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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Democrazia suicida

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi fa piacere dirvelo, però io ve l’avevo detto. Ve l’avevo detto che non era il caso di fare tanto gli schizzinosi e di andare a votare al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Perché era vero che si trattava dell’uso manipolatore dell’ultimo strumento partecipativo autentico ancora concesso, elargito come una mancia all’antipolitica ormai al governo e pure all’opposizione, a tutela della cerchia disposta a ridursi pur di conservare il sistema di selezione del personale e dell’intangibilità delle proprie élite.

Perché era vero che l’onorabilità della formazione del No era macchiata da presenze ingombranti e poco credibili.  Perché era vero che l’esito era scontato.

Però era altrettanto vero che era necessario dare una risposta politica al quesito inevaso  da autorevoli rappresentanti del Si e cioè quali garanzie e riscontri potevano esserci che un taglio lineare della rappresentanza influisse beneficamente sui criteri di scelta e sulle prestazioni dei parlamentari.

Però era altrettanto vero che non poteva non insospettire che a battersi per un atto dichiaratamente simbolico più che concreto ci fosse uno schieramento che copriva tutto il Parlamento con in testa quei babau che incarnano ormai il Male e l’oltraggio ai valori costituzionali.

Però era altrettanto vero che se si era legittimamente dubbiosi sulla qualità e gli effetti di un voto preteso dagli stessi che dopo che per un anno si erano gingillati intorno a riforme e disposizioni avevano poi optato per dichiarare la loro impotenza o inadeguatezza o cattiva volontà, delegando al popolo l’attuazione di principi già votati a maggioranza, ciononostante era preferibile non consentire che la vittoria, peraltro risicata del Si, si trasformasse in un plebiscito in favore della maggioranza.

Perché così è stato e potete accorgervene adesso, adesso che di giorno in giorno viene confermata la totale “superfluità” (traggo il termine dal Manzoni a proposito di altra pestilenza) del Parlamento, la cui eclissi benefica e desiderata dai molti che aspirano a un governo invisibile che amministri la cosa pubblica senza disturbare gli interessi privati, è sancita dal ricorso a  provvedimenti d’urgenza e misure esplicitamente autoritarie e accentratrici e la cui potestà è stata esautorata in favore di figure commissariali investite di potere decisionale oltre che di consulenza.

E se ne dovevano accorgere deputati e senatori opportunamente esclusi dal parterre e dal tavolo di Villa Pamphili, dove hanno fatto la parte del leone i veri decisori sovranazionali, invitati dal Governo a dare l’approvazione bonaria al compitino che doveva assicurare qualche elemosina imperiale.

Ogni tanto quelli che stanno attendendo fiduciosi che sia pure nelle more dell’emergenza si esprimano le potenzialità della pandemocrazia, che il Parlamento metta in produzione le attese riforme e gli auspicati ritocchi costituzionali, dovrebbero farsi un giretto nei siti istituzionali che riportano l’aggiornamento, si fa per dire, dei lavori delle Camere.

Avrebbero notizia oltre che l’attività si è limitata alla ratifica dei Dpcm di Conte, in materia di gestione dell’emergenza nelle scuole e in altri settori, comprese quelle in materia di intercettazioni con le disposizioni    integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta COVID-19, e di strategici accordi di cooperazione (cito) con Singapore, Turkmenistan, Qatar, Messico, a dimostrazione che non occorreva l’altro referendum, quello di Renzi, per stabilire che le Camere altro non siano che gli uffici dove gli impiegati appongono il timbro notarile sulle decisioni dell’Esecutivo.

Che se poi era importante il messaggio di trasparenza e pulizia, sarebbe ora di andare a spulciare sui conti e le “ricevute” a margine dell’attività delle autorità speciali e delle task force incaricate dal Presidente Conte con poteri eccezionali e sostitutivi.

Sarebbe legittimo aspettarselo da quelli che hanno registrato un inatteso successo con l’ostensione dei valori dell’onestà  e anche da quelli che invece hanno rivendicato la proprietà ideale dei principi di efficienza e meritocrazia, dai giornali che hanno per anni posseduto il monopolio della denuncia della caste e del malaffare a norma di legge,  oggi prudentemente accantonato per non disturbare i manovratori.

E sarebbe legittimo quindi conoscere l’esito dell’indagine aperta dalla Corte dei Conti sulle retribuzioni di funzionari e manager troppo elevate rispetto alla norma entrata in vigore dal 1 gennaio 2014  che metteva un tetto ai compensi dei dirigenti di aziende a controllo statale e che coinvolge direttamente Arcuri, ora a capo della task force che deve restituire 1,4 milioni dello stipendio percepito in qualità di Ad di Invitalia, incarico che continua a ricoprire in contemporanea a quello conferitogli da Conte.

Perché, sempre per restare in tema, c’è un’altra continuità con il passato che non si è mai rotta, quella del conflitto di interesse, se nelle strategia per il rilancio e la ricostruzione, temporaneamente rinviata a data da destinarsi, Invitalia rimane il più prestigioso e accreditato referente e interlocutore per le politiche di sviluppo in settori cruciali a cominciare dal turismo, dalle sue infrastrutture, dagli investimenti “dedicati” non sorprendentemente al sostegno a multinazionali e grandi gruppi, o del “digitale”, la nuova frontiera dell’occupazione, quella agile, mobile, creativamente precaria che piace alla gente che piace.  

E magari non sarebbe “normale” in democrazia  istituire una commissione parlamentare sulle risorse impiegate e i soggetti beneficati dal turbinoso ricorso ai banchi a rotelle, anche quello promosso da Arcuri, e accreditato come un banco di prova della capacità del governo di usare l’emergenza come opportunità per promuovere con la sicurezza sanitaria un sostanziale e efficiente “miglioramento delle condizioni del luogo privilegiato cui è affidata la formazione dei cittadini di domani” e del silenzio calato sulle  modalità e i tempi delle procedure  di appalto e sull’approvvigionamento sul territorio nazionale, interrotto in queste ore dallo stesso commissario che, in una intervista a Vespa, ha accusato le Regioni del Mezzogiorno di aver approfittato della sua azione magistrale e sapiente “per rifarsi le scuole” a spese del Governo?

Non sarebbe “sano” promuovere un’inchiesta sul business delle mascherine che è diventato il brand per imprese che intendono così l’innovazione tecnologica, con la conversione dinamica dalle auto ai bavagli, e, a sentire l’antimafia, per quelle criminali che aggiungono produzioni e distribuzione del prodotto di successo a business già attivi nel settore sanitario, grazie a iniziative congiunte con amministratori a tutte le latitudini?

Ormai i nomi dati al nostro sistema di governo si aggiornano, si modernizzano e non in meglio, postdemocrazia, oligarchia, cleptocrazia. E sanno parlare solo di rinuncia e tradimento.      


Kill Bill Gates

Non sappiamo che ruolo abbiano avuto Bill Gates e la sua fondazione nel promuovere la cultura pandemica con i suoi distanziamenti sociali, la paura dell’altro, la sottomissione a una scienza autocratica  e la miracolistica fede vaccinale, imposta fin da subito, quando ancora nulla si sapeva sul Covid, tutte cose che sembrano costituire l’approdo antropologico del neoliberismo, ma di certo Gates è uno degli uomini simbolo sui cui si è imperniata la visione edenica del nuovo ordine, che ha ci ha portato a questa disfatta umana, uno dei suoi miti fondativi. E’ stato il ragazzo dei garage che con mezzi modesti arriva ad essere uno dei padri della rivoluzione informatica, poi per molti anni l’uomo più ricco del mondo e infine il Cincinnato che lascia l’arena per dedicarsi e, grazie a un numero di miliardi superiore al Pil di non pochi Paesi, si dedica a fare del bene con i vaccini, cosa che naturalmente lo ha reso un eroe della sua specie di uomo, soprattutto perché vengono tenuti nascosti i fallimenti (vedi quello con la vaccinazione antipolio che ha rinvigorito la malattia oppure la cacciata da parte del governo indiano) e tutti gli affari che si nascondono dietro questa beneficienza. Ma a parte la ricchezza spropositata, quasi nulla di questo quadretto è vero, anzi si tratta di un mito completamente costruito. Intanto  i ragazzi dei famosi garage, Bill. il suo amico Allen, Steve Jons e Wozniak erano tutti rampolli di famiglie ricche o comunque agiate che proprio per questo si potevano permettere di spippolare sulle rudimentali macchine elettroniche e di trascurare la scuola e il college, cosa che certamente altri non potevano fare. In realtà sono stati quasi tutti uomini di affari più che informatici: pare addirittura che Jobs non abbia mai scritto una riga di codice in vita sua mentre la sua fortuna deriva dall’intuizione di comprare dalla Rank Xerox un’interfaccia grafica da adattare al MacIntosh. Insomma sono passati come simbolo di una terra promessa a tutti purché “affamati” mentre in realtà erano il sintomo di una incipiente maggiore disuguaglianza.

Qualcuno ha scritto che Gates sarebbe nipote di quel Frederick Taylor Gates (1853-1929), pastore battista e  co-azionista della Standard Oil,  intimo consigliere di John D. Rockefeller, per il quale inventò il sistema di “donazioni filantropiche” esentasse e deducili dai redditi, che poi il suo discendente avrebbe usato in maniera massiccia oltre ad essere sostenitore di tesi maltusiane ed eugenetiche che furono lodate da Hitler e di cui si intravvede qualche sinistro bagliore anche in Bill. Ma non vero, pare che non ci sia alcun rapporto di parentela accertato, nondimeno la famiglia è stata fondamentale per le fortune del fondatore della Microsoft: la madre di Gates, Mary Maxwell, figlia di banchieri e a sua volta nel consiglio di amministrazione della First Interstate Bank oltreché di società di comunicazioni come la Bell Telephone e  primo presidente donna della United Way of America, un’organizzazione no profit che coordina operazioni di beneficienza in tutto il mondo, naturalmente fiancheggiando le politiche di Washington e dei suoi servizi, era una donna ricchissima e molto in vista della high society americana. Ma il fatto saliente era che conosceva personalmente John Opel presidente della Ibm il quale intorno al 1980 era alla ricerca di un sistema operativo da utilizzare per i personal computer. Fallite alcune trattative con la Digital Research che aveva prodotto il Cp/M, al tempo lo standard per i microcomputer, Mary Maxwell ebbe l’occasione di parlagli dell’azienda di suo figlio, l’appena nata Microsoft. In realtà Gates e soci, non avevano alcun sistema operativo da proporre, ma visto l’interesse del gigante dell’informatica di cui altri non sapevano, comprarono per 50 mila dollari dalla  Seattle Computer Products, il Dos  che poi proposero a Ibm riuscendo, sempre grazie ai buoni uffici materni, a strappare  il permesso di poter vendere in proprio una versione di questo sistema operativo con il nome di Ms Dos, aprendo così la strada a un’immensa fortuna.

Non c’è alcun dubbio che Bill Gates si sia mosso con abilità e competenza in tutta questa vicenda, ma di fatto è diventato l’uomo più ricco del mondo grazie al capitalismo di relazione come diremmo oggi: senza la madre e senza le ingentissime risorse familiari Gates non sarebbe certo chi è ora, ma un illustre sconosciuto, visto che non avrebbe potuto sfruttare l’inventiva e l’intelligenza altrui. Dunque egli è di fatto l’emblema della sempre maggiore disuguaglianza sociale, non il contrario come si vorrebbe far credere. Ed è da questo che bisogna partire per comprendere la sua seconda vita da filantropo: come la sua figura ci è stata falsamente venduta per raccontare la favola di una società con una grande mobilità sociale, nella quale si passa dai garage alla classifica di Forbes per sola abilità personale e capacità di perseguire i propri sogni ( cosa che oggi viene stimolata anche per il miraggio di avere un lavoro con uno salario da fame) ora ci  viene venduta l’idea dell’uomo che tiene alla salute universale, compito che egli interpreta a partire dalla sua totale incompetenza in campo medico, come programma vaccinale da attuare senza contradditorio e senza dissenso. Anche in questo caso egli può comprare il “sistema operativo” della sanità mondiale grazie alle gigantesche donazioni all’Oms e ai giornali e agli ottimi rapporti di collaborazione con Big Pharma che ha un controllo capillare sulla ricerca e sull’ambiente medico. E’ anche in grado di trasformare questa forzosa opera di bene in occasione di controllo globale della cittadinanza di cui che egli stesso può fornire le tecnologie in quanto maggiore azionista Microsoft. Naturalmente questo disegno e quest’ansia umanitaria di origine psicotica hanno per lui un risvolto economico gigantesco e conseguenze disastrose per ciò che resta della politica, ma per quanto le tesi su cui questi obiettivi vengono basati siano del tutto inconsistenti e vacue per non dire pericolose, l’uomo, come tutti gli straricchi, si sente un eletto, parte di un mondo di prescelti per guidare l’umanità. Peccato che la madre non sia in contato con dio, così come lo era col capo della Ibm: le cose potrebbero non essere così facili e Bill potrebbe scoprire di essere un cretino qualunque che ha passato i limiti, più Kill Bill della sanità che altro.


Dal culto al tumulto

Io credo che bisogna essere abbastanza stupidi per dire che gli accenni di rivolta di Napoli e di Roma siano da attribuire all’estrema destra o alla camorra: ma i giornali mainstream quanto a mancanza di intelligenza e di dignità non sono secondi a niente e a nessuno e quindi hanno imboccato questo vicolo cieco, facile e ottuso, che è in effetti l’espressione della vera destra istituzionale ormai apertamente decisa ad ogni golpe costituzionale. E del resto i picciotti della razza padrona sono così ben presenti nelle redazioni da poter ignorare che la stessa direzione investigativa antimafia ha documentato come le misure pandemiche abbiano finito per rafforzare la criminalità organizzata che di certo non va a sparare bombe carta contro i suoi benefattori, men che meno contro il guappo De Luca.   E’ evidente che i non garantiti, quelli che non possono campare con le segregazioni e le misure da circo prese dal governo o da governatori che si sono rivelati tristi macchiette, despoti da regioni delle banane, stanno cominciando a capire che il loro “sacrificio” in primavera e in estate non è servito proprio a nulla nel contenimento dell’epidemia influenzale , anzi ha favorito le nuove misure della seconda ondata fasulla facendo intravedere una acquiescenza senza limiti. Potevano reagire semplicemente chiudendo tutto  senza accettare di surrogare le Asl e le amministrazioni nei controlli e mettere in gravissima difficoltà il governo, ma sono stati presi all’amo della paura. E lo si può capire anche se c’erano esempi di gestione della crisi senza lockdown, senza errori clamorosi, senza fesserie a pagamento di ogni genere di esperti e di dilettanti, ambigui sciamani del culto virale.

Ma ora stanno vedendo che le misure spacciate all’inizio come salvifiche e risolutive non sono servite a nulla come la stessa seconda ondata dimostra e comincia a farsi strada l’intuizione che ormai il governo – o meglio i poteri economici interni ed esterni di cui è il curatore – con la pandemia ci stia marciando e che è anche possibile che la strage di milioni di piccole attività sia qualcosa di voluto: così cominciano a ribellarsi come punta dell’iceberg di una esasperazione sociale che cresce e che probabilmente potrebbe anche portare a gravi conseguenze come dimostra anche il fatto che Mattarella vuole riunire il consiglio supremo di difesa.  Del resto c’è da dire che il lavoro è sempre meno rappresentato in Italia,  a cominciare dai sindacati per finire alle partite Iva e vediamo lavoratori costretti a situazioni ideali per beccarsi il virus e altri costretti a chiudere per evitare i contagi, contraddizione che dimostra in maniera icastica la frode narrativa, mentre viene iper rappresentato il sistema parassitario dell ‘impiego pubblico e in qualche modo delle grandi aziende che fanno affari d’oro con le camarille delle grandi opere. Si tratta di una grande frattura che si sta aprendo nel contratto sociale del Paese favorito dalla totale assenza assenza di una qualche opposizione politica e men che meno civica che del resto non può nascere fino a che non si riconosce la totale strumentalità del racconto pandemico la cui filigrana di costrutto fittizio è evidente nelle cifre, persino in quelle ufficiali manomesse dai vantaggi economici che comporta una diagnosi di Covid e dalle mafie sanitarie. Tanto per dirne una che non ho ancora citato è che i morti di Covid sono ancora un decimo di quelli che muoiono di vari tipi di affezioni polmonari batteriche o virali ogni anno. E’ davvero una pena vedere ciò che resta di una lontana sinistra, dibattersi senza requie e senza costrutto dentro una fedeltà assoluta alla narrazione mediatica e agli interessi che rappresenta, appena occultati dietro una cieca e rituale ostensione di fedeltà a una scienza diventata dogma.

Sono davvero lontani i tempi de “L’ape e l’architetto” formidabile libro scritto da quattro fisici teorici che demistificava il mito della neutralità della scienza e la poneva come un tentativo di “costruire un insieme di relazioni astratte che si accordino non soltanto con l’osservazione e la tecnica, ma anche con la pratica, i valori e le interpretazioni dominanti”. Sono passati 45 anni, le relazioni della scienza e soprattutto di quelle branche che più direttamente hanno a che fare con il denaro sono diventate palesemente subalterne ai poteri economici, eppure un progressismo senza idee e senza bussole di pensiero non riesce ad avere la necessaria lucidità per prendere le distanze. Quel libro che poi il sistema ha fatto di tutto perché venisse dimenticato, uscì proprio mentre in Usa  le ricerche finanziate dai privati superavano per la prima volta quelle foraggiate da fondi federali proprio grazie al settore farmaceutico e sanitario. Appena tre anni più tardi si avranno i primi brevetti  a protezione della proprietà intellettuale su tecniche scientifiche (come quella di clonazione del DNA ricombinante) e addirittura su organismi viventi, come quella che il Patent and Trademark Office (Pto) statunitense concederà su un batterio geneticamente modificato. Gli autori avevano tuttavia già allora chiaro come il sistema capitalistico negasse ogni differenza tra beni materiali e immateriali, riducendo l’informazione a merce.

Prima di partire per la tangente, cosa che in realtà avrei la fortissima tentazione di fare, torno a bomba per notare che parecchi dentro quest’area di relativa sicurezza cambiano e ricambiano atteggiamento a seconda che si sentano più o meno minacciati economicamente dalla narrazione pandemica, il che naturalmente è un gran brutto segno in riferimento alla nascita di una resistenza politica al nuovo ordine virale: quindi ci dovremo aspettare esplosioni di rabbia ben più potenti di quelle di questi giorni: la politica aborre il vuoto e in qualche modo questo deve essere riempito.


Meglio i cattivisti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allora un’intelligence che sta ancora a rimestare su Ustica, Piazza Fontana, Stazione di Bologna, Via dei Georgofili, e un’informazione che fa giornalismo investigativo gironzolando su Google news, in tempo reale di hanno fornito analisi e diagnosi, mandanti e infiltrati, provocatori e manovali dei tumulti di Napoli (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/10/24/covid-affiliato-alla-camorra-lo-dice-la-dia/ ) e di Roma.

Presto fatto: dietro a quelli che un sociologo un tempo apprezzabile chiama i “fermenti dei margini”, posseduto oggi dal timore degli sconvolgimenti che potrebbero provocare nella sua placida e serena maturità gli effetti del malessere urlato scompostamente dalla plebe inferocita dalle nuove e antiche miserie, ci sarebbero in una ben individuabile joint venture non temporanea, la criminalità organizzata, i naziskin orbati dei loro festival musicali e delle celebrazioni di terroristi neri nei cimiteri monumentali, le curve del calcio e quelle dei centri sociali a pari merito, qualche reduce dei flash mob di Pappalardo e Montesano.

E per aggiungere un po’ di dadaismo alla narrazione sarebbero anche colpevoli a un tempo di non usare le mascherine e di andare in piazza col volto mascherato.

Non è difficile capire chi sono i profeti della pubblica riprovazione che non a caso ancora una volta come banchi di sardine virtuali fanno di tutta l’erba un fascio, è proprio il caso di dirlo, condannando la violenza ovunque e comunque perché in qualche remoto anfratto, nascosta tra le pieghe e soffocata dalla censura, potrebbe recare il marchio deplorevole della “lotta di classe”.

Sono perlopiù i soliti attrezzi che solo Salvini e Berlusconi si ostinano a definire di sinistra, diventati sempre più funzionali al sistema  e chiamati a svolgere la funzione degli «utili idioti», come li definisce a ragione Carlo Formenti, in qualità di appartenenti a strati di classe che non pagano il prezzo della crisi sulla propria pelle.

Sono quelli che rivendicavano il primato della carità, più confortevole della solidarietà, e da esportare in terre lontane tramite un terzo settore, con preferenza nostalgica accordata alle cooperative, che il terzo mondo interno lo evitavano e lo rimuovevano, meritevole com’era di vedersi aggiungere bruttezza a bruttezza e disperazione importata e disperazione autoctona.

E sono quelli che un giorno chiamavamo  piccolo- medio borghesi che preferiscono assistere cristianamente i singoli migranti, piuttosto che allargare i cordoni della borsa per sostenerne i Paesi di provenienza e che hanno sostituito il buonismo al pacifismo e alle lotte contro l’occupazione del nostro territorio dei signori della guerra che esigono il nostro prodigarci per le loro missioni di pace.

Ma per dir la verità rischiano di non essere utili a se stessi, perché mentre guardano la Casa di Carta e pontificano contro chi denuncia la gestione di una emergenza, che è “sanitaria” unicamente perché i virus come tutte le patologie capitalistiche si sviluppa, rafforzato, nella crisi sociale, sono diventati a rischio anche loro, per via degli inevitabili tagli in busta paga, della riduzione del potere d’acquisto, della vulnerabilità contrattuale, di un’assistenza anche privata che viene indirizzata a fronteggiare il virus mentre tre milioni di accertamenti e esami diagnostici sono stati cancellati.

Ci deve essere un vaccino misterioso che ha funzionato e è quello che mette al riparo da autocritica e senso di responsabilità. Anche oggi a margine di post critici della lettura data dei tumulti, c’è tutto un fervore di commenti a firma degli esponenti dall’antifascismo benpensante, con qualche pennellata di lieve intemperanza, comprensibile eh,  che invita a imbracciare il mitra contro i generatori di disordine.  

Così a nessuno di loro viene da interrogarsi sul proprio carico personale e collettivo nell’aver consegnato la testimonianza del dolore dei sommersi agli unici che provano minor disgusto, per furbizia o somiglianza, nel mischiare i propri versi bestiali e rozzi con i suoni delle pance vuote, della collera degli sfruttati inascoltati.

A nessuno di loro vien fatto di pensare che quella marmaglia urlante che chiede aiuti non ha poi molta meno dignità degli officianti dell’atto di fede nell’Europa, che vanno, cappello in mano, a chiedere l’elemosina, oculatamente  condizionata, concessa grazia alla partita di giro dei contributi nazionali.

A forza di condannare il populismo sono riusciti nell’impresa di condannare  il popolo del quale rifiutano di far parte, preferendo chiamarsi “società civile”, fisiologicamente e naturalmente virtuosa e educata secondo le regole del bon ton imposte dall’ideologia del politicamente corretto.

E a forza di condannare il sovranismo hanno raggiunto l’obiettivo, anche quello ammodo e rispettoso, di condannare qualsiasi resistenza a rinunciare a competenze, poteri  e sovranità di uno Stato retrocesso a elemosiniere del sostegno a imprese e azionariati che investono nella roulette finanziaria, mentre guardano con interesse alle ipotesi di rafforzamento istituzionale di regioni, una poi che rappresenta la nostalgica continuità con una narrazione del passato,  che pretendono un’autonomia di marca secessionistica intesa a favorire le privatizzazioni in settori strategici.

Purtroppo è quella là la loro “alternativa”, l’idea che hanno del futuro da quando il riformismo e il progressismo hanno deposto le armi già spuntate perché non facessero troppo male, da quando hanno dismesso la possibilità che si possa anche solo immaginare qualcosa di diverso dallo status quo, da quando i produttori di sapere e cultura sono stati colonizzati dall’ideologia neoliberista, appagati di appartenere alla sfera dei creativi dei Navigli, delle start up della Grande Illusione venute su dai garage e sortite dalle cantine, del mondialismo cosmopolita delle vacanze intelligenti e degli Erasmus.

Costruire il blocco sociale fra terzo stato e classi medie impoverite e sempre più minacciate dalla globalizzazione,  dovrebbe essere l’obiettivo di un  pensiero e di un movimento di sinistra. Incompatibile dunque con chi disprezza chiunque al momento sia un gradino sotto al suo nella scala sociale, culturale e quindi anche morale, quello che comporta la rivendicazione della propria superiorità rispetto a commercianti, baristi, ristoratori, ma pure teatranti, musicisti diventati inutili forse molesti, non essendo addetti alle attività essenziali.

Per una estensione del principio della meritocrazia anche loro sono diventati come il resto della plebaglia precaria, non garantita, quindi immeritevoli di riconoscimento e ascolto, probabili piccoli evasori, meno prestigiosi dei finanziatori delle Leopolde, probabili eversori, in quanto attentano all’ordine pubblico che da sempre esige una giustizia differenziata e una repressione che criminalizzi gli ultimi per rassicurare loro, i penultimi, uno status già minacciato, ma da quelli che stanno più su.  


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