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Italia, una Repubblica fondata sul Rolex

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non molto tempo fa, sfogliando le riviste patinate,  ci si imbatteva nella pubblicità della nota marca svizzera che con sobria eleganza esibiva le foto di personaggi famosi che avevano scelto i suoi  orologi: celebri direttori d’orchestra, popolati divi, rinomati cantanti.

Il messaggio deve essere stato efficace se ha fatto breccia, tanta da far diventare cronografi e cipolloni uno status symbol irrinunciabile. Così oggi la gloriosa azienda se volesse rinnovare la sua parata di testimonial dovrebbe esibire qualche deputato, qualche figlio di …  fresco di laurea, dirigenti ministeriali, delegazioni governative in missione all’estero, pronti a prostituirsi per sfoggiare con ostentazione  l’ambito oggetto di un desiderio  da parvenu.

L’ultima sciagurata a reclamizzare il prodotto è una sottosegretaria al dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che si sarebbe fatta corrompere per un  Rolex in vil metallo, scelto da una segretaria del patron dalla Liberty Lines tra quelli a prezzo d’occasione, in cambio della sua generosa opera di facilitazione spesa per favorire l’influente armatore beneficato da un provvidenziale emendamento. La deputata Vicari si difende: era solo una strenna per la quale ho ringraziato il Morace.  E aggiunge con una colorita annotazione di carattere sociologico sul bon ton della dazione criminale “e di solito chi è stato corrotto, non ringrazia il corruttore”. Ma punta sul vivo dalle critiche all’atto delle doverose dimissioni non si perita di lanciare avvertimenti trasversali: puntano il dito accusatore contro di lei, che ne ha preso uno solo di Rolex, mentre ci sarebbero ministri in carica che ne hanno ricevuti anche tre e pure d’oro.

Certo gli inquirenti non devono avere una grande opinione del nostro ceto politico, se considerano che l’omaggio di un  orologio marca Rolex il cui valore, per quanto si evince dalle intercettazioni, parrebbe aggirarsi intorno ai 5.800 euro, sia il ragionevole compenso “per l’ingerenza indebitamente esercitata dalla Vicari onde favorire gli interessi del titolare di Liberty Lines”, del quale è facilmente immaginabile invece il cospicuo vantaggio patrimoniale (almeno un risparmio sull’Iva di 7 milioni).

È che, come d’altra  fa capire il ministro Delrio sceso in campo a difendere la sua sottosegretaria, tutti erano d’accordo nel votare l’emendamento che avrebbe smaccatamente protetto gli interessi patrimoniale dell’armatore. A conferma che l’incarico e la vocazione della maggioranza che ci governa si esprime nel servire padroni anche senza esigere nulla ina cambio, o, al massimo,   un bel pataccone che luccica e fa tic tac, come quelli dei quali  si racconta che compressero i servigi dei selvaggi esplorati dai conquistatori, o una mancetta nello stile di quelle con le quali i recenti governi di mecenati pensano di averci comprato.

È giusto allora che la Vicari rivendichi di aver ringraziato chi era persuaso che la sua intermediazione fosse un dovere, e anche un piacere a sentire con quanta  esultante gratitudine la sottosegretaria si rivolge deliziata a quel “tesoro” dell’armatore che ha volto elargirle un  riconoscimento.

Ce lo hanno rivelato ancora una volta le intercettazioni. E infatti subito eccoli tutti impegnati nella guerra senza quartiere alle conversazioni rubate e non solo alla loro pubblicazione, perché per loro è intollerabile che le malefatte, gli intrighi, i vizi pubblici e privati, non restino celati negli arcana imperii, nelle  fotte tenebre che salvaguardano privilegi e rendite. E non perché se ne vergognino, abbiamo appreso che il pudore non appartiene al loro repertorio comportamentale e emozionale, nemmeno quando il corruttore dimostra con l’esiguità della regalia il suo disprezzo e ostenta di reputare i servigi resi come obbligatori,  bensì perché la loro inviolabilità e impunità deve essere tutelata anche col rispetto di una privatezza che è un loro diritto proprietario e bene esclusivo ed inalienabile, a meno che non si tratti di ostensione volontaria, di esibizione finalizzata al disvelamento pubblico a scopo di interesse per approfittare della credulità della massa, mostrando risvolti umani, grandezze e debolezze ai quali sarebbe imprescindibile dedicare  ammirazione e fiducia  (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/05/18/miglior-sceneggiatura-oscar-italiano/).

A ribadire ancora una volta che non è il tempo della giustizia, ma della discrezionalità, dell’uguaglianza, ma delle differenze, della legge sopra tutti e per tutti, ma dell’arbitrarietà esercitata da pochi  e officiata da alte autorità totemiche, commissari speciali quanto dispotici, delegati alla riconferma del comandamento e dell’imperativo secondo il quale loro sono loro e noi… noi invece siamo obbligati a subire codici morali che invadono ogni sfera delle nostre vite, dei nostri usi, dei nostri sentimenti, dei nostri vincoli, per orientare consumi, per restringere aspettative, per eludere speranze, per reprimere desideri, concessi invece a quei veri pezzenti la cui aspirazione consiste nell’ubbidire esultanti in cambio di una bustarella, così  miserabili da meritarsi proprio una giustizia a orologeria.

 

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Miglior sceneggiatura: Oscar italiano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente una buona notizia: quest’anno il premio Oscar per la migliore sceneggiatura andrà a un italiano. L’ambita statuetta spetta con tutta probabilità a uno dei cinematografari firmatari degli appelli per il Si autore di canovaccio e dialoghi della scena madre, o meglio della scena-padre affidata a due attori che non ci permettiamo di definire dilettanti, anche se l’averne solo letto il testo, ci ha privati  delle ruspanti intonazioni vernacolari, dei sospiri, dello sdegno inframezzato a contrizione.  L’Hollywood sul Tevere deve essersi fatta influenzare da superpremiate pellicole del filone dei legal thriller, con Al Pacino che indottrina l’accusato ricordandogli che l’inquisitore sarà più severo di lui e gli dà l’imbeccata e lo mette alle strette per addestrarlo a difendersi rispondendo alle domande più incalzanti.

Nemmeno gli americani, un pubblico antropologicamente affetto da credulona dabbenaggine, potrebbe  prestar fede all’ipotesi fantasiosa che Renzi, il Crono alla rovescia,  sia stato intercettato a sua insaputa, che quella telefonata che come una radiosa epifania gli ha regalato autorevolezza istituzionale, fermezza da leader, grandezza da statista, statura di uomo pronto perfino a sacrificare gli affetti più sacri, quello filiale che ha onorato anche in favore di figlie e babbi terzi, in nome della necessaria intransigenza e della doverosa integrità che deve caratterizzare l’uomo investito di un ruolo pubblico.

Così abbiamo assistito a una evoluzione della pratica degli ascolti, finora rubati, peraltro sorprendentemente, a soggetti che magari la promuovevano a danno di altri, ma che per una forma paranoica di presunzione di superiorità e di connessa inviolabilità, si erano convinti di esserne esenti o risparmiati, usi quindi a parlare in libertà di mazzette, pressioni, orologi, massaggi, argent de poche a cadenza regolare e così via. adesso no. Adesso no, adesso è cominciata la fase delle intercettazioni su commissione, tanto che potremmo perfino sospettare che prima o poi si salti il proverbiale maresciallo e che il “captato” eccellente invii tramite comodo pony, la registrazione faidate al cronista di riferimento per la pubblicazione su foglio o agile instant book. E c’è da consigliare a giornali sempre più in crisi di proporre inserzioni a pagamento di pubbliredazionali, a fini di propaganda elettorale e che magnifichino le virtù di candidati, il loro talento istrionico e perfino come in questo caso, le delicate attenzioni spese in difesa della tranquillità domestica di mamma, la integrità di boy scout che non vogliono tirare in mezzo il compagno di giochi e di festose, innocenti piccole bricconate.

Ancora una volta l’allievo ha superato il maestro. Mai il Cavaliere era riuscito a arrivare a tanto, per riconquistare verginità (termine che di per sé gli era estraneo e molesto), per denigrare le critiche ridotte a schizzi di cacca sollevati dalla macchina del fango, mai aveva rischiato così sfrontatamente il ridicolo denunciando complotti, congiure e trame ordite per ostacolare la sua irresistibile ascesa, anche quando di trattava di indagini doverose per reati fiscali, gli stessi che tanto erano costati ad Al Capone. Nemmeno lui, e nemmeno Al, era riuscito a trasformare un’inchiesta rivolta a chiarire i miserabili risvolti dell’attività opaca di un incauto e spericolato  faccendiere di provincia, cominciata ben prima della discesa in campo del figlio, in una macchinazione concertata per smantellare l’edificio delle garanzie democratiche.

Nemmeno lui, Berlusconi, e nemmeno Al Capone, avrebbe immaginato un simile coup de theatre, una simile mossa da prestigiatore che taglia in due il babbo nel baule per far distogliere lo sguardo degli astanti da un business miliardario quanto sporco messo in piedi nella centrale appalti della pubblica amministrazione da un accertato intrallazzatore, ben protetto, pare, da un ministro intoccabile, da alti vertici dell’Arma e da un contesto favorevole di ambito governativo e ministeriale.

Lui, il rottamatore del su’ babbo, in un momento di verità, ha ammesso che la pubblicazione dell’intercettazione è stata “un regalo”, il suo carro dei Tespi proprio come la cerchia di Arcore grida al massacro mediatico e all’infame gogna della stampa, ripreso entusiasticamente dalla stampa stessa, in un gioco delle parti così scopertamente gaglioffo da suscitare la riprovazione del re deposto quanto ingrato che ne denuncia l’ipocrisia.  Tutti però concordi sulla necessità di chiudere il flusso delle intercettazioni “inutili” secondo una interpretazione che ricorda la condanna di un altro atto inutile, il voto  degli oppositori, e che comprendono vicende di letto, poco interessanti se non influenzassero processi decisionali e selezione del personale politico, intrighi familiari, privati e ininfluenti se non incidessero sulla vita dei risparmiatori, aspirazioni e ambizioni che sarebbero innocenti se non rivelassero l’avida brama di possedere banche e posti di rilievo, risatacce infami, personali se non rendessero palese la volontà di speculare sui morti di un terremoto, esultanza per la scoperta di nuovi brand commerciali, insignificante se non fosse la spia dell’osceno commercio di vite e corpo.

Non bisogna smettere di intercettarli, allora, bisogna toglier loro il diritto di parola.

 

 

 

 


Spara balle in magliette gialle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Finché vedrai / sventolar maglietta gialla / tu saprai che qui si balla/ ed il tempo volerà…. È successo dopo l’infausto evento di dicembre, quando sono stati sorpresi dalla tremenda epifania che esisteva ancora un “popolo” con gli occhi aperti. È da allora che vanno all’inseguimento di quelli che secondo loro, il pensiero e i sentimenti di quel popolo li sanno intercettano, li interpretano, li legittimano. Così a imitazione di Salvini, fanno sbottare la Serracchiani inviperita che non vengano prima gli italiani anche negli stupri, emulano la tanto derisa Appendino che ripulisce gli argini, sguinzagliando le magliette gialle per raccattare la monezza di Roma. Ma mica basta, per accreditarsi come partito di governo, dove hanno piazzato il pupazzo del ventriloquo, ma pure di lotta, hanno deciso di andare a fare un po’ di opposizione a loro stessi nelle vesti di commissari straordinari, sindaci, amministratori e parlamentari nelle zone del Centro Italia martoriate ormai più che dal terremoto, dall’ignavia, dall’incompetenza, dall’incapacità che costituiscono, si sa il loro talento naturale, in appoggio a interessi privati opachi e criminali.

Renzi ha annunciato l’iniziativa su Twitter e su Facebook comunicando che “il Pd sarà in tutti i Comuni ad ascoltare, a fare il punto, a portare la testimonianza di un impegno concreto”. Ecco, questo fenomeno che in  psicologia si chiamerebbe scissione (ben rappresentata da Treu figura di spicco del Si, presidente del Cnel) per designare  quel meccanismo di difesa primitivo  tipico dell’infanzia  che consiste nello “scindere”, separare, disgiungere in modo netto le qualità contraddittorie ma conviventi nell’Io, è improbabile che si manifesti nel Pd come una patologia, una psicosi: è semplicemente il loro solito modo di prenderci per i fondelli, nella convinzione che loro sono furbi e noi grulli, che la menzogna sia una virtù del politico e la dabbenaggine un dovere della plebe, e  che la nostra condizione di assoggettati, ricattati, intimoriti ci obblighi a credere alle loro pretese di innocenza, alla loro malinconia di perseguitati dalla macchina del fango che oltraggia perfino i loro affetti figliali.

Restiamo dunque in attesa, a puro scopo ludico, di vedere le ronde gialle nelle persone di Poletti che protesta in piazza con gli esodati, Boschi che manifesta insieme ai risparmiatori buggerati di Banca Etruria, Galletti che guida le poteste no-Tap e pure, perché no? contro lo Sblocca Italia che invece di incentivare raccolta differenziata e valorizzazione energetica dei rifiuti, promuove gli inceneritori  in 12 regioni, magari insieme all’ex sindaco di Roma, anche lui bistrattato e celebrato per aver chiuso Malagrotta in modo da favorire l’esplosione dell’export miliardario della monnezza.

E ci aspettiamo Minniti scendere in strada il 20 maggio contro il decreto immigrazione insieme a Orlando, altro esempio fulgido di contraddittorietà che si palesa a intermittenza a seconda che sia aspirante segretario o ministro. O la Pinotti fresca di proposta di servizio civile obbligatorio, che sfila con le bandiere arcobaleno guardando su alle acrobazie dei suoi F35.

Non so con che faccia si presenteranno le festose e volonterose magliette gialle a Ussita,  il cui sindaco Pd ha dato le dimissione per accertata impossibilità di ricostruire (ne abbiamo parlato qui : https://ilsimplicissimus2.com/2017/05/14/ussita-terremotati-e-gabbati/ ), so che ormai i pochi militanti, gli ancora meno iscritti, gli elettori in calo non hanno più attenuanti a meno che non siano anche loro della partita dei miserabili conflitti d’interesse, dei vergognosi intrallazzi,  delle consulenze innominabili, dei favoritismi sfrontati, delle complicità spudorate con il crimine, quello fuori e dentro la “legalità” discrezionale dello stato, del governo, delle amministrazioni, delle imprese, della banche, della fidelizzazione al posto della vigilanza democratica, dell’ubbidienza al posto della critica.

Il fatto è che il giallo ci sbatte. Il rosso, invece, continua a starci bene.

 

 


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