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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Hollywood propaganda (parte seconda)

american sniper 05La prima parte è qui 

La piccolissima dose di filmografia realmente  critica o viene boicottata dagli stessi produttori come è accaduto per Redacted(2007) di Brian De Palma, proiettato solo in 15 cinema in tutti gli Usa o sopravvive a stento qui e là,  boicottata  dalla maggior parte delle produzioni, ma prima ancora dai suoi stessi limiti. Hollywood propaganda mostra che  “film impegnati” come Hotel Rwanda di Terry George (2004), Avatar di James Cameron (2009) o anche il documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore (2004), in realtà si appoggino su visioni alternative molto tiepide della politica americana. A Hollywood, le critiche si fermano sempre “in tempo” e i cambiamenti radicali sono presentati come impossibili o pericolosi. Così, a prescindere dalle ambizioni più o meno progressiste di sceneggiatori, registi, produttori e attori tutto si risolve nel fabbricarsi un’immagine vantaggiosa presso la piccola borghesia intellettuale ma priva di alcun significato nel mondo reale e politicamente meno che povera . Per esempio George Clooney ha partecipato alla campagna  per il Darfur, ma ha anche dato un supporto ufficiale a Barack Obama e Hillary Clinton, che sono stati i maggiori fautori della disintegrazione del Sudan con tutto quello che ne è seguito. Oppure Angiolina Jolie, celebrata per il suo cosiddetto impegno umanitario è anche sceneggiatrice e regista di un film, Nella terra del sangue e del miele (2011), in cui i serbi sono ritratti come terroristi, assassini e stupratori seriali, spingendo il regista Emir Kusturica a descrivere Hollywood, nel quotidiano serbo Blic , come “la più grande fabbrica di bugie” (23 gennaio 2012). E per aggiungere: “Fanno film  che sono spesso armi di propaganda. Uno di questi film è quello creato dall’intelligente, ma molto ingenua, Angelina Jolie”. Troppo buono con quell’intelligente perché la medesima attrice successivamente ha scritto un intervento sul Guardian, assieme al segretario generale della  Nato Jens Stoltenberg, per celebrare i risultati dell’Alleanza Atlantica e farne, udite udite,  un “leader” nella difesa dei diritti delle donne in tutto il mondo. Dopo decine di migliaia di donne massacrate a suon di bombe.

E cosa pensare delle serate di “beneficenza”, che mirano a raccogliere fondi per i soldati israeliani?  L’ultima, tenuta a Los Angeles il 2 novembre 2017, alla presenza di Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro, Barbra Streisand, Sylvester Stallone, Antonio Banderas, Mark Wahlberg, Liev Schreiber, Gerard Butler , ha raccolto $ 53,8 milioni per l’IDF che del resto già prende 9 milioni al giorno di contributi americani. La cosa  già grottesca in sé lo diventa ancora di più se si pensa che Washington passa qualche soldino all’Autorità palestinese  per ripristinare le strutture distrutte dall’esercito israeliano. Tutto questo però non serve a rabbonire Tel Aviv che interviene quando trova qualche film poco enfatico su Israele e muove le sue pedine per affossarlo come è accaduto per Monaco di Spielberg nel 2006. Nella sua prefazione al libro lo storico e politologo Michael Parenti fa questa osservazione “L’essenza del processo di controllo ideologico è implicita, le forme del controllo sociale più repressivo non sono sempre quelle esplicite, ma quelle che si insinuano nel tessuto la nostra coscienza in modo da non essere accettate come parte consapevole. Probabilmente ci sono molti progressisti che non si sono ancora resi conto di quanto stanno facendo per servire la causa del potere.”

Con la sua immensa massa di produzioni tra film, film TV, serie e documentari Hollywood ha assunto di fatto anche le funzioni di educatrice nonché deformatrice di storia e di realtà, sia attraverso falsificazioni in chiaro su singoli fatti, sia attraverso la diffusione di cliché a livello narrativo ed espressivo che con la loro ripetizione maniacale finiscono per stabilire la verità. Sarebbe un bene per tutti che i cittadini americani si emancipassero da questi abominevoli insegnamenti, ma sarebbe ancor meglio che ne fossero liberati tutti gli altri: si. perché il potere finanziario di Hollywood e delle major, la forza dell’inglese, le pressioni di Washington, gli accordi internazionali  fanno sì che alla fine anche tutte le altre cinematografie finiscano con l’adeguarsi ai contenuti e alle forme che sono una forza di trascinamento verso lo “stile di vita” americano. Si  è arrivati al punto che alcune produzioni europee, cinematografiche ma più spesso televisive, “adottino” la legislazione americana per i loro polizieschi, quando invece quella del Paese di produzione è completamente diversa. Dunque  Hollywood influenza le rappresentazioni e le opinioni degli spettatori di tutto il pianeta, anche tra i popoli vittime di l’imperialismo. Una forma di storia globale ultra-rudimentale a stelle e  strisce si impone attraverso il fascino e la ripetizione. Le immagini scintillanti, le storie mozzafiato e le “prove” cinematiche dell’eroismo americano fanno breccia anche nelle persone che pensano di essere immuni dalle grinfie dell’ideologia.

A mio personale parere questo sta portando il cinema alla rovina e quello americano all’invedibilità: dopo 2 minuti, un tempo anche inferiore a quello necessario ad esaurire l’elefantiaco elenco di produttori, produttori esecutivi, distributori e  case produttrici, si può intuire quasi tutta la trama e il senso mentre  la convenzionalità asfittica della forma narrativa fa il resto: le scene spettacolari e le storie infantili o inconcludenti che le permettono, diventano perciò necessarie, anzi spesso sono il film  Ma questo fatto non viene riconosciuto da una critica così accecata dall’ attrazione mentale e materiale per Hollywood che nega la portata ideologica di certi film o glissa su di essa. Ne è un buon esempio l’ottima e ottusa accoglienza ricevuta da American Sniper di Clint Eastwood: questa storia abietta sul  “più formidabile cecchino della storia militare degli Stati Uniti”,  tende ad esaltare e a presentare come come giusto un criminale di guerra psicopatico. Eppure parrebbe che nessuno abbaia avuto particolari obiezioni, nemmeno quell’area che vorrebbe farci accettare qualsiasi massacro sociale in nome di costruzioni sovranazionali che hanno “mantenuto la pace”. In Francia, durante un dibattito televisivo, l’unico che voleva denunciare i gravi problemi  politici e morali posti dal film di Eastwood, il, critico e storico del cinema  Jean-Baptiste Thoret, è stato censurato. E che dire di American Assassin (2017), Michael Cuesta, forse ancora peggiore?

La forza del libro di di Matthew Alford  è tuttavia quello di non condannare alla rinfusa tutta la produzione cinematografica americana, ma di presentare anche alcune eccezioni e mostrare che registi come Oliver Stone e Paul Verhoeven sono riusciti a realizzare un punto di vista veramente critico all’interno del sistema che tuttavia  viene regolarmente punito o silenziatoPaul Verhoeven –  olandese – non è stato in grado di girare negli Stati Uniti dal 2000 dopo aver realizzato Starship Troopers (1997), un film di fantascienza in cui ha sviluppato una abile satira di imperialismo e militarismo, compresa solo in ritardo dal potere. Per quanto riguarda Olivier Stone, il suo Snowden (2016) è stato molto difficile da produrre: ha dovuto richiedere finanziamenti europei e realizzare gran parte delle riprese in Germania. Il budget era così stretto che quando sua madre morì, non poté permettersi di smettere di girare per andare negli Stati Uniti e partecipare al funerale. Altri esempi di “deviazione” possono essere considerati il notevole Citizenfour (2014)  di Laura Poitras o Che di Steven Soderbergh (2008-2009), ma in questi casi gran parte dei finanziamenti venivano dall’Europa o da giri completamente estranei ai meccanismi hollywoodiani.

Insomma se non fossimo ormai assuefatti alla passività questa mole di produzioni e di propaganda dovrebbe stimolare la vigilanza e il pensiero critico, incoraggiarci a lottare contro l’apatia, il fascino e le bugie secondo le regole di autodifesa intellettuale di Chomsky. Non ci si può liberare da un imperialismo senza essere liberi dalla sua componente culturale e Hollywood non è che la continuazione della politica di Washington con altri mezzi. 

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Testate nucleari e Teste di c…

roma-attacco-nucleareAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con ondate ricorrenti si ripresenta di tanto in tanto il tema del disarmo ideologico, proprio come nelle aspre e sanguinose contrapposizioni tra le Internazionali con le accuse reciproche di aver fatto deporre le armi al proletariato, come nelle polemiche  con Sartre, come nella rivoluzione culturale cinese, come perfino,  nella fase del compromesso storico di Berlinguer, come nella regressione sindacale da organismi di rappresentanza a corporazioni acquisite dagli interessi padronali in nome dell’opportunismo più che dell’opportunità.

Oggi ormai abituati a accontentarci di poco ne riparliamo rispetto all’eclissi della sinistra, o almeno dell’impalcatura di ideali e valori con la quale la ricordiamo come una cara estinta, cui guardiamo con impotente e irresponsabile rimpianto flebilmente illuminata dalle materie della sua  stella polare:  uguaglianza, fraternità, libertà,  abbattuta per far posto a più modesti obiettivi di addomesticamento di iniquità, sfruttamento, sopraffazione, quel po’ di Mozart a addolcire il capitalismo vorace durante un campeggio a Bad Godesberg, sotto le tende di progressismo e riformismo.

In realtà a essere schematici si potrebbe dire che  il disarmo di chi sta sotto è cominciato quando la borghesia si afferma come ceto in alto. E come classe dirigente, compattando un fronte che va dalla piccola proprietà diffusa, alla Chiesa, da quel che resta della proprietà feudale e degli ultimi zombie influenti dell’aristocrazia, tutti a vari livelli e  a vario titolo titolari  di privilegio, eppure interpreti e, infine,  detentori  di un’ideologia che doveva combatterli i privilegi, rivelando quindi la potenza del suo dominio quando tutte quelle idealità morali, culturali, teoriche, scientifiche, liberatorie intrecciate delle quali si è nutrita per crescere  vengono smentite e tradite dalla realtà.

Figuriamoci come è più vero oggi, che la “borghesia”, o ,meglio il ceto medio si è via via impoverito, così come è stato dissanguato  il suo bagaglio di aspettative morali,  prosciugato quello culturale, oggi che la necessità impone la dismissione di desideri, talento, vocazione, oggi che è richiesta subordinazione in cambio di sicurezza, oggi che decodifichiamo i misteri della filosofia con Fusaro, quelli della politica con Bonolis, quelli della scienza con Angela, quelli della storia con Pansa. Figuriamoci se non abbiamo deposto tutte le armi, perfino quelle del desiderio di migliorare, censurato dal bisogno, e di ribellarsi, sottoposto a invincibile ricatto.

Ma le spade rimesse nel fodero   e la pistola nella fondina pare siano solo quelle ideali,  nel migliore dei casi trattate come residui arcaici e visionari. Quelle vere hanno invece tutto il rispetto dovuto a un brand concreto da valorizzare e sviluppare a costo di lacrime e sangue, con la considerazione da attribuire a una difesa personale sempre più proposta come requisito essenziale di ordine e sicurezza, con la deferenza che si assegnare all’investimento imprescindibile speso per garantire l’ammissione al contesto dei Grandi.

Perché la lotta di classe c’è e ad unirsi non sono stati i proletari di tutto il mondo insieme a quelli che aspirano a diventarlo, ridotti come sono a vite nude,  senza nome e che nessuno vuole, ma quelli che li sfruttano, quelli che fanno piovere su di loro, effetti collaterali ineluttabili, bombe intelligenti che infatti non colpiscono regge e manieri, quelli che fabbricano pochi prodotti che abbiamo sempre meno quattrini per comprare, anche se pare che consumare sia l’unico diritto concesso,  ma molti veleni, non solo bolle, derivati, fondi tossici, ma proprio gas, polveri, sostanze inquinanti che spargono lontano dalle loro case protette, dai loro grattacieli protesi verso il cielo a proclamare il magnifico dominio della modernità.

E siccome noi siamo un posto di serie B, è da noi, cui vengono affibbiate patacche a caro prezzo (ne ho parlato qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/17/la-vincibile-armata/) che quei veleni li collocano, non paradossalmente e forse per farci una bella risata su, in un paese, il nostro, che  ha pensato bene di non ha partecipato ai  negoziati in sede ONU che hanno portato  all’adozione del TPAN, Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari,né ha compiuto passi in direzione della sua firma e ratifica, a conferma che vogliamo dimostrare nei fatti e con le parole e  in tutte le sedi ufficiali la indole alla servitù volontaria. Tanto che i nostri occhiuti organi di stampa tacciono che nell’ambito del  piano di ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12, sia prevista, anzi avviata, la costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12, il triplo delle attuali.

Nel Risiko atomico possiamo dunque essere annoverati tra gli li Stati nucleari “in subappalto”, quelli che  in virtù della dottrina atlantica della “condivisione nucleare” (Nuclear Sharing) detengono bombe atomiche Usa che, in caso di conflitto nucleare, saranno impiegate dalle forze aeree nucleari nazionali (oggi i Tornado, domani gli F-35), in tutto almeno 150 bombe, di cui un terzo in Italia (nelle basi di Aviano e Ghedi), altrettante in Turchia e il resto spartito tra Germania, Belgio e Olanda.  Sempre gli Usa hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso), grazie  alla strategia di accoglienza e collaborazione “ PESCO-Cooperazione strutturata permanente” della Ue nel settore militare, prioritaria per l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, che si compiace dell’opera fattiva di militarizzazione del continente: “rafforzare l’Europa della Difesa – ha detto- rafforza anche la Nato”.

Senza dire che così diventiamo a un tempo deterrente e bersaglio, come ospitiamo le loro schifezze che preferiscono non tenere nel loro orto nel contesto del Nimby bellico, così saremo, se è vero che come dice perfino il Papa guardiamo il futuro dall’orlo del baratro, l’obiettivo più esposto e vicino, disonorati, vittime e morti per conto terzi.

Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi Nato d’Europa , che un anno fa  è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la leggendaria caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra,  pronuba la ex ministra Pinotti, mentre ad Amendola (Foggia) si aspetta l’arrivo degli altri F-35 armabili (ce n’è già uno) con le nuove bombe atomiche B 61-12, già citate.  In Sicilia, invece, la base militare di Sigonella (Catania) promette di diventare la capitale mondiale dei droni, l’isola nella quale a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il Muos.

Disarmate le idee, disarmata la speranza, disarmata la resistenza, disarmati i diritti e le conquiste, si direbbe che il futuro dei giovani nel Sud  come al Nord (è in Toscana la più grande polveriera Usa, tra Pisa e Livorno) non sia in fabbrica, negli uffici, nelle università, nelle scuole, nei campi,  ma in trincea, in cabina di pilotaggio, sulla plancia di navi che affondano negli abissi del disonore, soldati mandati a macellare e al macello.

 

 

 


Hollywood propaganda (parte prima)

61YF5ZmnavL._SX195_Un umorista scozzese piuttosto malvisto dal potere, al contrario di certi personaggi nostrani che alla fine si spiaggiano su qualche contratto con le Tv dello zio Sam in versione deep state – liberal (intelligenti pauca), è stato attaccato violentemente per una battuta o meglio per una considerazione tragica espressa in modo divertente: “La politica estera americana è spregevole perché non solo gli Stati Uniti vengono nel tuo paese e uccidono tutti i tuoi cari, ma ancor peggio è che tornano vent’anni dopo e fanno un film per mostrare che uccidere i tuoi cari ha reso tristi i loro soldati”. Credo, sulla scia di Laurent Dauré  il quale  ha dedicato al libro una recensione fiume  che sia il migliore incipit per introdurre un saggio dello storico dei media Matthew Alford sul soft power  espresso da Hollywood ( e oggi ancor più dalle reti televisive globaliste che comunque  attingono alle medesime fonti ideative e finanziarie) che dopo 8 anni dalla sua pubblicazione  varca i confini della Gran Bretagna e viene tradotto in francese con il titolo di Hollywood Propaganda (quello originario è titolato Reel Power: Hollywood Cinema e American Supremacy) ma con una inedita prefazione dell’autore che mette a punto i concetti fondamentali. Si tratta di un’ opera che per la sua cobcretezza merita

Si tratta in realtà di un tema molto dibattuto a cominciare dal capostitite La fabbrica del consenso di Chomsky e Herman, ma di fatto assente dal contesto reale per molti e ovvi motivi, non ultimo il fatto che esso è completamente assente dalla critica ormai legata senza scampo per via indiretta o indiretta (editori di riferimento) agli interessi delle major. Ma di fatto questa realtà è stata evidente sin dalla stagione del maccartismo che fu effimera nella sua forma di primitiva caccia alle streghe, ma che segnò l’arruolamento del cinema nella “propaganda fide” del capitalismo e del dominio americano, facendo molte più vittime dell’immaginario di quante non ne abbiano fatte i marines. Di questo immaginario fa parte anche la leggenda diffusa e accreditata dai media mainstream secondo la quale , Hollywood sarebbe un baluardo degli ideali progressisti, con un generoso contingente di artisti “impegnati” e film “di protesta”. Alford, analizzando sia i meccanismi interni che le produzioni della “macchina dei sogni”, mostra che è in realtà tutto è profondamente compromesso nella difesa degli interessi delle forze politiche ed economiche più reazionarie.

Gli spettatori sono spesso inconsapevoli del fatto che molti film e serie televisive ricevono supporto diretto dal Pentagono o da agenzie governative sotto forma di consulenti, prestito di attrezzature, personale, accesso ai siti, formazione, mezzi e via dicendo chiedendo però il diritto di intervenire quando avverte che l’immagine che viene data dell’esercito americano non è abbastanza positiva. I servizi di intelligence fanno lo stesso per monetizzare il loro supporto per un progetto. Matthew Alford fornisce diversi esempi di questo deleterio mix di generi, alcuni dei quali probabilmente stupiranno un po’ tutti e soprattutto quell’area cosiddetta progressista: pressioni più o meno surrettizie sono state esercitate in  Tour of Duty di William Friedkin (2000, Windtalkers, i messaggeri del vento di John Woo (2002), The Recruit di Roger Donaldson (2003) e La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols (2007) le cui sceneggiature sono state significativamente modificate in un modo ancora più- favorevole all’establishment politico e militare (e alla CIA nel caso degli ultimi due). L’autore mostra anche che alcuni film sono il prodotto di vere partnership tra gli studi di Hollywood e le strutture di potere che definiscono e attuano la politica estera di Washington. In un libro pubblicato l’anno scorso, National Security Cinema: The Shocking New Evidence del controllo del governo a Hollywood , sempre di Alford con il coautore Tom Secker riferiscono di nuove ricerche che sfruttano gli archivi a cui prima non si aveva accesso e sono stati in grado di stabilire inconfutabilmente che tra il 1911 e il 2017 almeno 814 film hanno ricevuto il sostegno attivo dell Us Army, al quale devono essere aggiunti 1.133 programmi televisivi. Se poi includiamo  i progetti sostenuti dall’FBI, dalla CIA o dalla Casa Bianca, si arriva a molte migliaia di produzioni  sponsorizzate, a vari livelli, dal quell’insieme di reti di comando che vanno sotto il nome di sicurezza nazionale.

Anche i film della serie Transformes realizzati dal magnate neocon  Michael Bay, Terminator Salvation o The Black Hawk Down di Ridley Scott hanno “beneficiato” della cooperazione del Dipartimento della Difesa e, in effetti, celebrano esplicitamente l’esercito. Ma Matthew Alford dimostra, studiando scrupolosamente il loro contenuto, che l’ideologia neoconservatrice – l’eccezionalismo e l’interventismo – pervade anche le produzioni che non godono di assistenza diretta: a Hollywood, la mentalità imperialista è in gran parte spontanea e quelli che resistono sono emarginati, persino attaccati e incontrano più ostacoli per produrre e distribuire  i loro lungometraggi. Tuttavia anche i film che si presentano come critici, progressisti e pacifisti adottano spesso la premessa del possesso “fondiario” degli Stati Uniti e la necessità di un “diritto di interferenza” con vocazione umanitaria armata di bombe. Naturalmente poiché l’interferenza è sempre esercitata  dal forte contro il debole, a Hollywood (come a Washington del resto) , non risparmiamo sforzi per convincerci che minacce terribili stanno pesando sul mondo e che spetta alla superpotenza americana intervenire per proteggerci da esso, con la violenza, ça va sans dire, perché le idee, la diplomazia e il diritto sono noiosi. Anzi la mecca del cinema è diventata la maggiore produttrice di minacce dove arabi, mussulmani, alieni, stregoni, zombie, vampiri, criminali dall’ immenso ed inesplorato  potere sono alibi per l’arrivo dei nostri sotto forma di truppe o contractor. In questo modo anche se vi sono errori, vittime collaterali, schegge impazzite la purezza delle intenzioni e il ruolo salvifico degli Usa viene salvaguardato. Film anche molto recenti come Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (2013), American Sniper di Clint Eastwood (2015) et 13 Hours di Michael Bay (2016) incarnano una forma di “imperialismo fatalista,” umbratile  e depressivo nel quale i fondamenti della politica estera americana non fanno mai parte del problema, ma sono l’unica soluzione.

Questo assunto fondamentale è stato quello su cui hanno messo le radici i film della saga del Vietnam a cominciare dal Cacciatore per finire a Vittime di Brian de Palma e passando per Apocalypse Now , ma anche i film più recenti che vorrebbero essere satire del militarismo statunitense, come The Kings of the Desert di David O. Russell (1999), Team America,  World Police  di Trey Parker (2004) o Jarhead , La fine dell’innocenza di Sam Mendes (2005) non prendono mai in considerazione l’ipotesi che il modo migliore di evitare che gli american boys si deprimano dopo aver massacrato vietnamiti o iracheni sia quella di non mandarli a devastare altri Paesi. L’industria dell’intrattenimento assume su di sé gran parte dell’indottrinamento – assopimento delle masse. Il cinema, come la televisione, è uno strumento formidabile per creare consenso attraverso la seduzione e lo stupore e nella sua produzione preminente si rivolge in particolare alle classi medio-basse, alle “minoranze”, ai giovani da plasmare. Hollywood del resto è dominata dagli stessi che detengono  i grandi giornali, le televisioni globali e che si apprestano a conquistare la rete, un ristretto gruppo di ultramiliardari con i loro valletti e naturalmente questa elite adotta l’ideologia che gli giova, ha bisogno, di convincersi  che la verità e la giustizia hanno il buon gusto di adattarsi ai propri i interessi materiali e che si forniscano argomenti  per giustificarli. A Hollywood, la visione del mondo promossa dal dominante viene tradotta in una forma audiovisiva attraente, destinata a un vasto pubblico, con messaggi generalmente semplici e confortanti, o fatalistici che possono essere riassunte nella frase”le cose sono come sono e non possono essere altrimenti “.

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