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Batracomiomachia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che disgrazia, sono tornate in gran spolvero le sardine.

La colpa, inutile dirlo, è di un accademico di Siena che con la fanciullesca e baldanzosa irruenza data dall’appartenenza ad una élite superiore, culturalmente e moralmente, ha dato voce roboante alla condanna per il populismo bieco, incarnato dalla pesciarola leader di Fratelli d’Italia,  aggiungendo  le rane al repertorio zoologico sgarbiano.

Il Superbone non è nativo digitale e lo dimostra la sua imperizia nel trattare la materia delicata che regola la società dello spettacolo. Ma soprattutto lo sventurato non è nemmeno dotato del beruf necessario a praticare i sentieri ancora più impervi della politica:  “non posso vedere gente simile, di tale ignoranza, che non ha mai letto un libro, che può rivolgersi da pari a pari a un nome come quello di Draghi“, ha dichiarato, non avendo capito che una volta ammessa la Bestia alla cerchia di governo, e non è certo la prima volta, anche la sua camerata di tante battaglie è automaticamente sdoganata, dopo essere stata per anni  zona franca per il libero insulto fisiognomico.

Eppure che fosse cambiata l’aria si era capito per le rimostranze delle quali è stato oggetto un cronista del Giornale Unico  per aver scritto che la Meloni aveva “prodotto” una figlia, formula immediatamente catalogata come l’ennesima ingiuria sessista, mentre trattasi evidentemente del corretto impiego della terminologia in uso presso gli ideologi del “capitale umano”.

Le reazioni alla pasquinata  del rettore prossimamente rimosso, si possono leggere quindi come un caso di successo della religione del politicamente corretto  che ha ormai preso il posto delle regole democratiche, dimostrando prima di tutto che è proibito lo sberleffo ai danni di un target inviolabile, le Donne di Potere, mentre è legittimato anzi sollecitato quello rivolto ai maschi di potere, rivendicato come espressione di libertà di opinione  e autorizzato perciò al dileggio per via della statura, del naso rincagnato, del mento sfuggente, del riporto, dell’hennè che cola impietosamente sul collo della camicia con le iniziali ricamate.

 La tutela della Meloni, come specie protetta in forza all’opposizione di destra necessaria a legittimare la diversamente destra al governo, ed esercitata da chi ha già manomesso il povero Voltaire per difendere il diritto a professare concezioni sconce e inique, viene opportunamente esibita a sostegno del ritrovato valore assoluto della “differenza” egemone in quanto laica e tollerante della sinistra, peraltro abiurata. E difatti deve essere per quello  che in più di 70 anni, pur reiterando le proposte di provvedimenti, commissioni e tribunali speciali  per limitare la professione di fascisti, non è mai stata capace o non ha mai voluto applicare davvero l’apposita legge  che ne interdice l’apologia.

Metteteci anche  la pressione morale della lobby della non violenza, cui è concesso pretendere di zittire i toni accesi con bavagli, censure e gogne, per stabilire quell’ordine felpato che autorizza una sopraffazione più educata, più edulcorata, più “civile” insomma, e si capisce  il successo di certi fermenti da boy scout in grazia dell’establishment, mentre viene esercitata una puntuale repressione nei confronti di margini e periferie moleste e sguaiate che protestano per la casa, la tutela del territorio, perché la vera forma di violenza che mette paura e va contrastata è quella che si materializza intorno alla consapevolezza dei diritti offesi, dando sfogo alla collera dei diseredati.

E difatti da tempo si sono costituiti gli stati generali dei Fasulli, giardinieri in veste di ecologisti, suffragette dell’anti patriarcato in forza a Cl come  al Me Too, gagliarde antagoniste vezzeggiate dai Grandi della Terra, pacifisti arruolati in appoggio a Biden, soliste di Bella Ciao che con Salvini non ci prenderebbero una caffè, salvo quello della macchinetta di palazzo Chigi.

A conferma che il neoliberismo è diventato una corrente filosofica e non una teorizzazione economica,  ormai ne sono posseduti pensatori e intellettuali, pronti a chiedere i Tso per gli eretici, le sanzioni per i disubbidenti, la censura per i critici, l’ostracismo per chi pensa altro ancor prima che agisca di conseguenza, perché rappresenta un rischio, anche sanitario, per la manutenzione dell’ordine stabilito che impedisce di cantare fuori dal coro, che punisce le stonature quando vengono inalbati gli inni che celebrano il trionfo degli uomini della Provvidenza, anche se a guardar bene si tratta dei mercanti che hanno occupato il tempio.

Non è detto però che faccia gioco alla Meloni, unica voce di dissenso in Parlamento, l’insurrezione in sua difesa in quanto “esemplare di genere”, che ostacola il dispiegarsi del suo accreditamento in veste di vittima del regime europeista e progressista, oggi incarnato dal tecnico, oggetto dell’idolatria diffusa, e anticipata appunto dalla chiamata in campo delle sardine che reclamarono a gran voce l’aiuto di Dio sotto forma del suo profeta, incaricato  di dare credito a scelte che non si è riusciti a motivare e legittimare nel contesto e  con gli strumenti della democrazia. E’ probabile che anche grazie alla telefonata dal Colle, che chissà che bollette paga fin dal tempo di opache trattative, sia invece in corso l’arruolamento dell’ultima soldatessa nella giungla da annettere alla maggioranza, almeno quella della cultura e del sentimento popolare e non populista.  

E difatti non poteva mancare la mano offerta cristianamente dalle militanti della sorellanza che l’hanno sempre protesa anche alla Boschi, alla Fornero, alla Bellanova, e, fuori dai confini, anche alla Lagarde forse per via della sua pretesa di femminilità espressa con la ginnastica per il lato B eseguita durante missioni ufficiali, a Ursula von der Leyen capace di mettere in riga pusillanimi premier maschi, grazie all’irriducibile richiamo alla Solidarietà intesa come specifica qualità di genere. Purché, però, a intermittenza e tenendo ben conto delle doverose gerarchie e graduatorie.

In tempi di crisi non va quindi sprecata per le beneficate del cottimo in forma di part time, che permette di combinarsi con il lavoro di cura gratuito, per le “occupate” alla cassa dei supermercati o nei magazzini o nelle multinazionali del commercio online, doverosamente produttive e essenziali, alle operai in cassa integrazione, alle insegnanti precarie con l’andirivieni dall’aula ai fasti della Dad, alle disoccupate che hanno forzosamente scelto di stare a casa perché da sempre il loro salario è inferiore a quello del coniuge e a quelle espulse nei mesi di gestione della pandemia, 470 mila nel secondo trimestre 2020 rispetto al secondo trimestre 2019.

Mentre invece va generosamente elargita a tutela della dignità di sorelle che hanno a disposizione tribune e tribunali, editoriali e sentenze, polizie postali e gogne mediatiche “spontanee” per difendere la propria immagine e la privacy, concetto applicabile solo in alto, dove non osano arrivare le app, il controllo sociale di istituzioni, banche, istituti finanziari e rete commerciale, cui è recentemente stata aggiunta quella della vigilanza “sanitaria”.  

L’entità dell’ingiuria e la qualità dell’affronto subiscono di certo le stesse regole disuguali che vigono in tutta la società da quando le leggi di mercato vengono interpretate come “naturali”. Quindi la Boldrini e la Meloni, ma anche la Ferragni,  pesano e quindi valgono di più, rispetto a misure e provvedimenti che danneggiano   le donne “normali” ancor più dei maschi, secondo una forma di calcolo commerciale che misura il potere di influenza e il peso contrattuale nell’agone della bassa politica  e il consenso che possono generare e che dovremmo cominciare a togliere loro, così come i salari e le opportunità di carriera meritate geneticamente e culturalmente dagli uomini.

Ma sarebbe troppo sperare che da questa poltiglia etica venga fuori qualcosa di ribelle, se protestiamo per lo stivale del poliziotto americano sul collo del nero, ma sopportiamo sul nostro territorio e sul nostro immaginario il tallone di ferro Usa, che non a caso ci opprime anche con la falsa coscienza che sostituisce l’onore e il rispetto di sé e degli altri.   


Possession

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un tipo di culto della personalità al contrario che finisce per essere ancora più pericoloso dell’idolatria e del servo encomio.

In questi giorni le rare mosche bianche che esprimono preoccupazione per l’ascesa al cielo del bancario della Provvidenza, non osano distaccarsi dal comune sentiment descrivendo Draghi come una personalità potente,  dotata di superpoteri coltivati e sviluppati grazie a una straordinaria intelligenza e a una pertinace perseveranza, che, purtroppo, ammettono con malinconica rassegnazione, ha intrapreso la strada del male.

Si tratterebbe insomma di genio diabolico, non di un qualsiasi satanasso come ne abbiamo visti tanti, ma un vero Belzebù che vede premiato con la legittimazione istituzionale la sua carriera di tessitore di trame oscure e diaboliche macchinazioni che ha ordito nel suo pensatoio di sciagure.

Insomma, avremmo a che fare con una divinità carismatica incontrastabile anche se da tempo prevedibile, un po’ come l’altra pubblica catastrofe  virale, occorre quindi incrementare distanziamento sociale, stare nell’ultimo banco in modo che non si accorga di noi, uniformarsi al consenso plebiscitario sperando che la sottomissione ci risparmi dai fulmini  della sua ira.

Beati i tempi nei quali il genio era più gradito se si combinava con la sregolatezza, e meno beati ma più ragionevoli quelli nei quali si faceva i conti con la rivelazione della banalità del Male e della potenza mediocre ma implacabile dei ragionieri, dei geometri, dei “ceti intermedi” che scrupolosamente agivano, obbedendo ai comandi, grazie a una ferocia burocratica e amministrativa.

Mentre invece  attribuire all’incaricato dall’alto di commissariarci definitivamente,  in quanto staterello infido e indolente,  espressione geografica il cui nome potrà al massimo comparire sull’insegna di albergo diffuso, parco tematico, resort per ricchi tedeschi proprio come voleva il terzo Reich, il prestigio di un’autorità mefistofelica contro la quale non possono l’aglio o il paletto di frassino della democrazia parlamentare,   fa intendere l’impotenza a reagire, a avversare i suoi disegni di “demiurgo cattivo”, salvo essere eretici visionari e nichilisti distruttivi che è assennato mettere ai margini per la loro dannosa sterilità.

E dire che l’ostensione dei suoi meriti trascorsi  a reti e fogli unificati la dice lunga sulla sua qualità di scrupoloso esecutore di disegni imperiali, perché è irrealistico ipotizzare che sia venuto in mente a un ambizioso direttore del tesoro la perversa strategia  di liquidare  l’industria pubblica italiana (IRI, ENI, Telecom…) che ne abbia fatto partecipe il pantheon della finanza e la cupola politica occidentale tra una flute di champagne e uno scotch serviti da impeccabili marinai in alta uniforme a bordo del panfilo della Regina. È improbabile che in quella veste (nel 1993 era stato  incaricato della “sorveglianza” nel  Comitato per le Privatizzazioni) sia stato lui a confezionare il programma di svendita delle aziende pubbliche italiane, sviluppatesi e accreditatesi sullo scenario mondiale grazie al contributo dei cittadini, a prezzi stracciati.

Anche se dobbiamo proprio a Draghi la esplicita confessione delle motivazioni a monte dell’operazione: “contribuire a una crescita del mercato azionario che andasse oltre i meri aspetti dimensionali”, per farne il caposaldo ideologico e organizzativo dell’Europa che proprio nel 1992-93 ratificava il Trattato di Maastricht e approvava la direttiva 93/22/CEE sugli intermediari finanziari, attuata in Italia con   il D. Lgs 415/1996 e il T. U. 58/1998, il testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, noto più semplicemente come testo unico della finanza  o anche legge Draghi, la principale fonte normativa vigente nella Repubblica Italiana in materia di finanza e di intermediazione finanziaria, sotto il governo  Prodi, con Rifondazione Comunista in maggioranza.

In modo che, il corsivo è suo: “La privatizzazione delle grandi società pubbliche accresca l’offerta di capitale di rischio per importi senza precedenti. Il risultato di questi fattori ha conferito al mercato di borsa un’importanza che non aveva mai avuto nel corso della sua esistenza, relegato come era stato – fin dagli anni trenta – in una funzione del tutto sussidiaria rispetto ad un sistema che era fondamentalmente «bancocentrico».

O che, prima ancora, sia stato lui a suggerire a  Carlo Azeglio Ciampi e Nino Andreatta, che pure non avevano fama di accogliere con benevolenza i suggerimenti dei subalterni,  l’opportunità, in vista di future provvidenze personali, il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, che ha prodotto un susseguirsi catastrofico di crimini e misfatti finanziari, tra i quali spicca la frana del Monte dei Paschi con contorno di misteriosi suicidi verificatasi a sua insaputa.  

O che sia stata la lunga formazione delittuosa in Goldman & Sachs anche in veste di promoter di subprime e  fondi tossici, a fargli maturare il progetto criminale di distruzione dei Pigs, perfezionato dall’imposizione degli obblighi del Fiscal Compact votati dai parlamenti nazionali e dell’acquisto forzoso di titoli di stato, culminato nei golpe finanziari in Grecia e Italia.

C’è da dare torto a chi sommessamente si lamenta dell’arrogante indifferenza per le regole democratiche che dimostra nel condurre un giro di consultazione per la formazione del governo senza avere un programma che non sia semplicemente il brogliaccio con la lista della spesa dei leggendari 209 miliardi, se e quando verranno in forma di esosi debiti da risarcire, quando il suo progetto per l’Italia è già esploso nella lettera scritta sotto dettatura dell’impero e a 4 mani con Trichet.

A quelli che avevano paura del sopravvento della parodia dei fascisti, a quelli che si sentono soggiogati ma anche rassicurati dall’incarnazione efficientistica e autoritaria, finalmente!, della tecnocrazia anodina e sganciata dalle mefitiche influenze della politica, sarebbe bene ricordare che l’acme delle crisi sociali, a Roma come a Weimar ci concretizza  quando i fascisti veri in varie gerarchie, sostituiscono lo Stato instaurando  il governo diretto dei poteri economici, occupando le istituzioni, esautorando i parlamenti e ottenendo l’appoggio di partiti e rappresentanze invischiate e interessato solo al mantenimento della loro rendite e posizioni.

Pare proprio che nell’inferno che hanno allestito per noi, non siamo meritevole nemmeno di Satana, ma tutt’al più di diavolacci che mantengono l’ordine con il forcone.


A quando il contagio dell’Utopia?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il motto dei cavalieri dell’Apocalisse sanitaria dovrebbe essere sicuramente quell’après nous le déluge, all’origine del loro successo.

Non c’è opinionista o commentatore sulla stampa ufficiale come in rete che non si sia convinto e non abbia convinto della fatale necessità di tenere in piedi l’attuale baraccone traballante, nel timore di altro carro dei Tespi, incarnazione del Male assoluto, e che avrebbe la colpa di essere mosso da ambizioni disonorevoli di posto e carriera, animato dalla smania avida di partecipare del contenuto della cassetta delle elemosine europee,  composto da squallide marionette i cui fili sarebbero tirati da oscuri poteri.

E difatti chiunque spericolatamente in questi mesi e in questi giorni ha sollevato obiezioni sulla qualità della compagine governativa e sulla gestione dell’emergenza sociale in atto, dopo essere stato arruolato tra i renziani, i meloniani, i salviniani, insomma categorie meritevoli di Tso come i dubbiosi del vaccino, viene apostrofato con il fatidico interrogativo di rito: ma tu che alternativa vedi al posto del Conte 2, il miglior governo cioè che potesse capitarci anche a detta di  quei naufraghi dell’élite intellettuale che si è ridotta a pensare che per la presenza del Pd e l’imponenza dei democristiani questo possa essere considerato un governo di centro sinistra.

Inutile rispondere che la parola “alternativa” da anni e anni non ha più diritto di cittadinanza da noi, dal Tina della Thetcher, There is no alternative alla dittatura del sistema economico finanziario, all’egemonia dell’austerità, fino al lento e inesorabile scivolamento generale nell’accettazione del neoliberismo, che ha cancellato gli ultimi propositi riformisti intesi a addomesticare il sistema con aggiustamenti che via via si sono ridotti a invocare la manina benefica della Provvidenza secondo Adam Smith, che farebbe spargere anche sugli ultimi qualche granello della polverina d’oro del benessere perfino sugli ultimi e i diseredati, immeritevoli anche antropologicamente e inadatti a creare e accumulare ricchezza come sanno fare i già ricchi.

Il grande successo del neoliberismo consiste anche dunque nel persuadere che si tratti di una teorizzazione e di una costruzione “economica” e non di una ideologia che innerva tutta la società con i suoi concetti di disciplina morale e ordine mondiale, oltre che con la sua concezione dei modi di produzione e consumo,  del mercato, del lavoro,  riuscendo ad occupare militarmente anche il pensare e il proiettarsi in avanti della filosofia.

E d’altra parte dopo un secolo e proprio qui, si persevera nel ritenere che il fascismo fosse un “movimento” – lo ripete anche Wikipedia, nazionalista e autoritario, autarchico e leaderista, mettendo in ombra il carattere strutturale del suo progetto economico e politico, sicché vien facile pensare che lo si possa contrastare nelle sue declinazioni contemporanee mettendo Lucano come immagine del profilo, denunciando la xenofobia dei decreti sicurezza del Conte 1 e applaudendo agli aggiustamenti del Conte 2, condannando il sovranismo facendo i portatori d’acqua alle pretesa di una potenza dispotica sovranazionale che esige la rinuncia ai capisaldi delle democrazie nate dalla resistenza.

E, dunque, avendo rinunciato e abiurato a qualsiasi proposito di ribaltare il tavolo, sul quale si gioca la lotta di classe alla rovescia, ci si può permettere comodamente di celebrare l’utopia del progresso: conoscenza, informazione, libertà, salute, tecnologia, occultando la violenza del dominio, sopraffazione, sfruttamento, inquinamento.

Chi continua a pensare alla necessità di immaginare e concorrere ad “altro” dallo status quo è archiviato come arcaico visionario e sbeffeggiato come patetico velleitario, anche quando – è il caso di Brancaccio che ha lanciato la provocazione “Catastrofe o Rivoluzione”,  volonterosamente si impegna su soluzioni concrete e addirittura praticabili sia pure con il limite di concentrarsi su aspetti squisitamente “economicistici” e meccanicistici, controllo dei movimenti di mercato e di capitali, riduzione del “liberoscambismo”, approfittando dei conflitti interni al Capitale per minarne la potenza maligna, senza poter ragionevolmente contare su  strategie di controtendenza espansive: politiche fiscali e monetarie, allargamento del welfare, estensione del reddito di esistenza, di tipo keynesiano.

Il fatto è che, come ha scritto qualcuno, viviamo nel pieno di una crisi del pensiero che segna il primato del “ritiro”, dell’Aventino di quelli che potrebbero immaginare e aiutarci a praticare una opposizione al totalitarismo, che hanno scelto di appartarsi macerandosi nella frustrazione e nell’impotenza, dimissionari rispetto alla possibilità di mettere in discussione le regole del gioco.  

E che ci servirebbero più che mai in presenza di un’emergenza che – come accade da anni – diventa “metodo di governo”  esautorando il Parlamento e demolendo la superstite partecipazione  nei soliti modi, la minaccia e la paura, la  repressione e l’indigenza e costringendo alla abdicazione con il  benessere materiale, di libertà e garanzie personali e collettive, di tutele giuridiche e lavorative e di diritti,  in cambio di salute e sicurezza.

Con una intuizione geniale Carlo Formenti ci ricorda che ormai il marxismo da alcuni viene assimilato al terrapiattismo, per significare appunto la ridicola marginalità di chi conserva il rispetto e la speranza nel crescere e nel fruttare di un nocciolo rivoluzionario, deriso come se volesse realizzare barricate, promuovere prese della Bastiglia, alzare ghigliottine. Lo stesso trattamento però lo dovremmo riservare invece a chi aspetta l’effetto demiurgico dell’eutanasia del capitalismo che starebbe vivendo la sua fase estrema in presenza di contraddizioni e conflittualità endogene. E l’effetto finisce per essere sempre quello del sopravvento della disincantata impossibilità di agire.

Qualcuno invece nutre qualche aspettativa, quella che come il sistema ha saputo e sa rendersi malleabile e adattarsi condizionando e  subordinando i contesti politici e sociali ai propri interessi, proprio questi potrebbero mutuarne le capacità e le “abitudini”, riproducendole e imparando a usarle.

In giro per il mondo c’è qualcuno che ci pensa, che ritiene che  dal ripetersi dei crisi possa germinare un pensiero  inteso a fare di più e meglio che trasformare la dimensione della produzione, occupandosi di portare alla luce quelle “dimensioni” relegate sullo sfondo dalla vernice dei “valori” e delle simbologie  di moda che si riducono alle opposizioni artificiali fra solidarismo ed egoismo, interesse generale e interessi particolari, aspirazione al progresso e orientamento verso la conservazione, con l’intento di neutralizzare il vero conflitto, quello di classe.  

In tutto questo chiacchiericcio sulla fase postbellica, si dovrebbe alzare la voce di chi, dopo la distruzione della società compiuta in anni e anni, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, vuole costruirsi l’altro possibile. E conquistarsi anche l’impossibile.


Il romano fascista: credere, obbedire, vaccinarsi

Gratta gratta e si scopre che i veri fascisti sono proprio quelli che fanno mostra di antifascismo e magari si appuntano medaglie di cartone sui baveri di sartoria, sono loro che si sono seduti sulla pancia dello stato di diritto e lo vogliono soffocare. E’ di qualche giorno fa la sparata del deputato piddino Andrea Romano il quale nel corso di un’intervista alla 7  si è armato di manganello e di olio di ricino e ha detto: “Se ci saranno ancora quelli che lavorano contro i vaccini, quelli lì andranno zittiti, non bisognerà nemmeno dare loro il diritto di parola, lo dico a tutti, giornalisti, politici, tecnici, perché davvero non scherziamo più”.  Naturalmente nel linguaggio deforme del deputato lavorare significa semplicemente mostrare le incognite di vaccini non sperimentati che del resto vengono evidenziate da centinaia di scienziati, ma al romano fascista questo non importa nulla, perché la sue verità sono esclusivamente i suoi interessi, vuoi politici, vuoi di altra natura, ammesso che ormai esista una qualche significativa differenza.  Dunque la libertà di parola deve essere abolita dice il banale interprete dello spirito del tempo e mentre si può anche sopportare qualche stonatura sugli articoli della fede pandemica, con i vaccini si tratta di toccare i soldi della questua e questo davvero non si può tollerare.

In questo clima  di veleni e di paura nel quale la Costituzione viene stracciata tutti i giorni dai più immondi figuri, compresi quelli che non parlano in sua difesa e tacciono come sepolcri imbiancati, la dichiarazione non mi avrebbe impressionato più di tanto, se non fosse che Andrea Romano non è uno di quelli pescati nel demi monde della piccola borghesia delusa, ma incapace di liberarsi perché vittima della deculturazione politica liberista, è invece un personaggio che viene da lontano, come si sarebbe detto un tempo, prima di approdare al più volgare trasformismo; è insomma in  qualche modo anche lui un’autobiografia del declino della sinistra italiana. Dopotutto è anche docente universitario di storia contemporanea, sebbene arrivato alla cattedra per peso politico e familiare ( l’ex moglie, Marta Craveri era figlia di di Pietro Craveri, illustre storico, barone universitario nonché nipote di Benedetto Croce). Ma diciamo che la sua docenza non è certo scandalosa come quella di molti politicanti accademici: in fondo ha passato quattro anni in Russia ad approfondire la storia dello stalinismo di cui poi ha ampiamente scritto e che magari ora vorrebbe praticare sulla nostra pelle. Sì perché Romano, rampollo di una famiglia più che agiata, con interessi nella marina mercantile , ha studiato prima presso i salesiani come ben si addice all’alto borghese italiano. poi al liceo si è accostato alla sinistra e ha preso la tessera della Fgci (federazione giovanile comunista),  cosa che adesso nega, ma che è evidente dai ruoli che ha ricoperto dentro questa organizzazione. Poi è andato a studiare Storia a Pisa e nel 1989, non appena caduto il muro di Berlino è andato in Russia a studiare da vicino la traiettoria del comunismo.

Tornato a casa dopo questa campagna di studi, il Pds lo inserì come ricercatore nell’Istituto Gramsci, sinedrio degli studi sulla storia del comunismo, ma quando D’Alema, alla ricerca affannosa di una nuova visione, si spostò sul blairismo  lui immediatamente divenne l’agit prop di una socialdemocrazia così annacquata da sembrare gemella del neoliberismo e fu tra i fondatori e poi direttore del think tank dalemiano Italianieuropei. Per celebrare il passaggio scrisse anche un libro peana du Blair, ma non calcolò bene i tempi della trasformazione, fece un passo troppo lungo in direzione di quelli che erano stati gli antichi avversari e così D’Alema non lo candidò a deputato dando inizio a una intemerata carriera di voltagabbana, prima con l’avvicinamento a Rutelli, poi a Luca Cordero di Montezemolo che lo volle direttore di Italia Futura, illustre pensatoio dei non pensanti e in tale veste fu candidato nella lista Monti nel 2013. Entrò in Parlamento dichiarando che il montismo era l’avvenire, ma dopo il disastro del partito alle europee, scappò nel gruppo misto dichiarando che era cambiato tutto, che lui si limitava a seguire i suoi elettori e infine approdò al Pd e al renzismo. Adesso è diventato il duce del vaccino, non prima però di essere stato un valoroso combattente a fianco della Nato contro le cosiddette fake news tanto che nelle cronache è rimasta questa folgorante dichiarazione: “La Nato, l’organizzazione internazionale che ci tutela in qualche modo dal punto di vista militare, è da qualche anno che investe soldi contro le fake news, ma non tanto per fare censure ma perché esse rappresentano uno strumento di conflitto geopolitico normalmente organizzato dalla Russia.” Uno così, uno capace di dire queste cose, dovrebbe andare a nascondersi e invece vuole mostrare a tutti il suo abito da Arlecchino, sempre stirato di fresco e inappuntabile.

Come si vede Andrea Romano non è un tizio qualunque: è al contrario l’emblema di una sinistra che ha dimenticato del tutto il marxismo, ma ha conservato il leninismo, che in questo contesto diventa mera espressione di elitarismo antipopolare. Anzi di vero e proprio fascismo e questa volta non scherziamo.


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