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Facciamoci un gilet

366062825--1-Questo sarà un lungo post, una corsa panoramica e senza anguste misure sui gilet jaunes, sullo spirito che hanno incarnato prendendone via via consapevolezza, sulla risposta unicamente repressiva dello stato neo liberista che così svela menzogne, illusioni e limiti oggettivi di chi ha creduto nella fine della storia. E infine sulla possibilità che questa jacquerie divenuta in poco tempo onda di profondo cambiamento, costituisca l’inizio e l’innesco di una svolta storica.

Ogni sabato, per quindici  settimane, sono scesi nelle strade delle città idi tutta la Francia a decine di migliaia, hanno organizzato assemblee, allagato i social media e la stampa, nonostante gli instancabili sforzi di reprimere, calunniare e sminuire il movimento  dato fin da novembre sull’orlo del collasso: ma i manifestanti in giallo sono ancora lì, segno che rappresentano molto di più di quelle richieste “piccolo borghesi”  in cui li ha incasellati spregiativamente l’informazione di regime. Oggi persino i lacché di penna e microfono del potere macroniano sono costretti a riconoscere che il movimento dei gilets jaunes  si è rivelato molto più complesso  e sorprendente di quanto non fosse apparso all’inizio, almeno ai loro occhi velati. Essi sono riusciti a evidenziare i pericoli dell’utopia neoliberista di Macron e delle oligarchie europee senza basarsi né sul nazionalismo, né sull’allarme migratorio di carattere xenofobo, ma portando avanti una nuova visione della  democrazia e della solidarietà che ha ben poco a che vedere con i tentativi di imitazione o di associazione ideale.

Il minimo che possiamo dire è che i gilet hanno fin da subito suscitato la rabbia isterica di Emmanuel Macron e dal suo governo. Ci sono state ovviamente delle concessioni formali: a dicembre, di fronte alle dimensioni del movimento, il governo è stato costretto a rinunciare al suo aumento programmato della tassa sui carburanti e anzi ha annunciato una serie di misure destinate a calmare la tempesta. Rispetto a ciò che i numerosi movimenti sociali degli ultimi dieci anni di storia francese sono riusciti ad ottenere  – cioè niente – si sarebbe potuto pensare che essi si accontentassero di questa vittoria. Ma i manifestanti non hanno impiegato molto a rendersi conto che le misure annunciate dal governo (aumento del salario minimo di 100 euro al mese, anche se a carico dei contribuenti e non dei datori di lavoro, esenzione fiscale per gli straordinari, un bonus di fine anno per i dipendenti, l’annullamento della tassa CSG per i pensionati con meno di 2.000 euro al mese) era solo fumo negli occhi, perché queste “briciole” erano ben lontane dalle richieste del movimento per la giustizia sociale e fiscale, la redistribuzione della ricchezza e una democrazia più diretta.

E’ forse proprio per questo che il gilet gialli sono stati oggetto di una violenza che non si vedeva in Francia almeno dal 1968. Da novembre circa 80.000 poliziotti, gendarmi, membri di  membri di unità speciali dell’esercito, uomini dei servizi con i loro servizi, si sono mobilitati per “tenere sotto controllo” le manifestazioni in tutto il Paese. Nel corso delle proteste sono state lanciate decine di migliaia di granate lacrimogene e pallottole di gomma contro i manifestanti spesso in contesti illegali. Le cifre del ministero dell’Interno, quindi di una parte che ha tutto l’interesse a minimizzare parlano da sole: finora almeno dieci persone sono morte (una è stata uccisa direttamente dalle “forze dell’ordine”), 2.100 sono state ferite, 8.700 quelle arrestate con 1.796 condanne. La violenza della polizia ha colpito tutti, anche, i medici di strada, i giornalisti, i fotografi e gli studenti delle scuole superiori, vecchi, donne, bambini e persino disabili. Nonostante tutto questo Macron e i suoi compari sembrano lontani dal mettere in discussione le politiche sociali ed economiche che hanno alimentato questa rabbia popolare, il governo ha puntato il resto del suo già scarso capitale di credibilità tentando di screditare il movimento, disumanizzando i suoi partecipanti e demonizzandone le azioni: il ministro degli Interni Christophe Castaner e i membri del partito di Macron parlano costantemente di “teppisti”, presentando i manifestanti come una folla odiosa, xenofoba e fascista. Il duro rifiuto di Castaner di riconoscere la violenza della polizia è sorprendente. Il mese scorso, mentre invitava i francesi a non manifestare, ha minacciato: “coloro che dimostrano sappiano che sono complici dell’ hooliganismo”.

Certo dev’essere un cretino coi fiocchi o uno che crede che lo siano gli altri, ma di fatto questo eccesso di violenza cieca alla fine è diventato esso stesso un argomento di discussione  nella vita pubblica francese. Dopo due mesi di triste silenzio sulla repressione della polizia contro i manifestanti, i media – che fino a quel momento erano interessati solo alla violenza perpetrata dai “teppisti” – sono stati costretti a svegliarsi. Sembra ormai passato molto tempo dall’affaire  Benalla, quando l’opinione  pubblica e i media sembravano agitati non tanto dal fatto che la guardia del corpo di Macron, forte del suo ruolo di favorito,  picchiasse i manifestanti e scatenasse la sua furia contro un uomo a terra , ma per il fatto che non fosse un poliziotto. Per la prima volta, su radio e TV, si cominciano a sentire intellettuali che si rifiutano di condannare i manifestanti e cercano di spiegare la rivolta  in termini di violenza sociale ed economica che la politica pubblica ha imposto alla popolazione. Per la prima volta, il governo non riesce a strumentalizzare la violenza per screditare il movimento: piuttosto, la sua stessa violenza sta aiutando ad amplificare il messaggio dei manifestanti.  D’altra parte a questo cambiamento di atmosfera hanno contribuito le mobilitazioni dei gilets contro la repressione della polizia e a sostegno delle vittime: centinaia di testimonianze, foto e video di gilet jaune feriti sono circolate sui social media anche quando i media erano interessati solo a mostrare violenza “hooligan”. A dicembre, un video che mostrava oltre cento liceali nel sobborgo parigino di Mantes-la-Jolie in ginocchio, le mani in testa, circondati dalla polizia in tenuta antisommossa, è diventato virale e la posa che questi adolescenti sono stati costretti ad adottare è stata ripresa dai manifestanti , che lo hanno reso uno dei simboli  delle loro  proteste. Le donne coinvolte nel movimento sono state particolarmente attive nella marcia parigina per denunciare la violenza della polizia e hanno voluto che alla testa della manifestazione ci fossero i feriti nelle prime settimane di protesta. Rompere il silenzio ha significato anche sollevare il velo su una violenza che è stata perpetrata per decenni contro i movimenti di opposizione e specialmente le popolazioni dei quartieri poveri, della classe lavoratrice e delle minoranze etniche della Francia. Si apre così la strada a una convergenza con le lotte degli irregolari o dei circoli sociali urbani.

In effetti, tutto questo fa parte del quadro più ampio dello slittamento autoritario che ha raggiunto il suo massimo sotto il governo di Macron. Questo autoritarismo si rivolge prima di tutto contro chiunque combatta i poteri in essere.  Chi abbia partecipato alle manifestazioni lo sa: non si può più dimostrare in Francia senza rischiare di andare all’ospedale o peggio. La polizia ha persino iniziato a confiscare sistematicamente maschere, occhiali e sieri indispensabili per i manifestanti di fronte a raffiche di gas lacrimogeni. La libertà di manifestare è a sua volta sempre più minacciata, dal momento che lo stato di emergenza è stato introdotto sulla scia degli attacchi terroristici le cui cause e dinamiche affondano nello stesso potere che si è dedicato dall’organizzazione dell’esercito terrorista  contro la Siria. A questo si aggiunge la repressione attraverso i tribunali. Persino molti giuristi hanno espresso le loro crescenti preoccupazioni su questo stato di cose. E a ragione: perché il numero di gilet che Jaunes arrestati ai margini delle manifestazioni per motivi “preventivi”, così come il numero di manifestanti condannati al carcere – a volte solo per i messaggi di Facebook – è davvero sorprendente. Per non parlare delle intimidazioni giudiziarie nei confronti di coloro che vengono considerati come uomini simbolo del movimento in maniera così grossolana e grottesca da fomentare l’indignazione: uno di loro, Julien Coupat è stato detenuto per quasi quarantotto ore perché aveva un giubbotto giallo nella sua auto cosa peraltro obbligatoria per legge.

Da questo punto di vista il macronismo  sta prendendo una china inquietante anche perché in qualche modo incoraggiato dall’oligarchia europea che vede messa in questione la sua stessa esistenza e i propri strumenti di potere tra cui l’euro e le regole di bilancio che ne derivano. Ad ogni modo con il disegno di legge sulle “false notizie” che limita la libertà di stampa, la legge sull’asilo e l’immigrazione che impone regole più severe sui più vulnerabili, nuove regolamentazioni per rendere  segreta o quasi la vita interna delle aziende e la trasformazione dello stato di emergenza in legge ordinaria, di fatto si marcia vero un regime autoritario. E dire che Macron era stato eletto per evitare la Le Pen. Ma il fatto centrale, che spesso sfugge, è che questa non è l’eccezione, ma la regola, perché il capitalismo nella fase neo liberista cerca di imporre una direzione che la società deve seguire, vale a dire, il dominio del mercato globale considerato come la fine della storia e il migliore de mondi possibili. Lo stesso inquilino dell’ Eliseo lo aveva detto nella sua campagna elettorale sostenendo che la Francia stava soffrendo perché non era riuscita ad adattarsi alla “modernità” dell’ordine economico globalizzato, più specificamente a causa del suo sistema politico e delle istituzioni antiquate e ossificate.Eppure oggi in Francia come altrove nel mondo le contraddizioni all’interno del neoliberismo – e in particolare la crescente concentrazione di ricchezza e la distruzione dell’ambiente – stanno alimentando una sofferenza popolare e una rabbia espressa nel rifiuto di queste politiche. La risposta violenta e repressiva rimane l’unica possibile per le governance neo liberiste sia all’interno che all’esterno. 

Proprio per questo la mobilitazione ha continuato ad aggregare nuovi elementi, dalle scuole superiori agli studenti universitari e ai movimenti sociali nelle periferie delle grandi città. Mentre all’inizio i rapporti tra i gilets e le organizzazioni sindacali erano difficili, i membri del sindacato presto hanno cominciato ad apparire durante le proteste e molti sindacati hanno portato solidarietà, spesso grazie all’iniziativa e alla pressione delle strutture di base o territoriali. Il 2 febbraio scorso primo “sciopero generale” combinato con una dimostrazione che univa i sindacati , la CGT, Solidaires e alcuni rami di Force ouvrière con le jaune gilet . È stato un successo straordinario, con oltre 300.000 partecipanti. Il prossimo sciopero generale nazionale che unisce i gilets jaunes e il gilets rouges  è stato convocato per il 19 marzo. Questo nonostante dentro al movimento ci sia ancora un po’ di tutto, grazie anche alle infiltrazioni che peraltro erano state già annunciate da alti gradi delle forze armate e ai media che presentano come capi del movimento personaggi che sono assolutamente marginali o addirittura in polemica con esso. Il fatto sostanziale è che questo sommovimento sta ridefinendo gli obiettivi collettivi dal basso e si oppone radicalmente all’insistenza autoritario-neoliberista secondo cui la sovranità popolare dovrebbe essere delegata ai leader e agli “esperti”.

Oggi siamo di fronte al fallimento politico del progetto europeo e alle correnti politiche dominanti in tutto il mondo occidentale, esse stesse per lo più campioni dell’utopia neoliberale. In contrasto con questi ultimi, il movimento dei gilets jaunes sembra essere uno dei pochi movimenti popolari a non essere costruito attorno ai fattori di pancia ed è dunque una possibilità storica di svolta di cambiamento. 

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Il fantasma della verità

abramsCome molti avranno letto Elliott Abrams  è diventato ambasciatore speciale per il Venezuela, vale a dire la cruna dell’ago dell’assalto al Paese latino americano e alle sue immense risorse che gli Usa vogliono risucchiare, non solo per ingrassare ancora di più le loro multinazionali, ma anche per impedire che altri ne possano disporre. Non è una scelta casuale perché questo Abrams è un personaggio ben conosciuto per aver svolto fin dall’epoca di Reagan ruoli di spicco nelle varie crisi dal Guatemala, al Nicaragua, alla vicenda Iran – Contras ( per la quale fu anche condannato e poi graziato da Bush) , alle due guerre del golfo; insomma un guerrafondaio che ha appoggiato tutte le controrivoluzioni e ogni squadrone della morte.  Ma la sua vera specialità è stata quella di ricoprire qualsiasi schifezza. qualsiasi orrore, con la doratura superficiale della democrazia e dei diritti umani affinché qualsiasi operazione potesse avere a che fare, sia pure vagamente con i crismi della giustizia: infatti in veste di consigliere per la sicurezza nazionale nel quadro della Global Democracy Strategy e grazie ai suoi rapporti privilegiati con il governo di Israele,  si ritrovò a fare da protagonista in un incontro tra il ministro degli esteri Usa e alcuni inviati siriani, tra cui il ministro dell’emigrazione Bouthaina Shaaban. Era il 2005 e in quell’occasione gli Usa volevano far passare la tesi di supposte  azioni ostili della Repubblica Siriana contro le forze di invasione americane in Iraq, descrivendo la quantità di problemi che stavano affrontando non ultimo il permesso accordato a chi combatteva le forze Usa di attraversare il territorio siriano

Si trattava di semplici pretesti che con il senno di poi possiamo interpretare come la nascita dell’operazione caos in Medio Oriente, ma queste affermazioni colpirono i delegati siriani che fecero presente al ministro degli esteri come si trattasse di notizie del tutto false e probabilmente riferite di terza mano, che se volevano conoscere il reale stato delle cose dovevano chiedere a chi sul territorio ci viveva. A questo punto Abrams, prese da parte la signora Shaaban e le disse: “Ma cosa importa la verità di ciò che sta accadendo nel mondo? L’importante è il concetto e l’immagine che influenzano le menti delle persone. Che siano vicini o lontani dalla verità è secondario e non cambia nulla”. Infatti la realtà è diventata una pura immagine dove il vero e il falso si misurano non con la maggiore o minore adesione ai fatti, ma con la maggiore o minore audience come se si trattasse di uno sceneggiato o di una serie televisiva. Per quanto possa sembrare astruso tutto questo non è sorprendente e non è nemmeno una maligna deviazione: è invece in perfetto accordo con l’ideologia del capitalismo mercatista nel quale il valore di qualunque cosa non dipende da condizioni fattuali o culturali, ma dalla sua appetibilità, ovvero dalla capacità di stimolare in continuazione gli strati più primitivi e più automatici della mente emozionale. Per questo nelle produzioni della Hollywood merdiorientale i bambini prendevano tanto spazio: è semplicemente perché più forte è lo choc e più improbabile che la razionalità possa stimolare domande. 

Tutto si basa sulla percezione e sulla sensazione dopo secoli che la scienza era riuscita ad imporre un metodo tendente alla misurazione: non si studiano più i fenomeni in se stessi, ma la percezione dei fenomeni in gruppi campione e benché questa sia per antonomasia soggettiva, la realtà diventa una media statistica più importante del dato oggettivo anche nei campi in cui quest’ultimo è disponibile e diffuso. Non ci si chiede più cosa avvenga, ma cosa la gente pensi che stia avvenendo e tutto questo passa come “realismo”.  Quindi non dobbiamo affatto meravigliarci di quello che disse Abrams, né del fatto che schiere di persone possano aver creduto a tutte le assurde narrazioni sull’Irak, sulla Siria, sull’Afghanistan, sull’Ucraina e oggi sul Venezuela, ma anche su cose più vicine come la democrazie e l’Europa, oppure su semplici oggetti di consumo: cosa importa la verità?  E’ l’immagine che conta e ancor più il possesso assoluto degli strumenti con i quali queste immagini vengono riprodotte e imposte. Probabilmente se Marx avesse oggi trent’anni penserebbe che il fattore centrale del sistema sia la proprietà dei mezzi di narrazione più che di produzione.


Weber, la democrazia e i nuovi lanzichenecchi

yakimaAvvicinandosi il centenario della scomparsa di Max Weber che cadrà l’anno prossimo cominciano ad apparire e ad annunciarsi le prime iniziative di commemorazione a cominciare da Micromega che agisce in contropiede analizzando il contenuto di una celebre conferenza tenuta proprio nel gennaio del 1919, ovvero “La politica come professione”. Weber com’è noto è stato il fondatore della sociologia come la intendiamo oggi e  il grande sistematore della politica borghese o meglio del suo dover essere, tanto che alcuni concetti intorno alla democrazia o al mestiere della politica ci appaiono quasi come banalità tanto sono diventate basiche, almeno nella loro vulgata. Non per questo sono meno attuali, basti pensare proprio alla professione politica dove mancanza di ideali e di responsabilità si traduce in “vanità” che spinge a preoccuparsi soltanto “dell’impressione” che si riesce a dare. La politica spettacolo e il leaderismo erano già sotto accusa prima che il rozzo mercatismo americano li  elevasse a virtù della democrazia spettacolo.

Presso il grande pubblico che si interessa di queste cose, più o meno qualche migliaio di persone,  Weber è però celebre per aver legato e collegato  lo spirito del capitalismo all’etica protestante, il che in sostanza forniva una nuova benedizione laico religiosa al profitto e ai suoi strumenti, dunque allo sfruttamento. Quell’idea, nel suo schematismo, era in in un certo senso straordinaria perché divideva l’europa in due grandi aree quella “molle” del cattolicesimo e quella “forte” del protestantesimo, più o meno attestate sul limes romano (con l’eccezione di aree intermedie come la Francia a nord della Loira e l’Inghilterra), ma a quanto pare vivissime anche oggi. Vabbè, il capitalismo in realtà è nato in Italia, ma in ogni caso prendo spunto dalle incipienti celebrazioni  per estrapolare una delle più note tesi di Max Weber secondo il quale lo stato moderno nato dalle rivoluzioni borghesi è “un’impresa istituzionale di carattere politico nella quale – e nella misura in cui – l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima, in vista dell’attuazione degli ordinamenti” . Insomma l’ordinamento giuridico in sé non è sufficiente a garantire lo spazio dell’organizzazione sociale se poi la coercizione può essere esercitata da altri soggetti. In definitiva è proprio la coesistenza dello statuale, ossia del dominio,  con il politico che permette a certa condizioni l’esistenza di quella che chiamiamo democrazia.

Tralasciamo anche il fatto che questa concezione ha avuto il merito per certi versi, ma anche il torto per molti altri di sostituire la concezione dello stato fondata sulla triade popolo, territorio, sovranità con una molto più tecnicistica di ordinata giurisdizione del dominio esercitato dei ceti economici dominanti ( Weber non si sogna di negarlo) e di controllo dello stesso tramite la forza, che pare essere proprio il cuore del dibattito attuale. Ci vorrebbero molte pagine e molti post per dipanare la questione coinvolgendo anche Kelsen e Carl Schmitt, quindi mettiamola sullo sfondo e concentriamoci sul monopolio della violenza da parte dello stato e dunque anche della politica che è il fondamento della democrazia.  E’ facile vedere come questo aspetto della questione abbia imboccato strade diverse e sia effetto e causa del declino delle democrazia. Come al solito il pesce comincia a puzzare dalla testa e così vediamo come negli Usa, la violenza in ogni sua forma legale sia diventata eminentemente privata: moltissimi distretti di polizia fungono ormai principalmente come appaltatori e brocker di società private. Il fenomeno è andato ben oltre la formazione di security private da parte di grandi gruppi e multinazionali che hanno migliaia di mercenari ai loro ordini, ma dilaga anche come succedaneo della forza pubblica, con contratti opachi e continui passaggi di personale. Molti dei casi di uccisione ingiustificata vedono per protagoniste proprio queste formazioni parapoliziesche (la Gci Security è la più nota) tanto da sfociare in alcuni casi non soltanto nel tragico, ma nel grottesco: un caso di scuola è quello di un ragazzo di S. Louis rimasto invalido a causa di un ingiustificato pestaggio da parte di questi sgherri privati, mentre si trovava insieme al padre. I due erano riusciti a chiamare il 911 ma sono arrivate altre guardie private che hanno dato manforte agli aggressori con la benedizione del distretto di polizia che ha deplorato e basta.

E’ pur vero che ad onta della vanvera dei telefilm tutta la saggistica storica che riguarda le forze di polizia nel “grande Paese” concordano sul fatto che esse sono sempre state caratterizzate da elevati tassi di corruzione, estrema brutalità e additate come “fonte di tensioni sociali e razziali” oltre ad essere tra le meno efficienti del mondo, come ad esempio l’Fbi che ha un numero di casi irrisolti superiore soltanto a quello della polizia federale messicana. Ma in questo caso non si tratta di mele o interi cesti marci: si tratta invece del fatto che le polizie private sono entità economiche che agiscono in funzione del profitto privato e che quindi ancorché siano in apparente accordo col potere pubblico, rappresentano una frattura del patto sociale del potere, abolendo la mediazione necessaria alla legittimità. Si sono formalmente legali, ma non legittime e di fatto non solo arruolano per pochi soldi delinquenti reclutati nelle prigioni con risultati che possiamo immaginare, ma  effettuano arresti ingiustificati per rispettare i contratti sia con la polizia, sia con le prigioni private, sia patti scellerati con questo o quel giudice e via dicendo. Non è un fenomeno marginale: le agenzie di sicurezza sono oggi oltre 16 mila e dispongono di 1 milione 200 mila agenti contro i 900 mila pubblici e come effetto immediato hanno quello di creare due giustizie, anzi due ingiustizie, una per i ricchi e l’altra per i poveri.

E’ chiaro che siamo molto oltre il patto sociale democratico, come del resto accade per tutti i campi di surrogazione da parte di soggetti economici e di certo Weber inorridirebbe. Ma state tranquilli che tra breve dovremo inorridire anche noi perché il fenomeno dilaga anche in Europa a cominciare dalla Gran Bretagna: le celebrazioni ci saranno ma dal medioevo prossimo venturo.


Elettrotecnica e politica

222Se nella vostra vita avete comprato un amplificatore, una tv, persino una radiolina saprete che la qualità del suono o del video è determinata dal rapporto fra segnale utile e rumore secondo l’equazione S = Segnale / Rumore. La stessa cosa accade ovviamente con la comunicazione nella quale la qualità del messaggio è dovuta oltre al substrato fisico di cui abbiamo parlato anche a un rapporto fra messaggio e rumore, dove quest’ultimo si identifica con gli elementi di ambiguità, confusione, equivoco e con la quantità e la persistenza degli stessi. Da quarant’anni a questa parte la progressiva concentrazione dei mezzi di comunicazione che oggi è arrivata ad essere in mano per la quasi totalità a 9 miliardari, ha scelto per imporre l’egemonia culturale neoliberista di culto americano di accompagnare la ridondanza del messaggio con una dose altissima di rumore in modo da confondere e compromettere il discorso pubblico: infatti la prima preoccupazione è stata di disturbare il segnale proveniente dalle varie aree politiche affinché il messaggio non giungesse in maniera molto definita e gli stessi emettitori finissero per perdere il filo e man mano lasciarsi andare alla corrente.

Questo obiettivo è stato raggiunto con tecniche diverse: la progressiva mutazione dei significati delle parole attraverso un costante uso improprio che le ha svuotate dall’interno con forza entropica, oppure con la contrazione linguistica resa possibile attraverso i nuovi sistemi di comunicazione o in fine con la sostituzione di lemmi originali con quelli inglesi in maniera che la loro semantica,  le precedenti relazioni di significato con l’insieme  fossero recise di netto consentendo di attribuire ai nuovi lemmi un significato opportuno senza che i parlanti si accorgessero della sostituzione, anzi andassero orgogliosi della loro modernità e del loro cosmopolitismo. Un caso di scuola è per esempio la completa sostituzione di stato sociale con welfare, cioè la trasformazione di una concezione politica con una benigna concessione. La confusione è l’arma del potere: basti pensare che in Francia hanno eletto Macron pensando di far fronte al fascismo e adesso si ritrovano con un personaggio che minaccia apertamente di usare l’esercito contro la sua stessa popolazione, il quale sostiene che  dare denaro ai poveri è una follia, che blatera sul fatto che nella politica francese è disgraziatamente assente la figura del re.

Una altro esempio è l’identificazione di capitalismo e di liberalismo o meglio di liberal all’americana, che sfrutta un termine semanticamente affine alla libertà per definire un sistema basato sulla proprietà dei mezzi di produzione e sul mercato come sbocco che è già solo per questo sinonimo di sfruttamento: se non vi fosse infatti un plus valore la proprietà non avrebbe alcun valore. Quelli che si definiscono liberal non sanno letteralmente quello dicono perché il segnale principale, ossia quello della proprietà viene confuso ed equivocato con un termine che rinvia alla libertà autorizzandone tutte le ambiguità e negli ultimi decenni alludendo semplicemente a quelle che potremmo definire le libertà individuali di genere: si maschera così la violenza concreta del capitalismo che non è altro se non un insieme di valori derivanti dal rapporto di proprietà : in questo caso il messaggio è il capitalismo mentre liberal è puro rumore di fondo.

Allo stesso modo la rivolta popolare contro l’infierire di un capitalismo non più corretto e in qualche modo ammansito da concezioni sociali di segno opposto,  non potendo essere descritta per ovvi motivi nelle sue ragioni, ha trovato un rumore adatto a confondere il segnale, ovvero la parola populismo che si concreta nelle immagini della collera del tribuno e nel degagismo, parola inventata da Jean Luc Melenchon, la quale allude a un malcontento che rigetta in maniera quasi automatica i politici in carica e favorisce comunque le facce nuove. Se vogliamo il primo e più evidente caso di populismo è stato quello di Renzi, ma al di là di questa circostanza evidente quando si cominciano ad analizzare i fatti e i concetti, il populismo rimane un comodo contenitore per riporre qualsiasi cosa si opponga allo status quo: sono populisti gli economisti di Afd, i militanti di sinistra di France Insoumise così come quelli di destra del Front National, sono populisti quelli che vogliono il reddito di cittadinanza così come gli xenofobi salviniani, era populista Podemos prima di arrendersi alle logiche del capitale continentale e adesso lo è Vox movimento franchista esattamente come lo è il partito popolare di Rajoy, solo meno ligio all’austerità berlinese. Insomma un rumore che confonde i significati e le differenze. I segnali che ogni società deve mandare forti e chiari, sono invece avvolti dal rumore prodotto dalla comunicazione per mascherare i segnali effettivi. L’obiettivo del partito dei media che rappresentano alla fine il grande capitale è quello di non fa arrivare i messaggi dalla società e questo è ancora peggio delle menzogne che ogni giorno raccontano per rafforzare l’opera principale, che è la diffusione e la difesa del pensiero dominante:  “La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale ha allo stesso tempo i mezzi della produzione intellettuale” come diceva il vecchio buon Marx.

Solo che negli ultimi tempi i segnali che provengono dalla società sono diventati più forti e rischiano di rendere insufficiente il rumore prodotto che è già al suo massimo grado. Per questo si pensa alla forza bruta.


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