Più Nerone di così

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupisce più di tanto che nel pantheon del Ministro dei Beni Culturali ci sia anche un mediocre suonatore di cetra affetto da patologica megalomania. Il ministro Franceschini ha già più volte dimostrato di essere un sostenitore di una rovinosa valorizzazione di monumenti e paesaggi, convertendoli a fini commerciali in ambientazioni per circenses, location per eventi e convention, anche grazie a un disinvolto regime   di  “affidamento”  quando non di comodato, a mecenati selezionati tra norcini reali e dinamici calzolai.

A lui dobbiamo alcune proposte creative perfettamente coerenti con l’ideologia che ha ispirato il suo slogan “Very Bello” , entrato ormai nella leggenda: la trasformazione della Magna Grecia in un polo del golf, nello spirito che ha animato la candidatura per la Ryder Cup, che, come si evince dall’articolo 65 della bozza di decreto legge ‘Disposizioni urgenti in materia di finanza pubblica” in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale,  potrà godere relativamente alla parte non coperta dai contributi pubblici, di una garanzia dello Stato per un ammontare fino a 97 milioni di euro.

O anche come la metamorfosi del Colosseo, riverniciato a cura dell’illustre sponsor dei suoi stivali, in futuro palcoscenico per gladiatori e leones e per eventi mediatici in stile son e lumière, grazie anche allo stanziamento di 18 milioni pubblici supplementari, per realizzare un’opportuna copertura, come nei cine estivi della riviera romagnola e come, col suo suffragio, avverrà all’Arena di Verona col proposito di farne un bel palasport. O il ristorante extra lusso sul Palatino per accontentare gli appetiti più esclusivi suscitati dall’Expo milanese.

Per non dire dell’appetitosa mutazione di musei e gallerie in aziende profittevoli in virtù dell’esperienza di marketing di manager dinamici e  innovativi, maturata in imprese commerciali internazionali. E con una particolare competenza  nell’export, valore in più necessario, pare,  per incrementare la somministrazione oltreoceano di opere e reperti in mostre e grandi eventi che dovrebbero ridare lustro alla nostra credibilità all’estero, ingiustamente messa in discussione da organizzazioni superciliose e occhiute.

Eh certo, da cosa nasca cosa:  esposizioni e fiere, comprese quelle dei salami e della porchetta come veicoli di propaganda del nostro secondo Rinascimento feat Renzi, rappresentano una passerella auspicabile e gradita per chi ha fatto suo quello sciocchezzaio infame della cultura come il petrolio, cui attingere con le trivelle dello sfruttamento speculativo, aprendo ai privati nella duplice e concorde veste di non disinteressati mecenati  come da avere di acquirenti, come dimostra un provvedimento “facilitatore”, concordato con quelle il ministro  ha benevolmente definito “associazioni di settore”, cioè il mercato dell’arte: mercanti, galleristi, case d’asta, assicuratori e trasportatori,  impegnati a ubbidire al leggendario imperativi di Renzi secondo il quale Uffizi, musei, arte devono diventare macchine per fa cassetta.

E a chi riferirsi idealmente dunque, se non a Nerone, alla cui figura è ispirato  il musical “Divo Nerone — Opera Rock”? un  mega show che ha trovato, anche grazie al suo patrocinio, lo scenario giusto nell’area di  Vigna Barberini all’interno del sito archeologico del Palatino, che ospiterà una struttura di   36 metri di larghezza, 27 di profondità e 14 di altezza,  una platea di 480 poltrone a 180 euro, imponente impianto audio e di illuminazione e, infine tre file di gradinate per la plebe da 45 euro,  con fitto a prezzo stracciato, per la spettacolare ambientazione, di soli 250 mila euro a fronte del vantaggio prelibato di far allungare di un giorno la permanenza di succulenti visitatori all inclusive.

Eppure con questa ulteriore referenza nel curriculum il Ministro ha avocato al suo dicastero la gestione assolutistica e il controllo scientifico, organizzativo e economico del sito archeologico del Colosseo, espropriando il  Comune di Roma di quello che non è solo uno straordinario frammento  di un ineguagliabile patrimonio storico, artistico e culturale,  ma un vero e proprio pezzo di città.

Alla reazione del sindaco di Roma e alla sua rivendicazione sacrosanta di autonomia, che dovremmo aspettarci anche altrove, a Venezia come a Firenze, Franceschini ha risposto con la stizza di chi si è visto rompere le uova nel paniere delle sue relazioni con privati, mercato, con la macchina degli organizzatori di eventi e della pubblicistica, della comunicazione e dell’advertising monopolistiche collegate, con gli sponsor, affittuari e compratori  dai quali lui e sindaci del passato e del presente si sono recati in missione col la valigetta del campionario.

A reggere il canestro insieme al ministro c’è il solito stuolo di reggicoda, chi impiegato nell’opera di diffamazione, purtroppo in altri casi meritata, della giunta Raggi, chi direttamente interessato, chi contaminato dalla volgarizzazione e mercificazione della cultura che dovrebbe essere obbligata a abbassare i suoi livelli per scendere a quelli del popolo bue: circenses senza pane, Mozart retrocesso a jingle negli spot del brandy, Divina Commedia erogata dal buffone, proprio come  la Costituzione d’altra parte, buona per essere divulgata nei biglietti dei cioccolatini da regalare il giorno della Memoria della Democrazia e della Bellezza.

 

 

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Venezuela, Vive la Difference anche all’ALBA

maduroPurtroppo è sempre più facile vergognarsi di essere italiani. Per esempio oggi i francesi vanno alle urne e circa un venti per cento di loro voterà, stando ai sondaggi per Jan – Luc Melenchon il quale tra le cose dette in campagna elettorale ha anche proposto un avvicinamento se non una partecipazione diretta della Francia ad ALBA, ossia all’alleanza bolivariana per i popoli dell’America, invisa a Washington e a quei manifestanti simil Maidan che stanno scatenando la violenza in Venezuela, che ammazzano cercando di dare la colpa al governo, secondo un copione ben sperimentato e ormai classico. Invece noi abbiamo il redivivo Renzi, sempre presente quando c’è da affermare la natura matrigna del suo essere, che straparla di libertà in un Venezuela dove qualcuno ha scatenato la violenza cercando di fare la parte della vittima. E l’ometto riesce a mettere in mezzo nella sua accusatio non petita  persino piazza Tienanmen la quale ovviamente non c’entra assolutamente nulla, di cui ha sentito solo parlare dalla propaganda occidentalista che dallo scontro di due fazioni del partito comunista ne ha tratto una instant saga  i cui termini, da allora ripetuti e rivisti all’infinito, sono assolutamente  equivocati dalla banalità delle narrazioni americano – occidentali.

Così adesso basta che qualcuno si metta davanti a un blindato dei cattivi designati da Washington, specie se si tratta di una nonnina o di qualche altra figura atta a suscitare patetismo ed empatia, che immediatamente scatta nelle menti più elementari e rozze la semplicistica metafora cinese. Certo se qualcuno si mette davanti ai corazzati quelli dei buoni, la cosa cambia totalmente aspetto, si tratta di violenti, di black bloc, di terroristi, di gente che attenta all’ordine costituito e che deve essere assolutamente repressa con tutti i mezzi tanto che i dispositivi d’ordine poliziesco e di blindatura di intere città sono salutati come segno di progresso e di efficienza. Era inevitabile che anche Renzi fosse in questo coro di voci bianche, di castrati della politica e delle idee, di burattini intenti a ripetere eternamente le loro verità di comodo insieme a tutta l’informazione mainstream. Solo che quest’ultima ha ancora abbastanza le mani in pasta nel processo di creazioni della “verità” da vergognarsi di quello che scrive: la ” guerra civile” venezuelana contro Maduro, così simile negli obiettivi e nelle modalità a quella ucraina ucraina e “vera” come quella siriana, viene asseverata, ma sempre attraverso articoli anonimi. Del resto viviamo in un mondo anonimo e allo stesso tempo, per necessaria compensazione mitopoietica, strapieno di eroi sospetti  di cui in questi giorni abbiamo qualche esempio.

Ecco la Francia, benché investita anch’essa dall’orwellismo mediatico è un Paese dove persino un candidato alle presidenziali e non solo qualche blogger sconosciuto, può ancora dire qualcosa contro la menzogna istituzionalizzata, può esprimere il dissenso cognitivo sempre più denso e drammatico, mentre noi siamo costretti a essere pestati dai prodotti digestivi di un trentennio di rimbambimento collettivo, dove è ormai impossibile qualsiasi discorso con un minimo di serietà. Un Paese che ha perso la voce e si esprime a flatulenze.

 


Oui, je suis Melenchon

Jean-Luc Melenchon of the French far left Parti de Gauche and candidate for the 2017 French presidential election, attends a political rally in Toulouse, Southwestern FranceFossi francese domani mi alzerei all’alba per andare a votare Jan – Luc Melenchon, il candidato a sorpresa delle presidenziali francesi che finalmente rappresenta una sinistra ribelle ai dikat della finanza e al tempo stesso libera anche dai suoi tic residuali che le hanno impedito di riconoscere tutti i mali connessi alla moneta unica e alla perdita di sovranità, di vedere che tra internazionalismo e cosmopolitismo capitalista c’è una differenza come dal giorno alla notte, di avvertire che la dialettica attuale è tra democrazia popolare e neo fascismo finanziario, lasciando la prima in balia delle destre.

Naturalmente sarà un miracolo se Melenchon arriverà al ballottaggio e un prodigio se dovesse insediarsi all’Eliseo, ma già è straordinario il fatto che da candidato di contorno, accreditato del 10% scarso, sia arrivato in pochi mesi ad essere un competitore alla pari, anzi potenzialmente il più forte se i falsi socialisti hollandiani non avessero presentato un merlan frit ovvero un pesce lesso detto in italiano, giusto per non dover ammettere che il loro vero candidato è Emmanuel Macron, l’uomo di Rothschild, quello che tre giorni fa  in un dibattito televisivo,  ha scambiato la Guiana francese per un’isola. L’informazione di tutta Europa dà conto di questa straordinaria ascesa, ancor più significativa perché raggiunta dentro un’opaca congiura del silenzio mediatico, ma evita di darne una qualunque spiegazione che non consista nella debolezza del candidato ufficiale socialista, dedicandosi alla demonizzazione del nuovo “pericolo comunista”. Ma cita solo di straforo le posizioni di Melenchon intenzionato a rivedere tutti i trattati europei, compreso quello di Maastricht, ad acquisire autonomia rispetto alla Nato, a lavorare per una costituzione più democratica e meno presidenzialista, a rivendicare il primato della politica sul mercato e ad uscire dal meccanismo europeo se si rivelerà impossibile riformarlo fin dalle radici. Spiegare tutto questo, dire qualcosa che vada oltre la squallida velina quotidiana, significherebbe aumentare il consenso invece di contenerlo.

Lo evita perché Melenchon è la contraddizione vivente delle argomentazioni – chiamiamole tali, anche se si tratta per lo più di slogan – che il potere neoliberista agita contro chi gli si oppone: o noi oppure le destre e i populisti, qualunque cosa si voglia intendere con questa espressione.  Bene adesso non è più così, anche la sinistra entra in campo e alla fine lo spazio per il cosiddetto centro e per i suoi giochi al massacro in favore delle oligarchie comincia a ridursi. Un successo di Melenchon, Isis permettendo (si fa per dire Isis)  riporterà al centro del dibattito i bisogni reali scalzando le fumose parole d’ordine delle elites di comando, rendendo più difficoltoso il loro ricatto che si esercita non solo sul lavoro, non solo sul mercato, ma anche con più tragici mezzi e mettendo in luce che la sovranità, ovvero lo spazio dei diritti e della cittadinanza, non ha nulla a che vedere con le chiusure del nazionalismo come troppo a lungo hanno detto cattivi maestri a pessimi alunni.  Del resto è proprio a sinistra (intesa come complesso di pensiero, non come la miserabile etichetta di questo o quel partito) che si trovano le aspirazioni a una società diversamente orientata rispetto a quella dominata dal capitale e dal mercato. Insomma si apre una nuova strada finora tenuta ben chiusa dagli eredi degeneri delle sinistre storiche ormai scomparse.

Il terremoto si farà sentire ovunque, probabilmente persino nell’Italia agonizzante, tornata papalina e baronale come pare di capire dalle uscite ottocentesche di alcuni parvenu dell’opposizione che più parlano e più si rivelano inadeguati. Poca cosa comunque se il mondo del lavoro e della produzione, ancora molto forte numericamente, non troverà nuovi strumenti collettivi per ridiscendere in campo.


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