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Batracomiomachia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che disgrazia, sono tornate in gran spolvero le sardine.

La colpa, inutile dirlo, è di un accademico di Siena che con la fanciullesca e baldanzosa irruenza data dall’appartenenza ad una élite superiore, culturalmente e moralmente, ha dato voce roboante alla condanna per il populismo bieco, incarnato dalla pesciarola leader di Fratelli d’Italia,  aggiungendo  le rane al repertorio zoologico sgarbiano.

Il Superbone non è nativo digitale e lo dimostra la sua imperizia nel trattare la materia delicata che regola la società dello spettacolo. Ma soprattutto lo sventurato non è nemmeno dotato del beruf necessario a praticare i sentieri ancora più impervi della politica:  “non posso vedere gente simile, di tale ignoranza, che non ha mai letto un libro, che può rivolgersi da pari a pari a un nome come quello di Draghi“, ha dichiarato, non avendo capito che una volta ammessa la Bestia alla cerchia di governo, e non è certo la prima volta, anche la sua camerata di tante battaglie è automaticamente sdoganata, dopo essere stata per anni  zona franca per il libero insulto fisiognomico.

Eppure che fosse cambiata l’aria si era capito per le rimostranze delle quali è stato oggetto un cronista del Giornale Unico  per aver scritto che la Meloni aveva “prodotto” una figlia, formula immediatamente catalogata come l’ennesima ingiuria sessista, mentre trattasi evidentemente del corretto impiego della terminologia in uso presso gli ideologi del “capitale umano”.

Le reazioni alla pasquinata  del rettore prossimamente rimosso, si possono leggere quindi come un caso di successo della religione del politicamente corretto  che ha ormai preso il posto delle regole democratiche, dimostrando prima di tutto che è proibito lo sberleffo ai danni di un target inviolabile, le Donne di Potere, mentre è legittimato anzi sollecitato quello rivolto ai maschi di potere, rivendicato come espressione di libertà di opinione  e autorizzato perciò al dileggio per via della statura, del naso rincagnato, del mento sfuggente, del riporto, dell’hennè che cola impietosamente sul collo della camicia con le iniziali ricamate.

 La tutela della Meloni, come specie protetta in forza all’opposizione di destra necessaria a legittimare la diversamente destra al governo, ed esercitata da chi ha già manomesso il povero Voltaire per difendere il diritto a professare concezioni sconce e inique, viene opportunamente esibita a sostegno del ritrovato valore assoluto della “differenza” egemone in quanto laica e tollerante della sinistra, peraltro abiurata. E difatti deve essere per quello  che in più di 70 anni, pur reiterando le proposte di provvedimenti, commissioni e tribunali speciali  per limitare la professione di fascisti, non è mai stata capace o non ha mai voluto applicare davvero l’apposita legge  che ne interdice l’apologia.

Metteteci anche  la pressione morale della lobby della non violenza, cui è concesso pretendere di zittire i toni accesi con bavagli, censure e gogne, per stabilire quell’ordine felpato che autorizza una sopraffazione più educata, più edulcorata, più “civile” insomma, e si capisce  il successo di certi fermenti da boy scout in grazia dell’establishment, mentre viene esercitata una puntuale repressione nei confronti di margini e periferie moleste e sguaiate che protestano per la casa, la tutela del territorio, perché la vera forma di violenza che mette paura e va contrastata è quella che si materializza intorno alla consapevolezza dei diritti offesi, dando sfogo alla collera dei diseredati.

E difatti da tempo si sono costituiti gli stati generali dei Fasulli, giardinieri in veste di ecologisti, suffragette dell’anti patriarcato in forza a Cl come  al Me Too, gagliarde antagoniste vezzeggiate dai Grandi della Terra, pacifisti arruolati in appoggio a Biden, soliste di Bella Ciao che con Salvini non ci prenderebbero una caffè, salvo quello della macchinetta di palazzo Chigi.

A conferma che il neoliberismo è diventato una corrente filosofica e non una teorizzazione economica,  ormai ne sono posseduti pensatori e intellettuali, pronti a chiedere i Tso per gli eretici, le sanzioni per i disubbidenti, la censura per i critici, l’ostracismo per chi pensa altro ancor prima che agisca di conseguenza, perché rappresenta un rischio, anche sanitario, per la manutenzione dell’ordine stabilito che impedisce di cantare fuori dal coro, che punisce le stonature quando vengono inalbati gli inni che celebrano il trionfo degli uomini della Provvidenza, anche se a guardar bene si tratta dei mercanti che hanno occupato il tempio.

Non è detto però che faccia gioco alla Meloni, unica voce di dissenso in Parlamento, l’insurrezione in sua difesa in quanto “esemplare di genere”, che ostacola il dispiegarsi del suo accreditamento in veste di vittima del regime europeista e progressista, oggi incarnato dal tecnico, oggetto dell’idolatria diffusa, e anticipata appunto dalla chiamata in campo delle sardine che reclamarono a gran voce l’aiuto di Dio sotto forma del suo profeta, incaricato  di dare credito a scelte che non si è riusciti a motivare e legittimare nel contesto e  con gli strumenti della democrazia. E’ probabile che anche grazie alla telefonata dal Colle, che chissà che bollette paga fin dal tempo di opache trattative, sia invece in corso l’arruolamento dell’ultima soldatessa nella giungla da annettere alla maggioranza, almeno quella della cultura e del sentimento popolare e non populista.  

E difatti non poteva mancare la mano offerta cristianamente dalle militanti della sorellanza che l’hanno sempre protesa anche alla Boschi, alla Fornero, alla Bellanova, e, fuori dai confini, anche alla Lagarde forse per via della sua pretesa di femminilità espressa con la ginnastica per il lato B eseguita durante missioni ufficiali, a Ursula von der Leyen capace di mettere in riga pusillanimi premier maschi, grazie all’irriducibile richiamo alla Solidarietà intesa come specifica qualità di genere. Purché, però, a intermittenza e tenendo ben conto delle doverose gerarchie e graduatorie.

In tempi di crisi non va quindi sprecata per le beneficate del cottimo in forma di part time, che permette di combinarsi con il lavoro di cura gratuito, per le “occupate” alla cassa dei supermercati o nei magazzini o nelle multinazionali del commercio online, doverosamente produttive e essenziali, alle operai in cassa integrazione, alle insegnanti precarie con l’andirivieni dall’aula ai fasti della Dad, alle disoccupate che hanno forzosamente scelto di stare a casa perché da sempre il loro salario è inferiore a quello del coniuge e a quelle espulse nei mesi di gestione della pandemia, 470 mila nel secondo trimestre 2020 rispetto al secondo trimestre 2019.

Mentre invece va generosamente elargita a tutela della dignità di sorelle che hanno a disposizione tribune e tribunali, editoriali e sentenze, polizie postali e gogne mediatiche “spontanee” per difendere la propria immagine e la privacy, concetto applicabile solo in alto, dove non osano arrivare le app, il controllo sociale di istituzioni, banche, istituti finanziari e rete commerciale, cui è recentemente stata aggiunta quella della vigilanza “sanitaria”.  

L’entità dell’ingiuria e la qualità dell’affronto subiscono di certo le stesse regole disuguali che vigono in tutta la società da quando le leggi di mercato vengono interpretate come “naturali”. Quindi la Boldrini e la Meloni, ma anche la Ferragni,  pesano e quindi valgono di più, rispetto a misure e provvedimenti che danneggiano   le donne “normali” ancor più dei maschi, secondo una forma di calcolo commerciale che misura il potere di influenza e il peso contrattuale nell’agone della bassa politica  e il consenso che possono generare e che dovremmo cominciare a togliere loro, così come i salari e le opportunità di carriera meritate geneticamente e culturalmente dagli uomini.

Ma sarebbe troppo sperare che da questa poltiglia etica venga fuori qualcosa di ribelle, se protestiamo per lo stivale del poliziotto americano sul collo del nero, ma sopportiamo sul nostro territorio e sul nostro immaginario il tallone di ferro Usa, che non a caso ci opprime anche con la falsa coscienza che sostituisce l’onore e il rispetto di sé e degli altri.   


Anche Papa Eugenio I benedice Draghi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si tranquillizzi chi si era preoccupato per il temporaneo silenzio: può santificare la domenica con la preghiera religiosissima del Grande Interlocutore con il Papa e direttamente con Dio, più abilitato di chiunque altro a celebrare l’avvento del Salvatore, incaricato oltre che dalla Provvidenza,  da Scalfari medesimo che lo gratifica con il suo  paterno appoggio.

Conosco l’ex presidente della Bce da molti anni”, scrive,  “eravamo diventati molto amici lui ed io e lo siamo ancora nonostante la mia vecchiezza…..Ebbe vari incarichi e mostrò le sue capacità” . Saprà dunque assolvere all’alta missione di condurre a buon fine il  “concerto che sta portando avanti con la bacchetta del direttore”,  battendo “il tempo per tutti”, comprese quelle indecorose frattaglie della democrazia parlamentare con le quali è costretto a interagire.

E a sottolineare la comune appartenenza alla razza padrona, superiore per doti naturali, censo e cultura, chiude così l’omelia,  pregando “ l’amico Mario Draghi di non dimenticare la politica coniugata con l’arte e la bellezza… ricordiamoci di Shakespeare, Baudelaire, Beethoven e Chopin e anche di Federico García Lorca che chiude al meglio l’arte della vita”. 

Il  frettoloso ripasso sul Bignami di economia alla voce Keynes, con il richiamo al passo dedicato alle  “delizie della vita”, cultura, musica, arte, contemplazione, quelle insomma che meriterebbero gli umani una volta liberatisi dalla smania di accumulazione e dall’avidità, ci sta tutta con l’edificante conversione del venerabile e con il nuovo afflato solidaristico  del  conferenziere al meeting di Comunione & Liberazione S.p.A..

Per ambedue e da sempre per lignaggio, matrimonio, arrivismo o fidelizzazione si sono dischiuse le opportunità di godere di tutto quello che è invece interdetto a chi è sotto il giogo dello stato di necessità, quando conoscenza, informazione, qualità della vita sono lussi destinati ai pochi che non corrono su è giù per le scalette della gabbia, fronteggiando debiti, bollette, mutui di una classe retrocessa e esautorata perfino della possibilità di comprare a credito i suoi bisogni oltre ai suoi sogni.

Non stupisce dunque la sponsorizzazione entusiasta al presidente incaricato che arriva da quelle cerchie. Meraviglia invece la fiducia disperata di tutti i “segmenti di pubblico” che affidano la loro salvezza a qualcuno che  ha dichiarato con le parole e coi fatti di voler favorire il passaggio a una nuova era nella quale è doveroso cancellare lo stato sociale, abbattere quell’edificio di garanzie conquistate che sono obiettivamente di ostacolo allo sviluppo di libera iniziativa e profitto, sospendere la dissennata elargizione di aiuti a beneficio di target immeritevoli, da destinare invece alle misure  necessarie alla concentrazione  delle imprese in un grande oligopolio transnazionale.

Servirebbe probabilmente più dell’analisi del sociologo, la diagnosi dello psichiatra  per riconoscere le cause e i sintomi dell’istinto suicida dei fan del boia  manifesto. Si può però azzardare qualche ipotesi sulla composizione di questo gruppo sociale che traduce la sua frustrazione di ceto medio che sta naufragando nel mare salato della proletarizzazione, affermando con forza risentita la sua distanza dagli straccioni rozzi, ignoranti, razzisti che hanno trovato un miserabile approdo nel populismo, proprio come gli avanzi della Middle Class americana che ha sognato di liberarsi dell’incubo reaganiano votando Trump.

E difatti le cheerleader di Draghi sono le stesse personalità autodistruttive e incarognite che plaudono il Biden green che premia l’uomo forte della Monsanto, il Biden universalista che incarica la donna a mezze tinte e la transgender dopo aver agito in prima persona seminando guerra e distruzione, che in sostituzione di diritti primari cancellati si accontentano di qualche optional, di accessori sacrosanti, ma inutili se il minimo della condizione civile e sociale è stato soppresso o è stato oggetto di rinuncia.

Molti di loro rivendicano perfino antiche afferenze identitarie alla “sinistra”, cui guardano con la simpatia riservata al vintage, prestandosi a collocare nei suoi ruoli la variegata banda dell’abiura, cui non sarebbe giusto attribuire la grandezza del tradimento, se è dalla Bolognina e anche da prima, dal congresso di fondazione al Lingotto che ogni giorno viene ribadito il ripudio del mandato di testimonianza e rappresentanza degli sfruttati. È che non è nuovo nella storia dell’uomo che una volta sancita la morte anche virtuale e la successiva rimozione di una utopia, venga voglia di stracciarla, ridicolizzarla, come se fosse lei la colpevole dell’infedeltà, dell’inganno e del voltafaccia.

Chi sono, chi siamo ormai in questo calderone nel quale affogano le aspettative di una classe che non vuole ammettere di essere ormai “disagiata” per potenzialità d’acquisto, affermazione personale, progressione di carriera o remunerazione, quella frazione “intellettualizzata”, che usa la conoscenza come strumento di potere, viziata da  uno stile di vita che non può più permettersi, ma che accampa scuse e meriti intellettuali, culturali, sociali per alimentare una pretesa “preminenza” che dovrebbe risparmiarle l’arretramento umiliante  tra gli ultimi, cui si imputa di non possedere le qualità e i meriti per guadagnarsi e mantenersi la salvezza.

Era più facile capire chi si era prima che gli insegnanti dovessero prendere atto della loro funzione produttiva, proprio come un Cipputi qualsiasi,  contribuendo a norma di legge o di riforma  al bilancio dell’impresa scuola,  prima che  arricchissimo Amazon acquistando e offrendogli gratis i nostri dati diventati la marce più profittevole,  prima che in veste di pazienti dovessimo collaborare al bilancio delle Asl dichiarate anche ufficialmente “aziende”.  

Prima cioè che diventassimo “produttivi” cioè dipendenti della finanziaria globale che fa circolare i capitali, che lo sapessimo o no, che lo volessimo o no. Che poi in questo ceto senza confini, ci stiamo tutti,  consumatori alla pari di chi ci consegna i prodotti, clienti delle major della comunicazione telefonica e dipendenti dei call center,  laureati che fanno i rider e “creativi” senza laurea che disegnano siti, consulenti d’immagine e facilitatori di appalti e gare, operatori sanitari e sindacalisti che confezionano i piattini indigesti dei patronati a base di assicurazioni,  fondi e opportunità del Welfare aziendale, i disoccupati insieme ai Navigator che lo saranno tra qualche mese, ma anche dipendenti pubblici esposti anche loro alla precarietà da quando l’interesse del sistema è quello di economizzare sulle prestazioni delle gerarchie di medio e basso livello, promuovendo invece le funzioni di chi da ruoli più elevati è addetto alla negoziazione e ai servizi in favore dei privati o a svolgere mansioni di sorveglianza e controllo.

Stavolta non potremo dire, non lo sapevamo. Perchè è vero, abbiamo permesso che facessero a pezzi l’utopia del riscatto rivoluzionario, è vero abbiamo concesso che si compisse il sacrificio di mettere le riforme al servizio dello sfruttamento, ma almeno non lecchiamo la mano dell’accalappiacani.   


La processione di San Mario

Ieri mi sono sentito come dentro una “giornata particolare”, segnata dall’inizio alla fine da una invereconda, martellante  celebrazione di Mario Draghi, di ” alalà” che si alzavano dappertutto dentro quella televisione che ci costringono a pagare , qualcosa che è impossibile sperimentare persino nella Corea del Nord, e che ci dice a che punto è ridotto questo Paese, tre metri sotto il livello minimo della dignità. Anche gran parte di ciò che rimane della sinistra non si è sottratta a lavorare di turibolo per  quello che è un vero e proprio commissariamento dell’Italia da parte della finanza globalista e dell’Europa che è un suo strumento, per il nuovo Duce che ci spezzerà le reni come ha già fatto con la Grecia. Per capire come questo sia possibile bisogna fare un giro molto largo e anche allontanarsi da questo disgraziato Paese dove ormai tutto è capovolto e l’etica dell’elemosina sta sostituendo quella del lavoro strappato ai cittadini a viva forza pandemica dalle multinazionali. Forse conviene riferirsi a un recentissimo documento firmato dall’intellettuale marxista indiano Vijay Prashad e da Noam Chomsky nel quale si parte dalla constatazione che in Occidente ci sono stati molti più morti che per Covid che altrove e  si chiede un’indagine che denunci le incapacità dei governi di Boris Johnson, Donald Trump, Jair Bolsonaro, Narendra Modi e molti altri di spezzare la catena dell’infezione. Insomma sarebbe il capitalismo neoliberista e una sanità tutta rivolta al profitto, dunque ignara del fatto che le patologie e il loro dispiegarsi sono eventi che investono la natura stessa della società che ha favorito la diffusione del virus.

Tutto questo è assolutamente vero e il documento ( lo trovare qui sull’Antidiplomatico)  riscatta invece la concezione socialmente avanzata della sanità che si impose nell’Unione sovietica e che per qualche tempo ebbe anche uno grande spazio di discussione anche da noi, ma da esso emerge anche come molta parte dell’intellighenzia antagonista, anche ai suoi massimi livelli, non ha ancora compreso il salto di qualità (si fa per dire) compiuto dal neo neoliberismo globalista rispetto al capitalismo di marca keynesiana e nemmeno per un attimo si sofferma a considerare la natura narrativa di questa pandemia, le distorsioni, le manomissioni, i cambiamenti improvvisi di protocolli scientifici, i dati falsati, le capriole sui farmaci a bordo del grande denaro dei vaccini. E questo a fronte di un virus che non è stato ancora isolato, la cui stessa natura rimane dibattuta, il cui mezzo diagnostico principe, i famosi tamponi sui quali è stata costruita la dottrina dei confinamenti e distanziamenti sociali, è stato sconfessato persino dall’Oms. Presa da una venerazione ingenua e complice della cosiddetta “scienza” la cui natura viene costantemente equivocata, non riesce nemmeno a vedere come la gran parte delle vittime sia stata direttamente o indirettamente determinata non tanto dal virus in sé, quanto proprio dal panico creato che ha messo in grave crisi i sistemi sanitari già fiaccati dalla mancanze delle risorse, determinato strategie errate e carenze di assistenza per tutte le altre patologie. Non è, come si dice nel documento, che il capitalismo, sia incapace di affrontare le crisi che si presentano, specie quelle che implicano i diritti umani fondamentali, esso è ormai in grado di creare le crisi per trarne un vantaggio che in questo caso è favorire la dissoluzione delle democrazie in favore di un assetto sostanzialmente oligarchico. L’esistenza o meno del virus, è del tutto marginale perché appunto le tecnologie comunicative sono divenute in un certo senso il vero mezzo di produzione e attraverso quelle si può creare qualunque scenario.

Ma se ciò non è ben chiaro a chi vuole e deve per sua stessa natura essere ostinatamente contro, figurarsi all’uomo della strada che ormai accoglie passivamente tutte le più incredibili e stravaganti misure prese da bande di idioti, furbetti e malfattori in veste di esperti e coordinatori anti pandemici. In questo contesto magmatico e irreale  l’ostensione di Draghi da parte di un sistema politico ampiamente fallimentare a 360 gradi, la processione mediatica che è stata organizzata in onore del nuovo “Santo”, portato a spalla da Mattarella e Renzi, già riconosciuto autore di miracoli negativi come quello della Grecia, è perfettamente comprensibile anche in un Paese dove esiste una maggioranza che ha visto nel banchiere della Ue, sia pure da sponde diverse, un avversario. E del resto tutte le forze sono state mobilitate per creare devozione e venerazione, perché se Draghi dovesse fallire nel suo intento di formare un governo  c’è persino il caso che si vada alle elezioni, cosa che in democrazia, come si sa, va assolutamente scongiurata. Ma accettare in qualche nodo la narrazione del potere, sia che si tratti di pandemia, sia che si tratti di Draghi significa cadere in trappola.


Pastorale americana

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nell’ultimo comizio elettorale  aveva detto: “gli uomini e le donne dimenticati d’America, non saranno più a lungo dimenticati”.

E difatti lo votarono, come si vide dalle mappe prontamente prodotte dalle grandi testate che parlarono di Two America, la sua, Trump’s America,  tre milioni di miglia quadrate poco urbanizzate con circa il 46% della popolazione totale degli Usa, e la Clinton’s America, appena il 15% del territorio ma densamente abitato, due “paesi” e in un certo senso due popoli estranei e con tutta probabilità ostili.

Nel primo una realtà rurale, le farms sperse, i villaggi semiabbandonati, marginali e scuciti dal tessuto delle capitali,  le periferie laterali, trascurate e riottose, nell’altro, quello della vittoria della Clinton, le metropoli, i cuori finanziari e economici, le contee urbane dove la candidata ebbe il sopravvento, inutilmente, con un distacco di circa 72 punti percentuali.

Nel primo gli invisibili, i senzaparola, gli “ignoranti” isolati e disprezzati da un ceto che rivendica una superiorità sociale e culturale e dunque morale, quello che vediamo nelle serie di Netflix, nella Manhattan di Allen, tra le case ovattate di ipocrisia della Filadelfia di Demme, che viaggia in limousine con autista o in quei treni dove i passeggeri concentrati sugli smartphone non volgono lo sguardo ai capannoni scoperchiati delle fabbriche dismesse, alle case diroccate coi vetri rotti e le porte spalancate sui tinelli  e  sulla tavola del ringraziamento di Norman Rockwell, allo sfacelo della deindustrializzazione sostituita dai fasti nefasti di Wall Street, delle bolle, dei fondi.

E’ anche quella l’America dove le lacrime dei disoccupati sono ancora sporche del carbone delle miniere e i rabbiosi diseredati ( quelli che vengono chiamati hillbilly,  i bifolchi, bianchi ma poveri come i neri, che non sanno parlare tanto che si esprimono con i pugni e magari con la pistola, taciturni anche quando fanno il pieno di bourbon) si sono presi il gusto, come ebbe a scrivere qualcuno, di “impiccare l’ultimo Clinton con gli intestini dell’ultimo Bush“, per vendicarsi del fatto  che la loro vita negli ultimi decenni è peggiorata trasformando il sogno americano da “dopo Reagan” in un incubo.

Posso rivendicare di aver definito la scelta tra Trump e Clinton prima e tra Trump e Biden poi come l’alternativa se è meglio morire di ictus o di cancro. E non sorprende come l’opinione pubblica italiana che sorvola su affinità palesi, che professa un antifascismo che si riduce a militare in rete contro Salvini e appunto l’ex presidente formalmente promosso a golpista ridicolo come Tejero, si sia schierata prontamente con l’ictus o col cancro che tanto c’è poca differenza nell’epilogo, soddisfatta di questa allegorica messa in scena di quell’osceno babau che è il populismo, che fa schifo tanto da persuadere menti illuminate sull’opportunità di prevenire eventuali brogli con una occhiuta selezione degli elettori per censo e istruzione.

Che soddisfazione interpretare quello che succede nell’ex capitale dell’Impero del Male, in modo da sentirsi a posto se non si va più in piazza a gridare Nixon boia, a manifestare contro la Nato, perché si è maturata la consapevolezza che è meglio non andare troppo per il sottile, che bisogna tutelare la civiltà occidentale minacciata navigando a vista in un contesto geografico e politico che ha dimostrato mille volte di essere incompatibile con una “democrazia” che evangelizza presso popoli primitivi grazie alle sue campagne di “rafforzamento istituzionale” e di aiuto umanitario, unanimemente condivise dagli alleati, ma pure dal sentiment  pubblico che ha archiviato Berkeley, Hoffman che  aveva ragione, le cartoline precetto date alle fiamme.

E che sollievo stare seduti dalla parte giusta mentre scorrono sullo schermo del pc le macchiette degli insorti, copia scolorita dei padani con l’elmo e le corna, del trucido tycoon irriducibile che ad onta degli anni, delle sconfitte, degli scandali non si schioda manco fosse ad Arcore,  appagati dal sostegno morale tolto a Sanders troppo visionario, irrealista, e dato a Biden e non solo per l’aureo imperativo di votare contro, ma perché davvero rappresenta l’acme dell’ipocrisia, da far rimpiangere i democristiani essendo invece un veterano della repressione e inveterato nostalgico dell’imperialismo più muscolare  e tracotante oltre che evidentemente bollito, sicché la stampa concorde, tutta, guarda a lui, che presentando al sua squadra proclama: “l’America è tornata, pronta a guidare il mondo”,  a  Keir Starmer, come a Calenda, Zingaretti, Conte oltre che al solito immarcescibile bullo, perfino a Sassoli che vota per l’equiparazione di fascismo e comunismo, in qualità di riferimenti del campo “occidentale” democratico.  

È che siamo lontani dalla rivoluzione quanto siamo lontani dal riformismo strutturale e ormai anche, c’è da temere, dalla democrazia che doveva dargli corso, dalla Corazzata Potemkin e da Bad Godesberg, così c’è chi si sente deluso dalle prestazioni della “sinistra” al governo, un abuso linguistico usato ormai solo da Berlusconi e da qualche lettore del Manifesto e del Foglio a pari merito, riferito ai praticanti dell’atto di fede nell’Europa “riformabile”, irrinunciabile, giusta e perfino generosa.

Sono quelli che hanno tolto un po’ di polvere al Tocqueville tirato giù dallo scaffale, che, lo ricordo, scrisse i suoi due tomi il primo nel 1835, il secondo nel 1840, dopo aver soggiornato nel grande paese meno di nove mesi per raccogliere informazioni sul sistema carcerario locale.

Sono quelli che rifiutano lo status di “colonizzati anche nell’inconscio”, pur sapendo che nel frattempo vige in alcuni Stati la pena di morte, che se è stata chiusa Alcatraz, Guantanamo vive, che da anni, e da  mesi ancora di più, è il posto dove le disuguaglianze sono profonde e feroci fino all’inimmaginabile, dove i senza tetto effetto collaterale delle bolle immobiliari  si stendono in lunghe file nelle piazze delle metropoli, le bidonville sfiorano i margini della Casa Bianca, dove si viene  scaraventati fuori dal pronto soccorso perché non c’è copertura assicurativa, dove i neri sparati a Chicago muoiono allo stesso modo dei poveracci bianchi di altre latitudini, dove è il big business che aizza o riduce a miti consigli leader e insorti, preoccupato che i tempi e i modi della transizione lo “destabilizzi”, perché in tutti gli imperi, i regni e perfino nelle province remote bisogna garantire la sua governabilità anche e soprattutto quando si fonda su uno stato di eccezione che deve diventare solido e permanente.

Continuano imperterriti a chiamarla democrazia, baluardo contro populismo e sovranismo, tanto che ci è toccato leggere le esternazioni di gente che rivendica un’appartenenza sia pure disincantata e delusa, che gioiva per il cancro o l’ictus che poi è lo stesso e poi insorgeva alle prime maldestre denunce di brogli, al fianco dell’american people che aveva liberamente votato, come se la miseria, leggi elettorali macchinose e lesive dei diritti di espressione e della volontà popolare, insieme a sfiducia, frustrazione, emarginazione fossero gli ingredienti della partecipazione, là come qui ai margini del declino della potenza imperiale.

E non stupisce i candidati “progressisti” neoliberisti del Pd come dei “Coraggiosi” della Schlein o dei transfughi del clan di Rignano, tutta gente contenta di diventare un prodotto politico in  vendita, si facciano attrezzare per le loro tenzoni elettorali da Social Change la creatura di Arun Chaudhary, regista americano ex filmmaker di Obama, che li “forma” e sostiene anche economicamente le loro campagne.

E difatti nella nostra storia non si ricordano sanzioni contro la Cola Cola, contro i big burgher, che si accanirebbero contro i pronipoti dei padri pellegrini, notoriamente dinamica scrematura pionieristica di malfattori, evasi da galere europee, ladri e assassini, la cui pretesa di innocenza cerca di rimuovere l’indice assassino che preme il tasto del drone che bombarda paesi lontani, le prodezze di un esercito mercenario al servizio di tiranni sanguinari,  il consenso a un imperialismo che agisce anche in patria consolidando le tremende differenze dell’american way of life, che si arma e arma le mani dei propri adolescenti persuasi di difendere i sacri confini della patria, della civiltà e del proprio ego fanciullesco.

Perché è proprio vero come scrisse  Susan Sontag, che dubito avrebbe sostenuto Hillary o Biden sia pure contro the Orange Funny Man, che “gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste” e  che il mondo si sarebbe ammalato e forse morto con loro. E a ben vedere da dove sono scaturite le grandi crisi, ma anche il terribile contagio della liberalizzazione e circolazione di capitali che ha dato forza maligna al totalitarismo finanziario, pare proprio che sia così.

È che l’indulgenza riservata a quel popolo “nuovo”  bamboccione e rozzo deve essere dello stesso tipo di quella che riserviamo a noi stessi che ci stiamo impegnando per diventare come loro, dopo esserci disfatti della memoria  della dignità che abbiamo riscattato e che, malgrado i premi Oscar e la manomissione della storia, non ci è stata regalata dagli eroici “liberatori”.  


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