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Maledetta democrazia

UrbinatiLa lunga mail di un lettore colto, focalizzata sui post di questo blog riguardanti le varie e colorite proposte di abolire il suffragio universale, cominciando ad escludere per il momento gli anziani in maniera che non possano difendere le loro pensioni, ma in futuro estendibile a chiunque non sia in sintonia con il potere, mi induce a riprendere il discorso e ad ampliarlo perché questo tipo di posizioni che si stanno moltiplicando prendono in realtà le mosse molto  tempo fa, alla prima metà degli anni ’70 quando il neo liberismo aveva già costruito la sua gabbia concettuale come pretesto teorico della cresocrazia  e attendava il momento buono per metterla alla prova concretamente, cosa che accadde con Reagan e con la Thatcher riuscendo poi a dilagare dopo la crisi dell’Unione Sovietica la cui stessa esistenza aveva consigliato di tenere a bada lo spirito animale dell’ultra capitalismo. C’è un libro in particolare che ha dato inizio alle discussioni su come “migliorare” la democrazia e i sistemi della rappresentanza che già allora erano sotto schiaffo del denaro e del mercato: parlo de La crisi della democrazia, un saggio scritto nel ’75 da   Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki su incarico e finanziamento della Commissione trilaterale che godette nella successiva ristampa anche di una prefazione di Zbigniew Brzezinski. L’edizione italiana, uscita due anni dopo, presentava anche un’introduzione di Giovanni Agnelli. Questi nomi già dicono tutto sull’esordio del neoliberismo politico tanto che Noam Chomsky citò questo studio come “esempio delle politiche oligarchiche e reazionarie”.-

La tesi essenziale del libro era che vi era un eccesso di democrazia la quale nuoceva alla governabilità perché “ Nei paesi democratici, anziché esserci un
pubblico politico effettivo, da cui emergono le istituzioni rappresentative e verso cui i rappresentanti sono responsabili, c’è un pubblico frantumato, un pubblico che in parte non esiste. Nelle comunità politiche di molti paesi democratici si ha un quadro piuttosto caotico. La figura del cittadino che assegna il proprio voto in base a precisi interessi e che, quindi, influenza la scelta dei rappresentanti, i quali, a loro volta, si sentono responsabili verso un pubblico definito, è in gran parte scomparsa”
, come diceva Dharendorf. E’ dubitabile che questo elettore ideale, così simile all’azionista piuttosto che al cittadino, o qual grande pubblico politico sia mai davvero esistito al di fuori delle menti di pochi intellettuali accademici, mentre invece ci troviamo di fronte al consueto espediente retorico che crea un ente inesistente per decretarne il declino e dunque la necessità del suo superamento. In realtà qualunque mutazione fosse avvenuta essa era necessariamente dovuta alla meccanica e alle dinamiche del capitalismo e dunque era insensato invocare più capitalismo per trovare rimedi. Ma questa era solo la facciata del discorso il quale in realtà partiva dalla presa d’atto che il sistema democratico non era più funzionale allo sviluppo del nuovo capitalismo. Come si può vedere qui siamo già usciti dalla politica vera e propria, dalle battaglie sociali, dalle idee, dalle speranze e da dagli orizzonti di cambiamento: l’unico tema è quello della governabilità e dunque della pura gestione, non essendo presa in considerazione alcuna prospettiva diversa o evolutiva rispetto a quella data. Ciò di cui si tratta non è più la democrazia come rappresentanza della volontà popolare o come luogo di scontro incruento fra interessi di classe e nemmeno come spazio di mediazione, anzi la preoccupazione, già da quel lontano 1975 è che questi elementi concepiti come disturbo creino problemi attraverso le “forme ” rituali della democrazia che ancora non potevano  essere cancellati.

Insomma la grande massa degli elettori è incompetente e dunque dovrebbe affidarsi a una elite tecnocratica di aristoi in grado di far funzionare le cose. Nelle mie episodiche esperienze di insegnamento ho capito come sia difficile mostrare l’ insensatezza di questo ragionamento: la scelta politica riguarda sì prospettive immediate, ma è anche fatta di orizzonti, idee, aspettative,esperienze, ambiente e in questo senso nessuno è più competente dell’elettore stesso. La tecnica viene successivamente  fornendo gli strumenti concreti, ma non può dettare la direzione come purtroppo accade in molti ambiti. Quasi tutti guidiamo l’auto e una ampia percentuale di noi ha un’idea sommaria e vaga del suo funzionamento: tuttavia se facciamo una gita non ci rivolgiamo al meccanico o alla fabbrica costruttrice per farci dire dove andare. Il sistema neo liberista propone invece una visione nella quale dovrebbe accadere proprio questo: che solo l’ingegnere motorista, il gruppo industriale, il venditore, il meccanico sono titolati  dirci dove, quando e se andare. E la direzione è sempre quella dell’accumulo di capitale e delle disuguaglianza perché è proprio questo che fa da motore alla loro concezione economia, e alla visione antropologica – primitivista che è loro peculiare.

Bisogna essere ciechi per non vedere che proprio queste idee di governance elitaria sono alla base della costruzione europea successiva alla caduta del muro di Berlino, anche se una certa sfiducia per l’elettore e per il sistema di rappresentanza popolare era già ampiamente presente del Manifesto di Ventotene e per non vederlo bisogna essere lettori incompetenti. Questo ovviamente non significa che il sistema democratico rappresentativo non sia in crisi: i suoi meccanismi sono nati in un contesto profondamente diverso e oggi funzionano male perché sono sovrastati dallo straordinario accumulo di denaro, dai media che da esso dipendono, insomma dal fatto che il discorso pubblico è facilmente eterodiretto e affidato a emotività del tutto marginali o incongrue. Insomma è una crisi creata dallo stesso sistema che ora ne chiede l’abolizione. La via d’uscita della  democrazia diretta o deliberativa non risolve proprio nulla perché se da una parte fa a meno della rappresentanza e dalle sue problematiche , dall’altra rimane vittima degli stessi mali, ossia l’enorme capacità di persuasione dei media e soprattutto rimane in balia di chi possiede e gestisce i mezzi con cui essa si dovrebbe realizzare. Più recentemente le medesime posizioni espresse 40 anni fa ne La crisi della democrazia si sono tramutate nel Contro la democrazia di tale Jason Brennan ennesimo prodotto del culturificio massificante americano il quale propone l’epistocrazia, ovvero un accesso al voto riservato a chi dimostri di avere delle cognizioni base sul sistema politico, sui precedenti governanti, sule opzioni politiche e via dicendo proprio nel senso della pura tecnicalità delle scelte  Non è certamente un’idea nuova e viene espressa anche in termini piuttosto rozzi e semplicistici, ma nello specifico contesto diventa l’apice della distruzione democratica. Scegliere gli aventi diritto al voto secondo criteri  stabiliti dal sistema, perché è questo che alla fine comporta, non fa altro che creare un circolo vizioso nel quale le elezioni stesse sono prive di senso. Ma soprattutto la premessa è che gli elettori non sono tutti uguali gettando a mare  il principio di uguaglianza politica tra persone che è il senso stesso del sistema democratico.

Tutto questo oltre ad essere nefando è anche ridicolo cadendo in un periodo nel quale gli economisti hanno dimostrato la massima incompetenza nella previsione delle crisi e nell’approntare dei rimedi: la politica per sua natura non è né scienza, né tecnica. Ma ci si dovrebbe chiedere come mai la richiesta di competenza tecnocratica giunge proprio nel periodo in cui la scuola pubblica viene strangolata lentamente dalla scarsità di fondi, quando ad essa dovrebbe essere demandato il compito di creare il sapere che renderebbe più consapevoli gli elettori. Naturalmente questo collegamento non è afferrato né dal rozzo e mediocre Brennan né dai suoi notisti della Luiss. Se l,o fosse capirebbero con maggiore competenza la distanza tra la democrazia e la tirannia.

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Ideologia Co2

CO2Era da tempo che volevo scrivere non tanto sul cambiamento climatico, quanto sulla narrazione che si fa di esso, da una parte catastrofista, dall’altro distrattiva sulle conseguenze dell’iper produzione sull’ambiente. Chi legge questo blog sa bene che considero i temi ambientali un punto chiave del discorso politico, come dimostrazione dell’insostenibilità del neo liberismo e delle sue ricette. Ma ho la netta sensazione che grazie alle pressioni mediatiche e alle facili simbologie agitate, il discorso si vada riducendo a uno schiocco allarmismo sulla Co2 che è davvero l’ultimo dei problemi perché si tratta di un gas – assieme al vapore acqueo che è di gran lunga il maggiore fattore serra -che entra pienamente nel ciclo vitale della biomassa planetaria e può essere facilmente smaltito: in effetti nel giro di 5 – 7 anni essa viene totalmente cambiata, vale a dire assorbita da piante e animali e riemessa. Insomma ce la prendiamo con l’unico gas naturale, mentre altri e molto più potenti gas serra  vengono immessi in atmosfera dall’attività antropica (basti pensare solo al metano, al protossido di azoto e agli alocarburi) assieme ai molti veleni che poi si depositano al suolo o vengono smaltiti negli oceani , comprese le scorie radioattive .

Cerchiamo di fare un discorso pacato e serio: il cambiamento climatico è sotto gli occhi tutti, ma il clima terrestre è assolutamente variabile e oscillante sia sui lunghi periodi che su quelli brevi: la geologia ci parla di ere molto calde e molto fredde, ma anche la storia, già quella scritta, quando l’effetto antropico non esisteva, ci mostra una estrema variabilità con periodi più freddi e più caldi dovuti a una nutria serie di fattori: la variazione della radiazione solare che fa la parte del leone costituendo al minimo il 50% degli effetti climatici, l’attività dei vulcani, probabilmente anche la densità di polvere cosmica incontrata dal sistema solare nella sua ampia orbita ellittica attorno al centro della galassia e infiniti altri fattori compreso il moto dell’asse terrestre che provoca la precessione degli equinozi e che sembra essere la causa dell’alternanza di climi umidi e secchi sulla più grande area desertica del pianeta, ovvero il Sahara, la percentuale di forestazione, il grado di albedo o la sostituzione di terreno coperto da vegetazione con il cemento e l’asfalto delle aree urbane e via dicendo. Ora nessuno è in grado di dire quale sia la percentuale di effetto antropico sul riscaldamento attuale, tanto meno di stabilire con adeguata precisione  quale sia l’impatto della Co2 all’interno di  questo processo e quale sia la percentuale dovuta all’anidride carbonica prodotta dalle attività umane . Le ipotesi che abbiamo vanno da un minimo del 2% , certamente sottostimato, a un massimo del 20%. Insomma facendo un po’ di calcoli tra Co2 che fa parte del ciclo naturale e quella di origine antropica  ne viene fuori, prendendo per buone le cifre più allarmistiche, che il contributo dell’anidride carbonica di origine umana al cambiamento climatico è inferiore al 2,5 per cento. Se insomma prendiamo l’aumento di temperatura media registrata dal 1880 al 2018, ovvero 0,8 gradi, il contributo della Co2 di origine umana corrisponde a un aumento intorno agli 0,020 gradi.

Ovviamente il clima è una macchina delicata e non conosciamo bene le interazioni che vi possono essere fra le moltissime incognite cosa che porta al proliferare delle ipotesi oltre che ai “ritocchini” ai dati, anche se di fatto il 60 per cento delle ricerche climatologiche sono neutrali rispetto agli effetti antropici:  tuttavia puntare tutto sulla Co2 come si è fatto a partire dalla conferenza sul clima di Parigi, peraltro già sconfessata nella pratica con un notevole aumento dell’uso di carbone nei Paesi del nord Europa, è quanto meno un azzardo che mette sotto il tappeto tutte le altre nefandezze dell’iper produzione capitalistica, tra i quali figurano lo spreco folle di risorse idriche per cose del tutto inutili oltre che la loro privatizzazione, la deforestazione, l’avvelenamento degli oceani con la plastica e le scorie industriali di ogni tipo, la predazione insostenibile delle risorse, la riduzione della capacità agricola dei suoli,  che sono in sostanza le principali linee portanti della devastazione planetaria dovuto al fatto che il mondo attuale è retto da due divinità maligne, il profitto senza limiti e il consumo folle come sostituto delle speranze e della dignità.

Si tratta di un errore o invece di un progetto ideologico? Mi lascia perplesso e sospettoso il fatto che vi sia stato un passaggio quasi repentino da un sostanziale negazionismo climatico al catastrofismo più spinto. Ma ancora di più il fatto che questa nuova narrazione tutta incentrata sulla Co2 è perfetta per indurre non una minore produzione, ma anzi un suo aumento attraverso – ma è solo un esempio – il rinnovo dell’intero parco automobilistico e mettendo le basi per una nuova accumulazione capitalistica. Inoltre tutto questo rende possibile impadronirsi di una delle principali tesi dell’antagonismo al sistema portando a conseguenze che vanno ben oltre la questione in sé e per capirlo basterebbe citare le parole di Christiana Figueres, segretario esecutivo della struttura dell’Onu sul  cambiamento climatico, secondo la quale la democrazia è un sistema di governo scadente per combattere il cambiamento climatico e parla di trasformazione centralizzata

Tombola. Dal momento che il sistema è divenuto insostenibile e non lo si può nascondere a lungo, allora bisogna fare dell’insostenibilità del sistema la migliore arma per la sua perpetuazione.

 

 


Corrierini e furbini

CP03062018_CP85337_imagefullwideNella comedie humaine la parte più ridicola e ingrata, ma anche quella di maggior successo spetta a quelli che scimmiottano atteggiamenti e linguaggi, assumendoli come propri senza alcuno spirito critico, ma in maniera puramente imitativa. E si capisce perché alcune piece come Miseria e nobiltà hanno avuto e continuano ad avere anche in altre forme e partiture, un grande successo: i servi che imitano i padroni, gli ignoranti che si fingono colti, i poveri che si fingono ricchi, sono un classico ultra millenario, un topos teatrale che mette alla berlina gli aspetti paradossali della servitù volontaria, un’archetipo che tuttavia opera in ogni campo e circostanza, spesso senza essere notato, ma che qualche volta esplode come un mortaretto e ti fa sobbalzare. In questi giorni, lo confesso, mi ero lasciato sfuggire l’ultima piece a stampa di Federico Fubini, figlio d’arte senz’arte, vicedirettore ad personam della premiata compagnia Corriere della Sera, membro direttivo della Open Society di Soros e reo confesso per aver censurato la morte per austerity di 700 bambini greci, il quale di fronte alle manifestazioni dei gretini per l’ambiente,  ha superato se stesso come Totò facendo il principe di Casador nell’immortale commedia citata. 

Il nostro infatti scopre che gli anziani non dovrebbero avere diritto al voto: dopo aver messo alla prova lungamente la propria mente se ne esce con questo ragionamento (si fa per dire, naturalmente) : ” Ma è giusto che uno voto valga un voto in un tema di lunga lena come il clima (o il debito, o il cambio tecnologico)? La generazione degli 0-25enni in Europa oggi ha un patrimonio di vita futura di oltre 9 milioni di anni. Più di tutte le altre generazioni adulte messe insieme” . Insomma è come se parlasse di stock di merci da smaltire e non di problemi che investono la società umana, dimostrando come l’economicismo più rozzo e perverso sia alla base dei pensieri di questi tomi che nemmeno paiono avere idea del significato di suffragio universale, delle lotte sociali, del significato stesso della vita. Il calcolo è ovviamente sballato perché prende in considerazione lo stock di vita futura di persone dagli zero ai 17 anni  che non votano, rendendo così la massa di anni da vivere dei maturi e degli anziani soverchiante rispetto a quella dei ggiovani. Ma poi lo stesso ragionamento vale per qualsiasi campo che è sempre di “lunga lena”, se si riescono a decifrare le cose e la catena di causalità e casualità: per esempio sarebbe molto più giusto che invece di un Fubini che va per i sessanta ci sia uno scolaro di seconda elementare perché rappresenta uno stock più significativo di vita futura. E poi le persone mature e anziane con un patrimonio di vita più ridotto rispetto ai giovani consumano una quota di spesa sanitaria molto maggiore: che ingiustizia. Faccio notare en passant che storicamente maggiore è il livello di civiltà di una società e maggiore è il numero di anziani.

Oddio non so se il Corriere della Sera sarebbe peggiore  se fosse il giornalino della quinta C, di certo non dovremmo leggere certi arzigogoli che non distinguono tra uomini e merce, tra speranze e conti di bottega e che in definitiva mostrano in maniera inequivocabile come il pensiero unico, sia totalmente estraneo alla democrazia e a ogni idea di progresso o giustizia sociale: a un certo livello si riesce a confondere le acque, ma nelle espressioni più grossolane e intellettualmente futili, appare chiarissima l’idea elitaria che tende ad escludere qualcuno dalla rappresentanza per i più svariati motivi, compresa la cretinata degli stock egli anni. Ogni tanto qualcuno ci tiene a farci sapere dagli spalti dei giornaloni che non dovrebbe partecipare alla vita pubblica, nemmeno con il voto, chi ha certe o certe altre caratteristiche, proprio perché i servi volontari non riescono a comprendere la natura della democrazia o comunque quella che dovrebbe essere e tendono ad averne comunque un’idea oligarchica. Forse hanno ragione loro, il suffragio universale è pericoloso: figuratevi che può votare anche uno come Fubini.


Istinto arrendista

bb

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


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