Oh my God … adesso si scopre che la portavoce di Trump, Karoline Leavitt, aveva detto due ore prima del galà che ci sarebbero stati spari, sembrava metaforico, ma era tutto vero. La Fox che interrompe la cronaca della serata prima che cominciassero gli spari, il fatto che il presunto attentatore avesse un fucile a pompa e quindi ci abbia messo un bel po’ prima di esplodere i suoi cinque colpi, tanto più che in realtà l’attentatore è un prof di informatica insignito recentemente del titolo di insegnante del mese dalla Contea di Los Angeles. E a questo aggiungiamo il fatto che da parecchie settimane nel mondo Maga si stava prepotentemente diffondendo l’opinione che l’orecchio di Trump non sia stato affatto colpito durante l’attentato in campagna elettorale, visto che appare assolutamente intatto  e che dunque anche la sparatoria madre fosse un trucco. Del resto questo era ormai una cosa quasi scontata, dal momento che l’attentatore armato era stato segnalato da decine e decine di presenti, senza che i servizi abbiano mosso un dito.  Alcuni suppongono che la nuova sparatoria, la terza in ordine di tempo, palesemente organizzata in maniera dilettantistica, sia stata messa in piedi per impedire lo smascheramento della prima.  Insomma la matrioska di ipotesi si ingrandisce di ora in ora e ha un solido nucleo che parla della decadenza di un impero. Una teoria che è cominciata a circolare sui social è che Trump, frustrato nel suo progetto di creare una sala da ballo accanto alla Casa Bianca, un progetto pacchiano che calpesta ogni identità storica, abbia voluto inscenare l’attacco per dimostrare che c’è bisogno di un posto più sicuro per le celebrazioni di un presidente. 

Ma c’è anche chi pensa che si sia trattato di una sorta di avvertimento proveniente da Israele: non pensare nemmeno per un momento a fare la pace con l’Iran. Anche in questo caso ci sarebbero delle labili pezze d’appoggio: il fatto per esempio che nel profilo Instagram dell’attentatore comparisse una sua foto con addosso una felpa dell’esercito israeliano, ma soprattutto che il suo nome fosse stato cercato in Israele 24 ore prima della sparatoria dell’Hilton. Per di più un prestigiatore israeliano, prima degli spari, stava intrattenendo Melania facendole comprendere di sapere molto sui segreti di famiglia per così dire.  Certo non si tratta di elementi sufficienti a proporre un’ipotesi solidamente costruita, ma resta il fatto che Trump sembra riluttante ad intensificare le ostilità contro l’Iran a causa del fallimento militare e delle devastanti ripercussioni politiche: i suoi consensi sono in caduta libera, la sua base elettorale si sta fratturando e se i Democratici dovessero conquistare entrambe le camere del Congresso, per lui potrebbe aprirsi la strada all’impeachment. È per questo si è inventato incontri con gli iraniani che Teheran non ha aveva alcuna intenzione di ripetere, non comunque con il genero di The Donald e il suo amico immobiliarista che non hanno alcun ruolo nell’amministrazione. Ma Tel Aviv e Netanyahu sono decisamente contrari a qualsiasi idea di pace e di certo potrebbero aver coltivato l’idea di un avvertimento. La stessa dinamica dei fatti è così assurda e in qualche modo innocua che si presta molto bene ad essere interpretata come un monito. Insomma la testa mozzata del cavallo nel letto. 

Il fatto è che un attentato è servito in funzione elettorale, un altro per spezzare l’opposizione alla caccia al clandestino e questo terzo appare fatto apposta per impedire un emorragia di voti alle elezioni di medio termine. Trump insomma non sembra avere altra strada che immolare se stesso – metaforicamente ovviamente – per superare le difficoltà che si è creato da se stesso. Ora però sembra aver dato fondo alle proprie risorse come presunto martire: un quarto tentativo costruito con tanta superficialità da sembrare a prima vista falso, sarebbe una gaffe politica e non una via d’uscita. Tutto comunque appare terribilmente futile e infantile, davvero una farsa che testimonia dello sbandamento di un intero Paese che si è aggrappato a Trump prima di scoprire di che pasta era fatto: nient’altro che il prodotto terminale di un sistema  che cerca di sopravvivere a se stesso. Anche The Donald è stato un falso attentato al globalismo.