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Tunnel dell’orrore a Governoland

tunnelAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come certi baciapile si rivolgono a Dio in caso di bisogno e lo bestemmiano se la confessione religiosa è incompatibile con il portafogli,  così il nostro ceto dirigente si sottopone all’atto di fede nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni e della ideologia che ispira le scelte delle cancellerie, salvo fare spallucce quando l’affiliazione e l’obbedienza confliggono con interessi nostrani particolari.

Così in perfetta concomitanza con  il rapporto della Corte dei Conti Europea sui ritardi nel completamento  della rete centrale transeuropea di trasporto “mirante a migliorare i collegamenti tra reti nazionali lungo corridoi europei” che aveva come orizzonte temporale il 2030, il governo come un discolo riottoso rivela una sorprendente indole all’insubordinazione, collocando ai primi posti della sua strategia per la ricostruzione le grandi opere infrastrutturali con il riavvio dinamico dei cantieri, definitivamente sdoganati in modo da favorire sviluppo e occupazione e da restituire reputazione e orgoglio nazionale alla patria, alla pari tra gli schizzinosi partner carolingi e guardando con rinnovato interesse a Grandi Progetti pudicamente accantonati ma che oggi, concretizzandosi,  potrebbero  rappresentare l’allegoria della rinascita.

Ce lo ha ricordato la Ministra De Micheli promettendo che  la decisione sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina sarà presa tra qualche mese, dopo un’analisi costi/benefici e con il consenso del territorio.

Proprio non vogliono convincersi che la megalomania, la bulimia costruttiva, sono retaggi del passato incompatibili con il contesto al quale siamo condannati e che sono i primi a considerare inderogabile e irrinunciabile, ma anche con i messaggi, gli avvertimenti trasversali, le intimidazioni sortite dalla kermesse di Villa Pamphili, teatro nel passato di ben più pittoresche e profittevoli celebrazioni dell’amicizia tra popoli a confronto con l’austero e severo parterre convocato da Conte.

Che come facevano i signorotti di paese che volevano oltrepassare i confini angusti della provincia, invitando la superciliosa nobiltà cittadina,  ha riconfermato la nostra condizione di soggezione subendo l’umiliazione delle minacce e della sprezzante sufficienza di Ursula von der Leyen, di  Charles Michel, di  Ángel Gurría, di Kristalina Georgieva e pure del fuoco amico incarnato da Visco che ha fatto piazza pulita delle illusioni che hanno circolato come gas esilaranti in questo periodo con una appropriata lezioncina sulla “responsabilità che deriva dall’appartenenza a un consesso nel quale si è minoritari: “i fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.

Nel caso ne avessimo ancora bisogno e non ci fossero bastate tante evidenze così ben riassunte esemplarmente nella leggendaria letterina a doppia firma Trichet/Draghi (che vale oggi ancora di più per il suo valore profetico), abbiamo una ulteriore dimostrazione di come la globalizzazione abbia cambiato le geografie e le declinazioni del colonialismo. Dismessa la forma classica dell’occupazione territoriale, ha preso quella, meno costosa e meno impegnativa militarmente, dell’espropriazione di sovranità e risorse da parte dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud, grazie ai sistemi e alle procedure ricattatorie esercitate sul debito pubblico dalle istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale con la correità delle oligarchie nazionali. E che, in un rapporto di scala, caratterizzano anche le relazioni tra gli Stati europei, in virtù del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, che hanno dato una patente di costituzionalità alle politiche neoliberali sottraendole alle regole e al controllo democratico.

Invitato come ospite d’onore il tallone di ferro ci ha ricordato che  sui “fondi europei” chiesti in prestito sui “mercati” pesa l’onere per gli Stati di restituirli e  che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi per il “bilancio europeo” e con l’altra  beneficia di un ammontare che può essere in tutto o in parte uguale a quello data – ma che secondo alcuni calcoli verrebbe decurtato di 14 miliardi – secondo tempi e condizioni vincolati posti dal “donatore”.

So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha chiosato il commissario Gentiloni.

E proprio la Corte dei Conti fa strage della ridicola mania di grandezza dei paeselli di serie B e dei loro governi che vogliono beneficare le cordate del cemento e lasciare una impronta del loro passaggio, facendo intendere che certe realizzazioni sono concesse a chi se le merita e se le può permettere, puntando il dito contro i ritardi di almeno 11 anni in media che hanno caratterizzato il lavori degli otto megaprogetti cofinanziati dall’UE che collegano le reti di trasporto di 13 Stati membri: Austria, Belgio, paesi baltici, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Spagna, attribuibili  principalmente allo scarso coordinamento tra i paesi, che danno differenti priorità  agli investimenti.

Ma lascia intendere che certi rallentamenti siano funzionali all’incremento degli extra-costi, all’aumento delle penali a carico dei bilanci pubblici, oltre che determinati dalla cifra “antropologica” di stati posseduti dalla burocrazia e condizionati da fermenti ambientalisto incompatibili con lo sviluppo.

E infatti, guarda caso, tra i megaprogetti esaminati  ce ne sono alcuni che registrano un sospetto ritardo e un accrescimento opaco dei costi, tanto da persuadere  la Commissione a revocare alcuni dei fondi inizialmente concessi. Si tratta tanto per fare qualche esempio, della  nuova tratta dell’autostrada A1 in Romania o della  Tav Torino-Lione, un’opera ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che ha subito ritardi inaccettabili e i cui costi sono lievitati di circa 4,4 miliardi di euro, l’85% in più rispetto alla stima iniziale.

I volumi del traffico reale si allontanano sensibilmente da quelli previsti ed esiste un rischio elevato di sopravvalutazione degli effetti positivi della multimodalità“, ci va giù dura la Corte dei conti nel suo rapporto. “Le previsioni del traffico rischiano di essere troppo ottimistiche, mentre i vantaggi netti dal punto di vista delle emissioni di Co2 cominceranno a materializzarsi più tardi del previsto e dipenderanno dai volumi del traffico reali“. E d’altra parte la Francia si era già sottratta all’abbraccio mortale condizionando la sua partecipazione a un incremento della quota di finanziamenti comunitari, così la grande impresa futurista viene giustamente bollata come lo sconsiderato capriccio di uno stato marginale che vuole essere ammesso alla tavola dei grandi, quelli che non si infilano più nei tunnel a meno che non glieli paghino i subalterni mitomani e gradassi.

E vaglielo a dire a quelli che la Tav la vogliono fino in Sicilia tramite Ponte, sotto il lastricato di Santa Maria Novella, tra Marghera e la Serenissima, come quei trenini che attraversano Eurodisney in modo che sia esplicito che è quello il destino italiano: luna park globale.


Percezioni padronali

Effetto_ottico_3_Può sembrare incredibile ma l’uomo è uno dei pochi animali, almeno tra quei studiati che si lascia facilmente ingannare da percezioni ottiche come quella mostrata a sinistra e nella quale interpretiamo il segmento b come più lungo di quello a. E’ proprio la complessità della nostra mente e la sua esuberanza interpretativa a trarci più facilmente in inganno e a rendere più difficoltoso il riconoscimento della realtà fattuale. Anche una 1411579683volta preso il righello e constatata l’ equivalenza tra i due segmenti continuiamo a vederli come diversi. Allo stesso modo nel disegno a destra continuiamo a vedere sia una giovane donna che una strega. E’ una dinamica che non vale solo per la percezione, ma forse ancora di più per le idee e l’esplorazione di realtà più complesse dove l’inganno cognitivo può moltiplicarsi, divenire intenzionale e scontrarsi con credenze e memi radicati nel giudizio. Pochi giorni fa ad esempio è stata confermata la notizia, già anticipata l’estate scorsa, secondo cui l’aspettativa di vita negli Usa è diminuita per il terzo anno consecutivo da quando vengono fatte queste statiche. Visto il peggioramento delle condizioni di vita è un dato che non sorprende, anzi è assolutamente logico, eppure esso rimane incompreso: viene registrato dal righello statistico, ma non entra nella cognizione generale della realtà.

Prendiamo il documento dell’Fmi in cui questo dato viene digerito e tematizzato. Vi si dice che il calo dell’aspettativa di vita ormai ufficiale anche per il 2019 , è dovuto al tasso di suicidi, all’overdose di farmaci e ai prezzi delle cure così alti che un americano su tre vi rinuncia nonostante meno del 10% della popolazione sia sprovvisto di assicurazione sanitaria, una cifra comunque superiore a quella di qualche anno fa . Non si dice che molte di tali assicurazioni, sono solo pro forma e in realtà non coprono che spese marginali, non si mettono insomma le mani nel marcio, ma si prende almeno atto del fenomeno di una vita media in ribasso. Inoltre si afferma che gli Usa registrano un tasso di povertà tra i più elevati fra i 36 paesi dell’Ocse: all’incirca il 15% degli americani, che lavorino oppure no, sono poveri. La mobilità sociale nel famoso Paese delle opportunità è tra le più basse al mondo e  le risorse sono ripartite in maniera sempre più diseguale: il pil reale pro capite è salito del 23% dalla fine degli anni Novanta, ma il reddito medio è aumentato solo 2, 2%, tutte cose che fanno comprendere l’aumento dei suicidi e del ricorso agli psicofarmaci. Sebbene questi dati siano ampiamente edulcorati dai criteri statistici adottati si prende atto della situazione e tuttavia essa non sembra aver alcun effetto sulla parte  in cui si afferma che gli Stati Uniti stanno vivendo la più lunga fase di espansione della propria storia,  che la disoccupazione è al livello più basso mai registrato dal 1960, che i salari reali sono aumentati e la produttività ricomincia a crescere tanto che le pressioni inflazionistiche rimangono considerevolmente modeste. Secondo il fondo monetario il pil reale per abitante è salito di circa il 10% in rapporto al periodo pre-crisi del 2008.

Nello stesso documento insomma sono presenti considerazioni del tutto opposte senza che vi venga scorta alcuna contraddizione. E’ pur vero che per un organismo come il Fondo monetario internazionale, l’economia è solo quella dei ricchi e che, secondo la favola idiota del neo liberismo, più i ricchi diventano ricchi meglio è per tutti, ma insomma siamo di fronte a due tesi uguali e contrarie che rimangono irrisolte e giustapposte senza che nemmeno di tenti di vedere la contraddizione. E’ solo un’illusione ottico – ideologica per cui nel disegno convivono la strega e la ragazza senza  che si possa dire cosa effettivamente sia, come se la percezione non servisse alla ragione, ma rimanesse un fluido correre di impressioni dove prevale l’interpretazione del padrone.


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Donne-killer

combo Ursula von der Leyen  - Christine Lagarde Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere certi titoli: Due donne alla guida dell’Europa, vengono in mente le freddure di una volta: perchè Golda Meir non porta la mini? perchè si vedrebbero gli attributi, o le battute del Cavaliere sulle donne in carriera escluse le igieniste dentali, baffute, bruttone in sostanza non scopabili. perchè certi entusiasmi e certi sessismi sono proprio le facce speculari del pregiudizio più estemporaneo e ignorante.

Eh si, da una parte quelli sulle donne bbone ma oche, quelle desiderabili in cucina, a letto e in salotti: che la piasa, la tasa e la staga in casa, dall’altra la soddisfazione perchè le braghe calate in Europa davanti al duetto carolingio Merkel e Macron, vengono compensate dal civettuolo frullar di gonnelline  di Christine Lagarde e della signora Von Der Leyen, Come dire che dobbiamo essere contenti di essercela presa in saccoccia, così ci sarà qualcosa, prima che la vendicatrice delle donne al Fmi, dopo la caduta dello sporcaccione che stava dando una svolta alla politica di repressione economica e finanziaria dell’organizzazione, ce le svuoti del tutto nel suo nuovo incarico.

Ci risiamo, basta una concessione alle vergognose quote rosa, che subito dobbiamo ingoiarci tutti i rospi e pure i principi della ferocia, monetaria e non solo, degli oligarchi, i cui esponenti più risoluti e cinicamente spavaldi sono appunto donne:  Merkel che ci impartisce lezioni di aiuto umanitario dopo aver pagato la lauta mancia al tiranno perchè si tenesse i siriani e rispedisse i migranti in Grecia – o in Italia –  preferibilmente sedati e ammanettati, e che sacrifica Timmermans, che ha il difetto di essere socialista sia pure all’acqua di rose come si usa adesso, lasciando al suo abatino francese l’incarico di candidare le due erinni. E appunto le due nominate con giubilo.

Di Von Der Leyen conosciamo la fermezza di acciaio inossidabile e il suo pugno di ferro senza guanto di velluto quando ebbe la mansione di “trattare” col nemico, la Grecia in crisi, ruolo assolto con scrupolo teutonico nel culto dell’Austerità che ha sostituito quello della Famiglia, officiato da ministra impegnata sulla politica di asili nido per le native in modo che possano lavorare per la grandezza della Germania, e rimpolpato quello della Patria nelle vesti – prima nella storia – di titolare del Ministero della Difesa da dove invia truppe e droni in Ucraina nel quadro dell’impegno Nato nell’area.

Di Christine Lagarde sappiamo appunto che è stata scelta dopo la detronizzazione del, lasciatemelo dire, mai abbastanza rimpianto Strauss Khan per impuri commerci carnali probabilmente presenti come vizio congenito nella sua indole ma abbondantemente architettati e orchestrati per far fuori a un tempo un autorevole candidato all’Eliseo e un direttore generale in carica, intento a rivedere le ricette perverse del Fondo.

Sospettiamo quindi che ci farà rimpiangere anche Draghi che al suo confronto sembrerà un mite agnellino, visto che è stata nominata esplicitamente per dare nuovo vigore all’austerità mossa contro i paesi straccioni del Sud, con qualche concessione alla Spagna, la indegna sepoltura della Grecia e la messa definitiva in castigo dell’Italia che ha ceduto su tutto accontentandosi del grigio Sassoli, che parrà l’effigie in cartone di Mattarella all’Europarlamento, contando peraltro meno di zero, e dimostrando che la resa del governo in carica è ormai compiuta.

Per carità perfino in lei abbiamo riscontrato gentili tratti femminei: non quando postulava la bontà della morte stabilita per legge economica e comminata come pena necessaria a tutti gli ultra sessantenni che gravano sui bilanci pubblici con la loro superflua e onerosa sopravvivenza in vita, Ma invece quando ha confessato la sua abitudine di mantenere ben tonici i suoi glutei che pare segnino il successo del suo matrimonio, esercitandoli anche durante le riunioni del Fmi.

Come non gioire dunque di questa nota delicata e leggiadra di muliebre civetteria che porterà una brezza gentile in quelle sale tristi e austere, soffiando il venticello affabile e innovatore delle qualità di genere che in ogni contesto sanno integrare caratteri di umanità. sensibilità, inclinazione alla cura e alla solidarietà.

Ecco così saranno tutti contenti i cacciatori di icone rosa che identificano la rivoluzione son qualsiasi forma di contestazione all’autoritarismo patriarcale compiuto da soggetti di sesso femminile per caso. Ancora di più le obbedienti all’ordine secondo il mercato che concede la libertà di esprimere il proprio talento e di arrivare in alto a chi ne accetta entusiasticamente regole e comportamenti. E di più ancora quelle che si offendono se le chiamo progressiste neo-liberiste e le annovero tra le professioniste del femminismo, che si sono convinte che il riscatto della metà del cielo all’inferno significhi la sostituzione meccanica di donne al posto di uomini nei posti di comando, o, peggio mi sento, la parità salariale sì, ma in occupazioni precarie, avvilenti, mortificanti che non prevedono tutele e garanzie, in modo che le differenze restino sempre le stesse in aggiunta di quelle “naturali”, ricchi in alto poveri in basso.

E tra i maschi anche loro neoliberisti progressisti si registrerà il compiacimento perchè ai danni dell’eclissi dell’economia produttiva in favore della egemonia finanziaria, allo smantellamento dello stato sociale, alla cancellazione di conquiste, valori e  prerogative del lavoro, adesso possono aggiungere la beffa morale che etichetta come arretrati, misoneisti, retrogradi e ignoranti quelli che non si accontentano dei minimi sindacali elargiti al posto dei diritti e il cui accesso è limitato a ceti privilegiati, grazie alla selezione di dinastia, rendita o fidelizzazione.

 


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