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Casal di Padania

mafie-al-nord-immagini Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film ambientato a Napoli nel quale l’improvvido turista derubato non venga consigliato dagli indigeni di rivolgersi all’esponente locale della camorra per negoziare la restituzione della valigia rubata o dell’orologio della laurea sottratto mentre transitava in taxi verso l’Hotel Royal. E non c’è film ambientato a Roma nel quale il ragazzino dei Parioli cui hanno “preso in prestito” il motorino fuori dalla pizzeria di Trastevere non vada a chiedere aiuto al capannello di piccoli malavitosi che bivacca nel solito bar di via della Scala o di Santa Maria.

Non stupiamoci dunque se il costume si è diffuso tanto che oggi veniamo a sapere dalle cronache che un direttore di banca di una filiale veneta la cui fidanzata era stata derubata di una borsa con la tesi di laurea,  si è rivolto ai Casalesi che in 24 ore hanno recuperato e riconsegnato la refurtiva. Così il protagonista dell’episodio, lo ha riferito il Procuratore nazionale antimafia Ferdinando Cafiero de Raho, diventato da allora ostaggio dei clan di Casal di Principe, è stato costretto a prestare la sua consulenza nei traffici illeciti.

Aveva ragione quel carabiniere ascoltato nel corso di un processo per infiltrazioni mafiose nel Nord, che disse che ormai tutto quello che non è Calabria, o Sicilia, Calabria o Sicilia è destinato a diventare. La Guardia di Finanza e la Polizia, coordinate dalla Dda di Venezia, hanno in questi giorni eseguito  50 misure cautelari (47 in carcere, 3 ai domiciliari) e 9 provvedimenti di obbligo di dimora e di altro tipo come il divieto si svolgere la professione di avvocato e sequestrato  beni per 10 milioni. Le operazioni   hanno avuto come teatro  Venezia e altre località della provincia, Casal di Principe, in provincia di Caserta,  e tra gli accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e altri gravi reati:  estorsioni per riscuotere crediti, truffe all’erario, traffico d’armi, violenze, e ricatti, ci sono il sindaco di Eraclea,  un avvocato e dei commercialisti e un direttore di banca  che permetteva ai malavitosi, come già faceva il suo predecessore, di operare sui conti societari senza averne titolo, concordando l’impiego di prestanome e omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette. Tra i filoni d’indagine ancora aperti c’è dunque  l’ipotesi di rapporti con la politica e il voto di scambio, i con il clan dei Casalesi che ruoterebbero attorno al settore dell’edilizia legato alle costruzioni lungo la costa adriatica veneziana, da San Donà di Piave a Bibione, Caorle e oltre.

Questa ultima operazione conferma i dati del rapporto semestrale di giugno 2018 della Dia che riferiva come il Veneto  sia “teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio” . E la Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.  Nella  provincia di Venezia Cosa Nostra avrebbe riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare, come accertato nel corso  dell’inchiesta Adria Docks.  L’indagine Jonny ha rivelato  “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta, per consolidare la presenza  della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel brand del traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco” .  Sono state denominate  Fiore reciso, Stige, Picciotteria 2, Ciclope,  le indagini che in questi anni hanno portato alla luce i sodalizi tra criminali locali e organizzazioni riferibile a mafia, ‘ndrangheta, camorra,  con l’ausilio di stimati esponenti dell’imprenditoria, delle banche e delle casse rurali, di professionisti e funzionari pubblici, impegnati a creare un humus favorevole al business criminale.

E si scopre in questi casi che l’ombra lunga dell’alleanza tra mala e mafie si proietta ancora  in quelle zone che parevano antropologicamente esenti: poco meno di un anno fa la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili al patrimonio di Felice Maniero, del valore stimato di circa 4,5 milioni di euro. E chissà dove è custodito ancora il bottino frutto di quel sodalizio. Chi ancora oggi ne gode i frutti dopo la resa dell’avventuriero che aveva soggiogato l’informazione per i suoi modi da guascone che facevano dimenticare i suoi efferati delitti.

Che l’infiltrazione mafiosa nell’operoso Nord risalga ai primi anni ’90 si sapeva. Già allora i casalesi avevano conquistato il litorale oggi ambientazione dell’operazione investigativa, da tempo è stato denunciato che organizzazioni criminali comprano le vendemmie per occupare militarmente il comparto delle bollicine, che a Milano risiedono i più attivi riciclatori professionali in grado di trovare un miliardo in contanti in due ore tra le dieci di sera e mezzanotte, quando banche e finanziarie sono chiuse, e i più professionali addetti al trasferimento di denaro all’estero nelle Andorre, nelle Azzorre, a Gibilterra, nel Liechtenstein, nel Principato di Monaco, o che in Lombardia gli usurai mafiosi hanno sostituito quelli tradizionali perfezionando i sistemi di ricatto e intimidazione cruenta, bene introdotti dal gruppo di Coco Trovato, uno specialista del settore, che si era guadagnato una reputazione di rispettabilità grazie alla assidua frequentazione e allo scambio di favori e alla comunanza di interessi con le élite locali che hanno accreditato lui e altri padrini e che hanno favorito un modello imprenditoriale centrato sull’acquisizione di aziende in crisi trasformate in attività legali di facciata dietro alle quali svolgere  quelle illegali.

È emblematica la dichiarazione resa agli inquirenti in tribunale di Ivano Perego, della Perego Strade, una azienda partecipata dalla ‘ndrangheta, cui il fondatore si era rivolto quando l’impresa famigliare risentì della crisi: e il lavoro arrivò, racconta in aula, perché quello era un settore nel quale i mafiosi ci stavano già, e qua nel Nord non troverà un brianzolo o un bresciano a operare nei trasporti, hanno relazioni importanti, procurano appalti ghiotti, favoriscono finanziamenti per il leasing cui gente come noi non ha mai avuto accesso…. Come, non lo so, io ho fatto i miei interessi e non sto a vedere cosa fanno loro.

Per anni il ceto dirigente del Nord si è speso per smentire gli allarmisti (a cominciare dal generale Dalla Chiesa), rassicurare, minimizzare, rafforzando la narrazione di un territorio sano, intorno a una capitale morale inviolata dal crimine, perlomeno prima dell’invasione degli stranieri foriera di scippi, spaccio, rapine in villa da contrastare con la pistola sul comodino. Come se non fosse già risaputo da anni che era la ‘ndrangheta a farla da padrona all’Ortomercato di Milano, magari coperta- vi furono innumerevoli denunce – dai vigili che chiedevano la stecca in cambio della protezione,  come se la Dia e le Commissioni parlamentari non avessero riferito che sono le agenzie di collocamento mafiose a selezionare il personale di baristi, inservienti, buttafuori di locali, balere e night della movida delle pingui province padane. Come se il commissariamento dell’Expo non fosse stato deciso proprio dopo l’accertamento delle infiltrazioni mafiose e degli appetiti del malaffare contiguo nella grande fiera del cibo. Come se i giri di poltrone nei consigli di amministrazione e nei vertici della grandi opere non dipendessero da ingressi e uscite alla “porte girevoli” di tribunali e patrie galere, prima e dopo permanenze troppo brevi. E come se non fosse stato proprio il Cnel, per una volta efficiente, a diagnosticare e analizzare il processo secondo il quale mafiosi arrivati al nord, alcuni dei quali trasferitisi al seguito di carcerati eccellenti insieme alle famiglie in nuclei numerosi, hanno potuto estromettere gli imprenditori locali, acquisire attività, rilevare fabbriche, immobili, appezzamenti agricoli, greggi e allevamenti, boschi e vigneti grazie all’intermediazione e ai servigi di quelli che vengono chiamati “uomini cerniera”, colletti bianchi che la cronaca definisce “insospettabili”, commercialisti, funzionari delle amministrazioni pubbliche e di istituti finanziari, controllati e controllori.

Eppure esistono da anni le mappe che segnalano quali clan e di quali provenienze si sono spartiti i territori, con la ‘ndrangheta preponderante rispetto a Cosa nostra e camorra, eppure basterebbe guardare a uno degli indicatori più rilevanti per valorate il controllo della politica esercitato dalla criminalità organizzata, la lista cioè dei comuni sciolti per condizionamento mafioso. Eppure basterebbe “seguire i soldi” per individuare i brand dell’impero mafioso: traffico di droga e armi, sfruttamento della prostituzione, tratta degli schiavi, e poi la rete commerciale degli esercizi: pizzerie, bar, palestre, ristoranti, night, discoteche. Cui si aggiungono i settori meno tradizionali: le imprese legali, le immobiliari, le finanziarie, le cordate delle costruzioni, quelle del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti. Eppure nessuno potrà dichiararsi innocente, nessuno potrà dire che anche questo fenomeno era imprevedibile e quindi incontrastabile.

Anche perché a ben vedere questa commistione di interessi illegali e regolari, le correità diffuse, l’omertà prodotto del ricatto, la speranza che la salvezza, il benessere, la sicurezza arrivino da altre fonti opache ma potenti non possono non confermarci che il sistema nel quale sopravviviamo è sostanzialmente criminale, occupato militarmente e governato da poteri scellerati secondo modalità e usi banditeschi che opprimono e reprimono, sfruttano e intimoriscono, quando i confini tra legale e legittimo sono sfumati e rispondono a criteri numerici che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, quando il settanta per cento del conto della pizzeria va alla malavita e porzioni analoghe dei nostri investimenti in fondi vanno al crimine finanziario, quando ceti sono emersi grazie a clientelismo, familismo, corruzione e malaffare e pretendono impunità per il loro contributo sia pure in forma disuguale,  al benessere generale e pure al buon governo, avendo dato vita e nutrimento a dinastie di spregiudicati eredi pronti, proprio come nelle famiglie delle cupole, a prestarsi per delitti, ruberie, abusi e soperchierie come è d’uso nel racket dell’impero.

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Andreotti Beato

giulio-andreotti-235777 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapeste come mi mancano Fruttero e Lucentini e la loro mirabile analisi dell’idealtipo italiano prevalente, il cretino. Immaginando che pagine ci avrebbero regalato per quella pratica ancora così in uso, secondo la quale chiunque abbia avuto il coraggio civile di morire, si guadagna così l’oblio delle colpe e il diritto meritatissimo  di poter essere chamato “povero”. In questi giorni si pratica la smemorata pratica redentiva appunto con il “povero Andreotti”, scomparso prematuramente secondo alcuni agiografi, non avendo raggiunto i 100 anni che cadono appunto nel 2019.

È stato oggetto di commemorazioni nelle aule parlamentari e per l’occasione ha visto la luce  un aureo volumetto  “I miei santi in Paradiso. L’amicizia di Giulio Andreotti con le figure più note del Cattolicesimo del Novecento”, scritto dal reggente della Prefettura della Casa Pontificia, monsignor Leonardo Sapienza, e dal giornalista Roberto Rotondo, edito dalla Libreria Editrice Vaticana e  presentato, avevate dubbi?, nella Sala Zuccari del Senato,  dove è stata anche rammentata la memorabile definizione che ne diede un altro “statista”  democristiano ancora vivente, Giovanardi, riprendendo Montanelli: sapeva parlare col prete, ma anche con Dio. L’incontro scrivono sobriamente le agenzie, ha offerto spunti di riflessione sull’impegno sociale e politico dei cattolici oggi e per ricordare la figura e l’opera politica di Andreotti, mettendo in luce quel talento speciale che gli permetteva di passare per la quotidiana benedizione mattutina in chiesa e magari anche di confessarsi, per poi andare a intrattenere più terreni rapporti con mafiosi, banchieri criminali ma vicini alle gerarchie pontificie, già molto attivi, recarsi al ministero, uno dei tanti sui quali ha governato,  a tenere con mano salda una efficientissima organizzazione amministrativa di clientele, favoritismi, familismi in tutti i settori, invidiatissima e che vanta ancora migliaia di tentativi di imitazione.

A guardarsi intorno solo uno è sembrato eccentrico rispetto alla misericordiosa uniformità di giudizio a posteriori, o, come si dice a Roma, a babbo morto: Gian Carlo Caselli che ha parlato del “masochismo istituzionale di chi celebra Andreotti”, rimuovendo opportunamente il “verdetto di provata colpevolezza fino al 1980, per aver commesso (commesso!) il delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra”. E pare che almeno un esponente de 5stelle abbia protestato, ma subito accusato di vilipendio di un padre fondatore.

Non siamo certo nuovi alla potenza dell’ideologia politicamente corretta che è riuscita a decontestualizzare figure e fenomeni storici, per metterli a cuocere nel pentolone dove la destra liberista e capitalista insieme alla “sinistra” moderata e riformista   riducono a un’unica marmellata da propinarci sul poco pane concesso le privatizzazioni, la liberalizzazione dell’economia, la precarizzazione del lavoro e, come in questo caso, la coesistenza o addirittura l’integrazione della teocrazia del mercato con la fede cristiana.

Così anche la pietà e la carità e altri valori diventati commerciali, si possono scambiare, comprare, consumare e diventare oggetti  di culto per salvare la reputazione più che la coscienza, che ormai con le innovazioni introdotte nel campo dei detergenti si lava facilmente: basta appunto collocare in primo piano il trattamento riservato ai disperati, che fuggono da guerre e carestie prodotte da politiche coloniali e imperialiste cui in passato il Divo Giulio non è certo stato estraneo, imputando la ferocia solo all’empio contemporaneo e il gioco è fatto. Basta stabilire tramite tweet la sostanziale differenza tra ingenerose mancette del passato e pelose elargizioni attuali, e il gioco è fatto. Basta accreditare l’esposizione delle terga dei miserabili calabraghe  trascorsi come doverosa assunzione di responsabilità sociale e deplorare quella dei calabraghe vigenti come indecente concessione a poteri impiccioni e autoritari, è il gioco è fatto.

Eh si, ci vorrebbero Fruttero e Lucentini che aggiungessero altre pagine a quelle dedicate a un’altra attitudine nazionale a attribuire al paese e al popolo tutta una serie di primati, e tutti negativi: “l’Italia è l’unico paese al mondo dove gli stagni di acqua salata non sono protetti dal Demanio”, o “l’unica nazione dove ci sono più bidelli che medici … o viceversa”, scrivevano. O “l’unico posto dove si spende più in champagne, che in fiori per i defunti”, portando esempi surreali tante volte ripetuti e tante volte ascoltati e letti e ora proferiti online in qualità di ammissioni di inferiorità, irresponsabilità, incompetenza e cronica arretratezza, pronunciati tra il sarcastico e l’amaro, scuotendo la testa. Allora a loro due come a noi parve quasi un fenomeno salutare dopo la sbornia del made in Italy, del paese con il più elevato numero di beni artistici patrimonio Unesco, e che vantava anche la leadership dei mocassini più smart, del caffè più aromatico, della pasta che non scuoce e delle forchette di designa più immaginifiche per arrotolarla intorno. Ma allora si potevano vantare altri primati: quello dell’assistenza medica pubblica più egualitaria e efficiente, quello della legislazione del lavoro più avanzata e rispettosa dei diritti e delle conquiste.

Tutti cancellati e non da ora, che al trionfalismo alla rovescia di allora possiamo aggiungere il nuovo repertorio di moda del partito dei peggioristi: questo è il peggior governo, quello è il peggior ministro dell’Interno, questa è la peggiore manovra mai prodotta, quello è il peggior ordine che abbia mai regnato, se perfino la sorella di un morto per mano delle forze dell’ordine si mette a fare graduatorie, imputando l’assassinio di un ragazzo affidato allo Stato con un fermo nel 2008, a un nuovo corso degli “sbirri”  legittimati proprio adesso alla repressione violenta dalla concezione aberrante della sicurezza secondo la coalizione al potere.

C’è poco da sperare se ha il sopravvento questa narrazione che dimentica il passato e le responsabilità, così da guadagnarsi una nuova unicità, quella del popolo più smemorato che dell’oblio ha fatto l’alibi per chiamarsi fuori, del rimpianto perfino di Andreotti  e ancor più del Cavaliere ancora irriducibilmente esistente, il ritornello che accompagna la lagna malmostosa cui sono ridotte critica e opposizione.


Quattro salti in drogheria

drogAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ve li ricordate i polizieschi anni ’80, quando già i tentacoli della piovra si insinuavano in tutti gli interstizi della società,  costruivano intere città comprando i politici che li favorivano, grazie al  business mortale della droga? Ve li ricordate quegli anni, quando si mormorava che influenti leader e la loro cerchia – da Turati a Turatello, si diceva, gravitassero in ambienti tossici così come calciatori, vallette, cantanti, proprio mentre il Parlamento  approvava la legge Jervolino-Vassalli che secondo il cofirmatario Bettino Craxi aveva il merito di  “introdurre il principio della punizione dei tossicodipendenti”? Ve li ricordate quei tempi nei quali ogni giorno c’era una breve in cronaca con la notizia di ragazzi morti di overdose, quando in troppo famiglie di amici c’era una di quelle mine vaganti che rubavano, scomparivano per giorni, ricattavano e piangevano, minacciavano e si pentivano per poi ricominciare? Ve li ricordate quei giorni neri nei quali genitori dimissionari da ruoli  patriarcali puntavano su autorità sostitutive molto apprezzate, vezzeggiate e foraggiate proprio in virtù delle loro maniere sbrigative e dei loro metodi dispotici e repressivi?

Si direbbe proprio che l’emergenza sia finita o almeno che non sia più mortale, che dei santuari della redenzione sappiamo qualcosa in quanto meta di masterchef che li propongono come fucina di nuovi talenti gastronomici e di audace sperimentazione anche organizzativa, e che l’immagine della vittima riversa tra i rifiuti su un marciapiede di periferia con la siringa ancora infilata sul pallido braccio appartenga all’iconografia di quegli esangui sceneggiati italiani, che poco avevano a che fare con le colorate e dinamiche avventure di Miami Vice, e con gli ancora più colorati boss dei paradisi artificiali, sudamericani ovviamente perché i nostri eroi di allora combattevano al cinema e in Tv quelle nazioni che gli Usa avevano sostenuto nella transizione a stati criminali, pagando i loro tiranni, formando eserciti privati, finanziando un’economia della droga, dal comparto agricolo alle produzioni che poi hanno fatto circolare in tutto il mondo.

Per la verità se ne parla ancora, ma è solo per ribadire il legame indissolubile tra immigrazione clandestina e criminalità, come ricorrentemente fanno il presidente Pd della Campania e il ministro leghista all’Interno, in perfetta sintonia, quando denunciano la presenza sulle strade e in interi quartieri cittadini di clan africani, perlopiù nigeriani, che deterrebbero il monopolio dello spaccio, omettendo però di informarci che dietro alla manovalanza nera c’è la camorra casertana e napoletana. E che pare che nelle stese e altrove la manovalanza giovanile abbia scelto altri comparti più promettenti, più profittevoli e più “epici” per chi ama la pistola facile: quelli del racket,  del pizzo, dell’intimidazione.

È che il legame c’è, è vero, ma è perché sfruttamento dell’immigrazione illegale e  spaccio sono due dei brand più profittevoli della mafia, in quest’ordine:  prima la speculazione sull’accoglienza e poi la cocaina, l’erba, l’hashish, le pasticche da locali, per ultima l’eroina ormai destinata a piccoli target di  affezionata clientela selezionata tra i più marginali, come ci fecero sapere i leader di Mafia Capitale colloquiando con Odevaine,  membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione, dopo aver effettuato le loro indagini di mercato:  “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? er traffico e lo spaccio rendono meno!”.

Dobbiamo ringraziare il neo liberismo (e forse si spiega così l’adesione entusiasta della più coriacea delle radicali) che ha compiuto il miracolo che per anni ci attendevamo dalla liberalizzazione delle droghe, come ricorda chi a quei tempi (era l’ ’88) seguì la polemica esemplare tra Fachinelli e Eco, il primo favorevole, poiché,  citando Beccaria, non può essere vietato tutto ciò che può indurci a delitto, e che, se non si può pretendere di curare tutti i mali del mondo, è opportuno cominciare a limitarne uno, rompendo la comunanza  tra organizzazione mafiosa e trasgressività culturale e mettendo sul mercato la merce eroina in concorrenza con l’eroina della mafia. Il secondo, invece, pur istintivamente concorde, si dichiarò poi  “incerto”  sospettando che l’industria della droga  danneggiata dalla liberalizzazione, si riciclasse e aprisse il suo business a altre forme criminali, rapimenti, traffico d’armi, prostituzione, schiavismo, gioco. Ingenuo, dunque, nella sottovalutazione della complessità e molteplicità già accertata dei brand industriali e commerciali delle organizzazioni mafiose, preveggente nel profetizzare i campi che l’espansione mafiosa ha poi esplorato. E in questo aveva ragione, visto che pur godendo in pieno del proibizionismo, le cupole hanno diversificato e hanno modernizzato comparti già praticati, quello del traffico di donne e uomini, quello dell’azzardo, in concorrenza con il sistema economico per così dire legale, che opera negli stessi campi.

È probabile quindi che il sistema, normalizzando la droga, abbia scelto  altre forme di controllo sociale più adatte a questa sua fase segnata da un certo sia pure apparente permissivismo privato a fronte di un feroce autoritarismo pubblico,  più consono alle nuove élite che  hanno come obiettivo comune e come ambizione l’annessione nelle strutture dominanti. Anche il consumo di droga si è adeguato, come dimostrano le statistiche che collocano al primo posto la cocaina, seguita dalla cannabis e dalle pasticche e droghe sintetiche, mettendo all’ultimo posto l’eroina, secondo una graduatoria che conferma come il controllo sociale abbia scelto nuove armi, prima di tutto la precarietà, l’incertezza e la paura, emozioni che si cerca di sfuggire non con la fuga, la trasgressione ma con antidoti rassicuranti, che danno l’illusione di una potenza da usare nel contesto professionale, ma anche in quello delle relazioni, come “ricostituente” per  arrivare, affermarsi, sopraffare.

E se un tempo le droghe servivano a artisti maledetti che si perdevano in fughe e pellegrinaggi in modi artificiali, per tornare, se tornavano, con doti, talento, vocazione talmente saltati da dare forma a creatività e espressione, adesso i maledetti sono i poveracci che con l’eroina fanno i pendolari da un mondo finto schifoso a un mondo vero schifoso rischiando la morte, visto che resta la droga con il più elevato rischio, seguita da pasticche e sostanze che si trovano facilmente su internet, accessibili anche ai minori, che costano poco, che circolano ovunque e che magari non ammazzano del tutto ma certo annichiliscono cervello e sensi. Più o meno come l’altro brand legale anzi favorito, quello dei “medicinali”, antidepressivi, ansiolitici, stimolanti, stabilizzanti dell’umore, prescrivibili dal medico di base, visti di buon occhio dall’intera società del benessere soprattutto da quando è il malessere da perdita a averla vinta per curare lavoro perso, lavoro precario, lavoro che non c’è, debiti, affetti che non resistono a certe privazioni, umiliazioni, proprio perché inducono una benefica letargia, addomesticano l’istinto alla ribellione, aiutano a sopportare il futuro come vuole l’apparato che ci governa ben oltre gli stati, le nazioni, le etnie, le identità perdute. In modo da sospendere la storia, cancellare il domani e cristallizzare, nel presente, l’ordine attuale, per l’eternità e senza speranza.


Ultimo atto

imagesLe cose vanno così  in questo Paese ultimo: le rendite di posizione  e gli orpelli che la definiscono sono come i diamanti: durano per sempre, anche se non hanno più ragione di essere. Gli ex parlamentari conservano i loro uffici e ci vorrebbe la forza pubblica per sfrattarli, gli ex commis godono dei privilegi di un tempo oltre che delle liquidazioni da nababbo, ex premier e presidenti conservano le costose scorte che dimostrano meglio dell’Oreal che qualcuno vale, nonostante i guardati a vista se ne lamentino davanti alle telecamere secondo un antico e banalissimo costume ipocrita e vittimista. Così accade che Sergio De Caprio, passato alle cronache come capitano ultimo, anche se oggi è colonello, noto per aver materialmente arrestato Riina il 15 gennaio del 1993, abbia la scorta da 25 anni, nonostante non sia più in Sicilia da 18 anni, che lo stesso boss sia passato a miglior vita e che l’ufficiale si sia da gran tempo occupato di tutt’altre questioni, sia passato per i servizi segreti dai quali è stato scaricato, sia stato al centro di un clamoroso errore giudiziario, il caso Barillà, costato oltre 4 milioni all’erario e sia stato anche tentato dalla politica di estrema destra ottenendo la bellezza di 9 voti. Ora non voglio passare in rassegna i dubbi che sono nati sulla dinamica del celebre arresto, sui ritardi che hanno portato a questo esito ( ci fu anche un processo in merito dal quale De Caprio e il colonnello Mori uscìrono assolti) e sulle tesi peraltro piuttosto consistenti che fanno risalire la cattura di Riina a un accordo fra Stato e Bernardo Provenzano. I propositi di vendetta che pure sono stati ipotizzati e di cui si è avuta qualche notizia, peraltro vaga, si fermano al ’93 e riguardano la volontà di Provenzano di vendicarsi, tesi peraltro più opportuna che credibile visto che la messa fuori gioco di Riina lo incoronò re della cupola. Peccato comunque che anche questo boss sia morto e che la mafia di quel periodo sia ormai scomparsa dando origine a qualcosa di ancora più temibile, ma affaccendata in tutt’altro.

Facciamo finta che tutto questo non esista, facciamo finta di essere un paese normale: a che serve ormai la scorta a un uomo che semmai dovrebbe scortare dopo un quarto di secolo? Nessuno lo ha mai spiegato chiaramente, anche perché se davvero ci fossero dei motivi reali sarebbero inconfessabili, ma ciò nonostante tutti i tentativi di levare la scorta al personaggio più che all’uomo sono miseramente falliti a cominciare da quello del 2009 per finire al 2014. Nel settembre scorso ci hanno riprovato ma guarda caso al capitano ultimo ormai colonnello senza compiti operativi, bruciano l’auto:  un avvertimento della mafia! Certo perché se per caso qualche antico vendicatore fosse ancora all’erta dopo tanti anni, la prima cosa che fa invece di sparargli  è di bruciarli la macchina come se fosse un teppistello  da quattro soldi agli ordini di un cravattaro.  A questo punto un’assicurazione casco fornita dallo stato sarebbe più utile, ma il Tar del Lazio si è trovato nella necessità “morale” di ristabilire la scorta dopo questo fattaccio di non chiara origine, lasciando il compito a un ulteriore giudizio .

Quello che però sorprende è la veemenza con cui l’ex capitano ultimo ha reagito alla sottrazione della scorta passando ogni limite e parlando di disprezzo verso alcuni magistrati, al punto che la stessa Arma dei carabinieri si è sentita di intervenire e di “stigmatizzare il tenore delle dichiarazioni a lui attribuite, lesive del prestigio di appartenenti a pubbliche Istituzioni”. Insomma è come se lo stessero scaricando visto che il peso del personaggio “ultimo” sovrasta ormai quella del capitano e colonnello reale di cui nessuno vuole disconoscere i meriti, specialmente quelli di non essere troppo intimidito dai politici, ma che ha necessità della scorta non tanto per evitare attentati che comunque potrebbero essere messi a segno, come purtroppo sappiamo bene, quanto per mantenere in vita il proprio stesso mito. Purtroppo dal momento che la decisione è arrivata sotto Salvini ha provocato le reazioni sdegnate dell’estrema destra, alleata di Berlusconi che come ben sappiano non ha nulla a che fare con la mafia, il silenzio degli innocenti centristi e la comparsa sul palcoscenico di Rita Dalla Chiesa che si chiede perché la scorta a Saviano e al capitano ultimo no? Già, ci si potrebbe riflettere, magari c’è qualcuno che nell’ombra odia a morte i plagiari.

Credo però che nell’insieme tutto questo sia un bell’assist alla mafia e alla criminalità organizzata: se ad ogni cattura bisogna dare la scorta per mezzo secolo a chi sta dalla parte della legge, allora tanto vale dargliela vinta. Se se ne arrestassero di più, magari il problema nemmeno si porrebbe.


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