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A quando il contagio dell’Utopia?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il motto dei cavalieri dell’Apocalisse sanitaria dovrebbe essere sicuramente quell’après nous le déluge, all’origine del loro successo.

Non c’è opinionista o commentatore sulla stampa ufficiale come in rete che non si sia convinto e non abbia convinto della fatale necessità di tenere in piedi l’attuale baraccone traballante, nel timore di altro carro dei Tespi, incarnazione del Male assoluto, e che avrebbe la colpa di essere mosso da ambizioni disonorevoli di posto e carriera, animato dalla smania avida di partecipare del contenuto della cassetta delle elemosine europee,  composto da squallide marionette i cui fili sarebbero tirati da oscuri poteri.

E difatti chiunque spericolatamente in questi mesi e in questi giorni ha sollevato obiezioni sulla qualità della compagine governativa e sulla gestione dell’emergenza sociale in atto, dopo essere stato arruolato tra i renziani, i meloniani, i salviniani, insomma categorie meritevoli di Tso come i dubbiosi del vaccino, viene apostrofato con il fatidico interrogativo di rito: ma tu che alternativa vedi al posto del Conte 2, il miglior governo cioè che potesse capitarci anche a detta di  quei naufraghi dell’élite intellettuale che si è ridotta a pensare che per la presenza del Pd e l’imponenza dei democristiani questo possa essere considerato un governo di centro sinistra.

Inutile rispondere che la parola “alternativa” da anni e anni non ha più diritto di cittadinanza da noi, dal Tina della Thetcher, There is no alternative alla dittatura del sistema economico finanziario, all’egemonia dell’austerità, fino al lento e inesorabile scivolamento generale nell’accettazione del neoliberismo, che ha cancellato gli ultimi propositi riformisti intesi a addomesticare il sistema con aggiustamenti che via via si sono ridotti a invocare la manina benefica della Provvidenza secondo Adam Smith, che farebbe spargere anche sugli ultimi qualche granello della polverina d’oro del benessere perfino sugli ultimi e i diseredati, immeritevoli anche antropologicamente e inadatti a creare e accumulare ricchezza come sanno fare i già ricchi.

Il grande successo del neoliberismo consiste anche dunque nel persuadere che si tratti di una teorizzazione e di una costruzione “economica” e non di una ideologia che innerva tutta la società con i suoi concetti di disciplina morale e ordine mondiale, oltre che con la sua concezione dei modi di produzione e consumo,  del mercato, del lavoro,  riuscendo ad occupare militarmente anche il pensare e il proiettarsi in avanti della filosofia.

E d’altra parte dopo un secolo e proprio qui, si persevera nel ritenere che il fascismo fosse un “movimento” – lo ripete anche Wikipedia, nazionalista e autoritario, autarchico e leaderista, mettendo in ombra il carattere strutturale del suo progetto economico e politico, sicché vien facile pensare che lo si possa contrastare nelle sue declinazioni contemporanee mettendo Lucano come immagine del profilo, denunciando la xenofobia dei decreti sicurezza del Conte 1 e applaudendo agli aggiustamenti del Conte 2, condannando il sovranismo facendo i portatori d’acqua alle pretesa di una potenza dispotica sovranazionale che esige la rinuncia ai capisaldi delle democrazie nate dalla resistenza.

E, dunque, avendo rinunciato e abiurato a qualsiasi proposito di ribaltare il tavolo, sul quale si gioca la lotta di classe alla rovescia, ci si può permettere comodamente di celebrare l’utopia del progresso: conoscenza, informazione, libertà, salute, tecnologia, occultando la violenza del dominio, sopraffazione, sfruttamento, inquinamento.

Chi continua a pensare alla necessità di immaginare e concorrere ad “altro” dallo status quo è archiviato come arcaico visionario e sbeffeggiato come patetico velleitario, anche quando – è il caso di Brancaccio che ha lanciato la provocazione “Catastrofe o Rivoluzione”,  volonterosamente si impegna su soluzioni concrete e addirittura praticabili sia pure con il limite di concentrarsi su aspetti squisitamente “economicistici” e meccanicistici, controllo dei movimenti di mercato e di capitali, riduzione del “liberoscambismo”, approfittando dei conflitti interni al Capitale per minarne la potenza maligna, senza poter ragionevolmente contare su  strategie di controtendenza espansive: politiche fiscali e monetarie, allargamento del welfare, estensione del reddito di esistenza, di tipo keynesiano.

Il fatto è che, come ha scritto qualcuno, viviamo nel pieno di una crisi del pensiero che segna il primato del “ritiro”, dell’Aventino di quelli che potrebbero immaginare e aiutarci a praticare una opposizione al totalitarismo, che hanno scelto di appartarsi macerandosi nella frustrazione e nell’impotenza, dimissionari rispetto alla possibilità di mettere in discussione le regole del gioco.  

E che ci servirebbero più che mai in presenza di un’emergenza che – come accade da anni – diventa “metodo di governo”  esautorando il Parlamento e demolendo la superstite partecipazione  nei soliti modi, la minaccia e la paura, la  repressione e l’indigenza e costringendo alla abdicazione con il  benessere materiale, di libertà e garanzie personali e collettive, di tutele giuridiche e lavorative e di diritti,  in cambio di salute e sicurezza.

Con una intuizione geniale Carlo Formenti ci ricorda che ormai il marxismo da alcuni viene assimilato al terrapiattismo, per significare appunto la ridicola marginalità di chi conserva il rispetto e la speranza nel crescere e nel fruttare di un nocciolo rivoluzionario, deriso come se volesse realizzare barricate, promuovere prese della Bastiglia, alzare ghigliottine. Lo stesso trattamento però lo dovremmo riservare invece a chi aspetta l’effetto demiurgico dell’eutanasia del capitalismo che starebbe vivendo la sua fase estrema in presenza di contraddizioni e conflittualità endogene. E l’effetto finisce per essere sempre quello del sopravvento della disincantata impossibilità di agire.

Qualcuno invece nutre qualche aspettativa, quella che come il sistema ha saputo e sa rendersi malleabile e adattarsi condizionando e  subordinando i contesti politici e sociali ai propri interessi, proprio questi potrebbero mutuarne le capacità e le “abitudini”, riproducendole e imparando a usarle.

In giro per il mondo c’è qualcuno che ci pensa, che ritiene che  dal ripetersi dei crisi possa germinare un pensiero  inteso a fare di più e meglio che trasformare la dimensione della produzione, occupandosi di portare alla luce quelle “dimensioni” relegate sullo sfondo dalla vernice dei “valori” e delle simbologie  di moda che si riducono alle opposizioni artificiali fra solidarismo ed egoismo, interesse generale e interessi particolari, aspirazione al progresso e orientamento verso la conservazione, con l’intento di neutralizzare il vero conflitto, quello di classe.  

In tutto questo chiacchiericcio sulla fase postbellica, si dovrebbe alzare la voce di chi, dopo la distruzione della società compiuta in anni e anni, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, vuole costruirsi l’altro possibile. E conquistarsi anche l’impossibile.


Ius Bancomat

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa la procura di Perugia ha aperto un’indagine sull’esame richiesto per ottenere la cittadinanza italiana, cui è stato sottoposto il calciatore uruguaiano Luis Suarez durante le pratiche per ottenere. Si sospetta che Suarez abbia conosciuto in anticipo domande e risposte, sarebbe stato sottoposto a un esame molto più facile di quello ordinario e il punteggio gli sarebbe stato attribuito prima della prova.  

Non stupisce di certo che una star del pallone (tutto ha congiurato a fare del tifo calcistico un irrinunciabile carattere della nostra autobiografia, un tratto imprescindibile della nazione mite che si ritrova e fraternizza tirando un calcio in rete, come nei film consolatori da premi oscar) abbia potuto avere un trattamento di favore rispetto a muratori, braccianti e badanti. Semmai sorprende lo scandalo.

Ma pensate se nel caso di professioni e funzioni speciali i candidati fossero sottoposti allo stesso test, che ne so, aspiranti segretari di partito, ministri dell’istruzione, magistrati, capi di gabinetto, virologi, la cui abilitazione potrebbe essere sottoposta alla condizione di conoscere e perfino scrivere nella nostra lingua madre.

Ne vedremmo delle belle, come si può immaginare dalla pubblicazione di test di ammissione all’università, degli esami per procuratori, come ci rivelano le interviste, le dichiarazioni, le comparsate nei salotti televisivi, dai tweet e degli “stati” su Facebook, nel comune rimpianto per l’ora di educazione civica, ma pure del dettato, dell’interrogazione sui verbi regolari e irregolari, e per non sbagliare, sulla composizione à la manière che si usa nei collegi francesi.

Il fatto è che si tratta di requisiti mai pretesi da Borghezio, da sempre impegnato nella difesa del nostro patrimonio di usi e tradizioni, , si direbbe, minacciati dal meticciati, e nemmeno da suoi recenti alleati oggi ancora molto in vista alle prese con colluttazioni sanguinose con ortografia, grammatica e analisi logica e pure con geografia e aritmetica. E invece li si reclama da “ospiti” a stento tollerati, che devono guadagnarsi ogni giorno il minimo sindacale di prerogative – chiamarli diritti sarebbe troppo, li assimilerebbe a target selezionati che escludono anche un buon numero di indigeni- meritandosi con fatica e impegno superiore un livello accettabile di inferiorità: salari, liste di collocamento, asili e mense scolastiche, graduatorie per le case popolari un po’ al di sotto dei proletari e sottoproletari italiani.

E infatti si scopre senza meraviglia che un testo scolastico per le elementari illustri desideri e aspettative dei bambini italiani: “Quest’anno vorrei fare tanti disegni coi pennarelli”, “Andare sempre in giardino per la ricreazione”, dei quali potremmo dire che l’innocenza beata regredisce a beota, contrapposti a quelli di bimbo nero coi capelli crespi dalla cui boccuccia carnosa esce il fumetto edificante:  “Quest’anno io vuole imparare italiano bene“, manco fosse un Calderoli qualsiasi.

Apriti cielo, subito sono insorti gruppi e associazioni che, giustamente, hanno criticato modi e linguaggio del messaggio: il piccolo eroe dell’integrazione parla come la Mamie di Via col Vento (manca solo zi Miss Rozzella) a pochi mesi dalla messa all’indice del libro e della demolizione di statue imbarazzanti per il senso comune incarnato in Italia da sardine e vari fan del bon ton globale. Che magari hanno votato con entusiasmo il “governatore” anti- salviniano, che se parla dei cinesi imita i film anni 30: clavatte cento lile, e li accusa di mangiare abitualmente topi vivi alla faccia del relativismo culturale e dei complessi di colpa coloniali.

D’altra parte se il fascismo si declina in forme sempre uguali, e semmai si ampliano i pubblici di riferimento, il razzismo si arricchisce di nuovi valori grazie all’ideologia del politicamente corretto, che fa da sostegno ai miti neoliberisti, cancellando i confini delle geografie della destra e della sinistra in un’unica palude di ipocrisia miserabile. Come è dimostrato dalla strategia europea sull’immigrazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/09/26/marketing-dellimmigrazione-nuova-truffa-europea/ ) dallo sfruttamento doppiamente discriminatorio e xenofobo a norma di legge, interpretato magistralmente dalle misure per il “rilancio” in agricoltura della Ministra Bellanova, dalla promozione intermittente di aree di schiavitù diversamente salariate e legittimate per motivi di emergenza, che comprendono soggetti “inferiori” immeritevoli della denominazione di cittadini anche in patria.

Così se un tempo la schiavitù diventava una condizione basata su componenti etniche,  culturali, sociali secondo gerarchie rispondenti a leggi “di natura”, applicate dentro e fuori da confini nazionali, si fosse negri o terroni, tanto per fare un esempio, oggi che le regole del mercato sono state promosse a culto, religione e quindi leggi naturali incontrastabili, oggi la sottomissione, il giogo fino alla cattività preme su chi non ha saputo conquistarsi l’omologazione in ceti risparmiati dalla fame e dalla sete, colpevole, non avendo ereditato nulla in forma dinastica o per speciali talenti,  di non essersi meritato la soddisfazione dei suoi bisogni e la realizzazione delle sue aspettative.  

E infatti alcuni storici guardano al razzismo come a un perversa esigenza di discriminazione che dà sostegno culturale a differenze e disuguaglianze, e che si concretizza con l’invenzione a tavolino di “etnie” inferiori e la identificazione di organismi infetti e quindi pericolosi da isolare, reprimere, esaurire fino a cancellarne identità, consapevolezza e dignità, colpevolizzando origine, appartenenza religiosa, inclinazioni sessuali, genere, usi, a una condizione però, che distingue quelli già colpiti dalla povertà.

Ora è certamente vergognoso che un altro libro di testo proponga la sceneggiatura di un incontro al parco tra un bambino felicemente bianco e una bambina piccola “tutta nera, con buffe treccine e occhi birbanti” subito apostrofata dal prescelto alla superiorità nella lotteria naturale: sei sporca o tutta nera? con gli stilemi dell’illustre giornalista in missione in Abissinia.

Ma non sarà altrettanto vergognoso che i diritti di cittadinanza non spettino a qualcuno nato in Italia, o figlio di genitori che lavorano qui, pagano le tasse, rispettano le leggi del paese ospite a differenza di augusti cittadini vaticani, che si debbano conquistare a differenza di chi li ha ricevuti all’origine e spesso non ne ha cura, .come non ne ha dell’ambiente in cui vive, della memoria, del paesaggio intorno, delle opere dell’uomo del cui valore spirituale ci si ricorda in funzione di quello commerciale?

E non suona stonato e perfino ridicolo che si pretenda “integrazione” da chi arriva, dimostrabile con sacrifici, rinunce, oblio del proprio passato, quando tutto congiura per far sentire i cittadini stranieri in patria, riducendo quelle prerogative e quelle conquiste di istruzione, cultura, lavoro che avevano creduto inalienabili?

Non sarà un segno del nostro fallimento che il rispetto dell’altro e dei suoi diritti si sia uniformato ai criteri e ai processi materiali di sviluppo e riproduzione economica e sociale, proprio gli stessi che generano violenza, prepotenza, abuso, sfruttamento, sicchè il razzismo si rivela come una malattia incurabile del capitalismo?

Tanto che vi si devono assoggettare bisogni e aspirazioni, riconosciuti solo se dimostrano la volontà di omologarsi, di conformarsi, di obbedire, di adeguarsi agli imperativi dell’utilità e del profitto che concepiscono come libertà l’iniziativa privata, l’appropriazione, l’autoaffermazione e la subalternità dell’altro, non pienamente umano: nero, giallo, donna, vecchio, malato, matto. Povero. 


La carità del profitto

decreto-salvini-casAnna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da ricordare alla ministra Lamorgese che ha dichiarato a conclusione del vertice di Malta “Adesso l’Italia non è più sola”, il vecchio adagio “meglio soli che male accompagnati” o anche “dagli amici mi guardi iddio…” con quel che segue.  Perchè non c’è nulla di più sospetto degli accordi su base volontaria (come quelli che hanno ispirato le intese fallimentari sul clima, tanto per fare un esempio) quando è evidente che le buone intenzioni che lastricano il cammino dei patti sono dettate dalla legge dei soldi.

Italia, Malta, Francia e Germania avrebbero infatti messo a punto e condiviso con la Finlandia, presidente di turno dell’Unione, uno schema che, si dice, potrebbe essere condiviso da 10 paesi intenzionati a scardinare il principio di base del trattato di Dublino che obbliga il Paese di primo ingresso a farsi carico degli stranieri – all’atto di accoglierli e fino all’eventuale rimpatrio – fino alla decisione sulla richiesta di asilo. Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Grecia e Spagna nel contesto dei Paesi sfigati, avrebbero manifestato il loro appoggio,  altri li seguirebbero per non incorrere in eventuali e paventate sanzioni economiche. Attualmente i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong e delle motovedette di Guardia di Finanza e della Guardia Costiera vengono registrati negli hotspot e in caso di richiesta di asilo attendono l’esito nei centri di accoglienza.  Se passasse  l’accordo saranno stabilite quote fisse a seconda del numero di Paesi partecipanti (tra il 10 e il 25 per cento) e la distribuzione scatterà in maniera automatica,  entro quattro settimane dalla identificazione sul nostro suolo.

Nell’intesa di La Valletta è quindi previsto che sia lo Stato di destinazione a gestire la sistemazione dei richiedenti asilo e — in caso venga negata l’istanza per il riconoscimento dello status di profugo — anche le pratiche per il rimpatrio, che prevedono un negoziato bilaterale con gli stati (o i regimi? o entità statali farlocche?) di Tunisia, Egitto, Gambia, Nigeria e sulla collaborazione del Marocco, grazie a accordi avviati dal ministro Minniti lo stesso che designò le milizie libiche per l’incarico di Guardie Costiere.

Ancora una volta gli intenti sottoscritti su base volontaria grazie al deterrente delle penalità opera una distinzione tra profughi e emigranti economici, un criterio grazie al quale la gran parte degli italiani che sono andati a cercar fortuna per sfuggire alla miseria nera ( 4.711.000 verso le Americhe solo tra il 1901 e il 1923, di questi, 3.374.000 dal Sud) non sarebbero stati accolti. Perché, come recita il sito della Camera, l’articolo 10, terzo comma della Costituzione prevede che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge, e non coincide dunque con quello del riconoscimento dello status di rifugiato, per il quale non è sufficiente che nel Paese di origine siano generalmente conculcate le libertà fondamentali, ma che il singolo richiedente abbia subito, o abbia il fondato timore di poter subire, specifici atti di persecuzione.

Tanto per restare in una comoda arbitrarietà e discrezionalità a seconda del vento umanitario che tira (e del bisogno di braccia) non è mai stata dunque adottata una legge organica che stabilisca criteri, requisiti e corretta interpretazione e attuazione  del  dettato costituzionale, anche se sulla base della Convenzione di Ginevra, è stato introdotto il principio di protezione umanitaria che viene concessa quando si valuta su base individuale, che esistono gravi motivi di carattere umanitario per i quali il rimpatrio forzato potrebbe comportare serie conseguenze per la persona, come nel caso di conflitti e di calamità naturali e climatiche.    In barba alle distinzioni tra “irregolari” e “richiedenti asilo” operate dalla Bossi-Fini e perpetuate dalla Tturco-Napolitano e delle infamie giuridiche a seguire, tutti i cittadini stranieri avrebbero dunque il diritto di chiedere asilo in Italia  presentando una domanda di protezione internazionale alla questura o alla polizia di frontiera, che viene esaminata dal  Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, del ministero dell’interno. Quelle di protezione internazionale vengono analizzate dalle Commissioni Territoriali  composte da un funzionario della prefettura, uno della questura, un rappresentante dell’ente locale e un membro dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).

Malgrado il numero delle commissioni sia stato incrementato perfino in vigenza di Salvini, i tempi di attesa sono di almeno un anno, rispetto ad una procedura che, anche secondo l’ipotesi di accordo, non dovrebbero superare  i 35/40 giorni.  E intanto chi è arrivato qui, aggirando i blocchi dei porti, su imbarcazioni delle Ong, su barconi e gommoni, resta in quel mondo in transizione dopo Minniti e Salvini dove è preferibile essere invisibili, che comprende gli hotspot, i centri di prima identificazione e “prima accoglienza”,  il Siproimi  (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati)  e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”, così temporanee da diventare perenni, gestite da enti profit e no profit che “mettendo a frutto” i 26 euro pro capite concessi, collocano in lager non solo amministrativi, residence e strutture fatiscenti che ospitano fino a 300 unità e  dalle quale in molti preferiscono scappare per via delle condizioni lesive della dignità, passando dalla condizione di irregolarità a quella di illegalità.

Così adesso possiamo stare tranquilli, dove non arriva la legge,m dove non arriva la carità, dove non arriva la solidarietà arriva il mercato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/09/16/tratta-legale/ ).

Quelli che scappano dalle guerre, dalla fame, dalle catastrofi climatiche, dalla espropriazione di risorse prodotte dal profitto e dell’avidità del sistema di sfruttamento diventano altre risorse da commercializzare e sfruttare: la distribuzione e la ricollocazione degli “eccedenti” risponderà alle esigenze del mercato del lavoro, i Paesi sottoscrittori li accoglieranno nel numero e nella qualità necessaria a coprire posti non qualificati a compensi inferiori a quelli che le conquiste e le lotte hanno imposto al padronato locale. Così l’immigrazione contemporanea, effetto frutto dello stesso modello di sviluppo capitalistico, della globalizzazione e della finanziarizzazione, delle espulsioni di manodopera dalla produzione tradizionale, dei conflitti bellici, serve ad alimentare un esercito di riserva di salariati che crea condizioni negoziali di compressione verso il basso del valore della forza-lavoro. Se aggiungiamo che si va facendo strada la consapevolezza che solo consistenti flussi migratori possono correggere lo squilibrio  tra le persone in età lavorativa e quelle che hanno superato i 65 anni ed evitare le sue pesanti ricadute sulla spesa pubblica degli stati membri, ecco spiegata la svolta umanitaria dei partner.

Allora non basta dire che bisogna guardarsi dagli abituali xenofobi di destra e pure da quelli riformisti, che si giustificano  con la minaccia secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi, come se si trattasse di un fulmine che cade imprevisto e ineluttabile in geografie non devastate dal Jobs Act, dalle privatizzazioni che hanno abbassato il livello di qualità del lavoro e delle prestazioni ai cittadini, dalle liberalizzazioni dei flussi finanziari che hanno indirizzato investimenti verso il casinò azionario piuttosto che verso la ricerca e l’innovazione. 

E’ adesso, qui e ora che si deve invece combattere per la cittadinanza, di tutti, la nostra, di noi che saremo costretti a chiedere asilo in patria per i nostri diritti, e quella di chi arriva e che non è un nemico ma l’unico alleato, non per restare umani, ma per diventarlo.


Laici in tonaca

imm.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa, dovevo essere in terza elementare, venni condotta una mattina  con l’inganno di una gita scolastica a Piazza San Marco, in patriarcato dove un alto prelato benedisse tutta la scolaresca. Vissi quella imposizione come un tradimento involontario allo spirito antiautoritario che animava la mia famiglia e che si esprimeva anche con una intransigente laicità, tanto da starne male. Mia nonna, donna pratica accorsa al mio capezzale, sorridendo mi fece una carezza e: sta tranquilla, un poca de acqua fresca non fa mal a nessun! E ammiccando mi fece intendere che così mi ero conquistata forse la considerazione della maestra che dalla prima mi aveva collocata in un banco da sola in qualità di bambina “che non voleva bene alla madonna”.

Molti anni dopo alla morte di mia mamma feci una lunga trafila al servizio del plateatico comunale per ottenere in permesso di dare un saluto alla defunta insieme ai familiari e agli amici nel bel campo antistante l’antico ospedale. Ma quando andai a saldare la fattura all’impresa di pompe funebri, gli addetti (cassamortari a Roma) mi chiesero di autorizzarli a rivendersi l’iniziativa creativa offrendola con un modico supplemento imputato alle procedure burocratiche, alla clientela a-confessionale che da sempre ha il diritto spesso negato al cordoglio laico.

Sorridendo e con le dovute differenze i due episodi tra tanti possono essere interpretati come concessioni a una laicità di mercato che propone aggiustamenti e elargizioni volti ad addomesticare la prepotenza del potere ecclesiastico ormai introiettata nella società tutta, sfoderata con sistemi, metodi, obblighi che vanno ben oltre l’ostensione del crocifisso in luoghi pubblici e in siti istituzionali, ma anche in palestre, alberghi, case vacanze e B&B, club nautici e perfino garage comunali. Così in questi anni le ingenue motivazioni e richieste di mia nonna o dei manager della necroforia si sono sviluppati sempre sotto forma di donazioni, permessi speciali e licenze necessarie a consolidare l’ideologia dominante.

Dobbiamo a questo la momentanea copertura di simboli religiosi, l’autorizzazione a ospitare moschee in cantine periferiche, mentre quella dell’archistar  assurge a monumento visitabile nei percorsi turistici più esclusivi, l’autocensura a canti e inni natalizi negli asili alla pari di Bella Ciao, la comprensione sia pure lievemente infastidita per liturgie altre” a cominciare dal ramadan, mentre sono guardate con rispetto e partecipazioni quelle caratterizzate da una connotazione commerciale: capodanni cinesi, Halloween, doverosi omaggi alla globalizzazione né più né meno delle hreosterie che propongono maialino e kebab, presepi con l’imam realizzato a San Gregorio Armeno, grazie a una festosa commistione che viene elegantemente chiamata melting pot: e infatti così si mescola tutto, odori, sapori e valori in una mefitica apparente pacificazione che dovrebbe nascondere la puzza, la xenofobia, lo sfruttamento e la mercificazione.

E infatti i promoter di questa indulgenza verso convinzioni, fedi, inclinazioni pongono tutta una serie di ragionevoli limiti: non vanno mai a incidere sull’imposizione del crocifisso negli uffici pubblici, promosso a simbologia comunitaria rappresentativa delle radici comuni e condivise che potrebbe spiegare l’europeismo come atto di fede che verrà officiato prossimamente e motiva l’ostilità alle Costituzioni nazionali per via di un eccesso di socialismo. Non si sognano di contrastare – e potrebbero – l’oltraggio a una legge dello Stato perpetrato mediante una esuberante e sospetta obiezione di coscienza. Conferma l’opinione che la procreazione assistita sia un capriccio malsano alla pari dell’utero in affitto e della compravendita di organi. Condannano come reato la possibilità di morire con dignità.

E in cambio concedono il minimo sindacale di licenze   autorizzando il riconoscimento di prerogative alle coppie di fatto, purché omosessuali, autorizzano la somministrazione di oppiacei negli ospedali, purché non venga intesa come eutanasia, permettono l’epidurale somministrata con oculata parsimonia, purché non venga meno il principio che la donna deve partorire con dolore e meglio ancora con cesareo il 13 agosto e il 30 dicembre onde favorire le vacanze meritate dei primari. Strizzano l’occhio al configurarsi “libertario” a loro dire di famiglie “anomale”, legittimate nella loro “diversità” e approvate in quanto aspirano a una omologazione piccolo borghese, mentre, alla pari con quelli del Family Day e dei congressi veronesi,  minano alla base i vincoli di affetto, di solidarietà, di reciproca assistenza, cancellano pari opportunità di genere, ripristinano le antiche disuguaglianze tra uomo e donna, grazie alla inevitabile soppressione di diritti e conquiste fondamentali in nome del bisogno, della necessità e anche come punizione per un passato di dissipato consumismo e di lassismo egoistico.

Marx avrebbe detto che così contribuiscono alla creazione di una falsa coscienza, ma ci arriverebbe a dirlo perfino Fusaro e perfino quelli della lista per Tsipras se non fossero anche loro posseduti da dall’aberrante trasformazione dello spirito critico in militanze di facciata, ispirate da un umanitarismo generico che non si permette mai di condannare il sistema neoliberista e i suoi feticci, in veste di avventizi dell’antifascismo, come se fosse un incidente nella storia sospeso e interrotto e che solo oggi si ripresenta, di femministe intente a una azione per la conquista dei posti di potere, dove sono e come sono, di ambientalisti che credono fideisticamente che i cittadini possano salvare il pianeta con comportamenti virtuosi e che il mercato voglia riparare i danni che ha prodotto. Di antirazzisti che ritengono che si fronteggi il “fenomeno” migratorio con una integrazione di chi arriva nelle miserie dei cittadini ospiti, e non andando alle origini:  guerre, furto di risorse, patti stretti di tiranni sanguinari e loro successiva criminalizzazione, effetti climatici determinati da uno sviluppo insostenibile e  diseguale. E che invece dei corridoi umanitari propongono un neocolonialismo con esportazione di rafforzamento istituzionale e civiltà, temi sui quali saremmo maestri. Di sostenitori di una crescita nella quale il bieco capitalismo si addolcisce per essere più efficace, regalando un po’ di tolleranza privata e repressione pubblica, concedendo quel tanto di permissivismo indispensabile a smussare gli angoli e anestetizzare i pazienti in modo che si prestino alla mutilazione di diritti, esibendo i fasti di un lavoro senza fatica a condizione che si sappia rinunciare a sicurezze e garanzie.

Ecco, essere laici (e dovrebbero esserlo anche i credenti in quanto cittadini) non significa solo rivendicare la propria libertà di culto e espressione, non basta esigere che la chiesa paghi l’Imu per i suoi edifici, contribuisca alla tutela del suo patrimonio artistico, che i suoi preti in tutte le gerarchie si sottopongano al giudizio dei tribunali degli Stati e non solo a quello di Dio, che non si verifichino offensive ingerenze nella società civile, quelle che hanno condizionato usi e scelte, se rappresentanti del popolo appena eletti corrono Oltretevere, omaggiano pubblicamente e da soggetti delle istituzioni Padre Pio o San Gennaro, se un feroce cialtrone che offende e oltraggia la dignità e le persone di connazionali e stranieri con preferenza per i poveracci in quanto “diversi”, se lo concede in nome della salvaguardia di una tradizione e una fede che dovrebbe invece parlare in nome della fratellanza e della pietas.

Per non essere come lui, sia pure sotto altra non più degna bandiera, non ci vorrebbe poi molto, basterebbe far propri principi costituzionali alla base della democrazia, non prestarsi alla coltivazione di pregiudizi, nemmeno quelli favorevoli che comunque condizionano indipendenza e autonomia di pensiero e azione, basterebbe non togliere beni e diritti e aspettative. Ma invece aggiungere alla critica ai servitori del sistema quella al sistema, e non voler spaccare il mondo in due: credenti e non credenti, perché invece si dovrebbe mettere fine alla frattura tra il potere dei padroni e gli sfruttati, perché è sempre quella la lotta in corso, che affrontiamo disuniti, sottomessi, soli e senza speranza come succede a chi non sa di avere le catene perché non si muove e accetta la servitù al Signore e ai signori come condizione naturale.

 

 

 

 


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