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L’altra metà della griffe

borsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene da dire: beati i tempi nei quali radical chic era l’estrema offesa prima del duello dietro il convento dei Cappuccini. Viene da dire beati i tempi nei quali si misurava l’appartenenza alla sinistra e la militanza a testimonianza di sfruttati e sommersi dalla rinuncia anche col gelo, all’uso dissipato e all’ostentazione  di una sciarpa di shahtoosh , che prima di  denominare una sofisticata tecnica di colorazione di chiome regali indicava una pashmina di cashmere così sottile da passare per una fede nuziale, tanto da impedire a chi l’indossava di attraversare la cruna del famoso ago.  Erano i tempi nei quali i flaneur dell’Ultima Spiaggia erano oggetto di invidiosa denigrazione, prima che venissero legittimati in forma bipartisan in quanto rappresentanti di un ragionevole pensiero comune che integra e accoglie gli stranieri solo in veste di solerti cameriere con la crestina e operosi giardinieri in rigatino.

Eh si, perché adesso l’ostensione di quelli che una volta si definivano status symbol è invece oggetto di rispetto e ammirazione, in qualità di meritate conquiste che premiano l’ambizione e la determinazione ad arrivare, ad affermarsi e a dimostrare il successo ottenuto fregiandosi di pennacchi, medaglie e divise con tanto di griffe. I

n questi giorni fervono le polemiche a proposito delle becere rimostranze di rozzi populisti animati da abietto rancore e livorosa gelosia contro la fidanzata del Presidente del Consiglio che ha sfoggiato a complemento della lodatissima eleganza una borsa con il marchio Hermes “in paglia marrone, stile pic nic  con finiture in pelle, manico alto, chiusura frontale con battente, e dettagli super chic: lucchetto decorativo, gancio portachiavi e piedini di appoggio. Larghezza 36 cm, altezza 25 cm, profondità 13 cm”, insomma,cito, “un vero gioiello da collezione”,  del valore di listino, si è detto, di circa 80 mila euro.

Povero Bertinotti denigrato per i maglioncini a doppio filo, equiparato al volgare esibizionismo delle fan dell’utilizzatore finale, esautorato di credibilità civica e democratica:  per lui non si sono mobilitati esperti di marketing che ci hanno informato che il prodotto in questione oggi ha raggiunto quella quotazione, ma che nell’anno nel quale è stato messo sul mercato esclusivo delle intenditrici, il 2011, il suo prezzo di listino non raggiungeva i 7500 euro. A conferma dell’intuito commerciale di quella che viene definita la “nostra First Lady”  che avrebbe dimostrato la occhiuta lungimiranza di compiere questo oculato e redditizio investimento aggiudicandosi, cito ancora,  quello che costituisce uno dei più desiderati tra i “beni rifugio…. oggetti aspirazionali che non perdono mai valore, anzi”.

Ma non basta, per le custodi delle qualità di genere in quota rosa e della loro valorizzazione in forma bipartisan, è sicuro che il prezioso oggetto del desiderio di braccianti prima di diventare ministre, commesse della Coop al lavoro anche di domenica, casalinghe in attesa dell’atteso bonus di 40 centesimi per la redenzione, la leggiadra signora se l’è comprato senza aver bisogno di una amorosa elargizione da parte del prestigioso quasi consorte. Infatti si tratta della rampolla di una dinastia di albergatori che svolge una preminente funzione nell’impresa di famiglia, che le permette di appagare i suoi desideri e le sue aspirazioni, in veste di Pr di quel Plaza di Roma passato alle cronache rosa e giudiziarie per via di frequentazioni speciali,  e che, dicono sempre gli stessi maligni, sarebbe stato beneficato da una manina provvidenziale che con misuretta ad hoc avrebbe abbonato il mancato pagamento della tassa di soggiorno.

Così lo status symbol è stato promosso a raffigurazione plastica dell’emancipazione femminile, quella che piace alla gente che piace, che “affranca” dal dominio patriarcale le figlie di papà, quelle che partono avvantaggiate dall’appartenenza a delfinari del privilegio, o le affiliate e fidelizzate a cerchie dominanti, quelle della sostituzione in ruoli direttivi di maschi immeritevoli, arroganti e spregiudicati con femmine legittimate per via delle regole del riscatto a manifestarsi ancora più arroganti e spregiudicate.

Per dir la verità la compagna dell’azzeccagarbugli degli italiani ha mostrato una sovrana indifferenza per le critiche, forse disinteressata al consenso del quale è  omaggiato il fidanzato, proprio ieri oggetto di applausi e  lodi durante lo shopping ferragostano, manifestazioni di ossequio che ha signorilmente respinto con regale cenno della mano nel rispetto del distanziamento.

Quello che nausea è invece l’indole all’idolatria nei confronti dei potenti e delle loro famiglie che continua anche dopo l’eclissi dei settimanali con le vicende delle case regnanti, anche dopo che l’ultimo casato che ha dettato mode e convenzioni si è ridotto a esangue azionariato o a scapestrata pecora nera.  e che di manifesta in molti modi non certo nuovi, con l’invidiosa emulazione dei sottoposti, con la piaggeria dei ruffiani, ma anche con quella deplorazione che conferma il successo di una delle più abusate citazioni di Wikiquote da Oscar Wilde: parlate male di me purchè ne parliate, uso che sta beneficando Salvini, la Meloni, i loro supporter sui social, che dovrebbero più efficacemente essere condannati al cono d’ombra.

Sono quelli  che in prossimità del referendum sul numero dei rappresentanti del popolo sembrano fatti apposto per suscitare  dubbi sulla qualità e quantità degli elettori, da sottoporre a accurata selezione che riservi il diritto dovere solo a quella cerchia che rivendica una superiorità culturale, sociale e morale su una plebe rozza e ignorante. Sono loro che interpretano l’opinione pubblica, quella che ha diritto, tempo e voglia di parlare perché non è afflitta dalle rate, dai mutui, dalla minaccia del fine mese, e che attribuisce le critiche a chi governa a irresponsabile complottismo e quella alle loro icone come la miserabile rivincita di chi sta fermo, per incapacità, mentre altri avanzano, come la mediocre frustrazione da marginalità.

Vittima di questa forma obliqua di ammirazione all’inverso è stato l’opinionista che ha scelto la forosetta di provincia auto promossa a costituzionalista, come incarnazione della cancellazione della sinistra, un processo che avrebbe la sua raffigurazione plastica nella cintura inalberata sui pantaloni con la famosa H della stessa griffe amata dalla first lady de noantri, che diventa il marchio della vergogna dei borghesucci saliti di grado che si regalano gli orpelli un tempo esclusiva delle élite come onorificenze.

E adesso chi glielo va a dire a  Fulvio Abbate, calamitato  dalla lettera dorata della fibbia della cintura indossata dalla capogruppo di Italia Viva alla Camera,  “ iniziale di un marchio-griffe di lusso e orgoglio globali, planetari, di più, provinciali, rionali, da sabato in discoteca”, quella lettera scarlatta che marchierebbe il tradimento dell’eredità comunista e infine post-comunista,  che deve essere stato incantato sia pure alla rovescia da quella ragazzotta, da darle il lustro di una eroina negativa.

Quando ormai chi emerge dalla zona grigia di una classe dove si accredita il funzionario di banca che compiace i malaffaristi di zona, il giovanotto un po’ grullo ma ambizioso che si fa la propaganda elettorale con i proventi degli affarucci sporchi di papà e mammà, grazie a una selezione del personale politico che gratifica l’arrivismo, il conformismo, la fedeltà sia pure provvisoria a ideali e “aziende” che garantiscono una poltroncina, non è di sinistra,  di destra, di centro, di su o di giù, maschio, donna, perché il suo unico talento sta nel collocarsi dove può arraffare un posticino, una paghetta e un conticino in banca, magari quella di papà, per togliersi i capricci e i vizietti con la griffe.


Abbasso la democrazia

discorsi-alla-nazione-4E’ veramente assurdo e fuori da ogni logica  che per ottenere i fondi necessari a superare la crisi del coronavirus una delle condizioni poste all’Italia siano proprio i tagli alla sanità, quando è ampiamente dimostrato che in ogni caso da noi e altrove la cattiva sanità  o meglio la sanità in carenza di fondi ha ucciso più di qualsiasi virus.  Ma non bisogna stupirsene: il caleidoscopio del sistema crea ad ogni momento illusionismi diversi per confondere e dividere, soprattutto per mettere sotto il tappeto le ragioni di mercato che sono le uniche, assieme alle tentazioni egemoniche, cui fa riferimento la Ue. Col tempo e con la paglia delle acquisizioni editoriali, l’acquisto dei chierici sulle bancarelle delle occasioni, la “normalizzazione” politicamente corretta delle accademie si è fatta strada l’ipotesi che l’Europa, nel contesto del globalismo, rappresentasse la democrazia e il progresso, mentre le posizioni anti europeiste rappresentassero tout court  il nazionalismo di destra e dunque anche la xenofobia e l’autoritarismo. Si tratta ovviamente di una confusione di piani perché mentre le oligarchie europee fanno di tutto per limitare e rendere puramente allegorica la partecipazione popolare, come se dicesse viva l’Europa, abbasso la democrazia, le destre sono molto sensibili alle libertà di mercato e dunque anche alla minimizzazione delle disuguaglianza, quindi non costituiscono affatto un pericolo mortale per il sistema, ma solo un incidente di percorso, facilmente domabile attraverso la canna del fucile finanziario.

Queste tesi indotte miravano a distruggere dall’interno le sinistre che erano avverse o quantomeno sospettose nei confronti del mercato e contro il potere delle elites non avevano altra strada che riferirsi al popolo o comunque alle classi popolari, sia pure dentro un pervicacissimo leninismo che pare essere l’unica cosa rimasta. L’inoculazione è riuscita benissimo benissimo in ogni settore a cominciare dai sindacati che si sono tutti convertiti al “dialogo sociale”sulle controriforme del lavoro: insomma il partito di Maastricht se così lo vogliamo chiamare è riuscito a frammentare le diverse società europee in maniera che esse non fossero in grado di rispondere o al massimo incanalassero le loro critiche dentro concetti o slogan assurdamente lontani da ogni realtà Ue, ossia “Europa sociale”, “altra Europa”  o addirittura “Europa della pace” mentre migliaia di uomini combattono guerre ingiuste, compiono stragi neo coloniali o si riarmano a suon di miliardi per fronteggiare il nuovo “nemico” cinese servito a la carte da Washington e/o contro quello russo. Per ricominciare una storia contro lo sfruttamento capitalistico ormai senza più argini al punto da riuscire a sfruttare una sindrome influenzale per accelerare una crisi e uscirne di nuovo vincitore, non si può che ripartire da una riappropriazione dello stato sociale, del dettato Costituzionale che impone la drastica riduzione delle disuguaglianze, da una difesa del diritto di tutti i popoli, da una battaglia per l’ambiente lontana dai battage pubblicitari delle multinazionali e delle loro Grete: tutte cose che oggi non possono che essere fatte su base nazionale non fosse altro che per il fatto che tutte le istanze sovranazionali sono occupate e sono gestite dall’avversario.

In un certo senso come dice il nuovo manifesto del Polo di rinascita comunista in Francia la bandiera rossa della Comune va unita con la con la bandiera tricolore del 1789, per rompere il fronte pre totalitario sovranazionale che si va preparando nel sostanziale accordo Macron / Le Pen  far saltare tutti i contributi sociali e di cui possiamo avere un assaggio di fronte alla sceneggiata dei miliardi di questi giorni che sono l’elemosina per entrare in schiavitù. Capisco che noi poveri abitanti della penisola non abbiamo né la Comune, né il tricolore della rivoluzione, abbiamo ben poco da unire e forse la nostra vera ambizione è quella di essere sotto tutela di qualcuno, che abbiamo i gilet arancioni di un generale da barzelletta invece dei gilet jaunes, che insomma tutto è più difficile, ma siamo minacciati più da vicino da una catastrofe che potrebbe rendere più facile cominciare a strappare il trompe l’oeil ideologico che ci impedisce di pronunciare finalmente una parola di verità.


Dalla sicurezza alla debolezza: cambia il marketing emotivo del sistema

coronavirus-690x362Il sistema neoliberista, messo di fronte alle sue contraddizioni in via di esplodere ha cambiato strategia di marketing: prima vendeva sicurezza preconfezionata per limitare le libertà, ma dopo che questo farmaco politico ha cominciato a dare assuefazione, si e messo a smerciare smarrimento e senso di debolezza. Non è che con la pandemia narrativa ha semplicemente alzato la posta, ha proprio mutato metodo passando dal vendere antidoti a smerciare malattia perché siano gli stessi sudditi a implorare aiuto e a liberarsi della democrazia. La natura del morbo ha ovviamente poco a che vedere con i virus che sono una semplice occasione, ma è sfuggente, vive sommersa dalla retorica del discorso pubblico e mostra  il livello del disastro antropologico creato dal pensiero unico: il fatto è che mentre fino due decenni fa  richiesta di sicurezza si riferiva alla protezione dalla violenza fisica, ora essa si estende alla “promozione del benessere emotivo”. E questo benessere  passa anche per la censura di posizioni e idee che contrastano con le proprie convinzioni o forse sarebbe più esatto dire con i decaloghi che sono stati  interiorizzati. Lo vediamo in questi giorni con il fastidio che molti esprimono nei confronti delle più elementari considerazioni razionali in merito alla pandemia, anzi man mano che i numeri la riportano a un costrutto mediatico, tanto più diventa intoccabile quasi che discutere e argomentare sia una vera e propria violenza. Ma lo si i può vedere ancor meglio nei moti in Usa a margine dei quali  centinaia di studenti progressisti hanno citato il loro personale senso di sicurezza come la ragione per cui chiedevano che fossero intraprese azioni punitive contro qualche altro individuo o entità che aveva offeso il loro pantheon di convinzioni antirazziste.

Modi di sentire che ovviamente sono tutt’altro che negativi, ma che lo diventano quando da idee e passioni si trasformano in rosario, segno di una drammatica caduta culturale. E infatti la censura e la distruzione di tutto ciò che storicamente riguarda lo schiavismo è in un certo senso un sottrarsi alla discussione e all’evoluzione: che si sappia  nessun gruppo ha contestato i rimasugli di schiavismo e razzismo ancora oggi presenti nelle legislazioni di molti stati americani. Questo che potrebbe sembrare un paradosso è invece la prova di un livello emotivo, difensivo e postpolitico della protesta la quale infatti non sfiora nemmeno da lontano una critica sociale al sistema e ipostatizza il razzismo come male, senza nemmeno metterlo in relazione al sistema di profitto e sfruttamento: qualcosa che ancora 40 anni fa sarebbe stato impossibile oggi invece è la norma.

E lo si è visto anche in Italia con le sardine che in fondo chiedevano di essere tenute al sicuro dai turbamenti emotivi della dialettica politica, di poter continuare le loro abitudini, lasciando ai cosiddetti tecnici, l’onere di dirigere le cose, di gestire l’esistente senza alcuna prospettiva di cambiamento e avendo in mente come tema problematico solo quello dell’agenda globalista, ovvero l’immigrazione a qualunque costo e a qualunque condizione, ma straordinariamente irrelata rispetto a qualsiasi discorso sociale e persino alle cause stesse delle migrazioni da rintracciarsi nei medesimi paradigmi di sfruttamento che poi suggeriscono l’accoglienza. Si rimane interdetti di fronte a questa “assenza” che alla fine ha dato i suoi frutti visto che nel giro di poche settimane i cosiddetti Stati democratici hanno sospeso le libertà fondamentali, hanno vietato alle persone di lasciare la propria casa e di partecipare a riunioni e manifestazioni, sotto la minaccia di multe o reclusione. L’istruzione obbligatoria è stata temporaneamente abolita, facendo temere per la sopravvivenza della scuola pubblica, milioni di persone sono stati private del lavoro e centinaia di migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, la maggior parte per sempre. E tutto questo senza una reale o realistica ragione sanitaria, visto che le indicazioni epidemiologiche non hanno mai sostenuto, un “contenimento generalizzato obbligatorio” bensì sulla base delle  soluzioni pronte per l’uso formulate da potenti gruppi di pressione sulla scia dei piani concepiti  quindici anni prima, all’interno dell’amministrazione Bush, non come uno strumento di salute pubblica, ma per militarizzare la società americana in caso di attacco bioterroristico.

Eppure guai a turbare con obiezioni l’atarassia emotiva. Guai persino a dire che non ci saranno soldi gratis dall’Europa cosa più che mai evidente, messa per iscritto e assolutamente conseguente dai meccanismi scelti:  l’angoscia  di dover rivedere giudizi ormai fossilizzati è troppo forte almeno fino a quando non si è direttamente investiti dalle conseguenze. Un impulso a ripararsi dalle turbolenze emotive, addirittura invocando atteggiamenti censori tipici della destra estrema, è stato tematizzato nel 2018 in un libro del sociologo Jonathan Haidt e del costituzionalista Greg Lukianoff, entrambi di sinistra,  The Coddling of the American Mind, che potrebbe tradursi con il vizio o il rifugio americano in cui viene descritta la tendenza sempre più forte della popolazione colta a rinchiudersi  dentro zone emotivamente protette,  difese dalle mura del politicamente corretto e della neolingua. Il sottotitolo rende ancora meglio l’idea: “Come buone intenzioni e cattive idee stanno provocando il fallimento di una generazione”, una generazione sostanzialmente incapace o comunque non incline a impegnarsi con idee che la mettono a disagio, aprendo le porte a varie forme di autoritarismo . E almeno due di queste cattive idee che agiscono sottopelle  sono comuni anche sull’altra sponda dell’Atlantico:  fidati sempre dei tuoi sentimenti e la vita è una battaglia tra buoni e cattivi. Ma c’è anche una terza idea che spiega bene il cambiamento di strategia del sistema e che potrebbe essere sintetizzata con  “ciò che non ti uccide ti rende più debole”. Ed ecco perché ora il sistema non punta più sulla sicurezza, ma a ingigantire il senso di debolezza. e di isolamento.


Disastrati Generali

Couder_Stati_generaliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi mi è capitato un fenomeno molto inquietante.

Cercavo qualche commento a margine degli Stati Generali convocati da Conte,  quando finalmente nel compiacimento generale per il palco reale europeo, per il parterre degli invitati, degli osservatori e  testimonial e perfino degli uomini qualunque selezionati tra la società civile, quando finalmente mi sono imbattuta in una frase che sostanzialmente rispecchiava il mio pensare: lo stato di eccezione proclamato come necessario in presenza della epocale pandemia aveva sortito l’effetto temuto di esonerare la rappresentanza del popolo, il Parlamento eletto, in favore di task force, autorità tecnocratiche, consulenti promossi a decisori o gran suggeritori.

Vado  a guardare e scopro con raccapriccio che l’unica voce a sollevare questa obiezione nella gran marmellata dell’entusiasmo pro-governo è di Giorgia Meloni. Per carità ho da sempre imparato a non fermarmi a una dichiarazione ma a risalire alla fonte per misurarne la credibilità, perché anche gli orologi guasti segnano l’ora giusta perfino due volte al giorno. Per carità, sono abbastanza attrezzata per non temere il Berlusconi in me che si riaffaccia anche in soggetti insospettabili, figuriamoci se temo di essere posseduta da un poltergeist fascista.

Deve essere per questo che non mi ha poi stupito e impressionato più di tanto questa estemporanea coincidenza. E’ che chi non si ferma alle tesi della Leopolda, alle esternazioni delle sardine, ai documenti dei tkink tank progressisti sa bene che non è vero che con la fine delle ideologie novecentesche siano state cancellate destra e sinistra: semplicemente la destra ha saputo declinarsi nelle varie forme a sostegno del totalitarismo contemporaneo, mentre la sinistra “strutturata”, anche prima delle dichiarazioni di voto neoliberiste,  si è persa, ha smesso di guardare a quelle stelle polari, uguaglianza, solidarietà, giustizia, immaginando e illudendo di addomesticare il sistema feroce e avido dello sfruttamento con le “riforme”, con il benessere che sarebbe caduto dal cielo su tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, come una polverina d’oro elargita da provvidenziali manine misericordiose.

Parlo ovviamente dei salvati che hanno firmato col sangue dei sommersi l’abiura, cui solo apparenti competitori affibbiano ancora la nomea di sinistra, avendola invece rinnegata come un attrezzo arcaico e controproducente per affermazioni personali e interessi di casta, e  che non solo hanno accantonato il riferimento un tempo irrinunciabile alla lotta di classe, ma hanno addirittura rinunciato ai principi elementari e ai valori primari della democrazia come si era inteso rappresentare nelle Carte uscite della resistenze.

Quelle Costituzioni cioè che l’Europa – che doveva introdurci alla condizione perfetta della partecipazione solidale di popoli e nazioni alle scelte in nome dle ben comune e che invece ha dato spazio a una oligarchia cosciente dei suoi privilegi promossi a diritti e perciò determinata a imporre le proprie tesi e regole a una maggioranza recalcitrante – ci chiede pressantemente di rivedere e aggiornare in quanto colpevoli di riecheggiare toni e motivi  socialisteggianti.

Mi riferisco a quelle formazioni che possiamo annoverare nella cerchia del progressismo liberista, da tempo possedute dai demoni della governabilità e del consenso, convinte che le elezioni si vincono al centro dove è obbligatorio far convergere elettori esitanti che devono essere rassicurati grazie a programmi uguali e assonanze su temi generali, sicurezza, immigrazione, grandi opere, meritocrazia, mobilità.

Come hanno fatto in tutta Europa partiti che già prima si richiamavano alla sinistra facendo politiche di destra, e che ora rivelano il loro assoggettamento al sistema capitalistico, ormai promosso a legge di natura, all’inseguimento di un elettorato indistinto, non avendo capito che non esiste più un ceto medio, degradato a classe disagiata ma che non si convince della sua retrocessione.

Il caso di movimentini e fermenti vezzeggiati dall’establishment è rivelatore della volontà pervicace di instaurare un  consenso “artificiale”,  assimilabile a quella spirale del silenzio che penalizza chi si sottrae al pensiero comune e al conformismo, che colpisce chi non intende arruolarsi nelle fazioni in campo, e che mira a far sparire il dibattito e dunque la democrazia che implica la pluralità delle opinioni e anche il conflitto, considerato  illegittimo e disfattista, violento e incivile, rozzo e ignorante.

In risultato è che alla fine il quadro istituzionale e della rappresentanza diventano un guscio vuoto, da riempire con rivendicazioni e dimostrazioni di autorità, e  il dibattito parlamentare si mostra come una messa in scena che allontana gli elettori, rivelando come il prezzo dell’approvazione e della governabilità sia la diserzione, l’astensione, la disaffezione.

La società pacificata che piace tanto a quelli che limitano l’antifascismo alla riprovazione di quella scrematura di popolaccio volgare e brutale, preferendo il bon ton alla collera anti-sistema, diventa così il laboratorio dove si sperimentano altre belligeranze, dove si materializzano altre modalità di affermazione identitaria, conseguenza logica del fatto che non ci si può più esprimere e affermare come cittadini, cui si riservano disapprovazione e disprezzo, catalogandole sommariamente come manifestazioni deplorevoli di populismo vandalico agitato contro convinzioni e istituzioni intoccabili.

Qualcuno ha definito questo pantheon di figure di riferimento e di convinzioni come lo slittamento “delle priorità delle èlite dal sociale al culturale”, convertito ormai al sistema del denaro, convinto dal “pertuttismo” alla lotta paritaria contro “tutte” le discriminazioni, affondando in essa il conflitto di classe, surclassato dall’omogenitorialità, dal riscatto  dagli stereotipi di genere, come se i diritti fondamentali fossero ormai conquistati e inalienabili e ora ci fosse modo di occuparsi degli optional, come se fosse naturale scomporli in gerarchie e graduatorie e la rinuncia a alcuni promuovesse l’ottenimento di altri.

Li abbiamo visti in azione, nell’alto comando della pandemia, col sostegno del Giornale Unico della Nazione, con gli appelli pro governo pubblicati sul nuovo house organ del riformismo liberista, i fedifraghi delle promesse messianiche ormai insediati nell’apparato a perorare la causa della indispensabile sorveglianza, le cheerleader del mercato, i cantori dello stormworking e della didattica a distanza promotori di licenziamenti e precarietà, impegnati nei duelli da opera dei pupi, a dar giù botte e stoccate finte a Confindustria, che detta i suoi desiderata a Colao,  dopo aver concordato chiusure e aperture a suo gusto, dividendo il paese in due, chi si protegge a casa e chi deve esporsi per l’interesse generale,  calendarizzando promettenti opportunità di rilancio a base di cemento, cantieri, ponti, export di armamenti e import di compratori dei beni comuni.

Si vede che serviva anche la convention a Villa Pamphili, come per gli addetti alle vendite piramidali e infatti non si capisce perché siano stati chiamati Stati e non Mercato Generali, con i maestri dell’austerità a distanza che ci somministrano la pedagogia del festoso indebitamento e della rinuncia ai poteri e alla competenze nazionali, e dunque alla democrazia, in favore di una autorità più alta in grado e dunque più compiutamente sovrana.

Così vien buona la vecchia massima secondo la quale a ogni vittoria di chi chiede voti per la sinistra corrisponde una sconfitta del socialismo..

 

 

 

 

 


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