturale, sociale e dunque morale, in grado di mettere al riparo delle botte riservate a chi sta sotto, di offrire una inalienabile sacralità, di garantire il rispetto dei poteri, anche se rozzi, commerciali, corrotti.

Una colpa c’è, quella di non aver previsto, intuito, contrastato va a sapere se per arroganza o affinità, la trasformazione aberrante ma facilmente diagnosticabile di quella imprenditoria che una volta coltivava dei miti da impiegare come copertura, che nutriva l’immaginario con le sue icone eretiche, da Olivetti ai generosi padroni che fanno opere di bene e mecenatismo, scaricandoli dalla tasse, che partecipavano dalle colonne dei giornaloni della ripresa delle utopie keynesiane pensando di darcela a bere mentre si accordavano sul Jobs Act, la Buona Scuola, le privatizzazioni, le repressioni delle manifestazioni del lavoratori e dei fermenti dei margini brutti, sporchi e cattivi.

E con i quali era stata trovata una comoda e confortevole intesa nel fare gli antifascisti limitandosi a censurare il gran buzzurro, scegliendo il cancro Hillary, perbacco è anche un donna, contro l’ictus Trump, e poi la lebbra Biden, così come in patria è consigliabile schierarsi con il male minore anche se è comunque un Male, politicamente corretto perfino quando instaura uno stato di eccezione, smantella principi costituzionali, demolisce l’edificio dei diritti già corroso alle fondamenta.

A pensarci mi viene in mente una novelletta veneziane che parla di un brav’uomo che incuriosito dal viavai segue un gruppo di signori in una casa, si siede nel salotto e segue con passione i loro discorsi, finchè fanno irruzione i soldati austriaci e lo arrestano con sua grande sorpresa. “Ma come, gli contestano, non sa che quello è un pericoloso circolo carbonaro?”.  E lui, “ma no, risponde, mi credevo che fusse el Casin dei Nobili!”.

Solo che qui andava alla rovescia, quelli che si presentavano come audaci rivoluzionari, erano in realtà un circolo di signorili  blasonati aristocratici.

Ecco, guai se non sopravvive Micromega, perderemmo l’occasione di combattere contro il nemico in casa.


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