Remdesivir: i despoti della truffa sanitaria

Chissà dove sono finiti i teorici dell’uomo – merce o anche quelli che erano rimasti alla semplice mercificazione delle persone dentro il sistema di mercato: sono letteralmente scomparsi o meglio sono stati tolti dagli scaffali delle idee non ammesse, ma concesse come uno spinello nel salotto buono, quando si è trattato di riconoscere che la medesima cosa vale anche per la salute che ormai è concepita in ragione dei farmaci e/o dei sistemi sanitari, e non viceversa come dovrebbe accadere in un universo normale. Il profitto domina ed è ormai il principale sistema diagnostico, anche se il paziente non se ne accorge quasi mai. Ma talvolta si esagera ed è possibile vedere la realtà attraverso gli strappi. Adesso sappiamo che l’Europa ha varato agli inizi di ottobre un piano da 1, 2 miliardi di euro per approvvigionarsi di Remdesivir della Gilead, uno dei partner più vicini alla fondazione Gates e al famigerato Fauci poche settimane prima che esso venisse depennato dall’Oms come cura contro il Covid, visto che quattro studi randomizzati condotti su un totale di 7000 persone hanno stabilito la sua inefficacia.

Una vera sfortuna aver dilapidato tanti soldi per poter usare il Remdesivir venduto al modico prezzo di 2.340 dollari per sei flaconi (3.120 dollari per le assicurazioni private) ora che persino l’Organizzazione mondiale della sanità, lo ha eliminato dalla sua farmacopea Covid, in vista del grande affare dei vaccini.  Ma non è affatto sfortuna: le anticipazioni dei risultati degli studi facevano comprendere già parecchi mesi fa che il farmaco originariamente studiato contro l’Ebola, avesse un’efficacia praticamente nulla contro il Covid. Bastava semplicemente spulciare la letteratura medica per saperlo e infatti il vostro cronista già l’ 8 maggio scorso, in un post intitolato La sporca lotta dei burattinai del farmaco scriveva: “Ora il problema è che il Remdesivir, in varie e diverse formulazioni era stato studiato contro l’Ebola, ma si era rivelato inefficace e lo si stava sperimentando prima della cosiddetta pandemia, sulla Sars, sulla Mers e su alcune forme di epatite. Ma dove è stato messo a punto e studiato questo farmaco? Se ve lo dicessi non ci credereste tanto la cosa potrebbe apparire sinistramente curiosa: nel famoso laboratorio internazionale di Wuhan. In ogni caso la fondazione Bill Gates ha finanziato in tutto il mondo studi clinici sull’effetto del Remdesivir, compresi alcuni in Italia, sebbene il farmaco sia ancora in una fase sperimentale e i risultati siano estremamente altalenanti come pure le quotazioni di borsa della Gilead. Alla fine del mese scorso un rapporto all’Oms,  riservato, ma reso pubblico per errore e pubblicato dal Financial Times, portava pessime notizie: la sperimentazione del farmaco in Cina ha dimostrato che il Remdesivir “non ha migliorato le condizioni dei pazienti né ridotto la presenza del patogeno nel flusso sanguigno”. Ma oltre a non migliorare le condizioni dei pazienti, il farmaco prodotto dalla Gilead ha anche “mostrato effetti collaterali significativi in ​​alcuni individui” tanto che sarebbe stato sospeso in ben 18 pazienti su 158”.

Successivamente altre ricerche hanno confermato questi risultati, quindi quando la Ue ha deciso di stanziare i 1200 milioni per il Remdesivir si sapeva benissimo della sua totale inutilità, anche se non c’era la sanzione ufficiale dell’Oms. Qualcuno adesso tenta di confondere le carte in tavola asserendo che la Gilead non aveva informato del risultato degli studi la commissione di Bruxelles: “La Commissione non ha appreso della scarsa efficacia del remdesivir fino al giorno successivo alla firma del contratto con Gilead”, scrive il British Medical Journal. Ma qui si gioca sporco perché se non altro in via ufficiosa i risultati negativi erano ampiamenti noti. Persino al sottoscritto che non è un virologo, ma una persona seria e molto tempo prima della firma. In due parole, a meno che la commissione non sia formata da 27 scemi dei Paesi membri, si sono lucidamente buttate al vento montagne di soldi per un farmaco che si è rivelato inutile in tutte le patologie per le quali è stato sperimentato. Ma che ha fruttato finora 900 milioni grazie alla pandemia. La tesi della povera commissione raggirata dalla Gilead è pura fantascienza, perché alla fine siamo noi tutti i veri raggirati. Anzi possiamo dire meglio: si è trattato di una mazzetta europea al fronte apocalittico del Covid, alla israelo -californiana Gilead, alla fondazione Gates che lavora da anni in strettissimo contato con questa azienda, a Fauci e insomma ai sacerdoti della paura che tanto hanno collaborato alla stabilità dello status quo globalista sul continente.

Che poi il remdesivir, ( Veklury è il suo nome commerciale) non funzioni è un fatto del tutto secondario: la salute mica è ciò che fa star bene, è ciò che permette i massimi profitti con la minima spesa, e la vicenda della Gilead anticipa e con molta chiarezza e adeguato cinismo quali saranno i criteri con cui verranno gestiti i vaccini.


Te piace ‘o Presepe?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La mia famiglia era acattolica, agnostica, atea, e, per severità combinata con i pochi quattrini, a-consumista. Però un albero, vero, veniva allestito per non far sentire noi bambini “diversi” dagli altri, che di differenze ce n’erano già abbastanza, non mancavano il panettone e i tortellini stesi sul gran tavolo di marmo in cucina, il pranzo coi nonni e le zie nubili che a 15 anni ci volevano persuadere che esistessero Babbo Natale e Befana, mentre noi da secoli capivamo a chi attribuire i modesti regalini già dalla confezione.

Si vede che anche noi avevamo preteso e avuto troppo. Dopo anni di austerità, dopo il recente avvio della campagna di frugalità, anche etica oltre che economica, incarnata esemplarmente dagli abitanti di posti dove mettono le prostitute in vetrina e che si segnalano come i principali produttori, consumatori e esportatori di droghe sintetiche comodamente accessibili online, l’ordoliberismo moralizzatore dell’Europa va a insinuarsi in tutte le pieghe della società facendo buon uso del doveroso stato di eccezione scelto come strategia transnazionale per contrastare il Covid19.

E quindi mentre in Italia ci dibattevamo tra Natale con i tuoi, shopping virtuale responsabile dal divano con le multinazionali e acquisti compulsivi reali presso le stesse multinazionali – che ormai il mercatino rionale e la bottega di quartiere sono morti di covid dopo una lunga agonia cominciata prima, l’Europa ci ha chiesto di mantenere il coprifuoco e soprattutto tener sì le messe ma senza canti. Solo atti di dolore, contrizione, penitenza.

Insomma non si devono alzare inni al signore, levare cori di giubilo e speranza, intonare l’Adeste fideles, commuoversi per figli e nipoti che stonano il “Tu scendi dalle stelle”.

L’indole puntigliosa dei burocrati di Bruxelles non è entrata in particolari, ma possiamo supporre che verranno dettate in tempo per il 24 regole ferree ad impedire che pargoli di quattro anni salgano sullo sgabello per recitare  filastrocche di Natale, ancorché di Rodari, o eseguire una personale interpretazione de Il coccodrillo, davanti a estatici famigliari sia pure in numero di 5 più l’artista. Unica concessione, insieme a performance su Skype, potrebbe consistere nel far sedere il giovinetto   al sintetizzatore per “fra martino campanaro”, in modo da favorire il necessario distanziamento nel rispetto del principio di precauzione, caposaldo europeo, e per ostacola il  disperdersi di sputazzini, goccioline criminali e mocci diffusi dall’ugola e dal naso di piccoli cantori.

E figuriamoci se l’epidemia non avrebbe esacerbato l’indole punitiva dell’Europa, non contenta di accanirsi contro le democrazie e le carte costituzionali, nate da resistenze nazionali colpevolmente ispirate a ideali “socialisti”, non abbastanza appagata dall’aver equiparato fascismo e comunismo, non sufficientemente soddisfatta di avere imposto ai sudditi più scapestrati e riottosi l’imperativa rinuncia a diritti e garanzie in cambio di una incerta sicurezza imperniata, grazie al terrore,   sulla lotta al terrorismo, sul contrasto alle invasioni di uomini e virus, non del tutto paga di aver soppresso, con l’appoggio incondizionato delle vittime, la sovranità nazionale degli Stati in nome di un superpotere sovranazionale, tirannico e feroce.

E infatti il messaggio, così mirabilmente rappresentato in quest’ultima solo apparentemente marginale “restrizione”, è proprio quello di colpevolizzare e quindi interdire tutto quello che riguarda la sfera affettiva, quella sentimentale, quella dei desideri innocenti e delle domestiche aspettative, della socialità, dell’amicizia, pericolosa perchè può suscitare sentimenti di solidarietà e coesione.

Comincia sempre così, si mette in galera il cantante con l’intento di far tacere la sua canzone, si bruciano i libri, si chiudono i musei per circoscrivere il contagio, si recintano i parchi, si limitano la circolazione e le manifestazioni di piazza. È il primo passo indispensabile, prima di proibire anche la denuncia dell’ingiustizia insita in queste misure, se il bello,   il libero, il festoso e anche il sano e salutare, sono invece concessi in regime di esclusiva ai pochi che possono comprarseli, che li hanno in eredità per appartenenza dinastica, che possono servirsene per meriti di affiliazione.

E vedrete se un governo più realista della regina cattiva non rinnoverà l’atto di fede anche con queste baggianate simboliche. È  già tramontata la stella polare del patriottismo che splendeva nel cielo buio dell’epidemia, quello che si sprecava nella lotta di trincea al Covid, esibiva i suoi eroi tirati fuori dalla naftalina in cui erano stati riposti tra tagli e privatizzazioni, mischiava Risorgimento atteso dopo la guerra all’invasore patogeno con la Resistenza dei partigiani del sofà, di Netflix, del “io resto a casa”.

Adesso la conformità di appartenenza, adesione e assoggettamento all’Europa si esprime con la definitiva negazione e abiura di poteri sovrani, con l’accettazione di un meccanismo che non è solo economico e finanziario, ma che ha un valore allegorico, ideologico e culturale,  di affermazione della “verità”  della credenza monocratica e monoteista  dell’Unione.

Ma non gli basta, non basta l’accanimento contro le democrazie, non basta la progressiva erosione della partecipazione come dimostrato dalla pantomima della celebrazione di una cerimonia elettorale per nominare un Parlamento che non ha poteri e competenze legislative, ma che assume una funzione educativa per i partner invitati a intervenire sulle carte costituzionali per replicarne la forma a livello nazionale. Non basta l’imposizione di regole e direttrici pensate e dettate per favorire la trasposizione regionale di modelli imperialistici, con paesi coloniali forti che condannano alla gregarietà e all’assoggettamento i Terzi Mondi interni.

L’ordine “europeo” così cieco e ottuso da non capire che la crisi americana segna la fine dell’impero d’Occidente, imita la Roma in declino, impone la celebrazione le sue divinità della corruzione e della sopraffazione, importa hospites e li mette in competizione col cives, in modo da ridurli tutti più agevolmente in schiavitù, autorizza lussi e piaceri dei potenti e toglie il pane e il tetto alla plebe.

Non abbiamo speranza in Pasquino, trattato da negazionista. E nemmeno nell’arrivo dei barbari, che erano comunque una soluzione. Neppure dei marziani, o dell’intelligenza artificiale, che, essendo appunto intelligente, preferisce non frequentarci.    


Apocalypse Now

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il filone dei colossal apocalittici a cura delle major della “religione della salute” si sta arricchendo grazie alle previsioni di una categoria di profeti millenaristi che potrebbero far ammettere tra le scientiststar anche alchimisti, esoteristi, teosofi, veggenti e avventurieri del futuro, da Cagliostro a Nostradamus e, in omaggio alle quote rosa,  anche la Blavatsky.

Tal Osterholm presentato da Repubblica come autorevolissimo epidemiologo appena nominato membro della Covid 19 Advisory Board non si sa a che titolo da un Biden già presidente non si sa a che titolo, annuncia urbe et orbi che è bene prepararsi: sarebbe in arrivo una nuova pandemia molto peggiore  di quella in corso.

Il numero uno dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus  ha recentemente invitato gli Stati  a investire nei loro sistemi sanitari pubblici, perché sono prevedibili  nuove e tragiche  emergenze. E sempre l’OMS ha lanciato i primi di settembre l’allarme su una malattia mortale che già circolerebbe e rischia di uccidere circa 11 milioni di persone nel mondo ogni anno, tra cui 2,9 milioni di bambini.

Perfino i giornalisti confindustriali si sono convinti che quello che viviamo non sia effetto di un cigno nero imprevedibile e e difficilmente ipotizzabile. Dobbiamo a due di loro la confezione in forma di instant book di quello che hanno definito un agile “manuale antipanico” intitolato appunto “La Prossima Pandemia”, per confermare che l’unico dubbio non è “se sarà” bensì “quando sarà”.

Le Cassandre si sa non incontrano il favore di pubblico e di critica, ma in questo caso qualcuno potrebbe essere rassicurato da questo esercizio previsionale. Conoscere in anticipo serve a prevenire e contrastare. Potremmo addirittura dire che l’esperienza del Covid 19 si deve impiegare, vedi mai, per aggiornare i piani di gestione delle epidemie invece di limitarsi a sbianchettare la data, a rafforzare il sistema di cura, profilassi e assistenza.

Sarebbe già qualcosa, anche se in realtà sarebbe più utile andare alle cause profonde e strutturali, per avviare interventi sul “sistema”. Perché se è solo plausibile  che la gestazione del Covid-19 sia avvenuta a margine di processi produttivi invasivi di tipo agro-industriale, come successe per le tre epidemie  che sconvolsero l’Inghilterra della prima rivoluzione industriale a seguito di importazione di bestiame, per la peste bovina in Africa alla fine del XIX secolo, alla Spagnola, influenza letale che tra il 1918 e il 1920 falcidiò un numero di persone stimato tra i 50 e i 100 milioni, e che con ogni probabilità partì da un allevamento di suini o pollame del Kansas, è invece certo che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e Coronavirus siano collegati. E che vi sia una stretta correlazione tra diffusione di agenti patogeni e il modo di produzione, la manipolazione della natura e lo stravolgimento degli assetti ecologici e della biodiversità che esso determina.

Sicché  il “progresso” che ci fa ritenere onnipotenti  e che permette che un chirurgo a Dallas  operi un paziente a Helsinky,  ci rende impotenti  di fronte ai suoi rischi  di “contagio” effetto della circolazione sempre più ampia degli esseri umani e delle merci, di un’urbanizzazione globale accelerata e spesso nociva, soprattutto delle disuguaglianze che investono la sicurezza sociale anche nei paesi sviluppati. 

A dir la verità gli allarmi si erano già ripetuti  in passato provenienti da scienziati, istituzioni, rapporti dell’OMS, della CIA, del Pentagono, da Bill Gates, Obama, gli stessi che hanno promosso e sostenuto idealmente  le politiche neoliberiste, la precarizzazione della sanità pubblica (soprattutto l’assistenza primaria e i servizi sociali), dando sempre più peso alle tecnologie e alla ricerca farmaceutica  senza investire in vigilanza, prevenzione, pianificazione, educazione,  strutture pubbliche. E che di fronte a questo parossismo provocato dalle loro politiche hanno scelto solo di ricorrere a una soluzione finale che ha prodotto migliaia di decessi tra la popolazione più esposta e vulnerabile, fatta di confinamenti disuguali e discrezionali, di  restrizioni di attività commerciali, sulla base di comandi impartiti da una comunità di imprenditori e di lobby potenti e trasversali e da una comunità scientifica largamente subordinata al profitto e esonerata dal controllo democratico, che ha tollerato e approfittato del fatto che ricerca e sperimentazione si sviluppino nelle aziende farmaceutiche  dove i guadagni si accumulano se la gente si ammala e resta ammalata.

È sicuro che anche queste profezie verranno assorbite dal concerto dodecafonico globale alimentato dalla perenne sorpresa di quelli che accolgono il prevedibile come una rivelazione inattesa. E difatti anche senza aspettare le condizioni per ricevere in forma di partita di giro l’elemosina europea concessa grazie ai nostri contributi alla manutenzione del sogno di Ventotene, sappiamo già come anticipato nella  Relazione tecnica allegata alla Legge di Bilancio, che  «il fabbisogno standard del Fondo sanitario nazionaleè normativamente stabilito solo fino all’anno 2021», che tradotto in termini semplici significa che da 2022 i finanziamenti subiranno un taglio di 300 milioni annui, «per effetto dei processi connessi alla riorganizzazione dei servizi sanitari anche attraverso il potenziamento dei processi di digitalizzazione».

Preferisco non esercitarmi a immaginare come sia possibile che una riduzione degli stanziamenti produca una miglioramento dei servizi e delle prestazioni erogate, a meno che non si perfezionino le diagnosi su Skype, e il “dica 33” al cellulare, il tracciamento con poderose app delle quali abbiamo già saggiato le performance.

Anche se possiamo immaginare, anche senza profeti di sventura, che gli unici potenziamenti prevedibili consistano nell’accelerazione del collasso del sistema di assistenza e cura e nella apoteosi di quello di criminalizzazione degli individui, giovani che vogliono sciare, ballare, incontrarsi e far l’amore, vecchi che vanno a spasso, fanno la spesa, si recano alla posta o finiscono la loro esistenza in case di ricovero pronte a trasformarsi in pericolosi focolai, poveri, quelli più colpiti dalle pandemie se è vero come è vero che già nella prima ondata della pandemia, circa il 70% dei decessi si sono verificati nelle residenze geriatriche, quelle che con totale impunità hanno precarizzato il personale, hanno risparmiato sui materiali di base e sulla manutenzione, hanno ridotto la qualità dei servizi e hanno peggiorato l’assistenza, le condizioni igieniche e di alimentazione.

Non occorre un veggente per sapere che domani avverrà come oggi, che la pandemia ha esaltato le disuguaglianze già esistenti in gruppi sociali che soffrivano già prima di molti problemi e bisogni. Non occorre un illuminato governante per trovare soluzioni che non consistano solo nella colpevolizzazione di comportamenti, stili di vita e in soluzioni biomediche.  Non occorre un visionario per ipotizzare che la vera salvezza non è un vaccino, ma scelte radicali, politiche redistributive, fiscalità progressive, rovesciamento dell’attuale modello privatistico  di welfare nella salute pubblica, nei servizi sociali e nelle cure, investimenti in educazione e sicurezza.

Nove mesi sono pochi per fare la rivoluzione, ma forse sarebbero sufficienti per spendere 120 miliardi per rafforzare la medicina di base e territoriale, per offrire un sostegno ai 450 mila nuovi poveri denunciati dalla Caritas e alle categorie economiche più colpite dai lockdown, per razionalizzare il sistema dei trasporti pubblici, impiegando i mezzi privati che non stanno circolando, scaglionando gli orari di apertura e chiusura di fabbriche, negozi, uffici, scuole.

Nove mesi sono abbastanza per mettere ordine in enti e istituzioni, dalle regioni ai comitati e agli organismi scientifici che hanno dimostrato criminale incapacità o interessi opachi, allo scopo di coordinare risorse umane e sforzi per mettere a punto protocolli di cura, anziché affidarsi alla funzione demiurgica e salvifica del vaccino.

Nove mesi sono pochi per ridare alla scuola la sua funzione pedagogica e il suo carattere educativo, sociale e civile, ma bastano per il rispetto di un diritto, quello all’istruzione,  fondamentale quanto quello alla salute e al lavoro.

Nove mesi dovrebbero bastare per diventare sospettisti, guardarsi dei regali dei filantropi tra miliardari e governi che hanno indirizzato da anni risorse verso il brand sanitario:  OMS-WHO hanno goduto  di finanziamenti privati che hanno superato largamente quelli pubblici, le multinazionali della distribuzione, Amazon in testa, oltre a costituire fondi e assicurazioni di settore per sfruttare due volte i dipendenti, hanno allargato banco e scaffali della farmacia online.

Nove mesi sono abbastanza per esigere una comunicazione politica e una informazione scientifica libere dalle dinamiche del terrore, della minaccia, del ricatto e della punizione, che per quelli bastava leggersi l’Apocalisse.   


Il romano fascista: credere, obbedire, vaccinarsi

Gratta gratta e si scopre che i veri fascisti sono proprio quelli che fanno mostra di antifascismo e magari si appuntano medaglie di cartone sui baveri di sartoria, sono loro che si sono seduti sulla pancia dello stato di diritto e lo vogliono soffocare. E’ di qualche giorno fa la sparata del deputato piddino Andrea Romano il quale nel corso di un’intervista alla 7  si è armato di manganello e di olio di ricino e ha detto: “Se ci saranno ancora quelli che lavorano contro i vaccini, quelli lì andranno zittiti, non bisognerà nemmeno dare loro il diritto di parola, lo dico a tutti, giornalisti, politici, tecnici, perché davvero non scherziamo più”.  Naturalmente nel linguaggio deforme del deputato lavorare significa semplicemente mostrare le incognite di vaccini non sperimentati che del resto vengono evidenziate da centinaia di scienziati, ma al romano fascista questo non importa nulla, perché la sue verità sono esclusivamente i suoi interessi, vuoi politici, vuoi di altra natura, ammesso che ormai esista una qualche significativa differenza.  Dunque la libertà di parola deve essere abolita dice il banale interprete dello spirito del tempo e mentre si può anche sopportare qualche stonatura sugli articoli della fede pandemica, con i vaccini si tratta di toccare i soldi della questua e questo davvero non si può tollerare.

In questo clima  di veleni e di paura nel quale la Costituzione viene stracciata tutti i giorni dai più immondi figuri, compresi quelli che non parlano in sua difesa e tacciono come sepolcri imbiancati, la dichiarazione non mi avrebbe impressionato più di tanto, se non fosse che Andrea Romano non è uno di quelli pescati nel demi monde della piccola borghesia delusa, ma incapace di liberarsi perché vittima della deculturazione politica liberista, è invece un personaggio che viene da lontano, come si sarebbe detto un tempo, prima di approdare al più volgare trasformismo; è insomma in  qualche modo anche lui un’autobiografia del declino della sinistra italiana. Dopotutto è anche docente universitario di storia contemporanea, sebbene arrivato alla cattedra per peso politico e familiare ( l’ex moglie, Marta Craveri era figlia di di Pietro Craveri, illustre storico, barone universitario nonché nipote di Benedetto Croce). Ma diciamo che la sua docenza non è certo scandalosa come quella di molti politicanti accademici: in fondo ha passato quattro anni in Russia ad approfondire la storia dello stalinismo di cui poi ha ampiamente scritto e che magari ora vorrebbe praticare sulla nostra pelle. Sì perché Romano, rampollo di una famiglia più che agiata, con interessi nella marina mercantile , ha studiato prima presso i salesiani come ben si addice all’alto borghese italiano. poi al liceo si è accostato alla sinistra e ha preso la tessera della Fgci (federazione giovanile comunista),  cosa che adesso nega, ma che è evidente dai ruoli che ha ricoperto dentro questa organizzazione. Poi è andato a studiare Storia a Pisa e nel 1989, non appena caduto il muro di Berlino è andato in Russia a studiare da vicino la traiettoria del comunismo.

Tornato a casa dopo questa campagna di studi, il Pds lo inserì come ricercatore nell’Istituto Gramsci, sinedrio degli studi sulla storia del comunismo, ma quando D’Alema, alla ricerca affannosa di una nuova visione, si spostò sul blairismo  lui immediatamente divenne l’agit prop di una socialdemocrazia così annacquata da sembrare gemella del neoliberismo e fu tra i fondatori e poi direttore del think tank dalemiano Italianieuropei. Per celebrare il passaggio scrisse anche un libro peana du Blair, ma non calcolò bene i tempi della trasformazione, fece un passo troppo lungo in direzione di quelli che erano stati gli antichi avversari e così D’Alema non lo candidò a deputato dando inizio a una intemerata carriera di voltagabbana, prima con l’avvicinamento a Rutelli, poi a Luca Cordero di Montezemolo che lo volle direttore di Italia Futura, illustre pensatoio dei non pensanti e in tale veste fu candidato nella lista Monti nel 2013. Entrò in Parlamento dichiarando che il montismo era l’avvenire, ma dopo il disastro del partito alle europee, scappò nel gruppo misto dichiarando che era cambiato tutto, che lui si limitava a seguire i suoi elettori e infine approdò al Pd e al renzismo. Adesso è diventato il duce del vaccino, non prima però di essere stato un valoroso combattente a fianco della Nato contro le cosiddette fake news tanto che nelle cronache è rimasta questa folgorante dichiarazione: “La Nato, l’organizzazione internazionale che ci tutela in qualche modo dal punto di vista militare, è da qualche anno che investe soldi contro le fake news, ma non tanto per fare censure ma perché esse rappresentano uno strumento di conflitto geopolitico normalmente organizzato dalla Russia.” Uno così, uno capace di dire queste cose, dovrebbe andare a nascondersi e invece vuole mostrare a tutti il suo abito da Arlecchino, sempre stirato di fresco e inappuntabile.

Come si vede Andrea Romano non è un tizio qualunque: è al contrario l’emblema di una sinistra che ha dimenticato del tutto il marxismo, ma ha conservato il leninismo, che in questo contesto diventa mera espressione di elitarismo antipopolare. Anzi di vero e proprio fascismo e questa volta non scherziamo.


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