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Condannati alla menzogna

7b093155caab301d46221d7b25bf402bMi piacerebbe dire come Pasolini “io so”, io so in nomi dei responsabili  di quella che viene chiamata pandemia, io so i nomi dei vertici che l’hanno manovrata e che l’hanno utilizzata  come golpe sanitario a protezione del potere. E tuttavia non posso portare le prove e nemmeno sono Pasolini, ma ugualmente so: è scritto là nelle cifre che nessuno vuole vedere come se fossero l’incubo della cattiva coscienza, è scritto nel tentativo di trasformare il denaro in scienza e la scienza in denaro, è scritta nei visi dei farabutti che ci stanno rapinando “per il nostro bene”,  risuona nelle parole imbarazzate dei chierici che devono tenere in piedi un gioco che sta distruggendo il Paese. Ma si intuisce anche che la tentazione della verità fa capolino anche tra i peggiori affaristi delle mascherine e dei vaccini obbligatori, ma essa non può essere più pronunciata perché è troppo compromettente e farebbe saltare tutto il meccanismo per cui è stata messa in piedi che  nello specifico italiano è indurre un suicidio alla greca, attraverso una crisi economica senza precedenti e soldi a prestito attraverso il Mes. Dai retroscena dell’Europa, mai messi in luce così tanta chiarezza  escono questi personaggi che negano qualunque forma di solidarietà persino formale e dicono come Mark Rutte che l’Italia  non può ricevere aiuti ma solo prestiti da rimborsare. Se lo dice il rappresentante di un Paese che vive di fumo, funghetti magici e campa di differenziale fiscale, allora dobbiamo proprio crederci, perché Mark Rutte è un uomo d’onore.

Così nonostante il virus ormai sia debolissimo da debole che è sempre stato, facendosi forte solo degli errori sanitari compiuti,  ci ritroviamo con uscieri da discoteca come Zaia,  cui dare della capra sarebbe un complimento visto che nemmeno fa il latte, il quale infierisce sul futuro degli ingenui che l’hanno votato ribadendo le misure e anzi inasprendole così come fanno i  bugiardi quando le loro balle non trovano più un saldo appoggio, basandosi su dati senza alcuna credibilità o coerenza, tamponi straparlando di positività e di altre amene cose che egli tratta come si si trattasse di invitare una qualche starlette del grande fratello in un  locale. Anche se non ci credete più dovete ubbidire, altrimenti sarete trattati come pazzi, subirete il Tso, una roba che davvero meriterebbe il manicomio e comunque  l’immediata destituzione dalla carica per evidente per attentato alla Costituzione. Ma visto che chi dovrebbe prendere in mano la situazione è altrettanto inadeguato, può dire e fare ciò che vuole. Del resto la posta è alta: se invece di attivare meccanismi di auto finanziamento si ricorre  ai prestiti il milieu politico con i suoi comitati di affari  si troverà con un Paese distrutto, ma con il denaro per operazioni clientelari che garantiranno loro la rielezione.  Ed è per questo che si procede persino alla riabilitazione dei vecchi bugiardi, ormai nuovi complici.

Dunque siamo condannati alla menzogna del Covid e dell’influenza trasformata allegoricamente in peste, nessuno verrà a strappare il sipario e a mostrare l’allestimento mediatico e i deus ex machina pronti a entrare in scena per confondere e proporre soluzioni sempre diverse che lascino nello sconcerto e nella confusione:  siamo noi che dobbiamo curare la verità e sollevarla dal letto di dolore in cui è caduta e non da ora, ma progressivamente, prima prostrata da disturbi temporanei, poi sempre più debilitata dalla guerre e dalle sanzioni, dalle varie fobie a cui ci ha portato la dipendenza dall’egemonia neoliberista che va in groppa alla subcultura americana delle sciocchezze, della violenza e della stupidità omologata. Certo se da oltre trent’anni viviamo di illusioni infantili e di rosari mediatici, mai intaccati da un barlume di intelligenza e di consapevolezza, sarà difficile strappare il velo che abbiamo sugli occhi piuttosto che sulla bocca. Non esiste più come al tempo di Pasolini un Paese pulito dentro un Paese sporco,  e se anche esistesse, se fosse sopravvissuto, esso è completamente impotente, senza rappresentanza, senza potere perché quello che può acquisire si trasforma  immediatamente nel potere degli inganni. Come abbiamo visto ormai infinite volte e come facciamo finta di non sapere.


Sanare col cemento

mani sul Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un momento d’oro per l’oligarchia dei “dominanti” rappresentata dalle lobby, quella finanziaria, quella sanitaria e farmaceutica, quella digitale, il momento nel quale tutto è premesso perché ha prevalso l’egemonia dell’emergenza.

Qualsiasi eccezione alla regola viene legittimata e accettata e chi si oppone, chi obietta, continua ad essere assimilato alla categoria demoniaca degli irresponsabili e dei cinici, chiusi in  una bolla di scetticismo sociopatico e nichilista insieme a Cioran e Agamben.

Eppure si era detto che doveva essere a termine quella fase di sospensione della ragione e della critica, caldamente raccomandata, o imposta per decreto ,da quella che si credeva costituire una associazione temporanea di decisori, tra scienza e politica, in favore di un’adesione emotiva a un’unità salvifica, a uno spirito comunitario che aveva però autorizzato per motivi di interesse generale, la divisione della popolazione tra chi aveva diritto e meritava la salvezza entro le pareti domestiche e chi invece era incaricato di sacrificarsi per garantire non la vita, che è fatta di incontri, socialità affetti, piaceri, scoperte, ma la mera sopravvivenza.

La perpetuazione di uno stato di anomalia e deroga invece è diventato la nuova normalità,  come era inevitabile succedesse quando si verifica lo scivolamento  da una condizione di crisi a una di  emergenza così grave da esigere  di arrestare e se non destituire  il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa.

La cerimonia che ha posto il sigillo imperiale su questa situazione nuova e originale, malgrado richiami precedenti illustri  che hanno sancito la spoliticizzazione della Repubblica, offrendo il comando della “società” a tecnocrazie economico-finanziarie sorrette da apparati insofferenti allo stato costituzionale e di diritto, si è officiata a Villa Pamphili.

E non incoraggia il pettegolezzo da retrocucina secondo il quale il piano Colao, predisposto dall’apostolo della digitalizzazione grazie a una carriera in una micidiale compagnia telefonica di quelle che macinano profitti con il furto con destrezza a alla protezione della cupola di bildberghiana di  Morgan Stanley e McKinsey, che anche se finisse a sorreggere una scrivania traballante, costituisce il Vangelo di principi ispiratore e azioni sul quale si giurerà fedeltà ai comandi europei, con la promessa di generare nuove più moderne pestilenze, magari da elettrosmog, e di introdurre nuovi criteri di legalità grazie alla doverosa eclissi del contante.

E così diventa legittimo e perfino nobile autorizzare la trasgressione e l’illegalità, magari consumate sotto l’ombrello della semplificazione, quel principio ispiratore nato nei pensatoi leopoldini per dare liceità allo smantellamento dell’edificio della sorveglianza e del controllo degli atti pubblici e privati, per sciogliere i lacci e laccioli che impediscono l’esprimersi della libera iniziativa di qualsiasi manigoldo costruttore e speculatore.

E tanto per dare un po’ di guazza agli straccioni le misure pensate per salvare Grandi Attila vengono proposte sotto l’etichetta di generosa tolleranza nei confronti di “abusi” in stato di necessità, riuscendo nell’improbabile impresa di mettere alla pari i protagonisti del Tetto di De Sica (anno 1956) e i promoter dei mostri sulle coste calabre, sui litorali marchigiani, sulle rocce sarde conquistate dai nuovi saraceni.

Non meraviglia dunque se nel decreto Semplificazioni è rispuntata, immancabile, una sanatoria copiata di sana pianta dal condono varato dalla Regione Sicilia nel 2016 – poi dichiarato incostituzionale, che consente  ai Comuni di modificare i piani urbanistici per regolarizzare  gli abusivi. Lo scopo benefico del provvedimento non sarebbe solo quello di sanare situazioni che hanno creato contenziosi innumerevoli, definiti con quel linguaggio aulico carico all’Avvocato degli italiani “bagatellari”, a carico del sistema giudiziario, ma costituirebbe il desiderabile motore per “sbloccare il mercato immobiliare, spesso ostacolato da non conformità meramente interne, o comunque minime”.

E a completare il nuovo corso della lotta alla burocrazia che ispira la ricostruzione post-Covid, ci pensa -sempre nel cotesto delle misure di semplificazione – la  ministra  Paola De Micheli, che ne ha saggiato il pesante condizionamento quando, da Commissaria Straordinaria nel cratere del sisma, ha manifestato una totale incapacità e inadeguatezza, spacciandole per l’impotenza a contrastare  cavillosità e formalismo combinati, inutile dirlo, con l’indole frodatoria connaturata nel nostro popolo.

Che infatti ha pronto un pacchetto di interventi  di modifica al Codice degli appalti, pronti all’uso per accelerare e facilitare l’investimento di 200 miliardi in 15 anni per sbloccare i cantieri e la nomina di 12 commissari (è proprio una mania del governo) per accelerare la realizzazione di 25 opere pubbliche strategiche, un vero e proprio cambio di passo epocale “per liberare risorse, sbloccare i cantieri e dare una sforbiciata vera alla burocrazia”.

Anche il linguaggio si adatta ai tempi: una volta il termine “sanatoria” assumeva un’accezione negativa a proposito dell’intenzione evidente e esplicita di concedere immunità e impunità a bricconi del cemento, alla tregua di deputati in odor di mafia o dei padroni criminali dell’Ilva, simpaticamente assimilati a chi colloca lo scatolo del condizionatore sul davanzale o ricava un servizio dal locale cantine (che per tutti scatta la depenalizzazione  a patto che gli interventi effettuati senza autorizzazione non fossero condizionati alla vecchia concessione edilizia prevista fino al 2001 e sarà sufficiente il pagamento di una semplice sanzione amministrativa).

Mentre adesso rientra nella semantica edificante e assolutoria che perdona e autorizza tutto quello che serve a salvarsi la pelle, con preferenza di quella di caimani e coccodrilli.


Roma postatomica

pian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete qual è l’illustrazione perfetta per la Roma di oggi? Ma è ovvio, è una delle “Antichità Romane” di Piranesi!   delle quali parla lui stesso così: “vedendo che i resti degli antichi edifici di Roma, sparsi in gran parte negli orti e in altri luoghi coltivati, diminuiscono giorno per giorno o per l’ingiuria del tempo o per l’avarizia dei proprietari che con barbara licenza li distruggono clandestinamente e ne vendono i pezzi per costruire edifici moderni, ho deciso di fissarli nelle mie stampe”.

Come allora la capitale di un impero, un tempo  sontuosa e altera, maestosa ed  possente, luogo di riflessione sulla storia, privilegiato crocevia di stili, luogo d’incontro di intellettuali ed artisti,  mostra oggi al viaggiatore “interno”, al cittadino che nel lungo ponte di giugno non si fosse recato in amene seconde case del Circeo o dell’Argentario, o al ridente paesello dei nonni, strade deserte, serrande tirate giù malinconicamente su negozi vuoti e polverosi, hotel sbarrati, pure quelli di proprietà ecclesiastica orbati di pellegrini, pure l’Hassler disertato dai petrolieri texani e russi, e poi  bar e ristoranti sulle cui porta campeggia la notifica di fallimento del tribunale, come quello dello Zodiaco che affaccia sconsolato  sulla metropoli silenziosa.

Solo la sera carovane di macchine circolano nelle vie della grande greppia fusion, popolando localini abilitati a riservarsi spazi gratuiti su viuzze anguste, dove su tavolini appiccicati in barba al distanziamento si può gustare qualche vivanda cosmopolita, tra kebab e matriciane, pollo coi peperoni e sushi.

Non si può non sospettare che il prolungamento dell’allarme, la denuncia di nuovi focolai che divampano a carico di irresponsabili  dediti a crapule, grigliate e rave, o che il teatrino kabuki sul palcoscenico europeo: Mes offerto benignamente  dai carnefici come l’ultimo pasto del condannato che deve pagare il conto, la pausa di riflessione di Conte come le finte nei tornei dei dilettanti e i moti nello scopone,  nascondano da una parte l’incapacità e l’impotenza a gestire il “dopo” Covid, l’inadeguatezza a governare  il “durante” e invece la sapienza nel rimuovere il “prima”, cui fa da controcanto la sensazione che chi pensa di essere esente dagli effetti secondari (che come sempre si abbattono sui civili più esposti) voglia proseguire in questo strano anno sabbatico, che si adatti alla pandeconomia e ai suoi riti domestici di lavoro e sfruttamento compresi,   con la volontà non del tutto consapevole di ripristinare quella normalità che pure si è capito essere all’origine di morte e distruzione.

Anzi , qualcuno è talmente posseduto dalla nuova ideologia  igienico- sanitaria della sopravvivenza al posto  della vita, da attendere  il ripresentarsi dell’epidemia che avrebbe l’effetto di giustificare la delega, di legittimare lo stato di emergenza e la conseguente eccezionalità, per autorizzare l’affidamento a autorità “superiori”, tecniche e manageriali al posto delle istituzione democratiche fallite o aggirate.

Basta pensare al rinnovarsi degli appelli all’unità e alla coesione, formula aggiornata e altrettanto velenosa e falsa della stantia “siamo sulla stessa barca” convertita nel “rischiamo la stessa terapia intensiva”, che ha permesso che in questi mesi Confindustria indicasse il da farsi e Governo e Regioni scrivessero sotto dettatura, con il valore aggiunto ideale di task force in forza appunto alle ragioni dello sviluppo da rilanciare nei soliti modi, cantieri, appalti opachi ad personam o comparto, mascherine comprese, e grazie al contributo di manager e bancari di fiducia, immobiliaristi accreditatisi con il marchio doc della Cassa depositi e prestiti, innovatori che hanno partecipato al disegnare il volto della nuova Milano all’ombra di emiri, cementieri, speculatori.

Nella Capitale deserta come in un’arcadia post- atomica, come nel resto d’Italia. ci sarà che pensa di essere al sicuro, chi pensa alle ferie come anelito di libertà dopo la reclusione, perché la lenta ripresa, i dubbi, le statistiche farlocche, le minacce e gli avvertimenti di santoni non disinteressati, i sussulti dello Stato risuscitato e i revanchismi della regioni avide di maggiori competenze proseguono nella loro opera di vaccinazione contro consapevolezza e partecipazione democratica, con l’aiuto di una informazione che tace le previsioni  del WTO che avevano già indicato in tempo non sospetto come nel 2020 il commercio mondiale potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% (WTO 2020), o la penalizzazione  dei  flussi  turistici per via delle nuove normative sul distanziamento, tanto che anche i ricchi a volte piangono, se il magnante americano Buffett  ha preferito vendere  le sue partecipazioni nelle quattro principali compagnie aeree americane, o le   valutazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica che annunciano per l’anno in corso, il 2020, un crollo del Pil dell’8,3% su base annua, causato soprattutto dalla forte contrazione della domanda interna (-7,2 %).

E mentre i cerotti governativi, dal FIS (Fondo per l’Integrazione Salariale) al blocco temporaneo dei licenziamenti (fino al 17 agosto),nascondono le piaghe dolorose, mentre la cassa di “tutti” offre prestiti garantiti dallo Stato alla FCA con sede fiscale  all’estero e nessuno ha pensato di sospendere la misura che   raddoppia i finanziamenti alle scuole private (da 80 a 150 milioni nel 2020), si tace sul fatto che molte aziende impiegano  lo strumento della Cig, approfittando della chiusura forzata per mettere a riposo  parte dei dipendenti e ridurre i costi a scapito dei lavoratori.

E le sirene del padronato invitate agli Stati Generali, Boeri, Gualtieri, Ichino,  son tornate a  cantare la solita nenia, che per smuovere l’economia bloccata dalla crisi e frenare la disoccupazione non c’è che il ricorso a contratti a tempo determinato, a “patti” anomali, a precarietà e mobilità, quando la verità è che le imprese assumono solo se c’è domanda sufficiente per i loro prodotti,  se il mercato gira e c’è un rilancio dei consumi.

La Grande Illusione nutrita dalla narrazione “progressista” di quello che poteva essere il “dopoguerra”  raccontava di una utopia a forza di  recupero dell’economia di prossimità, dei preliminari per una automazione che doveva cancellare la fatica, grazie allo smartworking, a una riscoperta della solidarietà e di una più equa cooperazione e collaborazione  internazionale, a una ristrutturazione dell’economia in funzione di quei beni essenziali per l’esistenza e la pacificazione con l’ambiente.

Ma si sa che lo sviluppo come lo vuole chi è in alto e al sicuro è come Giano bi-fonte, ha dimostrato che i vantaggi del progresso scientifico e tecnologico crollano sotto i colpi di ariete di un virus, e rivela che la maggiore produttività dello smartworking è frutto della superiore  flessibilità dell’orario di lavoro, facendo prevedere un domani segnato  dall’esasperazione dello sfruttamento, che il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale porterà vantaggi alla grande distribuzione, massacrando i dettaglianti, le botteghe sotto casa, le produzioni artigianali di tutti i paesi.

È che il tragitto da Villa Pamphili ai Palazzi o all’aeroporto da dove decollavano gli aerei imperiali, è stato compiuto in limousine dai vetri oscurati e è stata nascosta agli augusti viaggiatori del Gran Tour della ricostruzione la vista delle rovine.

 


Di che sesso è la verità?

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nella notte di Capodanno del 2016, a Colonia,  decine di donne denunciarono alla polizia innumerevoli casi di pesanti molestie inflitte loro da un’orda di immigrati ebbri di alcol e libertà sconosciuta, si disse, a che professa una religione repressiva incompatibile con gli usi e i comportamenti della nostra superiore civiltà.

Incidenti e violenze caratterizzarono quelle ore e solo mesi dopo, undici per l’esattezza, il Parlamento della Renania ricostruì gli avvenimenti imputandone la responsabilità alla cattiva gestione dell’ordine pubblico, ma se andate a rivedere commenti e giudizi emessi a posteriori resta immutata la deplorazione e la condanna per la furia bestiale degli islamici infedeli ai danni delle “nostre” donne indifese, a dimostrazione che – come disse a suo tempo l’allora vice segretaria del Pd, Debora Serracchiani – l’oltraggio a firma dello straniero merita riprovazione superiore di quello nostrano.  E che l’islamico ospite è guardato con ammirazione e accolto con gratitudine ma solo se compra armamenti, se occupa coste, se finanzia squadre di calcio, se regala diamantoni a attricette e si aggiudica opere d’arte, hotel e intere aree di metropoli occidentali in aste manovrate, mentre è inviso se raccoglie pomodori, si arrampica su impalcature, peggio che mai, se vende parei in spiaggia o lava vetri ai semafori.

Minore condanna viene quindi riservata all’orda di casa nostra, dei nostri Palazzi e dei nostri studi televisivi, provvista dei crismi e della benedizione di santa romana chiesa che in quanto a sessismo non teme rivali, e sotto l’etichetta di una democrazia che a fasi ricorrenti si interroga sulla qualità e quantità di diritti erogati alle donne, non sempre conciliabili con il recupero di una triade, Dio, Patria e Famiglia,  obbligatoria in momenti di crisi, a cominciare da quello di parola, che alcune ochette presuntuose vogliono arrogarsi immeritatamente invece di rispettare tre comandamenti che uniscono simbolicamente tutte le culture patriarcali: la dona? la piasa la tasa e la staga in casa (la donna? Piaccia, taccia e stia in casa).

Si tratta di fenomeni non isolati che suscitano biasimo se l’oggetto delle violenze verbali possiede quella visibilità, notorietà e autorevolezza, che consente strumenti, canali e tribune per difendersi che la Donna Qualunque non ha a disposizione, avvolta dalla spirale di silenzio  che penalizza chi si sottrae a regole e convenzioni del conformismo, chi se la tira e se la vuole.

Lo stesso silenzio complice che   si rompe  quando censura queste forme di discriminazione e soperchieria affiorate come iceberg, mentre sotto  si consumano disuguaglianze e sopraffazioni esaltate in questi tempi dalla “crisi”, differenze di remunerazione, di trattamento e carriera, con il concorrere  dei credo liberisti intesi a  persuadere della  bontà della rinuncia a vocazioni, talento, ascesa professionale, garanzie per far posto ai maschi del nucleo familiare che guadagnano di più e che non pesano sui bilanci aziendali con permessi per le malattie dei genitori o dei figli, con i permessi per gravidanze e allattamento, ma soprattutto per beneficiare delle opportunità di part time, mobilità e smartworking, adempiendo con abnegazione e spirito di sacrificio ai doveri che le leggi di  natura tornate in auge per via dell’egemonia della sopravvivenza, impongono: cura, assistenza, governo della casa, sostegno alla didattica a distanza.

Ma c’è un effetto collaterale che motiva la tolleranza esercitata nei confronti del sessismo erogato a forti dosi da personaggi che godono di cattiva reputazione utile ai loro successi di critica e di pubblico, e che grazie alle loro belluine e disarticolate esternazioni sono molto presenti su stampa e talkshow, in veste di incarnazione del male, del razzismo, della xenofobia come se si trattasse di categorie ideologiche e “morali” indipendenti dal regime totalitario che stabilisce leggi di mercato, di ordine pubblico e deontologiche.

Si tratta dell’impiego che hanno imparato a farne quelle donne che ricoprono ruoli di potere – ormai in numero addirittura prevalente in Europa, Merkel, Lagarde, Von Der Leyen – quando diventano oggetto di critica per comportamenti, convinzioni, decisioni pubbliche o per la correità in misure e atti compiuti ai danni dei cittadini, e ancora di più delle cittadine, a dimostrazione che la rivendicazione e ostensione di squisite qualità di genere connaturate: sensibilità, indole alla cura, solidarietà, compassione, appartengono alla retorica e alla cassetta degli attrezzi di sfruttatori, speculatori, padroni delle ferriere senza le abituali disparità di sesso, anzi con maggiore e più sfrontata tracotanza quando il tallone di ferro consiste in un tacco 10.

Gli esempi nostrani non mancano. Dall’esibizione di amor filiale e creditizio della ministra che provvede a salvare a un tempo babbo e banche criminali, all’altra ministra che accusa di giovanile parassitismo i figli choosy altrui confezionando una irresistibile carriera per la rampolla, dalla ministra (un’altra) che si è fatta strada esponendo in bella mostra il suo passato bracciantile mentre condanna alla resa lavoratrici in sciopero, fa da relatrice alla legge Fornero, ammazza pensioni, promossa dalla stessa di cui sopra che tanto i pensionati preferisce farli fuori perché pesano sul bilancio statale alla pari con la superiore in grado e prestigio Madame Lagarde.

Fino  alla ministra (ancora) che dopo aver dichiarato impotenza, incapacità e inadeguatezza in veste di commissaria straordinaria nel cratere del terremoto, fa da testimonial per una ripresa del cemento grazie ai cantieri delle Grandi opere e della Grande Speculazione,  a quella, ex e mai rimpianta al dicastero della  Difesa, quella che ha sostenuto nelle parole e negli atti la necessità di fare la guerra, venderla e esportarla per guadagnarsi la pace, bella ricca e profittevole per produttori di armi, aziende che internazionalizzano morte, repressione, furto, abuso e povertà, in modo che poi possano essere subito attive altre ministre firmando provvedimenti e leggi per contrastare le invasioni e per replicare obbedienti patti sottoscritti con tiranni e despoti assassini.

Ormai qualsiasi donna in vista può godere del privilegio del sostegno di altre donne e in caso di attacco personale, a smentire che la complicità sia un monopolio virile da camerate di soldati,  doccia di atleti, mentre invece sia un vizio femminile l’invidia velenosa, di una coesione che si materializza in forma bipartisan, vedi mai che serva in futuro, donando alla vittima uno status di intoccabilità per via dell’appartenenza di genere che doverosamente la dovrebbe risparmiare da critiche, rilievi e accuse. Il fatto è che le minoranze nel guadagnare consapevolezza, nell’uscire dall’emarginazione fisica e culturale nella quale sono state costrette, soffrono di un disturbo della crescita, quel coltivare e maturare pregiudizi positivi, non meno dannosi dei preconcetti negativi.

Se ne parla molto di questi tempi negli Usa, la patria dell’ipocrisia puritana che ha contagiato alla pari neoliberismo e “riformismo”, dove  alla faccia di milioni di disoccupate (le catene delle vendite online non le apprezzano né come magazziniere né come addette alle consegne), di sfrattate in forma reiterata per le varie bolle, di malmenate di tutte le etnie,  dove tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni quasi tre quarti della percentuale costituito da donne,  ha perso il reddito da lavoro, dove si è creata una competizione insana tra lavoratrici agricole locali e immigrati e tra questi e le loro donne, per via di una diatriba che verte sull’interrogativo se in caso di molestie, stupri, violenze si debba sempre e comunque credere a tutte le donne.

Lo spunto l’ha dato l’accusa  di molestie sessuali mosse da Tara Reade, ex assistente del Senato e difesa dallo studio legale che ha rappresentato negli ultimi anni diverse vittime di Harvey Weinstein, a  Joe Biden, improbabile e scialbo candidato democratico alla Casa Bianca, che fa venire in mente i competitor che mette in campo il Pd quando vuol far vincere uno della Lega o di Forza Italia.

Lui ha sempre negato ogni responsabilità, forte del fatto che negli archivi del senato non ci sarebbe traccia della denuncia per sexual arrassement che la presunta vittima avrebbe presentato nel 1993 a un non meglio identificato Ufficio del personale di Capitol Hill.

Ma sul nuovo scandalo pruriginoso non si è registrata quella unanime reazione di condanna solidale degli anatemi contro Hollywood Babilonia, dando il destro ai repubblicani di attaccare l’ipocrisia del movimento #Metoo e dei suoi slogan, accusato di “credere a tutte le donne solo finchè attaccano qualcuno in linea con il presidente Trump,  a tutte le donne se hanno una laurea o di più”, insomma a quelle che rappresentano  quel radicalismo oggi interpretato dalle élite culturali, dai creativi, dall’industria dello spettacolo.

Ha risposto alle accuse Susan Faludi, giornalista Premio Pulitzer,che ribatte chè è legittimo anzi doveroso alle donne “che vengono uccise nonostante abbiano denunciato i partner o gli ex violenti, o alle segnalazioni di stalking che non vengono prese sul serio dalla polizia, per poi finire con un omicidio”. Mentre dare fiducia indiscriminatamente sulla base del genere, sostenere che le donne in quanto tali e in quanto minoranza destinata a ruoli di vittima dicano sempre al verità, è “una trappola per togliere credibilità al movimento delle donne, fatta scattare dal potere”.

E  di trappole pronte a scattare ce ne sono e tante, da quando al riconoscimento pubblico dei ditti degli uni consegue il disconoscimento delle prerogative e aspettative di altri,  contribuendo a distrarre da altre battaglie, quelle che riguardano il riconoscimento del fatto che le donne non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e privazione dei diritti, o dalla considerazione che quelli che vengono identificati come minoranze di genere e sessuali,  si differenziano per classe, religione etnia, tanto che  la liberazione dei sommersi dovrebbe essere necessariamente anticapitalistica e dunque antifascista, antirazzista e laica.

Altrimenti hanno ragione quelli che contestando il mito della presunta superiorità etica del genere femminile,  denunciano il carattere classista e razzista del femminismo occidentale e la sua natura narcisistica e autoreferenziale,  che dispiega un revanchismo che non pagano solo i maschi – magari meritatamente – ma anche le donne di classi e etnie “inferiori” e che  porta acqua a quello che è stato definito progressismo neoliberista: l’alleanza tra fermenti, antifascismo di superficie, multiculturalismo, femminismo “clintoniano” in voga anche da noi, e il “capitalismo cognitivo”.

Quello cioè  della rivoluzione digitale,  dei creativi retrocessi a classe disagiata cornuti e mazziati ma compiaciuti della loro superiorità culturale e morale,  a Tribeca come sui Navigli, cosmopoliti perchè mangiano sushi, vestono etnochic, abitano in uno scantonato promosso a loft, poi si fanno sfruttare facendo gli “imprenditori di se stessi”, strizzando  l’occhiolino a diseredati, a Wall Street e perfino a Farinetti.

 


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