Annunci

La corte degli indignitari

1528729108258.jpg--la_lega_caccia_tito_boeriinps__salvini_fa_la_storia_chi_cambiera_le_pensioniVa bene che è estate, ma la sceneggiata di ieri del duo Boeri – Panucci sul Decreto dignità, è stato uno degli spettacoli più avvilenti che questo Paese ha saputo dare da un anno a questa parte. Entrambi gli interventi a gamba tesa, fatti in nome e per conto dei poteri economici, fanno chiarezza sul pensiero e sugli intenti dei neo liberisti:  il lavoro deve essere misero, precario, senza diritti e non appena si accenna, anche minimamente a invertire la tendenza ecco che si comincia a predire un drammatico calo dell’occupazione. Ora pazienza che queste sciocchezze possano venire da un direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, che fa parte della servitù di Palazzo con la livrea berlusconiana, in fondo non fa altro che il suo mestiere di agit prop dei ricchi, ma colpisce invece la presa di posizione ad orologeria del cioccolatino avvelenato che è alla presidenza dell’Inps, quel Tito Boeri, para piddino e  bocconiano con trascorsi nell’Fmi,  il quale non si è limitato a recitare il suo brano di rosario contro il governo in carica, ma ha voluto rivestirlo da dichiarazione per così dire “scientifica”.

Mamma che paura quando questi autoproclamati Einstein della chiacchiera economica cercano di imporre il loro verbo all’uomo della strada, facendolo discendere come lo spirito santo dall’empireo del sapere. Dice il cioccolatino che “In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro“. Disgraziatamente questo deriva solo da una petizione di principio che non ha alcun riscontro nell’evidenza empirica dal momento che la quasi totalità della letteratura economica rileva l’esatto contrario, ossia che la quantità e la qualità del lavoro aumenta con il crescere dei diritti del lavoro e dei salari. Potrebbe sembrare un controsenso, così come era un controsenso che la terra girasse attorno al sole, ma con un po’ di pensiero laterale, andando oltre la semplicità banale e lineare dei dogmi economici, è abbastanza semplice comprendere che più alti sono i salari e più stringenti i diritti, più un sistema  deve puntare verso produzioni a più altro contenuto di tecnologia e di sapere, dunque più competitivo in senso proprio e a maggior valore aggiunto. Non a caso le statistiche pubblicate dai grandi fratelli dell’informazione, tra cui ovviamente spicca il Sole 24 Ore, mentre fanno sfoggio di menzogne inqualificabili, come esempio quella di comparare i numeri del lavoro oggi con quelli di 40 anni fa, ben sapendo che adottando i vecchi criteri oggi la disoccupazione sarebbe a livelli inauditi, non possono nascondere che la stragrande maggioranza delle attività che fanno il mercato del lavoro in Italia, oltre ad essere precaria è anche molto modesta. A ben vedere le due cose vanno assieme perché quanto minore è la quantità di sapere che un lavoro richiede, tanto più facilmente il lavoratore può essere sostituito e dunque ricattato.

Mi fermo qui perché non è questo il tema del post, che si prefigge invece di sottolineare  come i bravi del neoliberismo, non tollerino nemmeno la più piccola deviazione dai loro obiettivi e per raggiungere lo scopo non si fanno scrupolo di far passare per relazione tecnica e per verità assoluta delle ipotesi ideologiche peraltro già falsificate dagli studi sul campo. La verità è che anche da noi esiste un deep state, uno stato profondo che resiste a qualsiasi cambiamento ed è incistato in tutti i nodi effettivi del potere. Certo se esistesse un governo serio oggi uno come Boeri, pagato da tutti noi non si sa bene quanto, perché questo fatto rimane segreto,  ma comunque molto, avrebbe già messo nello scatolone le sue cose e le sue relazioni “tecniche” e starebbe attaccato al telefono per cercare occupazione. Lo paghino quelli per cui lavora.

Annunci

Castelluccio, il deltaplano caduto

DSCN0102Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si spalanca d’improvviso la vallata col suo trascolorare dal blu al vermiglio sotto la strada impervia che costeggia la montagna, come un prodigio cercato eppure inatteso, una rivelazione inseguita eppure sorprendente che turba per la sua bellezza e al tempo stesso suscita una specie di vergogna perché parla di onore e fedeltà offesi, di riscatto e orgoglio umiliati. A chi volesse avventurarsi su per quella strada sulla piana di Castelluccio durante la fioritura delle lenticchie, il navigatore partendo da Roma consiglia un percorso lungo e tortuoso. Si esce dall’A24 sfiorando la periferia dell’Aquila, trafficata e viva anche se brutta con quel proliferare di costruzioni senza coerenza e identità e si prosegue lungo strade selvagge e incantevoli, mentre sbucano dall’infittirsi della vegetazione con il grande massiccio che fa da sfondo borghi scoscesi. E a un certo punto ecco la prima indicazione: Amatrice, un paese che abbiamo letto e saputo che è diventato uno spettro dimenticato. E da là comincia il susseguirsi di cartelli stradali con delle luttuose bende nere a nascondere i nomi di altri paesi che non esistono più, irraggiungibili perché i varchi delle carreggiate che dovrebbero condurvi là sono chiuse e dei quali si sta cancellando la memoria. E poi via via il tragitto prosegue mostrando case sventrate , quinte teatrali rimaste su nel palcoscenico dell’orrore mentre dietro tutto è crollato, ammassi di calcinacci di quelle che erano cucine con le ante dei pensili precipitati e i piatti rotti e poi rovine e macerie ammucchiate malamente che invadono anche la strada proprio come se i fuggiaschi fossero scappati dall’apocalisse non due anni fa ma ieri, stamattina, poco fa lasciandosi dietro tutto.

Chi passa può vedere che qualcosa è cambiato dall’anno scorso: è stata rimossa la mesta cartellonistica della Protezione Civile che definiva quegli abitati come “emergenza sismica” a significare forse che è il tempo di rassegnarsi alla continuità della crisi. E infatti in giro non c’è nessuno, né abitanti, né lo Stato rappresentato solo da una muscolare presenza militare coi posti di blocco dei carabinieri che chiedono i documenti a chi va verso Accumuli e dintorni dei quali abbiamo saputo e letto che non esistono più nemmeno quelli e soldati che stazionano vicino ai semafori che indicano l’alternarsi del senso di marcia o davanti ai cavalli di Frisia che bloccano la viabilità mai ripristinata verso altri borghi estinti e abrogati. È caduto il silenzio su questa tragedia collettiva che è stata retrocessa a interessare solo le vittime.

Da tempo sono cessate le visite pastorali dei notabili, scomparsa, forse ridotta in DSCN0112volontaria clandestinità la figura della commissaria straordinaria tanto che il sito dedicato alla “ricostruzione” reca occasionali e rare comunicazioni di servizio per rammentare scadenze burocratiche. Nell’agenda del governo il tema non viene menzionato a confermare che se devono venire prima gli italiani, quelli di Norcia, Castelluccio, Accumuli, Amatrice italiani non lo sono più ad onta della bella sagoma dello stivale disegnata con gli alberi sul dorso della montagna sopra la vallata.
A voler essere onesti qualche autorità c’è andata a Castelluccio in questi giorni. Si tratta del festoso corteo dei promotori – autodefinitisi “plasmatori di un’idea firmata dall’archistar ambientalista Francesco Cellini nel pieno rispetto del paesaggio” – del Deltaplano, l’imponente opera che avrebbe dovuto segnare il riavvio dell’economia nell’area più colpita, quel “Villaggio delle attività produttive ed economiche”, fortemente voluto dalla Regione, dal sindaco di Norcia e dal Pd regionale rappresentato da un inequivocabile esponente che di nome fa Chiacchieroni, una cattedrale del gusto e dell’alimentazione, un’Expo nel cratere del sisma con alle spalle uno sponsor illustre quanto parsimonioso, la multinazionale Nestlè. Lunedì, con una semplice e toccante cerimonia hanno consegnato simbolicamente le chiavi delle prime strutture destinate alla delocalizzazione delle attività gastronomiche del borgo: 5 “negozi” e due caseifici, in attesa (cito il vicepresidente della Regione) di “completare il programma di delocalizzazioni di tutte le attività commerciali e produttive borgo terremotato”, “dove sarebbero quasi finiti (cito la stampa locale) gli interventi di ricostruzione”.

DSCN0113Qualcosa deve essere andato storto: a picco sulla vallata, sopra interventi di sbancamento della montagna vanamente smentiti, la cittadella del gusto, la cattedrale della gastronomia, viene ridimensionata a “iniziativa di rilocalizzazione delle attività di ristorazione”. Si è persa traccia del prestigioso e immaginifico architetto e si vede soltanto una bieca costruzione di metallo anodizzato e vetracci spessi, che dovrebbe dare l’illusione di essere provvisoria, ancorché i materiali siano stati scelti con cura proprio perché eterni come reciterebbe una pubblicità, in un luogo dove è bandito il più consono legno che non resisterebbe a vento, gelo e neve e ampiamente usato invece per le casette somministrate con oculata moderazione agli abitanti irriducibili. Per l’obbrobrio sono stati spesi finora più di 500 mila euro di un budget previsto di due milioni, perlopiù finanziato dalla Protezione Civile, che la frugale Nestlè avrebbe erogato meno di 200 mila euro frutto di una raccolta fondi. Si può star certi che non ci andranno i coraggiosi ristoratori che hanno improvvisato dei locali appena a ridosso del paese o gli allevatori e contadini che vendono in queste belle giornate di sole i loro prodotti nei chioschetti lungo la strada. Chi si ferma per comprare sente dire che nel Deltaplano non ci vanno loro, non ci vanno i trattori della zona, non ci vanno gli Ansuini che hanno rifatto la loro antica bottega in un capannone fuori Norcia, non ci vanno quelli che hanno montato un efficiente ristorante in un prefabbricato e sfornano pasti per i pellegrini della bellezza proprio dietro le insegne di antichi esercizi rimaste in piedi mentre gli hotel e le locande sono state cancellate dal terremoto.

La bellezza dei luoghi non risiede solo in quei colori dal blu al rosso. Ma nel coraggio di chi vuole restare e si sottrae alle lusinghe infami di chi raccomanda la ragionevolezza e l’assennatezza della resa e dell’esodo. In tanti abbiamo pensato e scritto che c’è un disegno criminale nell’inazione, nella proterva volontà di non far nulla in modo da svuotare il cuore del paese per farne un “muscolo” artificiale di metallo e vetro nel quale esibire i fasti del mercato con prodotti replicati e uguali in tutto il mondo a tutte le latitudini e con tanti avviliti dall’esercizio della servitù al servizio di pochi autorizzati a comprare e visitare il luna park del Bel Paese. È avvilente pensare che ci siamo sbagliati, che è peggio di così, che non sanno nemmeno perpetrare il loro misfatto, che si perdono per strada rincorrendo miserabili interessi. Vale la pena di andarci a vedere la piana di Castelluccio per fare una gita educativa nella realtà, per nutrire un po’ di sana collera e per imparare che tra noi pare ci sia ancora qualcuno che resiste, lassù, ancora una volta in montagna, come dovremmo fare tutti.


La malattia che piace alla gente che piace

testatina curiosità

Quasi certamente non siete celiaci, lo sono soltanto 57 mila persone in Italia, mentre altre 320 mila ne sarebbero affette, ma in maniera asintomatica e non diagnosticata, secondo le stime fornite dall’Associazione italiana celiachia sulla base comunque di statistiche mondiali. Spero anche che non siate colpiti da allergie o “intolleranze” ( termine che spesso non significa nulla) al glutine o meglio alla gliadina che ne è un componente. In realtà la celiachia, è una malattia molto grave, almeno in età infantile, ma oggi tende a debordare molto oltre i suoi confini. Anzi diciamo pure che è una specie di scatola nera per ora riempita di ipotesi scientifiche, di leggende metropolitane e robusti interessi economici. Pensate solo al fatto che la sua incidenza media è la metà di altre allergie come quelle al sesamo o alle arachidi che possono facilmente portare a danni gravi e magari alla morte per choc anafilattico, ma tutta l’informazione è piena di attenzione alla celiachia, mentre agli altri allergeni alimentari che nel complesso riguardano oltre il 10% della popolazione nemmeno si citano, anzi negli ultimi anni il loro uso si è moltiplicato grazie ai cuocastri da tv . Et pour cause visto che il rimedio in questi casi è solo la sottrazione di ingredienti spesso superflui, mentre il celiaco o l’intollerante al glutine ha bisogno di prodotti particolari, ovviamente costosi, con una lunga filiera che va dal campo all’industria alimentare, alla farmacia, al cuoco.

Insomma da un punto di vista commerciale non è un minus valore, ma un plus valore che oltretutto ha il vantaggio di mettere diciamo così in cattiva luce il glutine, anche senza alcun motivo di salute ed estende dunque il raggio della vendibilità di prodotti alternativi che guarda caso procede di pari passo con le mode alimentari d’oltre oceano. Il che in un epoca in cui l’uomo è divenuto una macchina da consumo, non esclude che contemporaneamente vengano proposti al mercato cereali cosiddetti antichi (spesso creati negli anni ’30) o particolari e costose tipologie come il farro che contengono una maggiore quantità di gliadina, Ma viviamo nell’epoca dell’eccesso di sincronicità, dove il tutto e il contrario di tutto è ben accetto purché sia fonte di profitto

Non vorrei dare l’impressione di dire che la celiachia non esiste, cosa lontanissima dalle mie intenzioni che anzi sono quelle di riscattare una malattia che quando c’è è piuttosto grave, né tanto meno quella di considerare inutili i cibi per celiaci, ma ciò non toglie che questa patologia, presenta alcuni problemi non da poco: per esempio come mai essa avrebbe un’incidenza maggiore in alcune aree, come quella mediterranea dove da circa diecimila si campa di cereali e una molto inferiore in Asia dove il consumo di riso è invece più sviluppato? In tutti gli altri casi la sensibilità a certe sostanze è ovviamente più alta dove esse non entrano normalmente nel regime alimentare rispetto alle aree dove invece se ne fa ampio uso: un esempio è l’incapacità di digerire il lattosio che ha una grande incidenza in estremo oriente dove non si fa uso di latte piuttosto che in occidente. Dunque in termini di selezione naturale siamo di fronte a un vero assurdo che rimane anche imboccando la strada della predisposizione genetica la quale peraltro non sembra aver dato risultati significativi, visto che le sequenze geniche che dovrebbero dar origine alla malattia, sono presenti nel 30% o 40% della popolazione mentre solo una piccola percentuale di persone è affetta realmente dalla malattia. Ma non è solo questo ragionamento generale a mettere a dura prova la razionalità e le spiegazioni di comodo, tra cui ultimamente c’è anche quella di un concorso virale. C’è per esempio il caso della Carelia, regione dell’Europa boreale divisa tra Finlandia e Russia, la cui popolazione è geneticamente affine, vive nello stesso ambiente climatico e agricolo e ha molti scambi tra una parte e l’altra del confine. Bene, nella Carelia finlandese con circa 28 mila euro l’anno di reddito medio e un consumo di frumento di 106 kg/anno, l’incidenza della celiachia nei bambini è di 1 su 107, mentre nella Carelia russa con circa 10 mila euro di reddito equivalente ( che calcola il costo della vita e non solo il reddito nominale) il consumo di frumento è molto più alto  –  155 chili per anno – ma l’incidenza di questa patologia è enormemente inferiore: 1 su 495.

Viene da pensare che sia uno stile di vita più opulento a causare tali inspiegabili differenze. Ma un’altra parte del mondo smentisce anche questa possibilità: per esempio tra Algeria e Tunisia i geni considerati responsabili hanno la medesima diffusione  mentre il consumo di frumento pro capite è molto elevato e sostanzialmente identico in entrambi i Paesi Tuttavia l’Algeria sembra avere la più alta prevalenza al mondo di celiachia: il 5.6%, mentre nella confinante Tunisia è una delle più basse al mondo con lo 0.28%, vale  a dire venti volte inferiore.

Viene il dubbio che la maggiore o minore presenza della malattia, nelle sue forme lievi e sfuggenti derivi più da inclinazioni e culture diagnostiche in qualche modo veicolate dall’ambiente e dagli interessi che dalla realtà, ovvero dalla tendenza ad attribuire a qualcosa di non ben definito tutta una serie di disturbi che non hanno spiegazione, non sono nelle competenze del medico o il cui accertamento effettivo è eccessivamente costoso in termini di esami. Sappiamo bene che per molti disturbi infantili una volta si adottava l’origine psicologica, mentre oggi questa propensione è progressivamente sostituita dal vasto capitolo delle allergie o intolleranze o magari vaccinazioni e dunque anche da quelle al glutine che costituiscono una simil celiachia. Se poi non ci sono riscontri, neanche minimi, rimane però l’idea che è meglio far a meno del glutine e il danno si trasferisce dai villi intestinali al portafoglio. In fondo avere certe intolleranze testimonia di uno status sociale.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: