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Va in fumo il Russiagate e si apre il Clintongate

18643888_10211389366762329_1084527539_nFinalmente il trucco è stato scoperto e l’informazione maistream americana comincia ad ammettere apertamente che il Russiagate è una bufala purissima, pagata dal partito democratico con i fondi della campagna elettorale e costruita con la regia di una ex spia britannica, tale Christopher Steele. Come mai dopo un anno e passa di campagna volta a dipingere Trump come una sorta di burattino di Putin, tutta questa favola stia finendo nel cestino, è difficile da interpretare: probabilmente da una parte ci si è resi contro che un impeachment di Trump non sarebbe stato possibile su questa base di balle allo stato puro, che in ogni caso sarebbe stato controproducente per i democratici e che infine i Clinton sarebbero stati molto vulnerabili a una controffensiva che andasse ad esaminare da vicino (alcuni rumors sono già avviati) la loro perenne e famelica raccolta fondi a favore della fondazione di famiglia , di fronte alla quale 1 12,5milioni  di dollari per costruire il Russiagate sono poca cosa. Anzi diciamo pure spiccioli di fronte a una campagna elettorale di Hillary costata 1 miliardo e 300 milioni di dollari.

Tutto questo ci porta a una considerazione più generale che va al cuore della cosiddetta democrazia rappresentativa di cui a torto gli Usa sono considerati il modello: il vuoto di politica da proprorre agli elettori, la mancanza di uno scontro significativo fra idee di società, porta ogni cosa sul piano di una narrativa deviante molto simile alle sceneggiature delle serie televisive, con una democrazia che si fa assurdo palinsesto,  casting di facce e di nulla. Proprio in questo contesto desolante ci dovremmo chiedere qualcosa intorno al valore contemporaneo dell’informazione: siamo di fronte a una balla completamente costruita a tavolino da un vecchia volpe dello spionaggio, propalata in coro da tutta l’informazione come se fosse una verità accertata e incontrovertibile, asseverata a mezza bocca da agenzie di sicurezza in grande imbarazzo e lanciata nel mezzo di una campagna elettorale, cioè in un contesto nella quale l’avversario ha tutte le possibilità e la voglia di reagire. Dunque quante menzogne possono essere dette senza che le opinioni pubbliche  possano minimamente dubitare di verità ufficiali di solito già rimasticate da schiere di innumerevoli notisti, commentatori, osservatori della politica?

Si rimane basiti dal fatto che la decostruzione di tutto il  Russiagate, cominciata da quegli stessi organi di informazione che l’avevano avvalorata fino a ieri, è così dettagliata (qui l’articolo del New York Times) da sembrare impossibile che fino a qualche giorno prima non si sapesse nulla di un complesso meccanismo messo in piedi dai Clinton (con la partecipazione di Obama)  e del fatto che sia stato Steele a creare “una serie di promemoria destibati a creare un’ampio legame cospirativo tra la campagna Trump e il governo russo per influenzare le elezioni del 2016 a favore di Trump. I promemoria contenevano anche relazioni fasulle degli incontri tra Trump e prostitute russe, mentre le offerte immobiliari venivano  presentate come tangenti”.”. Da notare che il dossier è stato curato e diffuso da una società, la Fusion GPS, avviata nel 2011 da tre ex dipendenti del Wall Street Journal, su incarico dello studio legale Perkins Coie che si ocupava della campagna elettorale per Hillary Clinton. Tuttavia il portavoce dello studio legale attraverso cui è passata tutta l’opera di dossieraggio con supremo piglio kafkiano sostiene che l’avvocato Marc Elias, incaricato in prima persona di mettere in piedi il Russiagate, non ha mai  posseduto il dossier che lui stesso aveva commissionato. 

Se è per questo i portavoce dei Clinton sostengono che né Hillary, né il Comitato nazionale democratico, erano consapevoli del fatto che la Fusion GPS fosse stata assunta per condurre la “ricerca”. Ma anche il portavoce della campagna, Brian Fallon, adesso dice di non sapere nulla del coinvolgimento dello spione Steel, così come non ne sanno nulla i leader del partito democratico che addirittura non conoscono nè lo studio legale, nè la Fusion Gps che tuttavia da quando è nata ha lavorato praticamente solo per il partito democratico.

Mi chiedo come in questa condizione si possa dar credito senza controlli e contraltari a notizie, dossier, presunti reportage, analisi, numeri che riguardano praticamente ogni cosa dall’Ucraina al Venezuela, dalla Siria al golfo persico, per finire alle notizie che riguardano il nostro quotidiano.  E se tutto questo agitarsi di gruppi di potere, lobby, interessi, si possa davvero chiamare democrazia.

 

 

 

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Democrazia vera e fasulla

democrazia-pallacordaIl fatto che oggi vi sia una specie di referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto può essere una buona scusa per catturare due piccioni con una fava: da una parte prendere le distanze da atteggiamenti vecchi e ragioni mistificate portata avanti da elites pubbliche della mutua, classi dirigenti locali dal fiato corto, per non dire opache e bottegai senza futuro impegnati in partouze omopolitici per inseguire un reciproco tornaconto,  dall’altra comprendere le ragioni che hanno portato al declino della democrazia, alla sua messa in mora da parte di oligarchie che hanno occupato il vuoto incipiente di credibilità  che si stava formando e dunque in fin dei conti ad ogni più miserabile retorica di partecipazione organizzata dietro le quinte dai padroni del vapore o dai loro valvassini.

Il fatto è che in società sempre più complesse, attraversate da grandi cambiamenti tecnologici e di rapporti produttivi, dominate da relazioni mediatiche più che personali, da esperienze e rapporti indiretti non si può pensare che la democrazia rappresentativa possa essere governata dalle stesse regole pensate alla sua nascita: votare ogni cinque o quattro anni un numero ristrettissimo di individui e poi tacere qualunque cosa essi facciamo, dover scegliere in modo esclusivamente binario tra blocchi e parole d’ordine spaventosamente semplificate, è quanto di meno realmente partecipativo si possa pensare e alla fine riporta a una situazione ancien regime . Sarà banale dirlo, ma o la democrazia nasce dal basso, ovvero da un ambiente sociale che discute, si scontra, si misura e poi risale la scala delle competenze decisionali in ogni suo ambito, oppure non è. In anni passati si è pensato in alcuni Paesi, come l’Italia per esempio, di poter ampliare la rappresentanza creando fotocopie a vari livelli delle assemblee nazionali, la cui gestione devoluta ai partiti ne faceva nient’altro che una cinghia di trasmissione autoreferenziale e generando una rappresentatività illusoria, terreno di caccia per clan e interessi di ogni tipo, lobby locali, confusione e incertezza istituzionale, voto di scambio e dulcis in fundo corruzione.

Naturalmente la democrazia non ha bisogno solo di elettori, ha bisogno di elettori attenti e consapevoli, che prima di andare alle urne si siano confrontati con i problemi nelle varie istanze possibili e concrete, dal lavoro, alla scuola: la democrazia non regge come sistema di governo se non è un sistema di vita. E infatti via via, mentre si asseriva l’allargamento della partecipazione e si fabbricavano i più diversi sistemi elettorali le persone sono state emarginate dalle decisioni tanto che, per esempio, tutto il processo di costruzione europea è stato sottratto al voto popolare e quando in rari casi è accaduto le decisioni sono state cancellate, così come del resto è avvenuto e avviene per le questioni che concernono il lavoro o i beni comuni.

Ora come si può cambiare? Ci sono alcuni esempi a cui ci si può ispirare e sparsi per il mondo, magari in realtà particolari, ma non di meno in Paesi significativi. Innanzitutto introducendo l’obbligo di referendum per qualsiasi variazione costituzionale, per leggi che investano il privato delle persone o che devolvano sovranità e dunque parte della capacità decisionale dei cittadini. Un istituto che dovrebbe essere ampiamente utilizzato anche ai vari livelli, nelle Regioni e nei Comuni per i provvedimenti che interessano direttamente la vita delle persone come la scuola, i trasporti o la sanità: in questo modo diventerà anche difficile per gruppi di pressione e interesse servirsi della consultazione popolare in modo episodico, demagogico e strumentale come vediamo oggi. Né si deve pensare che questo finisca per affaticare gli elettori e allontanarli dalle urne, perché questo accade solo quando la gente si trova a pensare di non poter decidere nulla: uno studio dell’Ocse su quaranta Paesi ha messo in luce che il processo di coinvolgimento decisionale stimola una cultura dell’impegno e del dibattito. Infatti più sono i referendum più la partecipazione tende ad alzarsi e non il contrario.

Poi agendo sull’informazione, prendendo atto che siccome essa è uno strumento basilare per l’orientamento del mercato (parlo in termini economici, ma evidentemente con scopi più generali) essa non può essere gestita con strumenti e logiche di mercato: dunque editori puri, autonomia totale delle redazioni, vere leggi contro la concentrazione in ogni ambito della comunicazione, normative severe sulla pubblicità. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma almeno si metterà rimedio alla scandalosa concentrazione di oggi.  Infine riconoscere un ruolo centrale e di base alle comunità, siano esse cittadine o più ristrette che potrebbero svolgere un ruolo prezioso nel momento in cui i rapporti altri tipi di collegamento vengono messi in crisi e sui quali del resto esiste un’amplissima letteratura.

Insomma occorre riprendere il controllo per evitare lo schianto a cui ci sta portando un equipaggio che ha ubriacato i passeggeri e li ha messi in stato di minorità. Certo mi rendo conto che per ottenere tutto questo bisognerebbe che il controllo sia stato già ristabilito, ma per il momento è già importante che si dimostri di avere un obiettivo e di volerlo conseguire.


Rosatellum: bere per dimenticare

hard timesRicordo che a scuola, dalle elementari al liceo, la rivoluzione americana e quella francese erano presentate come in sequenza, quasi che fossero parte di uno stesso processo, che tendessero a un medesimo scopo e che dunque le origini e le radici della democrazia nella quale immeritatamente si viveva fosse un unico sistema di governo. Solo più tardi mi si fece strada la rivelazione che sì, si trattava di due eventi nell’ambito della presa di potere della borghesia, ma che in qualche modo vivevano dentro orizzonti antitetici: la rivoluzione francese, erede di un lungo processo di elaborazione politica continentale forgiata dall’Illuminismo, da Rousseau, da Kant, tendeva a creare il concetto di cittadinanza che implicava tutta la persona nella costruzione della libertà mentre quella americana, figlia di un atomismo antropologico che si era innestato fin dal ‘500 e così marcato da riverberarsi anche nella gnoseologia, si curava principalmente dell’uomo – lupo, ovvero della libertà in senso economico.

Naturalmente è difficile una separazione netta tra i due aspetti che oltretutto hanno avuto in due secoli e mezzo di storia un’infinità di ibridazioni e innesti, nondimeno ci troviamo di fronte a due tradizioni democratiche profondamente differenti anche se rassomiglianti negli aspetti istituzionali, nelle tecniche e nelle ritualità e disgraziatamente anche nel nome, dal momento che riandando ai tempi in cui il vocabolo si è formato, una potrebbe essere chiamata democrazia in senso proprio, ovvero governo del popolo e della polis in vista di un bene comune e collettivo, l’altra crematocrazia, ossia amministrazione della ricchezza, delle libertà ad essa legata e della sua tutela. In termini moderni e per stare sul generale potremmo dire che la prima afferma i diritti della persona, l’altra quelli dell’ individuo anche se non è semplice distinguerne l’identikit . Ma esistono dei sintomi, delle stigmate che ci fanno comprendere il terreno in cui ognuna di queste tradizioni pianta le sue radici.  La tradizione che si fonda nella libertà economica individuale in quanto carattere totalizzante, presuppone la sua piena realizzazione nell’istituzione “democratica” stessa  e dunque ha sistemi elettorali volti al maggioritario, ovvero alla governabilità perché si tratta soprattutto di fare scelte pragmatiche e contestuali in ragione di interessi presenti, supposti o futuri. L’altra tradizione dovendosi confrontare con un terreno molto più ricco e variegato rispetto al bene collettivo e con diverse concezioni possibili di società, è invece più propensa ai sistemi che proporzionali che danno maggiore peso alle opinioni dei cittadini e per così dire alla loro realizzazione politica. Intendiamoci, ognuna delle due concezioni ha meriti e demeriti, ma quella di tradizione economica ha finito per essere travolta dalle logiche del mercato diventando tutt’uno con quello.

Col tempo e grazie alle straordinarie capacità di accumulazione di sistemi imperiali senza remore, anzi più paghi di se stessi quanto più questa accumulazione cresceva, la tradizione crematocratica è diventata prevalente, ha travolto le sovranità e le cittadinanze imponendo sistemi elettorali maggioritari, anzi di fatto oligarchici, che rendono pressoché impossibile un vero cambiamento e lasciando agli elettori la scelta solo tra facce e slogan che fanno parte della stessa commedia. In più da una ventina d’anni a questa parte ha creato una cortina fumogena per diffamare il proporzionale e soprattutto le sue ragioni di rappresentanza e cittadinanza, per impedire che “elezioni sbagliate” mettano in crisi il globalismo oligarchico ovvero l’ultima versione falsificante della democrazia fondata sul mercato:  grazie ai media tutti posseduti da poche mani e nelle cui file si è imposta una selezione al ribasso, come del resto in quasi tutti gli ambiti, si è fatta di tutta un’erba un fascio mettendo assieme cose radicalmente differenti come sovranismo, protezionismo, nazionalismo, antiglobalismo, statalismo, voglia di rappresentanza e tacciandole tutte di populismo, concetto del resto mai definito, flatus vocis del tutto autoreferenziale, dunque logicamente circolare. Di fatto non esiste vocabolo più essenzialmente populista del populismo.

Un bel pasticcio di cui sono state vittime per prime proprio quelle forze che  avrebbero dovuto essere contro e che invece si sono messe a remare assieme ai padroni del vapore, addirittura deridendo i poveracci che tentano di tirarsi fuori dalle catene, rispolverando per l’occasione testi muffiti e attaccandosi al terribile giovane Marx prima che lo stesso cambiasse idea e si affacciasse alla realtà rifiutando le astrazioni. Lo hanno fatto per orfanaggio e per un piatto di lenticchie che alimenta tra l’altro sfacciate flatulenze pseudo ideologiche tese ad appoggiare ciò che Lenin chiamava il comitato d’affari della borghesia, del quale fa parte l’intera politica. In queste condizioni e sotto il calcagno di un’idea secondo il quale lo Stato e il Parlamento sono solo organi amministrativi e non politici era inevitabile che venisse fuori un qualche Rosatellum perché la stabilità del potere finanziario delle banche e dei centri finanziari non ammette che esista una volontà popolare. Ma era invece evitabile che tutto questo meritasse una decisa e lunga battaglia, non il silenzio che ha accompagnato l’ultima creazione degli stilisti di moda e di governo. Forse non esiste più una volontà popolare, ma una lunga collezione di drammi e mugugni di fronte ai quali non si può fare altro che bere per dimenticare.


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