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Orbati in orbace

reAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non può sfuggire a nessuno – che non si sia volontariamente e felicemente bendato gli occhi e la coscienza – che il Volantino della Razza del candidato alla presidenza della Regione Lombardia e le incursioni squadriste di Casa Pound sono della stessa stoffa di orbace, tollerati e infine favoriti da un ceto politico che propone misure aggiuntive per contrastare il neo fascismo, non avendo mai imposto l’applicazione delle leggi esistenti che dovrebbero reprimere le nostalgie e il riaffacciarsi di quello  passato con modalità che vengono bonariamente annoverate nel contesto dell’inoffensivo folclore.

È che si tratta della stessa propaganda elettorale, di messaggi liberamente espressi da due contendenti che partecipano a una tenzone alla pari per entrare  o infilare personaggi di riferimento in  un parlamento delegittimato, incaricato di mettere il timbro su provvedimenti governativi con mansione puramente notarile, come si addice ad una post o forse pre democrazia, osteggiata proprio perchè scaturita dalla lotta al nazifascismo e intesa a creare nuovi equilibri di forza in favore di sfruttati e offesi.

Fanno parte della stessa sceneggiatura  anche la ripulsa e la deplorazione di un ministro che appartiene a un partito che alle sue feste della defunta Unità, interagiva con gli inquilini di Casa Pound, degni di attenzione per la loro militanza umanitaria, quello cui è passato inosservato il finanziamento al mausoleo di Graziani, quello che ha fatto sua e propagata la liturgia pacificatrice: fratelli Cervi = ragazzi di Salò, quello che ad  intermittenza vuole e non vuole lo ius soli ma elegge e riconferma  sindaci che si propongono di  sanzionare chi accoglie, che alzano muri e reticolati,  che impiegano di Daspo  per mettere ai ferri i molesti immigrati, come tali colpevoli due volte di ogni reato e rei di irregolarità e offesa al decoro più dei barboni nostrani.

Uno dei motivo per i quali in tanti abbiamo nutrito e nutriamo sospetti nei confronti dei 5 stella risiede proprio nel rifiuto delle categorie destra a sinistra e dei valori che  le sorreggono: autoritarismo,  xenofobia razzismo da una parte, solidarietà, uguaglianza, libertà dall’altra, stelle polari queste ultime che sempre più debolmente fanno da guida a pensieri e atti.

Ma se sui 5stelle conserviamo dei dubbi, non ne nutriamo di certo sul partito unico e le sue alleanze  a partire dai pogrom a Torino contro i rom o delle pulizie etniche di Veltroni,  dei muretti, degli ammiccamenti in vista di future alleanze nei confronti dello schieramento che ha originato la Bossi -Fini, della invidia malcelata e imitativa per il radicamento territoriale della Lega,  capace di ascoltare e cavalcare moti e borborigmi di un elettorato spronato a non tenere più celate certe vergognose opinioni e convinzioni.  O della liberalizzazione del conflitto di interessi, della pratica attiva di corruzione, familismo  e clientelismo, gli stessi “scandali” denunciati da Matteotti.

In un regime, che tale è, che nutre paura e diffidenza in cambio di briciole di appagamenti effimeri e promesse di sicurezza e ordine, i principi cui viene richiamata la coscienza morale dei cittadini sono soltanto quelli per i quali non si paga nessun prezzo di persona. Quelli difensivi di uno status sempre più degradato e avvilito che ritrova sempre più risibili margini di superiorità e affermazione di sé nella condanna di altri a emarginazione e inferiorità, grazie alla legittimazione di un individualismo che rinuncia facilmente alla   responsabilità e perfino nell’uso della libertà, corredo indispensabile per indurre autocensura e servitù necessaria.

Non occorre quindi che si mettano in orbace per essere fascisti. Non sono state necessarie finora sanguinosi  massacri in piazza. È bastata l’Europa  coi suoi trattati, i vincoli alla spesa e il recinto  dell’euro, il recupero del vero nazionalismo   che ispira e appaga gli interessi geostrategici e economici,  e la modifica dei rapporti di forza e l’incremento della aggressività militare. Sono bastate leggi e procedure che hanno liberato l’esecutivo da qualsiasi limitazione del suo strapotere, assicurare la totale subordinazione  della politica  e dei corpi intermedi, sindacati, organismi di controllo, informazione, all’economia, in modo che scelte e decisioni si potessero prendere al di fuori della democrazia nelle sedi proprie della vera classe dirigente. Quella che testimonia, interpreta e rappresenta il totalitarismo attuale, quel ceto socio-economica che  nel passato trovò espressione nel fascismo e oggi lo trova nelle forme della democrazia oligarchica e nei meccanismi dell’’integrazione nell’impero. Sicché l’edificio istituzionale e rappresentativo democratico è sostituito da un sistema governamentale, egemonizzato e al servizio di una élite che rappresenta interessi finanziari multinazionali, con i loro domini informativi, le loro agenzie di rating, i loro studi legali che trasformano i dogmi in profitti.

Il nostro lutto di oggi era stato profetizzato da chi aveva vissuto la nascita di fascismi di allora, quando ai paventava la mercificazione del lavoro, del territorio, del denaro. Quelli stessi mettevano in guardia dalla tentazione nostalgica di chi si opponeva e si sarebbe opposto,  rievocativa di una arcadia morale.

Ma se uno dei capisaldi del totalitarismo – di ieri e di oggi – è rimuovere la storia, dimenticarne la lezione per renderci indifesi e esposti, è lecito, anzi necessario che coltiviamo la nostra nostalgia, che ce la riprendiamo perché è quella del ricatto, della libertà, dell’antifascismo.

 

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Nardella: l’opera da due soldi

carmen+ Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ne abbiamo visti di stravolgimenti sui palcoscenici di stabili, enti lirici, filodrammatiche di paese dove varie tipologie di operatori culturali hanno vestito Lohengrin con chiodo e stivaletti come Bonaga, Isotta sgambettava come una diva del burlesque, i maestri cantori di Norimberga parevano i Cugini di Campagna per una insana smania di attualizzare icone e contesti storici.

Ma mai il revisionismo culturale aveva raggiunto vette così impervie e spericolate come a Firenze dove  il  sindaco Nardella dal suo autorevole scanno di   Presidente del  Maggio Musicale ha   fatta sua  la scelta di cambiare il finale di Carmen, per lanciare un messaggio culturale, sociale ed etico di denuncia della violenza sulle donne, in allarmante aumento.

Tra tante critiche per l’audace iniziativa,  è giusto spendere qualche parola di plauso, però. Adesso siamo autorizzati a immaginare nuovi epiloghi per i testi sacri del nostro patrimonio formativo: Anna Karenina che salta sul treno dei desideri, rifacendosi una vita tra i tronisti di Uomini e donne,  Elizabeth Bennett che lascia il melenso e schifiltoso Darcy e se ne va all’Isola dei Famosi, Don Abbondio cardinale di Milano,  l’Innominato Papa,  e poi Otello che si dedica ad allegre scorribande con Desdemona  in un club di scambisti, e poi Franti che aderisce ad Emergency, Enrico che guida un manipolo di black blok,  Hannibal che diventa vegano, e un po’ di leggerezza anche per Anna Frank allenatrice di calcetto. E,  in vista della scadenza elettorale,  Violetta che si slava grazie ai vaccini della Lorenzin, Amleto che aderisce a Liberi e Uguali, e, soprattutto, Pinocchio che resta marionetta e fa il leader del Pd.

D’altra parte, anche prima della fakeendings di Nardella,  l’ucronia (altrimenti detta allostoria o fantastoria) al servizio di marketing,  persuasione e propaganda faceva parte del sistema di governo locale e nazionale della cerchia renziana. Non si allude qui al cambiamenti intervenuti e prodotti nel post referendum, nel dopo scandali bancari,  quando “tutti a casa” è stato magicamente sostituito da “tutti al loro posto” al servizio della gente, compresa quella che non li vuole. No, il vero sindaco di Firenze prima della sua pallida eppure inarrestabile imitazione, aveva cambiato il Codice da Vinci per mobilitare risorse e impegnare personale specializzato  ala febbrile ricerca di una fantomatica Battaglia di Anghiari da spacciare come brand commerciale. E quanti ne ha fatti risorgere dalle urne dei forti perché dessero entusiastico appoggio alla riforma del piccolo Bonaparte, che mancò all’appello solo quello grande.

Intervenire sul passato per piegarlo al presente è in fondo una delle procedure preferite dal potere,  sempre per motivi i più ignobili e con l’aiuto di filosofi al dettaglio e storici un tanto al metro: uso e abuso della menzogna come arma di consenso, manipolazione e rimozione di verità scomode, recupero generoso di eroi negativi per favorire il ritorno di teste coronate, per un revival di oppressione e autoritarismo assoluto,  volontà di omologare vittime e carnefici per realizzare una artificiosa uguaglianza di colpe, meriti e responsabilità, alimentare miti anche negativi e nutrire paure per lo più fittizie, utili a consolidare il controllo sociale. E non ultima, la determinazione a stendere il velo dell’oblio con l’intento di rafforzare il dominio dell’adesso e la scomparsa della memoria e dunque della storia, una fine vagheggiata da Fukuyama e ben diagnosticata da Hobsbawm quando parla di “presente permanente”, unica realtà accettabile. Così ogni critica viene relegata nel mondo innaturale di Utopia, che i meccanismi di mercato siano gli unici a regolare le nostre esistenze, che l’incessante “passaggio circolare dell’informazione” persuada della bontà della dimenticanza degli eventi ridotti a spettacolo e fiction e dell’ancora migliore rimozione del futuro e della libertà e responsabilità che esigono ogni aspettativa e desiderio.

Ma dovevamo aspettarcelo in fondo da quando sono riusciti a cambiare gli esiti degli eventi  e a far vincere i fascisti.

 


La salma della Repubblica rimpatria la salma del re

imm

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrei due modesti suggerimento da proporre a governo e Parlamento.

Ambedue, oltre a contribuire al risanamento del bilancio pubblico, hanno anche un elevato contenuto morale. Si tratta nel primo caso della delocalizzazione delle competenze di un certo numero di insegnanti indirizzandole proficuamente verso saperi e discipline più moderne – in grado di facilitare l’ingresso rapido nel mondo del lavoro, attraverso la cancellazione della storia dal novero delle materie scolastiche. Processo questo che menti illuminate auspicano più ancora di quello che ha investito la storia dell’arte, perché si tratta di una materia che ha l’effetto di suscitare risentimento e rancore, perdendo di vista l’obiettivo di una desiderabile pace sociale, perché rinnova dolore e memoria di torti subiti, alimentando addirittura eversione e spirito di  vendetta, in contrasto con le comuni radici cristiane che devono condurre per mano le anime del popolo verso la pietà.

La seconda consiste in una cancellazione  solo apparentemente più estrema: quella dell’inutile sistema della giustizia, che potrebbe essere efficacemente e con profitto sostituito da sceriffi locali incaricati di reprimere e comminare pene arcaiche ma educative, taglione, gogna, a chi turba ordine pubblico e decoro o si dedica a microcrimine, che sappiamo già che i reati più gravi, a cominciare da quelli economici: dalla corruzione, dalle rapine in grande stile ai danni di risparmiatori e cittadini, sfuggono alle maglie di inquisitori e tribunali.

Anche in questo caso l’aspetto morale è preminente, grazie all’esonero dalla responsabilità di giudicare i nostri  simili e alla molesta eventualità di essere noi stessi sottoposti a giudizio, lascando l’estremo incarico all’inquisitore supremo che tutto sa e tutto conosce, non ha bisogno di investigazioni  ed istruttorie e non si presta ai condizionamento delle ideologie.

Eh si, è proprio opportuno toglierla di mezzo la storia, che anche in casi odierni si mostra, più che inutile, dannosa, e che per nostra fortuna viene abilmente rimossa per lasciare spazio a un compassionevole oblio, a una misericordiosa dimenticanza, cui potrebbero sottrarsi solo 24 ore di rito pagano di recupero annuale.

In occasione della clemente iniziativa di rientro con volo id Stato nella patria tradita, vilipesa e offesa di un monarca che, tanto per citare alcune perle del suo curriculum di infame,  ha rifiutato il 28 Ottobre del 1922 di controfirmare lo stato d’assedio proposto dal governo per bloccare la Marcia su Roma, spalancamdo le porte della città e del potere al fascismo, che ha consegnato l’incarico di Governo a Benito Mussolini, che nel 1925 ha firmato le Leggi che chiusero i Partiti e aprirono la censura di regime contro la stampa, che ha autorizzato  la nascita del Tribunale Speciale nel 1926 come anche della polizia segreta OVRA e del confino, che ha controfirmato le leggi razziali, che ha celebrato e benedetto cruente imprese coloniali e insieme a Mussolini ha trascinato il Paese in una delle guerre più sanguinose e infamanti della storia, per darsi poi a una fuga ignominiosa, ebbene in questa occasione si è fatto un passo ulteriore per la totale abrogazione della verità, della giustizia, della laicità, della storia e perfino della cronaca, che dovrebbero essere giustamente sacrificate in nome di sentimenti umani e caritatevoli di indulgenza da riservare ai morti, ormai senza peccato essendo stati ammessi al tribunale divino. Forse Riina compreso?

Un presidente della Repubblica nata dalla Resistenza – che ha avuto perfino un inizio periglioso grazie a frodi e imbrogli che via via si confermano come prassi incontrastabile- ha deciso così, con l’appoggio di un governo che nell’ultimo mese ha scoperto le virtù elettorali dell’antifascismo. Con loro sono andati a nozze più che a funerale giornali e giornaloni nostalgici dei servizi sulle case reali e  talkshow retrocessi a rotocalchi con le foto dei fasti delle dinastie, al posto dei contenziosi sulle mises di squinzie di regime.

Sarà bene ricordare che non è un fatto marginale questo, ben collocato nel clima natalizio,  una iniziativa ecumenica senza osceni retroscena e ancora peggiori effetti.

Non bisogna stancarsi di ripetere che si tratta di segnali che denunciano che c’è ormai una tale compromissione del concetto di giustizia, storica o oggi amministrata, che è inevitabile la parificazione di vittime e carnefici, che prevede l’omologazione delle colpe tutte a pari merito, purché commesse in alto con grandi violenze anche belliche, grandi furti, grandi disparità, grandi bugie.

E suona particolarmente spregevole e vergognosa questa benevola traslazione di un morto che getta ancora discredito su un popolo, quando il mare che lambisce le nostre coste è pieno di morti in guerre che non hanno voluto, quando i caduto che quel re ha mietuto giacciono anonimi e dimenticati, quando   boss mafiosi possono aspettarsi uguale generoso trattamento con tanto di benedizione e processione, quando perfino conquistarsi una fine dignitosa è oggetto di battaglie e disparità, quando c’è qualcuno che con tutta evidenza pensa che quel re abietto non possa più far male, meriti il Pantheon e  sia un esempio cui guardare con ammirazione.

 


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