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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Il super profitto come droga

20100123-2-cocaine-dropsDa qualche tempo e più ancora dopo l’elezione di Trump si parla o per meglio dire si favoleggia di un ritorno delle attività produttive via via delocalizzate nei Paesi a basso costo del lavoro: dapprima si è cominciato a dire che le nuove tecnologie robotiche permettono abbattere in maniera sostanziale la quota lavoro rendendo superfluo il trasferimento e poi persino tra gli ideologi di servizio delle elites neoliberiste si è cominciato a mettere nel conto economico la pace sociale e il livello di consumo messi in forse dalla preoccupante crescita della disoccupazione. Qualcosa si è visto qui e la, soprattutto nei settori più maturi, non ultima la rinuncia della Ford a impiantare l’ennesima fabbrica in Messico dopo la vittoria elettorale del Tycoon americano che basa buona parte della sua strategia e del suo appeal proprio su un ritorno del lavoro in Usa, ma nel complesso è poca cosa e per due motivi: innanzitutto produrre in aree a basso costo di lavoro significa godere – al netto di sconti fiscali o finanziamenti in solido quasi sempre presenti – anche di costi molto più bassi più bassi per tutta la filiera che va dalla progettazione al trasporto, se non paradossalmente alla produzione proprio della robotica avanzata che oggi per il 60 per cento viene da Giappone e Cina.

Ma il motivo principale è stato illustrato da Jack Ma, l’uomo più ricco della Cina e patron di Alibaba, il mercato on line dove è possibile trovare alla metà, un terzo, talvolta un quinto del prezzo i prodotti cinesi che sui circuiti normali vengono marchiati occidentale e per questo si fregiano di cartellini molto più alti: il fatto è che la globalizzazione ha portato i profitti a livelli tali non solo da dare avvio alla mutazione finanziaria del capitalismo, ma da diventare una droga della quale non si può più fare a meno. E francamente è un contrappasso elegante il fatto che la Cina sia oggi l’oppio con cui le elites occidentali cercarono di conquistarla meno di due secoli fa. Jack Ma, alias di Ma Yún al Forum di Davos ha difeso la globalizzazione e accusato le multinazionali americane di aver fatto per decenni utili stratosferici, prima assolutamente inconcepibili, che poi sono finiti nei paradisi discali, in patrimoni personali smisurati e soprattutto nelle borse tenendo in piedi l’economia di carta. E ha portato un esempio risalente agli anni 70 quando un cerca persone veniva prodotto in Cina per 8 dollari e venduto a 250. L’uomo è furbo perché ha evitato di irritare la platea paragoni più contemporaneo, quello dei telefoni tanto per dirne una, che spesso hanno prezzi di vendita 20 volte superiori a quelli di produzione (comprendendo in essi anche l’utile del fabbricante reale), per non parlare di televisori, computer e praticamente tutta la panoplia dei prodotti tecnologici.

Anche riuscendo a contenere i costi nella logica di una rilocalizzazione è del tutto evidente che non sarebbe possibile mantenere gli stessi livelli di profitto e che questi dovrebbero quanto meno ridursi della metà per tenere le vendite su un livello accettabile. Il che non è ovviamente possibile in una logica economica che si è plasmata attorno a numeri folli, a logiche in apparenza sofisticare, ma in realtà piuttosto rozze come del resto sono le leve di gestione. Certo, prima o poi il giochino di produrre a poco e vendere a molto si esaurirà, ma nessuno vuole anticipare i tempi e recitare il de produndis del neoliberismo che è l’ideologia di questo stato di cose: accadrà, ma nel frattempo si spera che le oligarchie saranno in grado di gestire qualsiasi disuguaglianza e il ritorno al lavoro servile, dentro un cosmopolitismo schiavista. Ecco perché qualsiasi deviazione da questa tabella di marcia, che rischia di desincronizzare i processi manda nei matti l’elite di comando.

Serve la sfera di cristallo per preconizzare lo sviluppo delle cose, ma intanto possiamo giudicare il passato e vedere come non sia stata la globalizzazione a creare i presupposti per la messa in mora della democrazia, del welfare, dei diritti e delle tutele, a portare al successo l’ideologia del profitto infinito, poco tassato o del tutto sfuggente, del privato contro uno stato demonizzato e ridotto a sbirro dei ricchi, ma è stato proprio questo coacervo di pensiero disuguale a suggerire la globalizzazione come strada maestra per dare la forza della necessità e del fatto compiuto ai propri paradigmi. Con le regole fiscali, bancarie e di scambio ancora in vigore nella prima parte degli anni ’70, quelle che per inciso avevano dato avvio in tutto l’Occidente a una crescita senza precedenti, il livello di profitto delle delocalizzazioni non sarebbe valsa la candela anche a fronte delle conseguenze politiche e di mercato che avrebbe provocato. Ma una volta iniettato sotto pelle il pensiero unico e indebolito l’avversario ideologico è stato possibile cambiare le regole del gioco regalando all’offerta tutto il potere. E cominciando ad impoverire tutti per arricchire pochi.


Che Stato che fa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non credo che abbiamo fatto in tempo. Un esecutivo accentratore, autoritario, incaricato di rafforzare il primato proprietario e padronale l’ha già avuta vinta sul popolo e sulla democrazia prima del nostro No, anche grazie alla progressiva delegittimazione dello Stato, all’espropriazione della sovranità economica, allo smantellamento del suo sistema sociale, dall’assistenza ai servizi, dalla tutela del territorio e del patrimonio culturale all’istruzione, allo snaturamento delle relazioni economiche della contrattazione preliminare alla fine del lavoro da convertire in arcaica servitù, e dunque della consolatoria dottrina del progresso  da sostituire con l’egemonia dello sviluppo illimitato, della concorrenza e della libera iniziativa sregolata.

La guerra contro le democrazie ha cominciato a vincere da quel campo di battaglia, quando il progetto di costruzione dello Stato, processo infinito e in Italia mai davvero cominciato, è stato minato, e non solo per quanto riguarda il potere decisionale in materia economica sancito dalla consegna arrendevole del fiscal compact e prima ancora con l’imposizione dei vincoli esterni, autorizzati e rivendicati come deterrente necessario al contenimento degli “istinti animali della società italiana” come ebbe a chiamarli Guido Carli.

Ce ne accorgiamo una volta di più in questi giorni quando la collera legittima di popolazioni soffocate dalla neve, all’addiaccio e senza via di fuga dal terremoto, se la prende contro lo Stato- Baal che divora i suoi figli, contro i suoi apparati inefficienti e inadeguati, contro la sua burocrazia lenta quanto impreparata, contro un sistema incapace di fronteggiare emergenze che ha contribuito a aggravare per impotenza, cattiva volontà, indole alla corruzione e alla salvaguardia di interessi castali, istinti inguaribile all’avidità come alla dissipazione.

Cosicché viene spontaneo confidare sulla compassione più che sulla solidarietà, sulla pietà più che sulla  coesione, sulla buona volontà più che sull’organizzazione, attitudini preliminari all’aspirazione a affidarsi a soggetti forti, a autorità superiori appena sotto alla Provvidenza, a uomini della provvidenza o della vecchia protezione civile, tanto che abbiamo sentito da più parti esprimere commosso rimpianto per Bertolaso.

Il fatto è, a conferma della “fama sparsa per tutta Europa che l’Italia ha politici ma non amministratori” (non l’hanno scritto Die Zeit o le Monde, ma tale Carlo De Cesare nel 1865), che la perdita di autorevolezza, prestigio, autorità dello Stato  va attribuita alla “politica” dei governi che si sono succeduti in forma bi partisan, al disegno e alla volontà di avvilirne i contenuti e le finalità dello “stato di diritto”, di organizzazione dunque di una comunità, in grado di prendere delle decisioni sovrane, in nome della comunità, sia nei confronti dei membri o dei gruppi interni a essa, sia nei confronti di altre comunità, e soggetto a regole sancite da leggi, sulla cui applicazione vigila non solo per assicurarne il rispetto ma anche a fini educativi.

Pare abbiano già vinto anche senza il Si. In barba al mantra infinitamente ripetuto sul valore del merito, tramite un costume di clientelismo, familismo e corruzione e anche grazie alla corruzione delle norme con “riforme” anticostituzionali, il corpo della pubblica amministrazione ha perso qualsiasi connotato di professionalità, competenza, efficienza, carriere, curricula e referenze sono segnate e confezionate secondo criteri di arbitrarietà, di fidelizzazione e sottomissione. I suoi addetti sono umiliati da remunerazioni avvilenti che, se non giustificano, almeno spiegano l’esposizione al rischio della corruzione, la preparazione e la formazione sono affidate al volontarismo più autarchico e  penalizzato perfino all’interno della vituperata categoria impiegatizia preoccupata dalla concorrenza sleale di chi fa troppo rispetto alle regole imperanti, l’omologazione al settore privato in nome di una malintesa equità protesa verso il basso in modo che tutti stiano ugualmente male, ha radicalizzato la pratica del ricatto e della discrezionalità.

Per non parlare dell’altra figura retorica che popola la narrazione del nuovo ceto dirigente, quella semplificazione che doveva porre riparo ai     guasti della farraginosa burocrazia e che si è rivelata per quello che davvero è, il miserabile espediente per aggirare le leggi, per incrementare e approfittare di situazioni di crisi in modo che l’incancrenirsi diventi emergenza da fronteggiare grazie a licenze, deroghe, misure eccezionali e poteri speciali, la fumosa coltre stesa per autorizzare lo smantellamento della rete di controlli e sorveglianza, la scaltrezza cialtrona applicata all’avallo di commissariamenti al servizio di interessi privati e della loro libera iniziativa.  

Il perché è intuibile. Basta rifarsi all’esempio più in voga in questi giorni, quando il governo esprime la sua ferma volontà di mettere mano  alla Protezione Civile, organismo cui nell’ultimo anno ha tolto oltre 70 milioni di finanziamenti, in modo che dipenda ancora più strettamente dall’esecutivo. Ci vuole poco a sospettare che l’intento sia quello di dare concreta realizzazione al vecchio progetto del Cavaliere e di Bertolaso con la trasformazione in soggetto agile, di diritto privato, con ampia libertà d’azione in fase di emergenza come di ricostruzione, con preferenza per la seconda fase, malgrado l’inclinazione per certi profili di militarizzazione molto praticati all’Aquila, sotto forma di ferrei regolamenti ad uso degli sfollati.

Eh si, l’aspirazione è ad accreditare una distopia dello Stato nemico, esoso esattore, per cui è ineluttabile anzi doveroso evadere le tasse, molesto controllore, per cui è necessario sottrarsi alle sue leggi lesive di imprenditorialità e iniziativa, fastidioso ingombro, per cui è meglio emigrare con l’azienda altrove magari in nazioni definitivamente incanaglite, ingeneroso amministratore, per cui è sacrosanto arraffare benefici e aiuti se si è consci di operare per interessi superiori, prima di tutto quelli dei potentati finanziari, in modo che quel che resta del progetto della sovranità venga sostituita  dei cartelli transnazionali, dai fondi del capitale finanziario e dai rudimenti di una polizia globale. E il popolo da un esercito di schiavi.


Terrorismo e post verità del governo

am-2L’enorme quantità di informazione alla quale siamo sottoposti, senza eguali nella storia umana, provoca un singolare e inatteso effetto, ovvero quello di espandere in maniera patologica l’area dell’apparenza e nascondere invece la sostanza che viene sommersa e travolta da una valanga di informazioni di fronte alle quali non c’è tempo né abbastanza cultura per farsi delle domande. Non sorprenderà scoprire ad esempio che la marcia “spontanea” delle donne su Washington in funzione anti Trump è stata organizzata da una pletora di organizzazioni di cui una cinquantina fa riferimento diretto ovvero è finanziata da Soros ( qui ) il miglior amico della Clinton e che tra queste organizzazioni ce ne sono diverse che si ispirano alla più rigorosa ortodossia mussulmana mostrando ostilità verso ogni emancipazione femminile. Ma d’altra parte il supermiliardario a cui ci rivolgiamo con animo grato per aver causato nel ’92 la crisi della lira e spinto definitivamente il Paese nelle braccia dell’euro, è un grande esperto di manifestazioni spontanee da Kiev a Bassora, vale a dire di quella realtà che viene alterata grazie alla illusoria oggettività delle immagini.

Poi c’è un altra forma di apparenza che usa le immagini non tanto come surrogato diretto di realtà, ma come “attivatore emotivo” in grado di portare istintivamente ad accreditare come vere le tesi ufficiali anche quando ci sono evidenti falle nella narrazione. E qui possiamo portare un esempio di giornata, ovvero le rivelazioni sulla strage di Berlino, dove è morta anche la nostra “cittadina esemplare”. La Welt am Sonntag ha pubblicato un’inchiesta dalla quale emergono alcuni fatti sconcertanti e che coinvolgono l’operato dei governi italiani: l’attentatore Anis Amri, dopo lo sbarco in Sicilia nel 2011 non era uno sconosciuto che proprio per la mancanza di dati sulla propria provenienza non poteva essere rimpatriato, ma era stato identificato come proprio cittadino dalle autorità di Tunisi già dopo pochi mesi lo sbarco e con tanto di estratto di nascita che, tra l’altro, lo rendeva maggiorenne. Non solo: dopo la rivolta di Lampedusa Amri fu messo messo dentro, ma scarcerato in anticipo su input dei servizi segreti nella speranza di farne un infiltrato negli ambienti dell’estremismo islamico. Peccato che subito dopo la liberazione Amri sia divenuto, almeno ufficialmente, uccel di bosco.

Non si capisce bene cosa possa aver indotto indotto l’Aisi, ovvero l’Agenzia informazioni e sicurezza interna a comportarsi così ed a individuare in questo migrante un potenziale infiltrato, ma in ogni caso la vicenda mette in luce i contatti ambigui ed enigmatici fra terrorismo e servizi, cosa che consente di trovare una chiave di lettura sia pure generica al mistero di come molti protagonisti delle stragi se ne andassero in giro liberamente nonostante la spola continua con il medio oriente oppure la fuga dalla galera come nel caso di Amri, o dopo mesi di infruttuosi pedinamenti. Se  è vero quanto sostiene l’inchiesta della Welt, l’attentatore avrebbe potuto essere facilmente espulso anche dalla Germania se le autorità di Berlino fossero state a conoscenza del riconoscimento tunisino. Ora si può anche capire che si cercasse di creare un infiltrato, ma dopo che il piano era fallito e il personaggio scomparso in un profondo sottobosco che senso aveva continuare a proteggerlo nascondendo la sua identificazione da parte tunisina? Forse chi aveva deciso di puntare sul futuro attentatore non voleva  far brutta figura, oppure effettivamente Amri lavorava grazie alla copertura della fuga o ancora anche i servizi tedeschi sapevano e pensavano a loro volta di servirsi del personaggio? E in che modo?

Probabilmente non lo sapremo mai, ma almeno sappiamo con certezza di non poterci fidare in nessun modo delle verità ufficiali e che dietro il fenomeno terrorismo si agita una realtà che ci sfugge completamente nelle sue misure, nei suoi confini e nelle sue intenzioni. Così come del resto non ci può fidare di ogni evento propagandato come tale, la cui realtà fino a prova contraria è solo eventuale.


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