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Il marasma e l’atarassia

174122639-e37f3628-8dda-485a-9525-60b9fc7cca59Come era noto a tutti i liceali classici di una volta, marasma e atarassia erano concetti chiave dell’evoluzione della cultura greca dal quarto al secondo secolo avanti Cristo: il primo  deriva dalla radice sanscrita che indica morte ed era l’essenza della tragedia, ovvero un conflitto senza soluzione, mentre il secondo apparteneva alla specifica cultura filosofica da Democrito ad Epicuro che indica uno stato di pace derivante dall’assenza di desiderio e dunque di progettualità. Per almeno due secoli queste due estremi hanno convissuto e oggi non trovo di meglio che questi due termini per descrivere lo stato politico attuale: da una parte il conflitto che dal suo tradizionale alveo destra – sinistra è stato deformato dal pensiero unico, dai suoi strumenti, dalle sue oligarchie di comando in europeismo – sovranismo. Dall’altra la consapevolezza che questo conflitto non può più essere risolto attraverso la rappresentanza democratica, visto che il potere decisionale è stato devoluto altrove, non spinge né all’elaborazione di strategie, ma a una sorta di atarassia politica, di paralisi della scelta.

In quasi tutte le vecchie aree politiche, in modo diverso e anamorfico a seconda di ideologie, modalità e tradizioni non si osa dire che l’Unione europea è ormai diventata una cosa molto diversa da quella che si immaginava e si sperava, ovvero il dominio del neoliberismo selvaggio oltre che area di una corsa all’egemonia, dunque non si ha il coraggio di constatarne fino in fondo  l’eterogenesi dei fini nemmeno di fronte al trattato di Aquisgrana che sancisce 55 anni dopo il Trattato dell’Eliseo tra De Gaulle e Adenauer, il predominio carolingio sul resto del continente, una sorta di potere sub imperiale. Ma d’altra parte non si resiste a concepire un sovranismo che non sia quello in negativo creatosi durante gli anni dell’illusione continentale e che non alluda a una convergenza tra sovranità della rappresentanza e nazionalismo regressivo, ubbidendo più che altro a riflessi condizionati. Fermo restando che in alcuni ambiti della destra questi due poli di tensione sono invertiti e generano più che altro antipolitica grossolana. Ma nel complesso è’ proprio vero che come diceva  Lukacs nessuna Weltanschauung è innocente

Così né l’uno né l’altro, nessuna linea o progetto di azione, ma una sorta di abbandono agli eventi di cui partecipano un po’ tutti, governo compreso, una tetraplegia della volontà che scarica la sua impotenza in continue analisi e controanalisi, in messe cantate e scritte, in processioni di  firme e di di mi piace che non salveranno nessuno dalla pestilenza, anzi la faranno dilagare ancora di più. A dire il vero la situazione più che alla felice mancanza di desiderio epicureo rassomiglia a quella descritta dall’apologo dell’asino di Buridano: il povero animale assetato quanto affamato si vede  mettere da una parte un secchio d’acqua e dall’altra un mucchio di fieno, ma non sapendo se mangiare per prima cosa  o bere finisce per morire di fame e di sete. Non scegliere e arzigogolare sui massimi sistemi dosando alla perfezione gli argomenti e le possibilità, il bene e il male, può sembrare saggio, ma alla fine porta al nulla. O alla banalità lancinante dell’ “altra europa” che in realtà potrebbe nascere solo se la politica dei singoli Paesi venisse ribaltata in senso democratico e dunque sovrano. Ma paradossalmente la sinistra vive la questione nazionale o nel letto di Procuste dello stalinismo e dei suoi sistemi di determinazione, oppure da concezioni affini a quelle del globalismo e cioè che gli stati sono resi anacronistici dalla mondializzazione dell’economia. Sono teorie espresse ai loro tempi da Rosa Luxembourg e da Trotsky, ma si riferiscono a stati a democrazia appena abbozzata e nei  quali il nazionalismo (non la sovranità, ma la sua caricatura) era un’arma delle classi dominanti per reagire alle lotte sociali. Oggi siamo in una situazione esattamente contraria nel quale l’antinazionalismo è diventata l’arma del capitalismo per arginare il desiderio di cittadinanza demonizzandolo e facendolo apparire altro. Del resto l’universo non è statico, ma dinamico e spesso idee e concetti cambiano di segno esattamente come le libertà individuali hanno svolto un ruolo positivo tre secoli fa e oggi sono la Bastiglia nella quale giacciono le libertà sociali.

Bene voglio proprio vedere quanto camperanno quelli che non scelgono.

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Il declino dell’Italia raddoppia

image (1)In tempi non lontanissimi, ma che ormai appaiono evanescenti e circonfusi dalla nebbia azzurrina della distanza, qualcuno sperava che l’Europa potesse cancellare i vizi del capitalismo italiano, altri che potesse essere un bastione laico contro la tracotanza delle politiche confessionali, altri ancora vi vedevano una grassa mucca da mungere oppure una sicurezza contro i deficit pubblici tanto da volere ad ogni costo l’euro e alla fine anche la parte rimanente, quella che aveva sempre avuto in sospetto la costruzione continentale, orbata della sua ideologia pensò di ripiegare su questo succedaneo dell’internazionalismo, non accorgendosi che era una patacca.

Anche dopo la deflagrazione della crisi quando il reazionarismo delle elites europee e il loro sogno di riduzione della democrazia per via monetaria e comunitaria si spogliò degli orpelli retorici d’antan, una certa parte continuò imperterrita a disprezzare le “piccole patrie” in nome di un internazionalismo senza più i soggetti dello stesso e in nome di questo a turibolare l’unione continentale nonostante i guasti che essa produceva proprio sulle masse popolari. Ora queste vedove di seconde nozze possono anche spegnere la candelina sotto l’immagine del caro estinto, perché le ultime mosse scioviniste di Macron, salutato come il salvatore dell’Europa dal nazionalismo, dimostrano ancor meglio dei diktat di Berlino che la Ue è attraversata da due correnti: da una parte il cosmpolitismo neo liberista di stampo nord americano che ha in odio le sovranità e le cittadinanze, all’altra dalla permanenza di nazionalismi a cui vengono delegati gli ultimi scanpoli di sovranità in funzione di consenso.

Queste due correnti potrebbero sembrare contrarie e contraddittorie  ma in realtà agiscono in sinergia mettendo gli egoismi nazionali al servizio della rapina di sovranità che di fatto si traduce in furto di rappresentanza e di democrazia. Questo non dovrebbe stupire più di tanto visto che anche negli Usa la maniacale battaglia contro ogni tipo di intervento pubblico e statale oltre al disconoscimento delle priorità sociali, secondo il dettato delle filosofie liberiste, si coniuga a ossessioni di dominio globale in un insieme nel quale una cosa regge l’altra. Ma di fronte al chiaro intento dell’Europa carolingia di papparsi in un modo o nell’altro quella mediterranea, al palesarsi di questi imperialismi locali e impropri che l’unione europea avrebbe dovuto cancellare per sempre, tenersi ancora attaccati alla bombola dell’europeismo di maniera rasenta i confini della stupidità o della distrazione colposa di discorso pubblico. In un certo senso è penoso vedere gli spregiatori delle piccole patrie arrabattarsi ora che la loro piccola patria viene risucchiata da altri senza che essi possano fare o dire più di tanto. In prospettiva quanti italiani perderanno il lavoro per l’assalto francese alla Libia e la nazionalizzazione dei cantieri Saint Nazaire dovendo ringraziare quel Macron che molta parte della sinistra smarrita oltre a quella falsa e ipocrita  del renzismo e piddismo, ha portato sugli scudi, per evitare il nazionalismo?

Ci vorrebbe almeno un mea culpa che tuttavia non arriverà, più il progetto europeo, appassisce, più si allontana dalle sue mete ideali, più diventa un progetto con un grande avvenire dietro le spalle, più si fingerà di crederci e magari si tenterà di entrare nel meccanismo di gestione del massacro sociale e della corsa alla disuguaglianza, come è accaduto per molta parte delle socialdemocrazie. Si fingerà ancora di credere nei destini salvifici dell’euro e dei trattati ad esso collegati che hanno creato i maggiori squilibri nel continente da secoli o magari ci si appiglierà ai quantative easing della Bce che non ha migliorato per nulla le cose visto che di tutto si aveva necessità tranne che di denaro in una crisi da sovrapproduzione, ma che in compenso ha accelerato il passaggio di risorse verso i ricchi. Un ceto dirigente fallimentare ci sta vendendo un futuro che è già il passato, un Europa federale che è in realtà l’Europa del più forte, dimostrandosi incapace sia di tutelare gli interessi nazionali, sia di attenersi alle regole del sovranazionalismo capitalista.  Si apre l’epoca delle piccole patrie ingiuste.


L’era del nazionaliberismo

Italy To Reinstate Border Control At Brenner Pass

I migranti non si stanno accalcando ai confini dell’Austria, anzi non c’è proprio nessuno, eppure il governo  austriaco sta costruendo in tutta fretta il muro di controllo al Brennero, fregandosene dei blandi richiami di Bruxelles, demolendo senza remore Schengen e temendo in realtà l’invasione di “schede straniere” al potere locale, al  partito della nazione democristiano socialista che è dato perdente  alle elezioni presidenziali del prossimo 27 aprile. Temono che l’opinione pubblica premi il nazional liberismo in ascesa, il nuovo mostro in agguato sul continente, lo strano animale nato dai resti della chimera europeista, l’ossimoro politico che coniuga il globalismo liberista e il nazionalismo più becero.

Non è soltanto l’Austria o i rimasugli di una mitteleuropa massacrata da Wilson e dai francesi ad essere investita dal nuovo mostro, manche parti più lontane del continente, dall’Olanda, alla Finlandia alla stessa Germania. Il fatto è che appare sempre più paradossale e inattuale un continente che ritorna ad essere attraversato dai confini (per la cronaca quello al Brennero costerà  all’economia italiana 170 milioni l’anno), ma che per volere dei banchieri è inchiodato alla croce dell’ euro, strumento insostituibile di massacro sociale e di passaggio dalla democrazia all’oligarchia. Ci sarebbe da rivedere tutto, da prendere coscienza dello sgretolamento dell’Europa nelle attutali condizioni e cambiare strada per costruire qualcosa di più solido e di più giusto. Ma non si osa farlo, non si vuole farlo e soprattutto le elite non sono capaci di pensare altro.

La Ue  e l’ultraliberismo nel quale è stata forgiata negli ultimi trent’anni è un feticcio troppo utile all’ascesa delle oligarchie, allo smantellamento dello stato democratico e delle sue tutele perché si corra il rischio di ripensarla anche quando l’edificio è in evidente pericolo: la si mantiene così com’è accettando qualsiasi cosa,  dalla rinascita delle frontiere, alla concessioni di status di fatto completamente slegati dalle regole dell’Unione come è accaduto per la Gran Bretagna, dal silenzio riguardo ad autoritarismi di ogni genere fino al sostegno a regimi neonazisti. L’importante è che rimanga la struttura di comando che trascina verso la globalizzazione liberista ed è qui che a mio giudizio s’innesta il ragionamento: per evitare che nei singoli Paesi i quali dopotutto sono ancora i garanti di quei diritti di cittadinanza che si vogliono scardinare, si sviluppino movimenti che si oppongono all’internazionale liberista, si tollera e in qualche caso si alimenta sottobanco il nazionalismo più becero e demenziale, la balcanizzazione di pancia che dà solo l’illusione di poter decidere del proprio destino attraverso azioni simboliche come i muri e le frontiere.

L’importante è che non si possa decidere sul bilancio, che il welfare vada a picco e che le multinazionali e i grandi gruppi finanziari siano investiti di autorità legislativa col Ttip. Se per raggiungere questo scopo occorre “compensare” le opinioni pubbliche disorientate e malmostose con le più grossolane quanto ingannevoli stigmate del nazionalismo tanto meglio: si consoleranno con questo pastone nella gabbia della disuguaglianza. Paradossalmente ciò che costituisce un fallimento per l’idea d’Europa finisce per essere uno strumento di conservazione questa Europa.


La fine dell’ “euroforia”

oxi-greciaIn questa lunga estate calda pare che nessuno si sia davvero accorto del referendum greco e del suo significato: la determinazione a destra è quella di consideralo un disgraziato intoppo da punire per evitarne altri in futuro, nella ex sinistra europeista c’è la tentazione di vederlo come un valoroso incidente concludendone che ci vuole più Europa. Le altre variegate opposizioni lo giudicano come un esempio di democrazia soffocata, ma pochi si accorgono che esso è stato un momento di svolta, una biforcazione nella storia perché per la prima volta i ceti popolari hanno espresso con chiarezza , pur in condizioni drammatiche, la volontà di mettere fine a decenni di integrazione europea neo liberista. E’ questa la vera novità e non la socialdemocrazia egea per non dire levantina di Syriza.

Da vent’anni non si aveva una frattura così visibile e chiara nell’ “euroforia” creatasi attorno a Maastricht e alla moneta unica, quella che nel documento di Lisbona del 2000 prometteva di fare della Ue ” l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita duratura accompagnata da più lavoro e di migliore qualità e da una grande coesione sociale”. Nulla di tutto questo si è mai realizzato, si trattava di illusioni mal riposte nel migliore dei casi o di inganni nel peggiore: andando a ritroso non si vede altro che una sequenza ininterrotta di sconfitte. Le performance della zona euro sono sempre state modeste  e inferiori a quelle delle altre aree del mondo anche prima della crisi, mentre dopo con le dottrine austeritarie si è prodotto una specie di collasso. La stessa Ocse, nella tabella che segue racconta questa storia a cui del resto ha ampiamente partecipato, mostrando la linea del Pil effettivo e quella del Pil atteso che poi significa un peggioramento del debito e circa 45 milioni di disoccupati.

grafico ocse

Nel frattempo e’ anche venuto meno il mito della convergenza inter europea che la moneta unica avrebbe dovuto favorire: anzi le differenze fra il centro e la periferia sono aumentate enormemente, senza che  i sacrifici e le sofferenze abbiano portato a nulla visto che il rapporto debito /Pil è aumentato  praticamente dovunque. E assieme ad esso sono aumentati gli squilibri commerciali per i quali i criteri neo liberisti non offrono alcun rimedio, anzi aggravano le differenze di sviluppo.

Così la governance europea si è trasformata in una macchina per la guerra di classe al contrario, anzi essa ha sfruttato la crisi per esautorare i Parlamenti nazionali, titolari della residua rappresentatività, favorire la formazione di esecutivi amici agli ordini di Mario Dreaghi ex vicepresidente di Goldman Sachs, ora governatore della Bce, che ha tradotto le intenzioni in ricatti. E del resto alla politica cieca del banchismo autoritario condotta fino a ora si è aggiunta l’autorevole benedizione del capo economista dell’Fmi, Olivier Blanchard il quale si è fatto difensore della teoria oligarchica: “Attraverso il gioco della democrazia i cittadini greci hanno fatto sapere di non volere certe riforme. Ma noi crediamo che certe riforme siano necessarie”. Va notato – perché acquista un significato decisivo – che il medesimo Blanchard due anni fa sostenne di essersi sbagliato nel ritenere che i tagli di spesa pubblica portassero beneficio al Pil , anzi lo affossavano.  E tuttavia i massacri sociali in nome del bilancio, funzionali alla rinnegata teoria austeritaria vengono comunque considerati necessari. E questo svela come rigidità, errori, illusioni non siano che una faccia della medaglia, l’altra è un disegno politico, più o meno consapevole, focalizzato sugli interessi del capitale, del mercato e della moneta considerati come esclusivi e comunque prevalenti su tutto.

In questa situazione si sono create potenti forze centrifughe che spesso fanno ricorso a ciò che trovano nel cassetto del passato o in quello dei facili cattivi istinti, all’esasperato sciovinismo o gingoismo come nel caso della Gran Bretagna oppure al separatismo per arrivare alla xenofobia che esplode inaspettata anche su insospettabili e autorevoli  media. E’ abbastanza normale dopo una stagione di pensiero e verità uniche che hanno desertificato l’orizzonte mentale, anche se si tratta di reazioni che potremmo chiamare di estremo centro perché non propongono nulla di realmente alternativo al regno del mercato e del capitale che oggi ha avuto un’evoluzione maligna per cui o è globale o non è. D’altro canto anche gran parte della sinistra residuale si è limitata a un’ altalenante e blanda opposizione all’austerità, ma senza la capacità di contestarne gli strumenti e senza nemmeno essere in grado di delineare alternative di sistema. Così tra la fedeltà all’euro e la demonizzazione dei nazionalismi è divenuta la miglior alleata della finanza.

Alternative  che sono invece essenziali per creare un capitale di idee, di speranze e di progetti in grado di far sopportare i costi immediati di una rottura con la governance europea in vista di vantaggi a più lungo termine. Per questo il referendum greco si pone come una biforcazione storica: perché ha dimostrato che una popolazione avvilita e umiliata era in maggioranza decisa a sopportare i costi di questo distacco, nonostante la consultazione sia stata probabilmente lanciata per mostrare il contrario. E perché la risposta violenta a questa libera espressione ha reso evidente che non c’è altra europa possibile in queste condizioni. Tutto sta a capirlo.

 

 


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