Archivi tag: Draghi

Stati generali di follia

Jheronimus_Bosch_011Il vuoto di governo e di idee è inversamente proporzionale ai ridicoli diktat epidemici e agli sconci affari su mascherine o vaccini che si stanno facendo. Ma il nulla è talmente denso, compatto che rischia di far inciampare Conte e l’esecutivo in qualcosa che sembra completamente alieno a questo ensamble di svenditori – grassatori  che ci ritroviamo, ovvero un po’ di verità: gli Stati generali indetti da chi ha scambiato Palazzo Chigi con una specie di Versailles urbana, la dice lunga sulle intenzioni: intanto ancora una volta si mette da parte il Parlamento che sembra ormai un orpello vintage in mano all’avvocaticchio pugliese come in una democrazia degli strascinati. Ma poi a fare la parte del leone dentro un’assemblea di assistenti fallimentari, compreso il povero Landini colpito da anni da una forma di amnesia progressiva,  c’è la troika al completo dalla presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, dal capo della Banca centrale europea Christine Lagarde e dalla direttrice operativa del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva. Insomma tre persone che hanno già dato ampia prova di inettitudine, ma sul cui malanimo nei confronti dei ceti popolari e della democrazia si può sempre contare.

In realtà tutto sembra molto diverso dall’apparenza più mondana e spicciola di spettacolo offerto per distrarre gli italiani ancora mascherati e distanziati solo per tenere bordone ai più sfacciati affari sanitari:  si tratta di una specie di atto di vendita dello Stivale. Ciò che il governo vuole nascondere ovvero di aver messo il Paese in una condizione tale da essere ancor più della Grecia condannato alle cure dell’oligarchia europea e poi le balle stratosferiche sui miliardi a fondo perduto che hanno indotto molti clientes a fingersi cretini piuttosto che smascherare le chiacchiere, trovano la loro smentita proprio in questa costosa e inutile kermesse che in pratica simboleggia il passaggio definitivo della governance dalle istituzioni nazionali a quelle della finanza sovranazionale. Anzi qualcuno  ha paragonato questa mascherata con l’incontro sul panfilo Britannia dei grandi privatizzatori e svenditori dell’industria e del patrimonio pubblico del Paese che avvenne trent’anni e di cui fu protagonista Draghi. In quei giorni gli accordi sulla testa dei cittadini furono discretamente condotti in acque internazionali, al largo di Ostia, quasi che ci si vergognasse di ciò che si stava facendo e coincisero con il cambio di paradigma neoliberista che si attuò anche con Maastricht e per quanto l’Italia, con mani pulite che doveva fare fuori la gran parte della classe dirigente politica

Oggi non c’è più bisogno di alcuna segretezza, anzi  il contratto di svendita di ciò che rimane viene fatto con gli squilli di tromba, con gli orpelli di villa Pamphili e i pennacchi per rendere più alto e solenne il topolino di Volturara Appula che ha messo in scena questa vera e propria provocazione contro gli italiani per accreditarsi come il Duce della svendita sia dei beni pubblici come dei risparmi privati Non a caso manca il protagonista principale del Britannia, ovvero Mario Draghi, troppo intelligente per partecipare a riti indecenti come questo, ma che nell’ombra gareggia con Conte: chi dei due offrirà di più alle fameliche oligarchie europee che adesso si trovano a scontare una nuova crisi economica, ancora più forte di quella del 2008 e che per superarla devono gettare alle ortiche tutte la dottrina ordo – austeritaria, costringendovi solo i Paesi che non sono in grado ribellarsi?  Saranno gli italiani ad essere la rete di sicurezza in caso di caduta di  Deutsche Bank ? Questi sono gli interrogativi che ci dovemmo porre, ma a quanto pare il deficit di ossigeno dovuto alle mascherine rende complicato vedere questo governo nella sua reale dimensione, si preferisce vederlo come una possibile corte dei miracoli che può curare le piaghe causate dalla paura e dalla segregazione.  E si sta al gioco nonostante si possa intuire che le carte sono truccate.


Parassiti di lotta e di governo

par Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre tra sventolar di gagliardetti e squilli di trombe suona intrepida la fanfara dell’unità nazionale ritrovata nell’infausta congiuntura dell’epidemia, mentre viene censurata ed esposta a pubblico anatema, perfino grazie a appelli di intellettuali proni davanti al salvifico governo,  ogni voce critica e ogni anche timido dissenso che nasca e esprima il conflitto sociale, prende invece sempre più forma la criminalizzazione del “popolo”, retrocesso a massa infantile che va guidata con mano ferma, regredito a riottosa plebaglia da dirigere ai lavori forzati o messa agli arresti domiciliari.

Uno magari pensava che il lockdown avesse prodotto l’esito felice di zittire le sardine.

Macchè: se abbiamo perso di vista gli enfatici leader  impegnati a autorizzare l’odio per l’energumeno e i suoi elettori in nome dell’amore, e a sedare l’unico conflitto preoccupante, quello di classe,  lo spazio pubblico è occupato dalla elegante e documentata riprovazione, dalla  sussiegosa condanna, dalla persistente avversione per la “gente” da parte di illuminati pensatori, assoldati in forma di lobby potente da quella ideologia punitiva, come certe religioni crudeli e  feroci, intenta a dannare per l’eternità i colpevoli di aver voluto e goduto troppo e immeritatamente.

Uno di loro è il sociologo Ricolfi, che sta vivendo una certa notorietà per aver coniato la definizione di società signorile di massa,  per alcuni milioni di “soggetti”, addirittura 50,  che presenterebbero la caratteristica di poter «vivere sopra la soglia di povertà» avendo accesso a quello che l’autore chiama consumo opulento, intendendo quelle “potenzialità” di spesa che eccedono il livello di mera  sussistenza, e corrispondenti a 500 euro mensili pro capite.

Guardando a voi stessi potreste quindi essere lusingati dall’appartenenza al ceto dei “signori”, che possono permettersi di pagare mutui, assicurazioni sanitarie, fondi pensionistici, mutui, perfino Netflix, invece arriva la botta.

Secondo le ultime esternazioni del disincantato osservatore della nostra società, da “signori” siete arretrati allo status vergognoso di parassiti, in virtù di una “mutazione involutoria”, cito dall’intervista concessa a Huffington Post,  della società signorile di massa in  società parassita di massa che ci sta rendendo come proprio quelli come lui volevano che fossimo, grazie all’austerit,à alle “riforme” dalla Buona Scuola al Jobs Act, al ricatto e all’intimidazione come sistema di governo.

Ma il vero colpevole, l’incriminato sarebbe da individuare nel sopravvento, anche grazie alla pandemia, del pensiero post comunista e statalista del governo che ha messo colpevolmente in ombra, cito ancora, l’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi, e aggiungo, della Bellanova che vuole il caporalato “sociale” in favore degli immigrati e della coscrizione coatta dei percettori di reddito di cittadinanza, dei finanziatori della Leopolda coi quattrini a svernare nelle Cayman, di Farinetti che vuole fare del Sud la Sharm el Scheik, delle perdonanze alle banche criminali sotto forma di aiuti di stato, autorizzati benevolmente dall’Ue.

Ovviamente questa regressione assistenzialistica che grazie al Covid si svilupperebbe grazie al reddito d’emergenza, ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga e all’elargizione di mance, denunciati proprio da Renzi- da che pulpito vien la predica – troverebbe il substrato favorevole nella indole servile degli italiani: “nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti”, ammonisce, così “ i nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica”.

Cero a ripensare a quelle fucine di antagonismo perfino avventurista che sono state le facoltà di sociologia, leggere simili bieche baggianate fa accapponare la pelle, Ma c’è di peggio, perché nel totale buio scetticismo che lo anima, perfino il Ricolfi vede un barlume di speranza, incarnato dal neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che “ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi”.

Avete capito adesso che forma rende l’utopia nella testa di questi attrezzi che scoprono il neoliberismo proprio quando mostra i segni della sua disfatta sucida,  affidata al New Deal di Draghi che consegna la rinascita al sistema bancario e alla produttività secondo un mondo di impresa impersonato da esangui azionariati che credono che il termine “investire” significhi mettere le fiches sul tavolo della roulette finanziaria, aspettando che escano i loro numeri fortunati, che hanno fatto loro il credo secondo il quale, grazie a immunità e impunità, le perdite debbano essere socializzate e i profitti privatizzati.

E si capisce meglio che se il Covid19 non è nato da un complotto, quella che siamo vivendo è una cospirazione per inchiodarci alla condanna alla schiavitù in modo da scontare la colpa di sopravvivere, che si tratti di parassiti, compresi gli immigrati richiamati temporaneamente al lavoro, di dipendenti pubblici cui presto non saranno pagati i salari, di partite Iva ricattate che passeranno da casa alla dimora sotto i ponti, di ex signori che credono di poter mantenere modesti livelli di benessere, creativi che pensano di fare resistenza recandosi per l’apericena ai Navigli, di cassintegrati senza speranza, di giovani che sempre secondo il Ricolfi dovranno “puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto”.  Perché ormai il loro destino segnato  è quello di prestarsi ai lavoretti alla spina, nel mondo delle consegne a domicilio, del caporalato informatico, dove pare di aver recuperato autonomia se si decide di stare alla catena di notte invece che di giorno.

Ora è legittimo suggerire a chi parla di “parassiti” la consultazione anche solo dall’Enciclopedia dei Ragazzi che definisce così  “qualsiasi organismo animale o vegetale che viva a spese di un altro” e per estensione “lo scroccone sfrontato, amante della buona cucina, e quindi anche chi mangia e vive alle spalle altrui”, in modo da applicare l’uso di questo stilema a un target ben preciso, quello di un ceto chiuso nel suo mondo di sopra, difeso da leggi, eserciti e polizie al suo servizio ancorché pagati dallo Stato, che si staglia e trae ricchezza e potenza dalle macerie del mondo di sotto, quello di chi ha già perso e sta per perdere tutto, beni, sicurezza e diritti, cui è stato costretto a rinunciare per la sua nuda vita.

Sarebbe proprio giusto, ammesso che il termine abbia ancora un senso, togliere la parola a chi sostiene la supremazia di quel mondo di sopra, opinionisti, addetti alle “scienze sociali”, informatori, che hanno contribuito a rendere sempre più profondo il discrimine tra il “su”, sopra, di quelli che si sentono portatori di valori e principi culturali e morali, e il “giù”, sotto, quello degli espropriati in via di diventare definitivamente i sommersi, degli invisibili, dei perdenti, quelli senza le qualità per affermarsi: origine sociale, rendite, arrivismo, e quelli senza voce, i cui brontolii della pancia vuota hanno finito per trovare ascolto nella cosiddetta “estrema destra”, per distinguerla dalla “diversamente destra” del liberismo progressista, del politicamente corretto, dei modelli di integrazione da applicare teoricamente agli immigrati, mentre agivano per la secessione, la discriminazione e l’emarginazione dei colpevoli di povertà di qualsiasi etnia e genere.

La galera reale cui ci hanno costretti in questi mesi, tra arresti domiciliari e lavori forzati, è l’allegoria del mondo “reso migliore” dalla loro pandemia e che ci aspetta, quando l’unico diritto concesso è quello di  servire.

 

 

 

 


La malattia del Padrone

groszAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta, quando era ancora permesso nutrire illusioni, proiettarsi radiose visioni e girarsi qualche filmino del futuro ambientato della città del sole, si pensava che la realpolitik fosse un monopolio esclusivo dei governi e dei regimi. Ma adesso che ci costringono a scegliere tra la borsa e la vita, le libertà e la salute (pratica già largamente in atto anche a casa nostra, a Taranto ad esempio), il salario e l’ambiente, il libero arbitrio e le sanzioni, e da quando l’obbedienza è stata legittimata come virtù civile,  non faccio che imbattermi in volontari della servitù e della rinuncia che encomiano l’Esecutivo in qualità di migliore dei governi possibili.

Tutti pronti a infilare volontariamente la testa nel cappio, elogiano quindi le misure inevitabili, i provvedimenti fatali, compresa una inedita e aperta violazione dei diritti costituzionali e della privacy, che ai tempi di Berlusconi avrebbe fatto gridare vendetta, mentre è nel segno della continuità l’indifferenza rivolta a evidenti conflitti di interesse, trascurabili e irrilevanti per un ventennio e dopo, così chiunque voglia sottrarsi al generalizzato e concorde compiacimento viene subito preso per un matto complottista o, peggio, per un runner che vuole promuovere orge, organizzare crapule e pianificare rave party.

E per quel che riguarda quel “dopo” continuamente prorogabile apprendiamo solo che mai dovrebbe essere come il “prima”, il che farebbe supporre che si materializzi la volontà di sottrarsi a vincoli esterni che hanno tolto ogni capacità e ogni competenza ai governi e ai parlamenti in materia economica, come ha voluto il prossimo uomo della Provvidenza. Si, proprio Lui,  Draghi, con il fiscal compact e con le raccomandazioni perentorie contenute nella famosa letterina a doppia firma con la quale ingiungeva all’Italia – per il nostro bene –  come misure ineluttabili, allo scopo  “ripristinare la fiducia degli investitori”,  una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e come se non bastasse, “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Dovremmo quindi sperare che non si farà più ricorso all’alibi dell’impotenza necessaria a conservarsi con la poltroncina nazionale,  il posto al tavolo dei grandi, provvedendo a rovesciarlo, smantellando l’edificio di bugie sul pregi delle privatizzazioni, investendo in quella sanità pubblica, la cui demolizione è stata la causa vera dei decessi che si vogliono attribuire  unicamente al Covid19.

Macché, i magnifici 17 di Colao, le task force, i tecnici, i ministri hanno preso talmente sul serio la loro stessa narrazione, come succede di solito ai mitomani, da credere davvero che siamo in una guerra cui deve seguire una ricostruzione, da prendere alla lettera il termine e dare come unico orizzonte creativo, oltre ai brand epidemici, app, mascherine, guanti, tamponi, e come unico obiettivo concreto la riapertura dei cantieri di Grandi Opere e, paradossalmente a fronte delle restrizioni per la mobilità, e per infrastrutture di trasporto, come annunciato con gran sfarzo dall’apposita garrula ministra, da presidenti di regione, sindaci varie autorità.

Spetterà a questi il calendario declinato territorialmente su evidente suggerimento di Confindustria che ha già da due mesi selezionato i comparti essenziali, quelli in cui è lecito esporsi al virus, anzi obbligatorio, e senza dispositivi di sicurezza, erogati oculatamente in virtù di una protocollo siglato dal padronato con il governo, che impegna in via volontaria e disporre “misure” di tutela temporanee, che non sia mai che poi venga circoscritto l’errore umano a carico degli operai, che li fa cadere da impalcature, precipitare nell’altoforno, avvelenarsi, prendere fuoco, invece di crepare più eroicamente di coronavirus.

Ormai nessuno, salvo qualche arcaico avanzo del pubblico di fan della lotta di classe, si sogna di mettere in dubbio la vulgata secondo la quale abbiamo pari doveri e responsabilità coi governanti e coi padroni, perché siamo sulla stessa barca.

Tanto che non stupisce che quello che è diventato ormai l’house organ del progressismo neoliberista, il Manifesto, pubblichi una fluviale intervista in cui Landini, oltre a ricordarlo almeno quanto non ricorda più il suo passato a remare sottocoperta, esprime compiacimento per l’accordo con Fca, e disegna un futuro collaborativo nel quale spetta al sindacato modernizzarsi, adeguarsi ai comandi anche morali della globalizzazione, della competitività, dell’automazione.

Ci toccava anche l’umiliazione di sentire il segretario della Cgil, che festeggia il Primo maggio in piazza con Confindustria, riempirsi la bocca con l’eroismo dei lavoratori, invece di mostrare la doverosa collera contro chi li ha mandati in trincea, manco fossero volontari e non vittime del ricatto più infame, grazie a un Protocollo che, recita orgogliosamente, dovrà essere la bussola per il futuro. O confidare in una ricostruzione che limiti il “cemento” per esercitare  “più manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco”, quando il suo primo atto da segretario è stato l’atto di fede della Tav.

O vederlo bearsi delle magnifiche sorti e progressive dello smartworking cui è imprescindibile uniformarsi anche da parte sindacale, come se non prevedesse proprio la cancellazione di ogni possibilità di reagire alla sopraffazione dei contratti anomali, del precariato, del part time, grazie all’isolamento e alla solitudine cui condanna gli addetti, quei fenomeni cui proprio le organizzazioni sindacali hanno dato il loro assenso con il si incondizionato  al Jobs Act.

O ipotizzare con entusiasmo le nuove frontiere della rappresentanza, come se non avesse già ceduto alle lusinghe del welfare aziendale, retrocedendo a funzioni di consulenza per l’adesione a fondi, assicurazioni, bolle.

 

Purtroppo il loro “dopo” è già qui, brutto come la peste, peggiore del “prima”.

 

 


Magro che Colao

colao Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pensate a quanti dovremo riconoscenza per essersi prestati generosamente per la nostra sopravvivenza ai tempi del virus.

Non parlo ovviamente di medici, un centinaio è morto, esposto a contagi e infezioni non rare nei nostri nosocomi, né del personale paramedico, immeritevole, pare, di statistiche, costretto a prestazioni eroiche, dopo essere stati per anni bistrattati, umiliati, favorendo l’esodo verso strutture private.

Non parlo di chi è in trincea (il linguaggio bellico ci sta bene): milioni di lavoratori nelle fabbriche, alla guida di metro e bus dove viaggiano stipati altri lavoratori, funzionari negli uffici, commesse, cassiere delle catene di supermercati, magazzinieri della distribuzione, facchini e pony, senza protezioni e tutele, salvo il minimo elargito dai padroni grazie a una accordo unilaterale e non vincolante, obbligati a prodigarsi in modo che altri possano restare agli arresti domiciliari in una realtà parallela di confinamento, repressione e militarizzazione, ricattati dal bisogno di conservare il posto e dal miraggio che l’indispensabilità temporanea generi garanzie per dopo.

Parlo invece delle affaccendate autorità governative, scientifiche, tecniche, organizzative, sulle cui prestazioni è lecito sollevare qualche dubbio, ma che  sembrano trarre dalla infausta contingenza  una potenza superiore e una formidabile efficienza per assicurare la protezione della loro cerchia, la continuità della loro presenza e influenza, tra uomini d’ordine, uomini de panza, omminicchi tutti convertiti dalla stampa ufficiale in uomini di Stato.

Per garantir loro la nostra riconoscenza, dovremo farci largo tra le figurine Panini dell’album dedicate alle task force. Fino a ieri l’unico super commissario era Domenico Arcuri (ne avevo scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/13/il-curatore-fallimentare/) incaricato in particolare di “rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, anche nel “dopo pandemia”, adesso il ruolo fiduciario di ministro della Postbellica, come fu a suo tempo Emilio Sereni nel 1945, con qualche differenza trascurabile per i plenipotenziari attuali, è stato attribuito a una sua fotocopia meglio riuscita, vantando minori esiti fallimentari, Vittorio Colao, una versione più severa, più “internazionale”, dei  Golden Boys della cupola economico-finanziaria al servizio dell’impero.

È lui, messo a capo da Conte, di un’altra task force  (presto saranno innumerevoli come i format delle autocertificazioni e come i comparti essenziali) che affianchi gli scienziati per “far ripartire l’Italia”, ripensando  i modelli di lavoro, l’organizzazione degli spostamenti, i regolamenti dei mezzi pubblici, che collaborando con il governo nel programmare con schemi nuovi la graduale riapertura del Paese, con suggerimenti di ogni natura, sociologici, psicologici, di economia del lavoro.

E siccome dovrà lanciare la Fase 2 “avvalendosi, è stato detto,  delle migliori strategie e competenze possibili”, affiancheranno Colao, tra gli altri,  Enrico Giovannini, economista, statistico e accademico italiano, ministro del Lavoro nel governo di Enrico Letta, ex Istat (magari, chissà, potremo avere qualche dato statistico decente sull’andamento dei contagi),  il presidente della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini,  Raffaella Sadun, docente di Business Administration alla Harvard Business School,  Enrico Moretti, italo-americano, docente di economia presso la University of California a Berkeley, Marianna Mazzuccato, professore all’Università di Londra in Economia dell’innovazione e del valore pubblico e fondatrice-direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose, insomma quelli che i maligni potrebbero definire gli appartenenti al Gotha peracottaro da Wall Street alla City alla Bocconi.

E infatti è proprio da quella fucina che esce Colao, bresciano (è stata sottolineata la sua appartenenza all’area più “martoriata” dal Covid 19, a conferma che ci metterà “più cuore” nel governo del post emergenza, anche se il suo curriculum non ne conferma la presenza nel suo organismo rigoroso, austero e tetragono a emozioni e mollezze sentimentali), bocconiano,  che vanta referenze di successo, da Omnitel a Vodafone  , dove ha scalato tutti i gradi gerarchici fino a diventare l’Ad (a 17 milioni l’anno di stipendio).

Quelle che agenzie e giornali hanno, forse involontariamente, trascurato sono due prestigiose referenze  che dimostrano come la scelta di Colao sia perfettamente coerente e funzionale all’era che si sta preparando, quando arriverà il grande sciacallo, l’Eletto incaricato di replicare la sua grandiosa performance greca qui da noi.

Non sarà certo un caso quindi che la accurata selezione di un manager che combini rigore, austerità e spregiudicatezza abbia portato a scegliere chi ha iniziato la sua carriera prima in Morgan Stanley, come Siniscalco e Roscini,  e poi  in McKinsey come Corrado Passera e Alessandro Profumo.

Si, la Morgan Stanley, nata come banca d’affari   costretta dal Glass-Steagall Act che imponeva la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento  a  operare solo come banca commerciale che sviluppa n quella veste le sue strategie velenose, fino al crack dei mutui subprime, che la travolge nella sua onda lunga insieme a Lemhan Brothers e Goldman Sachs,  per diventare nell’anno della crisi una holding bancaria. Si, quella Morgani Stanley i cui  derivati finanziari stipulati con il Tesoro tra il 1994 e il 2012 hanno comportato una perdita per l’Italia di di 3,8 miliardi, grazie all’applicazione di una serie di “clausole capestro” inserite nei suoi contratti speculativi e accettate dallo Stato Italiano, grazie proprio ai vertici ministeriali, da Grilli a Siniscalco e che, è il Sole 24Ore a elogiarne l’imprenditorialità, e diventata sempre più il nostro “main partner bancario internazionale”.

E che dire di McKinsey & Company, società di “consulenza manageriale e di strategia”, che focalizza la sua attività nel risolvere “problemi d’interesse per il top management di grandi aziende e organizzazioni” da anni al centro di attività investigative e inchieste, tra le quali la più nota condotta  dal Financial Times, alzava il velo sulle sue iniziative speculative  in grado di condizionare, più di governi e Borse, l’economia globalizzata, il mondo delle aziende multi- nazionali e quello della finanza.

E che dire ancora delle aspirazioni della nostra Cassa Depositi e Prestiti?  – il presidente, contiguo all’area che fa capo nel Pd a Franceschini.  non a caso fa parte della task force di nuova istituzione –  di collocarsi sulla stessa direttrice operativa della McKinsey, agendo come collocatore dei titoli di Stato, ma anche come «serbatoio» manageriale – replicando il ruolo che la società di consulenza ebbe venti anni fa nelle aziende private – per ruoli apicali di società pubbliche e istituti finanziari, proponendo in questa veste candidati eccellenti provenienti, ma sarà una coincidenza,  dal pantheon di JP Morgan, Merrill Lynch, Goldman Sachs, tanot per fare qualche nome: Palermo, del Fante, Nola.

La stampa estatica esulta per la nomina di un uomo ruvido, che avrebbe un difetto imperdonabile: l’onestà. Come a dire che non farà la cresta sulla spesa.

Contenti loro. È  che ci sarebbe molto da discutere ancora una volta sull’inflessibile morigeratezza di chi non ci sfila le banconote dal portafogli, ma si presta a fare il cane da guardia per chi ce l’ha già svuotato. Di chi non ha l’indole del ladruncolo ma partecipa del Grande Sacco, nell’interesse del totalitarismo economico e finanziario, per consolidare la vittoria della teocrazia ultraliberista.

Proprio vero niente sarà come prima perché sarà molto peggio, con il definitivo indebolimento delle capacità di intervento dello Stato, del governo e del Parlamento, in virtù del fiscal compact, anche grazie all’irruzione sulla scena, preparata da anni, del suo inventore e coautore  della Raccomandata a carico del destinatario con la quale l’Europa intimava alla sgangherata Italia, come misure improrogabili al fine di riconquistare la fiducia degli investitori, la “profonda revisione della pubblica amministrazione”, la “privatizzazioni su larga scala”, la “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali” e poi la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; l’applicazione di “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”, l’attuazione di “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali” e, vogliamo forse dimenticarlo proprio ora? i tagli alla spesa sanitaria.

E se  “la pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”, Draghi ha ridotto la sua Legge a un solo comandamento, perché il sistema bancario è Dio e lui il suo profeta, così nella sua chiesa a officiare, a far entrare i mercanti e a svuotare la cassetta delle elemosine, c’è un clero fedele e obbediente nei secoli.

Sarà mica un caso che Colao ha fatto la naja, e lo rivendica,  come carabiniere?

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: