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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Camilleri, la colpa di essere popolare

fileLa stupidità finale di un Paese la si coglie in alcuni momenti particolari, al di fuori della corrente principale degli eventi, così come si coglie la qualità delle acque di un fiume  nei meandri dove il flusso ristagna: uno di questi e la lotta con la morte di Andrea Camilleri, uno dei pochissimi scrittori noti al grande pubblico per via televisiva, a parte quelli inesistenti che non vanno mai oltre il banale ben detto. La situazione è tragicomica perché i suoi nemici politici, consapevoli della presa popolare della sua narrazione, si scatenano ora come avvoltoi, come ad esempio Vittorio Feltri, il tipico esemplare di cretino brillante che è la suprema guida dei cretini e basta o di Salvini espressione di quella devastante mezza cultura, rimasta a mezz’aria per incapacità,  che è poi l’asse portante del milieu politico: non si capisce la necessità né lo scopo di questi attacchi, ma è inutile chiedere all’ottusità la ragione dei suoi bassi istinti sia perché non è in grado di riconoscersi , sia perché sono sempre ovvi e insignificanti, pura etologia di base.

Più interessante è invece il fronte avverso, quello degli estimatori o difensori che si divide in apocalittici e integrati: i primi si appellano al maestro perché non li lasci “soli in mano ai fascisti” che sfiora, anzi si radica nel ridicolo e ambiguo sinistrese parolaio, mentre i secondi esprimono anticipato cordoglio, ma prendono le distanze dicendo che Camilleri sarebbe un autore ripetitivo, semi dialettale  e che uno dei suoi meriti più grandi sarebbe quello di aver fatto conoscere Beckett e Simenon in Italia. Bé che dire, ho avuto la doppia fortuna di conoscere Beckett a Parigi, 50 anni fa (tra l’altro parlava un  eccellente italiano) e di averlo incontrato  prima di aver visto a teatro Aspettando Godot, perché diciamolo il teatro dell’assurdo è ormai una stagione morta, un holzwege fra i tanti che ci ha regalato il Novecento. E di Simenon si può dire che sia stato l’inventore della serialità, che più ripetitivo di Maigret c’è ben poco al mondo. Del resto se si pensa che il meglio della letteratura poliziesca non ha fatto altro che ripetere in tutte le possibili salse I delitti della rue Morgue di Poe, capiamo che il concetto di ripetitività è intrinseco al genere e forse a tutti i generi in quanto riconoscibili.

Ad ogni modo ciò che ha nociuto di più a Camilleri è stato proprio la notorietà, peraltro improvvisa e tarda  e i trenta milioni di copie vendute: che chi ha detto che ” la sua cifra linguistica è di tipo folclorico”, chi ha sostenuto che ha inventato una Sicilia inesistente tra stereotipo e pregiudizio, chi ha paragonato la sua opera a una cassata “pesante e indigesta”, chi ha sostenuto che “i suoi romanzi non hanno nessuna necessità espressiva”, qualunque cosa voglia dire questa frase visto che lo stile è proprio la capacità di regalare la necessità alle parole e che lo stile di Camilleri è inconfondibile. Così sono assolutamente d’accordo con Goffredo Fofi quando ha detto che dietro molte critiche c’è “una forma di snobismo assai diffusa” che nasce “dalle alte tirature dei suoi libri”. “Camilleri è un autore di letteratura popolare, e la letteratura popolare, in Italia, è il nemico più caro degli scrittori”. Non va mai dimenticato che questo è anche il Paese dove è stato premiato un  libro 15 anni prima che uscisse (con buone ragioni perché se fosse stato letto prima avrebbe meritato piuttosto la galera) e che l’autore ha campato una vita sull’attesa di questa sua opera prima, definita post modernista per l’assenza di capitoli e divisioni, per l’invenzione di parole, nessuna delle quali è mai rimasta appiccicata alla lingua e l’uso di termini dialettali. Per la cronaca si tratta di Horcinus Orca, un caso letterario in assenza di letteratura e di lettura.

Camilleri rappresenta l’esatto contrario di tutto questo proprio perché è esploso senza alcuna attesa, come una di quelle erbe che spuntano spontanee dal tam tam del pubblico, e che solo in seguito vengono poste nella serra letteraria e anche come scrittore non si pone mai il problema della sacralità della scrittura, un autore che scrive prevalentemente gialli esclusivamente perché questa forma gli impone  una struttura narrativa che nel suo anarchismo è difficile trovare. Tanto che Montalbano è probabilmente il più personaggio fra i tanti investigatori prigionieri della tipizzazione. E quanto all’uso del dialetto non solo esso è perfettamente omogeneo all’ambiente che racconta e nel quale l’espressione dialettale si mischia all’italiano, ma poi non si vede perché la lingua non si debba contaminare con l’immenso patrimonio espressivo della Penisola, magari adattato, saranno i parlanti non i libri o le accademie a decidere cosa si salva e cosa no, non certo le accademie, come del resto è avvenuto spesso e come normalmente avviene in tutte le lingue nazionali che sono in definitiva delle grandi mediatrici.

Insomma non è colpa di Camilleri se è uno scrittore popolare, naturalmente nei limiti in cui lo può essere la buona letteratura. E non è nemmeno colpa sua l’indecoroso spettacolo di questi giorni.

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Il meraviglioso mondo di Natalia

natAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi ogni giorno quella che si definisce “opposizione” e che si ostina a pretendere innocenza e estraneità   per la consegna della Sardegna al Centro destra come se non si fosse saputo che, tanto per dirne una, le leggi della giunta Pigliaru avevano fatto rimpiangere Cappellacci, per  il fatto  che Salvini rappresenta la svolta bestiale della sicurezza xenofoba in grisaglia del Ministro Pd che aveva legittimato  la diffidenza e il rancore come virtù civiche, o per i risultati elettorali di Taranto dopo la campagna di svendita d’occasione di Calenda, cerca qualche augusto vegliardo che voglia dare dignità al bilioso risentimento degli esclusi, sia pure resuscitati dall’autorevole personalità di Zingaretti, fingendo che si tratti di sacche di resistenza nella guerra ideologica destra – sinistra. Sperando forse che l’oligarchia progressista possa così togliersi di dosso la vergogna neoliberista con una passata di vernice fresca, antifascista e umanitaria.

Succede quindi che come se fossero andati a chiedere lumi sul mondo contemporaneo  uno di quei pensionati indaffarati a dare consigli e somministrare preziosi insegnamenti agli operai intenti nei lavori stradali, alcuni cronisti, pare dopo numerosi tentativi e pressanti insistenze, abbiano conquistato un’esclusiva di Natalia Aspesi  che fino all’ultimo ho sperato fosse una patacca,  una di quelle interviste immaginarie che piacevano tanto agli elzeviristi di una volta.

Macché, invece è proprio lei, quella sgargiante penna prolifica e brillante a metà tra una Cederna edulcorata e una Donna Letizia speziata, che ha consegnato al mondo per anni uno sfavillante  spaccato di una élite schizzinosa e  superiore della quale –  fin dal 1976, anno di fondazione del quotidiano cui è sempre stata fedele firma “rosa” – ci si poteva sentire parte con il modesto esborso allora di 150 lire. Ricevendo in cambio, anche tramite i suoi consigli elargiti nella posta del cuore  dell’annesso supplemento,   il patentino di appartenenza a un target disincantato e illuminato, a un club esclusivo e saccente che guarda con scetticismo bonario alla marmaglia che si dibatte nella miserabile quotidianità e alla quale continua a venir  promessa, in cambio della tessera di iscrizione,  la promozione a cittadini di prima classe: moderni, laici (in attesa dell’età della redenzione nella quale incontrare dio a tu per tu e alla pari, come Scalfari o Augias), europei, occidentali, riformisti, ma con cautela.

È proprio lei, che in una specie di inversione del noto processo fisiologico: incendiario da giovane pompiere da vecchio, rivela: “sono una vecchia strega. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. E se a suo tempo, non ancora novantenne, l’indomita neo partigiana aveva affermato: “Se vincono i 5stelle mi sparo”, oggi pare aver rinunciato all’insano proposito di un suicidio rituale e simbolico, ma non è venuta a più miti consigli. Anzi, proprio come un qualunque orefice leghista minacciato dai romeni in casa sua e legittimato a sparare, si sente pronta a imbracciare un kalashnikov e fare una strage.

Strage virtuale è ovvio, meno sanguinosa quindi di quelle che i suoi punti di riferimento ideali hanno compiuto ai danni dell’istruzione, dell’assistenza pubblica, del lavoro, quello femminile e giovanile prima di tutti, dei diritti, del territorio, della giustizia retrocessa a commercio di protezioni, ma altrettanto  ben distribuita perché oggetto della sua violenta riprovazione sono quegli italiani, tanti e terrorizzanti per una mente lucida e lungimirante come la sua perché, “più vanno verso l’autodistruzione  più loro adorano i propri carnefici. È come se si fossero trasformati in tanti piccoli lemuri che si precipitano entusiasti in fondo al burrone”.

Non a caso li definisce entusiasti, proprio come Berlusconi, che ammette di rimpiangere (le avrà detto che è più intelligente che bella?) come fosse un Pericle condannato all’esilio dalla sua Atene,  quando li immaginava riempire aerei e ristoranti, farsi conceder condoni per gli abusi delle seconde case, che loro illegalità e trasgressione delle regole, familismo e clientelismo ce l’hanno nel sangue come le canzonette co ‘a pummarola ‘ncoppa.

La guerrigliera  che veste Prada,   si rammarica proprio che gli italiani abbiano punito con voto, per carità non in tribunale, il Cavaliere, perché in fondo, sottolinea, “Berlusconi non è stato un fascista. Non ha riportato l’odio nel paese. Non ha alimentato il sospetto per i diversi. Né il disprezzo per le donne, che sta crescendo in maniera pericolosa”.

Brutta cosa l’età, signora mia, che provoca strane rimozioni se non ricorda che Salvini era un autorevole alleato di quel Cavaliere contro il quale vennero orchestrate virulente campagne del suo editore e del suo giornale per condannare la indegna mercificazione dei corpi femminili (purché  non fossero in copertina sull’Espresso), il loro abbietto commercio nelle tv come nel lettone di palazzo Grazioli o in quello donato da altro competitor in  cattivo gusto e modi sbrigativi, se non rammenta la chiamata alle armi contro il puttaniere, condita con tanto di lettera afflitta e dolente della di lui della consorte che troppe ne aveva sopportate, le domande indirizzate più all’utilizzatore finale che al golpista, o la pubblicità data alle intercettazioni con le conversazioni delle olgettine rispettate dal culoflaccido tanto da farle diventare rispettabili grazie al novero il liste elettorali.

Ma l’aspetto più interessante della confessione della vigorosa combattente consiste in una imperdibile quanto spericolata interpretazione storica del riaffacciarsi del fascismo che era stato dormiente nel ventennio berlusconiano per non dire del dopo, malgrado gli attentati alla Costituzione e alla rappresentanza parlamentare, malgrado i conflitti di interesse, malgrado le leggi Turco- Napolitano, Maroni, Bossi-Fini, malgrado al partecipazione a guerre coloniali, malgrado la cancellazione di garanzie, diritti, conquiste del lavoro e civili. Si tratterebbe di una forma nuova e inedita del fascismo, suscitata indovinate un po’, dalle frustrazioni inflitte al machismo e al virilismo dei nuovi federali dalla potenza espressa dalle donne.

Le donne insomma, che immaginavamo piegate dalla precarietà, dai part time che avviliscono talento e professionalità, dalla costrizione a sostituire l’assistenza pubblica con un accudimento mai valutato e valorizzato, dall’umiliazione delle differenze salariali, pare abbiano invece esercitato una pressione potente alla quale questa generazione di repressi e impotenti “diventati tali perché hanno perso il controllo sulle femmine” reagirebbe con lo squadrismo  convinti che sia il modo per recuperare il dominio su di loro,  le sciacquette scafate che parola sua “ scappano dai ciabattoni e sono disponibili a molte avventure, inclusa quella di Tinder. L’uomo, invece, sogna ancora la donnina che gli prepara la minestra”.

Ecco avevamo proprio bisogno del parere della venerabile pataccara che insieme alla raccomandazione di approvvigionarsi di oro in previsione del peggio, si compiace delle nuove avventurose frontiere del riscatto femminile, anche grazie all’acchiappo su Tinder, Badoo e simili, in modo che l’altra metà del cielo conquisti il diritto a partecipare equamente all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli e più poveri, alla pari con le correnti mainstream del moralismo progressista e con i settori di business di fascia alta a alto contenuto simbolico (Wall Street, Silicon Valley, Hollywood), quelli in mano ai creativi del “capitalismo cognitivo” che fanno da sponda emancipata e acculturata alla macelleria sociale.

Non so voi, ma a me l’idea di andare in montagna con certe nuove partigiane dell’ultima ora non piace, anche se   si tratta di Saint Moritz e Aspen.


Minibot e Libra, una storia esemplare

moete parallele

Primi acquisti con la “Peche” una valuta alternativa in uso a Parigi

Torno sull’argomento dei minibot,  già trattato in due post precedenti, perché senza che se ne abbia la sensazione, siamo arrivati di fronte a uno snodo fondamentale della politica e della vita del Paese, qualcosa che di per sé  ha poco a che vedere con le piccole appartenenze politicanti e che certo non si può affrontare alla luce delle medesime vista la sua portata. Quando la Bce e il coro di rane che piovono da Bruxelles accusa questo strumento di prefigurarsi come una moneta alternativa non ha tutti i torti, potenzialmente potrebbe diventarlo, anche se ha torto marcio quando dice che questo non è previsto dai trattati: se così fosse dovrebbe allora proibire le altre monete alternative e sono almeno un centinaio che esistono nell’area euro.

E’ da qui che bisogna partire per capire qualcosa della questione: in tutto il mondo ci sono stati e ci sono strumenti di credito monetari diversi dalle divise ufficiali: si tratta a seconda dei casi di  monete parallele o complementari o locali  a seconda degli scopi che si prefiggono. Possiamo citare il Wir (in  tedesco significa “noi” ) usato in Svizzera e nelle parti della Germania confinanti fin da gli anni ’30 e che ha addirittura una propria banca, le Ithaca Hours e i Time Dollars, creati a cavallo degli anni ’90 negli Stati Uniti che hanno dato spunto molti altri strumenti di scambio e credito mutuale sviluppati dovunque, come le Banche del tempo e i Local Exchange Trade Systems, oppure per restare in Italia alcuni titoli di credito territoriali e/o di scopo come il Sardex, lo Scec o il Tibex. Si tratta di strumenti molto più usati di quanto non si pensi tra i quali possiamo annoverare anche le monete particolari usate in molti distretti commerciali della Germania, una ventina circa tra cui il Chiemgauer, nato nel 2012 contro cui Draghi e gli oligarchi di Bruxelles non hanno evidentemente nulla dire o la” Peche” moneta usata a Parigi o le altre trenta divise locali nate in Francia negli ultimi 5 anni, tra cui il Bonus ideato da due docenti italiani della Bocconi per Nantes o il Tem greco o il Bristol Pound inglese divisa locale con la quale vengono pagati  persino gli stipendi pubblici e quello del sindaco o ancora la cinquantina di monete alternative della Spagna. Persino in Cina esiste una moneta virtuale. Decine di migliaia di imprese lavorano con questi titoli per un valore di interscambio che complessivamente raggiunge  qualche  decina di miliardi senza che gli eurocrati si preoccupino e facciano eccezione di legalità, come accade per i ventilati minibot italiani.

Per tentare di capire cosa spinga l’oligarchia europea a mettersi contro strumenti  invocati da numerosi economisti proprio per scopi fiscali,  bisogna fare un salto laterale e considerare che oggi accanto ai titoli alternativi locali ( e ogni nazione in Europa è in fondo un territorio locale) o di scopo, si sono sviluppate monete internazionali non legate ad una banca centrale o a uno stato o conglomerato di stati: si tratta delle cosiddette criptomonete con le quali si può ormai pagare qualunque cosa e che non sembrano preoccupare più di tanto i banchieri centrali nonostante siano effettivamente monete alternative a tutto tondo. Ora poi si è sull’orlo di un salto di qualità perché anche Facebook ha annunciato di voler emettere una propria moneta virtuale, la Libra, che tuttavia avrà caratteri decisamente diversi rispetto ai bitcoin e compagnia il cui valore è in qualche modo garantito solo da un tetto invalicabile di emissione e non da beni reali:  la Libra non avrà quantità di emissione prestabilite, ma sarà ancorata a un paniere di attività che ne garantiranno la stabilità e che includeranno “depositi bancari e titoli di Stato in valuta da banche centrali stabili e rispettabili”. Il tutto verrà gestito da un consorzio che non comprende solo Facebook il quale anzi vorrebbe essere solo lo spazio virtuale principale in cui opererà la nuova moneta, ma una serie di ben conosciuti soggetti economici come MasterCard, Visa, PayPal, Uber, eBay,  Spotify, Vodafone e altri 16 soggetti.

A nessuno può sfuggire la novità quasi rivoluzionaria di questa nuova divisa, novità che consiste nell’essere fondata su garanzie tradizionali, ma di essere emessa da una società privata transnazionale. Anche la Libra ovviamente non dovrebbe essere ammessa nell’area euro in quanto moneta alternativa a tutti gli effetti, in quanto potenzialmente creatrice di debito privato, altrettanto importante di quello pubblico, nonché come possibile strumento di evasione fiscale, ma a quanto pare Bruxelles non ha nulla dire al proposito mentre fa fuoco e fiamme contro i minibot. La ragione è facile da comprendere: alle oligarchie europee non interessa affatto arginare le monete alternative che nascono nel privato perché il suo intento precipuo è quello di espropriare  gli Stati dalla sovranità monetaria e di bilancio, ossia degli strumenti fondamentali della loro esistenza e della funzione politica essenziale in democrazia, mentre le sta benissimo se queste funzioni vengono assunte da società multinazionali. Dunque il minibot disturba essenzialmente perché è legato allo Stato e al pubblico e dunque confligge con lo spirito della Ue.

A mio giudizio la logica quasi necessaria del neo liberismo, almeno quella assunta nel nostro continente, è proprio questa: prima si colpisce la democrazia, svuotandone gli essenziali ancoraggi agli stati, alla cittadinanza e alle libertà di bilancio trasferendo la sovranità ad organismi multinazionali non elettivi e tecnocratici, poi man mano si sostituisce il pubblico con il privato per surrogazione in ogni settore, moneta compresa. Certo la Libra nel suo paniere a garanzia presenterà anche valute come dollaro ed euro (una ragione in più per considerarla una moneta alternativa) e dunque i tecnocrati avranno maggiore severità per ciò che concerne il debito pubblico visto che esso riguarda direttamente grandi multinazionali. I massacri sociali richiesti dall’Europa, non saranno volti solo per sostenere l’euro o a creare uno squilibrio che favorisce le mire egemoniche tedesche o ancora ad umiliare le conquiste del lavoro e favorire il profitto, ma anche per far garantire di più Facebook, Visa e compagnia cantante. Tutto grasso che cola secondo gli anti sovranisti che sono o lupi travestiti da agnelli o agnelli che non riconoscono i lupi.

 

 

 


Caccia all’errore

tf-x_turkish_tn_290_230Nuovi problemi per l’ F35, come se non bastassero quelli già ci sono: si è scoperto che la versione da portaerei ( una ventina sono stati acquistati anche dall’Italia per la Cavour ) e quella a decollo verticale possono diventare incontrollabili se effettuano cabrate con incidenza oltre i 20 gradi, ma cosa ancora più grave il volo a velocità supersonica porta al rapido degrado del rivestimento che dovrebbe rendere l’aereo “furtivo” e provoca danni strutturali ai motori a causa delle altissime temperature. Insomma come dice il comando della Us Navy : ” e’ impossibile, con simili limitazioni, per la Marina o il Corpo dei Marines utilizzare l’F-35 contro una pari minaccia,” mentre arriva l’ordine dagli alti comandi   di non volare a velocità supersonica per più di un minuto. Ora a quanto pare questi difetti erano stati riscontrati già durante i test del 2011, senza che però venissero evidenziati, mentre lo sono adesso che il caccia è in produzione e che ogni rimedio costerà altri milioni di dollari agli acquirenti per avere comunque un caccia mediocrissimo e con limitazioni assurde.

Tutto questo è l’effetto del combinato disposto tra le prassi opache del complesso militar industriale degli Usa in assoluta sintonia col neo liberismo, della illusoria fiducia in una capacità tecnologica sempre vincente che fa parte della mitologia americana di cui siamo succubi e della capacità di imperio nei confronti di alleati e colonie. Certo sparare sull’F35, per ammissione degli stessi esperti di gran lunga inferiore ai suoi concorrenti, è ormai come sparare sulla croce rossa, ma non è questo l’argomento principale del post, quanto il fatto che al salone dell’aeronautica di Parigi, la Turchia abbia presentato il prototipo statico del suo caccia di quinta generazione, il TF-X  che quanto meno sulla carta si presenta come superiore  all’ F35. La vicenda prende le mosse dalla volontà di Ankara di acquistare dalla Russia i missili  S400, assai più efficienti dei vecchi patriot americani, ma difficilmente integrabili nella Nato. La risposta di Washington a questo affronto al tempo stesso politico e tecnologico, è stata la minaccia di escludere la Turchia dal programma F-35 come se questo poi costituisse un gran danno, ma invece di vedere Ankara tornare in ginocchio da Trump, la Turkish Aerospace Industries, ha tirato fuori il suo prototipo che entrerà in servizio nel 2028, con un iter in realtà assai più veloce dell’F35 che alle spalle ha 18 tormentosi anni.

Ora non stiamo parlando della Russia, della Cina, ma della Turchia, il cui sviluppo industriale e tecnologico è recentissimo, ma che è già in grado di produrre macchine quanto meno all’altezza dei suoi padroni: questo dovrebbe essere un campanello di allarme per Washington e per tutto il suo sistema di alleanze. Finché sono Germania e Francia a dire no alla carretta volante per costruirsi in proprio un caccia efficiente, gli Usa possono irritarsi per lo sgarbo, pronti poi a vendicarsi alla prima occasione, ma quando lo fa la Turchia la cosa assume un significato tutto diverso ed epocale che consiste nella palese perdita della primazia che gli Usa vorrebbero esercitare sull’intero globo, perdita che peraltro sembra averli colti di sorpresa. In effetti a parte i difetti progettuali e costruttivi l’ F35 è un po’ il simbolo di tutto questo: l’idea alla base della concezione di questo caccia multiruolo che risale agli anni ’90,  è proprio l’ipotesi di non doversi mai misurare con avversari all’altezza della situazione, come rivela chiaramente la frase precedentemente riportata della Us Navy. In quell’epoca la Russia sembrava sulla via di un irredimibile decadimento, la Cina era di la da venire e l’Europa era saldamente nelle mani di un’elite atlantista: dunque serviva un aereo “furtitvo” in grado da una parte di operare contro avversari modestamente armati, privi di radar avanzati e dunque non sempre in grado di rilevarlo, tipo Afganistan, Medio Oriente o Nordafrica e dall’altra come vettore di armi atomiche in un contesto nel quale non si immaginava di aver bisogno di vedersela con macchine superiori per capacità. Insomma l’F35 era il caccia perfetto del mondo unipolare e della vittoria neo liberista. Venticinque anni dopo si dimostra l’arma del declino e lo sarebbe anche se l’opacità del sistema non lo avesse caricato di difetti. Il quadro diventa addirittura grottesco se si scopre che gran parte dell’ hardware elettronico del caccia è fornito dalla Exception PCB, azienda con sede in Inghilterra, ma filiale della cinese Shenzhen Fastprint dal 2013. E’ davvero penoso che il ministero della difesa inglese abbia garantito che “nessun cittadino cinese  può accedere ai dati dell’F-35”: basta solo sapere quali sono i circuiti venduti per la realizzazione del caccia, dati ovviamente in possesso della casa madre, per dedurne facilmente le funzionalità e gli scopi. Ma questa idea di detenere il segreto di cose concepite altrove è talmente paradossale da rendere perfettamente l’idea del punto in cui siamo.

 


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