Per molti decenni il modello ispiratore in Occidente è stato Washington e tutti più o meno volevano fare gli americani. Il risultato di questi acritici tentativi di imitazione è che adesso la capitale americana somiglia più alle sue colonie e alle sue dipendenze. Washington sembra Kiev e non il contrario. Non parlo solo degli attentati in stile Netflix in funzione elettorale, ma anche della narrazione complessiva della guerra: va sempre più prendendo piede l’idea che i danni inflitti dall’Iran alle basi e ai mezzi americani  siano assai più gravi di quelli dichiarati perché non solo il Pentagono rifiuta di fare un bilancio realistico, limitandosi a dire che gli obiettivi contro l’Iran sono stati raggiunti, ma la Casa Bianca ha imposto alle società private che gestiscono reti satellitari di bloccare l’accesso alle immagini dell’area medio orientale per evitare che si scopra la reale entità delle perdite.

Ora, è pur vero che l’Iran è la potenza di medio livello più avanzata che gli Usa abbiano incontrato nel loro lungo cammino di aggressioni dopo la seconda guerra mondiale in poi, ma tuttavia si tratta di un Paese fiaccato da decenni di sanzioni il cui Pil ammonta a 356 miliardi di dollari, vale a dire meno della metà del solo bilancio della Difesa degli Usa e che per giunta non possiede una vera e propria aviazione o una marina degna di nota. Dunque qualcosa non funziona: di fatto l’apparato militare americano appare gigantesco, ma allo stesso tempo obsoleto, costruito attorno a due pilastri centrali: la redditività dell’industria bellica con tutti i suoi fenomeni corruttivi oltre che  conservativi dei sistemi d’arma  e la necessità politica di non ingaggiare guerre terrestri di qualche entità, limitandosi il più possibile ad operazioni aeree. Inoltre la crescista esponenziale dei droni ha reso in gran parte inefficaci le difese antiaeree che vengono facilmente saturate e poi distrutte. Di fatto l’Iran ha procurato agli Usa danni per oltre 40 miliardi di dollari e forse parecchio di più, il che equivale a circa cinque anni di bilanci del ministero della difesa di Teheran. Questa enorme differenza tra costi e benefici è un’arma in sé

È evidente che il complesso militare – industriale americano è ansioso di nascondere questa informazione all’opinione pubblica nazionale e ai potenziali acquirenti in altri Paesi. Ma la cosa interessante è che questa rivoluzione militare ha principalmente origine in Cina, dove la produzione di armi elettronicamente sofisticate, ma a basso costo attraverso l’utilizzo di moduli, chipset e componenti civili è stata per prima implementata. Per fare un esempio uno dei missili ipersonici, sia pure di secondo piano, di cui Pechino dispone, lo  YKJ-1000, pur essendo dotato da qualche mese di intelligenza artificiale, utilizza come rivestimento termico un sottile strato di calcestruzzo cellulare di origine civile, abbassando enormemente i costi. Cinese è pure la tecnologia dei droni a fibra ottica che non risentono per nulla delle interferenze elettroniche: vengono guidati da fili di due o tre decimi di millimetro di spessore che possono essere lunghi anche 60 chilometri, un sistema che sta umiliando la macchina militare israeliana nel sud del Libano. Tutte queste armi, oltre a costare una frazione minima rispetto a quelle americane, possono essere costruite in breve tempo, mentre gli Usa ci mettono anni a rimpinguare gli arsenali. In sostanza se il potente colpo iniziale per qualche ragione non riesce, le capacità di recupero sono lentissime.

Sembrerebbe semplice cambiare, ma non lo è affatto perché l’attuale sistema non lo permette: tutto è basato sui profitti dell’industria privata la quale, a sua volta, ha un’ enorme influenza sul sistema politico. Così la soluzione degli Stati Uniti alle vulnerabilità manifestatesi in maniera clamorosa nell’aggressione all’Iran, non è innovare e costruire armamenti adatti alle nuove logiche della guerra a basso costo e in grandi quantità, bensì raddoppiare gli acquisti di armamenti già esistenti. A questo serve il raddoppio del bilancio del ministro della Guerra, proposto dall’amministrazione Trump, a conferma di un sistema immobile e corrotto. Questo senza dire che le forze armate statunitensi fanno ancora affidamento su tecnologie risalenti alla guerra fredda e che hanno perciò costi di manutenzione stratosferici. Per esempio l’aereo cisterna KC-135, detto Stratotanker, di cui sono stati distrutti numerosi esemplari, risale al 1956, la sua produzione è stata interrotta decenni fa e la manutenzione viene effettuata tramite il recupero di componenti da vecchi aerei conservati nei depositi. Ma agli anni 70 risalgono l’ A-10, l’F-15, il Tomahawk, il Patriot,  l’Awacs E-3 Sentry, di cui è cessata da tempo la produzione. Gli stessi sforzi profusi nella produzione dell’F-35 si sono orientati verso l’invisibilità ai radar, ma senza tenere conto dell’evoluzione di questi ultimi e delle capacità di droni stazionari guidati dall’infrarosso. 

Intanto la Cina ha realizzato modelli di difesa completamente integrata con sensori distribuiti  che comprendono quelli a onde lunghe, medie e ultra corte, in maniera da poter vedere qualsiasi cosa, compresi gli aerei invisibili che non sono affatto tali quando vengono usate onde metriche. Per non parlare dei radar passivi o dei radar quantistici, in fase di realizzazione o dei droni ipersonici, capaci di raggiungere Mach 7 e per i quali è stata appositamente costruito un superdrone (nella foto) capace di trasportarne cento più piccoli e a guida autonoma. Parte di questa integrazione fra armi diverse è stata visibile nella battaglia che l’Iran ha intrapreso per la sua sopravvivenza. Non ci vorrà ancora molto tempo per comprendere appieno come gli Usa stiano perdendo la sfida tecnologica, cosa che appena un decennio fa sembrava una cosa impossibile.