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Mafia, si fa ma non si dice

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dieci anni di reclusione per l’ex Nar Massimo Carminati, 12 e mezzo per il patron delle cooperative redentive Salvatore Buzzi: sono queste le condanne comminate dalla Corte d’Appello di Roma nei confronti dei due principali imputati dell’inchiesta “Mondo di Mezzo” al termine del processo d’appello bis.

 A chiedere il ricalcolo della pena era stata la Corte di Cassazione che intendeva così  demolire l’impianto accusatorio degli inquirenti facendo cadere l’accusa di associazione mafiosa per la cerchia del tandem malavitoso,  sostenendo che non si trattava di una cosca ma di una semplice banda del buco di marioli autarchici, senza cupola, Don e boss, con il tandem dei due come capibastone e una manovalanza diffusa nel territorio a tirar su e offrire mazzette ai referenti, poiché l’unico reato  accertato pare sia la corruzione, ormai largamente normalizzato.

Le obiezioni della Cassazione furono accolte con sollievo dal pubblico degli indignati che accusava Pignatone e la sua “retorica forcaiola” di aver imbastito il canovaccio per uno di quei polizieschi anni ’70 con le sparatorie in città, er Monnezza, la giustizia faidate, i mafiosi in coppola che arrivano fino a Milano che spara, Roma risponde, proprio come Totò e Peppino, e che tanto danno avrebbero arrecato alla nostra reputazione internazionale, favorendo la reiterata pubblicazione di copertine con la pistola fumante adagiata sui bucatini.  

Di questi tempi la Treccani non gode di buona fama presso il pubblico femminile, ma sarebbe raccomandabile la consultazione della sua voce “mafia” da parte di magistrati e giornalisti (oggi il Foglio commenta rallegrandosi per la sentenza che restituisce considerazione e stima al nostro Paese condannato, è ovvio, dalla magistratura rossa  al  ludibrio  del mondo).  

Ne cito i passi salienti: termine con cui si designa il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà e regolate da complessi riti….; il carattere di associazione a delinquere della mafia (che dai proprî affiliati è denominata «Cosa nostra») si precisa con riferimento alla funzione di mediazione esercitata nell’economia del latifondo da elementi come i gabellotti o i campieri …. nel controllo dei raccolti, nell’esazione dei canoni d’affitto, ecc….; con l’intimidazione e la violenza, il mercato della manodopera e la distribuzione dell’acqua…. Il sistema delle cosche  ormai inseritosi in tutte le situazioni conflittuali del mondo rurale.. si sviluppa ulteriormente in questo secolo nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova, dopo la seconda guerra mondiale, nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità, estende la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga”.

Stupisce che per miserabili questioni di interesse personale i due attori protagonisti del giallo all’italiana che in passato avevano vantato imprese epiche, rivendicando rapine funamboliche e imprese belliche, decantando relazioni impari con autorità e decisori costretti a elemosinare protezione a assistenza, esibendo un’indole da influencer capaci di condizionare scelte politiche cittadine, non si siano sentiti offesi dalla retrocessione agli standard e alle prestazioni di un qualsiasi Mario Chiesa, che il loro esercito sia stato degradato a manovalanza mercenaria offerta alla pubblica derisione non fosse altro che per i soprannomi peraltro significativi delle specializzazioni: spezzapollici,  Bojo, il Biondo, l’Accattone.

Ma anche il Nero e il Rosso, indicativi del carattere bipartisan dell’impresa a carattere “famigliare” secondo i criteri di Cosa Nostra: Carminati, er Cecato, è un ex Nar, ma Buzzi ha fatto carriera con le cooperative,  che gli hanno assicurato la protezione e l’ammirazione  della “sinistra”, dalla Mafai che lo magnifica in edificanti editoriali, a Poletti, capo della Legacoop che si fa immortalare alle su convention, da candidati illustri che chiudono le campagne elettorali alle sue cene, cui fa atto di presenza quel Panzironi manager dell’Ama, famiglio dei Alemanno, il sindaco che  esce dalle  porte girevoli dell’inchiesta è vero. Ma poi uno degli imputati Vip è un consigliere speciale di Veltroni, proprio nel settore della  gestione dell’immigrazione, che diventa il brand più profittevole del Mondo di Mezzo e i bilanci del Comune venivano aggiustati in favore delle cooperative in forza a Carminati, ma li approvavano anche i consiglieri Pd.  

Il fatto è che la mafia, di questo si tratta, non va a rimorchio dei processi economici e dei fenomeni sociali, ma li anticipa per coglierne le ricadute, facendo saltare le regole della concorrenza leale, smantellando quelle del libero mercato tradendo così i capisaldi della destra sociale e poi sfrutta poveri, immigrati, senzatetto, tradendo i principi della sinistra, così rosso e nero scolorano nel verde dei soldi.

Se ci mettete poi i favori reciproci con il Vaticano, si fa presto a capire che i meccanismi che hanno assicurato il dominio della cosca di Mafia Capitale sono gli stessi liberi da qualsiasi “ideologia” salvo quelle del profitto e della speculazione, gli alleati, gli interlocutori, i ricattati e i ricattatori sono le fotocopie degli attori nel teatro dell’economia e della finanza a norma di legge, quella delle Grandi opere, del Mose di Mafia Serenissima, della Tav, dei nuovi brand della “salute”, dei vaccini, delle mascherine, delle cliniche, delle fondazioni che annoverano nei consigli un autorevole politico, delle municipalizzate, delle cordate che godono dei benefici delle semplificazioni applicate agli appalti e agli incarichi.

 “Con questa sentenza il mio assistito è sotto il limite che consente una misura alternativa e quindi potrebbe non tornare più in carcere“, è il commento a caldo di Cesare Placanica difensore di Massimo Carminati, che  ha maturato 5 anni e 7 mesi di carcere preventivo. E si lamenta Buzzi: “È stata una condanna molto più dura di quanto ci aspettassimo perchè la corte ha considerato più grave il reato di associazione a delinquere semplice…. Faremo ricorso nuovamente in Cassazione”.

Ma si, è ragionevole il suo disappunto, perché, se la colpa è quella, dovrebbero essere trattati peggio dei manager che in attesa di giudizio fanno il giro dei consigli di amministrazione delle imprese in odor di mafia della Grandi Opere, degli amministratori che si ripresentano agli elettori, dei dirigenti di banca perdonati dal Bail in, per non dire delle dinastie imprenditoriali e dei corsari che sono arrivati qui equipaggiati e foraggiati degli aiuti di stato di Invitalia, Cassa Depositi e Prestiti, cui è stata concessa immunità e impunità?

A smentire che il duetto con il contorno dei vari associati sia costituito da due malandrini, da due delinquenti che hanno fatto un po’ di carriera emergendo dal fango miserabile della piccola criminalità locale, c’è invece proprio l’aver incarnato il processo di modernizzazione della criminalità organizzata, che magari conserva qualche rito associativo e si dedica a qualche esercizio nostalgico tra rapine e gambe rotte, ma che sa infiltrarsi nel tessuto “legale” e istituzionale, che è talmente radicata e tollerata da potersi permettere livelli elevati di trasparenza, agendo alla luce del sole, trattando nelle sedi e nei luoghi della politica e dell’economia, collocando le sue risorse umane nei consigli delle banche, assorbendo attività in sofferenza, a copertura di business opachi.  

Intorno a quei due c’era un mondo che grazie a questa benevola interpretazione giuridica e antropologica continua ad agire, intimorisce e ricatta, grazie ai clan di Frascati o Ostia, a quelli della Tuscolana e dell’Anagnina dove regnano i Senese e i Casamonica, applica le leggi del racket, incrementa i suoi profitti con la droga, la prostituzione, il gioco, e se ha perso molti dei cespiti dell’immigrazione, si rifà con lo strozzinaggio ridiventato una linea produttiva di successo grazie al Covid.  

Non deve stupire la riabilitazione dalla colpa di essere mafiosi, Resta semmai il reato di megalomania di due banditi che pensano di poter agire come la Commissione Europea, le multinazionali, le banche, la Nato, Biden, e, in sottordine, i loro capibastone, i loro mammasantissima e la loro manovalanza. Eh si, davvero, ma chi si credono di essere?      


“La mafia non esiste” e il nuovo complottismo

Ho abbastanza anni per ricordare quelli che dicevano: “la mafia non esiste” e ho troppi anni per sopportare che quelle tesi assurde, quei ragionamenti senza verità e costrutto siano riproposti oggi pari pari per negare qualsia dignità di progetto organico al combinato disposto pandemia – distruzione di fette di economia reale. Ho abbastanza anni per ricordare come molti negassero il collegamento organico fra galantuomini d’onore tutti volti al bene caritatevole e dunque l’esistenza di un’organizzazione per quanto elastica e a geometria variabile tra di essi che si presentava come anti Stato, negando così una delle più scontate dinamiche di potere sulla base di un supposto senso comune, quando già circolavano, soprattutto oltre atlantico le “confessioni” su Cosa nostra . Eppure oggi quegli argomenti o per meglio dire quel senso di impossibilità sono stati rispolverati per contrastare le cosiddette teorie del complotto le quali – a parte talune accese e infantili fantasie –  non fanno altro che asserire l’esistenza di poteri grigi in grado di collegarsi e di operare in sintonia a livello globale.

E’ straordinario come  per contrastare nemici fabbricati ad arte si costruiscano le più strane e sconclusionate storie, vedi per esempio quelle che riguardano la Russia putiniana o la Cina o ancora il Venezuela  a cui il pubblico dovrebbe credere senza discussioni, mentre viene trattata come un’assurda leggenda il tentativo di ingegneria sociale a cui siamo sottoposti, quando esso non soltanto non viene negato, ma è addirittura spiegato nei particolari in libri scritti dai responsabili dei circoli del globalismo. Non importa che il fondatore e animatore del Word economic Forum scriva un libro spiegando il “grande reset” , chi parla di grande reset è evidentemente un complottista, ne è sufficiente che l’ex amministratore delegato  di Goldman Sachs, Marty Chavez  dica che l’estrema disuguaglianza che seguirà alla pandemia narrata non può essere superata politicamente attraverso nuove regole del lavoro e una nuova visione delle cose, ma solo attraverso distribuzioni di sussidi che evitino la rivoluzione e salvino così le classi dirigenti e la loro ideologia. Dietro queste parole si nasconde, ma nemmeno poi troppo, l’idea che la pandemia e la sua trasformazione in apocalissi sia uno strumento per impoverire i ceti “resistenti” e passare così a  ri-disciplinamento autoritario delle società al fine di tenere in vita l’ultra capitalismo.

Certo spacciare per complottismo la nuda  realtà è possibile solo a seguito del rimbambimento generale che è stato perseguito con assoluta pervicacia in questi anni, anche grazie a social che invece di diventare luogo di discussione e di articolazione delle idee sono diventati un terreno per la più squallida tifoseria manichea e per allontanare qualsiasi complessità del mondo reale. Per esempio il fatto che i farmaci siano oggi indispensabili, ma anche la terza causa di morte secondo le statistiche ufficiali. Eppure siamo comandanti a usare un vaccino fabbricato in fretta e furia, senza alcuna reale sperimentazione, dalla più cinica e opaca delle multinazionali del farmaco, quella più multata e assassina e non per questo esso sia necessario o possa effettivamente servire, ma come prova di obbedienza. Se possiamo rischiare che l’ mRna combini dei guai genetici non previsti a fronte della difesa da un raffreddore, se possiamo sopportare di vivere ormai in totale negazione dei diritti costituzionali, allora sanno di poterci fare di tutto. In realtà un senso di timore c’era anche prima del Covid: nel “Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa” ‒ realizzato dall’Osservatorio promosso da Fondazione Unipolis, Demos&Pi e Osservatorio di Pavia  era stato accertato che che «un peso rilevante nell’accrescere le paure ce l’hanno i processi di globalizzazione (39%) e “gli atti terroristici” (44%), ma che era la crisi economica a suscitare angoscia  con il corredo di perdita di lavoro, disoccupazione, impoverimento e timori per il futuro dei giovani tanto che “l’80% degli intervistati dichiarava di avere percepito un aumento delle disuguaglianze economiche e sociali”

La pandemia ha in un certo senso ha trasceso tutto questo portando la minaccia – non importa se reale o narrata – su quel livello biologico di pura esistenza a cui man mano si è tentato di ridurci, in  maniera da cancellare le resistenze e le consapevolezze che cominciavano ad emergere. E ormai sostituite dal vaccino come panacea di tutti i mali come ha ben spiegato  com la solita insolenza di bon ton la signora von der Leyen, mentre un inarrivabile cretino tutto italiano che scrive sul Corsera, loda Pornhub perché li non si fanno discorsi complottisti.  Certo si  fanno discorsi da segaioli che tanto debbono piacere a questo cronista, ma almeno non si osa dire che la mafia esiste.


Covid Mafia

soprAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutti a parlare di giovani, di generazioni future e di come sarà il mondo nelle loro mani e poi ci ritroviamo a consegnare i nostri destini nelle mani di ottuagenari che hanno già mostrato di cosa sono capaci, da Berlusconi a Prodi e, in aree diverse ma non poi molto più opache e buie, a Matteo Messina Denaro, che secondo la tradizionale relazione semestrale della Dia, continua a rappresentare un punto di riferimento irrinunciabile e una leadership  modello per le organizzazioni criminali.

Pare insomma che, come per la politica e l’economia, si manifestino anche là aspirazioni di modernità nelle strategie, la volontà di adattare le strategie e i comportamenti alle modalità dell’economia “immateriale” e all’innovazione tecnologica,  in grado di adattarsi alle evoluzioni del contesto esterno, nazionale ed internazionale, “tenendosi al passo con i fenomeni di progresso e globalizzazione, anche grazie alle giovani leve che vengono mandate fuori dall’ambiente della Famiglia,  a istruirsi e formarsi per poi mettere a disposizione delle cosche il bagaglio conoscitivo accumulato”, con la continuità con una tradizione arcaica, autoritaria e potente che favorisce e consolida appartenenza, spirito identitario e fidelizzazione e capace di   rafforzare sempre di più i propri vincoli associativi interni, creando seguito e consenso soprattutto nelle aree a forte sofferenza economica,

E non a caso il rapporto che conferma come i settori trainanti dell’economia mafiosa siano ancora quelli abituali che hanno permesso la penetrazione e l’infiltrazione in tutte le regioni italiane: droga, prostituzione, riciclaggio, gioco d’azzardo, edilizia, cui negli anni si è aggiunto un comparto sempre più redditizio, quello della gestione e del trattamento dei rifiuti, della dominazione nel sistema di appalti per bonifiche e del trasporto e traffico, anche a norma di legge, di materiali tossici in Italia e all’estero, mette in premessa la nuova frontiera del business, il governo della fase di post-pandemia e il brand della ricostruzione.

Non occorre una particolare competenza in materia per capire come un sistema economico legale, autorizzato dal codice civile e penale,  ma alla lunga illegittimo se provoca disuguaglianze feroci grazie allo sfruttamento più avido, proprio come quello illegale ma sostenuto direttamente o occultamente dal contesto politico e amministrativo (dal 1991 non ci sono mai stati così tanti enti locali – 51 –  sciolti per mafia,) sappiano da sempre approfittare di crisi ed emergenze per imporre condizioni anomale, procedure straordinarie, licenze alle regole dando forma a stati di eccezione che autorizzano procedure opache, semplificazioni in grado di consentire aggiramento di norme e controlli.

E infatti la Dia rilancia l’allarme per la fase post-lockdown: le organizzazioni criminali si faranno carico di fornire un “welfare alternativo” e dall’altro allargheranno il loro ruolo di interlocutori  affidabili ed efficaci a livello globale, attraverso quello che viene chiamato il doping finanziario, ossia l’immissione di capitali che vanno a innervare e rigenerare i settori in crisi, “mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni che non sono in grado di ripartire, su tutto il mondo delle strutture ricettive”.  E da parte sua l’Interpol attraverso il Capo della Polizia Gabrielli ha già fatto sapere che la mafia calabra “punta alla possibilità di entrare nelle società che gestiscono la produzione di farmaci vaccini”.

Niente di nuovo, a ben guardare, l’ingegno criminale più o meno “organizzato” sa bene che anche in condizioni di benessere si determinano differenze ancora più profonde che hanno come effetto collaterale la demoralizzazione, come disaffezione e perdita di valori etici,  che in condizioni di apparente democrazia clientelismo, familismo, corruzione possono essere interpretati come l’adeguamento naturale a un costume che si consuma in alto e come un comportamento difensivo per accedere a servizi e diritti che sarebbero legittimi.

E che, invece, quando c’è una situazione di crisi i soggetti più esposti e vulnerabili diventano preda del racket, dei condizionamenti e dei ricatti, quindi della paura e dell’intimidazione che non si esercita solo con la pistola o le bombe incendiarie contro la saracinesca del bar o del negozio, ma con il crearsi di un perenne stato di incertezza e di timore alimentato ad arte.

Insomma, proprio lo stato di un paese che ha perso reddito, che è stato diviso in gente selezionata per salvarsi la pelle stando a casa e cedendo, apparentemente in via volontaria,  libertà e benessere, altra gente invece segnata dal sacrificio necessario per garantire la sopravvivenza e i servizi essenziali in cambio della pagnotta già a rischio e che lo sarà ancora di più.

Niente di nuovo, a ben guardare, se il format è sempre lo stesso, quello di Mafia Capitale – ma per carità non fatevi sentire dalla Cassazione che ha retrocesso attività e protagonisti alla semplice delinquenza comune a ai suoi attori da commedia all’italiana. Se  “il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà”  si è aggiornato perfino secondo i dizionari sviluppandosi  “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità,   stende  la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”,  sicché il termine “mafia” si applica    “internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”.

Come non notare dunque affinità specifiche  tra le cosche e altre organizzazioni autorevoli e autorizzate che usano procedure analoghe fatte di angherie, sottrazione di beni, intimidazioni e abusi, che prestano soldi “a strozzo”, tanto da confermare il noto interrogativo brechtiano, se sia più criminale rapinare una banca o fondarla, entità politiche e governative che vivono delle risorse dei soggetti aderenti, le amministrano e le concedono a patto che vengano spese in forma condizionata dall’obbedienza a diktat e dalla cessione di sovranità e diritti, pretendendone la restituzione maggiorata di interessi anche morali e civili, secondo una partita di giro che assomiglia da vicino alle modalità in uso a Corleone e Broccolino.

Come non chiedersi a che punciuta si sia sottoposta la ex presidente di un autorevole consesso che ha speculato per prima sulle mascherine, brand subito diventato appetibile per governatori che tengono famiglia, imprese di vari settori merceologici immediatamente riconvertiti grazie alla moral persuasion sanitaria anche via app, esercitata da decisori e accoliti pescati nel mondo della scienza e dell’impero digitale.

Come non  aspettarsi un’appendice della Dia sulle imprese di vari esponenti dell’impero del male transnazionale che alternano l’occupazione  bellica delle città e dei territori grazie a cantieri di Stato speculativi e corruttivi dell’economia e dell’ambiente con il sostegno alle malattie e ai decessi provocati dalla demolizione del Welfare e da nuove povertà in modo da favorire il mercato dell’assistenza per i pochi che possono permettersela, delle terapie selettive, arbitrarie e probabilmente inutili o dannose, ma che sono diventate irrinunciabili grazie alla pistola puntata, da quando l’unico diritto autorizzato e elargito è quello alla sopravvivenza.

 


I sindaci del Rione Fallimento

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 2019 è stato un altro anno record dei comuni sciolti per mafia dal 1991, quando venne approvata la legge che disciplina la materia.  Nel 1993 erano state 34 le municipalità commissariate,  21 nel 2017, 23 nel 2018, e  21 nel 2019: 8 in Calabria, 7 in Sicilia, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata.

E se la provincia più rappresentata è quella di Reggio Calabria con 6 Comuni, quasi il totale regionale, il dato più preoccupante è che molte delle amministrazioni sciolte sono “recidive”, al secondo o terzo provvedimento.

C’è da dire che se non sono mafiosi, i comuni italiani, piccoli o grandi, sono indebitati, già falliti o destinati alla bancarotta. Il  super-debito italiano assorbe il 7,9% della spesa corrente complessiva, cioè 63,98 miliardi su 812,6 (dati 2019), interessando da  circa trent’anni, più del 10% degli 8000 Comuni italiani., sull’orlo del tracollo economico.  E se il buco nero di Roma ammonta a 12  miliardi, in 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti, il “servizio” annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva, così di ogni 100 euro di costi totali, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate di interessi, che pesano per oltre 116 euro all’anno sulle spalle dei residenti.

Ben 592 amministrazioni locali hanno dichiarato il «dissesto finanziario», vale a dire sono state definite «incapaci di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili» o non sono riusciti a far fronte ai creditori «con il ripristino dell’equilibrio di bilancio». Negli ultimi 4 anni 120 hanno  approvato una delibera di dissesto, pari a oltre l’1% complessivo, il 75% dei quali è concentrato in tre regioni, Campania, Sicilia e Calabria.

Una recente sentenza della Corte Costituzionale, che aveva già “bocciato” l’amministrazione di Napoli, per aver adottato accorgimenti illegittimi al fine di pareggiare il suo bilancio, ha messo fuori legge la norma che permetteva di pagare i debiti in 30 anni, fissando il limite a 10-20 anni:  nella lista dei condannati al flop certo, circa 130 città, tra le quali Palermo, Reggio Calabria e Messina e almeno 6 milioni di cittadini.

Nonostante questi standard di prestazione, i sindaci oggi rivendicano il riconoscimento di una maggiore autonomia, aggiungendovi la nuova declinazione in campo sanitario della massima che raccomanda di pensare globalmente e agire localmente, traendo insegnamento dalla  drammatica vicenda che ha attraversato il Paese, cito,  “per puntellare le fondamenta del sistema sanitario nazionale che verrà con le solide radici dei sindaci e delle comunità che essi rappresentano”.

Tutti d’accordo, da Sala a Gori, quello di Bergamo non si ferma, designato dal Pd come miglior sindaco, da  De Magistris a Raggi, impegnati nella repressione, coi costi che comporta in personale e misure aggiuntive ai decreti sicurezza tanto deplorati e alle ordinanze da sceriffi su panchine, muri, mense differenziate, tirate opportunamente fuori dai  cassetti di amministratori leghisti diversamente leghisti,  tramite  la polizia municipale incaricata dei nuove e originali forme di pubblico decoro tramite guanti e mascherine, per punire assembramenti ai Navigli, intemperanze di parrucchieri, impenitenti osti che non osservano le regole per il plateatico.

Vogliono più indipendenza dallo Stato centrale, meno vincoli, più libertà di gestione anche per quello che riguarda le aziende di servizio che con tutta evidenza non sono ai loro occhi sufficientemente privatizzate, anche se cercano di assolvere alla nobile missione di portare “acqua” agli azionariati e voti ai candidati.

Dà loro voce la coscienza critica della Gedi, MicroMega, che qualcuno vorrebbe chiamare MacroSega per quella inclinazione onanistica a  celebrare i fasti europei e del progressismo liberista, intervistando in contemporanea Appendino e Nardella. Non sorprendentemente uniti nel denunciare il patto di stabilità, pur sospeso a livello europeo, che ha ancora i suoi effetti sui comuni, imbrigliati da quelle norme, e dunque nel chiedere più poteri.

Appendino ricorda come Torino abbia dei soldi a bilancio per le infrastrutture “che possono essere immessi immediatamente nel circuito economico, ma abbiamo bisogno di procedure più snelle. Con le giuste risorse e i giusti poteri – un altro esempio – posso modificare il codice della strada per poter ridisegnare la mobilità sostenibile”.

E Nardella propone di “ridurre e accorpare le regioni, per dare più poteri ai comuni e far sedere i sindaci ai “tavoli che contano” in Europa”. Il sindaco del Giglio reclama la restituzione in veste di risarcimento della quota di sovranità ( in questo caso redenta e dunque moralmente accettabile a fronte del bieco sovranismo)  ceduta al governo nel pieno dell’emergenza, ma bisogna far presto perché  “  per il turismo il danno supera un miliardo di euro, considerando che in media Firenze conta 15 milioni di presenze l’anno e da mesi siamo praticamente a zero… Per quanto riguarda l’ammanco nelle casse, senza aiuti da parte dello stato dovremo registrare 180 milioni di euro di disavanzo”.

Mentre Appendino si preoccupa del riavvio “semplificato” dei cantieri: “a Torino abbiamo il progetto della seconda linea metropolitana che vale quattro miliardi ed è finanziato per un miliardo. Voglio poter mettere a sistema quelle risorse nel più breve tempo possibile. Per farlo, però, è necessario rivedere l’intero sistema degli appalti”.

Non c’è proprio speranza ormai, siamo condannati.

C’è stato un momento nel quale i casi di amministratori incaricati per elezione diretta hanno fatto sperare in una riarticolazione del potere a livello orizzontale, in modo da favorire a un tempo autonomia e partecipazione democratica al processo decisionale. Ci siamo avventurati a sperare in una Ada Colau in Laguna, lei che ha fatto della sua frase: non vogliamo finire come Venezia, il suo slogan contro la mercificazione turistica delle città, lei che ha detto che bisognava opporsi a quel “mondo capovolto” che ha consegnato la bandiera dei diritti sociali alle destre per accontentarsi del minimo sindacale delle battaglie “civili”.

Altri si sono illusi che la “pandemia” avesse benefici effetti antropologici e culturali, costringendo i ceti dirigenti a tutti i livelli a rivedere i modelli di sviluppo imperniati sullo sfruttamenti intensivo di uomini, territori, beni comuni e risorse.

C’è perfino chi ha sognato che la crisi sanitaria imponesse un ritorno all’arcadia della decrescita, sia pure obbligatoria, con le città d’arte vuote, un risparmio dei consumi dissipati, gli arcaici centri commerciali abbandonati come cattedrali megalitiche.

Macchè, il sistema di governo delle mance, delle elargizioni senza brioche, si declina a tutti i livelli. Per Torino dopo il declino dell’industrializzazione e l’eclissi del turismo accompagnato da Grandi Eventi e Operette invernali, le aspettative sono affidate al Welfare ristretto nei confini di “Torino solidale” coi buoni pasto e l’erogazione di assistenza aggiuntiva a reddito di emergenza e Bonus Inps in attesa di mettere insieme una grande coalizione per il lavoro e la casa. Per Nardella, c’è da sviluppare un’iniziativa che permetta una semplificazione per il trasferimento più rapido e diretto dei finanziamenti dall’Ue alle municipalità.

Qualsiasi sia la fidelizzazione aziendale a formazioni politiche, non viene messa in discussione l’appartenenza fatale e incrollabile all’Europa, l’atto di fede al Mes, comunque si voglia chiamarlo, ai prestiti per risanare la sanità da ripagare coi tagli alla sanità.

Non si recede dalla crescita e dall’occupazione consegnata al cemento e ai cantieri delle Grandi Opere, non si immagina un progresso che demolisca il sistema delle disuguaglianze quelle nutrite dai nuovi simulacri, le smart city, la digitalizzazione raccomandata dal guru dei telefonini in aperto conflitto d’interesse, della didattica a distanza e dello smartworking che permette l’emarginazione di lavoratori e lavoratrici dalla società, nega qualsiasi forma organizzata di difesa della sfruttamento.

La Ricostruzione consolida in tutte le declinazioni territoriali le vecchie e cattive abitudini, l’espulsione dei reietti e sommersi per favorire la costruzione di città ideali  del privilegio,  falegnami ed artigiani sostituiti dall’occupazione militare di merci a basso prezzo: mobili di Ikea o tutto a un euro  dalla Cina, tanto economici da poter essere effimeri e sostituiti, elettricisti obbligati dalle normative europee  adottate dalle grandi aziende a diventare assemblatori per loro conto di pezzi prodotti negli stessi posti e sovraccaricati di costi di certificazione, formazione, professionisti soffocati da piattaforme.

E poi uno sfrenato indebitamento che verrà ripagato con le solite procedure di socializzazione delle perdite, con l’aumento di tariffe e con tagli delle politiche sociali, con la resa entusiastica e definitiva al casinò finanziario che ha già contribuito all’indebitamento dei comuni tramite fondi, hedge, bolle e balle.

Mal Comune mezzo gaudio? No, catastrofe intera.

 

 

 


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