Trump e il Disney word

Alle volte è imbarazzante avere ragione, soprattutto quando si è quasi da soli ad averla. Quando venne eletto Trump la cosa mi fece un enorme piacere, non tanto per lo schiaffo dato alla Clinton e ai poteri globalisti di Wall Street perché immaginavo che comunque il presidente ne sarebbe stato impigliato, ma perché nella sua rozzezza nativa avrebbe finito per mostrare cosa era davvero l’America, cosa era diventata e cosa non era mai stata.  Confidavo che questo tycoon avrebbe strappato il sipario di buone intenzioni, moralismo fasullo e pretesa di democrazia modello che sta dietro l’eccezionalità  per mostrare di che lagrime grondi e di che sangue il progetto imperiale. In questo senso si pone come una delle figure più importanti della storia americana moderna e dunque anche occidentale: ha smascherato la favola secondo cui gli Usa sarebbero una democrazia sana e funzionante che può e deve fare da modello a tutte le altre. Trump ha mostrato agli americani, senza volerlo, che le istituzioni democratiche, già portatrici di un germe elitario, si sono pervertire rispetto a quelle di origine. Proprio il fatto che egli sia stato eletto contro il consueto aggregato di potere ha creato le tensioni che poi hanno strappato il sipario e fatto comparire in maniera quello che ci sta dietro.

Molte cose appaiono deformate a cominciare dal Congresso che nel suo complesso non ha mai accettato Trump come presidente, ha per anni rincorso narrazioni assurde e fasulle come il Russiagate, ben sapendo, a differenza del pubblico, che si trattava di pure bufale senza  fondamento, un parlamento che di fatto viene governato dalle lobby tanto che esiste una porta girevole tra lobbismo ed eletti ed è dunque di fatto uno strumento direttamente in mano al potere economico. Dopo l’incursione al Campidoglio finge di essere una versione americana della nobiltà di Versailles facendo credere di aver rischiato la testa dopo l’assalto che giurano fosse un tentativo di rovesciare il governo della nazione più potente della terra da parte di un esercito disordinato di fanatici di Trump armati di estintori, cartelli di protesta e cappellini da baseball Maga. Dal canto suo la più potente istituzione dell’esecutivo, ovvero l’Fbi, nato per proteggere il Paese dal crimine organizzato è diventato solo strumento e braccio armato di una fazione politica e del suo punto di vista, dunque qualcosa di simile a ciò che era nato per combattere. E del resto a pura immagine di decadenza,  il bureau è passato dall’essere famoso per i criminali catturati ad essere famigerato per i criminali che non è riuscita a prendere, avendo una percentuale di casi tra le più basse al mondo. L’informazione che dovrebbe tendere a dare notizie nel modo più neutrale possibile, o per meglio dire, più onesta possibile è ora diventata, con poche eccezioni, uno strumento politico delle concrezione di potere grigio a cui appartengono gli editori che sono anche i mega miliardari padroni del vapore:  nasconde storie e ne esalta altre oppure talvolta le inventa di sana pianta: i media come veri mezzi di informazione stanno morendo assieme alla democrazia e le notizie sono sostituite da sitcom a tema e a comando. Il sistema elettorale stesso e soprattutto la sua gestione sono ormai in questione e il 50% per cento degli americani pensa che le ultime presidenziali siano state fraudolente: si è scritto così tanto su irregolarità nelle votazioni per corrispondenza, modifiche incostituzionali alla procedura di voto, furto di voti informatici che sarebbe impossibile riportare anche una sintesi di questo tsunami. E’  sufficiente dire che qualsiasi tentativo di avviare un’indagine è stato e continua ad essere  bloccato dai vincitori in maniera sospetta perché sarebbe tutto loro interesse dimostrare che la vittoria del presidente Biden è stata legittima.

Insomma l”imprevedibile, incostante, amato e odiato outsider, Donald Trump, grazie a se stesso e ai suoi avversari ha mostrato a tutti in che condizioni disperate sia la democrazia americana e anche quelle che la vorrebbero imitare pur essendo nate in contesti culturali e storici diversi, come quelle europee: una forma mimetica e strisciante di fascismo che tra l’altro, grazie alla sua potenza militare , molte volte superiore a quella che le sarebbe necessaria, costituisce la più grande minaccia di tutti tempi alla pace, ma anche ormai a quelle libertà individuali che si proponeva di difendere e che costituivano, il suo stile di vita. Quando formulai l’ipotesi che Trump proprio grazie ai suoi umori del tutto impolitici avrebbe mostrato l’America, senza più veli mi illudevo che un Paese colonia come il nostro, occupato non solo militarmente, ma anche politicamente e mediaticamente da un fortissimo partito “amerikano” e con un milieu intellettuale convertito quai interamente al neoliberismo avrebbe potuto prendere le distanze da quell’adorazione rituale dell’american way of life che è una delle più patetiche dimostrazioni di provincialismo. Ma così non è: il discorso politico è precipitato così in basso che la parte destra considera gli oligarchi neoliberisti come dei comunisti, tanto per non fa mancare un tocco di sapida ottusità, il crunch dell’ignoranza, mentre a sinistra si fa finta di non accorgersi di nulla e ci si illude che Trump sia stato una semplice parentesi. Ma i fondali nei quali si aggirano sono ormai ( quasi letteralmente) creati dalla Disney.


Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


Censura: ora cominciano a prendere voi

Nelle settimane scorse intere torme di idioti allo stato gassoso, di quelli che proprio non hanno capito nulla, si compiacevano delle censure che i social media infliggevano a Trump e a tutti quelli che non stavano contro di lui o si permettevano di pensare in proprio, per esempio, in merito alla pandemia o alla congruità politica di chi distruggeva statue o formulava il nuovo bon ton gender come se fosse la Magna Charta. “Mettono al bando solo i fascisti” dicevano molti di costoro e perciò a chiunque avesse da obiettare in merito alla libertà di espressione domandavano “Perché difendi i fascisti?” Ma questa parola ormai abusata e usata a vanvera serviva solo a colpire chi semplicemente cercava di opporsi alla normalizzazione degli oligarchi della Silicon Valley che controllano ormai il discorso politico globale sulle piattaforme sociali della rete. Fascisti sono solo coloro che non si oppongono al controllo autoritario di questi nuovi leviatani, quelli che acconsentono  all’istituzionalizzazione della censura del discorso pubblico  e dunque finiscono per dare un imprimatur anche al proprio silenzio  e lasciare  che gli unici in grado di condividere idee e informazioni online sono coloro che supportano le strutture di potere.

E infatti chi la fa l’aspetti: dopo aver conseguito il proprio obiettivo, il potere risalito a galla dalle profondità ha cominciato  a epurare gli  account dei social media di sinistra, con le organizzazioni socialiste prese di mira da Facebook e molti account associati ad Antifa sospesi da Twitter. Il World Socialist Website riporta che Facebook ha eliminato le pagine e gli account di sinistra, contro la guerra compresi i membri di spicco del Socialist Equality Party. Il social di Zuckerberg  ha anche disabilitato la pagina del Comitato Rank-and-File del London Bus Drivers, che è stata istituita con il supporto del Socialist Equality Party del Regno Unito per organizzare le proteste dei conducenti di autobus che non si sentono abbastanza tutelati contro il Covid. Tutto è avvenuto in maniera sporca perché durante il tentativo di presentare ricorso contro l’eliminazione del loro account, i bannati hanno ricevuto un messaggio di errore che diceva “Non possiamo rivedere la decisione di disattivare il tuo account”. Il New York Post riporta che  Twitter ha sospeso diversi account popolari con sospetti collegamenti ad Antifa – che ha più di 71.000 seguaci ed è offline anche TheBaseBK, l’account del centro anarchico a  Brooklyn. Questa misura segue una massiccia epurazione dei resoconti di parte trumpiana  dopo la rivolta del Campidoglio che era stata stata supportata da molti liberal e siamo perciò di fronte a un ritorno del pendolo della censura che sorprende solo chi non ha capito nulla della situazione  e nemmeno di cosa rappresenti Biden che si è spesso vantato di aver scritto lui il Patriot Act e che adesso ha espresso l’intenzione di varare nuove leggi contro il terrorismo interno che andranno ad aumentare esponenzialmente il controllo dei cittadini.  E persino in Italia cominciamo ad esserci dei sintomi della prossima ondata repressiva come testimonia la scomparsa da Google dell’App del Manifesto, ad onta che sia manifestamente bideniano.

In realtà ci si appresta a una censura massiccia di ciò che non sta bene al potere reale: i deputati democratici Anna Eshoo e Tom Malinowski hanno  ufficialmente chiesto che gli amministratori di Facebook, Twitter e Youtube censurino i contenuti che rafforzano “i pregiudizi politici esistenti, in particolare quelli radicati nella rabbia, nell’ansia e nella paura” e che favoriscono ” l’inquinamento delle menti degli americani”. Da notare  che i “pregiudizi politici esistenti” e “quelli radicati nella rabbia, nell’ansia e nella paura” e l’idea che non si debba  consentire l’ “inquinamento delle menti degli americani” è una formula simile a un assegno in bianco, non dice nulla di specifico e mette nel mirino qualsiasi sito web politico. Sarebbe un grave errore non prepararsi alla possibilità di censura o chiusura di sistemi online indipendenti e progressisti. Il partito democratico condivide una cosa con Trump: la paura del socialismo. Le élite politiche statunitensi che non si sentono a disagio nell’ordinare guerre di aggressione che massacrano centinaia di migliaia di persone in altri paesi sono perfettamente in grado di calpestare il diritto alla libertà di parola e di stampa.

E’ del tutto chiaro che è avallare la censura di qualcuno, significa avallare potenzialmente anche la propria: chi si pone l’obiettivo di mettere in discussione il potere e le sue forme, come dovrebbe fare la sinistra, deve opporsi ad ogni normalizzazione anche se questa in un primo tempo pare danneggiare solo gli avversari: il vero padrone infatti è chi normalizza dall’alto. E queste forme di appoggio ai massacri censori non sono soltanto ottuse, ma anche pericolose perché i gestori del pensiero unico hanno bisogno del consenso pubblico per poter avanti con la loro opera di selezione del pensiero visto che il loro totalitarismo è vincente fino a che sono in grado  di mantenere l’illusione di libertà e di democrazia. Dire che la massa di chi ha sostenuto la censura perché colpiva i fascisti è proprio quella che cita un giorno si e uno no, quella del famoso testo: di Niemöller “prima vennero a prendere gli zingari.. “eccetera eccetera. Ecco cominciano a prendere voi.


E’ meglio la lava

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.

Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere i tre amici al bar diventare 4 come nella canzone insieme a Confindustria il Primo maggio, a vedere come la vera mission sia quella di proporsi come promoter del Welfare aziendale, vendendo fondi assicurativi e pensionistici in veste di patronati a gettone, a vedere come gli scioperi del marzo scorso indetti per pretendere misure di sicurezza adeguate al rischio di contagio come veniva presentato dalle autorità, sono stati fermati “ragionevolmente” dalle rappresentanze e meno ragionevolmente dalle forze dell’ordine. 

Ma pare non gli basti mai:  anche i regimi a volte non è che abbiano proprio fame, è che vogliono una rinuncia ai diritti più dolce e una sottomissione più consociativa, che registri  il trionfo della sospensione delle regole democratiche.  Se ne fa interprete l’imperituro Ministro Franceschini – e magari è anche per questo che l’ipotesi di una sua promozione ai vertici di un futuro governo fa accapponare la pelle – che propone che la  doverosa pausa  dell’attività di rivendicazione si converta in gratitudine per i ristori e le elemosine, anche  arruolando la controparte arresa in temporanee tavolate con mascherina e numero chiuso di partecipanti decisi e selezionati dagli uffici dei ministri competenti.

Così, reduce dalla campagna per il “rilancio” del Colosseo, dopo aver stabilito la generosa erogazione di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo, divisi in 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia, cui ha aggiunto 2 milioni di euro destinati al ristoro dagli enti gestori a fini turistici di siti speleologici e grotte penalizzati della misure restrittive, ha istituito il tavolo permanente per i lavoratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche.

Si tratta, come ha voluto sottolineare di “un nuovo spazio istituzionale per un costante ascolto delle esigenze dei professionisti di uno dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia”, e sarà composto dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore che operano nel campo degli istituti e luoghi della cultura insieme al Direttore generale Archivi e al Direttore generale Biblioteche e diritto autore.

Viene così offerta ai “sofferenti”  un’area negoziale nella quale i rappresentati delle categorie vengono ammessi a ascoltare quella che una volta si sarebbe chiamata controparte che stabilisce entità  e modi dell’erogazione  delle elemosine sotto forma di risarcimenti.

E’ proprio un modo perfetto  per umiliare i lavoratori della cultura, quando arrivano col cappello in mano dopo essere stati trattati con sufficienza e offesi, in veste di parassiti, profittatori, usurpatori di poteri di veto che ostacolavano il dispiegarsi della libera iniziativa, come nel caso dei sovrintendenti, molesti parrucconi, una iattura da cancellare dalla faccia della terra, come ebbe a dire il leader di Italia Viva quando era presidente del Consiglio.

Gente da prepensionare, vedi mai che la competenza maturata e il sapere accumulato facessero venire dei grilli per la testa a giovani messi dopo anni di studio a combinare guardiania e pulizie senza contratto, da sacrificare e demansionare come immeritevole per far posto a soggetti più scafati e attrezzati nelle tecniche del marketing , capaci dunque di fare di ogni museo un juke box, sempre per usare le formule dell’immaginifico successore di Lorenzo il Magnifico.

Gente che patisce di un sottodimensionamento cronico: secondo l’atto di programmazione del fabbisogno di personale 2019-2021 del 3 aprile 2020, citato dalle rappresentanze del personale Mibact, nonostante le 860 assunzioni del 2019, i funzionari erano 4177 su 5427 da organico, destinati a ridursi a causa delle cessazioni – circa 500 all’anno – a 2533 a fine 2021, con una carenza di 2894. Ancor peggio per i Soprintendenti: 192 in organico, ma già a marzo scorso solo 103 ed a fine settembre 94 effettivi in ruolo, ed in prospettiva 2021 uno sparuto drappello di 62. Mentre non si prevedono concorsi e  prosegue il ricorso al precariato, denunciato perfino dall’Europa.

Gente che deve adeguarsi a una ideologia del consumo culturale che stabilisca definitivamente le differenza tra chi possiede i meriti per godere dei beni comuni, una ristretta cerchia selezionata a monte o affiliata per non fare la fila davanti al Pinturicchio, per sedersi a tavola con affini in una sala di museo davanti a Caravaggio, per custodire un’opera nel caveau della sua banca, in modo che sia tutelata da alito e sguardi della plebe ed anche per entrare da eletti in quelle biblioteche negate  a ricercatori, docenti e studenti italiani, costretti a procedure cervellotiche  limitate ai soli “prestiti” di testi da consultare da remoto, a differenza degli aspiranti alla messa in piega, o dei frequentatori di altri templi appena appena un po’ più commerciali, grandi magazzini, empori, shopping center.  E chi invece è condannato, nei tempi migliori, a sgomitare davanti alla Gioconda, e, nei peggiori, alla serrata dei musei, superflui e improduttivi in assenza di turisti.

Gente invitata a riformarsi – o  a farsi da parte  – per raccogliere la sfida della rivoluzione digitale come piace al suo profeta (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/14/italy-on-demand/) con la sua Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand.

La “minaccia” ha preso corpo   nel corso del question time alla Camera  quando Franceschini per promuovere un efficace turnover generazionale ha indicato la soluzione di un apposito corso-concorso “per reclutare dirigenti dotati di specifiche professionalità tecniche nei settori della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”,  ricorrendo  a “contratti di collaborazione”, formula eufemistica per definire il precariato.

E ne fa testo il Bando Pompei per il Contemporaneo, lanciato a beneficio di “nuove professionalità capaci di unire studi antichi con una sensibilità contemporanea e una tecnologia avanzata” che potranno partecipare all’avviso di sponsorizzazione online   per “sostenere l’arte contemporanea ispirata a Pompei attraverso Pompeii Committment, il progetto di sponsorship culturale ideato dall’Ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei su un modello sperimentale”. Ricerca e valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei  potranno così essere finalizzati alla “costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea”.

Non bastava l’ipotesi visionaria di fare di Pompei una smart city, come voleva quasi 10 anni fa il ministro della Coesione Territoriale – e bastava già la titolazione del dicastero a far capire che eravamo in balia degli acchiappacitrulli, non bastava che i lavoratori dei servizi aggiuntivi: accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso monopolistico Civita cultura holding, siano tornanti al lavoro a maggio, alcuni dei quali ancora in attesa della Cig, in un regime di part time che dimezza la remunerazione, non bastava la corsa a sponsorizzazioni di mecenati quando in realtà Pompei, occupata militarmente come altri siti da concessionari e gestori particolarmente attenti al “reddito” del juke box, potrebbe autofinanziarsi.

E non bastava che  la Casa dell’Efebo sia diventata un «esempio di scarsa attenzione prestata agli aspetti culturali» condannato dalla Commissione Europea che ha denunciato come gli interventi di restauro, abbiano trascurato nel sito archeologico l’installazione di dispositivi di protezione lasciati in un magazzino nonostante fossero stato finanziati dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), lasciando intendere come in Italia regnino trascuratezza e negligenza e  la tecnologia serva a sfruttare  e a sorvegliare le vite e non i beni comuni dei cittadini.   

E’ che il tandem  Franceschini e direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna ha preso sul serio la baggianata attribuita ai cinesi, che ogni emergenza si traduce in opportunità. Non solo perché, arricchita dalla paccottiglia di americanate in puro slang alla Mericoni, favorisce il ricorso a misure speciali, all’intervento di sponsor e autorità eccezionali in deroga a leggi e regole, ma per via della possibilità che offre di concretizzarsi in messaggi facili, propaganda, pubblicità, anzi, advertising, che l’attività quotidiana e ininterrotta di tutela, salvaguardia, cura e manutenzione non permette. E c’è da temere che proprio come Salvini, i fantasmi dei cittadini sorpresi dall’eruzione, dicano grazie Vesuvio, a pensare a quello che li attende, spazzolate via cenere e lava.


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