Archivi tag: democrazia

I Mostri non muoiono da soli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che fine fanno i libri che ci portiamo in vacanza, che ogni giorno scrupolosamente infiliamo nella sporta del mare per poi restare sul lettino a macchiarsi di crema solare mentre ci perdiamo nella contemplazione delle onde, di due barchette a vela delle nuvole che corrono.

Di solito sono quelli che abbiamo annusato e sfogliato  frettolosamente nei mesi invernali ripromettendoci una lettura accurata, mentre avremmo fatto meglio a fare come da ragazzi, scegliendo Conrad, prima che venisse indegnamente sostituito da Chatwin, e certe epopee avvincenti di avventure e viaggi. E invece mi sono imposta la lettura di un agilissimo volumetto, quasi una guida o un prontuario per l’uso futuro del Socialismo nel tempo a venire a firma di Nancy Fraser, teorica critica americana, dove, è opportuno dirlo, si fa lo stesso uso o abuso sbrigativo della professione di filosofo.

In effetti alla Fraser le donne devono molto perchè da anni fa un tentativo lodevole per sottrarre il femminismo  al monopolio di quelle e quelli che – assimilabili al progressismo neoliberista – lo immaginano come la lotta di conquista di pari o addirittura superiori opportunità di affermazione e carriera della componente femminile in sostituzione dell’occupazione maschile dei posti di comando.In modo che il processo  di rimpiazzo preveda una selezione naturale in favore di unte del signore, sfacciate arriviste imitatrici della tracotanza virile, benedette all’origine da rendite e posizioni dinastiche, sicché non si generi nessuno scontro di classe, rischio molto temuto in tutte le latitudini e rifiutato energicamente in tutti i contesti sociali, lavoro, ambiente, istruzione, territorio.

E l’approccio che adotta nel suo “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo”, è stimolante perchè comincia con l’affermare che una “proposta” alternativa all’ordine dominante non può limitarsi a trasformare l’economia attuale, ma deve portare con sè un cambiamento ecologico, antirazzista, democratico e femminista, superando non solo lo strapotere di classe ma anche tutte le asimmetrie di genere e sesso, l’oppressione razziale, etnica, imperalista e investendo i poteri e le istituzioni, che monopolizzano la oppressione e la violenza “in nome delle loro leggi”.

Ben venga dunque una prospettiva che combatta le ingiustizie sistemiche che sono all’interno dell’economia capitalistica ma anche quelle che ispirano la sua ideologia attuale e investono la cultura

 

 


C’è un cretino a Berlino

Alla fine è proprio vero che il troppo stroppia: la totale adesione occidentale al sionismo incarnato da Netanyahu al punto da avere la sfacciataggine di sovrapporre sionismo e antisemitismo, ha i suoi inconvenienti: il governo di Berlino nel  vietare la nuova manifestazione di protesta indetta per ieri (e che si è temuta ugualmente con centinaia di migliaia di persone) contro le misure liberticide  per il coronavirus accusa gli organizzatori del corteo di essere “antisemiti”. Ma allora vuoi vedere che il virus è stato fabbricato in Israele e se non gli si ubbidisce si diventa negazionisti? No di certo, nemmeno il più pazzo complottista potrebbe pensarlo, ma sono le antinomie ridicole e grottesche di una democrazia preagonica che per giustificare la sua mutazione autoritaria  e la decapitazione della vita pubblica, ricorre ad ogni concetto e riduce qualsiasi idealità a squallido pretesto. Infatti l’equivalente del sottosegretario agli interni di Berlino il senatore Andreas Geisel,  dopo aver lanciato le accuse di antisemitismo e di estremismo di destra per vietare il corteo di ieri che poi c’è stato ugualmente con qualcosa come mezzo milione di persone il corteo, vale a dire considerazioni squisitamente politiche, ancorché a sproposito, si contraddice affermando  che la decisione di non permettere la manifestazione non è una decisione “contro la libertà di riunione, ma una decisione a favore della protezione dalle infezioni ”. In realtà qualche giorno prima aveva sostenuto: “Mi aspetto una chiara demarcazione di tutti i democratici da coloro che rendono il nostro sistema spregevole con il pretesto della libertà di riunione e di espressione”.

Ogni tanto fa è quasi consolante vedere che gli ipocriti e i cretini ci sono anche altrove. Ma l’importante è che i cittadini non si rincretiniscano e comincino a chiedersi come mai le manifestazioni a Berlino o in tutto l’occidente sono pericolose per la salute, mentre non lo sono quelle degli arancionisti in Bielorussia, né  quelle del Black Live Matter in Usa o nella stessa Germania che anzi sono state applaudite dagli operatori sanitari e persino dispensate dalle ogni misura di blocco. Una lettera aperta di 1200 operatori sanitari ha definito il razzismo “un problema di salute pubblica” , e ha affermato che è troppo importante fermare le proteste in nome della non diffusione della malattia. Quindi basta davvero col credere alle balle, questo è un virus che viene gestito politicamente secondo precisi criteri che sono del tutto al di fuori delle libertà costituzionali: è pericoloso in alcuni casi, quando vengono contestati gli assetti anti pandemia e non in altri: per esempio agli inizi di marzo, quando già gli allarmi erano stati lanciati   si è permesso che 450 mila europei si accalcassero in una sola zona centrale di Tenerife per il famoso carnevale locale. Ma del resto non sembra che ci siano state conseguenze significative. anzi uno dei Paesi che non ha quasi adottato particolari misure di contenimento e che ha un numero di decessi tra i più bassi in assoluto è quello dove più o meno nello stesso periodo di carnevale si sono riunite in varie città più di 22 milioni di persone  di cui 6,5 milioni nella sola Rio del Janeiro.

Ora tornando a Berlino mi sembra di ricordare che estrema destra e fascismo fossero sinonimo di autoritarismo, di divieti, di messa in mora delle costituzioni e sempre a partire da giustificazioni di “salute” morale, politica o addirittura razziale tanto che gli infetti, portatori di questi mali sono stati rinchiusi e sterminati. Ora al di là delle etichette sarà di destra chi vieta le manifestazioni contro le restrizioni della libertà o chi partecipa a questi cortei ? La domanda è semplice, essenziale, chiarissima e se devo dirla tutto mi immagino perfettamente il senatore Geisel in divisa delle SA durante la Kristallnacht: ne ha proprio il phyique du rol, è del resto è noto per essere uno degli ultimi attivisti entrato nell’elite  della Ddr nel 1984  con una apertura di carriera nella Stasi e non è la prima volta che lo si sente prendere posizione contro i principi costituzionali, tanto da avere avuto qualche guaio nei dintorni del Palazzo di giustizia, visto che c’è ancora qualche giudice a Berlino. Ma lui rivendica  “il diritto di avere un atteggiamento”, ma si permette di vietare ad altri di esprimere la propria opinione. Questo obersturmfuherer del Reich virus non rifugge però dalla mendacia e dalla menzogna: quando una partita di mascherine ordinate da lui non sono arrivate a Berlino, Geisel affermò che il malvagio Trump gliele aveva rubate, confiscandole. Poi è venuto che il presunto fornitore non sapeva nulla dell’ “ordine” fatto da Geisel. Certo avere un atteggiamento da ladro è nel suo pieno diritto anche se in via del tutto teorica la sua azione ha contribuito ha contribuito alla diffusione del virus e quindi dovrebbe vergognarsi di essere di estrema destra e antisemita.


No

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vogliamo una volta per tutte ammettere che il No al referendum sul taglio dei parlamentari ha solo il valore simbolico di un atto di fede nella democrazia? E che i cittadini che  si prestano a questa liturgia, a questo rito apotropaico, non hanno nulla a che fare con i bramini della politica, con i sacerdoti della realpolitik che in tutte le sedi e sotto tutte le bandiere hanno contribuito negli anni a svuotarla, la democrazia, a declinarla come tira il vento: democrazia di opinione, democrazia televisiva, democrazia di mercato, e poi formale, rappresentativa, ma con parsimonia, costituzionale, ma da modernizzare,  sostanziale, virtuale, sociale, liberale, fino alla più disincantata delle definizione, postdemocrazia  a intendere che la demolizione dei requisiti di base della rappresentanza ha consolidato il dominio di una oligarchia, riconducibile al solo gioco dei dispositivi amministrativi e della mediazioni sociali?

Vogliamo dire ancora una volta che non c’è stato movimento e partito che non abbia sventolato la bandiera della governabilità? con l’intento esplicito di garantire che l’esecutivo possa agire indisturbato senza gli ostacoli e gli intoppi del Parlamento che  di questi tempi e più che mai, abusando della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, è stato condannato alle funzioni di mera ratifica dell’azione di governo.

Vogliamo riconoscere che sono tramontate le stelle polari della democrazia rappresentativa: uguaglianza e giustizia, identità tra governanti e governati, sovranità popolare, tutela dell’interesse generale per lasciar posto a un ordine fondato sui calcoli e aspettative di soggetti interessati ai loro vantaggi e ai beni e al potere che ne derivano?

E che in virtù di questa “appropriazione” della funzione pubblica e sociale da parte dei detentori dell’economia e del mercato e del corpo politico che agisce al loro servizio, ci vengono indicati e concessi solo una gamma ristretta di diritti, l’esaltazione e la legittimazione della soddisfazione e dell’appagamento individuale, tanto che la parola popolo ha perso la sua qualità e potenza sostituite dall’epica del restare umani, dalla retorica cosmopolita dei cittadini del mondo e dall’enfasi  data alla  società civile, lei sì virtuosa a confronto con ceti dirigenti corrotti e corruttori?

Detto questo, tocca votare No.

Anche se per qualcuno è disturbante rispondere all’appello di manigoldi, di voltagabbana. Suggerisco in proposito l’ incrocio dei dati tra i 183 costituzionalisti che hanno sostenuto il Si al referendum del 2016,  detto “costituzionale”  in forma di ossimoro e promosso per svuotare la Carta perfino con la cancellazione del Senato pretesa da chi dopo la sconfitta è entrato in quell’aula con passo di gloria del vincitore, e i 182 che hanno rivolto un appello per il No  temendo uno strappo costituzionale, tanto per verificare eventuali coincidenze di nomi e convinzioni.

Tocca votare No, come un fioretto, anche se si sa che il piccolo sacrificio una tantum  è solo un cerotto sulle ferite della coscienza e sugli oltraggi alla cittadinanza. Perché è evidente che nessun taglio nel numero degli eletti potrebbe garantire la qualità della selezione del personale, come voluto dalle regole elettorali che hanno convertito il voto in atto notarile a conferma di liste chiuse, cerimonie digitali, plebisciti virtuali. E questo non solo grazie alle leggi  che si sono susseguite, ma a un comportamento degli esecutivi che considerano il Parlamento di impaccio ed evitano il più possibile di farlo contare, abusando della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia e del ruolo attribuito a soggetti extraparlamentari, dotati di autorità e potere decisionale, come le task force nominate d’imperio in vigenza del Covid.

Tocca votare No, vincendo la naturale e comprensibile disaffezione:  come al solito anche questa scadenza serve solo a improvvisate tifoserie per contarsi e fare la voce grossa mentre sulle ragione  e la parole parlano la stessa lingua, che è quella della conservazione  di posizioni e rendite che ne derivano, perché è ridicolo ritenere che la riduzione del numero dei deputati da  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 assuma una valenza pedagogica invece che una funzione punitiva se non vendicativa.

E non solo perché a fronte della “perdita” di funzionalità e di rappresentanza, si registrerebbe un risparmio risibile, lo 0,007% della spesa pubblica, meno di una goccia nel mare del debito pubblico enorme che mette a repentaglio i diritti sociali, ma anche perché, comunque, la rappresentatività verrebbe ulteriormente penalizzata dal meccanismo elettorale che prevede l’elezione del 37 per cento dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale a turno unico e una serie di sbarramenti per la restante quota proporzionale, a danno delle minoranze  non solo politiche ma anche etniche, e  delle compagini più piccole. 

Tocca, votare No, è vero. Però è  doveroso distinguersi da chi vota No come gesto dimostrativo contro il populismo,  come  guanto di sfida  lanciato dai cavalieri della democrazia per umiliare la plebaglia affetta da qualunquismo, i malmostosi che ripetono il loro mantra: i partiti sono tutti ladroni, meno parlamentari mandiamo a Roma e meglio è, bisogna ridurre il costo della politica,  trasferito dal bar e dallo scompartimento ferroviario ai social, quelli che parlano su suggerimento della pancia, che però è vuota e non trova ascolto da anni nei governi che si sono succeduti e meno che mai nei partiti e movimenti che hanno animato il palcoscenico.   

E quindi una volta votato No, in memoria di referendum traditi, obliterati, offesi – ve lo ricordate quello sull’acqua pubblica?- non si può pensare che dovere fatto, tolto il pensiero, pagato il debito alla democrazia rappresentativa, si può tornare a brontolare, a recriminare, dando ragione a chi dice che l’astensionismo è una manifestazione di maturità, o peggio, a chi dice che il suffragio universale è un lusso che non è giusto venga permesso a un Paese dove l’emancipazione e il riscatto si sono ridotti con la fine dell’istruzione pubblica, sapendo bene che non si è trattato di un processo fisiologico, ma di un preciso disegno volto a impedire l’accesso ai posti di comando, alle carriere, alla conoscenza e dunque alla partecipazione, alle opportunità e alle libertà, in modo che il popolo, gli sfruttati, i sommersi non attentassero all’egemonia delle classi privilegiate.

Cominciare a esercitare la democrazia è possibile, ma rovesciando la direzione del controllo sociale dal basso verso l’alto, attività che non costa poi molta fatica e nemmeno troppe competenze, perché solo così, con la verifica dell’efficacia, si può impedire l’emarginazione dei processi decisionali, si può imparare a capire se stare con chi comanda o con chi vuole riavere la sovranità che deve essere popolare, minacciata dentro e da fuori, proprio tramite esecutivi e parlamenti che zitti zitti hanno votato la consegna delle competenze e delle scelte economiche a entità esterne, che sono in procinto di accettare capestri e condizioni codarde in cambio dell’elemosina di una partita di giro da spendere secondo superiori  indicazioni, pena interventi manu militare nella formazione dei governi e nello smantellamento del sistema democratico.

Intanto si potrebbe iniziare andando a vedere come lavorano i nostri rappresentanti, invece di contare il loro numero. In fondo basta aprire i siti istituzionali e ufficiali, controllare da quando le Commissioni non trattano il tema dell’Ilva (credo che l’ultima volta risalga a Febbraio con qualche audizione), che interrogazioni siano state presentate per avere lumi sulle strategie del rilancio, se qualche eletto nei collegi interessati dal sisma del Centro Italia ha chiesto delucidazioni o se invece, come sembra, ci si è accontentati della visita pastorale del Presidente del Consiglio in occasione della celebrazione dei 4 anni, senza obiettare sul grottesco bonus sisma e senza interrogare l’esecutivo sulla possibilità che la ricostruzione post Covid ne preveda una declinazione anche nel cratere, se qualche deputato o senatore equipaggiato per il dovere agile a distanza o prima abbia interrogato Calenda, Bellanova, Catalfo sulle vertenze che vedono in piazze disertate dalle sardine i lavoratori in lotta, o se a dimostrazione di rivendicate radici antifasciste qualche altro ha deciso di interpretare la volontà popolare esternata soprattutto su Facebook, calendarizzando disposizioni di ordine pubblico rispettose dello stato di diritto. 

Intanto i militanti e i votanti di partiti e movimenti che fanno parte della sbilenca maggioranza di governo, invece di limitarsi ad applaudire ben contenti che la mascherina sostituisca il bavaglio dell’autocensura, potrebbero svolgere la più elementare delle azioni democratica, la critica, quando necessaria. Intanto se proprio si rimpiangono le piazze di un tempo, diventate location per flashmob canterini, si dovrebbe stare a fianco dei tanti fermenti che ci sono e che pensano, si arrabbiano e agiscono per i diritti di cittadinanza, per il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, la città, l’abitare.

Altrimenti che si voti No oppure Si, ci meritiamo la trasformazione da popolo in pubblico, pagante per giunta, che baratta la libertà con la licenza di protestare sui social, il sapere con un diploma, i valori e le conquiste del lavoro con un salario incerto, se l’unico diritto è quello alla fatica, che quello di voto è come toccare il cornetto portafortuna.


Bloomberg: “Bielorussia meglio degli Usa e dell’Europa”

Davvero non si finisce mai di meravigliarsi e di constatare come la realtà riesca a crescere e a manifestarsi sotto il sudario sistemico di menzogne, anzi di vera e propria creazione di una “matrice” del tutto artificiale che tiene assieme lo scenario neoliberista e imperialista. Pensate che in questi giorni in cui ai buoni cittadini europei tipicamente non odiatori si chiede di odiare anche Lukašėnko, oltre a Putin, alla Cina, all’Iran al Venezuela, alla Siria, Bloomberg ovvero la piovra dell’informazione economica che ci riempie non tanto di notizie, quanto di “stories” come essa stesa dice, si lascia sfuggire un’inattesa verità dal sen sfuggita sul “dittatore” honoris causa della Bielorussia. Leggete attentamente perché ne vale pena: ” La Bielorussia è l’ex repubblica sovietica dove ci sono le migliori condizioni di vita, il prodotto interno lordo pro-capite è il doppio di altre ex repubbliche dell’URSS come la Georgia, la Moldavia o l’Ucraina, la diseguaglianza è più bassa che nelle nazioni scandinave, la percentuale di persone che vivono in povertà è inferiore a quella di metà delle nazioni europee e anche degli Stati Uniti.” 

Bloomberg fornisce anche una sua spiegazione su questo inedito panorama, ovvero il fatto che la transizione dall’economia pianificata a quella globale di mercato non è avvenuta di colpo, ma con lentezza ossia. “alla velocità di un trattore su un prato fangoso” come dice con scontata immaginazione agreste il sito, visto che nel Paese le maggiori industrie producono macchine agricole. Dunque in poche parole si affermano alcune cose importanti e del tutto contrarie alla favola che sta inventando l’informazione di sistema: 1) che il merito di una condizione migliore della Bielorussia va proprio a Lukašėnko che ha garantito un passaggio graduale e comunque non totale al nuovo paradigma globalista, il che giustifica il risultato elettorale che gli ha fatto ottenere l’80 per cento dei voti, altro che brogli; 2) che l’economia  di mercato aumenta la disuguaglianza e l’impoverimento e che anzi questi due effetti correlati vengono dati per scontati dentro il neo liberismo. Sarebbe qualcosa che dovrebbe far riflettere pur nell’epoca in cui la riflessione è vietata in quanto ogni ontologicamente ostile all’illimitata mercantilizzazione di ogni ambito  della vita oltre che nemica del presente quale unica dimensione della storia e del politico.

Insomma dal cuore stesso del capitalismo estremo, in via di trasformarsi in dittatura sanitaria,  arriva la contestazione dello stesso. E mostra come le opposizioni, prima quella elettorale e adesso quella “spontanea” a suon di milioni di dollari e di campagne stampa, non siano in grado di proporre altro che le vecchie ricette post sovietiche delle privatizzazioni ad ogni costo, della eliminazione totale del welfare e della espulsione dello stato dell’economia affiché le multinazionali possano arraffare tutto. E questo in cambio di una vacua democrazia senza contenuti, ma gonfiata dal gas inerte degli slogan, delle parole d’ordine e delle immagini simboliche che vede come tradizionale addetto alla pompa dell’aria compressa Bernard Henry Levy che non ha perso tempo ed è volato in Bielorussia ad appoggiare “moralmente” la cosiddetta rivolta, in realtà a fare da presentatore di peso a uno show occidentale fatuo e di pessima qualità, compresa anche l’alterazione dei dati di base ossia che le manifestazioni pro Lukašėnko sono state molto più popolate di quelle “oceaniche” dell’opposizione.  Talmente pessimo e scoperto che il miserabile spettacolino offerto da tre ballerine di fila della protesta, in realtà molto simile a una televendita,  si è limitato alla citazione a sproposito della libertà senza alcun altra specificazione e alla gestualità manuale da Facebook e dunque di immediato e sicuro effetto per gli ottusi: un cuore, un pugno chiuso e la solita V di vittoria fatta con le due dita. Peccato che in bielorusso vittoria si dica Pobeda, senza nemmeno una miserabile V. Ma che importa i destinatari del messaggio non erano certo i cittadini bielorussi, ma le televisioni e i fotografi occidentali, anche se va detto che in questo senso il mancato outing lesbico di una delle tre partecipanti ha un po’ appannato la performance e attenuato il forte progressismo del messaggio. Francamente è impossibile non scherzare di fronte questo Netflix della geopolitica.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: