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Elettrotecnica e politica

222Se nella vostra vita avete comprato un amplificatore, una tv, persino una radiolina saprete che la qualità del suono o del video è determinata dal rapporto fra segnale utile e rumore secondo l’equazione S = Segnale / Rumore. La stessa cosa accade ovviamente con la comunicazione nella quale la qualità del messaggio è dovuta oltre al substrato fisico di cui abbiamo parlato anche a un rapporto fra messaggio e rumore, dove quest’ultimo si identifica con gli elementi di ambiguità, confusione, equivoco e con la quantità e la persistenza degli stessi. Da quarant’anni a questa parte la progressiva concentrazione dei mezzi di comunicazione che oggi è arrivata ad essere in mano per la quasi totalità a 9 miliardari, ha scelto per imporre l’egemonia culturale neoliberista di culto americano di accompagnare la ridondanza del messaggio con una dose altissima di rumore in modo da confondere e compromettere il discorso pubblico: infatti la prima preoccupazione è stata di disturbare il segnale proveniente dalle varie aree politiche affinché il messaggio non giungesse in maniera molto definita e gli stessi emettitori finissero per perdere il filo e man mano lasciarsi andare alla corrente.

Questo obiettivo è stato raggiunto con tecniche diverse: la progressiva mutazione dei significati delle parole attraverso un costante uso improprio che le ha svuotate dall’interno con forza entropica, oppure con la contrazione linguistica resa possibile attraverso i nuovi sistemi di comunicazione o in fine con la sostituzione di lemmi originali con quelli inglesi in maniera che la loro semantica,  le precedenti relazioni di significato con l’insieme  fossero recise di netto consentendo di attribuire ai nuovi lemmi un significato opportuno senza che i parlanti si accorgessero della sostituzione, anzi andassero orgogliosi della loro modernità e del loro cosmopolitismo. Un caso di scuola è per esempio la completa sostituzione di stato sociale con welfare, cioè la trasformazione di una concezione politica con una benigna concessione. La confusione è l’arma del potere: basti pensare che in Francia hanno eletto Macron pensando di far fronte al fascismo e adesso si ritrovano con un personaggio che minaccia apertamente di usare l’esercito contro la sua stessa popolazione, il quale sostiene che  dare denaro ai poveri è una follia, che blatera sul fatto che nella politica francese è disgraziatamente assente la figura del re.

Una altro esempio è l’identificazione di capitalismo e di liberalismo o meglio di liberal all’americana, che sfrutta un termine semanticamente affine alla libertà per definire un sistema basato sulla proprietà dei mezzi di produzione e sul mercato come sbocco che è già solo per questo sinonimo di sfruttamento: se non vi fosse infatti un plus valore la proprietà non avrebbe alcun valore. Quelli che si definiscono liberal non sanno letteralmente quello dicono perché il segnale principale, ossia quello della proprietà viene confuso ed equivocato con un termine che rinvia alla libertà autorizzandone tutte le ambiguità e negli ultimi decenni alludendo semplicemente a quelle che potremmo definire le libertà individuali di genere: si maschera così la violenza concreta del capitalismo che non è altro se non un insieme di valori derivanti dal rapporto di proprietà : in questo caso il messaggio è il capitalismo mentre liberal è puro rumore di fondo.

Allo stesso modo la rivolta popolare contro l’infierire di un capitalismo non più corretto e in qualche modo ammansito da concezioni sociali di segno opposto,  non potendo essere descritta per ovvi motivi nelle sue ragioni, ha trovato un rumore adatto a confondere il segnale, ovvero la parola populismo che si concreta nelle immagini della collera del tribuno e nel degagismo, parola inventata da Jean Luc Melenchon, la quale allude a un malcontento che rigetta in maniera quasi automatica i politici in carica e favorisce comunque le facce nuove. Se vogliamo il primo e più evidente caso di populismo è stato quello di Renzi, ma al di là di questa circostanza evidente quando si cominciano ad analizzare i fatti e i concetti, il populismo rimane un comodo contenitore per riporre qualsiasi cosa si opponga allo status quo: sono populisti gli economisti di Afd, i militanti di sinistra di France Insoumise così come quelli di destra del Front National, sono populisti quelli che vogliono il reddito di cittadinanza così come gli xenofobi salviniani, era populista Podemos prima di arrendersi alle logiche del capitale continentale e adesso lo è Vox movimento franchista esattamente come lo è il partito popolare di Rajoy, solo meno ligio all’austerità berlinese. Insomma un rumore che confonde i significati e le differenze. I segnali che ogni società deve mandare forti e chiari, sono invece avvolti dal rumore prodotto dalla comunicazione per mascherare i segnali effettivi. L’obiettivo del partito dei media che rappresentano alla fine il grande capitale è quello di non fa arrivare i messaggi dalla società e questo è ancora peggio delle menzogne che ogni giorno raccontano per rafforzare l’opera principale, che è la diffusione e la difesa del pensiero dominante:  “La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale ha allo stesso tempo i mezzi della produzione intellettuale” come diceva il vecchio buon Marx.

Solo che negli ultimi tempi i segnali che provengono dalla società sono diventati più forti e rischiano di rendere insufficiente il rumore prodotto che è già al suo massimo grado. Per questo si pensa alla forza bruta.

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Libri da orbi

emanuele-fiano-927463_tn Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come un masaniello, come un ciompo, l’onorevole Fiano, interprete preclaro e ideale del neo antifascismo –  quello che ritiene il regime di Mussolini un incidente casuale della storia e non una dittatura di classe delle classi dominanti, che si ripete perché si sarebbero sorprendentemente materializzati nuovi duci e ducetti, deplorevole perché contiene e legittima in veleni della xenofobia e del razzismo, è diventato l’icona della piazzetta del Pd.

Pare addirittura che nello slargo troppo largo davanti a Piazza Montecitorio sia risuonato il grido, Emanuele menaje ancora!  A sancire la svolta culturale che, grazie alla trasformazione del sapere in utile di impresa, fa dei libri da strumento di conoscenza a arma letale, e a dimostrazione che i pochi fedelissimi si sono ormai  stufati dei molesti e codardi limiti imposti da una democrazia in declino, determinati a afferrare il machete della contestazione attiva, dell’opposizione belligerante, proprio come soldati giapponesi che resistono nella giungla del Parlamento con ogni mezzo.

L’invidiosa ammirazione per soggetti politici che hanno saputo allinearsi con la pancia vuota del Paese, raccomanda insomma  di scagliare invettive  più veementi e contundenti delle leggendarie fette di mortadella del senatore Strada, di mutuarne, sia pure ad uso di ventri meno deprivati, i messaggi, i modi e le accuse: quelle di  abiura e resa ai diktat del racket europeo feat il senatore a vita Monti,  quelle dei  sindaci finora ostili al bieco e maleducato sovranismo che fino a oggi hanno sopportato di buon grado i capestri, oggi folgorati dall’agnizione improvvisa che il Fiscal Compact è una condanna, talmente sgradita a chi ce l’ha imposta da non farla entrare  nel diritto comunitario, o quelle in  difesa dei risparmiatori e dei pensionati nell’interpretazione della sovrumana sfrontata, fino a quelle che accompagnano l’affettuoso e grato riconoscimento della imprescindibilità delle misure sociali della lacrimosa, e dei sindacati usciti dal lungo letargo durante il quale non si erano accorti del massacro.

È che l’opposizione è comoda e paga quando si ha ancora qualche legame con la plebe, ma se l’irriconoscente marmaglia ha voltato le terga sofferenti allora serve abbassarsi al suo livello, come se si fosse analoghi straccioni, identici miserabili, equivalenti fegatosi animati dalla stessa biliosa furia popolare e perché no? populista, sperimentata a sorpresa nel momento infausto della perdita di privilegi, dominio, ma non certo sicumera. Che allora occorre disfarsi dello chic e tenersi il radical, allora è preferibile adeguarsi a sistemi e prassi movimentiste, allora in mancanza del riformismo è meglio farsi promotori di una rivoluzione situazionista: agire e costruire dei momenti di vita piuttosto che annullarsi nella passività e nella sopportazione del tallone di un  potere che un tempo era proprio.

Non c’è niente di nuovo per il partito che ha rivendicato via via una sempre più feroce rimozione del passato e del mandato ricevuto, come se l’abiura fosse un valore irrinunciabile della modernità, un tradimento necessario per stare al passo coi tempi.  È nato così l’eroe pop,  pre o (post?) razionale e demagogico,  icastico e screanzato tanto da mettersi  in competizione col tanghero del Viminale,  capace di sbraitare come Sgarbi per convincere all’attivismo e chiamare all’adunata col piglio di una impunita rockstar, ormai libera di fare del parlamento “esautorato” il palco per i gesti estremi e dimostrativi del nuovo manipolo.

Non c’è niente di nuovo per una formazione che ha espresso al meglio il vuoto feroce della fine non delle ideologie, ma delle idee sostituite da un dinamismo  vacuo e futile che si agita inconsulto con il fine unico di preservare prerogative e rendite aziendali, che si serve di valori cosiddetti antifascisti, antirazzisti, umanitari come coperchio per giustificare l’ordine sociale imposto che deve essere interiorizzato da chi lo subisce come uno stato di necessità cui sarebbe irragionevole sottrarsi.

Che disastro per chi non vuole essere arruolato a viva forza nelle file delle due tifoserie, per chi pensando che sia possibile qualcosa di “altro” da questo si sente autorizzato a fare opposizione e anche opposizione a quell’opposizione, che di libri, prima di tirarli, ne ha letti troppo pochi e male.

 

 

 


Come li Monti, li smonti

AMBASCIATA-DI-GERMANIA-monti-napolitano-casini-bonino_2-1024x682Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo so, lo so, non mi va mai bene niente e nessuno. In questi anni ne abbiamo visti di giocondi, leader, dirigenti politici, ministri con l’eterno ghigno come iene, presidenti ilari alla faccia nostra, che hanno soffiato i loro gas esilaranti ma altamente tossici per drogarci con il loro entusiasmo come certi coach di atleti bolsi e senza fiato che gonfiano di anabolizzanti perché resistano giusto dl tempo di rivenderli a un’altra società.

Non erano state meglio quelle facce immote, di tolla o di bronzo, che fanno pensare a un buondio stanco dopo una settimana di lavoro che si affretta a  mettere insieme svogliatamente un po’ di fango e ne viene fuori un volto inespressivo, l’espressione di un vuoto feroce pronto a riempirsi di algoritmi e convinzioni di comodo al servizio di interessi padronali.

Oggi un esemplare per tutti, quel Mario Monti issato su una poltrona a vita e su un’altra giusto il tempo di effettuare uno svelto e irreversibile massacro, atteggia la sua maschera allo sdegno, deplorando che ieri il suo Senato è stato esautorato:  lui che ha aperto le porte al pretendente allo scanno di piccolo Bonaparte che voleva la cancellazione dell’assemblea della quale ora orgogliosamente fa parte sia pure in forma liquida se non volatile, accusando l’attuale governo di aver fatto “evaporare una parte della sovranità nazionale in perdita di prestigio del Paese”;  lui che ha inventato l’implacabile condanna è l’Europa che ce lo chiede, dando potenza istituzionale al “servaggio” ai diktat (il Fiscal Compact viene votato in forma quasi clandestina durate la sua presidenza), mostrando la dovuta e esacerbata stupefazione per il tremendo e inatteso accadimento: “una manovra dettata  da Bruxelles”;  lui, il cocco imperiale dell’antitrust, che viene mandato in tutta fretta a custodire gli interessi monopolistici del regime eseguendo alla lettera, e anche un po’ di più, i comandi della famosa missiva segreta che costò il posto al cavaliere, perfino, quello, meno subordinato, perfino, quello, meno posseduto dalla teocrazia neoliberista.

E che dire dei lacrimosi, quelli che sostituiscono la pietà alla solidarietà, la beneficenza alla giustizia, l’emozione alla ragione. Chi sa bene che soffrono gli svedesi riservati e enigmatici dei film di Bergman almeno quanto le vaiasse che si strappano i capelli delle sceneggiate, gridando Ciro, Ciro, non avrebbero dovuto farsi impressionare dal pianto della Fornero, che divenne un’icona soprattutto tra le signore incantate dalla presenza iconica di una quota rosa impulsiva e passionale, sensibile e istintiva, come vuole la retorica sullo specifico femmineo. E come continuano a volere le fan della S.p.A. Ferrante che preferiscono gli umili, come l’Useppe della Storia, e i poveri, purché anche poveri di spirito, che così si prestano a essere umiliati, vessati, mazziati, però dolcemente riconoscenti per qualche mancetta, teneramente supini sotto le busse meritate per nascita, miseria incontrastata, scarso spirito di iniziativa.

A ben guardare piangono di preferenza e a comando, quelli che te lo stanno mettendo in saccoccia, o te la stanno svuotando anche a pensare a uno dei primi a sdoganare i lucciconi, proprio prima della riduzione del Pci a “azienda”, o a quello che a operazione di eutanasia conclusa si è fatto immortalare in forma di selfie mentre frignava come un bambino che non ha avuto il trenino promesso.

I  questi giorni il tasso di umidità è aumentato grazie alle lacrime, smentite come fossero una oscena debolezza poco virile, di Emma Bonino, il cui curriculum non lascia dubbi sulla natura di entusiasta trasformista e spericolata equilibrista tanto che la laureata con tesi su Malcom X è diventata un modello esemplare della categoria dei negri, pardon dei radicali,  da cortile, al servizio di ogni regime.

Da tempo ho esaurito la mia magra scorta di riconoscenza per le vittorie del divorzio e dell’aborto legale, da subito ridimensionate a elargizioni di un minimo sindacale sempre minacciato dal pensiero e dall’azione cattoliberista. Su questo è perfino noioso tornare (in occasione dell’ultima fune su cui si è prodotta l’instancabile sacerdotessa dell’Ue e della Nato,favorita di Erdogan e all’occorrenza perfino di Alfano durante il caso  Shalabayeva, ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/01/bonino-o-malino/ )

Invece vale la pena ricordare a chi si è commosso per le sue secrezioni,  che i diritti dei quali si è autocertificata in qualità di paladina, non sono i miei, non sono  quelli delle donne e degli uomini che non si accontentano delle prerogative “cosmetiche”.  Che vengono benevolmente somministrate e con molta parsimonia, nel mentre ci vengono sottratte quelle duramente conquistate, che credevamo fossero inalienabili e invece ogni giorno sono messe a rischio, in modo da far perdere di vista  i deplorevoli  “ valori materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe) in favore di  “valori post-materiali” più moderni e fashion (l’autoespressione, la libertà di inclinazione sessuale).

E figuriamoci se con le sue referenze anche la Bonino non si prestava ad “assecondare la sottrazione” per convincerci che visto che non si può avere tutto, tanto vale accontentarci delle briciole che restano sotto il tavolo del privilegio, che al resto è realistico rinunciare. Magari con qualche protesta propagandata sui media, che ci viene concessa per un po’  godere del paradosso della debolezza, l’opportunità cioè di deprecare i comandi e accettarli, mettendo il muso, facendo la scafetta come lei o la Fornero, perfino disapprovando, ma in rete, che in piazza sarà sempre più vietato.

E così, ma solo per un po’, abbiamo potuto compiacerci delle famiglie dell’era capitalista post moderna: trans, etero allargata, mista con genitori 1, 2 e 3, mentre si rottamava non quella tradizionale, magari, ma quella fondata sull’amore, la solidarietà, gli affetti, il sostegno reciproco qualsiasi forma avesse e abbia, per frantumare insieme a lei ogni cellula, nucleo, aggregato sociale che possa ostacolare il progresso, il trionfo cioè del sistema capitalistico  assoluto che ha bisogno di individui privi di identità che si riconoscono tra loro solo attraverso la lingua alienata dello scambio commerciale e del consumo.

Ora perfino quei diritti dei quali rivendica la maternità per i quali in tante e tanti abbiamo combattuto, sono messi in discussione, insieme a quelli del lavoro, della salute, di espressione, di culto, a conferma che nulla è al sicuro in questo mondo, che toglierne uno significa impoverire tutti gli altri e toglierli a uno significa che è più povera tutta la gente. E questo è uno dei principi fondanti della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà. Per le quali noi non abbiamo più lacrime da versare, ma solo collera per difenderle.

 

 

 

 


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