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Post Pd, meglio così

Foto Andreoli Emilio - LaPresse15 12 2013 - Milano (Italia)PoliticaAssemblea Nazionale PD Partito Democratico presso MICO Milano CongressiNella foto: (da sx) Debora Serrachiani insieme a Francesco Nicodemo, Chiara Braga e Pina Picierno nuovi membri segreteria durante una votazione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta se non dovessi essere assimilata alla accidiosa fazione degli indifferenti, secondo una frase di Gramsci abusata quanto quella apposta sotto la testata dell’Unità, per via della disattenzione militante che ho dedicato all’assemblea del Pd.

È che l’ho considerata irrilevante, come ormai succede di pensare per la distanza e marginalità della “politica” come esercizio, detenzione e organizzazione del potere rispetto alla “politica della vita”, quando le fratture sociali relative all’accesso alle risorse, le disuguaglianze e le iniquità nella distribuzione del reddito e quindi dei diritti,  sono state ricollocate e declassate dal pensiero forte a  differenziali secondari rispetto all’impellenza di pericoli e minacce cosiddette “superiori”: instabilità, esodi biblici, catastrofi “naturali”, terrorismo che imporrebbero rinunce e smemoratezza di speranze, aspettative, bisogni.

Potremmo guardare con ottimismo al disinteresse  che in moltissimi abbiamo riservato alle beghe di una formazione che rivendicò alla sua origine la liquidità, l’inafferrabilità coerente con quella impalpabile quanto truce dell’egemonia finanziaria, intenta a avvolgere in una caligine velenosa valori, principi e ideali per consolidare il primato dell’autorità del profitto e fare proselitismo della sua teologia.  Perché potrebbe far sperare che perfino chi si era colpevolmente illuso che fosse possibile addomesticare l’austerità con qualche pannicello e qualche mancetta benevolmente elargita, che perfino quelli cointeressati che ancora più colpevolmente hanno  creduto di trarre qualche vantaggio dalla continuità o dall’affiliazione all’azienda godendo di qualche granello di quella polverina di benessere sparsa in forma esclusiva su chi non ne ha bisogno, che perfino chi non riesce a prendere le distanze da un patrimonio identitario e morale ampiamente e slealmente tradito con pubbliche abiure e rinnegato come molesto e arcaico bagaglio, che perfino loro insomma abbiano finalmente capito che a quella specie non si deve nemmeno attribuire la dignità di post-sinistra, nemmeno la nobiltà di movimento rappresentativo di segmenti di gente né di elettorato, ma solo la natura miserabile di una cupoletta variamente malavitosa.

Che non è audace definire così, come una organizzazione criminale che di misfatti e pure di reati ne ha commessi a pioggia contro il lavoro, la scuola, la cultura, il paesaggio, l’assistenza. E contro l’idea di democrazia e  del poco che ne restava. Forse l’unico motivo di interesse  è quello antropologico per disegnare il ritratto di una cerchia che ha affidato la sua sopravvivenza a uno che Walter Benjamin avrebbe collocato senza esitazione tra i “distruttori” per vocazione: quello che conosce solo una parola d’ ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia; e per il quale si può dire che l’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso e che dovrebbe garantirgli durata e dominio. O per catalogare una tipologia connotata da un’indole gregaria nei confronti di un padronato globale che trae forza dalla sopraffazione di quelli che condanna per legge e per riforme a stare sotto. O per contemplare con la partecipazione dell’entomologo a una specie che ha fatto del settimo peccato, con destrezza e non, un requisito e un criterio della selezione del personale, della bugia la componente essenziale della comunicazione politica, della corruzione e del voto di scambio lo strumento fondamentale della sia ingegneria del consenso, dell’autoritarismo più becero e grossolano il sistema di governo, umiliando ed espropriando il Parlamento e riconducendo all’esecutivo decisioni e misure sotto la guida incontrastata e proprietaria di un uomo al comando, grazie alla suo talento di generare potenza dalla frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ ha portato fin sulla cima della piramide, dalla macchina dello Stato, dai corpi intermedi, primi tra tutti i sindacati, che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso, strutture di rappresentanza politica e sociale,   capaci di aggregare individui e frammenti sociali.

Ed è inutile cercare differenze, dare credito di opposizione a qualche presenza incidentale, come se Nardella che attribuisce l’eclissi del decoro e del buon nome di Firenze ai venditori di Kebab fosse diverso da Rossi che si fa i selfie col vicino extracomunitario ma si associa all’empia decisione di un aeroporto e alla realizzazione di un’autostrada invasiva, o ai fuggiaschi che cercano di ritagliarsi una riserva micragnosa differenti dai rimanenti con muso lungo che aspirano a contendersi le misere spoglie con la benedizione del fondatore e padre nobile che dalla sua algida deriva ispira le mozioni degli affetti, distinguere i sindaci che replicano su scala territoriale le incivili strategie del rifiuto alzando muretti e i ministri che vantano le sorti progressive del neocolonialismo, in virtù di alleanze strette con despoti e tiranni,  tra il Poletti che ha adottato i vaucher e lo schizzinoso Damiano che si è scelto l’incarico di esibire la faccia benevola e negoziatrice della cancellazione delle conquiste del lavoro, tra l’educata fotocopia o l’eterno giovinastro che no, non s’arrende, come i cinghiali feriti che popolano il suo pantheon.

Uniti o divisi non moriranno da democristiani: sono pesci che navigano nel fango, mica balene bianche.

 

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La post verità nei libri di scuola

cura_delle_creature_magicheSe uno vuole toccare con mano il pericolo che corre la democrazia basta pensare a quanto sta succedendo in California dove un parlamentare, Marc Levine ha invitato il ministero dell’istruzione dello Stato a inserire immediatamente nei programmi scolastici di storia la “verità” del complotto putiniano per far eleggere Trump che addirittura sarebbe un agente russo in sonno. Il tutto per giunta senza sulla base del fatto che 17 agenzie di intelligence avrebbero confermato le interferenze russe nello svelare i trucchetti della Clinton contro Sanders, disgraziatamente senza avere la minima prova da portare al mulino di questa tesi.

Si tratta ovviamente della sciocchezza di uno sciocco per essere un poi’ lapalissiani, ma non per questo si può sottovalutare il fatto che anche questo sia un segnale di disgregazione di un mondo, di uno strappo nella matrice narrativa del potere e un chiaro endorsement verso concenzioni  neo autoritarie e neo oligarchiche che vengono proprio dalla parte di un social progressismo globalista  falso e bugiardo per fortuna appena sconfitto in California proprio da Sanders.

Ora è già difficile che un Paese dove esistono la bellezza di 17 diverse agenzie di intelligence abbia qualcosa a che vedere con la democrazia reale che – lo ricordo – non è solo una ritualità o un assetto formale, ma si regge sul presupposto dell’eguaglianza, sulla possibilità della partecipazione e sulla libertà di espressione. Che poi siano le accolite di spioni che svolgono un ambiguo ruolo di eminenze grigie ad essere elette notai della verità non solo della cronaca mediatica, ma della storia fa davvero rabbrividire e mostra fino a che punto sia il declino. Visto che la popolazione californiana è ormai a maggioranza latina e che molti di loro fanno riferimento al Messico, non solo i clandestini, non solo quelli con la green card, ma anche quelli che hanno ottenuto la cittadinanza e non rinunciano al doppio passaporto se proprio si vuole mettere mano ai libri di storia per la scuola, che peraltro in Usa sono di una grossolanità imbarazzante, varrebbe la pena correggere tutte le  verità da zio Sam sui rapporti di dominio con il Messico e magari inserire tutte le cose taciute in merito alle relative guerre.  Per esempio l’impiccagione senza processo di tutti i patricios catturati nella guerra 1846 – 1948 ( vedi nota) .

Il fatto è che tutto questo sta trasformando l’ occidente in una vaso di coccio rendendolo debole rispetto alle nuove realtà  che magari non sono formalmente così evolute, ma nella sostanza permettono una mobilità sociale molto più ampia di quella che dalle due parti dell’atlantico si va paurosamente restringendo dopo due secoli di lotte: le parole degli idioti con le loro verità di fazione sono solo l’epifenomeno di questo processo.

Nota Nel  1846 allo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Messico provocatato dal solito falso incidente tipico della storia Usa e alimentata da molte ragioni compresa l’abolizione della schiavitù da parte del governo messicano che non andava bene ai texani e agli stati contingui, migliaia di irlandesi appena sbarcati nella East Coast vennero convinti ad arruolarsi nell’esercito americano con la promessa di una paga sostanziosa e molti vantaggi alla fine della ferma . Una volta ritrovatisi all’altra estremitá del Paese trovarono ben altro, ossia una ossessiva discriminazione contro i cattolici e condizioni di vita a dir poco miserevoli. In molti perciò disertarono assieme a tanti immigrati di altra origine, ma un gruppo di uomini guidati dal capitano John Riley si unirono nel battaglione di San Patrizio formato anche da tedeschi, italiani, inglesi e francesi e si misero al servizio della repubblica messicana combattendo fino alla fine contro l’invasione statunitense e passando alla storia come eroi nazionali messicani. Furono chiamati patricios e furono tutti impiccati dopo la cattura, mentre i semplici disertori erano fucilati se venivano catturati. Tutte cose di cui gli scolari americani hanno un’idea molto vaga.

 


La Cina si prepara alla succesione

il-capo-dello-stato-cinese-e-il-presidente-del-cio-thomas-bach-insieme-alle-rispettive-consortiProbabilmente appena un anno fa sarebbe stato difficile se non impossibile  immaginare che una platea di ricconi reazionari circondati da una pletora di servitù mediatica e accademica, si sarebbe spellata le mani ad applaudire il leader di un Paese formalmente comunista come la Cina. Ma evidentemente nei 12 mesi trascorsi il progetto oligarchico del neoliberismo ha incontrato tanti e inaspettati ostacoli proprio nelle sue patrie di elezione ovvero in Inghilterra con la Brexit e in Usa con la sconfitta della Clinton, che al Forum di Davos si è cominciato a guardare a Pechino come un faro di stabilità della globalizzazione al posto della tradizionale Casa Bianca. Così lunghi applausi a Xi Jìnpíng che oltre ad essere il presidente della Repubblica popolare è anche il segretario del partito comunista.

In un mondo in preda all’incertezza ed alla volatilità dei mercati, tutti guardano a Pechino” ha detto lo stesso fondatore della kermesse di Davos e di certo il leader cinese non si è sottratto al compito di apparire come il nuovo campione della globalizzazione, mentre le vecchie assi portanti cominciano a scricchiolare, rose dalle contraddizioni interne e dai pasticci infami che hanno creato a tal punto da indurre la Lagarde, sia pure in quel linguaggio fatuo e ambiguo delle nullità contemporanee, a fare ammenda sullo straordinario aumento delle disuguaglianze. Si è beato del poco dignitoso “pentimento” di chi fino a poche settimane fa parlava del comunismo cinese come  dell’incarnazione del totalitarismo, ovvero tutti i presenti in sala.  Ci si è beato perché dagli stessi applausi appare chiaro come le elites occidentali non abbiano più alcuna propensione alla democrazia divenuta solo un feticcio vuoto e vedano nella dittatura del mercato, nelle sottrazioni di sovranità che tanto piacciono alle loro vittime designate, nelle narrazioni economiche un mezzo di dominio sociale e geopolitico. E siano dunque disposte ad accogliere qualsiasi protettore, qualunque rifugio pur di conservare le rendite di posizione e i loro affari.

Naturalmente la Cina è disposta a divenire il nuovo protettore della globalizzazione non certo su base ideologica, ma semplicemente perché ha tutta la convenienza a favorirla mentre sta sviluppando il proprio gigantesco mercato interno e mentre procede ad acquisire asset economici in occidente e posizioni di guida in Africa e altrove: la globalizzazione l’ha trasformata da immenso Paese agricolo a maggiore potenza industriale del pianeta, le ha consentito uno straordinario sviluppo tecnologico e non può che assecondare l’avidità insaziabile di profitti che ha portato le elites occidentali a produrre a prezzi irrisori in Asia per vendere a prezzi alti sui propri mercati, scardinando così le logiche politiche, economiche e sociali su cui si era retto il capitalismo precedente e che in un certo senso rendeva un male necessario il senso della rappresentanza e della democrazia. Ma c’è di più: Pechino, al contrario delle opinioni pubbliche sulle due sponde dell’Atlantico sa benissimo che il neoliberismo è una forma di lento ed entusiastico suicidio delle società occidentali, del capitalismo produttivo e della stessa borghesia, ha tutta la convenienza ad assecondare un sistema che è destinato al fallimento, ma che per il momento rappresenta la sua gallina dalle uova d’oro e che le permetterà entro due decenni di marginalizzare l’occidente e di raccoglierlo come un fico marcio. Di certo non ci si può aspettare che favorisca quel reflusso verso protezionismi e ritorni di sovranità ( intesi purtroppo sempre in senso conservatore, non evolutivo) che ridimensionerebbero la sua espansione. Perciò accoglie con benevolenza il lamento degli sfruttatori globali.

La cosa straordinaria è che la più violenta e più ottusa forma di reazione e di ritorno al medioevo chiede adesso una mano  al comunismo vero o falso che sia, ma comunque demonizzato in senso ideologico fino a qualche settimana fa. Per la gente di Davos le idee sono semplici etichette, come quelle dei prezzi che si possono cambiare a seconda del mercato politico o come le tariffe delle prostitute (basta con l’eufemismo di escort) che accorrono in massa al Forum per allietare le serate dei ricchi sia per guadagnare, ma anche per essere consolate dal fatto che gli illustri clienti sono più puttane di loro.

 


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