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La transizione ecologica secondo Draghi? Pozzi e trivelle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve li ricordate gli applausi vibranti che hanno accolto la citazione del pensiero di papa Francesco da parte di Draghi nel suo discorso al Senato: “Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento…..siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore“?

 Seguita dai buoni propositi dell’incaricato: “Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione,  agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane”.

Ve la ricordate la trattativa per aggiudicarsi il dicastero strategico sfociata nella rivoluzionaria nuova denominazione da ministero dell’Ambiente a ministero della Transizione Ecologica, affidato a Roberto Cingolani?  con competenze in materia di politica energetica (rinnovabili a mobilità sostenibile, idrogeno e trivelle) mentre restavano al Mise le attribuzioni su liberalizzazione e concorrenza dei mercati e sicurezza degli approvvigionamenti di energia, oltre a quelle direttamente connesse alla tutela del rischio di deindustrializzazione e delocalizzazione di comparti produttivi “dove il costo dell’energia ha un ruolo rilevante”.

E per caso avete già preso visione dei capisaldi del Grande Reset nostrano nelle mani di Draghi, che ispira anche le scelte del piano nazionale per l’accesso alle risorse del Recovery Fund, mettendo l’ambiente in primo piano che destinando alla “missione” che va sotto il nome di rivoluzione verde e transizione ecologica, circa 70 miliardi, spalmati per sostenere “imprese verdi”, per la “transizione energetica” a base di rinnovabili, “alternative” e efficienza applicate anche all’edilizia e ai trasporti?

Beh erano tutte balle, o meglio, si tratta di quella solita verniciata di green che ha decretato il successo delle agenzie di comunicazione e pubblicitarie specializzate nel fornire a una clientela sporcacciona la “sostenibilità” come valore aggiunto ai brand, togliendo l’olio di palma, ma lasciando tutto il resto che consuma e avvelena.

Vediamo a cosa si riduce la transizione ecologica secondo Cingolani, fisico, accademico, esperto di robot e nanotecnologie,  e tecnico “indipendente”, dai partiti magari ma non certo dalle lobby se il suo primo atto ufficiale, dopo aver omaggiato insieme a Draghi “ i leader dei grandi gruppi industriali attivi in Italia”,  John Elkann  presidente e amministratore delegato di  Stellantis e il management di Eni, Enel, Snam e Terna, è consistito nella firma sui decreti che rinnovano le concessioni per la progettazione e la messa in produzione di pozzi e di perforazione, sia su piattaforma sia onshore. 

Si tratta delle Valutazioni di Impatto ambientale, a firma congiunta con Franceschini, per il rinnovo delle autorizzazioni  concesse per la coltivazione di idrocarburi gassosi a Barigazzo e Vetta, entrambe in Emilia Romagna,  per i progetti di messa in produzione del pozzo a gas naturale Podere Maiar 1dir (sempre in Emilia Romagna) e per il giacimento per la coltivazione di idrocarburi Teodorico, fra l’Emilia Romagna e il Veneto. Mentre tre riguardano la perforazione del  pozzo Calipso 5 Dir nelle Marche, del  pozzo Donata 4 Dir, fra Marche e Abruzzo e del pozzo esplorativo Lince, in Sicilia.

Vale la pena di ricordare a proposito della professata autonomia dalla pastette della partitocrazia dei migliori tra i competenti prestati al Governo che la richiesta di rivedere il molesto regime di autorizzazioni a trivelle e perforazione in Adriatico, fermate dai nostri dirimpettai di più recente democratizzazione, era stato il primo atto ufficiale del presidente dell’Emilia Romagna appena rieletto, probabilmente all’insaputa della sua “coraggiosa” vice che anche in quell’occasione esercitava altrove il suo ardimento.

L’indole rinunciataria dei 5stelle, ormai disarcionati perfino dai loro tradizionali cavalli di battaglia si è riconfermata, avendo limitato il loro impegno alla proroga al 30 settembre del Pitesai, il “Piano”  per individuare le aree nazionali in cui consentire le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e della moratoria riguardante interventi nuovi e nuove autorizzazioni, anche quella in vigore fino al 30 settembre.  Mentre, ricordano i ministeri interessati,  le undici valutazioni di impatto riguardano  procedimenti che ricadono “in concessioni e titoli minerari che erano già stati rilasciati prima dello stop e che non rientrano nei termini della moratoria stessa“. 

Ormai oltraggi, malaffare, conflitti d’interesse si svolgono non solo alla luce del sole, ma addirittura a norma di legge, grazie a strumenti adottati e applicati da anni sulla falsariga dei quei “milleproporoghe” che si rivelano puntualmente come vasi di Pandora di espedienti eccezionali, di condoni straordinari, di permessi anomali, legali sì, ma illegittimi e pensati per salvare gruppi e cordate, lobby e major.

Ormai è un’impresa trovare qualcuno che si dichiari anti- ambientalista oggi, qualcuno che spericolatamente ammetta di schierarsi dalla parte dello sviluppo e della crescita illimitata, quando i Grandi della Terra  ricevono con sfarzo Greta e le danno la parola come un nuovo messia dell’antropocene, quando per combattere il cambiamento climatico gli stessi Grandi non sanno immaginare niente di meglio di strumenti commerciali e di mercato per dare soluzione ai problemi che il capitalismo e il mercato hanno prodotto. E quando come è ormai d’uso, spetta ai singoli cittadini agire “secondo coscienza” secondo regole di “ecologia domestica” indirizzando i consumi vero risparmi e merci virtuosi, raccogliendo lattine,  provvedendo individualmente e collettivamente a contrastare e riparare i danni di multinazionali inquinanti, industrie energivore e governi collusi.

Nulla scalfisce la superficie di questi credo alimentati dal sistema per pretendere l’innocenza reclamata da quando è proibito immaginare e prodigarsi per un’alternativa, da quando non è concesso interrogarsi sulla natura, i limiti e i risvolti del Progresso.

Nemmeno durante una emergenza sociale, dichiarata “sanitaria”, originata proprio dall’abuso  dissennato e dissipato di natura, risorse, territorio,  nemmeno quando la nostra specie ha raggiunto un tale livello di espansione da imprimere la propria impronta sul pianeta, alterando l’ambiente in modo tale da lasciare tracce indelebili e irreversibili è consentito esigere un cambiamento da chi irriducibilmente persegue un modello quantitativo  del processo di sviluppo.

Al contrario, proprio ora la radiosa visione della ricostruzione che deve seguire la guerra al nemico invisibile la cui gestione ha prodotto danni economici e sociali paragonabili davvero a un evento bellico, giustifica e autorizza la resa di un ambientalismo, ridotto a “facciata”, come un certo antifascismo o un certo femminismo di superficie ormai posseduti e occupati dall’ideologia neoliberista e dai miti di Wall Street, ripuliti da qualsiasi intento e aspettativa anticapitalistica. 

Come in una eterna ammuina la macchina del potere scava e cola cemento, trivella e tira su ponti e barriere, sporca con veleni tossici e deterge con veleni ancora più tossici, chiedendo ai cittadini contaminati di lavarsi la coscienza con la penitenza e il sacrificio.


La trinità contro il Sud

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mettete tre cervelloni, molto compresi dell’incarico attribuito loro da una non meglio identificata divina Provvidenza impegnata a donare la salute tramite pozioni miracolose, mettete un altro amministratore altrettanto concentrato su se stesso e sul suo ruolo dominante costretto malgrado la progressiva erosione della democrazia a tenere nel debito conto le leggi del consenso elettorale, mettete un popolaccio, più incline a farsi comandare che a farsi educare, che vive nell’incertezza grazie a imperiosi quanto confusi  precetti e imposizioni e avrete un’allegoria plastica e esemplare delle complicate relazioni tra governo centrale, regioni e cittadini.

I tre sono Draghi e i fidi Speranza e Figliuolo, e va a sapere chi è lo spirito santo, l’altro è il presidente dalla Campania  che minaccia di non seguire le direttive del governo sulle priorità della campagna vaccinale, annunciando di voler mettere in sicurezza, dopo gli ultra-ottantenni, le attività economiche regionali più esposte come il turismo. E, per un giorno, ci informa la Repubblica, sale la temperatura del conflitto con Palazzo Chigi. La cui risposta roboante arriva dopo un lungo vertice tra i magnifici tre: “il governo non tollererà decisioni da parte delle Regioni che deroghino dai criteri stabiliti dal piano vaccinale nazionale“.

“Non ci saranno eccezioni»,  che possano ostacolare il processo affidato al generale costretto a ridurre le sue immaginifiche previsioni di 500 mila dosi giornaliere al più modesto traguardo di 300 mila somministrate secondo metodi tradizionali, con bandi per arruolare gli specializzando come vaccinatori e non con lo sforzo bellico promesso: sparare le dosi sugli ignari passanti volenti o nolenti. E grazie al quale si capirà “se il nostro Paese riuscirà a raggiungere una quota di vaccinazioni giornaliere in grado di avvicinare o quantomeno rendere distinguibile il traguardo dell’immunità di gregge”. Un obiettivo “garantito” dall’arrivo  tra il 15 e il 22 aprile di  4,2 milioni di dosi, dei quali tre  sono targati Pfizer – in due tranche da 1,5 milioni – circa mezzo milione di AstraZeneca, oltre 400 mila di Moderna e 180 mila di Johnson & Johnson, su cui pende la minaccia di altri casi di accertati effetti collaterali.

Per conseguire questo traguardo l’Esecutivo ha addirittura valutato di inviare personale sanitario e nuovi mezzi in alcune Regioni in difficoltà nella gestione della campagna.

E a voi indovinare quali: Calabria, Basilicata, Sicilia e Campania.

Si proprio i fanalini di coda, quelle geografie che pesano come un fardello sulle spalle di un Nord che si sente volonterosa propaggine del pingue Belgio come si diceva quando l’Europa carolingia faceva l’occhietto alla Lombardia meritevoli di una annessione non solo simbolica,  quelle aree in perenne ritardo economico, sociale e culturale malgrado tanti sforzi siano stati fatti per favorirle e emanciparle con una lungimirante industrializzazione che porta i nomi di Fiat o Riva, e quelle popolazioni che per indole parassitaria, corruzione, familismo e clientelismo hanno legittimato la decisione affidata già in anni lontani all’attuale Presidente del Consiglio di espropriarle, svendendo beni comuni e gioielli di famiglia.

“Non ci saranno eccezioni”, la ferma e vibrante reazione alle intemperanze di De Luca non lascia margine a dubbi: se alcune amministrazioni si renderanno colpevoli di irresponsabile insubordinazione,  le eventuali ordinanze dei governatori verranno impugnate di fronte alla magistratura amministrativa per farne dichiarare la nullità.

Avete visto che non c’era da niente da temere? Non solo il governo in carica agisce nel segno della continuità col predecessore, ma dimostra uno straordinario attaccamento e un lodevole rispetto per la tradizione, quella che sa bene che se al Settentrione spetta la carota, il Meridione merita il bastone.

Non è bastato che la Lombardia abbia trascinato tutto il Paese nel rovinoso baratro del lockdown in modo che la sua pena fosse condivisa e non permettesse il rovesciamento di antiche disuguaglianze, non è bastato che le regioni del Nord, quelle che pretendono spazi secessionisti di autonomia anche in materia sanitaria, abbiano registrato performance criminali combinate con accertati intrallazzi nel contesto dei brand pandemici, non è bastato che proprio là si coltivassero quei principi ideali secondo i quali assistenza e salute devono essere prerogativa di chi produce, guadagna e spende, non è bastato che non sia stato neppure ipotizzato il commissariamento del  vergognoso vertice regionale, macché, perfino le intimidazioni, i ricatti e le minacce diventati   sistema di governo procedono dall’alto in basso, da su in giù.     


Draghi, un imbianchino di sepolcri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono attori che sono diventati famosi per via di un volto scialbo e  inespressivo che si prestava proprio per quello a interpretare personalità diverse e incarnare stati d’animo anche contraddittori. Venivano scelti dai registi, osannati dalla critica e idolatrati dai fan.

Non si può dire lo stesso del personaggio pubblico che aveva creduto di fare  delle sue fattezze sbiadite, dell’evidente scarsa inclinazione a relazionarsi, salvo forse con il suo pusher di brasato, la cifra del suo accreditamento in veste di anodino uomo d’ordine, di efficiente ufficiale giudiziario imperiale.

Di volta in volta l’abbiamo definito una sfinge enigmatica, un satrapo indecifrabile, un serafico sebastokrator bizantino, un’autorità prefettizia con funzioni di controllo e sorveglianza dispotici, icone tutte di un potere autoreferenziale e autoritario che una emergenza sociale contribuiva a rendere inviolabile e fatale.

Questo però succedeva nella prima fase, quando parlavano per lui documenti e atti che venivano rimossi per lasciar spazio a una fiducia dissennata in vista del suo edificante revisionismo confessato a Rimini, in interviste e editoriali con i quali aveva inteso accreditarsi come un ossimoro, un “socialista liberale”, formula graditissima come la sua faccia, perché non dice niente e si presta a qualsiasi interpretazione a uno di Panebianco, Galli della Loggia, Giavazzi e perfino del Cottarelli, partecipe dell’unanimismo che circondava il nominato, ancorché escluso dalla cerchia dei suoi cari.

Poi Draghi ha cominciato a parlare, dopo un lungo silenzio appartato durante il quale mandava avanti le mezze figure che aveva scelto per primeggiare dietro le quinte e per incaricarle di prendersi i primi inevitabili schiaffoni.

E quando ha iniziato a dire la sua il busto marmoreo si è sbriciolato, la porcellana dell’impenetrabile statuina cinese si è sgretolata, rivelando – finalmente? – caratteri “umani”, pochezza  e altezzosità, viltà e arroganza, perbenismo e ferocia e demolendo la leggenda del Gran Competente, tanto che è arduo immaginare che i suoi insegnanti, come quelli di Monti, abbiano detto di lui: è intelligente ma potrebbe fare di più, essendo prevalenti la mediocrità dell’esecutore scrupoloso di ordini crudeli e la banalità del funzionario che quando non riscuote mette i sigilli alla sfrattata ottantenne.

Ma c’è una cifra dominante in lui, come in tutti i notabili in forza al neoliberismo senza freni, è l’ipocrisia che permette loro, dopo aver sospeso i diritti collettivi, di richiamare i cittadini alla “coscienza” individuale, proprio come quando il presidente che non ha avuto cuore di smentire le sfacciate balle megalomani del generale intenzionato a sparare vaccini sui passanti quando i vaccini non ci sono, investe della responsabilità la brava gente sollecitando vigilanza e delazione contro i furbetti.

Non c’è da stupirsene, perché è in atto da tempo una cospirazione per delegare al singolo cittadino il delicato incarico di mettere riparo con i suoi comportamenti individuali ai danni provocati dal ceto dirigente, autorità, governi, soggetti economici, che ha avuto successo se di fronte alla prepotenza delle multinazionali della logistica aiutate dagli Stati a instaurare un regime di esclusiva, cancellando il commercio al dettaglio, contravvenendo alle leggi che regolano il lavoro, usando i nostri dati personali come merce più redditizia dei loro prodotti, vince la falsa coscienza sulla democrazia che convince i cittadini di aver fatto la propria parte non comprando da Amazon il giorno dello sciopero dei suoi addetti.

È la stessa ipocrisia, ben presente nella nostra autobiografia nazionale, che consente a chi ha ancora conservato uno standard minimo di sicurezza economica e “sociale” di prendere schizzinose distanze dal ciarpame politico e morale sceso in piazza, riprovevole perché in mancanza di fieri antifascisti, di coscienziosi riformisti e di orgogliosi progressisti, si fanno infiltrare da Casa Pound, quella col palazzetto concesso da Veltroni, quella che ha potuto esibire credenziali umanitarie in vista di assenze ingiustificabili, quella invitata alle tavole rotonde in rappresentanza di una desiderabile destra moderna.  

È l’ipocrisia che stabilisce il paradigma dell’accettabilità, definendo chi è presentabile e chi invece è opportuno, malgrado sia riconosciuto come dispotico tirannello, chi si può spendere in società e chi è spiacevolmente necessario tollerare perché serve. Alla prima categoria appartiene secondo il draghi-pensiero e contro ogni ragionevolezza, il Ministro Speranza, accreditato come unico “politico” essenziale in servizio, mentre gli altri, i secondi,  sono sopportati appunto perché occorrono a far numero e accondiscendere a qualsiasi nefandezza.

Tanto è indispensabile, nomen omen, che al Ministro della Salute si riconferma la fiducia di condottiero nella guerra al virus, ma addirittura gli si attribuisce un ruolo primario nella conduzione del Recovery Plan nazionale, strumento di indirizzo per superare lo stallo costituito da quei colli di bottiglia che frenano  da anni il paese  e “che richiedono di cambiare tutto il contesto istituzionale amministrativo, contabile, persino giudiziario,  per sbloccarlo”.

Interrogandoci sulla convenienza di affidare gli incarichi più delicati a un soggetto che per sua ammissione attraversa una fase di psicolabilità che gli fa guardare con apprensione qualsiasi assembramento anche di due persone in auto, abbiamo l’ennesima conferma che l’uomo scelto per guidarci al Grande Reset non sa scegliersi né gli stretti collaboratori, a cominciare da ministri o generali, e nemmeno le maestranze, ghostwriter, comunicatori e estensori di provvedimenti legislativi, scelti nel parterre delle burocrazie amministrative, militari, finanziarie, che hanno collezionato i più clamorosi fallimenti economici, politici e sociali della storia passata e recente.

Basta pensare che  per prendere in mano “i dossier più scottanti dell’economia per cercare di imprimere una sterzata rispetto alle indicazioni dei precedenti inquilini di Palazzo Chigi” – cito da Repubblica – ha scelto Franco Bernabè, che conosce, frequenta, stima dal 1972, per affidargli l’Ilva, in qualità di presidente per “indirizzare le scelte per cercare di far uscire dalle secche l’acciaieria più importante d’Europa” dopo che  il Ministero dell’Economia avrà sbloccato i 400 milioni con cui Invitalia parteciperà all’aumento di capitale di Am InvestCo – la società di ArcelorMittal che gestisce gli impianti siderurgici – diventandone socia al 40%, mentre al gruppo franco-indiano, quello che aggiunge agli esuberi il licenziamento dei colpevoli di altro tradimento che guardano le fiction in Tv, a cui rimarrà una partecipazione del 60%.

Di uno come Draghi verrebbe da dire “sepolcro imbiancato”, ma va meglio imbianchino di sepolcri, come in questo caso in cui in continuità col passato l’intento è quello di favorire una multinazionale che ha poggiato il suo tallone di ferro su una realtà industriale in modo da distruggere con l’impianto, i knowhow, le risorse umane e professionali, una concorrenza molesta, favorendo grazie ai nostri quattrini, una concentrazione che si sviluppa fuori dal Paese. E se l’operazione ha lo scopo non secondario di seppellire una storia di crimini ambientali e sanitari sotto la calce e il cemento dell’oblio, della rimozione tramite immunità e impunità dei delitti commessi contro una città e un Paese tutto.

La scelta è perfetta: un tecnico competente e specializzato in fallimenti, in svendite, in alienazioni ed  espropri del patrimonio comune, degno di essere invitato sui Britannia del passato e del futuro.


Pandemie, gli affezionati clienti delle Bugie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una forma subdola di negazionismo, quello vero, non le declinazioni abusate di moda oggi per criminalizzare dubbiosi e eretici.

Consiste nell’attribuire al nazismo una follia criminale e barbara che avrebbe provocato un incidente della storia anomalo, una digressione dal racconto della civilizzazione, in modo da negare appunto che l’uomo moderno (in fondo è passato un secolo o poco più) reso ancora più razionale dal progresso, dalla tecnica, da un certo benessere che ha reso meno potente la voce del bisogno, sia capace di qualsiasi abominio, che possa compierlo con fredda determinazione, con perizia amministrativa e burocratica, destreggiandosi tra il giusto e lo sbagliato  per piegare la facoltà di giudizio all’interesse o all’obbedienza, senza essere necessariamente sadico, malvagio, perverso.

A generare o almeno favorire questa non intenzionalità del male, commesso per comodo, conformismo, per tenersi il posto, per non essere emarginato dalla comunità complice, hanno contribuito le bugie, fabbricate nelle fucine dei regimi, particolarmente persuasive in contesti resi più permeabili da crisi ed emergenze sociali e dall’opportunità, alimentata dalle autorità, di identificare più delle motivazioni, i colpevoli, per creare un nemico che giustifichi la guerra che gli viene mossa.

Questo è un punto sul quale è facile trovare un unanime consenso. Eppure ogni qualvolta un accidente ci distoglie dal percorso della “normalità” questa convinzione viene demolita, così si coagula intorno alla narrazione che proviene dall’alto un consenso fiducioso che risponde alla paura e all’insicurezza che ne deriva, con il moltiplicarsi di atti di fede, con giuramenti di devozione disciplinata e rispettosa ai sacerdoti in auge, tecnici, economisti, scienziati, strateghi militari che siano.

Chi si sottrae a questi doveri assurti a imperativi morali, viene ridicolizzato o emarginato, censurato o punito. Qualora riesca a trasmettere i suoi dubbi e le sue tesi, debolmente e senza le tribune pubbliche a diposizione solo delle “fonti” ufficiali, è condannato a esibire prove, accertamenti, dati, dei quali a priori è contestata la veridicità: il vecchio e autorevole scienziato viene retrocesso a babbione preda della demenza, il prestigioso e invidiato filosofo viene invitato a sottoporsi a volontario Tso, il giornalista che non milita nei ruoli della Gedi viene perseguitato come impresario di fake news da collocare ai margini della cronaca, anche grazie alla riduzione della comunicazione istituzionale  a pura propaganda di servizio(mi era capitato di scriverne qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/04/09/social-i-gulag-delle-notizie/)..

La rete e le tecnologie dell’informazione vengono accreditate come attendibili, plausibili e affidabili solo se parlano la lingua delle autorità, a dimostrazione ancora una volta che le grandi invenzioni del progresso si dimostrano inadeguate a garantire un uso morale e civile del potere che possiedono e riproducono. E  la  modernità che doveva emanciparci dalla primitività ci riconsegna alle pulsioni, alle emozioni più ferine, costringendoci a cercare rassicurazioni se non solide almeno muscolari e autoritarie, quindi indubitabili.

Non è un caso che la formula “fake news” sia recente, risale più o meno al 2017. E la dobbiamo non a un’opinione pubblica che reclama la verità da governi, istituzioni, enti, organizzazioni e imprese private, bensì proprio da questi soggetti che vedono minacciati i loro vangeli, i loro assiomi, i loro dogmi e propongono strumenti e organismi di reazione, sorveglianza e controllo, come li chiedono personalità pubbliche cui non bastano i dispositivi di tutela della privatezza a disposizione di tutti i cittadini, e che reclamano l’ostracismo per chi osa “offenderli” contestando aprioristicamente la veridicità delle accuse e delle critiche, immediatamente contrassegnate come calunnie.

Nell’attuale fase – l’incessante costrizione dei social a aggiornarci sull’evoluzione del Covid al fine di contrastare le fake news, della quali farebbe parte qualsiasi tipo di controinformazione, intendendo per tale, secondo le bizzarrie idiote degli algoritmi, anche documenti dell’Ema, dai dell’Oms, pareri e esperienze di medici che dovrebbero avere lo stesso diritto di cittadinanza della star dell’infettivologia – vengono assimilati alle menzogne tutti i dubbi, le contestazioni, i pareri e pure le esperienze “incompatibili” con lo scientismo, con le convinzioni e il comportamento tenace  di chi ammette come unico sapere valido quello delle scienze che hanno ottenuto l’autolegittimazione grazie alla esaltazione del Progresso combinato con la Crescita e il Mercato, tanto che i loro dogmi sono stati promossi a leggi naturali.

E difatti mai come ora chi osa interrogarsi sulla loro attendibilità alla luce di tante verifiche, viene arruolato tra i cospirazionisti, i barbari terrapiattisti increduli, perché non sarebbe plausibile che  grandi imprese, governi, informazione accreditino dati, analisi, e poi cure, medicinali, e poi disposizioni e misure in contrasto con l’interesse dei cittadini, false, manipolate, contraffatte. Con il risultato di dare credito alla più immonda delle fake news, che attribuisce unicamente a  una massa di indolenti e irresponsabili, licenziosi e infantili, la colpa dei danni provocati dal governo della società che da anni impedisce ai cittadini di intervenire nel processo decisionale, di eleggere i propri rappresentanti ormai prescelti e imposti, di contrastare la demolizione dell’edificio di diritti e conquiste che  si diceva essere frutto proprio di quel Progresso che invece ha moltiplicato e ingigantito disuguaglianze e discriminazioni.

Il grande successo dell’ideologia dominante consiste nell’averci fatto credere di essere lucidi, attenti, razionali se pretendiamo che chiunque di discosti dai suoi dogmi esibisca le “prove” a confutarli, citi fonti mai sufficientemente autorevoli, mentre all’offerta delle autorità basta l’auditel a dimostrare il seguito delle star scientifiche frequentatrici degli studi televisivi.

Mentre dovremmo interrogarci sulle montagne di balle fatte rotolare a valanga a suffragio delle più infami costruzioni  teoriche o ideali, ben prima di quelle dei Pangloss  di regime che vogliono persuaderci che il prevedibile accidente che ci è capitato possa realizzare l’utopia di una società più sana e più coesa, quando milioni di individui e famiglie hanno pensato di poter avere un tetto sulla testa grazie alle bolle immobiliari, di conquistarsi la salute aderendo a assicurazioni che oggi valgono carta straccia, di assicurare un futuro di successo ai propri figli coi master acchiappacitrulli e le università private.

E quando vi dicono che è una manifestazione di senso civico bersi le statistiche erogate in questi mesi, cominciate a pensare alla bancarotta dichiarata delle teorie economiche impiegate a sostegno dell’occupazione, quando vi hanno detto che per promuoverla serviva licenziare, serviva rinunciare a diritti maturati e prerogativa conquistate, serviva ridurre le remunerazioni convertendosi a una fertile mobilità.

E quando vi incolpano di aver fatto una corsetta al parco, di aver dato forma a un irresponsabile assembramento in fila al Pronto Soccorso o vi denunciano perché fare bisboccia coi parenti  suscitando lo sdegno di prestigiosi delatori, raccomandandovi l’osservanza di misure che finora hanno permesso che centinaia di migliaia di persone, forse milioni, perdessero beni, lavoro, istruzione,  dovreste ricordarvi che da anni attribuiscono a voi il crimine di scaricare sulle generazioni a venire il debito pubblico,  sollecitandovi a espirare grazie alla riduzione della spesa sociale, a sottostare alle imposizioni dell’austerità, altra pandemia.

E dire che per verificare il loro fallimento non occorre neppure che sciorinino numeri, dati, statistiche, basta guardare le rovine che abbiamo intorno sotto le quali è morta anche la Verità. (fine)


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