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Sfruttatori, Sfruttati & Sfrattati

venAnna Lombroso per il Simplicissimus

La dura realtà della stentata “ripresa” ha fatto irruzione nell’immaginario di chi si era illuso che l’incidente straordinario rappresentato dall’epidemia offrisse una scelta tra tornare alla “normalità” preesistente o cambiare modello di sviluppo e stile di vita alternativi a quelli che hanno determinato il “contagio” globale.

E come al solito ci viene proposto di affidare la riparazione dei  danni del sistema finanziario e  di mercato al sistema finanziario e di mercato,  con l’ostensione perfino dei simulacri che proprio il Covid19 aveva  scaraventato giù dai piedistalli.

Infatti, come certe statue di influenti volute e tollerate, tardivamente contestate e che continuano a testimoniare di errori, colpe, delitti, certi miti resistono malgrado abbiano mostrato la loro natura ingannevole: si professa l’atto di fede e il credo nell’Europa generosa e solidale, si affida il governo dell’economia alle banche canaglie per la cui salvezza sono state consumate dissipatamente le risorse tolte alla sanità e all’istruzione, si confida nelle sorti progressive della digitalizzazione, fino a convincerci che possa rappresentare il motore della ripresa, della ricostruzione, dell’occupazione a dispetto del prevedibile fallimento di quello che si chiama il capitalismo delle piattaforme.

Eppure abbiamo visto siti che hanno rivelato la loro inadeguatezza strutturale non sopportando il numero degli accessi, o le grandi catene dello shopping online impotenti a soddisfare il surplus di ordinazioni.  Eppure abbiamo visto il flop dell’utopia tecnocratica in un click svelato dalla inidoneità fisica e culturale dell’apparato “produttivo” e didattico  a convertirsi allo smart working e alla didattica a distanza, confermando la discrasia  tra la potenza virtuale della cyber innovazione  e la sua concreta efficacia.

Che è poi la verifica sempre tardiva che gli strumenti dl progresso sono appunto mezzi, armi,  ed è il loro impego a essere decisivo e suscettibile di produrre cambiamento o effetti collaterali, alleviare la fatica o incrementare la servitù.

In un mio post di due giorni fa (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/16/tutto-il-male-vien-per-nuocere/) ho accennato  a Airbnb è diventata l’incarnazione dell’invito globale rivolto a nuovi straccioni a diventare imprenditori di se stessi grazie alla potenza salvifica delle piattaforme nell’era del capitalismo digitale, la success history della retorica delle start up.

La sua storia e quella dei suoi creatori è diventata leggenda come altre materializzatesi in garage, scantinati da dove si ergono le figurine pionieristiche dell’inventiva autarchica e le icone dell’ottimismo combinato con l’arrivismo, dell’entusiasmo mescolato con la spregiudicatezza.

E costituisce  anche l’adeguamento del sogno americano alle miserie morali delle bolle finanziarie quando le risorse della Silicon Valley individuano i nuovi territori da occupare, grazie all’innovazione tecnologica, in questo caso nelle città,  dove la app dei tre ragazzi di San Francisco, il posto dove gli affitti sono i più alti degli Stati Uniti, contribuisce allo svuotamento dei centri storici, alla loro museificazione, alla sottrazione di alloggi per potenziali residenti stabili e all’aumento dei canoni.

Come al solito al danno si accompagna la beffa: in questo caso rappresentata dalla rivendicazione firmata dai tre inventori  – Chesky, Gebbia e Blecharczyk – di aver creato più che un prodotto un’utopia realizzata all’insegna di quella economia collaborativa che si fonda sulla fiducia reciproca e sulla potenza egualitaria e redistributiva della rete, concretizzando l’ideale che “ogni comunità possa essere un luogo dove sentirsi a casa propria”. Mentre si tratta semplicemente dell’uso speculativo di una idea di condivisione che fa incontrare un profitto facile con la retrocessione del “cosmopolitismo” nuovo caposaldo della globalizzazione,  a consumo delle città, del patrimonio artistico e  paesaggistico, grazie a un turismo invasivo e dissipatore.

Un libriccino che procura un amaro godimento, a firma di Sarah Gainsforth, racconta proprio il miracolo Airbnb, città merce, prendendo a esempio Lisbona, circa 500 mila abitanti, che viene invasa dall’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno, la cui economia locale è stata stravolta dalla bolla dei subprime del 2008 e dove quartieri un tempo popolari come Alfama e Mouraria sono “in vendita”, dove le riqualificazioni (che contemplano il distacco delle azulejos, le preziose mattonelle azzurre destinate alle piscine dei resort della California e degli sceiccati)  consistono nello svuotamento di stabili per convertirli in residenze turistiche e dove i proprietari investono in ristrutturazioni per poi locare con affitti brevi così in pochi mesi nel corso del 2018 ben 22 mila alloggi del centro della città sono finiti sul Airbnb.

E se il successo dell’app era nato per appagare i ragionevoli appetiti di chi sperava di mettere insieme il pranzo con la cena mettendo un materasso in più in casa, affittando la stanza di nonna messa in casa di riposo, aprendo ai viaggiatore la casetta al paesello semiabbandonato, a Roma sono quelli che possiedono più di un alloggio in affitto a costituire il 56 per cento delle  offerte sul sito, a dimostrazione che l’affiliazione al sistema ha perso il carattere di espediente salva-sopravvivenza e è diventato un business profittevole per rendite, possidenti e imprese proprietarie e immobiliari.

Nella Capitale  l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000 appartamenti, il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Ma il terzo  è Airbnb, con quasi 19.000 appartamenti, sottratti al mercato ordinario,  ma contando anche le singole stanze si arriva a 30.000. E  se a  Venezia il 12% delle case nella città storica, è affittato a turisti tutto l’anno, le offerte sulla piattaforma hanno saturato il centro e così il mercato si è spostato su Mestre e Marghera dove il numero degli alloggi “brevi” è decuplicato, è  Firenze invece la città con la più alta concentrazione di stanze e appartamenti privati su Airbnb nel centro storico, il 18%.

Ormai è una banalità dire che l’Italia, che prima del Covid era la quinta destinazione turistica mondiale, con un volume d’affari di circa 172,8 miliardi di euro l’anno, il 10,3 del Pil, è destinata a diventare un grande parco tematico, proprio come immaginava il Terzo Reich che voleva farne il resort dei tedeschi ricchi. Per questo sarebbe opportuno ricordare che si dovrebbero frenale le pulsioni autonomistiche dei sindaci, quelli che brigano per allungare la lista di immobili pubblici messi in vendita per essere trasformati in strutture ricettive: a Venezia isole, palazzi, monumenti storici come il Teatro di Anatomia,  a Firenze dove la Cassa Depositi e Prestiti si impegna in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico agli abitanti come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo.

Deve essere proprio un’ossessione toscana voler persuadere che ogni nefandezza, ogni oltraggio, ogni cedimento a interessi e lobby sia prodromo di un nuovo rinascimento. E infatti tra le molte utopie del ministro Franceschini c’è anche la promozione in grande stile un progetto a forma congiunta sua e di Airbnb: Italian Villages per espandere a rete anche nei piccoli borghi e di valorizzare l’iniziativa The Italian Sabbatical, che propone a quattro persone estratte da una selezione mondiale, di godere di un buen retiro, un soggiorno di tre mesi in provincia di Matera a Grottole, dove, l’hanno denunciato  Sunia e Cgil, non esistono più case in affitto per i residenti

E figuriamoci cosa succederà adesso che bisogna  promuovere l’attrattività turistica italiana dopo la pandemia. Già si può immaginare che i pesci piccoli che erano caduti nella rete, soffocheranno, mentre si salveranno gli squali, quelli più strutturati, comprese le agenzie che ormai usano Airbnb per offrire oltre al loro pacchetto di alloggi, anche iniziative ed eventi speciali come la Notte con Monna Lisa con visita esclusiva al Louvre, le serate con star della canzone,  la promessa die Gladiatori al Colosseo.

A dare una bella mano alla definitiva conversione del turismo in industria pesante alla stregua della metallurgia e parimenti inquinante, non c’è solo il mito secondo il quale ci si può improvvisare imprenditori di se stessi e guadagnare una certa libertà scegliendosi modi e orari della servitù, ma anche il rigetto dell’interpretazione aristocratica del “viaggio” e della scoperta, in regime di monopolio per élite acculturate e privilegiate.

Come se fosse una conquista stare pigiati in alloggi di fortuna, accatastati in stanzette cui mancalo gli elementari requisiti di pulizia e igiene, stiparsi davanti a un quadro, essere trascinati come mandrie instupidite per calli e ramblas. Come se fosse una giusta emancipazione usare le merci città a discapito di chi le abita, condannate a un destino di parchi di divertimento, in cui i cittadini interpetrano se stessi come figuranti che recitano tradizione, usi, servendo a tavola, trasportando valige, facendo i locandieri, che vanno a dormire altrove per tirar su la giornata.

Adesso potrebbe essere il momento buono per resistere a certe lobby, adesso che tre mesi di stanze vuote e prenotazioni cancellate almeno per un anno potrebbe aver mostrato che l’illusione di guadagni facili è fallace.

Basterebbe rimettere sul mercato i vani in più a disposizione dei residenti, basterebbe esigere che venissero adottate facilitazioni per chi contribuisce a tutelare l’identità e la civiltà di una città grazie alla tutela dell’abitare per chi ci è nato o ci vuol vivere per sempre collaborando alla conservazione e manutenzione dei beni comuni. Basterebbe esigere che gli istituti bancari, le casse di risparmio che abbiamo dovuto salvare dopo che hanno generosamente erogato a malfattori affini, concedessero finanziamenti agevolati a chi vuole restare a casa sua, a chi vuole mantenerla in buono stato, a chi vuole un tetto sulla testa dove risiedono i ricordi delle strade, delle voci, della gente, delle storie della sua città.

 

 

 

 


A Genova passando per Lisbona

crollo-ponte-morandi-genova_3cpl964djkumzr14uyuhpaglLa tragedia continua perché dopo il crollo del ponte Morandi con le sue vittime, dobbiamo assistere al collasso  di verità e di dignità dell’informazione italiana che si è gettata come un sol omminicchio nella difesa di Benetton e di Atlantia, cioè dei soggetti che ingrassano con i pedaggi autostradali investendo il minimo indispensabile a tenersi stretta questa gallina delle uova d’oro e fregandosene altamente degli utenti o della manutenzione. Ci si è spinti in un territorio grottesco e indecoroso nel quale è accaduto che persino i Cinque Stelle siano stati accusati di aver provocato il disastro battendosi contro la grande opera della gronda e attribuendo loro parole rassicuranti sul Morandi che invece erano di Autostrade: “potrebbe star su altri cento anni”. 

In fondo tutto si tiene perché il movimento viene visto da Bruxelles e dai suoi oligarchi come un grande nemico ed è la Ue con le sue filosofie privatistiche imposte a partire dal ’92 in cambio dell’entrata nell’euro (bell’affare)  e la sue assurde regole di bilancio ad essere alla radice del disastro. Tuttavia quest’ultimo è niente di fronte al disastro antropologico di fronte al quale ci troviamo con un’informazione disponibile a dire qualsiasi cosa pur di percepire uno stipendio e a una popolazione ormai rassegnata all’infingimento e in significativa percentuale partecipe di esso. Mi chiedo se in queste miserabili condizioni sia davvero possibile cercare un cambiamento di rotta che in fondo si può anche ottenere svicolando con discrezione, ma con estrema fermezza dalle volontà dell’oligarchia europea. Ne è un esempio il Portogallo che proprio agli inizi di agosto ha dovuto affrontare un gigantesco incendio a Monchique una delle località più gettonate dell’Algarve, la regione iperturistica del Paese e dove le fiamme pur impegnando tutte le forze del Pase non hanno prodotto un solo morto a differenza della Grecia dove l’austerità di Bruxelles ha ridotto la minimo le capacità di reazione persino agli incendi boschivi e dove è stata una strage.

La differenza è che a Lisbona c’è un governo di sinistra di cui fa parte per l’orrore dei nostri pennivendoli o disintellettuali patinati, anche il partito comunista e che sta facendo senza clamori l’esatto contrario di quanto Bruxelles comanda riuscendo a far crescere oltre ogni previsione un Paese che nel  2015 era praticamente in default: infatti in due anni è stato istituito il salario minimo, peraltro aumentato ogni anno, ma questo non ha portato alla disoccupazione di massa di cui parlano gli asini e i servi italioti riguardo al decreto dignità, bensì alla massima occupazione conosciuta dal tempo della rivoluzione dei garofani. Inoltre sono state aumentate le pensioni, è stato varato un vasto programma di adeguamento dei servizi pubblici, sono state diminuite le tassazioni sui redditi bassi e medi, mentre è stata istituita una tassa per tutte le imprese con un fatturato di oltre 35 milioni di euro cosa che peraltro non ha impedito una forte crescita  in diversi settori tecnologici. Paradossalmente e contro ogni falsa logica le grandi aziende straniere hanno cominciato ad investire nel Paese proprio da quando al potere ci sono le sinistre. Inoltre c’è una folla di pensionati che dall’Europa dell’austerità si trasferiscono in Portogallo grazie a una legge che abolisce le imposte sui trattamenti di anzianità. Insomma si sta facendo l’esatto contrario di quanto vorrebbe Bruxelles con ottimi risultati, nonostante il freno dell’euro e gli altri vincoli comunitari: per questo il Paese è uscito dai radar della grande informazione, che, per carità, che non si sappia in giro, non si diffondano esempi così negativi.

Ora, è chiaro che l’Italia ha un altro peso rispetto al Portogallo ed è per questo che a Roma si vorrebbe vietare ciò che è giocoforza accettare a Lisbona dove si arriverebbe facilmente ai ferri corti perché la popolazione non sembra disponibile ad accettare il massacro oltre un certo limite. Mi rendo conto di aver fatto una digressione geograficamente molto lunga e apparentemente incongrua  rispetto alla tragedia di Genova, ma le reazioni invereconde e servili a cui assistiamo nelle quali tutti i cliché più stupidi, persino quello che ce lo chiede l’Europa, vengono messi in campo per mettere al sicuro i responsabili del disastro e soprattutto l’insieme delle logiche, delle narrazioni  perverse del neoliberismo che hanno portato al crollo.  Mi chiedo se riusciremo ad essere almeno portoghesi.


Barbarie & Bruttezza

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Anna Lombroso per il Simplicissimus
Una donna di 75 anni madre di un giovane malato viene sfrattata dalla casa della Celestia (quartiere veneziano a vocazione residenziale) dove abita da più di 50 anni. Non è un’inquilina morosa: il vecchio proprietario non riusciva a pagare il mutuo e l’immobile all’asta se lo è aggiudicato qualcuno già in possesso di due appartamenti a uso turistico nello stesso stabile e che pare voglia allargare l’attività imprenditoriale con un nuovo B&B. Un presidio di associazioni e cittadini ha ottenuto un breve rinvio, ma il prossimo 26 luglio la task force di ufficiale giudiziario, padrone di casa con legali tornerà all’attacco con il barbaro rituale dello sgombero coatto e avrà la meglio.
Questo racconto tratto da una storia vera, si direbbe nei film, è dedicato a chi pensa che il proliferare di case vacanze, B&B, camere in subaffitto sia un successo, una conquista, una tappa necessaria nel cammino verso l’uguaglianza, che lo sia stare tanti pigiati stretti magari in punta di piedi a spintonarsi per guardare un’opera d’arte, che lo sia convergere tutti nello stesso punto nello stesso momento per fare del ponte di Rialto, della Torre di Pisa, di Santa Maria Novella, lo sfondo per il selfie. È dedicato a chi è convinto che sia doveroso rinunciare alla tutela, alla qualità, alla salvaguardia dei diritti in nome del profitto e della “libera iniziativa”, a chi ci vuole persuadere che Venezia, Firenze, Siena, sono patrimonio universale di tutti i cittadini del mondo, salvo dei veneziani, dei fiorentini, dei senesi, a chi ritiene obbligatorio in tempo di crisi piegare regole e abiurare a prerogative per consolidare quella economia di risulta, (la definiscono benevolmente sharing-economy, l’economia dello scambio, che assume in questo frangente sempre più i tratti della shadow-economy, l’economia ombra, che di condivisione ha poco e molto ha invece di rendita deregolamentata) perlopiù opaca e che promuove a manager dell’accoglienza figli che non trovano una strada e si improvvisano affittacamere dell’abitazione di famiglia, o i cui genitori investono sfrattando l’inquilino e destinando il bilocale a improbabile casa vacanza, come apprendiamo dalle interviste a concorrenti dei telequiz o dei talent show che si vergognano di essere “disoccupati”.
Qualche tempo fa il sindaco di Venezia, quello che ha promosso la brillante operazione che ha portate negli ultimi 2 anni all’espulsione di 1600 veneziani dalla loro città, si è offeso quando la sua omologa sindaca di Barcellona ha lanciato la sua iniziativa di contenimento del mal turismo con lo slogan; non vogliamo diventare come Venezia.
È lecito invece consigliare a Brugnaro, a Nardella, ai sindaci delle città d’arte e pure a quelli che loro malgrado stanno subendo la conversione di borghi sconvolti dal sisma in parchi tematici, nei quali i pochi residenti resistenti sono retrocessi a ciceroni, osti e figuranti, di diventare come Barcellona. Dove si stanno realizzando i quattro capisaldi di un piano che mira a alleviare la pressione turistica, dare risposta alle esigenze dei cittadini, garantire il diritto alla casa ed evitare l’uso della città solo a fini turistici. Nel 2015, quando si era deciso di bloccare i posti-letto per i turisti, con il congelamento di tutte le nuove licenze, erano circa 158 mila, circa un 10% degli abitanti complessivi di Barcellona, tra alberghi, bed & breakfast, ostelli e alloggi turistici. Il piano speciale del turismo stabilisce che questa quota complessiva di posti-letto non possa essere superata, dividendo la città in tre zone: nella zona 1del centro storico è prevista una diminuzione, perché hotel chiusi o alloggi turistici dismessi non saranno rimpiazzati. Nella zona 2, quella ì della griglia urbana ottocentesca sarà mantenuto il numero di posti-letto turistici attuali, sostituendo quelli che verranno meno. Nella zona 3, infine, i posti-letto turistici potranno crescere, rimpiazzando quelli “dismessi” e spalmando così i servizi turistici su tutto il territorio.
Il fatto è che l’over-tourism, l’hosting diffuso, semplificabile con la sigla del più famoso portale, Airbnb,è una delle forme che ha assunto la finanziarizzazione anche se i protagonisti sono perlopiù singoli cittadini e famiglie che nel sistema economico attuale restano spesso soggetti fragili e non fondi di investimento che sconfinano nella criminalità, perché l’impatto sui sistemi locali e sui legami sociali della condizione urbana è altrettanto devastante. A Firenze che si pone al secondo posto in Europa subito dopo Parigi per numero di alloggi offerti su Airbnb in rapporto al numero dei residenti, con la cifra mostruosa di ben 9226, per la maggior parte interi appartamenti solo nel centro storico e con 1.800.000 le presenze in B&B nell’anno passato, il 93,8% degli acquisti immobiliari entro le mura ha finalità di investimento: il mercato è orientato nettamente sulle case-vacanza ossia su case sottratte agli abitanti. A Venezia l’allarme viene dall’assessore competente: in centro storico, tra strutture ricettive di vari tipo, ci sono 47.229 posti letto per 25.400 camere. E si parla solo di quelli emersi e denunciati. Tanto che il lungimirante Brugnaro ha deciso di favorire un piano per alleggerire la pressione sul centro storico, con provvidenze e facilitazioni per chi apre un’attività di accoglienza turistica in terraferma. Di modo che possiamo star sicuri che la Serenissima ( secondo la profezia di Guccini: la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti) sarà popolata solo di visitatori frettolosi.
A Berlino si è registrata negli scorsi anni una sempre crescente carenza di abitazioni e di conseguenza una crisi nel settore degli affitti. Circa l’85% dei berlinesi affitta una casa o una stanza di questa, e il canone richiesto è aumentato in media del 71% dal 2009. Il governo ha reagito aumentando le tasse sulle seconde case e introducendo un permesso ufficiale obbligatorio per l’affitto di notti nel proprio appartamento ai turisti, aprendo una sorta di registro delle camere affittate su Airbnb. L’esito è stato quello di recuperare più di 8000 appartamenti per i residenti regolari dal 2014, quando sono state approvate queste nuove regole, ma l’emergenza non è affatto finita.
Le città perdono così la loro identità, la memoria di sé e con essa il loro futuro: a Bologna il rapporto tra numero di bar/ristoranti e popolazione è ormai di 1 a 37, un numero estremamente sproporzionato che ha come rovescio della medaglia la chiusura di tutta una serie di altre attività che potrebbero essere maggiormente utili ai residenti locali. O a Lisbona, dove secondo uno studio ci sono 9 turisti per ogni abitante e dove settori lavorativi direttamente collegati al turismo, sono diventati i principali settori di impiego della città, con contratti – dove esistono – caratterizzati dalla precarietà e dal ricatto.
Il paradosso è che con l’alloggio “mordi e fuggi” che si mangia il diritto alla casa il gioco non vale la candela: secondo una ricerca effettuata dal Ladest, il Laboratorio dati economici storici territoriali dell’Università di Siena dati sugli introiti dei singoli host di Airbnb registra una curva dei guadagni per la quale una percentuale decisamente esigua, circa il 5%, guadagna significativamente dall’affitto turistico mentre il restante 95%, ne ricava poco o persino meno di quello che riceverebbe con un canone di locazione annuo tradizionale. Mentre la sottrazione di alloggi agli abitanti produce vere e proprie migrazioni dal capoluogo ai comuni confinanti, che determinano una pressione abitativa e una richiesta di servizi non governabili dalle amministrazioni esistenti, dai trasporti alla gestione dei rifiuti, dai servizi all’assistenza e all’istruzione.
L’anno prossimo saranno 50 anni dall’imponente sciopero generale indetto dalle tre confederazioni sindacali nazionali in tutta Italia per sancire il diritto alla casa e a una città dei cittadini. Era novembre e è lecito pensare che non sia una casualità che a distanza di meno di un mese siano scoppiate le bombe di Piazza Fontana. Da allora ogni anno si è registrato un successo della speculazione, della concessione di spazi e beni alla rendita e al profitto, dell’esproprio e della rinuncia. E torna di attualità la profezia secondo la quale le trasformazioni delle città moderne sarebbero da metropoli a melagopoli, da megalopoli a necropoli.


Il terremoto di Lisbona

2725e27504fdcf9576cfae01be2b9fb3_terremoto_lisbonaQualcosa è cambiato. Il tentativo del presidente portoghese di affidare il governo alla minoranza conservatrice, vestale dell’austerità europea, dei profitti di pochi e dei massacri sociali, si è infranto in Parlamento grazie alla tenuta della nascente e composita alleanza di sinistra dove euroscettici e antieuristi si affiancano ai socialisti, notoriamente sostenitori delle politiche europee. Non è possibile dire quale orizzonte si apra per una coalizione attraversata da tante  diverse concezioni e per ora incatenata alla contraddizione principale tra politiche sociali auspicate e obbligata fedeltà europeista, ma una cosa è certa: i socialisti in declino elettorale non hanno abboccato all’amo del presidente  che chiedeva loro di governare insieme alla destra, offrendo anche adeguate ricompense e soprattutto non ci sono state defezioni in seno all’area di sinistra.

Il fatto nuovo è costituito proprio da questa tenuta sulla quale molti non avrebbero scommesso un soldo bucato. Certo si possono invocare ragioni politicanti: la scarsa resa alle urne della complicità socialista nel seguire i diktat europei e l’aumento invece delle sinistre più radicali e/o comuniste, però sarebbe sciocco e riduttivo, specie perché tutto questo avviene nel pieno di un presunto “miracolo portoghese” costruito sulla carta dei giornali e sugli schermi della tv per prendere in giro le persone, analogamente a quanto accade altrove e più che mai in Italia (vedi qui). C’è qualcosa di più: è come se si avvertisse che il male oscuro dell’Europa progredisce verso un esito infausto, nonostante le “vittorie” in Grecia, le continue asserzioni di ottimismo come nei campi di Pol Pot, la diffusione di manciate di paure e la capacità di ricatto della Bce e del sistema bancario. Sotto il peso della stagnazione economica e delle nuove vicende geopolitiche che cominciano a far soffiare venti di guerra, si percepisce che la costruzione in apparenza solida è fatta di materiale ideologico scaduto e tenuta assieme dai cavi di tensione del sistema monetario e bancario. La rottura anche di un sostegno minore potrebbe causare il crollo complessivo.

Naturalmente a Bruxelles sono costernati dal “fattaccio di Lisbona” che rimette in gioco una democrazia che pareva già agonizzante , dall’arroganza con la quale l’alleanza di sinistra pretende di aumentare il salario minimo a 600 euro al mese, dal pericolo che vengano congelati i tagli dei salari nel settore pubblico, la mattanza delle pensioni o la concessione ai privati  dell’acqua pubblica, di ciò che rimane della compagnia di bandiera o dei trasporti pubblici di Lisbona e Oporto: faranno di tutto perché questo non accada, compresa la stangata da spread nella convinzione non certo peregrina che un’alleanza così composita finisca per sfasciarsi sotto la pressione della Ue. Ma la governance europea dorme preoccupata, per dirla con un’espressione di quel nonnismo di cui l’Europa fa sfoggio  nei suoi club privée di potenti e banchieri  che dettano legge: non si aspettavano un risultato elettorale di questo tipo dentro una campagna di inganni volta ad attestare una ripresa del Paese, tanto che dopo aver parlato e straparlato di  miracoli, il giorno dopo le elezioni hanno cambiato radicalmente versione e nel giro di poche ore hanno scoperto che il Portogallo è sull’orlo del precipizio cominciando a lanciare raffiche di intimidazioni.  Men che meno si aspettavano la resistenza socialista ai richiami del presidente e la tenuta del patto a sinistra. Sanno di poter ribaltare la situazione, ma sentono anche loro che qualcosa scricchiola sotto i piedi: il paradiso di bugie che hanno costruito si sta sgonfiando e dentro la più grave recessione mai vista del commercio mondiale che quest’anno ha un fatto un tonfo del – 8,4% ( con il mercato delle materie prime che fa segnare un meno 25%): le cifrette episodiche dei governi e dell’Ocse sono patetiche, così come le balzane previsioni fatte sul nulla e regolarmente riviste se non alterate alla radice grazie ai nuovi criteri di calcolo del Pil che lasciano ampio spazio alle manipolazioni di una misura econometrica che si va rivelando nel tempo una manipolazione essa stessa. Il miracolo di Lisbona è che anche le facce di bronzo e di creta che piangono.

 


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