Premiata fabbrica della paura

Roland ToporAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono due modi di guardare la televisione. Uno è quello che usiamo quando le immagini che scorrono riguardano i nostri “simili”, gente come noi, che magari festeggia una ricorrenza, che va a un concerto, che fa la spesa al supermercato. E ce n’è uno meno partecipe, più assuefatto se a passare sono sullo schermo sono le carneficine degli “altri”, troppe, con troppi morti, con troppo sangue come fosse un film di Tarantino prima dell’arrivo di Wolf, con troppo silenzio, perché pudicamente ci risparmiano le grida, i lamenti, i pianti che potrebbero urtare la nostra delicata sensibilità.

Nessuno è davvero immune da questa app non certo nuova  delle disuguaglianze, che abbiamo già scaricato per essere informati correttamente grazie ai tag appropriati: stragi, terrorismo, disadattamento, frustrazione,  Islam, civiltà superiore, barbarie, fondamentalismo, sicurezza. Ma cui potremmo aggiungere anche bambini, anche quelli differenti, quelli degli “altri” troppi, destinati a essere, quando hanno la fortuna incerta di  crescere, una minaccia per la sicurezza, il lavoro, le cure,  tanto da preferirli invisibili, ma se ci vengono rinfacciati dalla storia – che la cronaca è cauta e composta –  quando galleggiano sulle acque del Mediterraneo, allora reclamiamo pudore, riservatezza, rispetto più che per loro, per la nostra impressionabile emotività di appartenenti a una scrematura di umanità più evoluta, che si presta più volentieri alla filantropia, alla carità sul numero verde e via sms che alla responsabilità, alla solidarietà e alla riprovazione per chi li ha condannati a morte per annegamento, fame, guerra promosse e finanziate da noi. Per via di quel corto circuito per il quale li bombardiamo e poi mandiamo crocerosse e volontari a mettere le bende, mentre altri attori della “nostra” parte stringono accordi commerciali, per sfruttare profittevolmente risorse, per depredare ricchezze e territori, per spostare eserciti di schiavi, per commercializzare il nostro brand più produttivo presso target dei quali sappiamo nomi e facce.

Potremmo aggiungere anche pianto e compianto, anche quelli differenti, se a cadere come pupazzi cui si è allentato il filo non sono “occidentali”, se, peggio che andar di notte, sono musulmani colpevoli di essere nati dalla parte sbagliata e quindi di professare una fede sbagliata  incompatibile con le democrazie che rispettano le altrui opinioni, le donne, i diversi, anche quando cadono sotto i colpi di strani alleati, come in Siria o in Libia, per mano di “ribelli moderati”, sgozzati non da disadattati poco inclini al gradimento delle nostre magnifiche sorti e progressive, non da picchiatelli in cerca di un cappello o una bandiera che nobiliti la loro vendetta, ma bombardati  da macellai vestiti come i commessi di Prada, scesi da fiammanti Toyota, addestrati in campi militari in odor di Nato, preparati non solo nella comunicazione e nel marketing delle loro performance, ma anche nelle tecnologie dello spettacolo più innovative, come Hollywood insegna.

È perfino banale osservare che tutto si tiene, che la somministrazione quotidiana della cura della paura ordinata per farci dimenticare quelle più “nostre”,  miserabili e quotidiane delle tasse, della rinuncia imposta a diritti e garanzie, della riduzione di assistenza e della previsione di un futuro che non sia una oscura intimidazione, della perdita di prospettiva per noi e le generazioni a venire, è promossa da una industria della minaccia, dal grande racket globale che ha normalizzato la violenza imperialista e le sue guerre, per esaltare invece quella “anomala”, atipica, perché colpisce chi si sentiva indenne, inviolabile, in modo da dargli una nuova abitudine, quella ad altre  volontarie e inevitabili restrizioni della libertà, dell’autonomia, da aggiungere a quelle obbligatorie intimate dall’austerità.

Patriot Act, tempi della carcerazione preventiva, stato di urgenza, sono fatti apposto perché l’aspirazione alla sicurezza, qualsiasi cosa voglia dire, metta in ombra quella alla giustizia. Qualcuno chiede che tra le riforme epocali per l’opportuno aggiornamento della Costituzione si collochi anche l’inserimento di una norma precisa a tutela della Sicurezza dello Stato, dando modo alla squinzia istituzionale di collegare indissolubilmente il Si al referendum alla lotta al terrorismo, che si manifesterebbe ormai anche con l’espressione di dissenso e critica e addirittura con l’abuso del diritto di voto, in una fanatica orgia partecipativa. E offrendo all’inestinguibile e truce fiume di nefandezze che escono dall’orifizio di Giovanardi di pronunciarsi per una salutare revisione, in vista di una ancora più salutare repressione a tutto campo: “è utopistico pensare che si possa essere tutti uguali di fronte alla legge come prevede la Costituzione scritta nel ’48, quando non c’erano l’immigrazione e il terrorismo”.

Alla contrazione dei consumi voluttuari, prodotta dall’impoverimento cui siamo stati obbligati come punizione per passate dissipazioni, si sta sostituendo l’impennata dei consumi dei vari prodotti offerti dal mercato della paura. Sarebbe ora di inscenare uno sciopero, una forma di disubbidienza, cominciando a distinguere, a pensare, a fare la differenza, ma quella giusta e buona.


Si sono mangiati la Fiat

fiat(1)La Fiat è definitivamente olandese. Con il trasferimento anche della holding del gruppo, la Exor, nei Paesi Bassi, dove grazie alle regole assurde, contraddittorie, persino banditesche della Ue, supinamente sottoscritte dai nostri governi, si pagano meno tasse, si conclude definitivamente la storia del gruppo in Italia. Vanno in fumo le colossali cifre di denaro pubblico grazie alle quali gli Agnelli si sono immensamente arricchiti, hanno potuto costruire modelli spesso non in linea con la concorrenza, ad alto profitto aggiunto si potrebbe dire , hanno ottenuto dai governi che nessun altra azienda automobilistica si impiantasse nel nostro Paese dopo aver fagocitato le altre marche nazionali. Secondo i calcoli fatti in diversi libri e riassunti a suo tempo da Maria Rosa Calderoni, questa cifra si aggira in complesso sui 220 mila miliardi di lire, (110 miliardi di euro) senza tenere però conto delle aziende non automobilistiche del gruppo, ma dipendenti dal suo potere, che hanno fatto man bassa di appalti, naturalmente con la consueta e stratosferica moltiplicazione dei costi. Per non parlare del danno collaterale che ha causato all’Italia il mantenimento di un monopolio di fatto, costruito sull’opacità del rapporto affari politica. Quindi facendo il calcolo dell’inflazione quella cifra sale agevolmente a un quarto del debito pubblico del Paese.

Oggi siamo all’ultimo atto di una lunga fuga che va avanti da almeno 15 anni, tentata prima con la General Motors e concretizzatasi in uno dei modelli più brutti dopo la Duna mai costruiti della Fiat, secondo disegni americani, ma realizzata poi da Marchionne con la inopinata e sospetta chiamata al salvataggio della Chrysler, un’azienda in crisi da sessant’anni, che l’amministrazione di Washington era riuscita ad imporre come partner prima a Peugeot e poi a Mercedes con risultati disastrosi. Così ora il fulcro progettuale è in Usa, le tasse vengono pagate in Olanda, persino i resti della produzione, ad eccezione parziale della Panda e della 500, ultimi prodotti autoctoni vengono fabbricate e anche progettate altrove, in Serbia e in Turchia. Ma l’uscita dall’Italia, con tutto ciò che comporta in fatto di tecnologia, progettualità e lavoro non solo non è stato frenato o quanto meno regolato da un ceto politico di livello morale e intellettuale a dir poco indecente, ma addirittura favorito. Ricordate quando, con dietro il coro demente della vasta area di italiani imbecilli che si gonfiavano il petto per la conquista della Chrysler, veniva asseverato che così la Fiat aveva ora uno spazio più ampio, poteva competere sul mercato globale, che Marchionne poteva finalmente avere ragione dei sindacati sempre ostili alla competitività e che comunque non ha importanza se la proprietà di un’ azienda abbia riferimenti o meno al Paese dove c’è il suo mercato principale? Insomma tutte le fesserie più viete e grossolane della vulgata liberista accompagnate dalla farsa dei piani di rilancio, palesemente fasulli ma accreditati via via da Berlusconi, da Monti, da Letta e infime da Renzi, il più entusiasta,  oltre che dai sindacalisti della Cisl ottenebrati dalle promesse di rimanere in Italia da parte dei due minus habens John e Lapo. Il risultato è che ormai non si immagina e si progetta, ma si assembla e basta con la riduzione continua di manodopera, l’abbandono degli stabilimenti, la fine di tutto un circuito di lavoro e di saperi.

L’unica consolazione è che il progetto, del tutto incoerente e pensato in termini finanziari più che produttivi fa acqua da tutte le parti e il gruppo, nonostante il tentativo da parte dell’informazione italiana, ancora servizio della ex corte di Torino di edulcorare la pillola, anzi di cambiarla con un placebo, è ormai in crisi: ha perso terreno rispetto ai concorrenti e produce due milioni di auto in meno rispetto ai 6 e mezzo milioni  preconizzati nonostante una temporanea ripresa del mercato prima in Usa e poi in europa: cioè la metà della Toyota senza contare Lexus e Daihatsu  Altro che balle e vendite che volano come ogni mese scrive la  stampa che conta, ma evidentemente non sa contare ed pronta ad avvalorare qualsiasi balla che venga da Marchionne: nel 2015 la Fiat ha perso il 12, 2%, la Dodge l’8,6%, mentre c’è stato un aumento della Jeep che comunque ha sempre numeri relativi e della Ram che di fatto produce solo un pick up e dunque ha un mercato di nicchia in gran parte limitato alle campagne americane. E adesso che è finito il boom delle varie interpretazioni della 500, quelle costruite in Serbia, l’uomo col maglioncino si appresta a licenziare un terzo degli operai della fabbrica di Kragujevac. In ogni caso tutti gli investimenti veri vengono fatti in Usa e la Fiat non è altro che un’appendice, per trasformarsi in nulla con l’inevitabile prossima confluenza del gruppo nella General Motors.

Naturalmente l’esodo in Olanda, nell’immediato, avrà come effetto una diminuzione del Pil oltre che dei soldi incassati dall’erario, ma a guardare più lontano si tratta della spinta definitiva alla deindustrializzazione del Paese, alla sua progressiva marginalizzazione e trasformazione in Paese agro mafioso, colmo di obnubilati che  studiano inutilmente comunicazione ed economia, come comanda la moda e hanno come sogno supremo quello di andare a fare i servi a Londra. Ecco la vera catastrofe.

 


L’autostrada del Mozzarello di bufala

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio l’età dell’oro per l’industria del falso, che ogni giorno concepisce e genera nuovi prodotti,  anche grazie a dinamici manager e creativi azionariati infaticabili nella promozione e commercializzazione dell’unico brand che non teme la crisi, anzi se ne giova.

A un livello provinciale, modesto e proporzionato alla statura del personaggio, il presidente del Consiglio –  quello che ha festosamente tagliato il nastro per l’inaugurazione di un’opera così vecchia da essere crollata, così che è stata spacciata per “vernice” la riapertura di un tratto stradale rimesso su alla bell’e meglio dopo il disastroso e rovinoso accidente – ha annunciato pubblicamente e con orgogliosa pompa mediatica che il 22 dicembre saranno terminati i lavori della Salerno Reggio Calabria, data fausta, probabile nuovo giorno della memoria collettiva a celebrazione di un governo che sa mantenere le promesse.

“Mi accusano di fare sempre il racconto in positivo, di raccontare solo le cose belle”, ha detto il burbanzoso giovanotto inaugurando il nuovo tratto dell’A3 tra Laino Borgo e Campotenese nel quale si trova il Viadotto Italia.

Non è così, semmai lo accusiamo di raccontare solo balle: perfino la stampa più agiografica ed celebrativa ammette che in realtà, saranno completati soltanto  i lavori avviati per l’ammodernamento dell’autostrada. Già si sa che resteranno fuori dalla grande impresa ingegneristica cinquanta chilometri. Dove? Ma tutti in Calabria. Perché? Ma perché non è che sono finiti i lavori, è invece finito lo stanziamento dei fondi e il vecchio tracciato resterà invariato.

Ma l’impresario delle patacche prosegue imperterrito, rivolto ai disfattisti e ai riformati della guerra dell’ottimismo e del Fare contro il nichilismo del brontolare e dell’obiettare:  “Ogni giorno qualcuno vi dirà che non ce la si fa, e noi tutti i giorni dimostreremo che invece si può fare. Poi c’è la maggioranza degli italiani che tutte le sante mattine si svegliano, si spaccano la schiena, sperano che il Paese vada meglio e fanno la loro parte perché sia così. A quest’Italia, che si spacca la schiena a fa la sua parte perché il paese vada meglio,  dico che questa autostrada è un simbolo: come l’Expo, come la Variante di Valico”.

Non avevamo bisogno di questa conferma tramite l’ennesima bufala,  per riconoscere il valore simbolico dell’opera infinita.

Come l’Expo, la più vergognosa “sòla” ai danni del paese affamato per celebrare affamatori, multinazionali predatorie e inquinanti, norcini di campagna promossi a fornitori della real casa, cordate di imprese in odor di mafia, mediatori all’opera per speculare acrobaticamente su aree comprate a caro prezzo e condannate all’abbandono, anche quella dichiaratamente più dannosa che inutile, voragine nella quale è precipitata la megalomania dei potenti, insieme all’illusione di profitti e visibilità internazionale.

Come la Variante di Valico, investita anche quella da un nuovo scandalo oscuro quanto prevedibile, infiltrata dalla criminalità e criminale per l’impatto futile e superfluo sull’ambiente e l’assetto del territorio, un grande “buco” finanziario se l’intervento che doveva rappresentare l’allegoria felice dell’impegno condiviso delle dinastie imprenditoriali italiane tutte concordi nell’investire sull’ambizioso progetto è stato invece interamente finanziato dallo Stato, quindi da noi. Ambedue le opere, come tutte le piramidi dell’avvicendarsi di faraoni tracotanti quanto inadeguati, via via si sono “adeguate” ai tempi, alla crisi, all’erosione dei fondi divorati dall’avidità delle imprese costruttrici e dalla pratica vorace della corruzione, soggette a patetici camouflage per nascondere le magagne ma anche per accreditare aggiustamenti ragionevoli, compensazioni ecologiche, lungimiranti variazioni  del tracciato o del plastico originari, mentre la ponderata assennatezza è attribuibile solo alla mancanza di quattrini causata dalla opaca lievitazione dei costi.

Ambedue, come tutte le Grandi Opere, i Grandi Eventi, i Grandi Ponti, le Grandi Autostrade, Grandi Olimpiadi,  fin dall’origine non trovano risposta ad un quesito di fondo: perché? A quale scopo, salvo il solito mantra da “ce lo chiede l’Europa” a l’Italia non può restare indietro nella corsa futurista del progresso e della modernità, si spendono tutti questi soldi pubblici? A chi giova?

La risposta ormai c’è e le bugie della pinocchiede di governo non possono nasconderla: servono al patto opaco, stretto per alimentarsi a vicenda, tra politica e affarismo, servono a soddisfare le richieste sempre più impetuose e prepotenti del settore privato la cui egemonia è sancita da leggi, sistemi per legittimare malaffare, corruzione, aggiramento di controlli e regole, servono a coprire alleanze oscure tra aziende e istituti finanziari apparentemente legali e la malavita organizzata, legati dagli stessi intenti e che operano con le stesse modalità.

E non è un caso se dal tracciato d’oro dell’infinita autostrada resta fuori proprio la Calabria: quelli che l’anno dissanguata, umiliata, tenuta sotto il giogo criminale, hanno trasferito il loro business in piazze più fertili.

 


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