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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

La classe dei malminoristi

alberto-savinio-lisola_30Anna Lombroso per il Simplicissimus

È meglio morire di cancro o di ictus? È meglio Trump o Hillary? È meglio Bonaccini o Zaia? È meglio Brugnaro o Nardella? È meglio Renzi o Salvini? È meglio schiattare di Covid 19 o di carestia, fame, umiliazioni, asfissia da cravatte del racket europeo? E ancora, a raffica, è meglio la Bellanova o la Meloni? È meglio il patto con la Libia di Minniti o la sua fotocopia firmata Lamorgese?

E poi, è meglio Conte che accetta un boccone avvelenato che indebita il paese ricevendo in prestito i suoi stessi quattrini da ripagare anche in veste di riforme, ovvero tagli di spesa pubblica, della sanità, delle pensioni, delle tutele e dei diritti del lavoro, o Draghi che ha anticipato lo stesso trattamento alla Grecia e lo ha “promesso” all’Italia con la famosa letterina a 4 mani in cui si intimava al governo italiano, come atti inevitabili “per recuperare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”  “riforme costituzionali di inasprimento delle regole fiscali”?

Ci hanno fatto sapere che a questi quesiti impossibili, in molti hanno dato e danno un risposta, scontata, peraltro, visto che  la percezione di quello che pensa la gente  è consegnato all’impiego di  misuratori messi a punto dall’ideologia mainstream, che interpreta l’esprimersi di un segmento particolare di pubblico, ben identificabile.

E infatti  è quello  che esterna tra una puntata e l’altra della Casa di carta o di Suits, che comunica con i like su Fb o su Twitter, la foto di Carola o Lucano sul profilo, non più attendibili in termini di misurazione della partecipazione democratica dei borborigmi leghisti,  sull’indice di militanza antifascista accertabile più in base ai decibel dell’intonazione di Bella Ciao nelle piazzette delle sardine più che sulla solidarietà agli scioperi dei martiri delle attività essenziali i primi di marzo, o sulla resistenza degli “isolani” all’occupazione dei loro territori  da parte della Nato.

Non sorprende, perché a dichiarare le preferenze di voto che non hanno poi riscontro in cabina, è un ceto che ha grande visibilità al posto di vera rappresentanza, grazie all’appartenenza per reddito, istruzione, accesso a informazioni, sia pure manipolate, a una minoranza che dice, naviga, mostra e si mostra e dunque assume il valore, il prestigio e il credito di “maggioranza”.

E’ quella  che finora si è sentita al sicuro e moralmente superiore iscrivendosi al partito del male minore, del meno peggio, del fatale incontrastabile e senza alternativa, pena l’anatema e l’ostracismo lanciato contro  i disfattisti, i visionari, i  nichilisti, i complottisti,  ed essere condannati all’isolamento da parte della comunità per via della difformità di pensiero e convinzioni dal conformismo imperante grazie all’egemonia del pensiero unico del politicamente corretto.

Ci ha pensato l’uso della minaccia sanitaria a ridurre la possibilità di scelta tra il peggio e un meno peggio, secondo categorie costruite ad arte per non permettere più libero arbitrio, libera critica, liberi interrogativi secondo i principi di realtà, scavalcati dal rincorrersi di  dati, statistiche, diagnosi, pareri, atti d’urgenza, sanzioni e impedimenti.  Grazie all’imposizione di una opzione obbligata che di fatto impediva l’esercizio del “decidere”: o stai a casa o muori, o esci e lavori o ti tolgono il salario, o metti la mascherina o ti commino 300 euro di multa, o obbedisci o ti meriti il castigo, sia sanitario che morale.

Così è stato facile dimostrare che si è costituita di fatto una unità compatta del Paese, esaltata con orgoglio da autorità e giornali, salvo la criminalizzazione di pochi irresponsabili e disobbedienti, una coesione fieramente esibita degli eroi del divano, dello smart working, della didattica a distanza, dell’ostensione della ricrescita e della peluria.

E guai a chi invece teme che sia cominciata una guerra civile destinata a continuare, sia pure a bassa intensità, con chi pensa di riuscire a conservarsi qualcosa, beni, sicurezze, casa, reddito copertura assistenziale e chi invece già ha perso tutto o lo perderà.

Eppure si sarebbe dovuto capire che questo accadimento prevedibile, previsto, eppure inatteso, ha accelerato la fine di alcune certezze, politiche e culturali che avevano permesso a segmenti sempre meno trasversali alle classi, di sentirsi egemonici socialmente ed eticamente.

Come una bomba che deflagra, ha spazzato via i miti della globalizzazione, a sorpresa rivelatasi una minaccia,  cosmopolitismo, rendendo impraticabili e inimmaginabili i suoi riti, dello scambio e del viaggiare. Ha demolito la costruzione dell’onnipotenza del progresso, inabilitato a contrastare con la scienza e la tecnologia la peste, dando ragione se a Laouche e agli apostoli della decrescita, alle profezie di Benjamin che sconsigliava di premere l’acceleratore dello sviluppo, ma di tirare il freno a mano.

Ha liquidato la saga dell’efficienza  del sistema privato, propagandata per anni come vincente per efficacia e prestazioni e quella della competizione, come gara virtuosa, che ci vede perdenti.

Ha fatto giustizia del credo cieco quanto fervente nell’Europa che a muso duro ha abbattuto la stele eretta a Ventotene, per chi ancora praticava l’atto di fede nell’aristocratica utopia, dimostrando che qualsiasi sia la formula con cui verrà concessa la carità pelosa, a pronta restituzione, sarà al costo di “riforme” che, come in Grecia, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali.

E ha posto   domande alle quali chi crede di essere esente ha dato una prevedibile risposta: è meglio la vita o la borsa? la sicurezza o la giustizia? l’autodeterminazione  o la delega a chi “ne sa di più”?

Sono domande che non servono a  collocare chi le fa e chi usa il risponditore automatico nella categoria criticabile della destra cialtrona, rozza e ignorante, e che non sono nuove  se la proposta di poco più di un anno fa di limitare gli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, dando licenza ai geriatri degli ospedali di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure, era di un partito olandese denominato Sinistra Verde, se l’economista Attali guru del  Partito Socialista Francese, sostiene la opportunità di legalizzare e incentivare l’eutanasia, non per permettere una scelta dignitosa, ma  per ridurre la pressione sulla spesa pubblica, né più e né meno di Madame Lagarde o della Fornero, che almeno professano esplicitamente il culto neoliberista.

O se i diritti del lavoro, quelli all’istruzione sono stati cancellati da un partito proclamatosi riformista e democratico, che ha voluto mantenere nel suo pacchetto comunicativo il principio di modernità, togliendo quello di protezione sociale e quello di merito buttando via quello di uguaglianza.

O se ogni richiesta di riappropriarsi di quei poteri e di quelle competenze che costituiscono la sovranità di un Paese, perfino oggi, che si riscopre la necessità di un ruolo più attivo dello Stato in economia e nella spesa sociale, viene assimilata a un ottuso sovranismo, che va contrastato politicamente e moralmente affidando le scelte a una entità “sovranazionale”, tirannica quanto marginale rispetto al Grande Gioco dell’egemonia mondiale.

Ora a chi aveva quelle risposte pronte, sta per essere tolto il pane dopo che è stata tolta la voce, e pure gli occhi per vedere. Salvati dal contagio, potrebbero avere l’immunità di gregge contro il virus della libertà.

 

 

 


Come pensano alla nostra salute

9423702-financial-health-money-and-stethoscopeCome forse qualcuno ha avuto modo di leggere, la Rockefeller Foundation è uscita allo scoperto presentando il “Piano d’azione nazionale sui test Covid-19” , che indica i passi che ritenuti necessari per riaprire i luoghi di lavoro e ristabilire la vita di comunità secondo una strategia messa a punto da alcune prestigiose università ovviamente private e altrettanto ovviamente non aliene da corposi interessi nella questione, in particolare la Johns Hopkins, di fatto braccio armato della Fondazione Gates. La lettura è molto interessante perché non solo propone giganteschi affari per Big Pharma con i soldi pubblici  ma anche e soprattutto perché come cura definitiva allude a una società militarizzata e sostanzialmente guidata in senso privatistico: tutto questo a fronte di una sindrome para influenzale gonfiata all’inverosimile nei numeri e nella catalogazione dei decessi, ma che anche così non va oltre lo 0,03 % di mortalità. Insisto su questo perché è proprio l’artificialità della situazione che denuncia  la volontà di mettere in campo una nuova e sinistra ingegneria sociale, senza che ve ne sia alcuna necessità in relazione alla pseudo pandemia. 

La prima parte di questo delirio rockfelleriano prevede la formazione di un  Pandemic Testing Board “composto da leader di imprese, governo e mondo accademico”, dunque con una soverchiante presenza privata che avrebbe il potere di decidere azioni e attività con un autorità non diversa da quella del Presidente in tempo di guerra e nella sostanza prevede di sottoporre a test Covid inizialmente 3 milioni di cittadini americani alla settimana, per arrivare poi a 30 milioni a settimana e infine a 30 milioni al giorno. Una cosa assolutamente pazzesca e senza senso, se non fosse che viene detto senza mezzi termini che ogni test costerà all’erario un minimo di 100 dollari, per cui siamo vicini ad un affare da oltre 30 miliardi ( e molto di più se si pensa che questo “esempio” potrebbe essere esportato con la complicità di una politica corrotta e subalterna). E’ del tutto evidente che fattasi incerta la prospettiva di un vaccino nei confronti di un virus ampiamente variabile si tenti di sostituire gli affari previsti sostituendoli con qualcosa di altrettanto remunerativo, anche se totalmente assurdo nei confronti della minaccia. Chi pensa che le grandi organizzazioni o addirittura la Scienza siano alieni da volgari speculazioni sulla salute si sbaglia di grosso: si pensi soltanto all’Oms che da tempo immemorabile ha raccomandato l’idrossiclorochina, come profilassi antimalarica ma ora che il composto si è rivelato efficace contro il coronavirus dice che ha effetti collaterali tali da sconsigliarla. Va bene che il direttore è un bandito al servizio di Bill Gates,  e che nemmeno ha una laurea in medicina, però il troppo stroppia. 

Ma questo è il meno perché per poter mettere in atto il piano di una utilità reale pari a zero il documento prevede di reclutare un corpo speciale “di risposta pandemica” –  ammesso che la pandemia continui, cosa di cui non c’è alun indizio – formato dai 100 ai 300 mila uomini  reclutati tra la guardia nazionale e i volontari di Peace Corps e Americorps (quelli che operano nei  paesi in via di sviluppo con le modalità che conosciamo ). Questa armata, i cui membri dovrebbero essere pagati 40 mila dollari l’anno, sorveglierebbe con metodi militari la popolazione in modo da ottenere una possibilità di controllo pressoché totale dei cittadini. L’accenno alla retribuzione che potrebbe sembrare pleonastico in un documento come questo, mira invece a rendere perenne l’emergenza e a costituire una nuova milizia sostanzialmente a direzione privata e pagamento pubblico che si presenta come permanente:  una volta esaurito il pretesto del Covid nuovi allarmi possono essere creati in ogni momento semplicemente gonfiando mediaticamente gli eventi come è appunto avvenuto col coronavirus il quale peraltro era presente ben prima della sua “scoperta”. 

E’ evidente che ci si trova di fronte ad un’attacco frontale del grande capitale alla democrazia, sfruttando ancora una volta la paura, ma in questo caso attraverso una  minaccia di prossimità per ciascuno e poco importa se questa minaccia è concreta o principalmente un babau  informativo. Qualcosa che comunque era nell’aria da molto tempo, si stava preparando nei think tank e nelle casseforti dei grandi patrimoni, soprattutto da quando si è capito che il sistema non avrebbe potuto reggere a lungo così com’era. Del resto non si tratta nemmeno di cose segrete, certe intenzioni e visioni erano state tenute nascoste nel passato, ma da anni vengono esplicitate a diversi livelli non solo nelle parole dei vari Bill Gates, Rockefeller e compagnia vaccinante, ma persino in quelle dei responsabili politici tanto che il segretario di Stato Mike Pompeo ha ammesso  in una dichiarazione alquanto contraddittoria fatta in televisione sul Covid 19 e sulle restrizioni,segregazioni, roghi di economia reale: “non si tratta di un punizione … stiamo facendo un’esercitazione dal vivo, per sistemare le cose.” E senza dubbio ci stanno sistemando per le feste. 


“Aiuti” europei: era meglio morire di Covid

bruxelles-04022020-il-presidente-del-consiglio-giuseppe-conte-incontra-a-palazzo-berlaymont-la-presidente-della-commissione-europea-ursula-von-der-leyen-620x430Se si può capire che la paura atavica della peste favorisca una paralisi cognitiva che fa il gioco del grande capitale con un virus che va e viene, che sparisce e ricompare a seconda delle convenienze politico affaristiche, non si comprende in alcun modo come possa essere motivo di un nuovo orgasmo eurpeista per il cosiddetto Recovery Found, appena ribattezzato con  termini inglesi da pubblicità ingannevole come New Generation Found e per la gioia dei decerebrati aumentato da 500 a 750 miliardi. Davvero non si può concedere la buona fede a chi dolosamente proclama e a chi crede che questo possa risollevare le sorti del’economia italiana colpita e affondata da una manica di mentecatti che ha chiuso tutto sparando numeri fasulli su morti e contagiati ancora più di quanto non si faccia nel resto del mondo e che adesso con le mascherine prodotte e importate dai famigli degli stessi parlamentari, con il ridicolo “distanziamento sociale”controllato da 60 mila percettori di reddito di cittadinanza, sta devastando anche il turismo davvero per nulla.

Forse è più facile descrivere  questo “fondo di nuova generazione” che esprime tuttavia un vetusto propagandismo del nulla con uno specchietto per non allodole: la chiarezza dei fatti e delle cifre trasforma in piombo l’oro fasullo delle “scelte rivoluzionarie” diffuso dai mascherinomani in tutti i sensi. Non è affatto  un caso che tra europeismo resiliente ad ogni evidenza e adesione acritica alla narrativa pandemica ci sia una totale sovrapposizione con intere masse di accecati che danno fiato alle trombe: ah se c’era Salvini tutto questo non arrivava.  Bè a parte il servilismo e la mancanza di senso dello stato  e della stessa idea di Europa che questi straccioni politici esprimono, niente, ma proprio niente di tutto questo contiene un’oncia di verità.

  1. Secondo quanto è dato di sapere si tratta di 500 miliardi di stanziamenti e 250 di prestiti, per tutti i Paesi Ue e per i prossimi tre anni, ma non c’è assolutamente  nulla a fondo perduto come vorrebbero far credere i pinocchietti di lotta e di governo. I 500 miliardi vanno infatti coperti con i contributi degli stati membri e con qualche artificio contabile. E questo per l’Italia significa dare 96,3 miliardi della sua quota a Bruxelles per riceverne – nel migliore dei mondi possibili – circa 82 a fondo perduto. Insomma una fregatura da 14 miliardi.  A questa mirabile operazione si aggiungerebbero circa 90  miliardi di prestiti ovviamente condizionali: quindi ciò che dice il governo per bocca di Gentiloni, vale a dire che ci sono 172 miliardi a disposizione dell’Italia è tecnicamente vero, è invece una vergognosa bugia il fatto che essi siano a fondo perduto e soprattutto non tiene conto che almeno 60% di quella cifra è formata da soldi nostri
  2. Ma come verranno reperiti questi soldi, sia quelli di stanziamento che quelli per i prestiti?  Ovvio con euro tasse e tasse statali. Si tratta di imposte sulle società digitali, su quelle energetiche, su una galassia di altre attività, che alla fine i cittadini sconteranno con l’aumento dei prezzi. Ma si andranno anche a prendere direttamente i risparmi delle persone: se questo è un regalo chi lo dice è un bandito.
  3. Al contrario di quanto affermano Giuseppe e si suoi fratelli, l’accesso a questi soldi per gran parte nostri non sarà senza condizioni, ma imporrà le solite “riforme”, ovvero tagli di spesa pubblica, paradossalmente della sanità, delle pensioni, delle tutele e dei diritti del lavoro, almeno per quello che ne rimane. Questo è scritto nero su bianco nei documenti della Commissione, nelle dichiarazioni di ogni membro del direttorio europeo e nella stampa europea è un dato scontato.
  4. E’ certo da ciò che emerge che una consistente fetta dei finanziamenti globali riguarderà il  piano verde europeo, per capirci i quello delle auto elettriche e della automazione digitale, esattamente quello voluto dal settore automobilistico tedesco in grave ritardo su questo e su cui la Merkel aveva posto la sua spada di Damocle.
  5. E’ abbastanza evidente che questo fondo truffaldino è stato ideato per far accettare ai partner europei il ridimensionamento della Bce che, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale tedesca, non avrà più le mani libere per intervenire sui mercati ed immettere liquidità per migliaia di miliardi.
  6. Si ha notizia del fatto che alcuni istituti finanziari stiano già individuando, secondo uno schema alla greca, i beni pubblici italiani che dovranno essere messi a garanzia dei prestiti, si tratta di zone turistiche o archeologiche, di infrastrutture portuali  o aeroportuali, terreni del demanio. E’ molto probabile che il Foro romano, gli scavi di Pompei, l’isola d’Elba alcune zone della Toscana vengano di fatto strappate al Paese.

 

E’ davvero straordinario che  tutto questo possa suonare come una vittoria per l’Italia e un  rilancio dell’Europa, quando invece si tratta della tomba del Paese e anche dell’idea di Europa comunitaria. Infatti ciò che appare evidente è che dalla crisi programmata e artificiale che stiamo vivendo potrà salvarsi solo chi dispone di sovranità monetaria o gestisce di fatto, come la Germania, monete uniche e spurie. Era meglio morire di Covid.


Marcia sulle rovine d’Italia

bacch Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è stata primavera nella quale non sia echeggiato il grido di dolore di imprenditori che denunciavano sulle prime pagine di autorevoli quotidiani: ”cerco barista”, “cerco panettiere”, “cerco bagnino”.

Avevano, a loro dire, pubblicato l’annuncio promettente  ma nessuno voleva rispondere all’offerta generosa di un competitivo cottimo o di vaucher, la formula preferita dai padroncini, senza contributi e a una paga oraria di 7,5 euro netti.

Ogni anno si alzava il piagnisteo: “offro un posto, ma ormai i giovani non hanno voglia di far niente, stanno a casa con la paghetta dei genitori, aspettando il reddito di cittadinanza”. E basta pensare alla riprovazione della quale sono stati oggetto i “volontari” dell’Expo, o il biasimevole personale del Gran Norcino Farinetti che ha disertato la sua cittadella del gusto.

Ai titoloni pieni di biasimo per i flaneur e gli sfaccendati, non si accompagna mai l’esibizione di qualche dato statistico sui tirocini a 400 euro al mese per 40 ore alla settimana, sulla obbligatorietà di accumulare due o tre lavoretti alla spina per mettere insieme pranzo e cena, su paghe di tre o quattro o sei euro lordi l’ora  o per venti righe di una news nel precariato giornalistico, in un Paese che registra il 14% di forza lavoro in condizioni di “povertà lavorativa” – lo dice l’Inps –,  dove il 30% dei giovani occupati prende meno di 800 euro al mese, dove si guadagna meno di trenta anni fa a parità di professione, qualifica e carriera, titolo di studio.

Quest’anno il termine utile per dare sfogo alla lagna miserabile contro i choosy, i perdigiorno e gli scansafatiche è scattato prima per via delle produzioni agricole ferme e dei campi disertati, cui si è posto rimedio con una sanatoria raggiro che pone rimedio al caporalato pregresso degli irregolari permettendo a chi li ha sfruttati di esonerarsi dai carichi penali e amministrativi con 400 euro e un’ammenda forfettaria per i contributi non versati, che, si hanno le prime denunce, vengono abitualmente fatte pagare agli stessi immigrati.

Mentre intanto per i nostri connazionali si aprono formidabili opportunità di carriera nei cantieri delle Grandi Opere, come magazzinieri e pony delle catene dei prodotti online, definitivamente sdoganate  in qualità di attività essenziali, e pure come steward di spiagge private, che in quelle pubbliche devono offrire il loro contributo volontario  gli immeritevoli percettori di reddito di cittadinanza o sussidi.

E figuriamoci se non sarebbe successo: in nome della salute è diventata definitiva la rinuncia obbligatoria alla tutela di talenti e competenze, ai diritti e alle conquiste, retrocessi a lusso e privilegio concesso a pochi, per nascita, appartenenza sociale, iscrizione a circoli e delfinari chiusi ed esclusivi.

E più che mai tocca astenersi dalla rivendicazione della dignità, personale e di popolo, termine questo quanto mai impopolare, appunto, preferendogli “ceto”, “società”, “categoria”, “ordine”, “grado” purchè si eviti qualsiasi riferimento all’arcaico “classe” che ricorda conflitti inopportuni e disdicevoli in un momento nel quale va salvaguardata e promossa l’unità di tutti per battere l’apocalittico nemico.

Infatti quello che si esige dai lavoratori si pretende da Paese. Che dovrebbe – dopo aver abiurato a sovranità, potere decisionale, identità nazionale accusata di sovranismo, al fine di conseguire una maggiore efficienza dell’economia all’interno dell’eurozona, garantita dall’appartenenza all’Unione Europa, soggetto designato alla costruzione di una società più libera e più giusta, finendo per essere soggiogato dal dominio delle élite finanziarie sovranazionaliste intente a distruggere la  statualità, ultimo baluardo a difesa dei beni comuni e dei ceti più deboli, ecco, dopo questo, sarebbe anche tenuto a abdicare a storia, memoria, vocazione, onorabilità, reputazione, rispetto.

In nome del doveroso rispetto delle regole, da più di vent’anni l’Italia ha smesso di crescere,  di creare e assicurare  lavoro stabile per i propri figli, di  salvaguardare l’accesso ai servizi sociali, di tutelare la salute, di dare istruzione e cultura, di esercitare la regolare manutenzione del territorio.

Ogni giorno la grande stampa auspica la promozione a più alto incarico del ministro Franceschini, impegnato in prima persona a battersi in quella che qualcuno ha chiamato la “guerra delle briciole”, per far riconoscere agli italiani il ruolo di baristi,  osti, portieri, locandieri, facchini, autisti, marmittoni.

Come è giusto esigere da un paese retrocesso a terzo mondo interno dell’Occidente, che è obbligato a prestarsi a un futuro servile, terra di giacimenti culturali troppo poco sfruttati, di paesaggi non abbastanza  degradati, di musei non sufficientemente abili a fare cassa, a aree archeologiche non sufficientemente predisposte a ospitare sfilate di mutande, a gallerie poco pronte a esibire mostre farlocche a beneficio dei critici/manager, delle multinazionali dei cataloghi e dei gadget, delle assicurazioni e dei “servizi aggiuntivi”: edizioni di scadenti sussidiari, ristorazione, merchandising.

Il destino è segnato, si riaprono i cantieri, la gleba torna  ai solchi bagnati di servo sudor e le città d’arte devono riaprirsi come prima e peggio di prima all’arrivo desiderato e promosso di turisti. Peggio di prima, si, perché dobbiamo scontare il danno alla reputazione di essere in testa ai paesi contagiati, con record di morti che gettano ombre sulla nostra ospitalità ed efficienza,  avanguardia tra gli accattoni del Mes .

Dopo che per mesi anime belle di sono beate dell’ineguagliabile bellezza di Venezia deserta, del concerto armonioso dei passi che echeggiano sul selciato di Piazza della Signora, proprio sopra l’alta velocità di Nardella, del blu del mare davanti ai casermoni obsoleti prima di essere finiti della Calabria, come ridicole quinte del teatro del consumo di suolo, diventa auspicabile che si riaprano le frontiere all’arrivo dei ciabattoni, ovunque  e comunque ci beneficino con la loro presenza, nelle città e nei paesi  da dove vengono espulsi i residenti per far posto a alberghi, case vacanze e B&B, che dopo la prova dell’epidemia devono rifarsi incrementando l’offerta di servizi esecrabili e illegali.

Non si può mica andar troppo per il sottile, è ora che i professori di storia dell’arte espulsi dalla Buona Scuola si prestino a fare le guide su e giù per le calli con il berrettino e l’ombrellino narrando col megafono la storia della superpotenza ridotta a disneyland, che la Sicilia si presti a diventare uno sterminato campo di golf, che i laureati in beni culturali si adattino a fare gli inservienti e i baristi nei posti di ristoro dei musei impegnati a far cassa, che i ragazzi dei conservatori indossino crinoline e marsine per intrattenere i villeggianti fuori dalle hosterie, e che i diplomati nelle scuole alberghiere diano fuoco alle crepes suzettes tra  le rovine di prestigiose aree archeologiche, in occasione di  matrimoni e convention.

Dobbiamo essere pronti a tutto, alle Olimpiadi che nessuna città moderna e civile vuole più per non pagarne il conto arretrato  a vent’anni di distanza, a vendere agli emiri porzioni di Milano o le coste sarde perchè ci allestiscano un ospedale accanto ai resort, non fidandosi ragionevolmente dei nostri servizi, a elemosinare dai corsari delle crociere il transito davanti a San Marco.

Eravamo nati con la camicia, per bellezza, creatività, produzione artistica, paesaggio. Adesso la fanno diventare una camicia di forza, dove siamo costretti da carestia, perdita di beni, indebitamento, ricatti. Che si sa, i poveri sono matti.

 

 


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