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Mano alle scialuppe, affonda la barca di Renzi

La barca affondaOrmai è vox populi: le amministrative con il successivo concorso del Brexit hanno aperto una falla irreparabile nella barca del governo e Renzi da Rignano rischia il naufragio con tutto il suo equipaggio di bulli e pupe incompetenti a qualsiasi navigazione. I notisti della politica politicante, i retroscenisti, i commentatori  possono lasciare il turibilo e i fumi dell’incenso per cominciareo a ipotizzare le varie manovre prossime venture e le possibili contromosse del guappo: Mattarella accetterà le elezioni anticipate che si dice Renzi abbia in animo di indire o preferirà una soluzione Franceschini? Cosa ne sarà dell’Italicum ora che rischia di mandare a bagno il Pd? E che esito avrà il referendum costituzionale che adesso il guappo vuole rinviare a data da destinarsi come fosse un appuntamento preso su fb? Tutti interrogativi appassionanti per il politichese, ma non per la politica, quella vera, perché ciò che sta accadendo non avviene  nella segreteria del Pd, in Parlamento, a Palazzo Chigi o al Quirinale, ma altrove dove esiste il potere vero che tira i fili di una politica totalmente subalterna.

Renzi  era stato il santino della classe dirigente italiana, convinta di aver trovato un attor giovane in grado coagulare per molto tempo lo status quo, ma le sceneggiatura è improvvisamente cambiata, occorrono nuovi interpreti e nuove illusioni: conviene cambiare cavallo perché la crisi bancaria latente da quando si sono sottoscritte le nuove regole creditizie sperimentate a Cipro in corpore vili, è ormai arrivata a maturazione, rischia di toglierle le rendite di posizione, di colpire al cuore il capitalismo di relazione e le prassi con cui essa si sostiene. I trattati europei non consentono allo Stato di mettere mano direttamente alla situazione, si deve passare per il Mes e dunque accettare l’assoggetamento alla troika che sarebbe un suicidio  per l’attuale ceto politico al potere. D’altro canto una corposa iniezione di fondi per sopperire a sofferenze e titoli spazzatura è anche l’unico modo di tenere in piedi un sistema bancario nazionale senza svenderlo ai tedeschi e ai francesi con tutte le conseguenze del caso per la razza padroncina italica. Debbo dire di essere stato buon profeta ad ipotizzare che una ribellione all’Europa non sarebbe venuta da una maggiore consapevolezza del carattere della Ue, della sua mutazione iperliberista e del ruolo antidemocratico affdato ai meccanismi monetari, ma dalla resistenza dell’economia opaca come se la sovranità strappata ai cittadini prendesse corpo solo in una sfera  grigia ai confini della legalità.

In ogni caso questa classe dirigente adesso pensa che l’unica maniera per uscirne è prendere tempo, anche a costo di mandare a spasso Renzi e la sua corte dei miracoli, creare una cesura, guadagnare altri mesi forse un anno e cercare proprio attraverso lo stato di incertezza politico istituzionale di sfruttare al meglio il brexit per strappare nuove condizioni. Peccato che  l’uscita dalla Gran Bretagna dalla Ue è un arma a doppio taglio perché se è vero che potrebbe rendere più morbida Bruxelles è anche vero che la funesta campana suonata dagli inglesi, spinge ad accelerare i tempi e a fare più bottino possibile finché si può. Si vedrà come andrà a finire questa  battaglia d’Inghilterra.

Ma tutto questo è come fare i conti senza l’oste: ci si era abituati alla sua sostanziale assenza e alla possibilità quasi certa di raggirarlo con i media o all’occorrenza di ricattarlo e ricacciarlo indietro con le sue pretese di contare qualcosa. Però i cittadini, ovvero l’oste in questione, sono tornati inopinatamenre a prendersi la scena, hanno spezzato incantesimi, hanno resistito ai condizionamenti e persino alle lezioni di morale umanitaria da parte di quelli che hanno massacrato la Siria e fatto – solo lì – un milione di morti. Dalle urne inglesi del referendum dove il voto ha assunto chiarissimi caratteri di classe, a quelle delle amministrative italiane dove sono andate in pezzi le vecchie equazioni e nelle piazze francesi dove si protesta contro il job act transalpino, sono venuti colpi durissimi all’oligarchia europea e ai suoi uomini. Le manovre e manovrine che seguono non sono che la conseguenza di questo risveglio, ancora timido, ancora incerto e in cerca di autore, talvolta ambiguo, ma  comunque un segno che la democraia non è morta, è solo stordita, ma chissà, potrebbe alla fine presentare il conto.


Sistema razzismo

Historia26Dopo l’orrore per l’omicidio razzista a Fermo, arriva la repulsione per le vomitevoli giustificazioni degli xenofobi, per Salvini il quale  magnanimamente ci fa sapere che ”  il ragazzo nigeriano  non doveva morire” ma… già quell’eterno ma dei cretini e dei balordi prestati alla politica, che in questo caso si concreta con la solita litania sull’immigrazione che alla fine avrebbe armato la mano del fascio tifoso. Insomma Emmanuel si sarebbe praticamente suicidato solo venendo in Italia, sfifando così la roulette russa dei più bassi istinti delle curve. Ma ancora di più mi lascia desolato l’ennesima denuncia del “razzismo  strisciante”  che si sostanzia nell’eufemistico “ultrà” con cui viene definito l’assassino come se avesse fatto esplodere un mortaretto in campo. Altro che strisciante, talmente palese e malintenzionato che il Senato si oppose al processo per istigazione razziale contro Calderoli che aveva dato dell’orango alla Kyenge.

Mi ferisce questa ipocrisia densa come catrame, ma anche la panoplia di condanne che va dalla sinistra radicale all’efferato renzismo che hanno tutte una radice esclusivamente morale, come se il razzismo fosse una variabile indipendente del sistema in cui viviamo, una scelta esclusivamente individuale, mentre esso nelle varie forme in cui s’incarna è un portato titpico del capitalismo borghese come si è andato configurando negli ultimi tre secoli e nei precedenti due di progressiva presa di potere. Nel mondo antico esisteva lo schiavismo, ma non il razismo in quanto tale e ne fa fede Roma con il suo crogiolo di etnie; nel medioevo esistevano le servitù della gleba, il lavoro forzato, ma nessuno faceva questione di pelle quanto di status e di volontà divina. E lo stesso accadeva nel mondo Arabo e mussulmano dove spesso la tratta dei bianchi (quello delle bianche è una leggenda) ottenuta con incusrsioni sulle coste italiane o spagnole, si risolveva a volte nella creazione di corpi militari a difesa del potere come testimoniano i giannizzeri del sultano tutti di origine bianca o egiziana. E’ invece con la crescita delle borghesie cittadine e l’espansione delle colonie americane che con altalenante sostengo della Chiesa e dei maggiori ordini religiosi si comincia a pensare che esistono “omuncoli” la cui consistenza umana è tale da destinarli a divenire schiavi”. Tali omuncoli erano ovviamente indios e neri, così che nel Setteccento – oltre ai lumi – era in piedi anche il più efferato e inumano sistema schiavistico mai creatosi nella storia proprio perché al lavoro forzato si era sovrapposto come sua giustificazione il razzismo.

Le ragioni di questa mutazione erano ovvie: siccome si dovevano strappare ai nativi due interi continenti, conveniva impiantare una teoria della razza che risolvesse gli scrupoli religiosi e che desse alla borghesia buttatasi con avidità oltre mare una patente di sfruttamento disumano a prescindere dal diritto feudale. E la cosa è andata avanti in Nordamerica fino a oltre metà dell’Ottocento, si è estinta man mano con la nascita della produzione industriale per la quale occorrono consumatori, non solo schiavi, ma è rimasta come base non sempre esplicita, ma  reale del diritto coloniale. In effetti  il capitalismo occidentale è cresciuto e si è strutturato nei suoi topoi grazie allo sfruttamento intensivo del resto del pianeta ed è proprio questa idea che è stata inculcata in sinergia con l’ancestrale diffidenza riguardo al forestiero, specie se l’estraneità è palese. La lotta tra poveri è stata fomentata a favore  del profitto, si è data allo sfruttato bianco la compensazione di sentirsi comunque “superiore” e così adesso il nero che viene da noi e pretende di lavorare alle stesse condizioni degli altri diventa un assurdo nelle teste più deboli: da una parte con la sua stessa esistenza di uomo e non più di nero o giallo o scuro nordafricano, cioè di inferiore, minaccia le basi del diritto di rapina codificato da secoli, dall’altro fa temere che quello stesso diritto finisca per non poter più essere esercitato.

Ma non basta: poiché il capitalismo stesso ha bisogno di sfruttati e quello finanziario teorizza la povertà e la mancanza di diritti come motore dell’economia, ecco che in qualche angolo oscuro delle menti occidentali esiste la paura che non sia più lo straniero a pagare il conto maggiore, che anche il bianco sia costretto ad abbronzarsi. L’odio divampa perché nell’immigrato si vede oscuramente il proprio futuro a cui non si è in grado opporsi in modo consapevole, razionale ed efficace, diventa un feticcio, una reificazione da colpire perché magicamente scompaia l’angoscia su se stessi. D’altro canto il capitalismo è divenuto fortemente antirazzista, almeno in superficie, per la medesima ragione: perché non si creda che si possa essere sfruttati fino all’osso solo perché si ha la carnagione più chiara.  Quei tempi sono finiti, ci dicono, prevaratevi anche voi a essere neri o indios. Perciò l’antirazzismo di sistema, su base esclusivamente morale, non  mi lascia nè appagato, nè tranquillo: perché colpisce un pregiudizio, non i motivi per cui quel pregiudizio esiste.


Mastercolosseo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci lamentiamo sempre, ma stavolta bisogna ammettere che il mecenate scarparo  pudicamente si è trattenuto.

L’immagine che ritrae l’anfiteatro Flavio una sera di qualche giorno fa, allestito per la magnata dei divini mondani, può sembrare la pubblicità per una ditta di tovagliati, come un tempo quelle che propagandava tende da sole. Ma almeno ci ha risparmiato  colonnati di cartapesta a forma di mocassino, gigantesche orme sulla sabbia, calpestata un tempo da gladiatori e martiri, con su il molto contraffatto marchio, omaggio alla memoria del decantato   Made in Italy, evaporato da tempio insieme al ruolo nazionale di potenza industriale e commerciale, ma presente nello stupidario di regime insieme a “la cultura è il nostro petrolio” e a quella indicibile paccottiglia sul tema che ci somministrano quotidianamente:   il patrimonio culturale è «una carta formidabile per la competitività italiana in tutti i campi», i monumenti, bene comune, devono diventare «grandi attrattori turistici» perché favoriscono si una crescita culturale, ma anche «una crescita economica».

Si, siamo stati risparmiati, ma per poco: la celebrazione della Tod’s, con annessa chiusura al pubblico “legittima” al confronto con quella illegale di un anno fa per un’assemblea sindacale,  è il soffice e felpato annuncio di quel che sarà e segna la continuità con tanti, grandi e piccoli oltraggi. Di quelli che fanno affibbiare a chi si scandalizza il titolo di misoneista, passatista, disfattista, proprio come succede a chi difende la democrazia, di quelli promossi e permessi da sindaci e “organizzatori culturali” che per mettere a frutto il petrolio non si limitano alle trivelle, ma organizzano sfilate di intimo in Gipsoteca, concedono festosamente prestigiose rovine per cene e sponsali, dischiudono le porte di cattedrali a convention, respingendo turisti e fedeli, o invece chiudono Ponte Vecchio per consentire un party.

Gli esempi sono ormai innumerevoli e anche  le dichiarazioni di intenti che si ergono minacciose sul pericolante Palatino pronto per bar e superbar, dopo la concessione per festeggiamenti delle curve Sud e maxi concertoni, sulla Reggia di Caserta: il direttore molto sponsorizzato dal ministro ci vuol far gareggiare la Pellegrini, e in attesa di gare di lancio dalla Torre di Pisa,  del completamento di giardini pensili già avviati e orti cittadini già allestiti sul tetto di qualche Certosa. E ovviamente di circenses al Colosseo, coi pensionati nei panni dei gladiatori e Renzi che li condanna col pollice verso momentaneamente distolto dal cellulare.

Perché le premesse ci sono e anche i programmi, per realizzare i quali ai pochi quattrini dispensati per i restauri dall’esoso mecenate, si è aggiunto lo stanziamento  di quasi il 25% dei fondi  2015-2016 del cosiddetto Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali  e che prevedono l’ardita “ricostruzione” dell’arena, secondo i principi di Viollet Le Duc, ma anche dell’ex sindaco di Firenze che per far più bella che pria la città del Giglio e più appetitosa per i consumatori di turismo d’arte ha speso soldi e risorse cercando un Leonardo, disposto magari a pittarselo da solo.

Lo spericolato intervento, cui allora si potrebbero aggiungere anche rutilanti gradinate con le lucette dentro, un velarium a elevato valore aggiunto tecnologico e magari clipei bronzei, consigliando ai francesi di imitarci attaccando la testa alla Nike e le braccia alla Venere di Milo, sarebbe stato accolto con pensoso ma incondizionato entusiasmo da studiosi corifei del ministro Franceschini, di quelli che Renzi apprezza – qualcuno ha perfino aderito alla campagna del Si, perché non appartengono alla cerchia maledetta dei “presunti scienziati”, condizionati da pregiudizi ideologici che impediscono loro di raccogliere la sfida di una moderna valorizzazione del nostro patrimonio. Che si materializza con i percorsi didattici sul Rinascimento del norcino reale tra gli scaffali dei suoi supermercati, con i viaggi sconsiderati per celebrarne i menu di qualche guglia del Duomo, con i tour avventati di un qualche Bernini, in pellegrinaggio laudativo di una sagra gastronomica.

Dovremmo proprio denunciare per abuso di cultura chi ha prodotto quel vilipendio che si chiama Sblocca Italia con l’istituto del silenzio assenso, chi ha deciso lo stolto accorpamento di centinaia di realtà radicate sul territorio e nella tradizione in venti supermusei raccogliticci, mettendone a capo manager cultori del dio mercato, chi ha “pensato” la Legge Madia, che esautora il potere tecnico-scientifico delle soprintendenze, sottomettendole a quello dell’esecutivo, chi sceglie di sostenere e finanziare interventi spot, icone pronte per diventare merchandising, e convoglia risorse su “eccellenze” controllate direttamente e autoritariamente dal centro, condannando alla morte neppure tanto lenta il 90% per cento della nostra bellezza, che è parte integrante del nostro passato e della nostra speranza di futuro.

Se va avanti così, finirà che verrà anche a noi la tentazione di imbracciare il mitra quando li  sentiamo parlare di cultura.


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