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Roma Ball Club

onAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi duri per chi non è a suo agio nel “progressismo” liberal e nemmeno nello schieramento indicato come “populista”: in nessuna delle due tifoserie alberga il mutuo riconoscimento democratico,  men che meno il coltivare l’idea – considerata velleitaria e visionaria, di una alternativa allo stato di necessità e alla imprescindibilità della realpolitik. Tempi duri per chi si rifiuta di fidelizzarsi a uno dei due club di ultrà, per chi è recalcitrante ad aderire sotto coercizione morale, e per i mai contenti, che rifiutano l’arruolamento e si sentono addirittura autorizzati a esprimere critica con pari forza agli uni come agli altri, differenti, con buona pace dei crociani da tastiera, più nella forma che nei contenuti, gli uni primitivi e irrispettosi, gli altri più manierati nell’uso delle armi.

Per questo non posso compiacermi che ormai Roma sia come Palermo, dove il problema è il traffico. E non mi riconosco nella manifestazione aperta al popolo romano del web che si terrà il 27, partita da un gruppo di Facebook, “per dire basta al degrado della Capitale” in un evento “senza colore politico”, etichetta quest’ultima fortemente dissuasiva per chiunque rimpianga un colore e soprattutto abbia nostalgia della politica.  E che chiama a raccolta i “cittadini che sono stanchi, a quanto si legge sulla pagina di Tutti per Roma, Roma per tutti, di doversi sobbarcare le lacune di un’amministrazione”. Sulla pagina si possono vedere articoli e foto scattate dagli utenti sul degrado della capitale e un video che ha avuto più di 25 mila visualizzazioni  e che in meno di due minuti  informa  lo spettatore “sull’enorme momento di disagio vissuto da Roma, inguardabile vestita com’è di buche e spazzatura”. E infatti il 27 in piazza oltre a striscioni e cartelloni, saranno esposte anche foto che testimoniano il declino della capitale e apposite urne dove verranno raccolte e poi portate personalmente al sindaco Raggi le “proposte” costruttive che provengono dal territorio.

Non ho mai dubitato che l’iniziativa potesse non piacere a Repubblica che se ne è fatta testimonial prestigiosa, tanto assomiglia alla nobile e signorile fuffa del senonoraquando, allorché si scese in piazza per denunciare il laido puttaniere, senza il “colore politico” necessario a fare invece scendere dallo scranno il golpista, allorché sembrò lungimirante condurre una campagna elettorale senza nominarlo per uso di mondo a quella discrezione sobria e ragionevole, che ha sempre impedito di condannare i rei di conflitto d’interesse. E infatti abbiamo avuto modo di assistere al sollucchero con il quale è stato proposto in ritratto delle promotrici, “donne comuni unite in una battaglia comune”, con alla guida una che si definisce “esperta di attivismo e nuove forme di partecipazione”,  una giornalista, un’ architetta, una ricercatrice, una storica dell’arte e una militante per la tutela del paesaggio, per fornirci la versione più aggiornata, acculturata e corretta delle onorevoli Angelina di oggi, con tanto di contributo rivisto della paccottiglia comunicativa e virtuale che ha sancito il successo della rivoluzione virtuale dei vituperati  5stelle.

Non potevamo sperare di meglio, dopo la caduta notarile di Marino decretata dal fuoco amico per via dell’incontrollabilità temperamentale del soggetto. Dopo la candidatura di qualcuno segnato alla nascita dal destino di trombato, per via di un curriculum esageratamente scarso perfino per questi tempi, di un carisma ancora più scarso, per non dire del programma, a sancire l’interesse del partito  proponente a perdere, in modo da rifugiarsi per un po’ nella comoda cuccia dell’opposizione, magari finché si calmavano le acque agitate dal vento di Mafia Capitale, anche in vista delle impari difficoltà di governare un città soffocata dei vincoli di bilancio e da un passato bipartisan inqualificabile di speculazioni, malaffare, impotenza e incompetenza.

Eh sì, non potevano sperare che si andasse oltre le “cronache in città” della stampa locale tenuta saldamente in mano da costruttori penalizzati dal nuovo, da proprietà esplicitamente “nostalgiche” alla vecchia maniera, oltre alla monnezza, oltre alle buche, oltre agli zingari che borseggiano indisturbati, oltre ai tombini intasati. Temi che dopo l’età di Pericle di Petroselli e Argan, perfino di Vetere, sono stati promossi a prioritari e cruciali.

Che la sindaca Raggi non ha risolto, in effetti, ma che sono solo l’allegoria di una capitale che soffre degli stessi mali delle piccole e grandi città italiane sottoposte alle richieste del racket del patto di stabilità, ricattate dagli appetiti insaziabili di proprietà e rendite private, di costruttori e immobiliaristi che hanno retrocesso l’urbanistica e la pianificazione a attività negoziale sottoposta ai loro comandi,  nelle quali le aziende di servizio servono si, ma al voto di scambio, come riserve intoccabili di clientele, dove in presenza di amministratori incompetenti, poco preparati, molto ambiziosi, le scelte sono suggerite dalla megalomania della grandi opere, invece che dalla scienza della tutela e della manutenzione.

Ma proprio perché Roma è una vetrina, un laboratorio simbolico e esemplare, ce ne sarebbe di “trippa” per gatti che volessero fare vera opposizione e molto politicamente “colorata”. A cominciare dal problema della casa, ridotta a emergenza di ordine pubblico (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/02/la-repubblica-degli-sfratti/?fbclid=IwAR1SoPXseARmWY2bLmOXgiriqIgUGc98BcqOqeLNJw7I_7e82idyT68z7IM), anche qui nulla di nuovo se l’onesto Marino si era limitato a farne oggetto di commissioni di studio e a fronte di falansteri disabitati frutto di speculazioni in cui non vogliono risiedere nemmeno  i manager beneficati;  per proseguire con le oscillazioni miserabili sullo Stadio della Roma (e dire che in tanti avevano votato Raggi proprio nella speranza di fermare la smania costruttivista ben interpreta dal contendente in campagna elettorale, (ne ho scritto qui:https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/?fbclid=IwAR0oMgIXL6PGsSTgKnKGMqSfsMtsasMBEnLrFhEJF86C3ccxsonXGXwBFzU) anche queste frutto di una pianificazione territoriale piegata agli appetiti padronali. Dall’accondiscendenza ai capricci dei padroni della città, con le pareti di un palazzo storico ricoperte di pelliccia: stesso pelo sullo stomaco che ha permesso che le giunte di centrosinistra alienassero un edificio storico di fianco a San Giorgio al Velabro e abitato da cittadini e artigiani, per consegnarlo alle sorelle Fendi, ai parcheggi di Via Giulia, accettati, perché pare che la maggioranza cittadina, come quella di governo del Paese, non sappia dire di no, in aperto contrasto con ragione e qualità ambientale che raccomanderebbero di portare le macchine fuori da centro e non di farle entrare. Fino alla normale attività di manutenzione, che non viene esercitata, anche perché pare largamente riconosciuto che il decoro consista nell’allontanamento di indesiderati allogeni, salvo topi e zanzare, e nell’occultamento di certe vergogne condivise e perciò sgradite.

Così quelli che hanno nostalgia del rosso, quelli che patiscono il rimpianto della politica, possono aggiungere al loro  rammarico anche il ricordo di certe piazze, dove suonavano parole e canti di collera e di amore.

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Siam pronti alla morte, lo yankee chiamò

AP99030702242-400x501I bambini delle scuole di Catania e i loro insegnanti ( vedi qui)  si fanno regalare perline e specchietti dai soldati americani di stanza a Sigonella , cantando felici e piddini  l’inno dei marines, anzi lasciando che siano questi prodi a decidere della didattica, beandosi di esibire lo smartwatch al collo,  ma nessuno di questi educatori del servo encomio a 360 gradi e tanto meno gli educandi che imparano precocemente la sottomissione, pare accorgersi che il vero prezzo di tutto questo è un patto di morte. L’altro ieri il post di Anna Lombroso parlava dei piani di ulteriore nuclearizzazione bellica dello Stivale che va avanti senza  un’adeguata opposizione, ma anche senza una consapevolezza del significato reale di questa escalation insensata in se stessa, ma a prima vista anche sul piano puramente militare.

Dovremmo infatti domandarci a cosa servano tante basi atomiche sparse in Europa e specialmente in Italia, retaggio oltretutto di altri tempi e di altre tecnologie, quando gli Usa dispongono di una elefantiaca flotta di superficie e sottomarina il cui scopo è proprio quello di proiettare dovunque sia necessario la propria forza compresa quella nucleare montata su aerei e su missili di medio e lungo raggio. E’ vero che le navi possono essere facile bersaglio dei missili ipersonici avversari che a quanto sembra sono un bel po’ più avanzati di quelli occidentali, ma lo sono comunque meno delle basi in terraferma che essendo inamovibili  sono già sotto tiro. La difesa del Mediterraneo e dei Paesi che vi si affacciano  ( e la stessa cosa vale per il Baltico o il mare del Nord) sarebbe egualmente efficace con la semplice presenza aereo navale opportunamente composta che oltretutto costerebbe enormemente di meno, anche per i Paesi ospitanti che pagano a caro prezzo la loro stessa sudditanza sborsando  centinaia di milioni l’anno in conto servizi, ampliamenti, ristrutturazioni, logistica .  La prima risposta a questa domanda  è ovviamente geopolitica: si tratta di ” tenere il territorio” e brandeggiare un mix di minaccia implicita e pseudo alleanza in maniera da tenere strette a sé le colonie e impedirne un qualsiasi possibile affrancamento, anche quando non ci sia un nemico. Del resto ciò non costituisce un problema perché un avversario si può facilmente creare  e all’occorrenza può anche essere sfruttato  l’usato sicuro di altre epoche come sta accadendo per la Russia,

E’ più interessante però la seconda risposta che attiene al piano militare: questa densità  di basi a capacità atomica ( quelle di spionaggio lavorano per il Medio Oriente e l’Africa) destinate alla distruzione certa da parte di missili balistici di teatro, acquista un senso molto più concreto se la si vede come un modo per impegnare le forze avversarie e costringerle a consumare missili, testate e risorse aeree per distruggerle invece di usare tutte le risorse strategiche contro i centri vitali americani. Sebbene questa evidenza sia accuratamente nascosta sotto i velami della retorica natista, esse corre sottopelle e ogni tanto salta fuori in qualche improvvida dichiarazione, così come sempre da lapsus freudiani degli alti gradi del Pentagono, si apprende che in realtà quella della doppia chiave è solo una triste retorica che nasconde il fatto che gli Usa in Italia  possono fare quello che vogliono, quando e come gli aggrada.

Insomma le basi a capacità nucleare sono in gran parte lì per assorbire la reazione nemica più che per difendere o per attaccare, cosa che avverrebbe invece dalle unità navali. Quindi nel caso disgraziato di un conflitto, ampie aree della penisola sarebbero devastate e di fatto rese inutilizzabili per decenni. Paradossalmente infatti l’esplosione di un ordigno su una città fa moltissime vittime, ma solleva relativamente poco materiale che poi ricade come radioattivo. Nelle zone periferiche o isolate, ossia quelle tipiche delle basi militari, le vittime dirette sono ovviamente di meno, ma la terra viene sollevata e resa radioattiva in quantità enormi per cui centinaia o migliaia di chilometri quadrati (dipende dalla potenza dell’ordigno, dalla quota alla quale esplode, dal tipo e via dicendo) divengono inutilizzabili. Ovviamente per gli Usa questa strategia costituisce un effettivo vantaggio militare, anche dovendo subire delle perdite notevoli, ma per noi è come fare gli ostaggi legati a un carro armato.

Ora tutto questo dovrebbe essere reso chiaro, visto che spesso l’appello puramente morale a non ospitare ordigni di sterminio  ha poca efficacia nel Paese delle doppie e triple morali, anzi suscita addirittura un qualche grottesco senso di sicurezza. Forse le cose sarebbero un po’ diverse se si capisse che i mezzi di morte, sono rivolti in primo luogo contro chi li ospita e addirittura sventola le bandierine.


Hollywood propaganda (parte seconda)

american sniper 05La prima parte è qui 

La piccolissima dose di filmografia realmente  critica o viene boicottata dagli stessi produttori come è accaduto per Redacted(2007) di Brian De Palma, proiettato solo in 15 cinema in tutti gli Usa o sopravvive a stento qui e là,  boicottata  dalla maggior parte delle produzioni, ma prima ancora dai suoi stessi limiti. Hollywood propaganda mostra che  “film impegnati” come Hotel Rwanda di Terry George (2004), Avatar di James Cameron (2009) o anche il documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore (2004), in realtà si appoggino su visioni alternative molto tiepide della politica americana. A Hollywood, le critiche si fermano sempre “in tempo” e i cambiamenti radicali sono presentati come impossibili o pericolosi. Così, a prescindere dalle ambizioni più o meno progressiste di sceneggiatori, registi, produttori e attori tutto si risolve nel fabbricarsi un’immagine vantaggiosa presso la piccola borghesia intellettuale ma priva di alcun significato nel mondo reale e politicamente meno che povera . Per esempio George Clooney ha partecipato alla campagna  per il Darfur, ma ha anche dato un supporto ufficiale a Barack Obama e Hillary Clinton, che sono stati i maggiori fautori della disintegrazione del Sudan con tutto quello che ne è seguito. Oppure Angiolina Jolie, celebrata per il suo cosiddetto impegno umanitario è anche sceneggiatrice e regista di un film, Nella terra del sangue e del miele (2011), in cui i serbi sono ritratti come terroristi, assassini e stupratori seriali, spingendo il regista Emir Kusturica a descrivere Hollywood, nel quotidiano serbo Blic , come “la più grande fabbrica di bugie” (23 gennaio 2012). E per aggiungere: “Fanno film  che sono spesso armi di propaganda. Uno di questi film è quello creato dall’intelligente, ma molto ingenua, Angelina Jolie”. Troppo buono con quell’intelligente perché la medesima attrice successivamente ha scritto un intervento sul Guardian, assieme al segretario generale della  Nato Jens Stoltenberg, per celebrare i risultati dell’Alleanza Atlantica e farne, udite udite,  un “leader” nella difesa dei diritti delle donne in tutto il mondo. Dopo decine di migliaia di donne massacrate a suon di bombe.

E cosa pensare delle serate di “beneficenza”, che mirano a raccogliere fondi per i soldati israeliani?  L’ultima, tenuta a Los Angeles il 2 novembre 2017, alla presenza di Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro, Barbra Streisand, Sylvester Stallone, Antonio Banderas, Mark Wahlberg, Liev Schreiber, Gerard Butler , ha raccolto $ 53,8 milioni per l’IDF che del resto già prende 9 milioni al giorno di contributi americani. La cosa  già grottesca in sé lo diventa ancora di più se si pensa che Washington passa qualche soldino all’Autorità palestinese  per ripristinare le strutture distrutte dall’esercito israeliano. Tutto questo però non serve a rabbonire Tel Aviv che interviene quando trova qualche film poco enfatico su Israele e muove le sue pedine per affossarlo come è accaduto per Monaco di Spielberg nel 2006. Nella sua prefazione al libro lo storico e politologo Michael Parenti fa questa osservazione “L’essenza del processo di controllo ideologico è implicita, le forme del controllo sociale più repressivo non sono sempre quelle esplicite, ma quelle che si insinuano nel tessuto la nostra coscienza in modo da non essere accettate come parte consapevole. Probabilmente ci sono molti progressisti che non si sono ancora resi conto di quanto stanno facendo per servire la causa del potere.”

Con la sua immensa massa di produzioni tra film, film TV, serie e documentari Hollywood ha assunto di fatto anche le funzioni di educatrice nonché deformatrice di storia e di realtà, sia attraverso falsificazioni in chiaro su singoli fatti, sia attraverso la diffusione di cliché a livello narrativo ed espressivo che con la loro ripetizione maniacale finiscono per stabilire la verità. Sarebbe un bene per tutti che i cittadini americani si emancipassero da questi abominevoli insegnamenti, ma sarebbe ancor meglio che ne fossero liberati tutti gli altri: si. perché il potere finanziario di Hollywood e delle major, la forza dell’inglese, le pressioni di Washington, gli accordi internazionali  fanno sì che alla fine anche tutte le altre cinematografie finiscano con l’adeguarsi ai contenuti e alle forme che sono una forza di trascinamento verso lo “stile di vita” americano. Si  è arrivati al punto che alcune produzioni europee, cinematografiche ma più spesso televisive, “adottino” la legislazione americana per i loro polizieschi, quando invece quella del Paese di produzione è completamente diversa. Dunque  Hollywood influenza le rappresentazioni e le opinioni degli spettatori di tutto il pianeta, anche tra i popoli vittime di l’imperialismo. Una forma di storia globale ultra-rudimentale a stelle e  strisce si impone attraverso il fascino e la ripetizione. Le immagini scintillanti, le storie mozzafiato e le “prove” cinematiche dell’eroismo americano fanno breccia anche nelle persone che pensano di essere immuni dalle grinfie dell’ideologia.

A mio personale parere questo sta portando il cinema alla rovina e quello americano all’invedibilità: dopo 2 minuti, un tempo anche inferiore a quello necessario ad esaurire l’elefantiaco elenco di produttori, produttori esecutivi, distributori e  case produttrici, si può intuire quasi tutta la trama e il senso mentre  la convenzionalità asfittica della forma narrativa fa il resto: le scene spettacolari e le storie infantili o inconcludenti che le permettono, diventano perciò necessarie, anzi spesso sono il film  Ma questo fatto non viene riconosciuto da una critica così accecata dall’ attrazione mentale e materiale per Hollywood che nega la portata ideologica di certi film o glissa su di essa. Ne è un buon esempio l’ottima e ottusa accoglienza ricevuta da American Sniper di Clint Eastwood: questa storia abietta sul  “più formidabile cecchino della storia militare degli Stati Uniti”,  tende ad esaltare e a presentare come come giusto un criminale di guerra psicopatico. Eppure parrebbe che nessuno abbaia avuto particolari obiezioni, nemmeno quell’area che vorrebbe farci accettare qualsiasi massacro sociale in nome di costruzioni sovranazionali che hanno “mantenuto la pace”. In Francia, durante un dibattito televisivo, l’unico che voleva denunciare i gravi problemi  politici e morali posti dal film di Eastwood, il, critico e storico del cinema  Jean-Baptiste Thoret, è stato censurato. E che dire di American Assassin (2017), Michael Cuesta, forse ancora peggiore?

La forza del libro di di Matthew Alford  è tuttavia quello di non condannare alla rinfusa tutta la produzione cinematografica americana, ma di presentare anche alcune eccezioni e mostrare che registi come Oliver Stone e Paul Verhoeven sono riusciti a realizzare un punto di vista veramente critico all’interno del sistema che tuttavia  viene regolarmente punito o silenziatoPaul Verhoeven –  olandese – non è stato in grado di girare negli Stati Uniti dal 2000 dopo aver realizzato Starship Troopers (1997), un film di fantascienza in cui ha sviluppato una abile satira di imperialismo e militarismo, compresa solo in ritardo dal potere. Per quanto riguarda Olivier Stone, il suo Snowden (2016) è stato molto difficile da produrre: ha dovuto richiedere finanziamenti europei e realizzare gran parte delle riprese in Germania. Il budget era così stretto che quando sua madre morì, non poté permettersi di smettere di girare per andare negli Stati Uniti e partecipare al funerale. Altri esempi di “deviazione” possono essere considerati il notevole Citizenfour (2014)  di Laura Poitras o Che di Steven Soderbergh (2008-2009), ma in questi casi gran parte dei finanziamenti venivano dall’Europa o da giri completamente estranei ai meccanismi hollywoodiani.

Insomma se non fossimo ormai assuefatti alla passività questa mole di produzioni e di propaganda dovrebbe stimolare la vigilanza e il pensiero critico, incoraggiarci a lottare contro l’apatia, il fascino e le bugie secondo le regole di autodifesa intellettuale di Chomsky. Non ci si può liberare da un imperialismo senza essere liberi dalla sua componente culturale e Hollywood non è che la continuazione della politica di Washington con altri mezzi. 


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