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Altro che Covid, il virus è la povertà

Ieri ho parlato della singolare coincidenza tra un drastico cambio di opinione dell’Oms che adesso dice basta alle segregazioni per ragioni economiche ( vedi qui) a seguito di un documento della Banca mondiale che denuncia un troppo rapido impoverimento delle popolazioni a causa delle misure prese contro la pandemia di coronavirus. Una consonanza inaspettata e allo stesso tempo illuminante che fa intuire una sorta di regia della crisi pandemica. Impressione che si rafforza se si prende in esame l’opera dell’Fmi, anch’esso impegnato nel dare l’allarme su un massiccio picco di disuguaglianza sulla scia del covid, ma che da marzo ad oggi ha negoziato 76 prestiti con altrettanti Paesi con la specifica clausola di tagli al welfare, ai servizi pubblici e in particolare alla sanità approfittando paradossalmente della paura suscitata dal coronavirus. Tutto questo mentre il Fondo monetario ammette nei suoi documenti il fallimento di tali politiche  che esso stesso definisce “tutto dolore, nessun guadagno”.  O per dirla con le parole di Chema Vera, direttore esecutivo ad interim di Oxfam International: “L’Fmi ha lanciato l’allarme su un massiccio picco di disuguaglianza sulla scia della pandemia. Eppure sta guidando i paesi a pagare per la spesa pandemica effettuando tagli di austerità che alimenteranno la povertà e la disuguaglianza “

Così abbiamo il paradosso di un allarme apocalittico del tutto spropositato rispetto alla sindrome influenzale costituita dal Covid e al tempo stesso politiche che tendono a diminuire l’efficacia della sanità a dimostrazione del fatto che  la pandemia narrata è davvero l’ultima preoccupazione dell’oligarchia globalista. Se vogliamo un esempio, un caso di scuola di quanto accade potremmo prendere l’Equador, dove l’anno scorso il presidente Moreno ha tagliato il bilancio sanitario del paese del 36% in cambio di un prestito di 4,2 miliardi di dollari dal Fmi, una mossa che ha provocato massicce proteste a livello nazionale  le quali hanno minacciato di far deragliare la sua amministrazione. Il risultato è stato che i servizi sanitari di Guayaquil, la città più grande del Paese, sono stati completamente sopraffatti a causa dell’allarmismo e del panico benché il numero dei casi di Covid sia basso. Ciononostante all’ inizio di questo mese, Moreno ha annunciato  un nuovo accordo da 6,5 ​​miliardi di dollari con il fondo monetario, che ha consigliato al suo governo di tagliare tutti gli aumenti di emergenza della spesa sanitaria, interrompere i trasferimenti di denaro a chi non può lavorare a causa del virus e tagliare i sussidi per il carburante ai poveri. E’ questo ciò che si aspetta nel caso di una pandemia rappresentata con le modalità della peste nera? E l’Oms dice niente visto che questi tagli potrebbero aumentare i contagi? Oppure dicono qualcosa i governi che dopo aver tagliato selvaggiamente la sanità pubblica sono così solleciti a tagliare le libertà costituzionali come fossero untrici per contenere la cosiddetta pandemia?

Sono domande che vanno rivolte agli impauriti e agli ottusi, a quelli che stupidamente hanno paura  di chi non porta la mascherina, ad onta del fatto che avendola loro dovrebbero essere al sicuro, o a quelli che si vedono spalancare  una luminosa e degna carriera da capo palazzo dell’era fascista o da spione di ristorante e di strada. Davvero credete che le Autorità con la A talmente maiuscola da annullarvi sono convinte dalla loro stessa narrazione e vogliono salvarvi? Non è che invece vogliono solo schiavizzarvi facendovi bu! col virus? Non mi aspetto certo una risposta, quella verrà dai fatti, quando la paura si convertirà nella coscienza di essere stati giocati proprio facendo leva su quella creaturalità puramente biologica e individuale che è l’ultima e l’unica dimensione  che rimane dopo che il neoliberismo ha provveduto a trasformare gli animali politici in semplici animali da bar e da tv, per dirla con un Aristotele aggiornato. Non ci vorrà molto poiché la troika di cui l’Fmi è parte principale, entrata grazie al Mes e ai fari Fund decideranno gli stessi tagli e allora tutto diventerà chiarissimo e inevitabile.


Bielofavole

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Manifestazione pro Lukashenko

In un Paese che chiameremo X ci sono le elezioni per la presidenza e il candidato A, capo dello stato uscente da tempo immemorabile, vince con l’80% dei voti. Ciononostante il candidato B che  è riuscito a raccattare  il 10 per cento si ribella e dice che bisogna rifare le elezioni quasi che la sfida elettorale si fosse conclusa sul filo di lana e che dunque si potesse sospettare un qualche decisivo broglio. Subito si alza la voce della comunità internazionale che in sostanza è una dizione neutra al posto di  Washington consensus per sostenere questo grido di dolore già preparato, arrivano agitatori professionisti dalla Polonia, dalla Gran Bretagna, da Kiev dove hanno una bella esperienza in merito, dalla Cechia, dalla Lituania,  si preme militarmente ai confini con un’esercitazione evidentemente non improvvisata, si mobilitano le reti informatiche e i referenti dell’arancionismo, espressione quanto mai minoritaria e isolata, ma resi forti dai soldi delle onnipresenti ong e fondazioni, al fine di suscitare manifestazioni di piazza che concretizzino il dissenso inespresso fino a qualche giorno prima e spingano verso un golpe che si sostanzia nel ribaltare il risultato delle elezioni in nome della democrazia: esattamente come è accaduto in Ucraina. Non è certo un caso se durante manifestazioni di questi giorni siano comparsi anche a Minsk  simboli che rievocano quelli dei collaborazionisti filo-nazisti del 1941. E infine la stampa padronale si esercita nello sport di definire oceaniche manifestazioni con qualche decina di migliaia di persone riprese ad hoc da grande distanza in maniera da sembrare molte  di più  e di mostrare una realtà completamente artefatta, cosa in cui si spicca Euronews, una sorta di Pravda brussellesca veramente intollerabile per la costante e particolarmente ottusa manipolazione della realtà. Insomma si crea un clima che peraltro conosciamo benissimo anche da noi, in cui le future vittime delle “razionalizzazioni” e delle “ottimizzazioni” si uniscono alla lotta.

Tuttavia questo non sembra dare alcun problema cognitivo alle opinioni pubbliche   perché  il Paese X è da tempo una dittatura per definizione, così come lo è il Venezuela o altri che debbono essere aggiogati al carro occidentale. Non ha importanza cosa sia davvero, quale grado di autocrazia si possa misurare, quale potere decisionale abbiano i cittadini rispetto ad altre sedicenti democrazie che appunto si definiscono tali esclusivamente in virtù di un processo elettorale e non di un processo politico.  La cosa curiosa  è che tutto questo avviene proprio nel momento in cui  gli implacabili fautori della libertà hanno messo sotto i piedi le libertà costituzionali rispetto a un evento sanitario che se all’inizio poteva giustificare misure di contenimento oggi si rivela come un puro e osceno pretesto per gli affari sanitari e un nuovo livello di controllo sociale.

La cosa ancor più curiosa è che in passato il Paese X è stato annoverato tra quelli di sicura fede democratica, pur avendo lo stesso presidente, la stessa costituzione, più o meno lo stesso Parlamento di oggi, che la mutazione da presunta democrazia in presunta dittatura sia avvenuta nel momento in cui il governo del Paese ha rifiutato le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale per smantellare gran parte dell’economia pubblica e – come noi sappiamo bene – nel darla in pasto alle multinazionali. Anzi il Paese X è stato ancor più censurato quando si  è permesso pure di rifiutare 900 milioni offerti dallo stesso Fmi purché si attuassero le inutili misure di segregazione per il Covid. Oltre naturalmente al timore che si realizzi una sorta di federazione del Paese X con la Russia, fatto sul quale il presidente ora contestato ha sin troppo ambiguamente giocato come un’anitra zoppa, pensando di poter giocare di sponda tra Putin e gli squali occidentali, senza provarsi nemmeno a inventarsi una via propria. Insomma assistiamo a una sfacciata rappresentazione di ipocrisia che al cittadino del Paese X , come regolarmente è accaduto altrove, non porterà alcun vantaggio né economico perché tutto questo serve alla fagocitazione delle risorse e dunque all’impoverimento,  né politico anzi semmai lo indirizzerà verso una sorta di democrazia ancor più finta di prima. E non è certo una fantasia visto che gira una sorta di programma “democratico” nel quale si dice fra l’altro che   “sono necessarie le seguenti misure: privatizzazioni su larga scala e  sviluppo del mercato fondiario”. Oltre ai tagli sanitari  sanitari poiché  “in Bielorussia esiste ancora un sistema sanitario sovietico con un gran numero di ospedali”: si dovranno perciò  “ridurre i posti letto in eccesso e ottimizzare la gestione sanitaria”, dato che “il nostro paese è tra i primi dieci al mondo per posti letti pro capite, cioè 1,5-2 volte più degli indicatori dei paesi UE”.  Per non parlare della privatizzazione scolastica che è tra gli obiettivi primari dei contestatori. Non ho le competenze linguistiche per dimostralo con certezza, ma i documenti che si possono leggere hanno ben poco a che fare con lo stile del Paese X, quanto piuttosto sembrano espressioni tipiche  del Dipartimento di stato Usa e delle ong sorosiane. Del resto l’arancionismo consiste proprio nell’impedire che si sviluppi un processo democratico interno, fornendo un’imitazione già pronta.

Ecco che cosa sta succedendo al Paese X dove il Washington consensus spende alcune centinaia di milioni di dollari l’anno per tenere vive le false promesse e le illusioni del neoliberismo e portare rapidamente a una condizione coloniale e subalterna alle multinazionali. Eppure anche in Italia la canea degli imbecilli e dei comprati occidentali con alla testa innominabili figuri ittico editoriali, che si dicono di sinistra afferma che non bisogna riconoscere  a prescindere le elezioni ucraine, Anzi le opposizioni nel Paese X , sapendo che avrebbero perso disastrosamente sostenevano di non riconoscerle prima ancora che si svolgessero facendo così trasparire la filigrana di un piano già preparato e infatti ora rifiutano qualsiasi riconteggio dicendo che la sitiuazione delle elezioni di qualche giorno fa è superata.  E’ questa la democrazia che piace  la pattuglia di inutili sopravvissuti a se stessi e alla propria dignità  e che del resto somiglia molto alla  mentalità dell’Europa oligarchica per cui i referendum dovrebbero sempre venire rifatti  fino a che non danno il risultato voluto. Ora qualcuno potrebbe chiedere come mai abbia fatto riferimento a un Paese X invece di parlare subito  di Bielorussia e di Lukashenko  : perché ciò che accade è talmente simile al modus operandi del regime change che si potrebbe applicare con qualche modifica locale a qualsiasi luogo, sia esso il Brasile o il Venezuela o l’Ucraina, oppure Hong Kong o l’Honduras e almeno un’altra decina. Il metodo e i mezzi hanno sempre la medesima origine e  sono sempre uguali e sempre peggiori per il popolo che si fa facilmente illudere.

Questa volta tuttavia non c’è più un elemento  importante ossia  la cedevolezza degli elementi esterni di fronte al pericolo di una guerra ibrida che si salda alle destabilizzazioni interne: la Russia sta cominciando a schierare i  missili tattici nucleari iskander, contro le truppe Nato pronte alla frontiera bielorussa con la scusa di un’esercitazione. Un’altra Maidan.


Tunnel dell’orrore a Governoland

tunnelAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come certi baciapile si rivolgono a Dio in caso di bisogno e lo bestemmiano se la confessione religiosa è incompatibile con il portafogli,  così il nostro ceto dirigente si sottopone all’atto di fede nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni e della ideologia che ispira le scelte delle cancellerie, salvo fare spallucce quando l’affiliazione e l’obbedienza confliggono con interessi nostrani particolari.

Così in perfetta concomitanza con  il rapporto della Corte dei Conti Europea sui ritardi nel completamento  della rete centrale transeuropea di trasporto “mirante a migliorare i collegamenti tra reti nazionali lungo corridoi europei” che aveva come orizzonte temporale il 2030, il governo come un discolo riottoso rivela una sorprendente indole all’insubordinazione, collocando ai primi posti della sua strategia per la ricostruzione le grandi opere infrastrutturali con il riavvio dinamico dei cantieri, definitivamente sdoganati in modo da favorire sviluppo e occupazione e da restituire reputazione e orgoglio nazionale alla patria, alla pari tra gli schizzinosi partner carolingi e guardando con rinnovato interesse a Grandi Progetti pudicamente accantonati ma che oggi, concretizzandosi,  potrebbero  rappresentare l’allegoria della rinascita.

Ce lo ha ricordato la Ministra De Micheli promettendo che  la decisione sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina sarà presa tra qualche mese, dopo un’analisi costi/benefici e con il consenso del territorio.

Proprio non vogliono convincersi che la megalomania, la bulimia costruttiva, sono retaggi del passato incompatibili con il contesto al quale siamo condannati e che sono i primi a considerare inderogabile e irrinunciabile, ma anche con i messaggi, gli avvertimenti trasversali, le intimidazioni sortite dalla kermesse di Villa Pamphili, teatro nel passato di ben più pittoresche e profittevoli celebrazioni dell’amicizia tra popoli a confronto con l’austero e severo parterre convocato da Conte.

Che come facevano i signorotti di paese che volevano oltrepassare i confini angusti della provincia, invitando la superciliosa nobiltà cittadina,  ha riconfermato la nostra condizione di soggezione subendo l’umiliazione delle minacce e della sprezzante sufficienza di Ursula von der Leyen, di  Charles Michel, di  Ángel Gurría, di Kristalina Georgieva e pure del fuoco amico incarnato da Visco che ha fatto piazza pulita delle illusioni che hanno circolato come gas esilaranti in questo periodo con una appropriata lezioncina sulla “responsabilità che deriva dall’appartenenza a un consesso nel quale si è minoritari: “i fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.

Nel caso ne avessimo ancora bisogno e non ci fossero bastate tante evidenze così ben riassunte esemplarmente nella leggendaria letterina a doppia firma Trichet/Draghi (che vale oggi ancora di più per il suo valore profetico), abbiamo una ulteriore dimostrazione di come la globalizzazione abbia cambiato le geografie e le declinazioni del colonialismo. Dismessa la forma classica dell’occupazione territoriale, ha preso quella, meno costosa e meno impegnativa militarmente, dell’espropriazione di sovranità e risorse da parte dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud, grazie ai sistemi e alle procedure ricattatorie esercitate sul debito pubblico dalle istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale con la correità delle oligarchie nazionali. E che, in un rapporto di scala, caratterizzano anche le relazioni tra gli Stati europei, in virtù del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, che hanno dato una patente di costituzionalità alle politiche neoliberali sottraendole alle regole e al controllo democratico.

Invitato come ospite d’onore il tallone di ferro ci ha ricordato che  sui “fondi europei” chiesti in prestito sui “mercati” pesa l’onere per gli Stati di restituirli e  che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi per il “bilancio europeo” e con l’altra  beneficia di un ammontare che può essere in tutto o in parte uguale a quello data – ma che secondo alcuni calcoli verrebbe decurtato di 14 miliardi – secondo tempi e condizioni vincolati posti dal “donatore”.

So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha chiosato il commissario Gentiloni.

E proprio la Corte dei Conti fa strage della ridicola mania di grandezza dei paeselli di serie B e dei loro governi che vogliono beneficare le cordate del cemento e lasciare una impronta del loro passaggio, facendo intendere che certe realizzazioni sono concesse a chi se le merita e se le può permettere, puntando il dito contro i ritardi di almeno 11 anni in media che hanno caratterizzato il lavori degli otto megaprogetti cofinanziati dall’UE che collegano le reti di trasporto di 13 Stati membri: Austria, Belgio, paesi baltici, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Spagna, attribuibili  principalmente allo scarso coordinamento tra i paesi, che danno differenti priorità  agli investimenti.

Ma lascia intendere che certi rallentamenti siano funzionali all’incremento degli extra-costi, all’aumento delle penali a carico dei bilanci pubblici, oltre che determinati dalla cifra “antropologica” di stati posseduti dalla burocrazia e condizionati da fermenti ambientalisto incompatibili con lo sviluppo.

E infatti, guarda caso, tra i megaprogetti esaminati  ce ne sono alcuni che registrano un sospetto ritardo e un accrescimento opaco dei costi, tanto da persuadere  la Commissione a revocare alcuni dei fondi inizialmente concessi. Si tratta tanto per fare qualche esempio, della  nuova tratta dell’autostrada A1 in Romania o della  Tav Torino-Lione, un’opera ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che ha subito ritardi inaccettabili e i cui costi sono lievitati di circa 4,4 miliardi di euro, l’85% in più rispetto alla stima iniziale.

I volumi del traffico reale si allontanano sensibilmente da quelli previsti ed esiste un rischio elevato di sopravvalutazione degli effetti positivi della multimodalità“, ci va giù dura la Corte dei conti nel suo rapporto. “Le previsioni del traffico rischiano di essere troppo ottimistiche, mentre i vantaggi netti dal punto di vista delle emissioni di Co2 cominceranno a materializzarsi più tardi del previsto e dipenderanno dai volumi del traffico reali“. E d’altra parte la Francia si era già sottratta all’abbraccio mortale condizionando la sua partecipazione a un incremento della quota di finanziamenti comunitari, così la grande impresa futurista viene giustamente bollata come lo sconsiderato capriccio di uno stato marginale che vuole essere ammesso alla tavola dei grandi, quelli che non si infilano più nei tunnel a meno che non glieli paghino i subalterni mitomani e gradassi.

E vaglielo a dire a quelli che la Tav la vogliono fino in Sicilia tramite Ponte, sotto il lastricato di Santa Maria Novella, tra Marghera e la Serenissima, come quei trenini che attraversano Eurodisney in modo che sia esplicito che è quello il destino italiano: luna park globale.


Percezioni padronali

Effetto_ottico_3_Può sembrare incredibile ma l’uomo è uno dei pochi animali, almeno tra quei studiati che si lascia facilmente ingannare da percezioni ottiche come quella mostrata a sinistra e nella quale interpretiamo il segmento b come più lungo di quello a. E’ proprio la complessità della nostra mente e la sua esuberanza interpretativa a trarci più facilmente in inganno e a rendere più difficoltoso il riconoscimento della realtà fattuale. Anche una 1411579683volta preso il righello e constatata l’ equivalenza tra i due segmenti continuiamo a vederli come diversi. Allo stesso modo nel disegno a destra continuiamo a vedere sia una giovane donna che una strega. E’ una dinamica che non vale solo per la percezione, ma forse ancora di più per le idee e l’esplorazione di realtà più complesse dove l’inganno cognitivo può moltiplicarsi, divenire intenzionale e scontrarsi con credenze e memi radicati nel giudizio. Pochi giorni fa ad esempio è stata confermata la notizia, già anticipata l’estate scorsa, secondo cui l’aspettativa di vita negli Usa è diminuita per il terzo anno consecutivo da quando vengono fatte queste statiche. Visto il peggioramento delle condizioni di vita è un dato che non sorprende, anzi è assolutamente logico, eppure esso rimane incompreso: viene registrato dal righello statistico, ma non entra nella cognizione generale della realtà.

Prendiamo il documento dell’Fmi in cui questo dato viene digerito e tematizzato. Vi si dice che il calo dell’aspettativa di vita ormai ufficiale anche per il 2019 , è dovuto al tasso di suicidi, all’overdose di farmaci e ai prezzi delle cure così alti che un americano su tre vi rinuncia nonostante meno del 10% della popolazione sia sprovvisto di assicurazione sanitaria, una cifra comunque superiore a quella di qualche anno fa . Non si dice che molte di tali assicurazioni, sono solo pro forma e in realtà non coprono che spese marginali, non si mettono insomma le mani nel marcio, ma si prende almeno atto del fenomeno di una vita media in ribasso. Inoltre si afferma che gli Usa registrano un tasso di povertà tra i più elevati fra i 36 paesi dell’Ocse: all’incirca il 15% degli americani, che lavorino oppure no, sono poveri. La mobilità sociale nel famoso Paese delle opportunità è tra le più basse al mondo e  le risorse sono ripartite in maniera sempre più diseguale: il pil reale pro capite è salito del 23% dalla fine degli anni Novanta, ma il reddito medio è aumentato solo 2, 2%, tutte cose che fanno comprendere l’aumento dei suicidi e del ricorso agli psicofarmaci. Sebbene questi dati siano ampiamente edulcorati dai criteri statistici adottati si prende atto della situazione e tuttavia essa non sembra aver alcun effetto sulla parte  in cui si afferma che gli Stati Uniti stanno vivendo la più lunga fase di espansione della propria storia,  che la disoccupazione è al livello più basso mai registrato dal 1960, che i salari reali sono aumentati e la produttività ricomincia a crescere tanto che le pressioni inflazionistiche rimangono considerevolmente modeste. Secondo il fondo monetario il pil reale per abitante è salito di circa il 10% in rapporto al periodo pre-crisi del 2008.

Nello stesso documento insomma sono presenti considerazioni del tutto opposte senza che vi venga scorta alcuna contraddizione. E’ pur vero che per un organismo come il Fondo monetario internazionale, l’economia è solo quella dei ricchi e che, secondo la favola idiota del neo liberismo, più i ricchi diventano ricchi meglio è per tutti, ma insomma siamo di fronte a due tesi uguali e contrarie che rimangono irrisolte e giustapposte senza che nemmeno di tenti di vedere la contraddizione. E’ solo un’illusione ottico – ideologica per cui nel disegno convivono la strega e la ragazza senza  che si possa dire cosa effettivamente sia, come se la percezione non servisse alla ragione, ma rimanesse un fluido correre di impressioni dove prevale l’interpretazione del padrone.


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