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Mazziate con le mimose

mim Anna Lombroso per il Simplicissimus

E bravo Zingaretti, sembrava così torpido e invece alla vigilia dell’8 marzo ecco uno scatto di furbizia democristiana:  ringrazia per l’incontrastato successo della sua candidatura a segretario del Pd le “femministe”.

Altro che mazzolino anemico di mimose da appuntare sul bavero della giacca da operatrice di call center, su quella di precaria della scuola, sulla divisa di commessa della Coop al lavoro di domenica, sulla maglietta di bracciante a cottimo, subito si leva un fervido applauso di quelle che si fregiano del patentino di appartenenza alla corporazione di genere grazie, c’è da supporre, alla strenua militanza contro il Ddl Pillon e l’immondo sciocchezzaio del ministro Fontana. Che, si direbbe, hanno il merito di risvegliarle da un non sorprendente letargo durante il quale  non si erano sorprendentemente accorte che i suddetti Pillon o Fontana si sono semplicemente incaricati di apporre il sigillo “morale” e il marchio ideologico della “concezione patriarcale” e del rispetto della tradizione cristiana, la stessa peraltro delle comuni radici europee, sull’opera di distruzione della civiltà e della democrazia incompiuta, effettuata definitivamente grazie al Jobs Act, alla Legge Fornero, alla Buona Scuola, alle privatizzazioni, in primo luogo dell’assistenza, della quale il neo-segretario  del Pd è stato operoso sacerdote nella sua regione, lo stesso che ora rivendica la paternità della sentenza del Tar contro la presenza nei consultori dei movimenti di propaganda contro una legge dello Stato, quando gli eventuali obiettori potranno trovare ottima accoglienza e riparo morale e economico nelle cliniche dei cucchiai d’oro impenitenti, che si giovano di nuove prebende.

Eh si quei due che hanno alzato l’allarme contro il nuovo fascismo dilagante, proprio come Salvini, infilano i frutti velenosi di un pensiero e di una pratica – che condannano prima di tutto le donne a una condizione di servitù, nel lavoro che non c’è come in famiglia nella quale ridiventano dipendenti con le stesse disposizioni ingiuste e inespresse che regolano il volontariato nelle sottoccupazioni giovanili o femminili, alla rinuncia della più elementare espressione di aspettative di carriera, retributive o di talento, che sanciscono irrevocabilmente le disuguaglianze perfino nel mestiere più antico del mondo, forse prossimamente disciplinato per quanto riguarda la sfera del “lusso”, per ristabilire la differenza con  le schiave del raccordo o dell’Aurelia colpevoli e condannate due di irregolarità e illegalità, per etnia e miseria – nella confezione ideologica dell’etica del capitalismo, che doveva persuaderci che certe garanzie e certi diritti erano stati conquistati, che si poteva passare ad altri optional, secondari e accessori ma pronti per esser erogati al minimo sindacale o ridotti in qualità di prodotti di seconda scelta, marginali o alla meglio ausiliari e complementari. Che tanto se li limiti o li aggiungi poco cambia al fatto che si stanno cancellando quelli che parevano inalienabili, che si sono stabilite delle gerarchie e delle graduatorie così se ne levi uno a qualcuno illudi gli altri di averne di più, meglio e per sempre.

E sempre in previsione dell’8 marzo che “festeggia” le donne in nome di una tragedia di classe oltre che di genere: un incendio nel  quale sono morte 129 operaie, il neo eletto ha nominato in quota rosa il suo numero 2, Paola De Micheli,  politica e manager (cito Wikipedia) già assessore al Bilancio e al personale del Comune di Piacenza dal 2007 al 2009, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dal 23 settembre 2017 al 1º giugno 2018 e commissario straordinario per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia, funzione che non ha lasciato un’impronta né operativa né di genere, che le terremotate hanno continuato ad esserlo in hotel sulla costa, in casa di parenti, nelle casette di legno recenti ma già promosse a archeologia di emergenza, nelle roulotte. Una investitura accolta con giubilo dalle femministe auto-patentate e grate pari sia pure a scartamento ridotto a quello che in tempi ormai remoti  aveva accompagnato la candidatura di Hillay Clinton, della quale una delle più apprezzate opinioniste del Manifesto ebbe a scrivere che incarnava la dimostrazione “che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”, disinteressata al fatto che la moglie comprensiva fosse l’espressione delle grandi lobby finanziarie, delle multinazionali burattinaie dell’imperialismo, dell’apparato militare-industriale, la mandante della guerra contro la Libia,  la fedele esecutrice della politica di Brzezinski mirata alla destabilizzazione delle geografie che occupano  le aree dall’Asia Centrale all’Africa, con la distruzione degli arcaici stati nazionali per affidarli a prestanome sanguinari su base etnica e confessionale.

Come allora l’importante è che una donna vada in un ruolo chiave, si chiami De Micheli, Boschi, Fornero, Lagarde, Marcegaglia, come allora la si insignisce dell’onore di contrastare con le sue virtù genetiche muliebri la volgare rozzezza maschilista dei Tycoon con il parrucchino di qua e di là dell’oceano, più delle loro velleità imperiali e golpiste, come allora le si delega la rappresentanza del donnismo che autorizza l’adesione a  un’emozione umanitaria e una coscienza progressista che non intende mai mettere in discussione il sistema totalitario economico, finanziario e sociale dominante, chiamandosi fuori dalle corresponsabilità condivise tra maschi  e femmine di aver accettato, sopportato e a volte approfittato delle dinamiche di potere e di dominio che impongono i loro  archetipi e i loro stereotipi, i ruoli e  le collocazioni nel personale e nel politico.

Ormai il femminismo vero è un tabù, sostituito da quello che sarebbe più corretto chiamare donnismo che devia l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grandi problematiche di classe – impoverimenti dei ceti popolari, mancanza di lavoro e dequalificazione di quello femminile, disuguaglianze crescenti, cancellazione dello stato sociale – per spostarla verso tematiche di genere o superficialmente umanitarie contribuendo a disinnescare il potenziale conflitto sociale, che  promuove divisione sostituendo il potenziale di lotta di classe con quella di sessi, che depista la collera femminile indirizzandola verso il maschio  e con il sistema dominante, il padrone uomo o donna che sia, le banche, la finanzia, i colossi industriali e commerciali, l’informazione al loro servizio.

Non so voi ma io in questo 8 marzo per caso, ma da prima e dopo, come non mi accontento di un antifascismo d’occasione meglio se celebrato il Giorno della Memoria che il 25 aprile, purché sia attualizzato per l’occasione contro gli ultimi birilli da mirare con la palla da bowling, non posso compiacermi di un femminismo elargito e concesso, a condizione che io sia femminista sì, ma non comunista, né socialista, né italiana, che sennò sconfinerei nello sconsiderato sovranismo, neppure cittadina, che rischierei l’assimilazione al deplorevole populismo, nè tantomeno una persona, categoria ormai non autorizzata in quanto beneficamente sostituita da robot, merci e servitori muti.

 

 

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Testate nucleari e Teste di c…

roma-attacco-nucleareAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con ondate ricorrenti si ripresenta di tanto in tanto il tema del disarmo ideologico, proprio come nelle aspre e sanguinose contrapposizioni tra le Internazionali con le accuse reciproche di aver fatto deporre le armi al proletariato, come nelle polemiche  con Sartre, come nella rivoluzione culturale cinese, come perfino,  nella fase del compromesso storico di Berlinguer, come nella regressione sindacale da organismi di rappresentanza a corporazioni acquisite dagli interessi padronali in nome dell’opportunismo più che dell’opportunità.

Oggi ormai abituati a accontentarci di poco ne riparliamo rispetto all’eclissi della sinistra, o almeno dell’impalcatura di ideali e valori con la quale la ricordiamo come una cara estinta, cui guardiamo con impotente e irresponsabile rimpianto flebilmente illuminata dalle materie della sua  stella polare:  uguaglianza, fraternità, libertà,  abbattuta per far posto a più modesti obiettivi di addomesticamento di iniquità, sfruttamento, sopraffazione, quel po’ di Mozart a addolcire il capitalismo vorace durante un campeggio a Bad Godesberg, sotto le tende di progressismo e riformismo.

In realtà a essere schematici si potrebbe dire che  il disarmo di chi sta sotto è cominciato quando la borghesia si afferma come ceto in alto. E come classe dirigente, compattando un fronte che va dalla piccola proprietà diffusa, alla Chiesa, da quel che resta della proprietà feudale e degli ultimi zombie influenti dell’aristocrazia, tutti a vari livelli e  a vario titolo titolari  di privilegio, eppure interpreti e, infine,  detentori  di un’ideologia che doveva combatterli i privilegi, rivelando quindi la potenza del suo dominio quando tutte quelle idealità morali, culturali, teoriche, scientifiche, liberatorie intrecciate delle quali si è nutrita per crescere  vengono smentite e tradite dalla realtà.

Figuriamoci come è più vero oggi, che la “borghesia”, o ,meglio il ceto medio si è via via impoverito, così come è stato dissanguato  il suo bagaglio di aspettative morali,  prosciugato quello culturale, oggi che la necessità impone la dismissione di desideri, talento, vocazione, oggi che è richiesta subordinazione in cambio di sicurezza, oggi che decodifichiamo i misteri della filosofia con Fusaro, quelli della politica con Bonolis, quelli della scienza con Angela, quelli della storia con Pansa. Figuriamoci se non abbiamo deposto tutte le armi, perfino quelle del desiderio di migliorare, censurato dal bisogno, e di ribellarsi, sottoposto a invincibile ricatto.

Ma le spade rimesse nel fodero   e la pistola nella fondina pare siano solo quelle ideali,  nel migliore dei casi trattate come residui arcaici e visionari. Quelle vere hanno invece tutto il rispetto dovuto a un brand concreto da valorizzare e sviluppare a costo di lacrime e sangue, con la considerazione da attribuire a una difesa personale sempre più proposta come requisito essenziale di ordine e sicurezza, con la deferenza che si assegnare all’investimento imprescindibile speso per garantire l’ammissione al contesto dei Grandi.

Perché la lotta di classe c’è e ad unirsi non sono stati i proletari di tutto il mondo insieme a quelli che aspirano a diventarlo, ridotti come sono a vite nude,  senza nome e che nessuno vuole, ma quelli che li sfruttano, quelli che fanno piovere su di loro, effetti collaterali ineluttabili, bombe intelligenti che infatti non colpiscono regge e manieri, quelli che fabbricano pochi prodotti che abbiamo sempre meno quattrini per comprare, anche se pare che consumare sia l’unico diritto concesso,  ma molti veleni, non solo bolle, derivati, fondi tossici, ma proprio gas, polveri, sostanze inquinanti che spargono lontano dalle loro case protette, dai loro grattacieli protesi verso il cielo a proclamare il magnifico dominio della modernità.

E siccome noi siamo un posto di serie B, è da noi, cui vengono affibbiate patacche a caro prezzo (ne ho parlato qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/17/la-vincibile-armata/) che quei veleni li collocano, non paradossalmente e forse per farci una bella risata su, in un paese, il nostro, che  ha pensato bene di non ha partecipato ai  negoziati in sede ONU che hanno portato  all’adozione del TPAN, Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari,né ha compiuto passi in direzione della sua firma e ratifica, a conferma che vogliamo dimostrare nei fatti e con le parole e  in tutte le sedi ufficiali la indole alla servitù volontaria. Tanto che i nostri occhiuti organi di stampa tacciono che nell’ambito del  piano di ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12, sia prevista, anzi avviata, la costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12, il triplo delle attuali.

Nel Risiko atomico possiamo dunque essere annoverati tra gli li Stati nucleari “in subappalto”, quelli che  in virtù della dottrina atlantica della “condivisione nucleare” (Nuclear Sharing) detengono bombe atomiche Usa che, in caso di conflitto nucleare, saranno impiegate dalle forze aeree nucleari nazionali (oggi i Tornado, domani gli F-35), in tutto almeno 150 bombe, di cui un terzo in Italia (nelle basi di Aviano e Ghedi), altrettante in Turchia e il resto spartito tra Germania, Belgio e Olanda.  Sempre gli Usa hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso), grazie  alla strategia di accoglienza e collaborazione “ PESCO-Cooperazione strutturata permanente” della Ue nel settore militare, prioritaria per l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, che si compiace dell’opera fattiva di militarizzazione del continente: “rafforzare l’Europa della Difesa – ha detto- rafforza anche la Nato”.

Senza dire che così diventiamo a un tempo deterrente e bersaglio, come ospitiamo le loro schifezze che preferiscono non tenere nel loro orto nel contesto del Nimby bellico, così saremo, se è vero che come dice perfino il Papa guardiamo il futuro dall’orlo del baratro, l’obiettivo più esposto e vicino, disonorati, vittime e morti per conto terzi.

Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi Nato d’Europa , che un anno fa  è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la leggendaria caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra,  pronuba la ex ministra Pinotti, mentre ad Amendola (Foggia) si aspetta l’arrivo degli altri F-35 armabili (ce n’è già uno) con le nuove bombe atomiche B 61-12, già citate.  In Sicilia, invece, la base militare di Sigonella (Catania) promette di diventare la capitale mondiale dei droni, l’isola nella quale a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il Muos.

Disarmate le idee, disarmata la speranza, disarmata la resistenza, disarmati i diritti e le conquiste, si direbbe che il futuro dei giovani nel Sud  come al Nord (è in Toscana la più grande polveriera Usa, tra Pisa e Livorno) non sia in fabbrica, negli uffici, nelle università, nelle scuole, nei campi,  ma in trincea, in cabina di pilotaggio, sulla plancia di navi che affondano negli abissi del disonore, soldati mandati a macellare e al macello.

 

 

 


I negrieri della seduzione

CITYNEWSANSAFOTO_20180202161916948-2Nelle settimane scorse si era parlato dei braccialetti elettronici che Buana Amazon voleva mettere al braccio dei suoi dipendenti per guidarli e controllarli nella movimentazione dei pacchi e infatti verso fine gennaio l’azienda di Jeff Bezos ha brevettato lo strumento che fa degli uomini nient’altro che una coda dei sistemi informatici, anzi un elemento di integrazione software utilizzato perché costa molto meno di un sistema automatico. In realtà è solo l’ultimo passo verso la schiavizzazione cominciata molti anni fa se si pensa che già nel 2010, Walmart introdusse il “Task Manager” un programma che dice ai lavoratori cosa devono fare, in che tempi, stabilisce  se hanno rispettato le aspettative  e se non ce la fanno come accade assai spesso, fa scattare le sanzioni.

Proprio pochi giorni fa un corriere che lavorava per un’ azienda di trasporti collegata ad Amazon, Don Lane, è morto per diabete visto che l’azienda lo multava di una cifra equivalente a 180 euro, se perdeva tempo in ospedale a curarsi. Apparentemente si tratta di un tragico fatto di cronaca, ma in realtà questo episodio di estrema disumanizzazione ci fornisce una chiave di lettura del perché non ci sia una rivolta generale e distruttiva contro i negrieri contemporanei. Lane infatti sebbene impegnato a consegnare pacchi sotto l’occhiuto e totale controllo della sua azienda era formalmente un libero professionista. E la stessa cosa, con la caduta totale dei diritti del lavoro, vale in qualche modo per tutti quelli che vengono stritolati in questi meccanismi della metastasi contemporanea: nella realtà sono schiavi, ma nell’immaginario deforme che è stato loro inoculato e che costituisce l’unico orizzonte che possiedono, si pensano come imprenditori di se stessi. Dunque incolpano se stessi per le proprie condizioni di vita o le considerano come premessa necessaria a un futuro ed eventuale riscatto che li faccia passare da un’ipotetica altra parte.

Tutto il lavoro offerto durante l’era socialdemocratica, la relativa sicurezza economica, il senso di appartenenza, la vita sociale e politica sono stati completamente rimossi portando ad uno stato di quasi completa alienazione: è questo che permette al sistema neoliberista di resistere senza sviluppare più di tanto il sistema repressivo  perché il compito è ormai affidato alla seduzione che fa scomparire il nemico di classe dalla vista e dall’azione. Così il lavoratore oppresso è stato idealmente trasformato in un libero imprenditore, in un imprenditore del sé. Oggi tutti sono dipendenti autonomi nella propria azienda tanto che vengono chiamati collaboratori o assistenti ancorché siano messi alla catena per produrre profitti enormi al padrone e miserabili briciole per la propria sopravvivenza che sempre meno contempla anche la possibilità di riproduzione della forza lavoro. Ogni individuo è padrone e schiavo nello stesso tempo così che anche la lotta di classe è quasi diventata una lotta interna con se stessi. Oggi, chiunque fnon riesca  incolpa se stesso e si vergogna perché vede solo la propria esistenza e corporeità come problema, non la società nel suo insieme che è data nelle sue forme come fosse immutabile.

Del resto cosa c’è di meglio che una sottomissione spontanea alla dominazione? Cosa di meglio che schiavizzare non attraverso la privazione, ma con la sollecitazione senza fine dell’istinto desiderante? D’altro canto le nuove tecnologie oltre a renderci appendici robotiche dotate di braccialetti permettono un controllo pervasivo e assoluto di ogni aspetto della vita che del resto viene sempre più mercificata e commercializzata. Perfino molte forme di opposizione visibile lo sono. E’ un po’ come la totale cappa di conformismo e di miserabilità della vita intellettuale nella siamo immersi che viene confusa e nascosta con uno scoppiettio petiforme di talento, innovazione e creatività che nella quasi totalità dei casi consiste nel dare sfogo all’incompetenza profonda e ontologica dell’ess.

Certo forse c’è qualche ambito che può sfuggire a questa seduzione e che è in grado di lacerare il trompe l’oeil, forse le comunità urbane, forse alcune forme di volontariato, forse movimenti che combattono là dove le contraddizioni fra dominio e seduzione emergono allo scoperto, ma secondo alcuni intellettuali coccolati da Open Society la rivoluzione non sarebbe più possibile. Tuttavia questo sarebbe vero se si arrivasse a un controllo monocratico planetario se insomma il neoliberismo non trovasse più barriere nei rapporti di potenza e soprattutto nella diversità di cultura, soprattutto di quelle in qualche modo altre rispetto alle weltanschauugen di carattere occidentale.

E’ da fuori che può venire l’impulso a una liberazione per la quale abbiamo smarrito le chiavi.


Je suis Taranto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto il clan al governo, la cupola multinazionale dell’economia, i sindacati della lobby dell’arrendevolezza sono costretti ad accorgersi che c’è un fantasma irriducibile anche se stanco, deriso e  avvilito che si aggira  e che quando si agita e grida può mettere ancora paura: sono i lavoratori in lotta, poco propagandati dalla stampa che ha smesso di dedicare delicati bozzetti al folclore  di operai che protestano sulle gru, infermiere sui tetti, scioperanti sul Colosseo a dimostrazione. Sicché parrebbe confermato che la lotta di classe c’è e è stata anche vinta, purtroppo dal padrone.

Se non fosse.. se non fosse per qualche campo di battaglia dove qualcuno resiste, qualcuno cui dovremmo dedicare solidarietà e aiuto e stati sui social, perché se non siamo Charlie dovremmo invece essere obbligati a essere quelli dell’Alitalia che hanno detto No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale e più che mai quell’Ilva che ieri hanno scioperato in 2000 contro l’immondo e inverecondo piano di “ristrutturazione” industriale, presentato dalla cordata AmInvestco (Marcegaglia, Arcelormittal – grande licenziatore internazionale – e Intesa San Paolo), candidata preferita dai commissari e  dal Ministro Calenda per rilevare l’azienda, e che prevede il necessario “sacrificio” di 5-6 mila esuberi, martirio in nome della salvezza dell’impresa, peraltro richiesto anche dalla cordata concorrente che solo sulla carta,  per via di nomi meno indecenti come quelli della claque dei macellai della Thyssen, sembra preferibile.

Così bisogna ricordare a tutti quelli che non scioperano, non vanno in piazza, non protestano perché tanto è inutile, perché tanto su in alto fanno quello che vogliono, che invece non è illusorio e vano mostrare i pugni, riappropriarsi di dignità e volontà, scioperare, manifestare.

E infatti quei 2000 di Taranto hanno costretto il governo a prendere tempo, a rivolgersi all’avvocatura anche in vista di già annunciate ma sottovalutate obiezioni europee in merito a un innegabile conflitto d’interesse che riguarda il fermo di  una delle produzioni dell’azienda in vista dell’importazione di semilavorati realizzati dal più potente competitor: Fos di Marsiglia. Si dice che il piano della cordata  ArcelorMittal sia coerente con la narrazione governativa con molti annunci e molte promesse, ma pochi fatti sia dal punti di vista industriale: senza investimenti formidabili soprattutto nell’adeguamento degli altiforni, sarebbe impossibile conseguire i risultati promessi nella produzione di acciai di elevata qualità. Ancora più mistificatorio sarebbe l’impegno ambientale con la previsione di ben 5 anni di tempo richiesti dalle operazioni di copertura dei parchi minerari, in piena osservanza dell’agghiacciante piano aziendale di risanamento approvato dal Ministro Galletti e l’adozione di tecnologie unicamente mirate alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, aspetto rilevante, ma che non basta alla diminuzione della gran parte degli effetti pericolosi per la salute e l’ambiente.

È poco insomma, ma è già qualcosa che il governo – la fotocopia di quello che ha promosso l’emendamento Tempa Rossa che libera le società dall’obbligo di pagare le compensazioni ambientali necessarie quando si realizzano infrastrutture di elevato impatto ambientale, o die fondi si fondi no per i malati di cancro di Taranto – mostri di aver paura della sua stessa sfacciataggine.

E adesso tocca a tutti, non solo agli operai dell’Ilva in sciopero ieri a Taranto e lunedì a Genova e Novi Ligure, dimostrare che non ci stiamo a subire la pratica divisiva: lavoratori in difesa della “fatica” contro cittadini minacciati dal cancro, e lavoratori che a casa hanno qualcuno ammalato di fabbrica, quella che dà quel pane sudato e intossicato; di non tollerare più il ricatto: occupazione contro salute, di non sopportare più l’alternativa: posto o sicurezza.

Spetta a tutti dire no a fianco dei lavoratori cui resta come unico diritto agguantare un salario,   vendendo la propria forza di lavoro e la propria salute. Che non contano nulla, come è successo anche in questo caso, esclusi dalle scelte, sospesi e licenziati perché così si possano comprare prodotti di terzi, colpevolizzati da chi li critica in quanto “sviluppisti”, disinteressati a una battaglia civile per produrre pulito e ecologico, parole d’ordine che dovrebbero essere ricordate e rinfacciate unicamente  alla proprietà, privata o pubblica, diretta o per azioni, nazionale o multinazionale, e solo ad essa e ai decisori al suo servizio,  come se potessero davvero incidere su decisioni delle quali non sono nemmeno informati. A terribile conferma che il salariato  diventa meno di un cittadino, meno di un uomo libero. A tremenda dimostrazione della rinuncia definitiva della sfera politica, continentale o nazionale, a controllare la potenza totalitaria del capitale, avendo invece scelto di mettersi al suo servizio.

“Cedere”, acconsentire a che vengano immolati 5-6000 lavoratori in cambio del posto sempre meno garantito e sicuro di altri provvisoriamente “salvati”, significa “concedere”. Concedere al governo e alla politica la rinuncia a cercare e adottare soluzioni “altre” rispetto a quella di ubbidire ai comandi, all’avidità padronale accumulatrice e impunita, al dovere di programmare il futuro di una fabbrica e dei suoi lavoratori combinando  innovazione tecnologica con l’attenta previsione e programmazione del ruolo dell’Italia nella produzione dell’acciaio identificando la richiesta in divenire, la qualità del materiale richiesto e i settori di impiego, dall’edilizia alla meccanica, interni e internazionali, prendendolo come occasione per  mettere alla prova  un modello di “valutazione dell’impatto ambientale” preventivo, con la partecipazione dei dipendenti e della popolazione, il contrario delle valutazione effettuate finora a disastri avvenuti.

“Cedere” significa concedere a quella moltitudine di tromboni e cialtroni che non vivono in accoglienti villette nella Terra dei Fuochi, che non respirano la brezza marina intorno all’Ilva di Taranto, di  irridere le nostre arcaiche battaglie “ideologiche” contro la Tav, la Tap, contro le operazioni pensate e realizzate per favorire malaffare e corruzione della cupola internazionale, penalizzando un Mezzogiorno sempre più ridotto a vittima consacrata in attesa che anche tutto il resto diventi Sud, diventi colonia, diventi schiavo  e tutti noi asserviti e ubbidienti. Si, je suis Taranto.

 

 

 

 


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