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A scuola di smart virus

digi Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi sempre nel passato si è data una ulteriore  legittimazione alle guerre magnificando la necessità delle ricostruzioni che avrebbero la funzione salvifica di rimettere in moto lo sviluppo dopo crisi e recessioni. a guadagnarci era la categoria vasta dei  profittatori, speculatori, produttori di armi e scarponi con la suola di cartone convertitisi al cemento e alla compravendita di beni immobiliari,  in combutta naturale con generali, governi e poteri politici incaricati di mettere a frutto le emergenze per trasformarle in opportunità per la vasta cerchia padronale.

Quindi adesso possiamo aspettarci i benefici effetti  “collaterali” del Grande Sternuto che sta già facendo crollare titoli borsistici, che assesta colpi durissimi al turismo, che mostra i guasti e i limiti della ideologia applicata al governo dell’Occidente,  quella che ha imposto la fine del welfare e dell’assistenza sanitaria pubblica (con il taglio di almeno 28 miliardi in 10 anni), ridotto poteri e competenze degli stati in favore di sovranità sopranazionali,  eroso partecipazione dei cittadini ai processi decisionali sicchè in condizioni di allarme sono sballottati nei vagoncini della galleria degli orrori. Ma che darà nuovo vigore all’industria farmaceutica, a quella solo apparentemente immateriale delle assicurazioni e dei fondi, che valorizza l’azione dei somministratori di panico e dei fornitori di distrazioni di massa, che va in soccorso della concorrenza sleale di chi si propone di contrastare la lunga marcia al successo industriale e commerciale di superpotenze che hanno fatto irruzione sul mercato globale.

E siccome a pagare è sempre chi sta sotto, perché le pestilenze, come le catastrofi non più naturali e anche le malattie non sono una livella ugualitaria, colpiscono i più esposti, i più deboli, quelli che non si tutelano, proprio come nei secoli neri, i sottoalimentati, quelli che non possono fare prevenzione, i sans dents, saranno pochi comunque i risparmiati dalla malattia,  dallo stato di eccezione, dalla  sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro  e  dai danni economici e sociali conseguenti alle serrate di scuole, uffici, stazioni, aeroporti, ditte, banche: Intesa San Paolo in perfetta coincidenza chiude 11 filiali, tanto che possiamo perfino supporre che a fronte della destinazione a lazzaretti di reparti e padiglioni chiusi dalle regioni in gara per il federalismo,  cliniche che fino ad oggi riservavano il loro trattamento de luxe alle malattie sociali del benessere, siano già pronte trasformarsi in relais e chateaux per  isolamenti raffinati ed esclusivi.

Perché va riconosciuto il talento degli sciacalli, che sanno sempre individuare cosa può accrescere profitti, compresa la paccottiglia modernista della fine della fatica grazie alla tecnologia, alla nostra sostituzione con robot efficienti e ubbidienti, allo smart working.

Così è lecito sospettare della determinazione con la quale, nel quadro della militarizzazione dei territori, si sono chiuse scuole e università, bloccata la didattica, per contrastare il contagio, ma anche dell’istruzione, vedi mai che faccia male anche quella alle giovani menti. In favore, lo ha confermato la ministra dell’Istruzione della quale avevamo avuto notizia solo per le sue presunte attività di plagio, nemmeno fosse una Madia o un Saviano qualunque, che ha subito ripescato un po’ di frattaglie del repertorio preelettorale dell’indimenticato leader: diffusione obbligatoria di internet,  graduale abolizione dei libri di scuola stampati, accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie per consolidare la penetrazione delle cosiddette università a distanza, etc.

Bendisposta a incrementare tutta la maligna narrazione progressista della Buona Scuola, eccola pronta a propagandare le nuove frontiere e le illimitate opportunità  del telestudio in modo da preparare le generazioni presenti e future al telelavoro, in linea con i criteri di avvicendamento e di formazione al “successo” di ambiziose nuove leve di esecutori specializzati nel premere un tasto di un pc come di un drone.

Così  ha riunito al Ministero la task force impegnata nella gestione del coronavirus per estendere l’esempio pilota delle scuole di Vo’ il comune del padovano blindato per l’emergenza Coronavirus, che da giovedì faranno lezione attraverso una piattaforma online. “La situazione è in evoluzione, ha rassicurato la ministra, stiamo valutando tutti gli scenari. Il diritto alla salute in questo momento viene prima di tutto, ma non vogliamo farci trovare impreparati. Stiamo studiando soluzioni per la didattica a distanza. Vogliamo garantire un servizio pubblico essenziale ai nostri studenti”.

L’idea forte è quella di adottare una didattica in modalità MOOC, con classi virtuali, FAD, smart working per tutti gli allievi della scuola, secondo il normale orario di lezione della scuola, ad eccezione delle lezioni pomeridiane, che  avverrà regolarmente secondo le indicazioni che i docenti daranno agli allievi utilizzando i servizi di classe virtuale attivi sul registro elettronico e anche grazie a video tutorial per le attività previste. E come non essere incantati dalla sperimentazione del Liceo Bertolucci di Parma, intitolata con un verso del poeta: “assenza più acuta presenza”, che, diciamo, in verità suona un po’ inquietante essendo dedicato a un fratello morto, e che colloca le iniziative della didattica online nella cornice culturale e pedagogica  significativamente riassunta nello slogan «con-finati ma non isolati».

Eh si, li stanno proprio preparando al domani i nostri ragazzi. Pensate che pacchia, via via, dopo che il pericolo sarà passato, si potrà ridurre, insieme al rischio sanitario, quello rappresentato dal numero esuberante del molesto copro insegnante mai contento e smanioso di remunerazioni e privilegi, si rafforzerà la funzione dei dirigenti scolastici, disperdendo la fastidiosa vocazione pedagogica per valorizzare l’indole manageriale, si darà maggiore rilevanza al compito genitoriale come è giusto che sia nel complesso di un ordine sociale ispirato al controllo e alla sorveglianza anche nell’intimità.

Ma soprattutto si rafforza quella concezione della libertà individuale tanto casa ai fautori della fine del lavoro e della ripresa a tutto campo del cottimo, grazie a un tirocinio fin dai banchi che persuaderà scolari e futuri lavoratori a ritenere che l’autonomia si materializzi organizzandosi gli orari delle elezioni come i percorsi stradali per consegnare le pizze, non conoscendo la faccia dei professori  come quella del padroncino, scegliendosi i tempi dello studio proprio come quelli dell’attività part time propagandata per la licenza che ci si può auto concedere della flessibilizzazione organizzativa autonoma, combinata con i facili guadagni che crescono se ti ci dedichi di notte e di giorno, senza tregua e se si vince la gara con  altri addetti alla costruzione di invisibili piramidi, altrettanto soli, isolati, feroci nella difesa della propria fatica.

Grazie al virus, quello dell’avidità e dello sfruttamento, adesso possiamo preparare le nuove generazioni a raccogliere la sfida dello smart working, nuovo accorgimento per rendere invisibile ma non certo meno cruento l’antagonismo di classe, per consolidare la neutralizzazione delle rappresentanze, per normalizzare le anomalie di contratti irregolari, vaucher, volontariato obbligatorio, della precarietà, come predicava, così demonizzata nel civile Occidente, la filosofia Toyota che sulla base di un determinato numero di zeri (zero burocrazia, zero tempi morti) conseguiva il desiderabile obiettivo di “zero conflitti”.

Il fatto è che almeno loro sono in testa alle graduatorie per l’efficienza, l’innovazione, la ricerca applicata e le vendite, mentre la concorrenza della civiltà superiore, mescolando sfruttamento e cupidigia, tracotanza e incompetenza, assistenzialismo e avarizia si colloca in cima alle classifiche dei fallimenti, a dimostrazione che il riformismo che avrebbe dovuto addomesticare il capitale, è stato solo capace di renderlo a un tempo più spietato e più impreparato a fronteggiare gli stessi mali che produce.

 

 

 


Cervelli immunodepressi

ScËne de carnaval ou Le menuetAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi, martedì grasso, a ridosso delle meritate penitenze quaresimali, a descrivere percezione e stati d’animo di tutti – compresi quelli che cercano di mantenere vivi gli anticorpi della ragione minacciati da passioni ancestrali e pulsioni animali di difesa ferina del proprio territorio e della propria vita –  più delle foto del personale addetto con tute e scafandri da Contagio di Soderbergh,  andrebbero bene certi bozzetti e schizzi di Guardi, di Tiepolo o di Goya.  Quelle, per intenderci,  che illustrano il dinamismo effimero, profetico di morte, dell’attimo fuggevole: moltitudini di persone che, come larve trasportate dall’istinto e dalla passione,   mettono in scena la   decadenza di imperi che si credevano inviolabili, come in un  theatrum mortis nel quale recitano la malinconia della caducità, del marcio e del fatiscente, il senso della corrosione, il morso del tempo e delle intemperie.

Nella Cina da dove sarebbe partito il contagio, si usa indirizzare un auspicio che contiene la cifra della maledizione: l’augurio  di vivere “tempi interessanti”, una formula ripresa in questi anni da filosofi e pensatori per definire la nostra contemporaneità inquietante, conflittuale, difficile, ma che, proprio per questo, potrebbe essere stimolante, esaltante, se, sia pure per via delle maniere forti che usa il destino che fuori da noi altri ci assegnano, ci svegliassimo dall’indolenza e dal torpore  nel quale ci siamo fatti sprofondare.

È che la paura, che ci viene concessa come unica passione compatibile con la crescita e la civilizzazione secondo le leggi del mercato, avendoci tolto l’altra, la speranza, che a volte, aveva ragione Spinoza, è una passione triste elargita perché nell’attesa possa scemare e avvilirsi la combattività e la ribellione, o il senso di caducità arcaica ereditata dalla egemonia confessionale, sopportabile a costo di pentimenti e penitenze,  non dovrebbero farci perdere la lezione che può venire da questa odierna allegoria  del progresso, un Giano che fino a oggi voleva dimostrarci di possedere solo una faccia buona, magnifica e redentiva: scoperte scientifiche, tecnologie, guarigioni e conoscenza, consumi e benessere, ma che d’improvviso rivela quella malvagia con le piaghe d‘Egitto, pestilenze, guerre e morte.

E che svela come la magnificata globalizzazione sia diventata la versione aberrante dell’apertura al mondo di cui parlavano Marco Polo, il Roman de la Rose citando la numerazione e il prezzemolo, le scoperte astronomiche e gli spaghetti, le albicocche e il tè, se ha incrementato formidabili disuguaglianze e dando forza oscura a istinti predatori, allo sfruttamento e a un delirio di onnipotenza che ci ha fatto dimenticare i limiti.

Ce ne voleva una, di morte nera, barbara e cruenta perché le altre minacce parevano intangibili, invisibili, sembrava che toccassero altri meno fortunati nel sorteggio della lotteria naturale, paesi che cambiano di continuo nome e status istituzionale nel mappamondo virtuale, popolazioni così remote che ci siamo convinti che a bombardarli siano droni che si comandano da soli, inondazioni e tsunami prodotti da fenomeni naturali, imprevedibili e incontrastabili, mentre noi e qui ci godiamo una meritata primavera precoce.

Invece potremmo imparare qualcosa da quello che succede, anche senza darci attestati di UniCusano in virologia e nemmeno di RadioElettra in materia di controlli e vigilanza, per interrogarci su quando la precarietà, che oggi ci colpisce, ricordandoci che l’unica sicurezza che ci viene offerta è quella che impone la perdita di diritti e la limitazione della libertà, di circolare, di esprimersi, di incontrarsi e di criticare, è diventata “accettabile” o addirittura desiderabile da quando è stata proposta come cancellazione di molesti obblighi, come licenza da imposizioni e comandi, tanto che una nuova generazione si sente libera di scegliere il cottimo perché organizza autonomamente orari di lavoro e tragitti per consegnare pizze a pasti a gente che lavora part time appagata di non aver mai visto il suo “caporale”. E da quando ci hanno comunicato che era una necessità ragionevole e doverosa per rimettere in moto lo sviluppo, ricordandoci che siamo tutti nella stessa barca, tutti in pericolo, lavoratori e padroni, quelli però col salvagente.

Dovremmo pensare che la confusione artificiosa e artificiale nella quale si inseguono menzogne e denunce di complotto, smentite di bugie precedenti con nuove bugie, rivelazioni a orologeria e dietrismi altro non è che il frutto di una informazione tossica che comunica solo quello che fa comodo poteri forti che tirano su le tende dei loro stanzoni agli addetti ai lavori in modo che somministrino a piccole dosi omeopatiche porzioni di realtà o le sparino a raffica, in modo da manipolare e trattare, nascondere o esagerare, manomettere o amplificare quello che è utile alla sopravvivenza dello status quo.

E che ancora una volta si rimette la questione nelle mani dei “tecnici”, nemmeno fossimo tutti sardine, dei competenti, degli stregoni, dando l’illusione di partecipare delle decisioni anche ai cretini che su Fb rivendicano di aver frequentato l’università della vita e che da esperti di rating e di spread, di moviola e canzonette si sono convertiti all’immunologia, ripristinando l’autorità indiscussa di figure qualificate promosse a venerabili maestri, possibilmente identificabili in qualità di supporter di partiti e movimenti, che se una volta la scienza rivendicava la sua “neutralità” adesso è un vanto la tessera di partito o ThinkTank, iperdotati di qualità telegeniche e di simultaneismo nei social.

E magari adesso potremmo vedere sotto una nuova luce  e condannare col poco potere che ci resta, il crimine originario di chi ha smantellato l’edificio dell’assistenza pubblica, chiuso reparti, impoverito e umiliato i medici, i paramedici, il personale ospedaliero, tramutato le Asl in macchine per la corruzione e la speculazione.

Se, come pare, il problema cruciale che si pone,  rappresentato da una possibile epidemia di Covid-19, non consisterebbe  nell’indice di  mortalità, poco superiore ad una normale influenza, ma nei tempi e nella “qualità” del decorso, che richiede ricovero ospedaliero, criteri e  requisiti particolari, isolamento, allora è ovvio che il rischio vero è rappresentato dalla inadeguatezza del nostro sistema a fronteggiare una qualsiasi emergenza, ben oltre i tempi di attesa per le analisi, i casi di cronaca di cattiva sanità, i turni massacranti di personale promosso a figure eroiche.

E allora a poco servono le polemiche tra presidenti delle regioni e governo per rimpallarsi le colpe, perché è sotto gli occhi di tutti dove sta il marcio di un welfare scarnificato, impoverito, defraudato e depredato per esaltare le opportunità del “privato”, cliniche, ambulatori e laboratori, fondi integrativi e assicurazioni che in questi giorni, tutti, sono scomparsi dall’orizzonte occupate dalle responsabilità e dagli oneri, tutti, d’improvviso, in capo allo Stato, in un tardivo riscatto del sovranismo.

E infatti siccome dalla palude della tragedia all’italiana affiorano i fiori del male del ridicolo, così i governatori che esigevano fino a ieri autonomia del dare corso auna desiderabile pluralità di soggetti più privati che pubblici, malgrado i conclamati insuccessi registrati in tutte le latitudini, reclamano procedure ma soprattutto esenzioni, assistenza, aiuti del maledetto Stato padrone, recuperato in veste di padre doverosamente compassionevole, e della collettività oltre i confini regionali, riesumata in veste di popolo unito dagli accadimenti.

Purtroppo potrebbero essere tempi interessanti, ma se la morte non va in vacanza, i cervelli sembrano essere in ferie per malattia.


La Peste

Danza-macabraAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non si sa quando la “morte nera” cominciò ad aggirarsi con la falce luccicante in giro per l’Europa: pare che a portarla fosse stata una nave di mercanti genovesi scampati da Caffa in Crimea quando la città fu occupata dai Tartari. Era stato probabilmente quel bastimento carico di pellicce tarmate e sorci pulciosi a recare il tremendo flagello a Messina nell’ottobre del 1347 e di là a Tunisi, da dove si diffuse nell’Africa settentrionale e da lì, attraverso la Penisola iberica e le isole del Mediterraneo, in tutta l’Europa.

La chiamarono peste da “peius” per indicarla come “la peggiore malattia”. Tra il 1347 e il 1350 l’epidemia uccise da un terzo a metà della popolazione europea,  tra i venti e i venticinque milioni di persone e più. A Firenze, dove in pochi potevano trovare riparo sulle colline, magari nella Villa Paradiso di Niccolò Alberti dove Boccaccio riunisce sette giovani dame e i loro tre cavalieri, la popolazione scese da 75 mila abitanti e 45 mila. E a Venezia nei diciotto mesi dell’infuriare del morbo morirono, secondo i dati dei censimenti della Serenissima negli anni  1347-1349 la città perse  i tre quinti dei veneziani.

La grande strage era stata preceduta da vari fenomeni che fecero pensare a una maledizione o a una punizione divina: condizioni climatiche avverse che avevano fermato le produzioni agricole, carestie: la gente non aveva di che sfamarsi e, indebolita, fu più esposta al contagio. La  recessione colpì anche le grandi banche fiorentine trascinando i Bardi e i Peruzzi nella bancarotta  che aveva avuto origine, pare, dall’insolvenza della casa regnante inglese.

Erano altri tempi e contro una certa storiografia Braudel racconta che poi, dopo quelle emergenze, l’Italia rifiorì e riconquistò il suo primato per tutto quello che è stato definito il Secondo Rinascimento, dimostrando quindi una volta di più che le epidemie e le crisi sono ricorrenti, ma lo è meno la rinascita.

Ancora più dei testi di storia sarebbe da rileggere un grande romanzo del ‘900, la Peste appunto, di Albert Camus, che narra  di un terribile flagello che si abbatte su Orano, cominciato con una  moria di topi che vengono trovati morti a migliaia a ogni angolo della città, nell’indifferenza di tutti.  Ma  è solo la prima avvisaglia di quello che aspetta la città, chiusa da un cordone sanitario per circoscrivere la sua violenza devastatrice e dove gli abitanti reagiscono chi barricandosi in casa e chi invece dedicandosi a piaceri e trasgressioni prima proibite come per un presagio di morte e chi speculando sulla catastrofe. Quando infine si trova la cura, il sollievo fa dimenticare la tragedia, la città  è in festa, solo qualcuno,  inascoltato, si rivolge alle autorità per ribadire la necessità di una prevenzione contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti per anni prima di colpire ancora.

E infatti, per tornare dal romanzo alla cronaca del passato, le epidemie si riaccendono: a Venezia nel    1423 una nuova virulenza miete  40 vittime al giorno, tanto da convincere il Senato decimato (50 famiglia patrizie furono sterminate dal morbo) a chiudere la città agli stranieri provenienti da zone “a rischio” e a destinare un’isola a luogo di isolamento con la costruzione di un ospedale permanente, il Lazzaretto.

Eccellentissimo monsieur d’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune”. A scrivere è Alvise Zen, passato alla storia come il “medico della peste”, che si rivolge a un amico qualche anno dopo la nuova epidemia che decima la popolazione di Venezia in due ondate successive, nel 1575 e nel 1630. …Nemmeno le guerre e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato….. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. I detenuti vennero arruolati come “pizzegamorti” o monatti. Potevamo circolare liberamente solo noi medici…. Indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…..Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Per le strade cresceva l’erba. Nessuno passava. Illustrissimi medici dell’università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l’esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calato su Venezia”.

Nel 1500 il numero dei veneziani  ammontava a circa 120.000 abitanti, nei settant’anni che seguirono, la popolazione urbana aumentò fino 190.000 abitanti, finchè  due pestilenze, quella del 1575-1577 e quella del 1630-1631 ridusse di più di un terzo la comunità veneziana.

Non occorre ricorrere all’allegoria di Camus che verso la conclusione  descrive il ritrovarsi  delle coppie separate dalla quarantena: “Queste coppie estatiche, strettamente unite ed avare di parole, affermavano in mezzo al tumulto, col trionfo e l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo. Negavano tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno”, e meno che mai a XFiles  per avere conferma che la peste c’è fuori  e dentro di noi, che è la malattia del vivere il cui microbo non guarisce se non lo preveniamo e curiamo e comunque non è mai detto che sia debellato.

Perchè è quella combinazione di indifferenza e indolenza che ci fa preferire non vedere e non sapere che siamo esposti, potenziali vittime, con una differenza rispetto alla concezione manzoniana che la interpretava come una livella che faceva giustizia “superiore” in un mondo diviso che guarda ai poveri come sottodotati di “personalità morale profonda” e di autocoscienza dell’oppressione, dove  la morte nera abbatteva ricchi e straccioni.

Mentre invece la contemporanea catastrofe progressiva con il corredo di intimidazioni, ricatti, paure alimentate ad arte, guerre convenzionali remote e quelle interne contro altri Terzi Mondi, continua a stringere un cordone sanitario a protezione di chi ha e pretende di avere sempre di più, delle sue fortezze chiuse nel timore che la plebaglia, i barbari affamati e incolleriti abbattano le porte e facciano irruzione calpestando i tappeti pregiati, spaccando gli specchi e le cristallerie, riprendendosi quello che è stato loro sottratto, erigendo Colonne Infami contro untori, streghe, ribelli.

E non è una peste al rallentatore, a bassa intensità quella che accende di tanto in tanto focolai di virulenza, ma che ha via via decimato la popolazione veneziana dai 175 mila degli anni ’50 dello scorso secolo ai meno di 53 mila di oggi?

Non è un morbo fatale quello che ci ha imposto la fine della possibilità anche di immaginare qualcosa di diverso dall’oggi e qui, dove ci si vuol dimostrare che ogni pressione e repressione, ognuna delle sette piaghe è incontrastabile e irreversibile e siamo condannati a sopportare il futuro che hanno disegnato per noi e contro di noi? E che non ci resta che chiuderci in casa, evitare i contatti, la vicinanza  con gli altri che potrebbero  preludere a compassione e solidarietà, per obbedire a regole, quelle dell’economia, del mercato e della finanza che sono diventate leggi di natura fatali in un mondo che sta rotolando verso la catastrofe ambientale?

Sicchè l’unica soluzione è l’isolamento, la limitazione dei diritti di circolare, pensare, esprimersi,  per dare forma al nuovo ordine sociale nel quale solo l’assoggettamento garantisce la salvezza perché fa da vaccino contro la libertà e permette, come compensazione, di saccheggiare il supermercato e salire sul tetto come cecchini per sparare ai passanti, potenziali untori.

 

 

 

 

 


Gli scheletri nell’Armani

Giorgio_AAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma davvero avete creduto che in virtù  dell’emergenza sanitaria sareste stati esentati dalla quotidiana somministrazione di menzogne e baggianate? Ieri ne circolava una in forma di buona novella:   pare che ci siano possibilità concrete che si inneschi un processo di liberazione della donna e che il suo profeta sia Giorgio Armani.

Lo stilista, celebrato per la sua eleganza sobria e refrattaria a certe esuberanze ordinarie e pacchiane, si è infatti espresso al termine della  sfilata dei suoi modelli della collezione Emporio, con un anatema indirizzato alla corporazione cui appartiene in qualità di monarca indiscusso e con una amara autocritica. “Le donne, ha dichiarato,  continuano ad essere stuprate dagli stilisti e mi ci metto anche io. .. la signora che vede un manifesto con seni e sedere fuori su di una pubblicità gigantesca, pensa “anche io voglio mostrarmi così”….  Questo significa violentare le donne ad essere quello che non vogliono o che non gli si addice”.

La moda e il fashion si sarebbero macchiati insomma di un abuso reiterato, né più né meno di uno stupro, imponendo alle donne di adeguarsi ai trend resi obbligatori dal mercato cool e rischiando il “ridicolo”, mentre “compito degli stilisti”, continua l’invettiva del creativo cui si deve eterna riconoscenza  per aver inventato i coprispalla  destrutturati e quel delicato e raffinato color greige caro a donne che hanno spaccato con carriere folgoranti il soffitto di cristallo,  “dovrebbe essere quello di migliorare la donna di oggi”.

Ofelè fa el to mesté! nella sua Milano direbbero così di uno che depone forbici e spilli per impartire lezioni di varia umanità.  Invece tocca leggere garrule e fervide  voci femminili  esprimere il loro ammirato consenso, che meriterebbe uno sconto in boutique come si favoleggia succeda da sempre alle croniste della moda, combinando il plauso per lo ieratico sacerdote del look con l’approvazione per le originali denunce del guru emancipazionista.

Mi pareva si sottraesse al servo encomio  un articolo sul Fatto che concludeva “grazie anche per averci insegnato cos’è la classe”. A una prima lettura affrettata mi sono detta, ma vedi che   forse qualche opinionista ha  avuto un ravvedimento e si è ricordata che se la liberazione della donna non può avvenire meccanicamente con la sostituzione nei posti chiave, sfilate comprese,  di femmine al posto dei maschi,  meno che mai può essere raggiunta senza riscatto della classe sfruttata.

Macché, mi era sbagliata, la maitresse à penser  rivolge un estatico ringraziamento per l’assist   all’autorevole “Re Giorgio (l’ultima e unica icona di eleganza, sinonimo di buon gusto, la bandiera più raffinata del made in Italy), perché, scrive,  “con queste affermazioni “rivoluzionarie” sul corpo femminile, ci sono possibilità che si inneschi un processo di liberazione della donna. Che forse, per essere autenticamente efficace, può iniziare solo nel mondo della moda dove l’aspetto esteriore è molto (anche se non tutto). ….Perciò ringraziamo Giorgio Armani, per la sua intelligenza e per la forza con cui ha comunicato questo messaggio”.

Per usare una delle formule più abusate nei social, è tutto un guardare il dito invece della luna, legittimando così tutta la possibile paccottiglia e il repertorio di scemenze messe sul mercato delle opinioni un tanto al metro.

Perché è vero che l’ideologia imperante ha dettato i canoni di una somatica di regime che vuole il popolo eternamente giovane, tonico, dinamico, scattante soprattutto sull’attenti! di maschi ambiziosi ma sottomessi all’imperativo  di  conquistare l’approvazione di chi sta più su e  femmine  investite dell’eterno ruolo della seduzione, dell’incarico di piacere che poi si sa tira più di un carro di buoi.

Ma è altrettanto vero che esiste anche una estetica di censo e padronale, che vuole i suoi appartenenti magri, discreti, anodini, asettici e quasi asessuati, quelli che possono permettersi di vestire Armani. Perché nessun seno prosperoso e populista potrebbe costringersi nella sue giacche e nessun sedere sovranista troverebbe spazio acconcio nelle sue gonne pareo, come dimostrano i divini stitici e i protervi schifiltosi che affacciati dagli spot e dai telefilm di Netflix guardano con riprovazione l’affannarsi dei sensi e deplorano i criteri  grossolani e triviali, adottati dalla marmaglia dei consumatori di affetti e passioni a poco prezzo, per selezionare gli oggetti del desiderio amoroso, che si sa loro invece si incontrano in ambienti esclusivi, nelle torri di cristallo di banche e multinazionali, negli atelier di creativi, Pr, artisti minimalisti, nei resort uguali a tutte le latitudini e le pratiche di avvicinamento sono regolate negli studi legali.

E infatti non c’è da credere a quelli che raccontano che la moda nasce dalla strada, che gli stilisti fanno scouting di idee copiando le invenzioni delle ragazze che vedono camminare a Napoli, Bangkok, Seattle, o che, come racconta qualche professore innamorato di fermenti coltivati in vitro per farli circolare in appoggio all’establishment, la cultura e la creatività che una volta avevano un moto discendente adesso salgono generosamente e liberamente dalle piazze, dalle vie delle città e minacciano gli stereotipi del pensiero, delle correnti e delle convenzioni mainstream.

È sempre il mercato al servizio del sistema a decidere che divisa dobbiamo indossare. Tanto che incarica i suoi persuasori anche di indicarci le forme delle scarse ribellioni che ci sono concesse, emanciparsi sdoganando i capelli bianchi o la calvizie come segni del riscatto, disubbidendo alle imposizioni formali e superficiali del “patriarcato” accettando quelle del sistema totalitario economico e finanziario che per reprimere, sfruttare, condizionare donne e uomini, usa tradizioni e imperativi sociali e culturali mettendo o togliendo arbitrariamente per darci l’impressione di aver conquistato spazi di libertà e diritti aggiuntivi, mentre ci espropriavano di quelli primari e fondamentali che abbiamo creduto inalienabili.

Non se ne può proprio più del bon ton, dell’eleganza, dello stile che dovrebbero contrastare la violenza di pochi contro tanti, quando c’è una violenza di uno, il sistema di sfruttamento, accumulazione, dissipazione delle risorse, privazione di diritti, uno contro tutti, che trasforma forza lavoro, talento, vocazioni, desideri, aspirazioni, conoscenza, ordine sociale, cura, relazioni, corpi, benvestiti o malvestiti,  in merce.


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