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Non bastava il terremoto, atterra il Deltaplano

deltaAnna Lombroso per il Simplicissimus

In assenza di compassionevoli visite pastorali di qualche autorità, da molto tempo era calato il silenzio sul cratere del sisma che ha colpito il Centro Italia quasi due anni fa.

Andando sul sito della “ricostruzione” si possono contemplare alcune immaginette votive della commissaria e del presidente del consiglio in occasione della cerimonia per lo  stanziamento di   1,03 miliardi di euro per la ricostruzione di scuole, case comunali, caserme ed edilizia popolare e pure per finanziare  il Piano di intervento sul dissesto idrogeologico nelle zone terremotate.

Si poco più di un miliardo, dei 7, 5 in bilancio statale, mentre  la  spesa militare italiana amm0nterà a 25 miliardi di euro nel 2018 (1,4% del PIL), con un aumento del 4% rispetto al 2017 che rafforza la tendenza di crescita avviata dal governo Renzi (+8,6 % rispetto al 2015) e che riprende la dinamica incrementale delle ultime tre legislature (+25,8% dal 2006) precedente la crisi del 2008.

Si, poco più di un miliardo a fronte dei 10 miliardi, tanto ci è costato  il salvataggio delle banche venete e dei 9 per Mps.

Ah, sul sito si trova anche l’agile prontuario che va sotto il nome di Vademecum  della ricostruzione ad uso di privati e aziende, che non deve aver mostrato una grande efficacia se dalle scarse notizie, e ufficiose che trapelano, sarebbero più di 43 mila gli sfollati, solo 18 le case riparate su 100 mila, meno di 4000 le domande di autorizzazione presentate agli uffici competenti e i cantieri aperti 600,  che nelle Marche, dove c’è la massima concentrazione dei danni, l’attività degli Uffici sguarniti di personale è quasi ferma e le pratiche presentate ai primi di aprile erano 2.170, a fronte di 60-70 mila immobili danneggiati.  E che continuando di questo passo per tornare a prima dell’agosto 2016 ci vorrà più di un secolo e mezzo.

Però in questi giorni il silenzio è stato squarciato degli squilli di tromba che hanno salutato il Deltaplano, l’imponente struttura che dovrebbe segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, la cattedra del gusto e dell’alimentazione che sta per sorgere nella piana di Castelluccio, pomposamente descritta come il   “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto da Regione e dal sindaco di Norcia, che di nome fa Alemanno e è stato eletto in rappresentanza di una lista civica del centro destro: Rispetto per Norcia, pronto a querelare chiunque sparga notizie false e   tendenziose sulla radiosa iniziativa, a cominciare dalla fake news più calunniosa, che cioè si tratti di una struttura permanente.

Macché i “plasmatori dell’idea  firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio”, così si definiscono,  stretti intorno a uno sponsor al bacio ma particolarmente parsimonioso, la Perugina cioè la multinazionale Nestlè. E senza il becco di un quattrino  in attesa di generosi finanziatori “disinteressati” e caritatevoli, determinati a  dare ospitalità provvisoria a osti, ristoratori e mescitori, ne parlano come di una grande vetrina che esporrà la ricchezza agroalimentare del luogo, effimera e temporanea: appena conclusa la sua missione verrà chiusa e cancellata. Si, promette bene, proprio come gli stadi e le stazioni dei Mondiali, proprio come le infrastrutture delle Olimpiadi e proprio come le rovine e le aree dell’Expo per le quali non si è trovata  una destinazione, che nemmeno gli speculatori più incalliti le vogliono,  se il primo passo del cammino glorioso del Deltaplano è stato una bella colata di cemento proprio  sul Pian Grande, segnato  finora solo dai solchi della seminagione, sui suoi declivi dolce e erbosi, in una delle zone più belle e celebrate d’Italia, spunto spettacolare dei grandi vedutisti e sfondo ideale per i pittori del rinascimento.

È passato più di una anno da quando se n’è cominciato a parlare, grazie alla denuncia di ambientalisti,  di urbanisti, paesaggisti e studiosi e di associazioni e comitati locali, contro i quali sono insorti la Regione, qualche sindaco e sospette  associazioni di imprenditori e industriali che hanno voluto accreditare l’iniziativa come un “volano” per la rinascita, “motore” per valorizzare quel giacimento profittevole  rappresentato dal comparto gastronomico e agroalimentare, secondo il gergo osceno applicato ai “serbatoi e giacimenti” che  sgorga dalle bocche avide di cha sa usare solo il dizionario delle sfruttamento, della speculazione e della doverosa svendita del bene comune.

E infatti andandosi a leggere le impermalosite dichiarazioni dei rappresentanti della Comunità Agraria e della ProLoco si scopre che nelle loro menti si è andato formando il disegno di una expo minore, una aggregazione di greppie e mangiatoie al servizio di quello strano turismo delle catastrofi che è già attivo anche in altre sedi, dai funerali delle celebrità a quelli che si fermano in autostrada a impedire il passaggio delle ambulanze per rimirare lo spiaccicato sull’asfalto fino ai festosi picnic con cicerone al cimitero di Venezia, già collaudato nel giorni successivi al sisma quando carovane di visitatori andavano a godersi da sopravvissuti e contenti il lutto di un Paese e di una comunità.

Ora è probabile che con l’acqua alla gola, senza casa, con le bestie morte dopo il secondo inverno, con le aziende strangolate dalle banche, quelle salvate in prima fila, fallite o chiuse, coi bulldozer che attraversano le terre ma le strade ancora impraticabili per dissesto e macerie mai prelevate e conferite altrove, si, è probabile anche qualche operatore della zona, allevatore, piccolo imprenditore, casaro, macellaio,  abbia aderito alla proposta.. se è stato consultato e forse inconsapevole di trovarsi in una condizione di evidente svantaggio. Perché  mai potrà competere con le star della distribuzione di parmesan austriaco e salami slovacchi, di bucatini e fusilli a cura di esuberanti multinazionali, con quel brand nel quale primeggiano i norcini di regime, i Farinetti continuamente celebrati e assistiti ecome divinità dalle nuove idolatrie e correnti della panza svogliata, piena e involgarita  che esondano in tv e pure nei musei dove officiano le loro messe nere di grandi infinocchiatori e acchiappacitrulli all’azoto liquido.

Ormai tocca ripetersi (del Deltaplano anche prima che si chiamasse così, ne abbiano scritto ripetutamente qui  https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/22/svenduti-senza-un-piatto-di-lenticchie/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/17/il-bel-salame/ ) c’è un senso in quello che accade ben oltre l’incapacità, l’inadeguatezza, l’ignoranza, nel condannare a morte il cuore vivo di un paese, i suoi abitanti, la sua storia, la sua traduzione, la sua cultura, la sua bellezza.

Ed è la volontà proterva di suggellare  il patto feroce e perverso stretto con un impero che ci ha scelti come colonia adibita allo svago, dove consumare i riti della contemplazione, della gourmandise, e pure dell’esproprio e del furto di valori, ideali, con il valore aggiuntivo di essere serviti dagli eredi irriconoscenti e rinunciatari di chi ha realizzato un’utopia fatta di arte, creatività, sapere, talento. Meglio se in costume  acconcio per fare gli inservienti del parco tematico dell’Italia, Bel Paese a fette come il formaggio, in qualità di osti, rosticcieri, servette e stallieri, in posti amati che non sono più loro al servizio di chi si gode l’umiliazione e l’oltraggio a un trascorso  rimosso e concluso, premessa sinistra della fine  del futuro.

 

 

 

 

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Cazzuola selvaggia

edAnna Lombroso per il Simplicissimus

Basta, deve essersi detto il lungimirante legislatore, con la cattiva fama che accompagna il nostro popolo proverbialmente poco incline a ordine disciplina e rispetto delle regole.

È nato così l’atteso  glossario  delle opere di edilizia libera. Un agile prontuario pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei giorni scorsi che non liberalizza abusi e licenze, ma elenca quelle opere e operine che si possono effettuare in ottemperanza alle leggi vigenti e in particolare  al Decreto Legislativo 25/11/2016 n. 222 in materia di regimi amministrativi applicabili e delle autorizzazioni di inizio lavori per una serie di interventi realizzabili senza Cila, Scia o permesso di costruire. Si tratta dell’ampia gamma di quelli di manutenzione ordinaria, ma anche dell’installazione di pergole, pergolati, tendoni, tensostrutture, manufatti leggeri in strutture ricettive all’aperto, ascensori compresi quelli esterni,  montacarichi e servoscala e pure le opere contingenti temporanee:    stand fieristici, servizi igienici camper anche di grosse dimensioni, quelle cioè “dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità…” proprio come è accaduto in Irpinia, all’Aquila, in Emilia, nelle aree del sisma dell’Italia Centrale.

L’intento dunque sarebbe quello di aiutare i cittadini – insieme agli operatori del settore edilizio – a rispettare leggi e regole favorendo la tanto auspicata semplificazione, uno dei capisaldi dell’ideologia che ha ispirato il succedersi degli ultimi governi che ne hanno fatto una divinità cui è doveroso sacrificare compatibilità ambientale, estetica e decoro, controlli e vigilanza, legalità. Un obiettivo che si sposerebbe con il rilancio del comparto delle costruzioni, in attuazione non proprio postumadel disegno del cavaliere che aveva fatto del diritto alla casa il motore dell’occupazione tramite un milione di posti di lavoro precario e svalutato, una cornucopia di profitti per immobiliaristi, proprietari e speculatori, un assist per le bolle nostrane e estere, tanto da voler imporre la sua distopia pure agli aquilani obbligati a gradire le sue Milano 2 e 3 fuori dal centro disabitato del quale si doveva cancellare anche la memoria.

E infatti il glossario è il Bignami della generalizzazione e liberalizzazione delle leggi ad personam al servizio della proprietà privata, quella altisonante e pure quella poveretta, che non si può permettere falansteri e palazzoni in riva al mare, cui viene magnanimamente concesso di allargare di una camera l’immobile per farci stare figli che non se ne vanno, di fare un bagno in più per accogliere i turisti.

Quando penso a come siamo diventati e come ci vogliono mi viene alla mente la gabbietta delle cavie che si arrampicammo su e giù per le scalette, proprio come noi alle prese con fondi pensione, cure mediche, tasse, prestiti per la casa, bollette. Cui  viene permesso di sognare di costruirsi un pezzetto di casa in cui tenere anziani che contribuiscono alle spese e ragazzi che ne approfittano, di  tirare su un tendone per arrangiare un’attività “produttiva” o commerciale, perfino, ed è paradossale, di starci in uno di quei manufatti temporanei a lungo termine, in qualità di terremotati,  nuovi poveri, baraccati, stranieri.

E non è nemmeno il manuale dell’abusivismo, perché è da un bel po’ che la semantica di regime ha ridotto la portata criminale del termine, aggiungendovi il corollario della necessità, alla pari per le verandine sul cortile e la case dei pescatori convertite in relais turistici, esclusi comunque gli ex abitanti di Amatrice o Norcia colpiti da penali e  sanzioni per essersi dotati di una alloggio di sfortuna fuori dai canoni della ricostruzione. O intervenendo sulle fastidiose procedure di Via colpevoli di mettere lacci e laccioli alla libera iniziativa, o riducendo la programmazione urbanistica a avvilente trattativa tra proprietà, rendite immobiliari e settore pubblico, destinato a cedere in nome della crescita ai diktat padronali.

A vedere che cosa accade in quei laboratori della svendita del bene comune e dell’oltraggio a storia, bellezza e diritti di cittadinanza che sono le città d’arte in un paese nel quale qualsiasi borgo piò fregiarsi di questo titolo, c’è da sospettare sull’uso che gli ignoranti  al potere faranno del glossario, mettendolo al servizio  dell’offesa, del profitto e della sostituzione dei nativi con uffici, residence e hotel, centri commerciali dove a ogni latitudine si smerciano gli stessi oggetti del desiderio. Per ricchi però, perché a noi stanno proibendo anche quelli.

 

 

 

 

 

 

 


Venezia “cancellata”

troneAnna Lombroso per il Simplicissimus

I pregevoli manufatti di una qualche corrente artistica neobrutalista o più probabili  avanzi di magazzino di una metropolitana bulgara, sono già in funzione e fanno da pittoresco  sfondo a selfie e foto ricordo in sostituzione di vere da pozzo e stormi di colombi,

Gli sbarramenti,  ben vigilati da corpi armati come in un centro commerciale o all’ingresso di di un luna park, sono stati collocati in tre snodi strategici per “regolare” le fiumane del ponte di maggio che arrivano in puzzolenti pullman o treni sferraglianti, mentre non si conoscono analoghe iniziative per canalizzare il flusso dei forzati delle crociere vomitati dalla navi condominio, o quelli dei poderosi lancioni che solcano spericolatamente la laguna dall’aeroporto.

Come sempre succede con reticolati, steccati e “diversamente muri”, i tornelli che il sindaco Brugnaro detto Gigio ha installato a Venezia e che si possono oltrepassare solo se muniti di certificato di residenza o esibendo la Carta Venezia Unica che viene generosamente erogata   a chi sta in albergo o in un qualsiasi anche pulcioso B&B, casa vacanza e assimilati, hanno un duplice scopo. Quello di escludere per quanto possibile il turismo sgradito, quello faidate e per caso, quello delle gite di un giorno, delle carovane e delle comitive con tanti di parroco con o senza vendita di pentole sul pullman, insomma quello che non porta quattrini. Perché è vero che anche i crocieristi a prezzo scontato e offerta speciale non spendono un euro durante in fugace pellegrinaggio, ma hanno già ampiamente foraggiato in forma anticipata   i padrini e i padroni della Serenissima, le multinazionali del travel e i taglieggiatori portuali che con quelle risorse nutrono le imprese dello scavo e della fabbrica  delle paratie,  della fortuna, insomma, tirata su sull’acqua e sul fango. Ma anche quello di rinchiudere nella riserva gli ultimi veneziani,    in modo che si arrendano all’ergastolo, alla condanna senza riscatto a servire il forestiero, autorizzato  a compere qualsiasi oltraggio e nefandezza, o a andarsene definitivamente lasciando a più alti fruitori il poco che hanno conservato e che nelle mani della speculazione si trasforma in oro avvelenato.

C’è da giurare che gli stessi che hanno promosso la benettown dentro al Fontego dei Tedeschi, gli stessi che perseverano nella narrazione della necessità irrinunciabile di dighe mobili taroccate quanto gli F35, innalzate   per alimentare l’industria della corruzione, gli stessi innamorati della torre di Cardin, quelli entusiasti per la modernità dinamica e marinettiana delle grandi navi e delle tramvie lungo il ponte della Libertà, i promotori di un altro ponte, impronta imperitura lasciata da una sindaco schifiltoso quanto megalomane, che sta prosciugando quattrini pubblici a anni dalla edificazione alla pari con altre distopie che dovrebbero unire due sponde, ecco c’è da giurare che proprio loro  giustificheranno la sconcertante iniziativa e accuseranno i veneziani e chi ama davvero la città di essere incontentabili e disfattisti,  di sputare nel piatto in cui mangiano, di essere affetti da una patologica superbia che rivendica a un tempo  il primato della città più speciale del mondo e patrimonio dell’umanità ma ne vorrebbero impedire l’accesso e il godimento alle generazioni di oggi e di domani di tutte le latitudini.

Il fatto è invece che le barriere sono proprio come gli steccati tirati su per fermare i buoi quando sono scappati, che l’allarme per un turismo (più di 28 milioni di visitatori l’anno) la cui pressione porta solo danni irreversibili doveva essere ascoltato, provenendo da fonti influenti e autorevoli,  ma non certo sulla base di una selezione, di censo e a posteriori, di chi arriva: poveracci   dirottati verso le “fodre” della città o forse invitati e aiutati a fare i turisti a casa loro,  quelli invece organizzati con tanto di cicerone in testa, o meglio ancora quelli che solcano velocemente i canali diretti verso magioni esclusive, liberi di occupare l’ambiente costruito più straordinario della terra,    il tabù “antidemocratico” del numero chiuso cosicché si possa esercitare il diritto, unico ormai concesso?  di stare tutti nello stesso momento e nello stesso posto: giovinastri che i tuffano dal ponte di Rialto,  passanti circuiti da floride ragazzone slave in vesti di Colombina che invitano aa  una foto indimenticabile o a un improbabile Vivaldi per tastiiera e  percussioni,  banchi e asciugamani stesi a terra con ostensione di prodotti locali contraffatti o made in China, famigliole disinibite con tanto di nonne e mocciosi che fanno la pipì in canale o in suggestivi incroci di calli.

E mica vorreste che si ostacoli il brand dell’accoglienza come da tradizione locale di città melting pot, quella in grande e quella meno appariscente fino alla clandestinità, al nero, quella delle catene alberghiere che hanno prodotto l’esproprio e la svendita del patrimonio immobiliare pubblico e privato  per trasformare antichi palazzi e manieri in residence e hotel tutti uguali, a Venezia come a Dubai o Las Vegas, ma anche quello  della microeconomia di risulta, delle stanze in affitto, dei B&B dove non si cambiano le lenzuola coi letti a castello e i materassi a terra, un business di piccoli clan che hanno trovato questo espediente per dare una parvenza di mestiere a parenti sfaccendati e figli senza futuro che si improvvisano manager dell’ospitalità.

Con il risultato che nessuno ha più nemmeno l’ardire di immaginare un domani e nemmeno un oggi per la città che non sia quello di un hub di infrastrutture e attività al servizio di chi passa, e ne approfitta e coi residenti condannati a mansioni servili preferibilmente abbigliati come figuranti del Fornaretto, con vetrine scintillanti di paccottiglia di importazione che imita  la tradizione artigianale a prezzo maggiorato: vetri della Slovenia, maschere di Taiwan, merletti tailandesi, bacari che espongono menù fusion col baccalà in versione sushi,

E così in forma accelerata si va avanti col processo di esproprio e espulsione dei veneziani dalla case e dalle strade e dai campi, fantasmi e comparse condannate alla fuga o alla servitù da un padronato avido e speculatore e dai suoi sacerdoti,  fondazioni dubbie, S.p.A. criminali,  consorzi affetti da turnover di imprese e Cd’a, finanziarie di progetto, accanite nel prendere il posto dello Stato esautorato e ridotto all’impotenza dal sopravvento del mercato, quei privati, che non siamo noi cui resta di essere privati, si, ma del nostro bene comune e della nostra dignità.

 

 


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