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Il fascismo trova Casa anche a Imperia

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Casa Pound sceglie Imperia e, sfrontatamente, il Giorno della Memoria per celebrare la sua decodificazione aberrante della storia con la presentazione di un libro che decanta le gesta di tal Venner, membro di spicco dell’OAS,  razzista e omofobo, sacerdote del colonialismo per motivi di “sangue” e “suolo”.

Nei giorni scorsi, grazie all’innaturale ma non sorprendente indulgenza riservata a certe bravate cui si offre un repertorio di giustificazioni e  attenuanti: reazione a gesti sconsiderati contro santuari culturali del neo fascismo, ragazzate innocue frutto di esuberanza giovanile o  folclore nostalgico altrettanto inoffensivo, è passata sotto silenzio o quasi la notizia che è stata distrutta la targa in memoria di Matteotti, posta sul lungotevere teatro del su rapimento.   Ma anche le targhe dei magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e del giornalista Giuseppe Fava – che si trovavano nel giardino della memoria dedicato alle vittime innocenti delle mafie, in Largo Onorato a Castel San Giorgio, (Salerno)- sono state profanate da ignoti.

Non c’è poi molta differenza tra questi atti e gli obiettivi di gesti che hanno un evidente significato simbolico, quello di cancellare con il ricordo, anche la memoria della dignità, del riscatto, della resistenza alla sopraffazione esercitata con la brutalità più bestiale, allo sfruttamento perpetrato con la violenza più ferina, alla corruzione dell’economia, dando rispettabilità anche ai braccianti della brutalità bestiale e ferale, mafie comprese, al servizio delle politiche fasciste e imperialiste  e degli interessi della oligarchie dominanti.

Si sa che le crisi rappresentano l’habitat nel quale trova forza e nutrimento la destra. Perché producono progressivo impoverimento, rinuncia coatta a diritti e garanzie di chi è sotto ricatto, clima generalizzato di intimidazione alimentato per ragioni di ordine pubblico, perdita di autorevolezza delle istituzioni e progressiva erosione delle forme di partecipazione dei cittadini, abiura di competenze e sovranità da parte dello Stato, consolidamento dell’egemonia del privato anche grazie a leggi e regole che depauperano i beni comuni per arricchire dinastie e potentati, la conversione di fenomeni prevedibili e promossi in emergenze da governare con repressione rifiuto limitazione delle libertà, tutti effetti  desiderabili per concorrere alla realizzazione del disegno di abbattimento dei fragili edifici democratici del dopo guerra. Si spiega così l’attacco alle carte costituzionali di chiara “impronta socialista” come hanno dichiarato i protettorati europei dell’impero e l’appassionato sostegno dato ai regimi neo-nazi fascisti nati e consolidati all’ombra dell’Ue e nel cono di luce Usa – proprio come le dittature sudamericane ispirate e tutelate dalla Cia -,  ma anche a quelli di fascistelli postdemocratici impegnati nell’instancabile opera di pacificazione col recente passato, necessaria a coprire le guerre contro il lavoro, la libertà, la pace, i diritti, la verità anche grazie ai distinguo tra chi è meritevole di chiamarsi partigiano e alla volontà di cntribuire all’indagine storica con un vergognoso Museo a Predappio.

È soprattutto a loro che dobbiamo la nuova evangelizzazione della destra all’insegna della fine consolatoria delle ideologie a coprire la fine auspicata delle idee, dei principi, dei valori, della politica, per lasciare campo libero all’iniziativa privata, all’aziendalismo, al marketing, alla concorrenza di interessi miserabili e di ambizioni innominabili. In modo da assecondare la caduta verso i precipizi dell’accontentarsi di elargizioni, mance, treni che non arrivano in orario perché ci si deve compiacere che partano, beneficienza e volontariato, piccole licenze concesse ai piccoli della moltitudine per autorizzare quelle smisurate delle élite autonominatesi grazie a logore maggioranze legali ma non per questo legittime, elezioni private a monte di validità.

E dire che dovremmo accorgerci che i sostenitori dell’ordine mondiale dell’egoismo, dello sfruttamento, hanno segnato la vittoria della loro ideologia totalitaria anche impadronendosi delle nostre parole, quelle degli eguali, quelle delle vittime diventate ostaggio e sfigurate:  la giustizia in tempi di disuguaglianze sempre più profonde diventa un’opinione incerta o alla meglio la strumentazione arbitraria di un apparato, il riformismo lo sguaiato modo di imporre misure inique e volte a incrementare irreversibili disparità, la fratellanza intesa come risibile buonismo, pace retrocessa a uggioso trastullo per anime belle disfattiste e misoneiste, la democrazia talmente screditata dal cattivo uso e abuso da far pensare che si debba correre il rischio di abbandonarla nella mani del nemico. Perfino ecologismo, decrescita economica, critica alla società dei consumi, entrate nel vocabolario di una destra che professa una pretesa di innocenza anticapitalistica e antieuropeista combinandola con nostalgie nazionaliste e identitarie, per occupare uno spazio politico lasciato libero dalla  totale e credibile e riuscendo a coinvolgere settori popolari immiseriti, spaventati, ricattati.

Sarà bene che ci teniamo la parola antifascismo, visto che il fascismo è vivo vegeto e c’è da temere, irresistibile, sotto forma di totalitarismo che si declina nell’economia, nella gestione della sicurezza ridotta a ordine pubblico governato con la repressione, nelle relazioni sociali dalle quali si sono cancellate contrattazione  e concertazione, nell’informazione ridotta a propaganda, nelle sue forme espressive tradizionali: oppressione, riduzione della libertà d’espressione, razzismo, xenofobia, colonialismo, autoritarismo, e  al tempo stesso tentato dalla modernità tecnocratica, in modo che possa svilupparsi ogni forma di controllo e manipolazione in casa e fuori, dominati come siamo dalle grandi corporation, dalle multinazionali delle merci e del pensiero.

Qualcuno che ha temuto di essere posseduto dall’angelo della storia che cammina avanti con la testa girata all’indietro, ha scritto che la storia “ha il compito non solo di impossessarsi della tradizione degli oppressi, ma anche di istituirla”. Deve essere così, se vogliamo mantenere la memoria della sofferenza e rinnovarla con la speranza, difendere il riscatto passato per salvaguardare la dignità futura, farci ispirare dalla coscienza di chi ha lottato per svegliare le nostre.

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