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Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


Vittime designate

Il Trivulzio secondo Morbelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre siamo tutti in fervida attesa di conoscere nel dettaglio le nuove misure emergenziali del governo, anticipate da organi di stampa bene informati: probabile coprifuoco, salvi i parrucchieri, ma penalizzato il calcetto,  ingressi scaglionati per scuole superiori e atenei e una “mossa netta” sul lavoro agile, è passata inosservata una breve in cronaca.

È quella che rende noto che nella residenza per anziani   “Anni Azzurri” di proprietà del gruppo di sanità privata Kos, che si affaccia sul Parco di Veio a Roma Nord si registra un focolaio di coronavirus: i positivi sono 51, 14 operatori dipendenti della struttura e 37 ospiti, tutti anziani in condizione di forte riduzione della propria autonomia per patologie cronico-degenerative, che non necessitano di assistenza ospedaliera ma hanno necessità di un monitoraggio delle condizioni cliniche e dei parametri vitali.

Va di moda la narrazione bellica per via della guerra al virus e della ricostruzione, necessariamente rinviata a data da destinarsi. Vien bene quindi immaginarsi la società come uno di quei campi di battaglia del Settecento, con i soldati disposti in file, davanti quelli destinati a essere crivellati dai primi colpi.

E ecco qua come si presenta la situazione a quasi otto mesi dal divampare dell’epidemia: in prima linea si trovano i soggetti più vulnerabili ed esposti, i già malati, gli anziani, i pesi parassitari sulle spalle della società, a meno che non si tratti di augusti vegliardi che se proprio si sono arrischiati in congiungimenti carnali e orge invidiabili vista l’età, ritrovano la salute in meno di una settimana.

E tra le truppe a rischio – i generali sono a casa a fare i  von Clausewitz in smartworking davanti al pc, ci sono ancora quelli che – si contavano a milioni – durante il domicilio coatto degli arditi resilienti sul canapè, dovevano conquistarsi la gavetta del rancio, andando a lavorare in posti dove non si rispettavano elementari requisiti di sicurezza già da prima (basta fare un conto delle morti bianche a lockdown vigente), elusi grazie a un patto unilaterale sottoscritto dai datori di lavoro per essere esonerati da responsabilità, viaggiando come bestiame diretto al macello sugli stessi mezzi pubblici stracolmi, oggi oggetto di caute e pensose dissertazioni sul da farsi.

Perfino il Manifesto che si era fatto promotore di un appello “Basta con gli agguati”, che aveva raccolto, si disse, quasi ventimila firme a sostegno dell’azione dell’esecutivo bersaglio di “attacchi strumentali”, di una congiura di Palazzo ordita da chi aveva  opachi interessi a sostituire “la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”, si è interrogato sulla strada intrapresa dai governi europei, criticando la più discutibile delle misure, quel coprifuoco, il più “odioso” simbolicamente, e che  costituisce “una manifestazione esemplare del potere, l’occupazione poliziesca di uno spazio e di un tempo di libertà”.

In tempo di sanzioni e multe intanto c’è da comminarne una per “abuso” al quotidiano comunista, ultimo superstite riferimento morale per gli stessi indifferenti che da in qualità di flaneurs reclamano restrizioni drastiche per fronteggiare la crisi, che in forma bipartisan viene definita “sanitaria”.

Il tardivo richiamo alla difesa di diritti costituzionali, instaurando “un clima di terrore tale da indurre i cittadini a ogni rinuncia possibile del proprio spazio di libertà e all’obbedienza in generale”, rappresenta l’ennesimo rifiuto storico e politico, la rinuncia alla contestazione e la critica al sistema che ha prodotto quella crisi sociale che è l’humus nel quale si sviluppano le patologie epidemiche, effetto di inquinamento, smantellamento del sistema sanitario, delega della cura e dell’assistenza al settore privato o al volontariato non riconosciuto delle donne, cui si offrono generosi part time e cottimo in modo che attuino il potere sostitutivo del Welfare, condizioni ricattatorie di precarietà che inducono i lavoratori a accettare condizioni lesive della dignità e  della sicurezza.

Sono tutti elementi che costituiscono il volto nero del progresso, l’altra faccia delle scoperte scientifiche e tecnologiche, di condizioni di benessere che sembravano inalienabili nelle nostre geografie e che denunciano che alla nostra onnipotenza virtuale si accompagna un tremenda e incontrastabile impotenza concreta.    

Dopo aver sbertucciato chiunque avesse messo in guardia da uno stato di eccezione che in nome del diritto alla salute creava una gerarchia punitiva degli altri: lavoro, istruzione, tacciando di delirante e visionario complottismo chi ne evocava i sinistri effetti – e dire che giorni fa perfino il capo della Polizia, non Agamben, metteva in guardia dall’effetto Weimar – ecco che la cerchia degli idolatri della quarantena arcadica, che faceva riscoprire le città d’arte e i ritmi del tempo e dell’ozio, ha delle rivelazioni sorprendenti quando gli proibisci il cinemino e la pizza con gli amici.

E’ che sono quelli che pur non facendo parte dei vertici dominanti, ne hanno assorbito l’ideologia che ha colonizzato l’immaginario  con la persuasione che non c’è alternativa al capitalismo neoliberista, e che è opportuno e sensato incistarsi nel suo contesto per assicurarsi uno standard minimo di benessere e di affermazione personale, adesso scoprono che in forse ci sono prerogative individuali e collettive.

Il fatto è che come al solito a preoccuparli sono quei diritti che sarebbe ingiusto definire aggiuntivi, che sono stati definiti “civili” in modo da assecondare una graduatoria o un gerarchia basata sull’illusione che quelli fondamentali fossero stati conseguiti e non poessero essere rimessi in discussione.

Invece sono anche quelli aggrediti grazie al pensiero forte e all’azione dei governi nessuno escluso, che vogliono dimostrare che se le cose funzionano e il virus regredisce è merito loro, se invece si “riaccende” è colpa mia, tua, nostra, vostra.

Così le limitazioni servono a blandire le coscienze di chi si sente partigiano perché rinuncia alla movida e ai fine settimana nella seconda casa, partecipe della lotta dei “pompieri” eroi ai focolai.

E che se ne sia acceso uno ancora una volta in una di quelle garbate discariche in cui vengono conferiti i vecchi che non hanno una famiglia che li accudisca non basta a farci guardare al nostro terribile futuro di gente sempre più impoverita e accanita a arrabattarsi in nuove miserie, economiche e morali. E non fa chiedere se le polizie incaricate dell’ordine pubblico sanitario non sarebbero meglio impiegate nel controllare come le strutture private che porprio a Roma e nel Lazio, o a Milano e in Lombardia, o a Bologna e in Emilia, o a Venezia e in Veneto (regioni queste ultime che pretendono maggiore autonomia, spendano le risorse che con munificente larghezza sono loro concesse dalle amministrazioni pubbliche.

Però possiamo star tranquilli, al funerale della libertà con giustizia saremo in pochi, che il divieto di assembramenti ci salverà dal contagio.


Attaccatevi al tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immagino la vostra delusione se avevate incautamente pensato che toccasse essere grati al Covid per aver messo in luce antiche magagne, inique disuguaglianze e turpi traffici, con l’auspicio che così nulla tornasse come prima.

Ieri chiamata a rispondere sulla crisi del trasporto pubblico la garrula ministra “competente” ha intrattenuto gli astanti con i suoi capricci rococò: magnifiche sorti delle funivie, e poi “buoni mobilità alternativa”, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, di veicoli a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini e per l’utilizzo dei servizi di mobilità condivisa a uso individuale, anche con il generoso sostegno di incentivi del welfare aziendale, così apprezzato  a pari merito da imprese e sindacati, i primi che sfruttano due volte i lavoratori i secondi che esprimono la loro nuova vocazione per la consulenza in materia di fondi e assicurazioni e benefits .

Questo esecutivo si sta proprio distinguendo per una formidabile capacità “elusiva” dei problemi, dimostrando un ineguagliato talento nel caricare scelte, responsabilità e  colpe sulle spalle “cittadini” esonerando chi governa a tutti i livelli, centrale e periferico.

E dire che la garrula ministra stavolta avrebbe dovuto fare i conti col fuoco amico, con un target  cresciuto in anni in virtù del processo di consegna del “riformismo”  all’impianto ideologico  neoliberista, con  privatizzazioni camuffate e mutazione delle aziende di servizio pubblico in greppie clientelari,  interessate al profitto da accumulare aumentando le tariffe e abbassando gli standard di qualità delle prestazioni, secondo la regola in vigore che impone di socializzare le perdite e capitalizzare i guadagni.

Tanto che perfino l’ex sindaco di Napoli, pur non abilitato alla “pretesa di innocenza”, ha pubblicato una foto dei bus cittadini strapieni di viaggiatori.

Tanto che Asstra, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano in Italia, sia di proprietà degli enti locali che private,  ha lanciato un grido d’allarme: in previsione di una riduzione ulteriore del valore del coefficiente di riempimento dei mezzi attualmente consentito (80%)  è impossibile  conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni.

Solo nelle ore di punta mattutine, hanno dichiarato,  si rischierebbe infatti di non poter soddisfare la domanda di circa 550 mila spostamenti ogni giorno (scenario al 50%), arrecando un notevole disservizio quotidiano all’utenza”. Nell’ipotesi di riduzione al 50% della capienza massima consentita, verrebbe impedito a circa 275 mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto sia per motivi di studio che di lavoro“.

È perfino banale sospettare che gli associati dell’Asstra, la crème delle varie Atac, Atm, Anm, così come la ministra, i sindaci in carica  e gli ex a volte traghettati in società, fondazioni, incarichi prestigiosi, non siano stati né siano soliti spostarsi in tram, bus, metropolitana, funicolare, preferendo di gran lunga le auto blu, cui si sono convertiti, necessariamente dicono, perfino quelli il cui  temporaneo successo è stato assicurato dalla guerra ai privilegi. 

E  il caso ormai leggendario della Panda Rossa, dimostra comunque che l’esemplare e dimostrativa rinuncia a certe prerogative non garantisce il buon amministratore.

Non ci viaggiavano prima, tantomeno ci viaggiano adesso, non hanno subito le attese interminabili a Via Labicana senza pensiline, pioggia o solleone, non si sono spintonati sul 56 dal Quartiere Adriano passando per Via Padova, non hanno patito insieme a altri 3600 forzati sulla metropolitana di Scampia. Così era inevitabile che al termine del tavolo sul trasporto pubblico si arrivasse alla determinazione di adeguare il termometro alle esigenze della febbre, confermando che la soglia di riempimento dei mezzi è fissata all’80%.

Che poi, ammettiamolo,  i mezzi pubblici, vista la proverbiale inefficienza, insalubrità, costrizione inevitabile a mescolarsi con il popolaccio, sono monopolio esclusivo di quella plebe che vive ai margini, meritatamente  estromessa dai centri cittadini in quanto lesiva del decoro,  cui si sono aggiunti via via i recenti condannati alla marginalità, gente che non poteva pagare il mutuo, gente che non poteva sostenere affitti elevati, disoccupati e sottoccupati che – non è una leggenda metropolitana – si fanno la guerra con gli immigrati per conquistarsi le borgate. E quelli nuovi di zecca, quelli che stanno pagando il prezzo disperato del governo dell’emergenza (l’ISTAT  segnala che nel secondo trimestre del 2020 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-34 anni è sceso al di sotto del 40%, e da febbraio a luglio sono stati persi 598.000 posti di lavoro), quelli estromessi dal mercato, commercianti, esercenti, artigiani.

E  d’altra parte dopo la veloce repressione non solo morale dei primi scioperi all’inizio del lockdown dichiarati dai cittadini/lavoratori di serie B, chiamati a sacrificarsi per quelli di serie A in cambio della definizione di martiri del dovere, le eventuali  proteste sono state catalogate o come virulenza negazionista, oppure come il molesto ma insignificante manifestarsi dell’indole al vittimismo e alla lagna della marmaglia.

Dalla tribuna morale al pulpito di una quarantena civile e politica  durata più di mezzo secolo, un ceto che conserva ancora magri privilegi grazie  ai quali si sente protetto, immune e “esentato” dalla solidarietà  ha potuto officiare i riti del distanziamento, del lavoro agile, della didattica a distanza, sentendosi oggi autorizzato a lanciare l’anatema contro il popolino bizzoso e renitente.

Le facce di tolla che hanno completamente interiorizzato il fatto che “non c’è alternativa”  e che sono state, prima, tra i fan dei tagli alla spesa pubblica, e che poi hanno dottoreggiato, chiamandosi fuori, sui crimini  commessi nel chiudere  presidi sanitari sul territorio, sulle mancate assunzioni di personale sanitario, sull’umiliazione  del personale, oggi si accodano a che incolpa la “gente” della nuova virulenza, effetto del malcostume irresponsabile di chi sentito l’odor di licenza si è dato a bagordi, orge, rave.  

È stato facile convincere che il problema sia il virus e non il sistema che l’ha promosso, ancora più istintivo far credere che gli effetti perversi del mercato: austerità, disuguaglianze, privatizzazioni, espropriazione dei poteri statali, inquinamento, si contrastino con gli strumenti del mercato.  

E infatti le risposte, dopo la manualistica del bon ton sanitario e sessuale, sono sempre le stesse: favorire le soluzioni private e individuali,  rafforzare il marketing dell’elettrico, vedi mai che la Fca dismetta il brand delle mascherine, spingere l’acceleratore sullo smartworking, così estemporaneo disorganico e inefficiente da far capire anche i più riottosi chi ne trae giovamento: contratti anomali, riduzione delle retribuzioni, disponibilità h24,  estromissione delle donne dal mercato del lavoro in favore del part time.  E mobilità, intesa come imposizione di una flessibilità che va a danno dei lavoratori, delle madri di famiglia, dei genitori, degli insegnanti,  degli studenti, costretti a una elasticità di orari che condizionano i tempi dell’esistenza, in modo da impegnarli in prima persona  a tamponare i guasti.

In sostanza a  noi, che saliamo sui mezzi pubblici dopo lunghe attese, ci spintoniamo, diamo un’occhiata a Immuni per monitorare le vicinanze pericolose, stanno dicendo “attaccati al tram”, una delle tante declinazioni del pensiero del Marchese del Grillo.


A mezzanotte va la ronda sanitaria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A mezzanotte va /La ronda del piacere /E nell’oscurità /Ognuno vuol godere. Son baci di passion,/L’amor non sa tacere/è questa la canzon di mille capinere.

Faceva così una canzone de 1928 che si racconta facesse parte del repertorio del decano del giornalismo, Eugenio Scalfari, quando improvvisava coretti, accompagnandosi al piano, insieme a una scrematura di mirabili penne nostalgiche delle “quindicine “ delle “case” di Via degli Zingari dove babbi solerti li accompagnavano nei riti di iniziazione sessuale,

Presto accontentati quelli che rimpiangono lucciole, capinere, bandoleri e ronde. Perché dovrà pur esserci qualcuno che controlla che genitori  sconsiderati non organizzino feste di compleanno dei figli giovinetti come una volta, arrotolando i tappeti per far posto alle danze dopo il “tanti auguri a te”.

Si dovrà pur individuare un’autorità che contrasti l’iniziativa scriteriata di figli e nipoti che  vogliono celebrare il genetliaco dell’ottuagenario con pranzo e torta, allo scopo di applicare le raccomandazioni di occhiuti virologi che consigliano per gli anziani a rischio un romitaggio a tempo indeterminato. Qualora non siano veneziani, però, che sappiamo che là gli affetti da Covid sono scrupolosamente ricoverati nel padiglione Jona dell’Ospedale civile cittadino, quello cioè che ospita geriatria.

E non potremo certo accusare di scarsa lungimiranza l’Esecutivo che ha mantenuto la stretta sui comportamenti violenti meritevoli di Daspo, poiché con tutta evidenza deve essere ormai assimilata a quella tipologia di reati la promozione di assembramenti sia pure domestici, che oltre a essere temerari e imprudenti hanno anche la valenza simbolica della ribellione, della disubbidienza, forse dell’insurrezionalismo, quanto manifestare contro le Grandi opere che rappresentano la nuova frontiera della ricostruzione dopo la guerra al Covid non ancora vinta. 

C’è da ipotizzare un aggravio di lavoro per polizie municipali, Ps e carabinieri e pure per l’esercito, così spesso invocato da sindaci e vertici regionali  affinché incrementi la sua vigilanza nel contrasto alla mafia con l’operazione Strade sicure  in qualità di “ronde” volte a garantire Stabili Sicuri e Scala A sanificata.

E per restare nella memorialistica, dopo gli informatori impegnati a “smascherare”, il paradosso è d’obbligo, chi non indossa il bavaglio e la museruola anche a Villa Borghese, dovrà pur venir ufficializzata la figura dello spione di condominio, trasformando da noto rompiballe in virtuoso custode della salute e del principio di precauzione, l’ex colonnello del terzo piano, che telefonava ai vigili per via del volume troppo alto della nostra Tv.

Non va più bene invece la strofetta del “Tango delle Capinere” che menziona i baci di passion.

Mi segnala un’amica, infatti, che una diligente sessuologa prescrive il “sesso sicuro ai tempi del colera” dettando tempi di durata del congiungimento, in verità superiori a quelli tante volte denunciati da connazionali insoddisfatte delle prestazioni del maschio italiano,  estendendo il principio di “profilassi” all’uso della mascherina, in forma di deterrente per  gli azzardati baci, siano alla francese, a farfalla, a stampo, mentre permette carezze e le famose coccole che da Erica Yong a Cosmopolitan hanno popolato l’immaginario di ogni donna moderna. Comunque possiamo stare sereni: il divieto di assembramento, anche in forma orizzontale, ci risparmia dall’appalto alla Fca di simpatiche barriere in plexiglas per orge e ammucchiate.

Dovrebbe apparire chiaro ormai che il proposito esplicito di chi ci governa, quale che sia la natura e la gravità del virus che tiene sotto scacco il buonsenso,  è quello di attribuire ogni responsabilità e addossare ogni colpa al “pubblico”.

Così se le cose migliorano è merito del governo, se invece vanno male la colpa è dei cittadini, si tratti di dirigenti scolastici, insegnanti, genitori, bidelli, si tratti di esercenti di bar, ristoranti, palestre, si tratti di commercianti, albergatori, tutti ugualmente bersagliati da notizia e comandi contraddittori, imprecisi e criptici,  tutti destinatari in prima battuta di elogi per la composta “resilienza” e  per l’adeguamento scrupoloso alle direttive, poi sottoposti a anatema oltre che multe e stigma morale, per  vacanze arrischiate, insensate gite fuori porta, insidiose escursioni sulle Dolomiti, azzardate scampagnate in Sabina, grazie a una quotidiana gogna alla quale non sono stati sottoposti ministri al ristorante, leader in campagna elettorale, parlamentari in gommone con gli amici, prestigiose baciatrici immortalate da Dagospia.

Ma forse il successo di questa comunicazione, istituzionale e dei media, non è più assicurato. Si cominciano a vedere i primi tentennamenti anche nei precursori di un necessario nuovo lockdown, probabilmente folgorati dalla notizia passata sottotraccia che potrebbe esserci una decurtazione nella busta paga dei dipendenti della Pa che si erano convertiti volontariamente o coattamente al “lavoro agile”. 

E si cominciano a vedere i primi bagliori di intelligenza tra i prescelti per essere i salvati, quelli che, dopo la lunga pena alternativa sul sofà e le meritate ferie, per una qualche ragione sono stati costretti a assieparsi in un bus o nella Metro di Roma o Milano, come avevano dovuto fare i candidati al contagio, i sommersi, la serie B della cittadinanza,  e che hanno avuto la rivelazione che tutto era rimasto come prima della “pandemia”.

E hanno scoperto così i pendolari stipati come bestiame, per recarsi al lavoro in supermercati, uffici, fabbriche dove i criteri e i requisiti temporanei  di sicurezza sono stati limitati a un minimo sindacale – è il caso di dirlo, visto che  sindacati e governi si sono prestati a sottoscrivere un patto infame con gli industriali – per  esonerare i datori di lavoro dalle responsabilità e gli oneri relativi unicamente all’esposizione al contagio da Covid.  

Di quei milioni di lavoratori addetti alle attività essenziali, che hanno lavorato, viaggiato, fatto la spesa, e poi a casa hanno fatto lezione ai ragazzini, badato i nonni, quelli che non erano stati conferiti in apposite strutture, non sappiamo nulla, non vengono menzionati sotto forma di campioni o dati nelle statistiche ufficiali dei malati e dei morti.

Di quelli che hanno l’onore della cronaca sappiamo invece che sono guariti tutti miracolosamente anche se hanno sopportato la visione e perfino l’audio del dolore altrui, il che potrebbe alimentare i sospetti degli eretici e dei malfidati o  più semplicemente di chi sta perdendo il lavoro, di chi ha tirato giù le serrande degli esercizi e dei negozi, di chi ha già avuto il preavviso del licenziamento ma non ha avuto ancora tutta la cassa integrazione.

Il Presidente francese ha parlato al popolo: «È vero, stiamo comprimendo la vostra libertà in aspetti molto importanti della vostra vita, ma siamo costretti a farlo per tutelare la vostra salute». Qui nessuno l’ha ammesso così esplicitamente, limitandosi a dire che tutte le misure in atto sono a garanzia di quello che è diventato il diritto primario e esclusivo, la salute, costringendoci alla responsabile e doverosa rinuncia o restrizione degli altri per un tempo imprecisato: lavoro, istruzione, relazioni sociali.

Comincia a mostrare la corda l’accusa a chi ha sollevato dubbi sulla gestione dell’emergenza, pur senza mettere in dubbio che una patologia più o meno grave circolasse, accusato artatamente di fare della mascherina una “questione di libertà”  costringendolo all’arruolamento forzato nelle file di Pappalardo, Montesano o Salvini/Meloni, peraltro compagni di referendum, di approvazione dei decreti sicurezza in qualità di potenti alleati.

E forse si comincia a far strada anche nei più renitenti toccati, nel potere di acquisto, in qualità di confusi genitori, di partite Iva cui lo smartworking ha rivelato i suoi inganni il sospetto che questa non è una “crisi sanitaria temporanea” da governare con necessarie misure speciali, commissariamenti, autoritarismo, che comunque non sarebbe una novità tantomeno provvisoria, se pensiamo a quante donne è ostacolato il diritto sancito dalla legge di interrompere una gravidanza, se pensiamo che la privatizzazione della “salute” seleziona in base al reddito chi può curarsi, se pensiamo che è proibito scegliere di lasciare volontariamente un’esistenza che ha perso dignità.  

Qualcuno si sta svegliando, qualcuno si accorge che questa non è una “emergenza sanitaria”, ma la conseguenza forse irreparabile di una crisi che si è rivelata in tutti i suoi risvolti: sanità malata, aria inquinata, poveri più poveri quindi più esposti a malattie, lavoratori mobili e ricattati quindi più permeabili ai ricatti, famiglie sempre più depauperate quindi più esposte alla precarietà.

E che questa non è una tirannide e annessa repressione “sanitaria”, nata in provetta e sceneggiata a tavolino, per sottoporre a controllo oltre ai cervelli anestetizzati prima dai consumi, poi dalla perdita di beni, anche i corpi, come se non bastassero le nuove schiavitù in aggiunta alle antiche,  ma il consolidamento di un disegno che ha convertito un virus nella mina che ha fatto deflagrare disuguaglianze, relazioni perverse tra poteri e collettività, devastazione di territori, veleni ormai incontrastabili, dominio del profitto.   


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