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L’hanno detto in televisione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

So di nonne che appendevano a una spilletta d’oro i dentini da latte dei nipotini sottratti alla fatina o al topolino. So di gente che conservava gelosamente i calcoli renali espulsi tra atroci tormenti. So di influencer che ci hanno risparmiato le doglie live, ma in compenso  ci hanno esibito tutte le ecografie del progressivo confezionamento di future star della rete.

In attesa che si possa usufruire di un corner di Fb nel quale aggiungere alle “storie”  la diretta dell’estrazione del molare o dell’esplorazione rettale della prostata, godiamo già delle immaginette votive delle vaccinazioni, con gli entusiasti “premuniti” che lanciano urbi et orbi messaggi di speranza e  senso civico, magnificando gli istantanei benefici sanitari, solidaristici e morali dell’operazione peraltro indolore.

E’ che ormai la spettacolarizzazione di ogni azione privata e pubblica  è arrivata a compimento. E difatti proprio oggi l’illeggibile Corriere della Sera ci regala invece una lectio magistralis su Debord dopo più di 50 anni, in due pillole. La prima riguarda un insegnante intento alla Dad che dimentica di spegnere la webcam e trasmette al pubblico dei suoi allievi una sua focosa prestazione sessuale  dopo quella professionale.

 L’altra notizia invece è apparentemente più edificante e racconta della potenza del “buon esempio” nell’era digitale: una studentessa di 20 di Livorno al secondo anno di giurisprudenza contende la palma alla Ferragni  con 53 mila follower su Instagram e 534 mila su TikTok, “riprendendosi” mentre studia. «Avevo problemi con lo studio”, racconta. “Il telefono mi deconcentrava. Allora l’ho piazzato davanti a me. La sua telecamera mi riprende mentre sono sui libri. Altri fanno la stessa cosa: si collegano e partecipano al mio live».  Secondo lei e l’estasiato cronista che ne esalta la potenza emulativa sul pubblico non pagante: “Se vedono una che studia staccano dai social e sono invogliati a studiare. O a leggere un libro».

Insomma si aprono nuovi orizzonti grazie alla virtualizzazione della società della spettacolo, finora inesplorati dalla profezia distopica orwelliana. Pensate agli effetti demiurgici su alunni asinelli di una ricostruzione artificiale dei pomeriggi di Alfieri legato alla poltrona, la proiezione obbligatoria della vita e delle opere di Di Vittorio comminata alla Bellanova,  o la “masterizzazione” della lettura del Grundrisse con la voce del giovane Karl a uso di Fusaro, o, meglio ancora, le riunioni dei padri costituenti teatralizzate per la Boschi, gli appunti di Olivetti per quello che ha “ereditato” immeritevolmente la sua impresa e così via.

A uno dei pensatori più malintesi e saccheggiati del Novecento, Guy Debord, trattato come uno sterile guastatore o come un teppista della filosofia, dobbiamo comunque delle intuizioni straordinarie che oggi trovano conferma.

Come quella di “falso indiscutibile”, che possiamo verificare ogni giorno grazie all’operosa solerzia di una informazione assoggettata che ci somministra  porzioni della realtà, sue manipolazioni, rivelazioni pilotate di falsificazioni confezionate dai poteri economici, finanziari, polizieschi, per imporre una verità, condannando all’ostracismo chi si ostina a chiedere, interrogarsi e approfondire i contenuti di una narrazione pubblica prodotta e messa in scena  come una pièce drammatica in cui fatti, numeri, statistiche, opinioni contrastanti e informazioni contraddittorie si sono accavallati dando luogo al paradosso di una tragedia collettiva che era necessario riconfermare ogni giorno e in ogni modo anche con sistemi repressivi, visto che veniva consumata da remoto, dentro agli antri della caste sacerdotali, in lazzaretti il cui personale veniva diffidato dall’esprimersi, nelle torri di cristallo più che nei laboratori delle aziende farmaceutiche, nei palazzi dei decisori.

E dunque proprio come per le tradizioni orali dei nibelunghi, era obbligatorio affidarsi a testimonianze, presunzioni di sapere, invettive e prediche dei sacerdoti, bersi l’amato calice dell’apocalisse incontrastabile in modo da essere distratti dalla consapevolezza che dopo anni di demolizione dello stato sociale e dello stato di diritto, la speranza di guarire da un virus, che nessuno realisticamente negava come non aveva mai negato influenze micidiali, polmoniti e altre patologie indotte o aggravate dal nostro “stile di vita”, consisteva nello starsene a casa, nello stesso stato di abbandono nel quale veniva lasciata la medicina di base, che grazie all’acquiescenza dimostrata nei confronti del mondo di impresa e del mercato, i soli luoghi a rischio sono le case nelle quali siamo stati confinati e che trasformiamo noi in focolai per via di insane inclinazioni, i musei, le scuole, benché a intermittenza, le biblioteche, i bar e i ristoranti, ma non la metro, i bus, le fabbriche, i supermercati. E che sono potenziali untori i camerieri, ma non i pony di Amazon, i ciceroni delle Gallerie statali, ma non gli esattori dell’Agenzia delle Entrate, autorizzata a esigere i pagamenti provvisoriamente sospesi.

E d’altra parte la società dello spettacolo si era retta fin dall’inizio sulla visione e dunque sulla televisione tanto che tycoon di tutte le latitudini hanno potuto arricchirsi anche con la creazione di una realtà parallela addomesticata e soprattutto “privatistica”, nella quale i processi erano celebrati nel tribunale di uno studio televisivo, i dibattiti parlamentari erano trasferiti nei talk show. Una realtà parallela artefatta e drammatizzata che adesso non è più addomesticata, al contrario si alimenta di contenuti millenaristici, essendo stata accertata la presa sicura che hanno le cattive notizie, l’intimidazione come sistema di governo, il ricatto come forma di persuasione e la minaccia come persuasione morale invincibile.

Così è tornato in auge il motto “l’ho sentito dire in televisione”, cara vecchia frase arcaica ripescata insieme all’amor patrio patria, all’unità di tutti sotto la bandiera e al canto di Bella ciao alternato a altri più orecchiabili inni, all’epica del viaggio della speranza dei vaccini nel quale è sfociata la mitologia dei nuovi eroi in trincea, medici purché entusiasti vaccinisti pena la radiazione, personale sanitario fino a ieri ricattato e umiliato, instancabili ministri impossibilitati a andarsene in meritate vacanze.

Tutto questo ha dato luogo all’irruzione  dell’immaginario all’interno della realtà, nella quale la percezione di quello che succede davvero vacilla e suscita dubbie die quali siamo invitati fermamente a sentirci in colpa,   la possibilità di distinguere tra ciò che è effettivo, concreto, plausibilmente vero e ciò che invece è apparente e plausibilmente fittizio, diventa sempre più labile.

Si capisce come per orientarsi l’unico espediente è infilarcisi in questa costruzione ormai più virtuale che vera, diventare protagonisti per molto meno dei 15 minuti di celebrità, farsi un selfie sperando in molti like in modo da guardarci e riconoscerci nel deserto silenzioso pieno di immagini e voci nel quale non siamo certi di vivere.


Chiama Conte 3131

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E poi non dite che gli italiani non sono brava gente, quando c’è un evento tragico, un terremoto, una catastrofe eccoli che mettono mano al cellulare e via con gli sms, generosi e indifferenti alla destinazione che prenderà il loro caritatevole contributo.

E difatti abbiamo saggiato ancora una volta la potenza della mobilitazione popolare in caso di disastro proprio  quando in contemporanea con la conferenza stampa di Matteo Renzi e poi dopo, il centralino di Palazzo Chigi è stato “intasato”, riportano i media e i social, dalle telefonate di centinaia di cittadini che volevano trasmettere i loro messaggi di sostegno e incoraggiamento a Conte. Tra queste la più toccante, secondo AdnKronos, è quella di “una signora di Palermo che ha chiamato in lacrime pregando il centralinista di riferire al premier di  non mollare, di non abbandonare gli italiani“.

Peccato che non sia stato istituito un numero verde con numero di CC presso una delle banche amiche per destinare i sia pur modesti contributi alla “ricostruzione” dell’esecutivo e in sostanza della democrazia, secondo nuove regole che modernizzino gli usi della partecipazione e li adeguino al desiderato inizio dell’era digitale.

Altro che piattaforma Casaleggio, altro che preferenza online come all’Isola dei famosi: il futuro anche grazie alla spinta del Covid e all’opportunità di realizzare un distanziamento sociale e pure elettorale che renda ancora più remota la cerchia dei decisori dalla marmaglia accettabile solo quando esprime consenso, dovrà essere così, plebiscitario con un clic, accessibile comodamente e con un’app anche dal divano di casa.  

Ovviamente l’operazione piace molto ai naufraghi del partito maggioritario al Governo, che su Fb si scambiano infervorati aggiornamenti sulla splendida disponibilità dei centralinisti, intenti a far dimenticare le frustranti attese che ogni cittadino subisce a suon di 4 stagioni di Vivaldi, quando cerca di accedere a servizi e call center di aziende di interesse collettivo, all’Inps, a ospedali e numeri verdi istituiti in occasione della pandemia.  

E come è esaltante interagire con una voce umana invece dei burberi risponditori automatici, che rassicura l’interlocutore che il massaggio sarà recapitato. E come è entusiasmante scambiarsi le cifre di qual “movimento spontaneo” che, da “boom delle prime ore”, è diventato uno “tsunami”, come recita qualche testata online.

E dire che il povero Conte aveva dovuto sospendere provvisoriamente lo stato di eccezione per un referendum che doveva avere lo stesso effetto, diventare con un certo investimento e con qualche perplessità sull’efficacia, una specie di plebiscito in favore del suo governo. In quel caso il simpatico zerbinotto non è stato aiutato dal maldestro bulletto, ha dovuto promettere insieme a una coalizione sparpagliata e  poco convinta, grandi riforme istituzionale, che, a virus in ripresa, sono state rimesse nel solito cassetto. Invece in questo caso, probabilmente su suggerimento del suo consulente più addestrato dall’esperienza, ha coronato il sogno di ogni piccolo aspirante golpista a cominciare dal suo competitor, ottenere un consenso ecumenico e unanime fuori dalle  polverose urne, dalle aule grigie e sorde, dalle scuole che toccherebbe riaprire per l’occasione, con un piccolo esiguo costo alla chiamata.

E d’altra parte che cosa meglio di questo potrebbe materializzare l’utopia dell’e-democracy, completare quel processo iniziato mettendo i like alla comunicazione istituzionale trasferita su Twitter e Facebook, alla misurazione dell’efficacia e della popolarità dei leader grazie ai commenti in margine a profili giudiziosamente tenuti da personale mercenario a caro prezzo, in modo che la democrazia diretta si perfezioni tanto da moltiplicare i profitti delle major,  Tim, Vodafone & soci, da sottomettere ogni azione alle regole e al controllo dei signori della app, Colao e Arcuri in testa.

Adesso non ci resta che lavorare intorno ad accorgimenti  capaci di stimolare i comuni cittadini a interessarsi delle questioni monotone e arcaiche di cui è fatta gran parte della politica in modo che il rito  dell’e-voting  diventi elettrizzante: selfie che immortala la celebrazione da condividere, scontrino in diretta della chiamata se pagata con carta di credito e il diritto a premi e cotillon, interazione di app in modo che alla certificazione di avvenuta votazione si aggiunga quella di vaccinazione.

È che a questa cricca di governo e opposizione mancano le buone letture, Non avevano capito che i riferimenti al Grande Fratello riguardavano un libro profetico su una tremenda distopia realizzata e hanno creduto si trattasse del reality.


La prevalenza del Ridicolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La prevalenza del ridicolo nella nostra società, che si esalta in tempi tragici, è allegoricamente rappresentato dall’apparizione della personalità distruttiva secondo Benjamin che risorge dalle rovine fiammeggiante di sdegno e rancore accanto alle due mutoline con bavaglio e gli occhi bassi come alunne ciuchine, a conferma che l’istituto delle dimissioni è di pertinenza delle quote rosa, dopo la Iden o la Guidi, in virtù del ruolo subalterno  delle donne come gregarie che recano umili e volonterose la borraccia d’acqua ai campioni.

Che  pure la maglia rosa ha rivelato anche ai più recalcitranti la sua vena macchiettistica, a cominciare dalla evidente incomprensione, denunciata dai toni burbanzosi dell’inguaribile spacconcello, di avere avviato una lotta destinata alla sconfitta contro l’inamovibilità dell’avversario, attribuibile non certo alle sue qualità di leader ma all’abilità di approfittare di una crisi che mette in ombra l’emergenza che l’ha fatta deflagrare  e che deve essere pompata nella sua drammaticità per  mantenere lo status quo.

Senza nemmeno entrare nel politico di uno stato di eccezionalità che autorizza alla sospensione del dibattito democratico, sia pure condotto da figure irrilevanti, che ha spazzato via con disonore qualsiasi forma di critica alla gestione dell’incidente della storia prevedibile ma trattano come un incontrastabile fenomeno naturale,  che vieta “moralmente” il ricorso al voto e invece impone obbedienza ai comandi sovrani di una autorità esterna, c’è sempre comunque da interrogarsi sulla “statura” dei burattinai in questo Paese, sulla loro tracotanza   demoniaca che li fa ergere sulla massa anche se hanno le fattezze e l’eloquio di Gelli, Delle Chiaie, del birba di Rignano, che proprio come er Cecato possono ordire trame, promuovere golpe e cospirazioni, intrighi e crimini, malgrado facce e intelligenze poco plausibili per la funzione di maligni influencer.

Ma, per tornare alla vignetta del boss che, direbbe la Crusca, esce le sue ministre di serie C sperando di sostituirle con altre ministre di serie B, che pur sempre femmine sono, più contigue e conformi a lui, la plastica raffigurazione dell’umiliazione cui vengono sottoposte le donne, perfino quelle arruolate nell’establishment alle cui regole si uniformano entusiasticamente, era stata preceduta da altra   “cerimonia” di rito civile e concretizzatasi in una letterina aperta di filosofa e scrittrice, “femminista militante” secondo curriculum da Wikipedia, Luisa Muraro, indirizzata appunto alle due figuranti di opposizione e di governo, Elena Bonetti e Teresa Bellanova, rappresentanti rispettivamente per le Pari Opportunità e per l’Agricoltura in quota PD  poi, trasmigrate come rondinelle. in Italia Viva, perché si sottraessero, cito, “alle manovre” del capo contro un governo che di “errori e danni ne ha fatti, così come tanti altri governi alle prese con la pandemia”, ma nessuno dei  quali “è così grave come quello che potrebbe fare Matteo Renzi”.

In questi mesi menti attempate ma autorevoli, intelligenze mature ma agili, sembra che siano state possedute dalla paura, contenuto forte della comunicazione delle “autorità”, comprensibilmente eh, visto che l’epidemia ha rivelato da subito i suoi effetti nefasti combinato con la cancellazione del sistema di prevenzione e assistenza, sulla popolazione anziana, sicché hanno limitato l’esercizio della ragion critica per manifestare un sostegno cieco all’Esecutivo e alle sue misure, baluardo e trincee contro il nemico mortale e nel timore che ad esso possa sostituirsene uno peggiore, quello incarnato dal babau neofascista del quale prestigiosi membri del governo sono già stati fedeli alleati.

Ma duole dover dare sempre ragione a Flaiano, quando la tragedia sconfina nel ridicolo, se una intellettuale   attivamente impegnata per la liberazione della donna dai condizionamenti economici, sociali e morali del patriarcato, raccomanda alle due comparse: “Mirate alla libertà femminile e al bene comune”, e anche “siate ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere”.

Che dire? Santa ingenuità? Beata innocenza, di chi chiede autonomia di pensiero e azione dal “potere”, quello della “bottega”,  da una ministra che sapeva fare così bene il suo mestiere di sindacalista e ministra  da gridare ai quattro venti le sue convinzioni sui danni di un ritorno a quell’Articolo 18, dal magnificare gli effetti progressivi del Jons Act, da ipotizzare un volontariato punitivo nei campi per i percettori di aiuti statali, o da un’altra esponente della coalizione che ha avuto una certa visibilità per aver rivendicato la presenza di quote rosa nelle 45 task force messe in piedi per gestire i brand pandemici fino a  farsene una tutta sua.

Mentre nessuna delle due vestali del focolare progressista si è espressa in merito alla notizia che non ha avuto gran risonanza, che sull’intero territorio nazionale, circa l’80% dell’occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019 è stata cancellata in tre mesi, tra aprile e giugno del 2020, quando è stato possibile cancellare quasi 200.000 posti di lavoro (guardando solo al Sud Italia) in novanta giorni, non per colpa del Covid, ma perché la diffusione di forme contrattuali  precarie e prive di garanzie, non suscettibili di essere protette neanche dal blocco dei licenziamenti messo in atto in questi mesi, è ormai costume generalizzato nel nostro Paese, che colpisce in maniera superiore le donne, come testimoniato anche dal Rapporto SVIMEZ. 

E difatti a dimostrazione della inanità di qualsiasi persona comune, sia pure con un curriculum stimabile e rinomato, rispetto alla strabordante sfrontatezza del ceto di regime, le due, poco prima di essere trascinate via per i capelli, come Wilma degli Antenati, dai posti conferiti loro, hanno risposto piccate a “ una donna di pensiero”  che avrebbe escluso aprioristicamente  “che la scelta condivisa da due donne possa essere liberamente ordinata a null’altro che alla ricerca di un bene comune possibile per il Paese”, reclamando il riconoscimento della  “libertà decisionale e autonomia femminile” delle loro decisioni in modo da “contare” in occasione della distribuzione oculata delle risorse del Recovery.

Si manifesta così la rivendicazione della funzione di marionette dell’intendente in braghe bianche al servizio del disegno totalitario che si realizza con rinnovate forme di  condizionamento e controllo totale su quel che resta delle democrazie in Grecia o da noi.  Alla faccia delle virtù di genere, delle leggiadre specificità, della superiore sensibilità e accortezza nel guardare ai bisogni reali, anche loro hanno diritto a partecipare dell’ “occasione storica per il Paese e le nuove generazioni” costituita dal banchetto di nozze coi fichi secchi dei nostri quattrini.

Ormai senza memoria e senza storia, uomini e donne vengono persuasi della bontà collettiva di sottomettersi in modo da conservare quel poco che si può grattare dal fondo del barile, per dimostrare la superiorità rispetto alla marmaglia ignorante, ribellista, infantile e irresponsabile cui bisogna imporre una guida forte o la repressione.  

E come all’interno delle società e dei Paesi di ripropongono le forme e i modi del colonialismo, lo stesso processo di riverbera e ripete nel contesto di genere quando le “affermate”, le “arrivate” usano l’immeritato status, l’impunità e l’immunità, l’arroganza che ne deriva per contribuire a intimidire ed emarginare quelle che anche tirando il collo non arrivano nemmeno a vedere il cielo sopra il soffitto di cristallo, arrivando a disonorare e manipolare anni di pensiero e rivendicazioni di genere e di classe, elargendo mancette etiche in forma di fondi  a disposizione di una scrematura di gruppi e associazioni in grazia dell’emancipazionismo neoliberista, propalando la lieta novella di confortevoli part time che permettono la desiderabile combinazione di lavoro e di cura, genitorialità assistenza.  

Al gioco delle parti che esalta la propaganda sul contrasto alla cultura patriarcale, alla violenza sessuale, al maschilismo semantico,  partecipano non sorprendentemente  quelle che dalle poltrone di Lagarde, von der Leyen, Harris, Clinton Merkel, dalle direzioni dei giornali, dalle fondazioni bancarie, dai consigli di amministrazione, dalle agenzie pubblicitarie esercitano discriminazione, oppressione, sfruttamento.  

Lo sanno bene quelle che grazie al mito della sorellanza universale sono state vittime della supremazia delle   bianche sulle nere, delle laureate sulle contadine, delle manager sulle operaie.

E lo sanno anche le “eretiche” quelle che si sono permesse e si permettono di non coltivare un altro frutto della prevalenza del ridicolo, quel pregiudizio favorevole di genere che legittima qualsiasi parola, purchè di voce di donna, che celebra arrivismo e sopraffazione autorizzati, ma solo per una èlite autoselezionata secondo i criteri mainstream, al fine di realizzare vocazioni e aggiudicarsi privilegi, alla pari e più dei maschi. Bella soddisfazione.  


Italy on demand

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un vulcano di idee e, come per i vulcani appunto, sarebbe consigliabile starne lontano per non venir travolti dalla lava incandescente delle sue cazzate, o meglio sarebbe dire bullshit?

Perché un carattere irrinunciabile della filosofia e della comunicazione del ministro Franceschini è la passione per gli Usa e per il lo slang bassoimperiale, magari ritrasmesso con gli stilemi e gli accenti di altri due interpreti prestigiosi,  Mericoni e Rutelli, noto per aver compitato a stento il gobbo del pistolotto inneggiante al “giacimento”, alle miniere nostrane di bellezze e cultura da “sfruttare”, quelle che il detentore perenne del dicastero incaricato pensò di “valorizzare” a fini squisitamente turistici con una campagna intitolata Very Bello.

Mi capita spesso di tornare su questa figura di fantolino di quella provincia che da sempre è la fucina di una classe dirigente piccolo borghese che ha convertito in piccole virtù certi grandi vizi, ambizione, arrivismo, superficialità, spregiudicatezza, volubilità.

E non a caso si parla di lui, avvocatino dopo avvocatino, come aspirante a più alti destini, in virtù di una crisi alla quale, si mormora, avrebbe contribuito in veste di insider,  esibendo sotto traccia quella affaccendata abilità da mediatore che veniva coltivata nelle sue geografie di origine, per vendere maiali dei quali non si butta via niente proprio come per i beni culturali,  la stessa che dimostra in trattative con sponsor e mecenati coi quali ha capito che bisogna dimostrarsi cedevoli, quanto si deve invece essere intransigenti con tecnici, esperti, storici, lavoratori che non possiedono le necessarie qualità per imporre un brand e fare cassetta.

Che sia vero o no che ha scambiato una casacca con l’altra, è invece certo che si tratta di una creatura da Leopolda, con una vena speciale per la commercializzazione di tutto quel merchandising e di quella paccottiglia “ideale” che, sia pure con scarso riscontro elettorale,  ha contribuito invece accreditare un “pensierino” forte.

E’ quello dell’idolatria del mercato, della detenzione da parte di un ceto, superiore socialmente e dunque moralmente, della possibilità dinastica o di appartenenza di accentrare poteri decisionali, di delegittimare lo stato di diritto autorizzando corruzione e arbitrio a norma di legge,  della irriducibile subalternità all’amico americano, al suo stile di vita, al suo gergo, dell’ostinato atto di fede nell’Ue, nello schifiltoso disprezzo per il “popolo” che è lecito affamare offrendo in cambio cotillon al Colosseo, espropriare di beni e diritti elargendo mancette di consolazione, immeritevole com’è della bellezza che  è vantaggioso sfruttare o abbandonare in modo che il suo prezzo nell’outlet globale sia più conveniente per augusti compratori.

E difatti si tratta di un sacerdote della “valorizzazione” termine in voga per definire l’opera di moderna  razionalizzazione delle foreste amazzoniche abbattute per realizzare parquet esclusivi, per abituarci alla profittevole trasformazione del paesaggio della Sicilia in un lucrativo susseguirsi di campi da golf, per favorire la conversione di paesi e borghi in alberghi diffusi grazie al sostegno all’economia della multinazionale di B&B, sperimentata in via privata nella magione di famiglia, opportunamente “corretta” da casa vacanze in studentato, per ridurre tutela e salvaguardia a operazioni estemporanee di marketing.

Come succede a Pompei una volta di più minacciata  da un flusso magmatico ministeriale che offre spettacolari scoperte  a orologeria per celebrare il tandem tra titolare del dicastero e direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei,  come nel del “termopolio” già rivelatosi nel 2019 ma esibito in pubblica ostensione in occasione del Natale per nutrire l’immaginario dei fan dei masterchef frustrati dalle restrizioni,  ma soprattutto in non sorprendente coincidenza con le proteste del personale precario delle biglietterie senza cassa integrazione da mesi.

E non deve stupire, anche questo fa parte della concezione di ordine pubblico, quella che fa il camouflage ai grandi eventi e alle grandi opere infiltrate dalla criminalità, che lancia l’ipotesi di una Pompei smart-city per occultare nel percorso virtuale i crolli della mancata manutenzione, così come nasconde il martirio dei senza casa, senza lavoroe senza speranza del cratere del sisma dietro al repertorio di immaginette votive dei restauri prioritari al patrimonio ecclesiastico cui abbiamo  tutti doverosamente partecipato, in modo da consolidare il destino di quelle aree in  destinazioni del turismo sacro.  

Un ordine pubblico che si è arricchito della istanza sanitaria e dunque permette a un sindaco, quello di Venezia, di precettare le sovrintendenze restie per prolungare la chiusura dei musei civici limitando il rischio di pericolosi assembramenti davanti a Guardi e Canaletto, che consente a un governo che usa l’eccezionalità come cura salvavita  per tenere chiusi i rischiosi teatri ma aperti e esposti bus, tram, metro, che in maniera esplicita dichiara che il nostro patrimonio artistico e il nostro possiedono un’unica finalità e hanno un unico significato: quelli di prestarsi all’uso e all’abuso turistico e al consumo commerciale.  

E difatti, in modo che non ci siano dubbi,  abbiamo subito il sospirato avvio dell’aggiornamento del Colosseo in modo che possa ridiventare “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/26/hic-sunt-ladrones/ ), grazie all’incarico dato all’Invitalia di Arcuri per un bando da 18.5 milioni, con l’aggiunta di altra gara europea di importo di 411 mila euro per l’appalto del servizio di realizzazione e fornitura delle divise e dell’equipaggiamento da lavoro per il personale, che, per coerenza, potrebbero rievocare i costumi del Gladiatore, quello con Kirk Douglas.

E adesso con la dovuta solennità l’immarcescibile ministro lancia finalmente la promessa Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand, riservando forte attenzione ai nuovi talenti.

Seppellito l’arcaica formula del VeryBello già nel 2015 rinominata Very Flop, finalmente siamo approdati al più futurista e visionario  ITsArt che già dal nome vuole esprimere “la proiezione internazionale dell’iniziativa” e rimarcare, in forma inedita “lo stretto legame tra il nostro Paese e l’arte” partendo “da un concetto semplice e immediato che è al cuore del progetto: ‘Italy is art’ (l’Italia è arte)”. E lo si intuisce anche dal logo, che con una linea dinamica e moderna, quel punto davanti a It, sottolinea la vocazione digitale del progetto,  e che, con un richiamo al tricolore, evoca “l’italianità della sua visione”.  

 Gratta gratta,  alla fin fine il lieto annuncio riguarda in forma postuma la costituzione di una società per azioni, quelle buone che portano quattrini ai promotori, con Cassa Depositi e Prestiti in veste di socio maggioritario e Chili S.p.A., 88 dipendenti, oltre 30 dei quali saranno impegnati sullo sviluppo e la manutenzione dell’iniziativa, pensata e prodotta dall’immaginifico ministro insieme ai partner senza interpellare gli attori che dovrebbero muoversi sul “palcoscenico”.

Quanto all’impegno finanziario oltre ai 10 milioni previsti dal decreto Rilancio  , Cdp di suo ha versato 6,2 milioni, mentre Chili ha conferito in natura sei milioni di euro, un valore suddiviso in 5,5 milioni come sovrapprezzo e 490mila euro a titolo di capitale  mediante il conferimento della piattaforma tecnologica software di distribuzione di contenuti video e audio on demand, attraverso la quale saranno distribuiti i contenuti digitali culturali che includono prime di eventi e altri spettacoli teatrali, concerti, stagioni liriche, virtual tour e che, come è stato osservato, si pone in aperto conflitto con la funzione e il patrimonio multimediale sterminato della Rai.

 Più che privata la cultura, l’arte, la bellezza diventano intimiste così come il distanziamento sanitario è diventato sociale. Potremo goderceli comodamente da casa, tramite app, sul Pc o in televisione con un modesto canone, necessariamente obbligatorio come  ogni forma di obbedienza e appartenenza responsabile alla società. E allora non possiamo che augurarci che l’arrivo dell’intelligenza artificiale cancelli dal Bel Paese tanti malfattori naturali.


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