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Non facciamoci riconoscere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio raccontarvi un episodio di vita vissuta. Per ragioni famigliari conoscevo bene un Presidente del Consiglio che si era reso impopolare per via dell’imposizione di un prelievo sui conti correnti. Ebbene, camminavo per Via del Corso, quando si ferma un’alfetta blu e ne scende proprio lui, mi si avvicina e mi chiede notizie dei miei congiunti.

E’ un’ora morta, non gira nessuno salvo una coppia di coniugi di mezza età, lui con un’aria modesta a intimorita, lei col cappottino con il collo di pelliccetta e una di quella immancabili borsette rigide. E ecco che mi si avvicina brandendola come un’arma impropria che mi colpisce mentre lei strilla contumelie contro di me colpevole di “essere in amicizia” con quello che le ha sfilato quattrini sudati dal conto. Ho ricostruito il quadretto non per sottolineare la persistenza nel costume patrio di dirottare il dissenso su stadi intermedi e contigui piuttosto che sugli attori protagonisti e colpevoli del danno, ma per riportare la frase con la quale il marito impensierito la apostrofò, tirandola via: Non facciamoci riconoscere!

Non facciamoci riconoscere è da sempre il primo comando di ceti piccolo borghesi preoccupati di non essere accettati in alto, di non saper celare origini modeste, convinti che sia necessario nascondere come una vergogna povertà, debiti, e soprattutto istinti di ribellione, inaccettabili per principali e dirigenti, deplorati dagli opinionisti della stampa locale, che vanno repressi e confinati in certi tinelli magistralmente illustrati dalla matita di Novello.

Adesso, quando continuano a dirci che provvidenzialmente è stata superata la divisione in classi, come quella tra destra e sinistra, concetti arcaici da quando l’odio sociale viaggia alla rovescia, ricchi contro poveracci e oligarchi contro plebei, da quando ci è negato il riconoscimento di classe disagiata per promuoverci a società signorile di massa, che comprende tutti quelli che godono di ben 500 euro sopra lo standard base di sopravvivenza, ecco adesso Non facciamoci riconoscere è l’invito che arriva dall’alto ma anche orizzontalmente e perfino dal basso, ogni qualvolta dimostriamo sfrontatamente di voler reagire, nemmeno con una sassaiola, men che mai prendendo una bastiglia, ma esprimendo la nostra collera a parole, diritto ormai largamente circoscritto e censurato.

E difatti basta guardare i commenti, ma non solo sulla stampa che non siamo più autorizzati a chiamare “cocchiera”, anche se ogni giorno rimpiangiamo Agenza Stefani e notiziari Luce,   sui social, sui blog, alla circolazione di pensierini in rete, in merito ai disordini di ieri quando migliaia di ambulanti e ristoratori hanno protestato in più città italiane contro le chiusure delle loro attività e per chiedere immediate riaperture. Ci sono stati scontri a Roma, davanti a Montecitorio, dove alcuni manifestanti hanno cercato di sfondare le transenne lanciando bottiglie contro la polizia, che ha risposto con le tradizionali “cariche di alleggerimento”. A Milano gruppi di ambulanti si sono riuniti in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione centrale, e hanno fermato il traffico sulla circonvallazione. Sull’A1 centinaia di operatori dei mercati hanno parcheggiato in mezzo alle carreggiate camion e furgoni nei pressi dello svincolo per Caserta Sud, bloccando l’autostrada per ore.

E tutti a sottolineare l’infiltrazione di gruppi organizzati dell’estrema destra,  a dargli addosso per toni, slogan e grida “fascistoidi”, a recriminare che se alla manifestazione presenzia Sgarbi, reo di non essere sottosegretario nel governo dei Migliori, allora la credibilità è compromessa, che se berci come in Salvini d’antan, ormai redento e affiliato, se dai in escandescenze sputazzando dietro la mascherina come un energumeno o un Grillo qualunque, ormai arruolato nel sobrio progressismo, allora legittimi le istanze di chi vuole censura e repressione, Tso e sanzioni, perché appunto ti sei fatto riconoscere, come antidemocratico, populista, no vax e negazionista, in sostanza “fascista”.

 Ormai il discrimine è quello segnato da reticolati profilattici che coincidono con quelli di ordine pubblico, da quando la crisi sanitaria ha imposto non solo imperativi e obblighi di “sicurezza”, ma comandamenti “morali” incentrati sulla “responsabilità” in carico unicamente alla gente normale, essendo decisori e padroni automaticamente esonerati per via dell’alto compito affidato loro dalla Provvidenza,  sulla centralità delle pratiche penitenziali richieste dall’emergenza, secondo le quali sono ormai proibiti ogni piacere e  ogni gratificazione, oltre ai diritti da subito sospesi, compreso il voto,  per via del lutto.

Che poi anche quello è a carico di tutti fuorché di quelli che hanno contribuito allo smantellamento del sistema di cura e assistenza, che hanno prodotto tali danni sociali o da autorizzare l’accelerazione del passaggio da adulti che devono contribuire allo sviluppo ritardando l’età pensionabile a  vecchi inutili da conferire in Rsa, lasciar morire soli nelle corsie dei lazzaretti, come se la loro fine precoce e solitaria rispondesse ai criteri di leggi naturali, da dividere la popolazione, in aggiunta alle consolidate disuguaglianze, in esposti al rischio in qualità di “essenziali”, sommersi in posti di lavoro insalubri, mezzi pubblici affollati, e “salvati”, almeno dal morbo, che nella rovina siamo destinati prima o poi a precipitare per via di tagli alle remunerazioni, variazioni contrattuali, diminuzione del potere d’acquisto.

Ma non basta, ci vengono date anche regole di comportamento improntate al bon ton del politically correct, che impongono che, prima di ogni cauta obiezioni vengano esibite le doverose credenziali di appartenenza al consorzio civile, estatica idolatria della scienza incarnata dalle health-star, esibizione anche sul profilo della celebrazione del rito vaccinale, ridicolizzazione dei dissidenti e dei dubbiosi annoverati tra terrapiattisti e orfani del mia abbastanza compianto Giulietto  Chiesa, si aderisca alle regole dei vecchi servizi d’ordine in odor di stalinismo alle manifestazioni del passato remoto, non accettare la provocazione, non rispondere con reazioni violente alla violenza, come se in situazioni di evidente soppressione di diritti e democrazia spettasse alle vittime rispettarne a tutti i costi i criteri e le regole cancellate, accettandone di nuovi, mai abbastanza provvisori, incompatibili con una gamma di valori e principi che sembravano accettati e inalienabili, in una parola, ingiusti.

Non facciamoci riconoscere, è un invito alla moderazione rivolto anche a me ieri, che mi sono resa colpevole di aver adombrato delle  motivazioni per la insana spesa di oltre 250 milioni di euro per la realizzazione di campi di accoglienza per popolazioni costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Oltre alla ipotesi che si trattasse di una specie di recovery senza restituzione dedicato a soggetti esclusi dalle elargizioni pandeconomiche, o che fosse un argomento in più a disposizione della narrazione millenaristica con l’aggiunta di altre catastrofi (qualcuno continua a rammentarci che sarebbe prossima un’invasione di extraterrestri stufi delle nostre intemperanze), mi sono permessa di immaginare che in previsione dell’aumento della scontentezza e del disagio, si sia pensato di confinare sfrattati e disoccupati effetto dei prossimi sblocchi, in situazioni di marginalità per contenerne il rischio sociale. A me parevano tutte e tre e quasi alla pari, motivazioni inique e deplorevoli. Macché.

Apriti cielo, mi sono fatta riconoscere come visionaria apocalittica, pericolosa per la causa comune che esige di contenersi mimetizzandosi nel pensiero mainstream, nei suoi modi di comunicazione, nei suoi stilemi.

E poi per uno i soldi sono pochi, sarà una pastetta delle solite, come se non fosse oltraggioso destinare un investimento considerevole per sfamare chi ha pane, per altri invece, sarebbe una ipotesi irrealistica, come se non superasse qualsiasi fantasia malata e cospirazionista il film di un paese costretto da un anno a andare in rovina, a rompere vincoli sociali e familiari, a mascherarsi per riconfermare l’opportunità di non sorridersi, parlarsi, baciarsi, a perdere beni, istruzione, libertà per tenersi stretta una sopravvivenza, intesa come immunità, incerta e provvisoria, da una specifica malattia, solo quella.  

Ma non sarà ora di farci riconoscere per quel che siamo, umiliati, incazzati, traditi, offesi e per quello che  vogliamo invece essere? Liberi di pensare, dubitare, esprimerci, criticare, desiderare, capire, sapere e far sapere?  


Dove vai, ragazzo in bicicletta?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando pedalo i problemi della vita spariscono. È una delle poche attività che mi permette di staccare completamente e non pensare ad altro”.

La dichiarazione ripresa da un libro uscito un anno fa “Lavoro alla spina, Welfare à la carte” è di un dipendente di un food delivery.

E la dice lunga su uno degli effetti corruttivi dell’occupazione offerta dalle piattaforme: la precarietà più sregolata, che combina caporalato e cottimo, viene intesa come una opportunità per godere di una certa “indipendenza”, grazie alla  quale ci si illude di poter  scegliere come e quando lavorare. E in virtù della quale ci si convince di essere autonomi: si interagisce virtualmente con un “padrone” immateriale, si è apparentemente esentati  dagli obblighi della subordinazione, che però è quella che garantisce le poche tutele ancora concesse in rapporti che sono sempre più caratterizzati da regole commerciali.

Il fatto che la relazione sia virtuale fa sottovalutare di essere soggetti a un sistema di controllo e verifica dell’efficienza e efficacia della prestazione ancora più  feroce, perché è quello a stabilire se il dipendente avrà chiamate, se macinerà chilometri e tagliandi oppure se verrà coinvolto sempre meno e con minor profitto, anche per via  della valutazione capricciosa dei clienti chiamati a dare un voto al “prodotto pony”.

Adesso che il Covid ha imposto l’amazonizzazione dell’economia, le cose sono peggiorate. Il sistema di commercializzazione, logistica e distribuzione delle  piattaforme ha perso qualsiasi  carattere che non sia quello della schiavitù, che permette ad Amazon  di trarre vantaggio dalla messa fuori gioco del commercio tradizionale accumulando 25 miliardi di dollari di profitti in più, con guadagni cresciuti del 197% e vendite aumentate del 37% superando i 96 miliardi di dollari, favorite dallo spostamento delle abitudini di consumo verso gli acquisti on line effetto del lockdown.

In realtà più del 50% dei suoi utili   non è dato dall’e-commerce, ma dalla vendita e dalla gestione di dati messi sul mercato, a significare che i dipendenti non sono il vero irrinunciabile motore del guadagno e il rendimento non ne soffre se sono maltrattati, umiliati, comprati e affittati a poco prezzo in un sistema che cresce e si muove e circola senza oggetti, prodotti, derrate e manufatti.  

Consiste in questo il grande successo del modello di Bezos che via via ha saputo combinare il capitalismo delle merci, quello speculativo e quello dell’informatizzazione, diventato il più fertile perché concorrono volontariamente all’accumulazione e ai guadagni dell’impresa tutti quelli che cedono e fanno circolare dati, una merce che non richiede lavoro ma che genera utili, in cambio di servizi che ritengono siano  gratuiti e regalati, come nel caso di Prime.

Intanto fuori dallo stabilimento di Amazon dell’Alto Polesine sostano da mesi i camper: sono quelli dove dormono, mangiano, vivono, se quella si può chiamare vita, i dipendenti a tempo determinato dell’azienda, che non hanno garanzie da esibire per affittare o mantenere una casa. Ma il contagio indiretto della barbarie della forma che ha assunto il gigantismo bulimico delle multinazionali si esprime in altri modi, condiziona scelte e consumi, influenza l’immaginario e consolida, oggi più che mai, la narrazione di masse avide e insaziabili di cibi, merci e fescennini da accontentare con l’edificazione di altri tempi nei quali bighellonare, guardare vetrine sognando acquisti e officiare i riti della socialità espulsi dalle piazze.

In Emilia Romagna  Bonaccini chiude i mercati e i mercatini mentre risparmia Coop e Gdo, Merola  a Bologna inaugura con pompa trionfalistica  il People Mover che  collega l’aeroporto di Bologna-Borgo Panigale – da mesi una cattedrale nella quale non si officiano né arrivi né partenze – con la stazione di Bologna Centrale, allegoria estemporanea dell’alleanza costruttivista tra pubblico e privato, e che replica l’insensato ampliamento dell’aeroporto di Parma sulla base di un progetto fotocopiato  da quello di Orio al Serio di Bergamo.

E nemmeno ci provano a dire che sarà al servizio del “turismo che non c’è”, visto che in meno di un giorno Amazon sceglie nelle vicinanze un lotto di oltre 10 mila mq e se lo compra per realizzare un centro smistamento, di cui si fa testimonial l’Unione Industriali che ne promuove il potere di attrazione per altre imprese di logistica, contribuendo ad allargare l’azionariato dello scalo, già aperto all’arrivo di un  partner estero, forse  Etihad, a imprese interessate al nuovo polo con contorno di concessioni, autorizzazioni e permessi.  

Così  si consolida il trionfo delle grandi catene commerciali, della  distribuzione compresi quelli take away, e  di intrattenimento come Netflix e  Prime, per promuovere il consumo da casa “prodotto”  da forza-lavoro sottopagata, sfruttata e talmente umiliata che in questi giorni si può leggere su Facebook lo stato  di una entusiasta dipendente di Amazon che celebra la ditta che “pensa” ai suoi lavoratori con una strenna di 300 euro, una mancia buttata in bocca agli affamati né più né meno delle elemosine e dei ristori governativi elargiti discrezionalmente  tutta quell’economia di prossimità che sta fallendo, ridotta alla fame insieme ai suoi addetti: turismo, ristorazione, artigianato, piccoli aziende alimentari e allevamenti.

Sarà anche vero che il capitalismo sta vivendo una crisi profonda, sarà anche vero che si sta accelerando quel processo autodistruttivo che potrebbe portarlo al suicidio.

Ma c’è da temere che sia più vero ancora che macina un successo dietro l’altro per quando riguarda la distruzione di ogni resistenza da parte degli sfruttati nel cui esercito sempre più informale  e precarizzato sono entrati a far parte,  inconsapevolmente,  anche soggetti qualificati e “creativi”  che si realizzano nell’ambito dell’informazione, della digitalizzazione  e della conoscenza, culturalmente più preparati e dunque potenzialmente  più emancipati, che non percepiscono o rimuovono di trovarsi nella stessa situazione del commesso o dell’operaio o del sottoccupato stabile, quello che si è ricavato una sua cuccia augurandosi di poterla mantenere o che addirittura, succede in Glovo, in Just eat, diventa “imprenditore” costruendosi una rete cui appalta il servizio di consegna che dirige dal Pc di casa.

Si tratta di categorie escluse dal sistema di protezioni e di garanzie del welfare tradizionale, esteso non più solo ai giovani e che è costretto a rivolgersi a forme di tutela aziendale e corporativa comunque privata, proprio quelle promosse da anni dalle multinazionali che hanno creato fondi pensionistici, assicurativi, assistenziali cui i dipendenti contribuiscono realizzando il prodigio di essere sfruttati due volte, con la intermediazioni dei sindacati ormai retrocessi a patronati e agenti adibiti alla commercializzazione di servizi.

Come siamo caduti in basso anche in materia di profezie con la verifica di quella di Buffett quando se ne uscì con la stranota battuta “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. La moltiplicazione delle forme di lavoro e dei contratti che le regolano, le disuguaglianze di trattamento e di accesso all’interno del mercato hanno ostacolato e ormai minato definitivamente la possibilità che si coaguli e agisca un soggetto collettivo unitario in forma di “classe”, difensiva e antagonista.

 Non lamentatevi di non avere il cenone di Natale “con i tuoi”, se non vi siete meritati quel “pranzo di gala”.  


Nostra Signora dei like

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle accuse che mi vengono mosse più di frequente – subito dopo radical chic- è che “non mi va mai bene niente”. Immagino sia vero, perché non mi viene mai in mente qualcosa di promettente, che funzioni, che risponda a bisogni e aspettative.

Ho premesso questa nota autobiografica perché ho mai nutrito né fiducia né simpatia per una organizzazione che per combattere le lobby ne mutua modi e tratti diventando a sua volta lobby, la cui influenza cresce man mano che aumenta il potere intimidatorio conquistato a suon di compromessi “doverosi” in nome della buona causa, di negoziati non sempre trasparenti, di vicende giudiziarie che evaporano nell’oblio di anni di cause e ricorsi.

Ma non è per questo che  ho mai seguito con particolare interesse ascesa e declino del Codacons, anche prima della svolta in difesa dell’ortodossia cattolica:  è che mi ostino a pensare che bisogna tutelare i diritti dei cittadini – uomini, donne, vecchi, bambini, lavoratori, disoccupati, sani, malati, utenti, agnostici, laici, praticanti –  in quanto tali, e non in veste di consumatori, come invece ci hanno insegnato a fare i nostri colonizzatori e un imprenditore prestato alla politica che ha realizzato da noi  il sogno americano  di commercializzare e trasformare la realtà  in spettacolo a pagamento, gli elettori in spettatori, i tribunali in Forum, la buvette in mercatino del baratto, la comunicazione politica in talkshow.

Però bisogna comprendere se, via via che scemava l’ascendente sul pubblico, via via che si è ridotta l’autorità di stati intermedi: partiti, sindacati, associazioni polverizzate in una miriade di soggetti di consulenza, aiuto, assistenza, che navigano nel mare virtuale, la prestigiosa “Associazione di associazioni” ha perso la testa alla ricerca di bersagli, battaglie, slogan. 

E così, spericolatamente, ha imboccato una temeraria via sacra,  denunciando per blasfemia Chiara Ferragni il cui viso ha sostituito quello della Madonna in un dipinto   del Sassoferrato, a corredo di una intervista al marito su Vanity Fair.

Accusandola, solo ora dopo le visite pastorali agli Uffizi o a Venezia dove le è stato donato in segno di gratitudine per la pubblicità offerta alla “ridente cittadina veneta” (il copyright va a un  lontano Tg3), accusandola in sostanza di fare il suo mestiere che le ha regalati fama e denaro: sfruttare la religione e le sue icone a scopo commerciale  “essendo noto come sia una vera e propria macchina da soldi finalizzata a vendere prodotti, sponsorizzare marchi commerciali e indurre i suoi follower all’acquisto di questo o quel bene”.

Come al solito, il problema con le cretinate più sciagurate è che ti tocca difendere l’indifendibile, così succede di prendere le parti perfino di una che si è venduta le doglie e il parto,  che campa sfoggiando schifezze globali in modo che il motore dell’invidia consigli gli incauti acquisti, vivendo e mostrandosi in stato perenne di donna sandwich per fare il marketing di se stessa, del suo e di altri marchi, imputata in veste di marcante nel tempio da qualcuno che a sua volta vuole riconquistarsi una fetta di mercato con il suo  spot a sfondo religioso firmato neo-Inquisizione.

Però, quello che non è francamente sopportabile è che ai milioni di follower portati a giustificazione della resa davanti alla funesta imprenditrice di se stessa e di dozzinali puttanate di direttori di musei, sindaci, pensatori, adesso si siano aggiunti gli “antifascisti” folgorati da una sua profonda analisi su Instagram effettuata in occasione della morte di Willy, un delitto, ha scritto,  maturato nella “cultura fascista e razzista”.

Giù le mani dalla partigiana Chiara, il messaggio  circolava in rete, sui social e sui giornaloni.

La verità è che se proprio si vuol riconoscere un merito alla Ferragni è quello di capire tempestivamente quali prodotti funzionano sul mercato “morale” e sociale, riconoscendo il valore commerciale dell’antifascismo, che fa vendere “fermenti” che manifestano a sostegno dell’establishment, candidati che cantano Sciur paròn dali beli braghe bianche ma aspirano a mettere al lavoro nei campi gratis quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o a costi stracciati gli immigrati che così possono comprarsi la regolarizzazione provvisoria, fini opinionisti che concepiscono l’accoglienza incarnata da camerierine in grembiulino e crestina e giardinieri in livrea nel giardino di Capalbio.

Tra tanti stracci sontuosi delle Grandi Griffe, Ferragni ha scoperto che funziona  altrettanto bene delle pezze multicolorate e delle scarpe cucite dai ragazzini del Bangladesh, promosse a oggetto di culto grazie a lei, qualcosa che costa, che ormai si trova su tutti gli scaffali del pensiero comune insieme alla paccottiglia del cosmopolitismo,  dell’integrazione di badanti e muratori, purchè declamatori di Dante, dell’antirazzismo che si configura come contrasto all’energumeno  che ha avuto la capacità di suscitare odio redentivo, come se il semplice detestarlo avesse la virtù di purificare da ogni peccato.

E chi meglio di lei potrebbe impersonare l’antifascismo di facciata, quello che non elabora il passato, preferendo riconoscere solo nel suo tragico folclore i segni del presente,  rimuovendo la sua continuità nell’avidità di accumulare ricchezze, di sfruttare popoli e risorse, di manomettere territorio, memoria, verità, di abbattere la scure della censura sui dissidenti, di organizzare spedizioni coloniali, di zittire o eliminare concorrenza ideale, di imprigionare chi obietta e preferibilmente farlo fuori, di condurre pogrom  orchestrati contro un nemico a piacere scelto per legittimare una guerra o una purificazione.

Tocca sempre ripetersi, un antifascismo senza riscatto dei sommersi, degli sfruttati, degli emarginati è  diventato una cifra irrinunciabile per ceti che  desiderano sentirsi ancora borghesi, superiori socialmente, culturalmente e dunque moralmente e che ne impiegano le griffe ricamate, gli slogan aggiornati, le cover degli inni a cura dei rapper per giustificare idealmente il mantenimento dei  loro privilegi e del loro status sociale  e etico.

Se la meritano quella madonnina del Perdono, che monda dai loro peccati.


American drums

minneapolisriots2_hdvSe volessimo descrivere lo stato dell’occidente e delle sue elite non potremmo trovare di meglio che le rivolte in Usa: mentre le strade bruciano e le minoranze “non respirano” più il sogno americano, Trump twitta sulle violenze che avverrebbero ad Hong Kong, come fosse un Nerone che pensa allo spettacolo. Questo con un sistema dei media che in poche ore ha dimenticato completamente la terribile pandemia, quasi non fosse mai esistita, cosa che del resto è assai più vicina alla verità delle montagne di apocalissi e balle accumulatesi in tre mesi. Insomma l’ipocrisia è precipitata in cristalli perfettamente trasparenti che mostrano la gestione del potere al tempo del globalismo. Di rivolte piccole e  grandi a sfondo razziale in Usa sa ce ne sono sempre state, a prescindere dalle amministrazioni in carica, sono come dire il risultato di una somma algebrica di una società multietnica, ma ferocemente monoculturale, tra l’uguaglianza formale  e la disuguaglianza strutturale che non trova nella costituzione, nelle leggi e nel costume un ponte adeguato, ma in questo caso la sedizione sembra più ampia, si allarga alle altre minoranze e ai bianchi stessi, sembra vivere non dell’ennesimo episodio di brutalità poliziesca, ma  di un malcontento profondo che si sta accumulando e su cui è caduta l’ultima goccia dei licenziamenti da Covid un’episodio che sembra più nascere dalla mafia farmacologico- sanitaria che dal debole coronavirus.

Di certo tutto questo non porterà a nulla di concreto anche perché, come qualcuno ha fato notare, in Usa non ci sono ambasciate americane o Ong che paghino e organizzino i rivoltosi per un regime change e tuttavia i moti di questi giorni hanno perso il carattere di esplosione razziale per assumere invece un carattere di classe che viene negato dall’informazione ufficiale, ma che si intuisce come un’ombra inquieta dietro al caos, come una presenza silenziosa dietro le battaglie  tra  Antifa e Bogaloo bois. Si tratta di uno stadio rudimentale di lotta che non ha prodotto alcuna struttura politica, né alcun  leader, ma che è chiaramente alimentata dall’impoverimento e del debito perpetuo causato dal “nuovo mondo” della globalizzazione che era stato indicato come una strada di  solidarietà, cooperazione, sviluppo e si è invece risolta in una dittatura internazionale dei mercati e dei soggetti che sono in grado di condizionarli. A questo il potere americano risponde come ha sempre fatto anche se finora solo fuori dai confini con l’apparato militare: le truppe della 82a divisione aviotrasportata, della 10a divisione di montagna e della 1a divisione di fanteria – quelle che hanno perso le guerre in Vietnam, Afghanistan, medioriente  e Somalia – sono state dispiegate nella base aerea di Andrews vicino a Washington, sperando di aver maggior fortuna contro i proprio stessi cittadini.

Si delinea perciò la medesima logica che ha sotteso le vicende epidemiche non solo in Usa, ma in quasi tutto l’Occidente: le forme più grossolane di controllo con la polizia che  serve come giudice, giuria e carnefice, passano da essere il bastone per le classi inferiori a  una realtà per tutti quelli che resistono al continuato incanalamento di potere e ricchezza verso l’alto. Sta insomma accadendo ciò che Sheldon Wolin aveva previsto una dozzina di anni fa con la sua teoria del “totalitarismo invertito”: “Siamo tollerati come cittadini solo finché partecipiamo all’illusione di una democrazia partecipativa. Nel momento in cui ci ribelliamo e ci rifiutiamo di prendere parte all’illusione, il volto del totalitarismo invertito prenderà il volto dei precedenti sistemi di totalitarismo.” Insomma George Floyd soffocato da un poliziotto che probabilmente è un reduce di qualche guerra americana e/o membro di una delle polizie private che fanno lavoro esternalizzato per quella ufficiale, è soltanto una scintilla che ha dato fuoco a una miscela di risentimento per la distruzione delle classi lavoratrici e di quelle medie, mentre un leviatano perlopiù invisibile o mimetizzato, prospera in un mercato del lavoro ricattatorio e senza diritti, sorvegliato da una polizia militarizzata e caratterizzato da salvataggi di persone e gruppi troppo grandi per fallire o per essere contraddette nei loro disegni sanitario – orwelliani o di altro tipo. Una società,  che come vediamo in questi giorni  completamente priva di politica,  che nelle democrazie dovrebbe avere il compito di sanare gli squilibri attraverso interventi correttivi e che invece non fa che aumentare la disuguaglianza, sacrificando invece agli dei della deregulation finanziaria, dei meccanismi di stabilità, delle rigidità antisociali dei bilanci nazionali che hanno reso le banche le “braccia armate” di questo sistema. Insomma siamo già in qualche modo in uno stato di assedio permanente.


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