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Dalla sicurezza alla debolezza: cambia il marketing emotivo del sistema

coronavirus-690x362Il sistema neoliberista, messo di fronte alle sue contraddizioni in via di esplodere ha cambiato strategia di marketing: prima vendeva sicurezza preconfezionata per limitare le libertà, ma dopo che questo farmaco politico ha cominciato a dare assuefazione, si e messo a smerciare smarrimento e senso di debolezza. Non è che con la pandemia narrativa ha semplicemente alzato la posta, ha proprio mutato metodo passando dal vendere antidoti a smerciare malattia perché siano gli stessi sudditi a implorare aiuto e a liberarsi della democrazia. La natura del morbo ha ovviamente poco a che vedere con i virus che sono una semplice occasione, ma è sfuggente, vive sommersa dalla retorica del discorso pubblico e mostra  il livello del disastro antropologico creato dal pensiero unico: il fatto è che mentre fino due decenni fa  richiesta di sicurezza si riferiva alla protezione dalla violenza fisica, ora essa si estende alla “promozione del benessere emotivo”. E questo benessere  passa anche per la censura di posizioni e idee che contrastano con le proprie convinzioni o forse sarebbe più esatto dire con i decaloghi che sono stati  interiorizzati. Lo vediamo in questi giorni con il fastidio che molti esprimono nei confronti delle più elementari considerazioni razionali in merito alla pandemia, anzi man mano che i numeri la riportano a un costrutto mediatico, tanto più diventa intoccabile quasi che discutere e argomentare sia una vera e propria violenza. Ma lo si i può vedere ancor meglio nei moti in Usa a margine dei quali  centinaia di studenti progressisti hanno citato il loro personale senso di sicurezza come la ragione per cui chiedevano che fossero intraprese azioni punitive contro qualche altro individuo o entità che aveva offeso il loro pantheon di convinzioni antirazziste.

Modi di sentire che ovviamente sono tutt’altro che negativi, ma che lo diventano quando da idee e passioni si trasformano in rosario, segno di una drammatica caduta culturale. E infatti la censura e la distruzione di tutto ciò che storicamente riguarda lo schiavismo è in un certo senso un sottrarsi alla discussione e all’evoluzione: che si sappia  nessun gruppo ha contestato i rimasugli di schiavismo e razzismo ancora oggi presenti nelle legislazioni di molti stati americani. Questo che potrebbe sembrare un paradosso è invece la prova di un livello emotivo, difensivo e postpolitico della protesta la quale infatti non sfiora nemmeno da lontano una critica sociale al sistema e ipostatizza il razzismo come male, senza nemmeno metterlo in relazione al sistema di profitto e sfruttamento: qualcosa che ancora 40 anni fa sarebbe stato impossibile oggi invece è la norma.

E lo si è visto anche in Italia con le sardine che in fondo chiedevano di essere tenute al sicuro dai turbamenti emotivi della dialettica politica, di poter continuare le loro abitudini, lasciando ai cosiddetti tecnici, l’onere di dirigere le cose, di gestire l’esistente senza alcuna prospettiva di cambiamento e avendo in mente come tema problematico solo quello dell’agenda globalista, ovvero l’immigrazione a qualunque costo e a qualunque condizione, ma straordinariamente irrelata rispetto a qualsiasi discorso sociale e persino alle cause stesse delle migrazioni da rintracciarsi nei medesimi paradigmi di sfruttamento che poi suggeriscono l’accoglienza. Si rimane interdetti di fronte a questa “assenza” che alla fine ha dato i suoi frutti visto che nel giro di poche settimane i cosiddetti Stati democratici hanno sospeso le libertà fondamentali, hanno vietato alle persone di lasciare la propria casa e di partecipare a riunioni e manifestazioni, sotto la minaccia di multe o reclusione. L’istruzione obbligatoria è stata temporaneamente abolita, facendo temere per la sopravvivenza della scuola pubblica, milioni di persone sono stati private del lavoro e centinaia di migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, la maggior parte per sempre. E tutto questo senza una reale o realistica ragione sanitaria, visto che le indicazioni epidemiologiche non hanno mai sostenuto, un “contenimento generalizzato obbligatorio” bensì sulla base delle  soluzioni pronte per l’uso formulate da potenti gruppi di pressione sulla scia dei piani concepiti  quindici anni prima, all’interno dell’amministrazione Bush, non come uno strumento di salute pubblica, ma per militarizzare la società americana in caso di attacco bioterroristico.

Eppure guai a turbare con obiezioni l’atarassia emotiva. Guai persino a dire che non ci saranno soldi gratis dall’Europa cosa più che mai evidente, messa per iscritto e assolutamente conseguente dai meccanismi scelti:  l’angoscia  di dover rivedere giudizi ormai fossilizzati è troppo forte almeno fino a quando non si è direttamente investiti dalle conseguenze. Un impulso a ripararsi dalle turbolenze emotive, addirittura invocando atteggiamenti censori tipici della destra estrema, è stato tematizzato nel 2018 in un libro del sociologo Jonathan Haidt e del costituzionalista Greg Lukianoff, entrambi di sinistra,  The Coddling of the American Mind, che potrebbe tradursi con il vizio o il rifugio americano in cui viene descritta la tendenza sempre più forte della popolazione colta a rinchiudersi  dentro zone emotivamente protette,  difese dalle mura del politicamente corretto e della neolingua. Il sottotitolo rende ancora meglio l’idea: “Come buone intenzioni e cattive idee stanno provocando il fallimento di una generazione”, una generazione sostanzialmente incapace o comunque non incline a impegnarsi con idee che la mettono a disagio, aprendo le porte a varie forme di autoritarismo . E almeno due di queste cattive idee che agiscono sottopelle  sono comuni anche sull’altra sponda dell’Atlantico:  fidati sempre dei tuoi sentimenti e la vita è una battaglia tra buoni e cattivi. Ma c’è anche una terza idea che spiega bene il cambiamento di strategia del sistema e che potrebbe essere sintetizzata con  “ciò che non ti uccide ti rende più debole”. Ed ecco perché ora il sistema non punta più sulla sicurezza, ma a ingigantire il senso di debolezza. e di isolamento.


Disastrati Generali

Couder_Stati_generaliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi mi è capitato un fenomeno molto inquietante.

Cercavo qualche commento a margine degli Stati Generali convocati da Conte,  quando finalmente nel compiacimento generale per il palco reale europeo, per il parterre degli invitati, degli osservatori e  testimonial e perfino degli uomini qualunque selezionati tra la società civile, quando finalmente mi sono imbattuta in una frase che sostanzialmente rispecchiava il mio pensare: lo stato di eccezione proclamato come necessario in presenza della epocale pandemia aveva sortito l’effetto temuto di esonerare la rappresentanza del popolo, il Parlamento eletto, in favore di task force, autorità tecnocratiche, consulenti promossi a decisori o gran suggeritori.

Vado  a guardare e scopro con raccapriccio che l’unica voce a sollevare questa obiezione nella gran marmellata dell’entusiasmo pro-governo è di Giorgia Meloni. Per carità ho da sempre imparato a non fermarmi a una dichiarazione ma a risalire alla fonte per misurarne la credibilità, perché anche gli orologi guasti segnano l’ora giusta perfino due volte al giorno. Per carità, sono abbastanza attrezzata per non temere il Berlusconi in me che si riaffaccia anche in soggetti insospettabili, figuriamoci se temo di essere posseduta da un poltergeist fascista.

Deve essere per questo che non mi ha poi stupito e impressionato più di tanto questa estemporanea coincidenza. E’ che chi non si ferma alle tesi della Leopolda, alle esternazioni delle sardine, ai documenti dei tkink tank progressisti sa bene che non è vero che con la fine delle ideologie novecentesche siano state cancellate destra e sinistra: semplicemente la destra ha saputo declinarsi nelle varie forme a sostegno del totalitarismo contemporaneo, mentre la sinistra “strutturata”, anche prima delle dichiarazioni di voto neoliberiste,  si è persa, ha smesso di guardare a quelle stelle polari, uguaglianza, solidarietà, giustizia, immaginando e illudendo di addomesticare il sistema feroce e avido dello sfruttamento con le “riforme”, con il benessere che sarebbe caduto dal cielo su tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, come una polverina d’oro elargita da provvidenziali manine misericordiose.

Parlo ovviamente dei salvati che hanno firmato col sangue dei sommersi l’abiura, cui solo apparenti competitori affibbiano ancora la nomea di sinistra, avendola invece rinnegata come un attrezzo arcaico e controproducente per affermazioni personali e interessi di casta, e  che non solo hanno accantonato il riferimento un tempo irrinunciabile alla lotta di classe, ma hanno addirittura rinunciato ai principi elementari e ai valori primari della democrazia come si era inteso rappresentare nelle Carte uscite della resistenze.

Quelle Costituzioni cioè che l’Europa – che doveva introdurci alla condizione perfetta della partecipazione solidale di popoli e nazioni alle scelte in nome dle ben comune e che invece ha dato spazio a una oligarchia cosciente dei suoi privilegi promossi a diritti e perciò determinata a imporre le proprie tesi e regole a una maggioranza recalcitrante – ci chiede pressantemente di rivedere e aggiornare in quanto colpevoli di riecheggiare toni e motivi  socialisteggianti.

Mi riferisco a quelle formazioni che possiamo annoverare nella cerchia del progressismo liberista, da tempo possedute dai demoni della governabilità e del consenso, convinte che le elezioni si vincono al centro dove è obbligatorio far convergere elettori esitanti che devono essere rassicurati grazie a programmi uguali e assonanze su temi generali, sicurezza, immigrazione, grandi opere, meritocrazia, mobilità.

Come hanno fatto in tutta Europa partiti che già prima si richiamavano alla sinistra facendo politiche di destra, e che ora rivelano il loro assoggettamento al sistema capitalistico, ormai promosso a legge di natura, all’inseguimento di un elettorato indistinto, non avendo capito che non esiste più un ceto medio, degradato a classe disagiata ma che non si convince della sua retrocessione.

Il caso di movimentini e fermenti vezzeggiati dall’establishment è rivelatore della volontà pervicace di instaurare un  consenso “artificiale”,  assimilabile a quella spirale del silenzio che penalizza chi si sottrae al pensiero comune e al conformismo, che colpisce chi non intende arruolarsi nelle fazioni in campo, e che mira a far sparire il dibattito e dunque la democrazia che implica la pluralità delle opinioni e anche il conflitto, considerato  illegittimo e disfattista, violento e incivile, rozzo e ignorante.

In risultato è che alla fine il quadro istituzionale e della rappresentanza diventano un guscio vuoto, da riempire con rivendicazioni e dimostrazioni di autorità, e  il dibattito parlamentare si mostra come una messa in scena che allontana gli elettori, rivelando come il prezzo dell’approvazione e della governabilità sia la diserzione, l’astensione, la disaffezione.

La società pacificata che piace tanto a quelli che limitano l’antifascismo alla riprovazione di quella scrematura di popolaccio volgare e brutale, preferendo il bon ton alla collera anti-sistema, diventa così il laboratorio dove si sperimentano altre belligeranze, dove si materializzano altre modalità di affermazione identitaria, conseguenza logica del fatto che non ci si può più esprimere e affermare come cittadini, cui si riservano disapprovazione e disprezzo, catalogandole sommariamente come manifestazioni deplorevoli di populismo vandalico agitato contro convinzioni e istituzioni intoccabili.

Qualcuno ha definito questo pantheon di figure di riferimento e di convinzioni come lo slittamento “delle priorità delle èlite dal sociale al culturale”, convertito ormai al sistema del denaro, convinto dal “pertuttismo” alla lotta paritaria contro “tutte” le discriminazioni, affondando in essa il conflitto di classe, surclassato dall’omogenitorialità, dal riscatto  dagli stereotipi di genere, come se i diritti fondamentali fossero ormai conquistati e inalienabili e ora ci fosse modo di occuparsi degli optional, come se fosse naturale scomporli in gerarchie e graduatorie e la rinuncia a alcuni promuovesse l’ottenimento di altri.

Li abbiamo visti in azione, nell’alto comando della pandemia, col sostegno del Giornale Unico della Nazione, con gli appelli pro governo pubblicati sul nuovo house organ del riformismo liberista, i fedifraghi delle promesse messianiche ormai insediati nell’apparato a perorare la causa della indispensabile sorveglianza, le cheerleader del mercato, i cantori dello stormworking e della didattica a distanza promotori di licenziamenti e precarietà, impegnati nei duelli da opera dei pupi, a dar giù botte e stoccate finte a Confindustria, che detta i suoi desiderata a Colao,  dopo aver concordato chiusure e aperture a suo gusto, dividendo il paese in due, chi si protegge a casa e chi deve esporsi per l’interesse generale,  calendarizzando promettenti opportunità di rilancio a base di cemento, cantieri, ponti, export di armamenti e import di compratori dei beni comuni.

Si vede che serviva anche la convention a Villa Pamphili, come per gli addetti alle vendite piramidali e infatti non si capisce perché siano stati chiamati Stati e non Mercato Generali, con i maestri dell’austerità a distanza che ci somministrano la pedagogia del festoso indebitamento e della rinuncia ai poteri e alla competenze nazionali, e dunque alla democrazia, in favore di una autorità più alta in grado e dunque più compiutamente sovrana.

Così vien buona la vecchia massima secondo la quale a ogni vittoria di chi chiede voti per la sinistra corrisponde una sconfitta del socialismo..

 

 

 

 

 


Le comiche finali prima del dramma

s,725-04d823Siamo davvero alle comiche finali: il partito del virus e dei vaccini non molla e non si fa certi intimidire da bazzecole come l’evidenza: continua a lanciare allarmi servendosi di estemporanee smentite di ricerche approfondite e provenienti da decine di laboratori per negare il reflusso del contagio o il fatto che i cosiddetti asintomatici non diffondono l’infezione, riproponendo secondo ondate inesistenti come se Bill Gates stesse nel bunker a dirigere fantomatiche armate di malati. E del resto fa comodo che la realtà venga respinta perché ciò che si sta delineando è un quadro epidemiologico che fa piazza pulita dei distanziamenti sociali e delle segregazioni, facendole apparire nella loro totale inutilità. Del resto non ci sono soltanto le parole di illustri clinici o quelle dei ricercatori che vanno all’affannosa ricerca del santo graal vaccinale, c’è anche il ponderoso rapporto del ministero della salute tedesco, tenuto segreto e poi fatto uscire da una longa manus dal quale si evince che il Covid 19 è stato enormemente sopravvalutato, che ci si trova di fronte a una normale sindrome influenzale che, come avviene ogni anno, provoca il decesso di persone ormai giunte a fine vita le quali  comunque sarebbero scomparse entro poche settimane.

E anche da noi dove le fake di Stato hanno fatto piazza pulita di ogni senso di realtà, dove persino l’Istat ha tentato di coprire il culto epidemico con statistiche parziali e ad hoc, si comincia a correre ai ripari in vista del futuro  e così l’Istituto superiore di sanità ci fa sapere che in realtà non si sa quanti siano i veri morti per Covid tra i 34 mila arruolati  post mortem per la causa pandemica, anzi tra le righe fa intendere, a futura difesa, che potrebbero anche essere zero o pochissimi e che comunque l’Istituto non ha mai ufficialmente rivelato o studiato la causa di morte. Insomma la grande narrazione pandemica è in bilico anche se ci sono i colpi di coda di Cambridge , nota per le sue “analitiche” di spioni, che che cercano di sputtanare la Cina, ovvero di tenere in piedi il nucleo originario di questa vicenda, sostenendo che le “polmoniti” anomale erano in atto a Wuhan anche ad agosto, ma che nulla si sapeva in merito. Robaccia da giornali di bocca buona: se così fosse allora occorre supporre che il virus si è diffuso anche da noi  ben prima di quanto si sia supposto, una cosa che poteva essere facilmente scoperta grazie alle indagini sierologiche che evidenziano anche l’età degli anticorpi , ma che non è stato compreso o è rimasto segreto proprio per permettere inutili misure di segregazione quando il virus era già ampiamente diffuso.

Basta davvero : è ora di mettere fine a una farsa di governo che vive di Covid surgelato e da scaldare al microonde quando serve, di  miliardi inesistenti che nascondono una completa resa alle oligarchie europee e che recita riti pagani per la democrazia come gli stati generali: quelli della confusione e dell’assoluta incompetenza, delle task force, dei riti funerari televisivi, degli Arcuri e dei Colao, tutta gente che oltretutto ha ormai ha dimostrato a sufficienza malafede e incapacità in perfetta empatia con il premier e tutto il suo arco politico – epidemiologico. Certo le oligarchie del denaro hanno soffiato sul palloncino dell’influenza da coronavirus fino a farla diventare peste proprio per ottenere questi effetti nefandi, per favorire un nuovo trasferimento di ricchezza e colpire le attività ancora resilienti ai grandi gruppi, per sdoganare lo stato di eccezione e fare le prove generali di controllo massivo della popolazione, ma almeno mette in piedi cortine fumogene per ritirarsi in maniera ordinata e magari attaccare da un altro versante: le manifestazioni per l’uccisione di George Floyd , i tentativi di addossare alla Cina non si sa bene quale colpa, ma presumibilmente quella – condivisa con tutti gli altri Paesi asiatici –  di aver fatto fare all’occidente una figura di merda. Ma da noi è più difficile semplicemente perché da una parte si è esagerato con i trionfi della morte, si è andati al di là del lecito chiudendo tutto il Paese quando semmai lo si doveva fare solo con alcune zone, si è insomma inferto un colpo mortale all’economia per raggiungere nuovi gradi di asservimento europeo, ma dall’altra parte  non è esistita un’opposizione. Non quella parlamentare perché Berlusconi è fuggito temendo un patogeno più forte di lui, Salvini e la Meloni si sono squagliati nel nulla che sono, il popolo tutto ha interiorizzato il virus come reificazione del dramma incombente e dell’incertezza che esso avverte senza tuttavia trovarne le ragioni. E non riesce nemmeno a rendersi conto di essere stato tenuti prigioniero da figuri che un mese fa prevedevano 152 mila persone in terapia intensiva se per caso si fosse riaperto. un po ‘ si è riaperto ma in terapia intensiva ci sono 300 persone  e comunque per tutte le patologie.

Però non c’è stata opposizione nemmeno dalle piccole aree residuali della sinistra che avrebbero dovuto essere più sensibili allo stato di eccezione e ai controlli: invece si sono fatte immediatamente  convertire al culto pandemico e dunque alla governabilità di emergenza. Ancora una volta invece di prendere atto della realtà hanno preferito credere alla peste per poter meglio esercitare l’illusione vuoi di una fine del capitalismo, vuoi della vendetta dell’ambiente o  delle ineffabili gioie riappropriatrici  della segregazione, insomma per disegnare un’arcadia di fantasia mentre i miliardari vaccinomani affilavano le siringhe. Non si sono minimamente accorte che qui non era in questione la priorità della comunità sociale e politica sull’individuo, bensì il tentativo di disfare proprio i momenti di aggregazione sociale e politica. Sembra quasi che questi residui della sinistra siano in pieno vittime dell’ideologia americana, ossia quella secondo cui le narrazioni non rispecchiano la realtà, ma la creano. Tutto questo, come del resto discende da tale visione, grazie all’egemonia  della  neolingua con la quale diventa reazionario chiunque rivendichi una sovranità politica ed economica o pretenda i diritti di cittadinanza e di rappresentatività o non sia in accordo con le visioni della società globalizzata che si presenta come multietnica, ma al pari della patria di queste concezioni, tirannicamente monoculturale.  La verità o la ragione cessano di esistere per lasciare il posto ad una soffocante e nefanda logica amico – nemico: è vero ciò che è contro il nemico, fosse anche la più evidente delle menzogne.  Nemico che è poi definito appunto dai criteri semantici della neolingua.

L’assenza di un rifiuto di una commedia in cui il recitativo era palese, se non da persone sparse e per giunta prevalentemente di destra  ci dice bene come sarà il futuro che qualcuno vorrebbe condizionare con segregazioni, distanziamenti ad oltranza, di fatto sbaraccando la scuola, come la stessa vita politica: passata questa breve estate preagonica, il Paese salterà in aria e non ci sarà davvero più nulla a tenerlo insieme.


Brutti, sporchi e cattivi

bruttiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una intelligente giornalista del Fatto Quotidiano, che poi è l’unico giornale che si può ancora leggere, benché ottenebrato dal culto della personalità del presidente Conte, ci ha reso partecipe della sua scoperta, sia pure con un certo ritardo su teorie storiche, filosofiche e psicoanalitiche, che le masse avrebbero sete di sangue, che esigono il sacrificio, l’ostensione e il culto dei loro martiri, così come  le società anche le più civili hanno bisogno di eroi.

Tutto vero e accertato, per carità, stupisce solo che se ne sia accorta in occasione delle esternazioni oltraggiose ai  danni di Silvia Romano, che, a suo dire, ma condivido largamente l’ipotesi tristemente suggestiva, avrebbe avuto celebrazioni unanimi se fosse arrivata sullo scudo, oppure macilenta e provata. Mentre pare non sia moralmente sopportabile che al suo arrivo abbia esibito con orgoglio l’abito tradizionale del luogo della sua reclusione e simbolico dell’appartenenza religiosa, che abbi fieramente rivendicato la sua conversione, che fosse sana addirittura più dei detenuti da virus come rivelava il suo sorriso   mostrato  anche nelle immagini della prigionia.

E dire che Daniela Ranieri, di lei si tratta, avrebbe potuto avere la stessa  rivelazione nei mesi scorsi quando il “governo migliore, se non perfetto”, che ci sia stato concesso dalla Provvidenza  per gestire l’emergenza, ha offerto  come in un rito barbarico a una  plebe ignorante, fanciullesca per irresponsabilità e  sventatezza, l’immolazione di alcuni in qualità di vittime del dovere e dell’abnegazione,  costretti a testimoniare del loro spirito di servizio, negli ospedali, nelle fabbriche, negli uffici e nei supermercati, nuove cattedrali della modernità, esponendosi  come agnelli mentre il resto del gregge stava a casa a assistere allo spettacolo online dei gladiatori nell’arena del virus.

Lei se la prende, e ha ragione, con gli odiatori, con le penne sessiste e qualunquiste, che fanno però da altoparlante ai borborigmi di pance oggi più vuote di prima, e che nessuno sta a ascoltare, che si sentono, pensate un po’, autorizzate dalla carestia immanente, dalla chiusura di piccole imprese, dalla sospensione di lavoretti part time, a porsi delle domande meschine sulle destinazioni di milioni concessi alla faccia del no alle trattive coi terroristi vigente per Moro come per i privati sequestrati dalla malavita, come se è domandato per altri, molti di più, elargiti, anche quelli di tasca loro, per il salvataggio di banche criminali, per l’acquisto di armamenti farlocchi, per l’aiuto dato alla sanità privata.

E’ che ormai  è quasi banale osservare che da anni la lotta di classe si consuma alla rovescia: ricchi e superricchi contro sfruttati. E adesso ci tocca anche vedere il populismo alla rovescia mosso dalle élite, che sbrigativamente possiamo definire come espressione del progressismo neoliberista, contro un ceto numeroso, ma appunto senza parola se si escludono esternazioni sui social o nelle Tv del dolore, e senza ascolto, salvo quello delle destre estreme.

Sono quelli cui una minoranza che rivendica superiorità morale, oltre che sociale e culturale, rinfaccia ogni giorno di essere una massa maleducata, ignorante, volgare, razzista, rancorosa, feroce, riottosa e accidiosa. Tutti vizi che una società civile acculturata e razionale, moderna e cosmopolita colloca sotto l’ombrello ideologico del “populismo”, un ombrello che si augurano si rovesci sotto le sferzate del vento della rinascita che dovrebbe seguire il cigno nero, come continuano a chiamare impropriamente  una epidemia, prevedibile e prevista, gonfiata a dismisura perché possa declinarsi secondo le regole di un sistema di governo mondiale, che promuove le crisi a emergenza in modo da dottare leggi speciali, applicare provvedimenti eccezionali, incaricare autorità straordinarie svincolate dal controllo democratico.

Insomma tocca proprio dar ragione a chi ha detto che populista è l’epiteto negativo che la sinistra appioppa per designare il popolo quando quest’ultimo smette di accordarle fiducia.

La verità però è che chi fa questo uso del termine, da anni ha rinnegato l’appartenenza a quel contesto, ha legato la sua sopravvivenza elettorale e culturale a un profondo stravolgimento, se non proprio capovolgimento, dei valori di testimonianza e rappresentanza degli sfruttati, convertendo la solidarietà in carità,  l’internazionalismo in cosmopolitismo, l’egualitarismo in meritocrazia, la coesione comunitaria in individualismo, l’autodeterminazione, caposaldo di una identità di popolo e di rispetto costituzionale,  in antistatalismo.

Non poteva essere diversamente se  chi si riconosce e milita per formazioni ridotte a parodia della sinistra,  non condivide e neppure conosce più le condizioni esistenziali: reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, collocazioni e mobilità  sociale, dei ceti disagiati,  disprezzandoli per quello che affiora dai social, dalle interviste dei talkshow: il loro linguaggio e i loro convincimenti politicamente scorretti,  che diventano gli indicatori per la interpretazione dei comportamenti elettorali. Che infatti dimostra come dagli anni Cinquanta a oggi come, mentre in passato i voti degli strati meno abbienti e meno acculturati andavano a sinistra e quelli degli strati medio alti andavano al centro e a destra, oggi  le preferenze di voto si siano capovolte.

Non c’è proprio da stupirsi se abbiamo, per una volta uso il pronome noi, che le preferenze della “gente”, bloccate da leggi che hanno retrocesso le elezioni a sigillo notarile, premino la destra esplicita e rivendicata, quando è stata cancellata la rappresentanza parlamentare dei loro  bisogni da parte di un sedicente “riformismo”  posseduto dall’ideologia liberista che ha abiurato ogni aspirazione anticapitalistica, limitandosi all’impegno nominalistico e al minimo sindacale, per i “diritti civili”, come se quelli fondamentali fossero al sicuro, conquistati e inalienabili.

In tanti sostengono che il capitalismo nella fase attuale sembra pronto al suicidio. È improbabile, vista la sua capacità di risorgere come una fenice con altre ali e altre penne e nuova ferocia, mentre è sicura l’eutanasia, nemmeno tanto dolce di una sinistra che con  la sua dipartita ha prodotto la delegittimazione della democrazia, la demolizione dei principi delle carte costituzionali uscite dalle resistenze nazionali, e quella che è stata chiamata la secessione delle élite, appunto, ripiegate nella conservazione, ormai solo apparente, di beni, privilegi, accesso a carriere e opportunità, istruzione, grazie ai quali vivificano la percezione di un primato sociale e morale.

Ma si tratta di una supremazia labile e effimera, già minacciata dal rinnovarsi dell’austerità che consegna i paesi al sistema bancario e finanziario, aiutata da governi e partiti (o quel che ne resta) interpreti e testimoni di una scrematura beneducata, civica, tollerante, ragionevole e che reclama  un’autorità lontana e indifferente ai bisogni di quella gente incattivita, rancorosa, ignorante, rozza. Quella  che va educata col bastone più che con la carota, per proteggere chi si muove sotto le insegne della civiltà, del realismo e dell’amore per “diritto di nascita”,  confinando e annientando quei fermenti che si agitano ai “margini”, come li definisce qualche sociologo, ostili e inumani, risentiti perché per propria colpa non si sarebbero meritati di conservare o di conquistare lo status di ceto medio.

E come non sospettare che serva a questo l’attuale sospensione di una normalità che già costituiva il “problema”, la minaccia ripetuta ossessivamente che lo stato di emergenza dichiarato e prolungato si possa ripetere diventando forma corrente dell’esercizio del potere, la eventualità che il parlamento  venga sostituito di fatto da un management della crisi permanente con l’inevitabile, spacciata come doverosa,  rimozione dei diritti e dello stato di diritto, per tutti, cittadini italiani e ospiti temporaneamente sottratti alla pena dell’invisibilità e dell’irregolarità.

Come vuole chi, dalle poltrone dei palazzi, dai desk dei giornali, dai divani davanti alle sgargianti serie che ritraggono il declino dell’Occidente, è convinto che l’abbandono del popolo al suo destino antropologico segnato dal regresso a condizioni animali, sia un elemento distintivo morale e marcatore di superiorità, autorizzando i “migliori” a odiare i “peggiori”, poveri, sporchi, brutti, cattivi. Appestati.

 


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