Trump alla fine non è che un epigono. Ben lontano da essere una novità e uomo di rottura è soltanto l’ultimo agente del caos americano, ovvero di un piano per l’egemonia che si è andato costruendo fin dalla caduta del muro di Berlino ed espresso in modo quanto mai chiaro nel 2003 dal generale Wesley Clark, capo delle operazioni nella ex Jugoslavia e uomo senza peli sulla lingua, al punto di aver affermato che “il gruppo terrorista dell’Isis è stato creato dagli amici ed alleati degli Stati Uniti per combattere contro il Movimento di Resistenza Islamica del Libano, cioè Hezbollah”. All’inizio del secolo egli aveva rivelato quale fosse la politica americana nell’area del petrolio: instaurare oligarchie fantoccio in tutta l’Asia occidentale, conquistando sette Paesi in cinque anni, iniziando con Iraq, Siria e Libia, paesi produttori di oro nero, per poi culminare con l’Iran. L’obiettivo era controllare le loro risorse petrolifere e metterle nelle mani di compagnie statunitensi. Le economie e le società di Iraq e Libia furono distrutte dall’intervento militare statunitense e dal suo esercito per procura, composto da terroristi sunniti wahabiti di al-Qaeda, ai quali fu data carta bianca per combattere la loro guerra religiosa contro le popolazioni non sunnite, a patto che si sottomettessero al controllo statunitense del commercio petrolifero. Anche la Siria è stata distrutta e conquistata da un simile esercito per procura statunitense.

Questo piano neocon per controllare l’Asia occidentale e il suo petrolio è quello che ha guidato l’attacco di Donald Trump all’Iran. I suoi tentativi di cambio di regime, attraverso il bombardamento di siti civili nel giugno 2025 e l’organizzazione di violenze interne da parte di manifestanti sostenuti dagli Stati Uniti nel gennaio 2026, sono stati seguiti dalle sue barbare violazioni, tra febbraio e aprile 2026, del diritto internazionale bellico e, di fatto, dei valori della civiltà. Evidentemente gli era stato detto che la sua ondata di assassinii personali dei leader iraniani e i bombardamenti di scuole e altri siti civili avrebbero terrorizzato la popolazione, rendendola vulnerabile alle mosse statunitensi volte a sostituire la leadership sciita con un regime fantoccio sotto il controllo americano. In questo modo l’economia iraniana sarebbe stata strettamente interconnessa con quella degli Stati Uniti, con i proventi delle esportazioni e le riserve monetarie detenute sotto forma di titoli del Tesoro e titoli societari statunitensi. Non è andata così e questo ha fottuto il “pagliaccio arancione” come lo chiamano gli iraniani.

Ma con il fallimento del piano A c’è pur sempre il piano B: vale a dire l’interruzione o la forte diminuzione dei flussi di petrolio e gas dal Medio Oriente per compromettere le economie europee e quelle dall’Asia, costringerle ad acquistare maggiori quantità di risorse energetiche dagli Usa, ricattarle con i dazi e in qualche modo ristabilire il dominio americano sul pianeta. In un discorso del primo aprile Trump lo ha detto esplicitamente, senza limitarsi a vaghi accenni. Ma le cose non stanno precisamente così perché non tutti i conti tornano. Il primo punto è che la potenza militare americana è uscita ridimensionata da questa guerra, più ancora che da quella ucraina perché in questo caso l’intervento è stato diretto e non mediato. La Casa Bianca ora vuole raddoppiare il budget della difesa, sacrificando ogni spesa sociale: “non ci è possibile occuparci di asili nido, Medicaid, Medicare, tutte queste cose individuali. Possono farlo a livello statale. Non si può fare a livello federale. Dobbiamo occuparci di una cosa: la protezione militare”. Naturalmente si scrive protezione, ma si legge aggressione, tuttavia la tecnologia moderna non sembra avvantaggiare il gigantismo bellico che, al contrario, offre troppi bersagli e di fatto gli Usa hanno dimostrato di non essere in grado di difendere i loro clientes. Inoltre il debito degli Stati dell’Unione è comunque debito e di certo scaricare su questi ultimi le spese non servirebbe poi molto a migliorare la drammatica situazione debitoria degli Usa e questo senza contare la possibilità di guerre civili. Ma soprattutto la contrazione delle economie che fanno parte in qualche modo del Washington consensus, spezza proprio la logica del petrodollaro e del dollaro come moneta universale sul quale gli Stati Uniti hanno campato nel corso degli ultimi 40 anni. Gli investimenti in buoni del Tesoro calerebbero drasticamente e volerebbero verso economie meno incerte e crudeli, mentre gli Usa diventerebbero il nemico numero uno di tutti. Infine il sistema stesso rende difficile reperire le risorse intellettuali per mantenere efficiente e aggiornata la macchina bellica, sulla quale finirebbe per gravare tutto il peso di questo dominio. Se la Corea del Nord ha almeno tre tipi di missili ipersonici e gli Usa nemmeno uno, qualcosa vorrà pur dire.

Insomma è abbastanza dubbio che provocare un inverno economico e finanziario globale, finisca davvero per avvantaggiare gli Usa. Anzi, costringe il mondo a reinventare un nuovo sistema di relazioni internazionali e a liberarsi dall’interferenza di Washington su quelle esistenti. L’Iran con la sua resistenza sta diventando il catalizzatore di una profonda ridefinizione dell’ordine internazionale. Scrive Michael Hudson: “la nascente Maggioranza Globale è destinata a essere guidata da Cina, Russia e Iran, che costituiranno il nucleo per un’autosufficienza regionale in Asia e nel Sud del mondo, in modo che i Paesi di queste regioni non debbano più dipendere dall’Occidente incentrato sugli Stati Uniti per energia, fertilizzanti, prodotti chimici, credito e altri beni essenziali. Il presidente Trump si sta letteralmente vantando della sua capacità di commettere i più efferati crimini di guerra minacciando di distruggere la civiltà iraniana, mentre concentra gli attacchi militari statunitensi più sulle aree civili che sugli obiettivi militari, quasi a voler dimostrare quanto gli Stati Uniti siano immuni al diritto internazionale nel perseguire la loro strategia di dominio economico a spese di altri Paesi. Non si tratta di uno scontro di civiltà, tanto meno tra la civiltà americana o persino quella occidentale e quella asiatica. Si tratta di una lotta di barbarie contro i principi fondamentali della civiltà stessa.”