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VitaVizi

parrucconiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche chi per molto tempo ha cercato di resistere al canto delle sirene neoliberiste che intonavano inni alla gioia per la fine di destra e sinistra, comincia a convincersi che ormai la frattura non sia più quella tra le due ideologie,  ma semmai il contrasto tra i valori e i principi delle classi dominanti che hanno superato quelle anguste divisioni in nome dell’interesse comune, e le classi popolari, estese a quello che un tempo era il ceto o medio, ormai retrocesso a “disagiato”.

Così certe divisioni risultano fasulle e sovrastrutturali, perché si sovrappongono a quella fatale tra chi gode degli effetti dello sfruttamento globalizzato e le loro vittime, tra coloro che pensano in termini di classe e chi sa riconoscere solo i bisogni degli individui promossi a “umanità” indifferenziata, tra chi sta sopra, uniti nello stesso elitarismo del profitto e dell’apparire: politici, imprenditori, affaristi, comunicatori, tutti detentori  di una conoscenza superiore, universale e moralmente legittimata,  e chi sta in basso, disprezzati ma al tempo stesso temuti per la loro pericolosa irrazionalità e ignoranza facilmente manipolabile.

Deve essere per questo che certe polemiche, certi contrasti sembrano nel migliore dei casi dispute accademiche, e nel peggiore gli slogan delle curve degli ultrà nello stadio della propaganda, divise solo  dall’opportunità o meno di riconoscere delle concessioni agli straccioni cui viene promesso di cavarsi la soddisfazione dello sberleffo, o di criminalizzarli in qualità di incarnazione del bieco populismo.

Fa questo effetto il contenzioso tra i pro e i contro della riduzione del numero dei parlamentari così come quello sull’eliminazione dei vitalizi, che avrebbero un senso se davvero vivessimo in un sistema democratico dove il numero degli eletti garantirebbe più puntuale e qualificata rappresentanza o se esistessero condizioni di equità per tutti i “lavoratori” che hanno diritto a godere delle quote di retribuzioni accumulate per garantirsi una età sicura e serena dopo quella professionale.

In realtà, nati nel 1954, i vitalizi consistono in somme che vengono versate agli ex parlamentari e consiglieri regionali alla fine del mandato e la cui  erogazione  grava unicamente sul bilancio degli organi istituzionali di appartenenza,  corrisposte  come premialità per aver svolto un “incarico pubblico in favore del popolo italiano”.

A beneficiarne sono  deputati e senatori che hanno compiuto i 65 anni e che presentano i requisiti di anzianità e permanenza nelle Camere, per aver concluso un mandato di almeno 5 anni, prima del 2012, anno nel quale sono stati aboliti salvo per coloro che possedevano quei  requisiti già maturati.

In quella data si  può dire che i vitalizi  diventano trattamento previdenziale, una specie di “pensione per parlamentari”, calcolata dal 2018 con il metodo contributivo e riconosciuta al sessantacinquesimo anno d’età per chi ha portato a termine un mandato e al sessantesimo per chi ne ha effettuato  più di uno, in modo analogo a quanto previsto per gli altri lavoratori, dipendenti dell’Ilva, braccianti agricoli, impiegati, manovali, grazie alla realizzazione della profezia di Marx che prevedeva che un giorno il lavoro sarebbe diventato “astratto”, alla pari, quello manuale e quello intellettuale, quello usurante e quello “immateriale”.

Così la rinnovata irruzione del tema nel “dibattito”  parlamentare  ripropone i soliti schieramenti, chi ne esalta il significato sia pure quasi soltanto simbolico e chi  lo tratta come una stantia manovra propagandistica che, secondo i nostri opinionisti all’aria condizionata che per senso di giustizia vogliono che possano accedere al beneficio anche marioli diversamente “al fresco”,  in coincidenza con “il disastro della scuola e della crisi economico-sociale che a breve colpirà il paese , a fronte di una contrazione del pil che potrebbe superare il 10% e un tasso di disoccupazione che potrebbe crescere vertiginosamente, generando delle enormi tensioni sociali”, risulta ridicola e inopportuna. E poi mica vorrete fare come il 10 % delle imprese che, lo dice l’Istat, medita di ridurre i livelli di occupazione, tagliando il numero degli eletti.

Infatti non c’è profilo  attivo sui sociale che non si eserciti in arditi paragoni  tra gli investimenti in armamenti, formidabili,  i costi dell’assistenza, e l’inezia sopportabile del trattamento pensionistico dei parlamentari,  a dimostrazione che saremmo  gente  sveglia, che non si fa anestetizzare da sistemi di distrazione pubblica, cari a chi ormai sa solo accontentare gli istinti viscerali, paura o vendetta, estraendo dal profondo l’empio populismo che alberga in ceti animati da risentimento e frustrazioni e fuorviati dal giacobinismo di qualche arruffapopolo.

Da anni ormai qualsiasi richiamo al senso etico viene messo a tacere in qualità di arrischiato moralismo che non sa fare i conti con la realpolitik. E qualsiasi critica viene retrocessa a rancida “antipolitica”, oggi ancora più irresponsabile, egoistica e nichilista, se si sprecano appelli a sostegno del governo, mozioni di plauso per le eccezionali misure salvavita, ricostruzioni agiografiche della vita e delle opere delle autorità commissariali cui è stata delegata la strategia nazionale per la ricostruzione.

Così nessuno rileva come  potrebbero sembrare – e a me lo sembrano – incompatibili con la strenua difesa della democrazia, del ruolo e della funzione inesauribile e insostituibile della rappresentanza, caposaldo della democrazia, da mesi umiliata, scavalcata, annichilita che mostra qualche palpito di vivacità in difesa dei suoi privilegi.

E non c’è nemmeno da parlare delle rivendicazioni di Formigoni o altri birbanti che reclamano la restituzione del dovuto, spesso irrisorio rispetto al loro “maltolto alla collettività”, che invece che essere invitati a esprimersi in veste di pensatori ricchi di esperienza maturata sul campo, dovrebbero essere rieducati nel silenzio del carcere duro.

Perché la media del rendimento del nostro ceto politico si misura con le prestazioni della media degli eletti, di ieri e di oggi, con il contributo dato “in favore del popolo italiano” ora ancora più facilmente valutabile se sopravviviamo, e  grati di essere tra quelli esentati dal rischio di contagio, in un paese colato a picco, dove servizi e assistenza sono stati cancellati per fare spazio ai privati, dove il diritto allo studio è stato abbattuto come un cascame ideologico poco congruo con i comandi del mercato, dove migliaia di persone sono state grate al Covid che ha rinviato gli sfratti, ma solo per un po’, dove il lavoro ha perso valore, arretrato a servitù precaria, a puro sfruttamento, a umiliazione di talento e vocazione in cambio della pagnotta.

Ma non per tutti, nella   guerra tra farabutti e onesti, ma a rischio che non c’è via virtuosa al comando,  in  quella tra chi vorrebbe conservare quella sovranità che comprende anche la custodia delle funzioni del Parlamento, e chi esige che venga ceduta per conquistarsi il favore dei Grandi e l’ammissione alla loro carità pelosa, dove la corruzione è immune e impunita grazie a istituti “di legge” come la prescrizione, sembra solo retorica ricordare che anche per i rappresentanti eletti grazie a leggi pensate a tutela della chiusura e impermeabilità dei palazzi alla gente comune, dovrebbe valere la legge fondamentale della democrazia, che tutela i diritti e abolisce i privilegi.

E che anche per loro dovrebbe vigere quell’articolo della  Costituzione nata dalla Resistenza e che  dice che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, niente di meno e neppure niente di più.

 


I “conticini” che non tornano

zekAnna Lombroso per il Simplicissimus

Di una cosa possiamo essere certi, nessun dirigente scolastico ha pensato di introdurre nel programma di scuola a distanza, l’home schooling come la chiamano quelli dello smart working e del lockdown, una qualche lezione di educazione civica.

E’ probabile sia rimandata ad una auspicata Giornata della Memoria della Democrazia, da anni progressivamente svuotata, grazie a leggi elettorali che hanno retrocesso il voto a conferma notarile, alla cessione di sovranità votata sottobanco dal Parlamento, a norme ad personam e alla personalizzazione della politica, alla progressiva demolizione di quei corpi intermedi che dovevano tutelare la partecipazione e anche la rappresentanza di bisogni e diritti, a un’accelerazione nel rafforzamento degli esecutivi che poteva essere ancora più incontrastabile se avesse vinto l’inesauribile bonapartino,  affetto da personalità distruttiva, da misure di ordine pubblico che confermano disuguaglianze fatali a norma di legge, a una informazione assoggettata ai poteri padronali per via di editori impuri o meglio di azionariati purissimi.

Non poteva essere altrimenti anche se di educazione civica ce ne sarebbe più bisogno, quando si è materializzato un nobile concorso di decisori e pensatori volto a persuadere questo popolino di bambinacci riottosi e scriteriati che sussistono motivi superiori, per ratificare una temporanea sospensione al dettato costituzionale, per ricorrere diffusamente ad atti di indirizzo e normative d‘urgenza, per incaricare soggetti e autorità svincolate dal controllo parlamentare, per rafforzare il potere sanzionatorio e repressivo delle forze dell’ordine.

Tutto questo alimentato da un humus retorico all’insegna dell’amore, quello patrio, quello per la salute diventata bene supremo, ma anche tra simili, che suggerisce denuncia e delazione ai danni di chi non ne dimostra altrettanto, riscoperto insieme alla virtù dell’obbedienza, in modo da istillare la convinzione che la coesione sociale e la solidarietà ai tempi del coronavirus si manifesti con un consenso cieco e deferente e con la totale accettazione dei comandi e delle decisioni delle autorità tecniche e politiche.

Così qualsiasi voce fuori dal coro rappresenta l’insana e inopportuna rottura di un tacito patto per la salvezza, qualsiasi obiezione e dubbio alla luce di omissioni, falle, errori, deve essere giudiziosamente rinviato al “dopo”, perché così si combini la progressiva criminalizzazione dei trasgressori (runner, anziani spericolati e sfrontati, disertori di guanti, mascherine  e autocertificazioni), con la demonizzazione di personalità invise per non essersi allineate  alla “verità” ufficiale vigente, in modo da scaricare sulla collettività  il peso della risposta all’emergenza.

Grazie alla generalizzata indulgenza riservata alla cerchia che ha assunto il controllo, adesso che è cominciata la Fase 2, è iniziata, nel solco della tradizione di scurdammuce o passato,  la rimozione. Un processo che riguarda l’opacità dell’Oms, i ritardi e i silenzi iniziali, seguiti dalla drammatizzazione apocalittica successiva, la tolleranza nei confronti dei crimini regionali, le direttive  contraddittorie dei consulenti scientifici affetti da esibizionismo compulsivo, gli ostacoli frapposti alla diagnostica e all’applicazione di terapie sottovalutate e osteggiate,  oltre che la sopravvalutazione dei dispositivi di sicurezza, guanti e mascherine, diventati territorio di scorrerie malaffaristiche, le diatribe sui tamponi e sugli accertamenti sierologici, materie sulle  quali è opportuno anzi doveroso stendere una coltre di pudico silenzio, pena essere immediatamente arruolati a forza tra i salviniani o i meloniani.

Ma non basta, grazie all’analisi ponderata e assennata degli intellettuali chiamati a raccolta con lo slogan “Basta con gli agguati” su una pagina del Manifesto, che aspira a scalzare il fatto Quotidiano dalla funzione di house organ del governo tramite il Pd, chi critica Conte e l’esecutivo viene immediatamente affiliato a una cerchia oscura   “espressione degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”.

Intendendo dunque quelle categorie  dedite alla speculazione e al profitto, con in testa Confindustria, cui, si vede, non è bastato stabilire e imporre al governo quali cittadini dovevano rischiare il contagio in qualità di “attività essenziali”, decidere come e quando adottare misure di sicurezza a tutela dei lavoratori, purchè temporanee comunque,  in modo da poter tornare alla normalità dei morti sulle impalcature o gli altoforni, chiedere e obbligare alla repressione degli scioperi di inizio marzo, esigendo il silenziatore sulle manifestazioni che pretendevano il rispetto delle elementari norme di profilassi.

O indicare come prioritario il riavvio dei cantieri delle grandi opere, nel quadro della Ricostruzione post bellica, in modo da aggiungere quel contributo  ineguagliabile di speculazione e corruzione ai brand e ai comparti della “salute”, compreso quello del controllo sociale tramite app.

L’azione per squalificare chi osa criticare il governo, perfino quando è mossa da soggetti che rivendicano una superiorità culturale e morale, dimostra quanto bisogno ci fosse e ci sia di un bel ripasso dei fondamenti e delle basi della democrazia, perché l’accusa rivolta è sempre la stessa,  ritorta contro, cito,  “non si prende davvero la responsabilità di dire cosa farebbe al suo posto, come andrebbe ponderata una libertà con l’altra, una sicurezza con l’altra, e quale strategia debba essere messa in campo per correggere le lamentate debolezze dell’esecutivo”.

E difatti, siccome non c’è uomo di governo che almeno una volta non abbia la tentazione di difendersi dal dissenso, proprio come i tranvieri di una volta, trincerandosi dietro al cartello: non disturbate il manovratore, ecco che Conte rispondendo piccato a un giornalista che criticava l’operato del commissario Arcuri in merito alle mascherine: “se lei pensa di poter fare meglio, ne terremo conto alla prossima emergenza“.   E poche settimane addietro, nella sua prima visita a Bergamo, sempre lui a una cronista che gli chiedeva conto delle eventuali responsabilità del governo sui ritardi nella istituzione della zona rossa nella Bergamasca: “Se avrà ruoli di governo, ha risposto,  scriverà lei i decreti“.

Aiutato dalla vasta schiera di fan, a forza di sentir dire che questo è il miglior governo che potesse capitarci in un simile accadimento, ci crede anche lui,  a forza di sentir dire che nessuno vorrebbe stare sulla sua scomoda poltrona durante questo drammatico incidente della storia, ci crede anche lui.

Così non bastano le leggi marziali, la militarizzazione di vaste aree del territorio nazionale, l’induzione di una psicosi che dovrebbe far dimenticare, con l’imposizione di una disciplina emergenziale, la vera origine della “catastrofe”, demolizione del sistema sanitario, cancellazione del welfare: occorre anche ricondurre ogni forma di opposizione o all’insurrezionalismo (c’è stato anche questo), o al disfattismo, o alla copertura di miserabili interessi lobbistici, o all’adesione al complottismo rovinologico.

D’altra parte tocca perfino a me, a chi scrive per un blog, a chi commenta sui siti online rispondere oltre che del delitto di lesa maestà di quello ancora più infame di non proporre una composizione di governo alternativo, di non offrire “soluzioni altre”, di non mettersi nei panni scomodi di chi sta in alto, come se,  perfino i ragazzini di prima media sono tenuti a saperlo, il nostro assetto istituzionale, non affidasse al Parlamento eletto il potere legislativo e al governo quello esecutivo.

Come se negli anni, dalla promulgazione della Costituzione in poi non fosse stato avviato in forma bipartisan un processo volto a circoscrivere la possibilità per i cittadini di esercitare controllo sul processo decisione.

Come se la stampa ormai accorpata nell’Unico Grande Giornale degli italiani non fosse impegnata a offrire una verità suggerita dal suo padronato.

Come se salvo rare auree eccezioni, non sia stato sempre scoraggiato il ricorso a referendum, ultimo fronte rimasto al popolo per impugnare leggi anguste o ingiuste, se i pronunciamenti non siano stati traditi, compreso il No a quello costituzionale, aggirato, ancora di più proprio in questo nostro tempo, dal ricorso a fiducia e Dpcm, se il loro impiego è oggetto di dissuasione preventiva, come nel caso di alcune normative vergognose, Legge Bossi-Fini, decreti di ordine pubblico.

Eppure i modi per contare ci sarebbero, a cominciare dalla disobbedienza, lecita e giusta anche vedere il successo dei santini con il sindaco Luciano incollati su ogni profilo social, a cominciare dalla possibilità di revocare la delega concessa a rappresentanti indegni, come sarebbe lecito e legittimo fare con le regioni che si sono macchiate dei delitti di strage, a cominciare dalla obbligatorietà, per chi oggi difende da militante sottomesso e rispettoso l’azione del movimenti o dei partiti di maggioranza, di riprendersi la cambiale in bianco concessa sfiduciando le scelte compiute.

Altrimenti è troppo tardi: lo ricordano quelli che sono già senza lavoro, quelli delle partite Iva condannati a passare dal domicilio coatto alla domiciliazione sotto i ponti, quelli che hanno come unica forma di sostegno un ulteriore indebitamento del quale è impossibile il rimborso, quelli che ritengono di essere al sicuro, dipendenti pubblici, lavoratori garantiti, che presto non avranno il salario contrattuale, le donne che hanno creduto di conciliare con il part time bisogno di un reddito con il lavoro di cura sostitutivo dello stato sociale e che ora soffrono la concorrenza dei nuovi forzati dello smart working, quelli delle varie economie sommerse dell’accoglienza turistica, dei B&B allestiti nella casetta dei nonni, delle gelaterie in franchising, dei lavoretti alla spina che parevano provvisori e adesso sono diventati la frontiera più appetibile per generazioni di disoccupati e sottoccupati.

È talmente tardi che si capisce perché il Rilancio, la Fase 2, salvo qualcuno criminalizzato per aver voluto provare l’ebbrezza della libertà ritrovata in fila all’Ikea o dell’apericena ai Navigli, avrebbero accertato la ragionevolezza del popolo, passato dalla paura del contagio da virus a quello del contagio da miseria.

 


Covid 19, Draghi 20, Rovina 21

Ash_LandsSapete io non riesco a credere ai miei occhi, alle città deserte non tanto per le sanzioni sostanzialmente illegali, ma per la paura che ha improvvisamente colpito una popolazione che si riteneva a rischio zero  e che ad ogni apparire di un pericolo sottoscriveva cessioni di libertà al potere che quel pericolo aveva appositamente creato o suscitato. Ancor meno posso credere che quella stessa popolazione sia così docile e intellettualmente passiva da cadere in qualsiasi tranello venga teso: negli ultimi tre anni – cifre dell’Istituto superiore di sanità – sono morte 60 mila persone per influenza e poco meno di 150 mila per infezioni ospedaliere, in un una sinistra miscela fra tagli senza fine alla sanità, inefficienza della terziarizzazione, costo folle di medicinali e strumentazioni dovuti alla spada di Damocle della corruzione e una suggerimento subliminale a non curarsi poi troppo della salute e della vita oltre una certa età. Ma non lo sapevamo e non lo volevamo sapere, la vita continuava felice di quella opaca felicità data dall’indifferenza.

Ma poi ci hanno detto che c’era il Covid che giungeva dalla terribile Cina dove, come è ben noto la sanità è imperdonabilmente per tutti e una sindrome influenzale facilmente superabile anche nei casi più acuti dalla semplice presenza di respiratori di cui tuttavia la sanità pubblica è sguarnita, ma non più letale per le persone a rischio di quelle che comunemente attraversano l’inverno. si è trasformata nella peste nera. E’ bastato dire ciò che normalmente non si dice ed è stato il delirio. Così ci si è sottoposti alla spoliazione delle più elementari libertà in vista di un rischio che non è significativamente superiore a quello di ogni inverno e a quello di ospedali che devono contare persino la carta igienica, di medici sfruttati e malpagati che hanno il lucroso privato come loro stella cometa e personale sanitario sfruttato sino all’ultima goccia di sudore. Naturalmente come ogni rivelazione anche questa dell’epidemia ha le sue sceneggiate di rinforzo, la conta costante dei morti, le cifre che ballonzolano senza nessun significato perché se lo lasciassero trasparire tutto potrebbe essere messo in discussione, i camion militari che trasportano i morti, le false foto di bare allineate: nulla è lasciato al caso purché non si capisca davvero ciò che sta davvero accadendo, riversando la gratitudine su chi ci ha salvato la vita mettendoci ai domiciliari e provocando una crisi economica  le cui cicatrici dureranno anni. Anzi no, diciamo che ci ha messo in una condizione nella quale persino la democrazia monca e bugiarda degli ultimi anni parrà l’età dell’oro.

Sulla base delle cifre reali è fin troppo chiaro che la governance occidentale  ha colto l’occasione del virus, come del resto era stato studiato e preannunciato in tante simulazioni, per superare le difficoltà del sistema che ormai era arrivato al limite e mettere le persone in uno stato di tale minorità e così dipendenti da accettare qualsiasi cosa invece di ribellarsi a uno stato di cose: il sistema neo liberista si è dato malato per non andare in tribunale. E nessuno è riuscito a sottrarsi alla paura: anche coloro che sottolineano le disuguaglianze e le contraddizioni insite nel sistema hanno comunque introiettato la narrazione generale della grande epidemia e ne sono vittime tanto e quanto l’uomo della strada: essi guardano al Covid 19 come all’ennesimo fallimento del paradigma neo liberista che si trova di fronte a quei limiti sociali e naturali che vuole negare. Non vogliono pensare che il coronavirus sia invece, a livello di comunicazione, l’ultima creazione del sistema stesso destinato a erodere la capacità di risposta della masse e ad addomesticarle. Il povero coronavirus, è una semplice incognita nell’equazione è l’occasione per un sistema ormai giunto alla frutta di arrivare alla domesticazione finale delle persone e degli elettori, un’occasione per il sistema e i suoi rappresentanti per presentarsi come salvifico e non più mortifero: se così non fosse, se non ci si fosse arresi alla rappresentazione,  non sarebbe possibile equivocare i dati che abbiamo e che parlano di una patogenicità modesta, ancorché diretta all’apparto polmonare già così provato di particolati e dai veleni.

Per quanto ci riguarda da vicino è ormai chiaro che non saranno più gli italiani a decidere da chi farsi governare, ma il Palazzo imporrà, naturalmente senza uno straccio di elezioni, Mario Draghi il grande svenditore del Paese, con un’operazione tipo Monti con la differenza che allora la paura era lo spread e adesso il Covid , entrambi usati come spauracchi, ma di ben diversa caratura riguardo alla paura. Poi tra un anno, quando i salvatori ci faranno sapere che i morti per coronavirus e non con coronavirus sono stati pochi grazie alla loro opera, che l’indice di mortalità non si è significativamente spostato verso l’alto, se non forse per i malati di altre patologie, abbandonati durante l’emergenza, sarà troppo tardi per tornare indietro.


Grande virus, grandi speranze

arc 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata delle città deserte, del silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi, usciti dai ricongiunti di Hoffmansthal e che si specchiano nei canali ora chiari e trasparenti, come i viaggiatori in Italia, deliziati dall’immersione di una Arcadia recuperata grazie alla pestilenza.

Poi sono arrivati i professionisti dell’ecosocialismo, che avevano già apprezzato la riduzione di consumi effetto della crisi del 2008, che confidano che il dopo virus, contro ogni ragionevole previsione, induca una pacifica rivoluzione ambientale, e che la pandemia arrivi dove non è riuscita Greta: persuadere le popolazioni a consumi più sobri e razionali, “che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie …condizione  indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra” (cito da uno dei più condivisi in rete) e le industrie e i governi a produzioni e normative più sostenibili.

La piccola utopia prodotta dal coronavirus disegna un domani più equo e responsabile, grazie alla rivelazione sia pure un bel po’ cruenta,  “ che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi sgombri per incontrarsi”.

Insomma insieme a Volare e a Fratelli d’Italia  alternato con Azzurro, si leva un nuovo e originale inno alla decrescita felice, cui concorre un pubblico di censori del tribunale popolare che lancia l’anatema contro i costumi dissipati, inteso a reprimere l’anelito alla Wilderness di corridori nei parchi e nelle spiagge.

Viene da dire quindi che agli ammaestramenti della  scuola di pensiero di Latouche  bisognerebbe aggiungere quel tanto che ci vorrebbe di luddismo, perché il puntiglioso monitoraggio effettuato dalle aziende telefoniche è improbabile sappia distinguere i cambiamenti repentini di celle degli sportivi irresponsabili (salvo i calciatori che rientrano a viva forza nel conteggio delle vittime degli effetti collaterali), delle uscite di cani reiterate,  degli acquisti compulsivi, dagli spostamenti di tutti i lavoratori cui si impone un doveroso sacrificio in nome dell’interesse generale ad avere gli scaffali pieni, la consegna di pacchi e merci, la produzione di pneumatici e di montature di occhiali, la lavorazione di metalli e acciaio,  la fabbricazione  di schede di test per i colossi dell’elettronica o di rubinetti, dai quali pare che tutti, e non solo i padroni, si aspettino abnegazione e spirito di servizio, in cambio della oculata somministrazione di mascherine e guanti, con il vincolo tacitamente sottoscritto che quando il Paese vivrà il sollievo per il passato pericolo si tornerà alle abituali sottrazioni di responsabilità e alla diffusa insicurezza che permette di attribuire le “morti bianche” a errore umano dei dipendenti.

Adesso sappiamo che per loro non vale il “tutti a casa”, grazie anche a una iperproduzione di provvedimenti normativi circostanziati a intermittenza, che entrano in particolari ininfluenti e grotteschi come ci si può aspettare da avvocati degli italiani prestati all’emergenza: pizza bianca si, margherita no, per trasmettere la percezione di una attenta e efficiente azione di governo della crisi esplosa in tutti i settori, con evidente predilezione per l’arbitrarietà, tanto che proprio come la morte, è ormai evidente che nemmeno il virus è una livella, e neppure i modi scelti per combatterlo, anche grazie all’applicazione di misure securitarie e repressive di governi deboli alla domanda di uomini forti che verrebbe da un paese impaurito e confuso.

Anche a me piacerebbe che apprendessimo la lezione della storia, che si moltiplicassero gli eretici dell’Europa dopo che altri hanno trovato il loro Martin Lutero e la loro Avignone, che una democrazia responsabile si sottraesse a imposizioni autoritarie riconquistando la sovranità rubata, che governi si ribellassero allo stato di impotenza ingiunto da fuori e accettato per sfuggire al dovere di agire nell’interesse popolare, per obbedire a quello di assecondare appetiti padronali, invertendo   magicamente la tendenza a  privatizzare i beni e i servizi comuni, che si indirizzassero gli investimenti profusi per armamenti e grandi opere verso il ripristino delle condizioni di tutela della salute pubblica, spendendo in ospedali, rivedendo la pratica  e le procedure degli appalti per la fornitura di apparecchiature, dispositivi, medicinali, oggi terreno di scorrerie di predoni celesti e non.

Anche a me piacerebbe che finalmente si applicasse la Costituzione più bella del mondo invece di farne carta straccia, difendendo l’unità nazionale messa in pericolo da pretese autoritarie e secessioniste, che hanno dimostrato come l’ideale federalista rispondesse a una potenza centrifuga, intesa a svuotare lo Stato e il Parlamento per estendere competenze e facoltà condizionate da lobby locali e corporative.

Anche a me piacerebbe che la bellezza di città svuotate implicasse la restituzione agli abitanti, che chi si è affiliato all’economia di risulta sommersa e opaca della conversione del patrimonio immobiliare privato in B&B, case vacanze e alberghi diffusi, imparasse dalla pedagogia del virus che è meglio preservare il tessuto abitativo e commerciale della citta e la sua vocazione, affittando a residenti, artigiani, piccoli commercianti. Anche a me piacerebbe che menti che pensano di essere illuminate non si facessero contagiare da narrazioni consolidate secondo le quali il turismo di massa è democratico perché permette a tutti di stare malamente schiacciandosi e pigiandosi nello stesso posto e nello stesso momento, mentre quello dei ricchi consente il godimento esclusivo di luoghi e piaceri.

Anche a me piacerebbe che se   la gestazione del Covid-19 è avvenuta a margine di processi produttivi  agro-industriali che hanno devastato  interi ecosistemi,  inducendo una proliferazione di patologie trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’essere umano, o abbassando la qualità dell’aria, delle risorse naturali, dell’abitare, allora si presentasse l’occasione di rivedere il modello di sviluppo che sta conducendo alla catastrofe ambientale, favorita anche in questo caso dalla globalizzazione, dalla circolazione di merci e persone, dall’urbanizzazione selvaggia che costringe a ridurre e confinare spazi e relazioni.

E anche a me piacerebbe che fosse vera la retorica consolatoria, tra recupero dell’identità patria, riscoperta dei valori “miti” della nazione grazie a ritrovata gentilezza con l’eclissi ahimè temporanea di icone negative, e rinnovato senso di domestica solidarietà, rotta solo da isolati delatori, che l’isolamento coatto faccia ricordare e ricercare il valore della libertà personale e pubblica, già fortemente contenuta, controllata e mortificata dallo stato di necessità ancor prima della stato di eccezione di questi giorni, che da anni opera  una censura grazie all’austerità, alla industria della incertezza e della paura alimentate dalla precarietà, all’insicurezza nutrita dalla percezione dei pericoli che gravano sul poco di beni che ci restano, minacciati dall’altro, dalla competizione, dalla cancellazione della stato sociale, che ci obbliga a destinarli all’autotutela, con i fondi, le assicurazioni e pure con la pistola su comodino.

Il fatto è che la decrescita è come il male minore, che siamo sollecitati a scegliere dimenticando che si tratta di un male. Così vogliono persuaderci che si vivrà meglio, sopravvivendo al virus, pagandone i costi con una maggiore severità, un maggiore contenimento di libertà, autonomia, desideri, così impariamo a averla scampata.

 

 

 


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