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Federalismo del mio Stivale (in attesa del peggio)

damiens_tortureNei giorni scorsi non mi sono occupato per niente dei referendum in Lombardia e Veneto, riedizione in fotocopia del vecchio federalismo finito in ruberie, illusione egoistica diffusa a piene mani da un ceto di maneggioni ridotti a giocare col fuoco pur di rimanere in sella, nonostante gestioni opache e poco significative, magari con la speranza di spostarsi a Roma.  Ma oggi ad urne chiuse vale la pena parlarne non tanto a seguito dei risultati che evidenziano un flop in Lombardia e un’ affermazione in Veneto, ma non per le ragioni semplicistiche che esse esprimono sul piano contabile, quanto per  i nodi che loro malgrado mettono allo scoperto e che sono radicalamente differenti rispetto a vicende come quella catalana: soprattutto l’attualità antropologica e sociale di stampo neo liberista che si sottrae alla solidarietà all’interno di un Paese e che viene  rafforzata e sdoganata dallo svilimento delle realtà nazionali, delle piccole patrie e degli stati in vista della magna Europa, propalata dalle elites globaliste e persino dai loro sorprendenti chierichetti di una sinistra beghina che confonde l’internazionalismo d’antan con il globalismo neo liberista. Dall’altro però presenta un carattere diametralmente opposto, ovvero una sorta di patetico gioco di nicchia di classi dirigenti di fronte al delinearsi dello tsunami che va accumulando energia e le cui onde cominciano a scorgesi sulla linea d’orizzonte mentre avanzano da oltre atlantico.

Come forse qualcuno avrà letto Bridgewater Associates, il più grande fondo d’investimento del mondo ha deciso di scommettere contro il “sistema Italia”, mettendo in campo 300 milioni di dollari in una puntata contro i valori azionari dell’Eni e un altro miliardo e passa per scommettere sul crollo del sistema bancario – assicurativo del Paese rappresentato da Generali, Unicredit, Enel, Intesa San Paolo. Secondo alcuni le puntate fatte da Bridgewater in questa delirante e delinquenziale bisca a cielo aperto che è il capitalismo contemporaneo, puntano a una posta ancora più grossa dell’Italia, ovvero alla Ue stessa per scoprirne il bluff: una volta esauritosi il filone di quantitative easing della Bce uno dei Paesi più grandi dell’Unione, ovvero noi, governati da una manica di cialtroni burattinati e disonesti, si troverà a non poter tenere più il passo e ad aver bisogno di enormi prestiti per pagare gli interessi sui debiti a prezzi di mercato, senza il supporto degli acquisti massicci della Banca centrale. Dunque non si potrà fare altro che andare a piatire dal Mes (Meccanismo europeo di stabilità, mai nome è stato così ipocrita) svendendo non solo qualsiasi sovranità residua, ma anche ogni autonomia di gestione legislativa e amministrativa.

La situazione è potenzialmente drammatica perché la Germania, anche se volesse (e di certo non vuole), non potrebbe comunque salvare la situazione perché si troverebbe a dover sostenere il peso principale dei 254 miliardi di fatture non pagate sul piano settennale Ue,  ad avere il problema di Deutsche Bank che possiede buona parte dei 90 mila miliardi di derivati titolati in euro e la cui rilocalizzazione da Londra al continente potrebbe comportare un consistente aumento di interessi e a dover fare i conti con una situazione nella quale l’economia americana rischia la deflazione e un’altra crisi subprime, visto che la cosiddetta ripresa è stata simulata con un nuovo straordinario indebitamento privato che comincia ad arrivare al pettine. Dunque dovrà in qualche modo sconfessare il senso stesso dell’Europa e usare i trattati come randello esattamente come in Grecia, anzi con maggiore violenza perché in questo caso ne va della sua stessa sopravvivenza finanziaria, vista la dimensione degli eventi.

Ma badate in questo caso per buona pace dei nostri europeisti, l’ obiettivo principale non sarà l’acquisizione degli asset pubblici e bancari del Paese che sono quasi tutti in perdita – le sole banche hanno sofferenze per oltre 350 miliardi di euro – ma dei beni privati che sono ancora rilevanti e che dovranno ripianare quelle perdite, come del resto già fatto intendere da Schauble. Dopodiché, una volta innestato il sistema di risucchio, al parlamentino itinerante fra Bruxelles e Strasburgo comparirà la proposta di una revisione dei trattati che prevede “l’eventuale uscita dall’Euro di un Paese membro dell’Eurozona”. Non me lo sto inventando: è quanto ha dichiarato Christian Lindner che quasi certamente sarà il prossimo ministro delle finanze di Berlino. Insomma asset e beni, industrie e conti correnti saranno presi in euro e una volta spolpato l’osso, si potrà concedere l’uscita dalla moneta unica per fare dello Stivale depredato un’area di lavoro a basso costo.

E’ in quel momento, peraltro è sempre più vicino, che voglio vedere le facce di Maroni e Zaia, espressione alternativa di un Italia mediocre e meschina che non si rende nemmeno conto delle acque in cui naviga. E’ allora che voglio vedere le facce di Renzi e di Padoan, di Mattarella, di Gentiloni, di Salvini, Berlusconi e di tutta la servitù di famiglia.  Ma anche dei troppi italiani che vivono di bufale e di televisione.

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Democrazia vera e fasulla

democrazia-pallacordaIl fatto che oggi vi sia una specie di referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto può essere una buona scusa per catturare due piccioni con una fava: da una parte prendere le distanze da atteggiamenti vecchi e ragioni mistificate portata avanti da elites pubbliche della mutua, classi dirigenti locali dal fiato corto, per non dire opache e bottegai senza futuro impegnati in partouze omopolitici per inseguire un reciproco tornaconto,  dall’altra comprendere le ragioni che hanno portato al declino della democrazia, alla sua messa in mora da parte di oligarchie che hanno occupato il vuoto incipiente di credibilità  che si stava formando e dunque in fin dei conti ad ogni più miserabile retorica di partecipazione organizzata dietro le quinte dai padroni del vapore o dai loro valvassini.

Il fatto è che in società sempre più complesse, attraversate da grandi cambiamenti tecnologici e di rapporti produttivi, dominate da relazioni mediatiche più che personali, da esperienze e rapporti indiretti non si può pensare che la democrazia rappresentativa possa essere governata dalle stesse regole pensate alla sua nascita: votare ogni cinque o quattro anni un numero ristrettissimo di individui e poi tacere qualunque cosa essi facciamo, dover scegliere in modo esclusivamente binario tra blocchi e parole d’ordine spaventosamente semplificate, è quanto di meno realmente partecipativo si possa pensare e alla fine riporta a una situazione ancien regime . Sarà banale dirlo, ma o la democrazia nasce dal basso, ovvero da un ambiente sociale che discute, si scontra, si misura e poi risale la scala delle competenze decisionali in ogni suo ambito, oppure non è. In anni passati si è pensato in alcuni Paesi, come l’Italia per esempio, di poter ampliare la rappresentanza creando fotocopie a vari livelli delle assemblee nazionali, la cui gestione devoluta ai partiti ne faceva nient’altro che una cinghia di trasmissione autoreferenziale e generando una rappresentatività illusoria, terreno di caccia per clan e interessi di ogni tipo, lobby locali, confusione e incertezza istituzionale, voto di scambio e dulcis in fundo corruzione.

Naturalmente la democrazia non ha bisogno solo di elettori, ha bisogno di elettori attenti e consapevoli, che prima di andare alle urne si siano confrontati con i problemi nelle varie istanze possibili e concrete, dal lavoro, alla scuola: la democrazia non regge come sistema di governo se non è un sistema di vita. E infatti via via, mentre si asseriva l’allargamento della partecipazione e si fabbricavano i più diversi sistemi elettorali le persone sono state emarginate dalle decisioni tanto che, per esempio, tutto il processo di costruzione europea è stato sottratto al voto popolare e quando in rari casi è accaduto le decisioni sono state cancellate, così come del resto è avvenuto e avviene per le questioni che concernono il lavoro o i beni comuni.

Ora come si può cambiare? Ci sono alcuni esempi a cui ci si può ispirare e sparsi per il mondo, magari in realtà particolari, ma non di meno in Paesi significativi. Innanzitutto introducendo l’obbligo di referendum per qualsiasi variazione costituzionale, per leggi che investano il privato delle persone o che devolvano sovranità e dunque parte della capacità decisionale dei cittadini. Un istituto che dovrebbe essere ampiamente utilizzato anche ai vari livelli, nelle Regioni e nei Comuni per i provvedimenti che interessano direttamente la vita delle persone come la scuola, i trasporti o la sanità: in questo modo diventerà anche difficile per gruppi di pressione e interesse servirsi della consultazione popolare in modo episodico, demagogico e strumentale come vediamo oggi. Né si deve pensare che questo finisca per affaticare gli elettori e allontanarli dalle urne, perché questo accade solo quando la gente si trova a pensare di non poter decidere nulla: uno studio dell’Ocse su quaranta Paesi ha messo in luce che il processo di coinvolgimento decisionale stimola una cultura dell’impegno e del dibattito. Infatti più sono i referendum più la partecipazione tende ad alzarsi e non il contrario.

Poi agendo sull’informazione, prendendo atto che siccome essa è uno strumento basilare per l’orientamento del mercato (parlo in termini economici, ma evidentemente con scopi più generali) essa non può essere gestita con strumenti e logiche di mercato: dunque editori puri, autonomia totale delle redazioni, vere leggi contro la concentrazione in ogni ambito della comunicazione, normative severe sulla pubblicità. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma almeno si metterà rimedio alla scandalosa concentrazione di oggi.  Infine riconoscere un ruolo centrale e di base alle comunità, siano esse cittadine o più ristrette che potrebbero svolgere un ruolo prezioso nel momento in cui i rapporti altri tipi di collegamento vengono messi in crisi e sui quali del resto esiste un’amplissima letteratura.

Insomma occorre riprendere il controllo per evitare lo schianto a cui ci sta portando un equipaggio che ha ubriacato i passeggeri e li ha messi in stato di minorità. Certo mi rendo conto che per ottenere tutto questo bisognerebbe che il controllo sia stato già ristabilito, ma per il momento è già importante che si dimostri di avere un obiettivo e di volerlo conseguire.


Hannibal Padoan a caccia di pensionati

SHOWBIZ-Globes_Hopkins-2Se su questo blog scrivessi che bisognerebbe linciare Padoan, tutto il governo e i suoi  occulti suggeritori dell’oligarchia europea di cui sono i burattini, potrei giustamente essere condannato per istigazione all’odio e alla rivolta, ma se questi signori, ahimè indenni dalle bastonate che meriterebbero, fanno la stressa cosa, anzi assai peggio, suggeriscono in qualche modo la strage di massa, allora tutto va bene, sono nel loro buon diritto di boia sociali. E’ nel suo buon diritto Padoan a dire che “Gli Italiani muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps” il che in parole povere significa due cose: o che le pensioni vanno abolite o che bisogna far morire prima gli italiani, magari negando loro le cure sanitarie.

In realtà sono anni che il tema viene agitato in maniere ambigue e demenziali dal Fondo monetario internazionale e precisamente da quando Strauss Kahn è stato fatto fuori nel modo che sappiamo perché in effetti proprio il sistema pensionistico è uno degli ostacoli che si oppongono alla precarizzazione e schiavizzazione finale. Inutile fare discorsi troppo ampi  e restiamo in Italia per vedere cosa significa in realtà il discorso di Padoan, partendo però da alcuni dati di fatto che da trent’anni vengono volontariamente occultati dall’informazione e dai governi, ma che sono necessari per la comprensione. Il primo dato ci dice l’Inps non perde per nulla:  fin dal 1998 il saldo netto fra le entrate dei contributi e le uscite delle prestazioni  è sempre stato attivo tanto che  l’ultimo dato certo e non frutto di stime  risale al 2011  e parla di 24 miliardi attivo, mentre i conti vengono fatti colare a picco dai compiti assistenziali attribuiti all’istituto, ma del tutto estranei alla sua natura: pensioni sociali, di invalidità e quant’altro che in tutti gli altri Paesi sono in carico a enti specifici. Anche così tuttavia la spesa pensionistica italiana non è affatto tra le più alte d’Europa, perché questa è un’altra delle balle colossali che ci vengono raccontate visto che è solo grazie a una vera e propria truffa contabile che essa arriva intorno 18,8 % del Pil contro il 16,5 della Francia e il 13,5 della Germania o il 15,1 della media Ue.  Il trucco sta nel fatto che nel calcolo figura anche la liquidazione che non è affatto una prestazione pensionistica, ma un prestito forzoso dei lavoratori e questo incide per l’ 1,7% sul  pil. C’è poi il fatto che la spesa pensionistica italiana viene considerata al lordo delle ritenute fiscali che in altri Paesi come la Germania nemmeno esistono o sono molto basse, mentre da noi le aliquote fiscali sono le stesse di quelle applicate ai redditi da lavoro. Questo “aggiunge” un altro 2,5% sul pil. Allora vediamo un po’: 18,8 meno 4,2 (ossia la somma delle due sovrastime principali) fa 14,6 ovvero un incidenza della spesa pensionistica  inferiore alla media europea.

Mi scuso per tutte queste cifre, ma senza fare giustizia delle cazzate che ci vengono raccontate è difficile arrivare al nocciolo della questione e al significato delle parole di Padoan:  le narrazioni truffaldine sono servite ad accresce i profitti delle aziende (con il massiccio calo dei contributi che subito è finito in finanza e non in produzione o in assunzioni) accreditando la necessità delle riforme pensionistiche, il passaggio al metodo contributivo e l’aumento dell’età pensionabile. Ma tutto questo non è servito affatto a causa di due fattori che i credenti del neoliberismo non avevano preso in considerazione: la sempre maggiore disoccupazione, la caduta dei salari e lo stato di precarietà in cui è stato ridotto il lavoro  rendono arduo il raggiungimento di trattamenti pensionistici anche solo al livello di sopravvivenza. Non lo dico io, ma lo stesso Boeri: “è forte il rischio che i lavoratori più esposti al rischio di una carriera instabile, a una bassa remunerazione in lavori precari non riescano a maturare i requisiti minimi per la pensione contributiva anche dopo anni di contributi elevati. Più semplicemente i trentenni potrebbero essere costretti ad andare in pensione a 75 anni per ricevere, se matureranno i requisiti, una pensione inferiore del 25 per cento rispetto a quanto ricevono i pensionati di oggi.” 

Dunque le future pensioni dovranno necessariamente essere supportate da forme di assistenza che finiranno per costare molto più delle pensioni di oggi con buona pace dei cretini che si bevono la storiella dell’equità generazionale, tanto più che è impossibile pensare sul serio che le persone, al di fuori dei mestieri intellettuali, lavorino fino a età così tarde. Per di più il raffreddamento dell’economia ormai endemico e a malapena nascosto da statiche mezzane, lo stessa sistema di continua rapina salariale ha per sua conseguenza un raffreddamento dell’inflazione e questo è un altro colpo al sistema pensionistico che era in attivo, in tempi di crescita reale e di battaglie sociali anche perché ognuno di noi consegnava mese dopo mesi agli istituti pensionistici cifre di un certo valore monetario per ricevere pensioni che poi scontavano trenta o quarant’anni di inflazione e dunque erano molto meno onerose per essi.

Ecco perché il sistema rischia di non reggere più: grazie proprio alle riforme che sono state attuate e alle illusioni o più spesso malintenzioni che sono state imposte con pervicacia e cinismo. Dunque cosa si può fare se non invocare una diminuzione drastica dell’età media (che in realtà sta già cominciando a calare)? E come si può ottenerla se non “assassinando” quelli che sono usciti dal lavoro attraverso una negazione delle cure, attuato con l’ipocrisia di cui certi killer di socialità sono maetri visto che il colpo alla nuca sarebbe eccessivo per l’immagine e una guerra mondiale vaporizzerebbe in un istante Padoan e tutto l’inqualificabile governo di cui fa parte?


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