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Venezia malata, navi “sane”

ve ve Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molto meglio di trattati di sociologia, antropologia, economia ha illustrato la questione afroamericana Cassius Clay che raccontò di essersi accorto di non essere più negro quando divenne  “The Greatest“. Perché si sa che, gratta gratta,  sotto alle differenze e alle disuguaglianze e discriminazione  che ne derivano, siano di genere, religione, etnia, pigmentazione. spunta sempre quella di classe.

E quindi il venditore di parei colorato e islamico in Costa Smeralda è malvisto a differenza del compratore di  spiagge colorato e islamico ma esponente dinastico degli emirati.

Altrettanto, è perfino banale dirlo, fanno le ultime misure governative nel contesto del prolungamento dell’emergenza, selezionando accuratamente chi fa scalo nei nostri porti a seconda, più che della stazza, del pescaggio, del tonnellaggio, del ceto dichiarato dei passeggeri, accogliendo entusiasticamente i forzati delle crociere che si affacciano festosamente dei ponti delle navi condominio facendosi i selfie davanti al Giglio e a San Marco, mentre vengo respinti irremovibilmente quelli che arrivano già disperati, certamente più di quanto lo saranno gli ospiti di Costa Crociere dopo il salassi di extra che rappresenta il vero business dei nuovi corsari.

E siccome secondo il Presidente del Consiglio del Paese dove il turismo costituisce il 13 del Pil, è arrivato il tempo “ di non pensare a nuove restrizioni, ma di sostenere una effettiva ripartenza”, le navi da crociera  “devono ricominciare a viaggiare perché il turismo è un pezzo fondamentale della nostra economia”, contribuendo all’auspicato ritorno alla normalità che significa, con tutta evidenza, che  bastimenti a più piani sono autorizzati a sfiorare i masegni di Piazza San Marco attraversando sfrontatamente il Bacino un tempo solcato dal Bucintoro, o che le  città d’arte si debbano disporre grate e riconoscenti a essere invase da carovane di turisti ciabattoni, in fila dietro a un ombrellino, accaldati, frastornati, tuttavia compresi  e convinti del diritto meritato a usare bellezza, cultura, storia come una merce da consumare frettolosamente in una triste replica dell’alienazione in fabbrica, in ufficio o alla mensa.

Mi immagino già la reazione di chi pensa che l’appartenenza alla costellazione progressista imponga di approvare il turismo di massa come una conquista popolare che la sinistra antagonista combatte per mantenere un’esclusiva in regime di monopolio del godimento del patrimonio artistico e culturale grazie all’esclusiva e elettrizzante convinzione di poter avere il mondo a propria disposizione.

Il fatto è che appena usciamo da casa siamo turisti  che vogliono stare dove non ci sono altri turisti, che detestano il turismo, fenomeno accettabile finché era privilegio di pochi, prima che i bus multipiano sostituissero i vettori del Grand Tour, prima che i residenti delle città d’arte venissero assediati, espropriati e espulsi da quelle che interpretano non a torto come orde barbariche indifferenti alla cura e tutela dei loro beni. Quelli che,  a leggere le cronache e a guardarsi intorno,  insozzano e deturpano a fronte di benefici sempre più ridotti, posseduti da  un immaginario colonizzato grazie al quale si aspettano che gli invasi si adeguino alle loro aspettative inscenando una realtà – spettacolo come figuranti e addetti di un parco tematico allestito a loro uso.

E figuriamoci se questi esigenti spettatori invece di camminare per calli e campi, sono abilitati a osservare distrattamente  dal ponte n. 7 di una nave il muoversi frettoloso di formiche sullo sfondo di una città condannata a location, ridotta a  scenario di cartapesta di una commedia di Goldoni, nell’anticipazione probabile dell’affondamento morale e materiale dell’arrogante Serenissima che adesso che è al loro servizio si fa pagare 15 euro un caffè.

Quelli che guardano al turismo di massa come alla minaccia mossa contro una prerogativa sociale finora mantenuta da una èlite sociale e morale, dotata degli strumenti messi a disposizione da una istruzione “superiore”, ma ancora di più quelli che ritengono che costituisca un diritto inalienabile pigiarsi davanti alla Gioconda, viaggiare stipati in un aereo low cost, dormire in un B&B senza nessuna caratteristica di confort, dovrebbero invece cominciare davvero a pensare a come l’industria del “viaggio” (il turismo, secondo l’antropologo apocalittico Malcom Crick,  rappresenta il più formidabile movimento di popolazione umane al di fuori del tempo di guerra) sfrutti  e oltraggi non solo il nostro territorio, ma anche il nostro immaginario, la nostra percezione dei luoghi e della vita degli altri, dove gli stereotipi, quelli del pittoresco e della tradizione, diventano i prodotti più taroccati nell’outlet della storia.

C’è chi dice che questo processi di imbalsamazione risponde al bisogno di passato come risarcimento per quello che la modernità ha distrutto o rimosso. E che assomiglia alle liturgie delle giornate della memoria, di quella della donna, del Primo maggio, celebrazioni una tantum di qualcosa che ha perso senso, di qualcosa che per 364 giorni viene sottoposto a un oblio consolatorio della coscienza.

È probabile che sia così soprattutto in un Paese dove riforme dell’istruzione di marca “progressista” hanno provveduto a ridimensionare lo studio della storia, a cancellare l’educazione civica e la storia dell’arte, dove proprio oggi, a fonte della liberatoria per le navi da crociera, restano e resteranno vincoli e limitazioni per l’accesso all’istruzione pubblica che confermano la lesione di un diritto fondamentale e che dovrebbe essere uguale per tutti.

Ma  purtroppo la trasformazione di Venezia in mummia da rimirare preferibilmente  dall’alto, è stata avviata.

E il paradosso è che – come ormai succede per quasi tutte le città d’arte, sottoposta al maquillage degli impresari per presentarsi bene in occasione del suo fastoso funerale, Carnevale, festival, Redentore, Regata, e per essere esposta a pagamento al compianto  di chi vorrebbe accelerare la sua fine, magari per essere presente durante lo spettacolare inabissamento o quando il mostro marino per forza d’inerzia abbatte i quattro cavalli –  a trarre profitto dai benefici della mercificazione non sono gli abitanti, nemmeno i connazionali, bensì multinazionali fantasmatiche di armatori, immobiliaristi che beneficiano della cacciata dei residenti, catene commerciali che hanno preso il posto dei negozi e delle attività tradizionali, compagnie turistiche 200 anni dopo Thomas Cook insieme alla gang di AirBnb che ha, anche grazie al Covid, estromesso i piccoli che affittavano la stanza in più consolidando invece il monopolio speculativo dei grandi proprietari.

Ormai Venezia è, come ebbe  a dire Mary McCarthy, l’album pieghevole delle sue cartoline, da quando si è fatta strada ingenerosamente anche grazie a un ceto dirigente locale reo di tradimento, che la città sia “patrimonio mondiale” condannandola a assomigliare sempre di più alla sua imitazione a Las Vegas per appagare l’aspettativa distratta dell’immaginario collettivo dei 30 milioni di visitatori (secondo i dati di Paolo Lanapoppi) che ci capitano ogni anno.

Sono loro i veri city users che bivaccano in piazza, fanno pipì in canale, nuotano in Piazza allegramente durante l’acqua granda, vanno in monopattino su e giù per i ponti, ai quali si vorrebbe contrapporre un turismo sostenibile, educato, politicamente corretto, ambedue irriguardosi del destino di una città che prima di essere patrimonio dell’umanità è ancora fatta di gente, poca, memoria, molta ma minacciata, vocazioni, represse, gente costretta nel migliore dei casi a diventare guardiana della sua stessa “casa” convertita in museo, dove arriva la mattina dalla terraferma per poi far ritorno la sera in altri posti senza identità se non quella di bacino di servizio al luna park lagunare.

C’è poco da sperare, la grande menzogna dei benefici immediati e tangibili dell’oltraggio si è affermata. Lungo le tratte segnate dai corsari si avvicinano le loro navi da guerra pronte a rovesciare nella città  nei giorni di maggior afflusso oltre 35 mila persone, che producono costi sociali e ambientali ingentissimi: inquinamento dell’aria, del mare, elettromagnetico e acustico, alterazioni dell’equilibrio morfologico della Laguna, indebolimento delle fondamenta, iperproduzione di rifiuti, incremento della pressione antropica.

Effetti questi che non sono minimamente comparabili ai benefici, grazie a un sistema che concentra e privatizza i profitti mentre socializza i danni e che carica i costi su chi non trae reddito né vantaggi, i residenti che sopportano un prezzo di circa 6 mila euro l’anno pro capite, mentre i profitti vanno ai titolari delle agenzie, a società che non hanno sede a Venezia, agli armatori, ai fornitori dei servizi e  dei rifornimenti, a quei soggetti cioeè che hanno in mano anche la gestione dello scalo portuale grazie alla privatizzazione del Vpt (Venice Port Teminal, non a caso nello slang dell’impero), quella cordata di armatori riunita nella società  Venezia Investimenti in combutta esplicita con la Regione in virtù del suo “braccio” finanziario “Veneto Sviluppo”.

Sono sempre loro che già contrattano le alternative al passaggio in Bacino grazie a nuove vie d’acqua la cui realizzazione è ovviamente affidata al soggetto che ormai opera in regime di esclusiva riunendo in sé tutto e il contrario di tutto, scavi e riempimenti, sporcizia e pulizia, opere e controllo sulle opere, quel Consorzio Venezia Nuova sotto la cui gestione dispotica e assoluta corruzione, malaffare e inefficienza hanno agito a norma di legge.

I futuristi di ieri volevano uccidere il chiaro di luna e l’abuso di stereotipi  romantici incarnati dal mito passatista di una città “estenuata e sfatta da voluttà secolari”, colmando “i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”, bruciando “le gondole, poltrone a dondolo per cretini”. I futuristi di oggi hanno fatto di più, hanno ucciso Venezia.  

 

 

 


Teste di Ponte

pontegenova_inaugurazione-  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando sento nominare i prodigi dell’ingegneria e dell’architettura, pensando al Mose, ai ponti di Calatrava (a Veneiza, Cosenza, Roma), alla Tav, a viadotti e bretelle che appena terminati sembrano già manufatti di archeologia industriale, e prima e peggio, alla Diga del Vajont, mi viene proprio da imbracciare il mitra.

Perché se si tratta di prodigi l’unica cosa certa è che gli unici a godere dei miracoli della scienza e della italica creatività, sono quelli delle cricche dei costruttori, delle  cordate del cemento, i beneficiari di tutti i problemi lasciati incancrenire in modo che diventino prima urgenza poi emergenza, da affrontare quindi con leggi speciali che aggirino quelle “normali” e vigenti, con autorità straordinarie che scavalchino soggetti di vigilanza, con fondi eccezionali distratti da altre situazioni di crisi e elargiti a piene mani, si dice, per il bene della comunità, anche se si tratta di stadi, alte velocità propagandate da quelli che fino a ieri erano per la vita, il cibo e il lavoro slow, di autostrade vuote  che sembrano uscite da Zabrinskie Point, di aeroporti da ampliare doverosamente a fronte della latitanza di turisti.

Le nostre giornate risuonano ancora della toccante cerimonia di inaugurazione dell’ultimo portento della patria di navigatori e poeti, con tanto di colonna sonora di De Andrè a conferma che da noi finisce tutto a mandolini e serenate, quel Ponte di Genova che ha rafforzato la considerazione del presidente del Consiglio perfino tra i cugini d’oltralpe che gli dedicano bonari titoli in prima, e un po’ di camouflage alla reputazione del Paese della Salerno Reggio Calabria.

È tale la meraviglia indotta dalla inusuale rapidità e efficienza della performance dell’operosità italiana, da farla diventare un format di Buon Governo  che dovrà ispirare da oggi in poi tutti i futuri cantieri della ricostruzione.

E d’altra parte, anche prima del rilancio che reca come fiore all’occhiello il decreto semplificazioni, si era capito che le procedure scelte per la realizzazione dell’opera che doveva cancellare una vergogna criminale, avrebbero aperto la strada a un nuovo corso segnato da snellimenti dinamici, cancellazione di molesti lacci e laccioli, aggiramento di fastidiosi e farraginosi controlli.

E infatti  da due anni siamo afflitti da panegirici di questa svolta funzionale e propulsiva, allegoricamente incarnata dalla strategia “Italia Shock “ a firma del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ipotizza  “misure urgenti e necessarie al fine di garantire uno snellimento procedurale e la velocizzazione delle opere pubbliche nel Paese”, allo scopo di “rendere più fluide le modalità di realizzazione delle infrastrutture strategiche nazionali”, probabilmente quei 130 e passa interventi “prioritari” di avvio di cantieri e di una occupazione da Terzo Mondo interno, manuale, effimera, troppo spesso segnata da incidenti mortali oltre che da ricatti, intimidazioni e umiliazioni.

Prima ancora, il Codice Appalti del 2016 era stato oggetto di un correttivo, chiamato appunto Sblocca Cantieri, e di circa una settantina di manipolazioni e maquillage per introdurre deroghe  e liberatorie in materia di affidamenti di incarichi, appalti, procedure e contrasto alla corruzione, tutte intese a facilitare la vita delle imprese anche generando una propizi incertezza del diritto.

Come si sa l’affidamento per il nuovo Ponte si è avvalso di una procedura d’urgenza dopo la  nomina di un commissario straordinario con pieni poteri che ha provveduto all’assegnazione senza concorso alle ditte esecutrici.

E tale era la fretta e tale l’onta che era caduta su tutti gli attori coinvolti che è stato salutato come un trionfo della ragione il fatto che per progettare, realizzare, e inaugurare in tempi record una infrastruttura così importante e complessa, bastasse non applicare le leggi vigenti, bastasse che lo Stato facesse una pubblica abiura  delle stesse regole che ha emanato  scegliendo di procedere con assegnazioni specifiche: scelta del progetto, scelta dell’impresa esecutrice, e così via.

A prima vista potrebbe sembrare un successo della “cultura” sviluppista e del sistema delle imprese.

In realtà a godere di questa deregulation non possono essere che i titani del mercato, quelli che da anni vediamo entrare e uscire dalla porte girevoli dei tribulami, coinvolti in tutte le grandi opere promotrici di grandi corruzioni, con i loro stuoli di avvocati e consulenti, coi loro addetti alle relazioni istituzionali dotati di diritti di precedenza inalienabili nella anticamere  di ministri, assessori, direttori generali, amministratori pubblici.

Mentre via via si cancella inesorabilmente la miriade di piccole  medie imprese non competitive, retrocesse a indotto sempre più penalizzato, sempre meno specializzato, sempre più ricattabile, tanto da doversi avvalere di personale avvilito dalla precarietà, da remunerazioni irrisorie e incerte, dalla mancanza di requisiti di sicurezza, inadeguata  a sottostare a tutta una serie di iter e verifiche che i grandi possono delegare alle loro burocrazie interne che vantano dimestichezza e contati con quelle della pubblica amministrazione.

Chi meglio del Modello Genova incarna la consegna dei lavori e del Lavoro, quello incerto, impoverito, avvilito dalla mobilità e dalla perdita di diritti e garanzie.  Deve essere così se nelle referenze delle ditte prescelte dove vengono esibiti i successi coloniali all’estero, la presenza in cordate molto propagandate, varianti di valico, Mose, mancano i requisiti, ormai superflui per non dire sgraditi, di trasparenza e rispetto della legalità.

Dal 15 maggio la rottura con un passato discusso è sancita dal cambio di denominazione: Salini- Impregilo, che da allora si chiama Webuild, godrà da ora in poi del prestigio offertole dal nuovo Ponte che getterà un po’ di caligine benefica sulle prestazioni e i progetti dei due partner, dalle commesse del Duce alla Salini, per lo stadio in cui ricevere Hitler, alla loro bonifica di Tana Beles, patron Andreotti, dalle campagne africane, alle autostrade nell’Est, alle poliedriche iniziative in America Latina, dall’inquietante presenza negli elenchi della P2 a quella nel giro d’affari sempre aperto del Ponte sullo Stretto, insieme a Impregilo, il cui curriculum poco evidenziato per via della famigliarità col Giornale Unico, annovera inchieste per concussione e corruzione in Italia e all’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa,  e per reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. E il cui  pacchetto di controllo,  tanto per aggiungere una informazione in più,    è detenuto da IGLI S.p.A. (29,866%) che fa capo, con quote paritetiche del 33%, a Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton), Argo Finanziaria (Gruppo Gavio) e Immobiliare Lombarda (Gruppo Sai).

Ma ormai al suono di Creuza de Mar, si può scordare la caduta nel 2016 del manager di fiducia di Zio Pietro, così veniva chiamato il capofamiglia Salini, quando intercettazioni scomode rivelarono i traffici opachi dell’alta velocità in Emilia e Toscana, e poi il ruolo di un direttore dei lavori, in rapporti di collaborazione inquietanti con la criminalità, che firma stati di avanzamento farlocchi per la Salerno -Reggio Calabria e  per il valico dei Giovi, per non dire delle “collaborazioni” strette con il famigerato Incalza al tempo delle regalie in Rolex alla dinastia Lupi, e ancora prima il ruolo dell’attuale vertice Webuild nella madre del malaffare a norme di legge, il Mose, la greppia che ha nutrito anche Fagioli SpA, insignita in questi giorni proprio per il suo contributo alla realizzazione del Ponte di Genova di un importante premio internazionale, che a Venezia è incaricata dell’installazione dei cassoni e del sollevamento e abbassamento delle paratie mobili con gli esiti tristemente noti.

Adesso possono stare tranquille le Magnum delle costruzioni, adesso possono rientrare a pieno titolo nella legalità da quando a norma di legge non è più necessario truccare gli appalti, aggirati e teleguidati all’origine, adesso che non tocca dare la mazzetta ai funzionari per sottrarsi ai controlli cancellati come fastidiosi ostacoli alla libera iniziative, adesso che le raccomandazioni sanitarie hanno superato perfino l’immaginazione degli intenti di Mani Pulite, rendendo l’eccezione una regole e l’emergenza una opportunità.

 

 

 

 

 

 

 


Contrordine compagni, basta accoglienza

immigr  Anna Lombroso per il Simplicissimus

E adesso chi glielo va a dire alle sardine? chi si prende la briga di disilludere l’esercito dei io sto con Lucano, che per i disperati, paradossalmente, si stava meglio quando si stava peggio, quando comandava sul loro approdo ai nostri lidi il feroce, il buzzurro, che aveva tutto l’interesse a farli arrivare, bighellonare inquieti per le strade cittadine, accamparsi sulle panchine dei parchi, consegnarsi in qualità di manovalanza alla criminalità illegale e a quella legale del caporalato nei campi o sulle impalcature?

Eppure, ce lo conferma l’agenzia Stefani di Conte dalle pagine dell’house organ governativo, nel ricostruire con tenacia investigativa la vicenda Open Arms. Ricorda, infatti,  il direttore Travaglio, come in seguito al “liscio e busso” che  Conte gli riserva il 15 agosto in Senato, l’infamone agli Interni fu “costretto” a far sbarcare tutti.

Niente a che fare con il miglior governo che potesse capitare all’Italia ai tempi della peste, quando la ministra Lamorgese rassicura i post-resilienti sul sofà, i sopravvissuti e gli scampati che temono gli untori venuti da fuori   che qualora qualcuno sfuggisse alle maglie dei controlli e sbarcasse in porti che ancora non siamo riusciti a sapere se siano aperti o chiusi, verrebbe immantinente sequestrato per essere rimpatriato con ogni mezzo, navi, tinozze, aerei anche per tenere fede ai patti sottoscritti da Minniti e Salvini – e replicati con cura puntigliosa proprio da lei – con despoti sanguinari, governi senza stato e tantomeno stato di diritto, come quello con la Libia.

Il messaggio è chiaro e perentorio: “Garantiremo la tutela della salute pubblica delle nostre comunità locali…. e i migranti economici sappiano che non c’è alcuna possibilità di regolarizzazione per chi è giunto in Italia dopo l’8 marzo 2020”. E come darle torto? “Le comunità locali (a Treviso è esplosa la rivolta nella caserma in cui erano accolti trecento migranti, dopo che si sono registrati dei casi positivi. ndr)  sono giustamente sensibili al tema della sicurezza sanitaria, con una particolare attenzione dei sindaci e dei presidenti di Regione rivolta ai migranti irregolari”. Gli unici cioè che – a differenza della  maggior parte dei connazionali, salvo calciatori e presidenti di regione – non vengono sottoposti a tamponi e indagini sierologiche, ma in quanto stranieri e destinati alla trasgressione costituiscono un pericolo ben superiore.

Quante ce ne siamo sentite dire, illustri filosofi o blogger sconosciuti, quando abbiamo osato denunciare che c’era  qualcosa di profondamente incivile nel voler dimostrare che c’è un unico diritto superiore a tutti, quello alla salute, quando la sua rivendicazione costringe o persuade moralmente della necessaria rinuncia a altri  e ad altri imperativi etici,  tanto che la responsabilità personale e collettiva si riduce a indossare la mascherina e attuare un distanziamento che oltre che sanitario diventa sociale e perfino razzista, tanto che il rispetto degli altri si limita a non darsi la mano, in modo che sia  legittimo colpevolizzare chiunque non mantenga le distanze di sicurezza  da noi e pure dalla nostra percezione.

Così l’afflato umanitario, che già era riduttivo perché sostituiva l’impegno, la denuncia di ogni correità in guerre, soprusi e furti di risorse e beni,  è diventato afflato sanitario, autorizzando e concretizzando perfino lo stantio “prima gli italiani” che sgorga sia pure con qualche camouflage dalla bocca di Di Maio: “La questione degli sbarchi, unita al rischio sanitario con la pandemia è un tema di sicurezza nazionale”, dei suoi prepotenti alleati che sospirano: arridatece Minniti,che tanto ha fatto per intessere un  ordito di rapporti con tiranni e spiranti tali, in nome dello sdoganamento di sospetto e paura come encomiabili virtù nazionali.

La regolarizzazione farlocca della Bellanova ha messo un punto fermo, dimostrando che era il momento per andare incontro ai bisogni di un caporalato che  esigeva nell’immediato una manodopera competitiva, umiliata talmente da accontentarsi di una paga più bassa e disonorevole,  pronta addirittura a pagarsi le penali e le sanzioni retroattive per conquistarsi una provvisoria regolarità.

Ma si è subito visto che il target era minimo, che costava troppo stabilire condizioni di legalità delle quali magari i barbari avrebbero voluto  approfittarsi, quando invece si poteva auspicare con ingrati percettori di reddito di cittadinanza e aiuti.

E siccome il padronato detta e il governo scrive, meglio puntare su affamati locali, adesso che tanti anziani sono morti riducendo la domanda di badanti, adesso che le grandi catene hanno scoperto la concorrenza sleale di   magazzinieri e  pony indigeni perlopiù italiani, giovani, donne e anche gente di mezza età costretta a ridiscendere la scala sociale, che tanto, mal che vada, possiamo sempre approvvigionarci di pere in Messico, uva in Gracia, origano in Argentina, albicocche e arance in Spagna che così facciamo felice l’Ue.

È stato provvidenziale il Covid per far vedere a chi vuol vedere, come siano falsi e ipocriti i miti e gli slogan di un’opinione pubblica  che hanno coperto l’aperto sostegno all’imperialismo delle nostre ambiziose iniziative imprenditoriali, esportatrici di sfruttamento e corruzione,  accompagnato da quello a campagne di trasferimento di “democrazia” occidentale, la mancata rottura delle criminali regole europee in materia di accoglienza, la discriminazione reale ai danni degli stranieri, cui vengono negate prerogative giuridiche perfino per quanto attiene ai doversi gradi di difesa.

Finora era stato facile  rispondere con commosse reazioni emotive,  con l’arroccamento identitario di ceto, socialmente e moralmente superiore, replicando  a un malessere sbrigativamente catalogato con populismo xenofobo e rozzo, con lo stigma morale, l’anatema, il disprezzo.

E non c’è da stupirsi, quelli che militano soprattutto a suon di like in un indistinto progressismo, sono saldamente insediati nelle geografie prescelte dai ceti “riflessivi”, piccolo-borghesi, urbani, attrezzati con un residuo ancora intoccato  di capitale culturale più ancora che economico, che attribuisce loro una presunta superiorità che rivendica il diritto di emettere giudizi morali ed estetici in merito alla grossolanità della comunicazione, all’ignoranza, al riconoscimento nel virilismo e nella prepotenza fascista, al razzismo.

Adesso che si tratta di salvare la ghirba, oltre alla borsa, dismessi queruli problemi di coscienza, riservati alla propria cerchia minacciata dagli untori,  si è autorizzate a mettere in secondo piano l’aspetto umano, per occuparsi di buon grado dei quello realistico, concreto di difesa delle posizioni raggiunte, guadagnate, ereditate, a volte conosciute per sentito dire, ma che regalano  una presunzione di innocenza e predominio.

E se prima non era tempo di solidarietà preferendole la compassionevole carità, adesso è troppo anche la beneficenza, che fa onore a chi la esercita, ma ormai rientra tra le spese futili anzi dannose,  perché potrebbe promuovere il meticciato tornato a costituire un pericolo allarmante di contagio sanitario e culturale, o, peggio ancora, favorire prese di coscienza, desideri di riscatto, coscienza di classe, colpevoli sul patrio suolo, ancora più condannabili se affiorano dal fango dove è lecito  siano confinati gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Non è più tempo di deplorare la chiusura mentale, la disumanità della marmaglia, il rifiuto degli straccioni locali, necessariamente penalizzati conferendo delle loro già brutte e avvilite periferie disperati addirittura più disperati di loro,  non è più tempo di agire per disporre di eserciti mobili di manodopera a poco prezzo e grandi bisogni, da ricattare e condurre dove richiede il padronato.

Non è nemmeno più tempo di impiegare gente intimorita e umiliata come forza lavoro utile per generare una concorrenza in grado di far recedere da richieste e rivendicazioni e per abbassare il livello di remunerazione e di vita perfino del Terzo Mondo interno.

Ormai di gente destinata e costretta alla servitù, se n’è e ce ne sarà sempre di più, mortificata dalla cessione di democrazia e dalla pressione debitoria imposta dall’appartenenza a una civiltà superiore che si manifesta come il solito feroce tallone di ferro.

È un esercizio vergognoso  quello che ci propongono ogni giorno stampa, opinionismo, social per convincerci che questo è il miglior governo che potesse capitarci, perché mette il silenziatore a chi oggi sta pagando disuguaglianze e discriminazioni.

Non vale nemmeno la pena di proporre quello caro ai settimanali di quiz: trovate la differenza,  perché non è più tempo di giocare ma di rovesciare il tavolo.

 

 

 

 


La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


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