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Antifascismo prêt-à-porter

partigiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Primavera è nell’aria, splende il sole, chi non vorrebbe vedere sventolare le rosse bandiere nelle piazze piene di belle facce di giovani e vecchi, mentre dagli altoparlanti arrivano le note di Fischia il vento e dell’Internazionale?

E in questi giorni succede perfino che si sia grati allo scontro tra  l’antifascismo prêt-à-porter che potrebbe sfilare più appropriatamente a Montenapoleone o a Via Caracciolo o a Via Condotti e quelli che, anche grazie alla missione pacificatrice condotta dal revisionismo e negazionismo progressista, raccomandano di andare al mare per non partecipare a un rito divisivo. Perché per certe coscienze in stato di letargia e appena occasionalmente risvegliate grazie alle esuberanze dell’infamone all’Interno, riproporre certe liturgie fa sentire a posto, fa sentire partecipi di una cerimonia e di un pensare collettivi nel quale si è compiaciuti di riconoscersi, come dimostra il successo delle primarie del partito che più di ogni altro ha contribuito a trasformare il 25 aprile in una commemorazione destinata a esaurirsi dolcemente con la morte dei partigiani dell’Anpi, indegni peraltro di dire la loro in occasione del referendum di “revisione” della Costituzione nata dalla loro lotta.

Per la verità anche chi pubblica le massime del Che non vergognandosi di essere sentimentale, avrebbe voglia di far festa, anzi avrebbe voglia che il 25 aprile cadesse tutti i giorni per ricordare che il fascismo non è stato cancellato con un tratto di penna tanti anni fa, che non è tornato su come un rigurgito avvelenato, ma c’è sempre stato in forme meno appariscenti, meno virulente magari, meno sfrontate e esplicite perché è  “il cerchio di ferro che serve a tenere assieme la botte sfasciata del capitalismo” anche se oggi pare più una comoda fascia elastica. Lo vorrebbero soprattutto quelli che sanno che la resistenza è un processo incompiuto perché a differenza di quello che dicono i media ufficiali, i libri della Buona Scuola, i commemoratori di professione, chi ha combattuto non voleva solo la liberazione dagli occupanti, nazisti e fascisti, ma un modello di società liberato appunto da sfruttamento, repressione, speculazione, corruzione, come dimostra la battaglia dei “consoli” europei dell’impero contro le democrazie e le carte costituzionali nate da quel movimento popolare.

Ma è proprio questa verità così semplice e così antica che suona inaccettabile per chi ha motivato la necessità di dire che la sua fiamma tossica si era spenta, per esaurire l’antitesi antifascismo e fascismo in modo da liquidare la contrapposizione più scomoda e molesta, quella tra sistema economico totalitario e lavoratori  e che interpreta anche quella tra totalitarismo e cittadini.

Perché  a guardarsi intorno non è peccato da malpensanti dire che il fascismo intride la nostra società e infiltra le istituzioni  se il prefetto di Savona ordina di deviare il pericoloso corteo del 25 che minaccia di sfiorare la sede di Casa Pound, cui un sindaco riformista ha concesso una lussuosa dimora, e che viene invitata a dibattiti, anche quelli indetti da gloriose testate, con alcuni giornalisti molto noti in Italia;  se i prefetti di Milano permettono le commemorazioni di macellai di ieri e oggi nei cimiteri della città;  se Boldrini riceve da presidente della Camera un esponente di primo piano dei neonazisti ucraini, e  se i ministri più influenti del governo vanno col cappello in mano a svenderci a emirati e sceiccati dispotici; se una canzone viene considerata sobillatrice di istinti sovversivi,  e se viene condannato un europarlamentare che osa dire che il capo di Forza Nuova è fascista;  se a srotolare lo striscione inneggiante a Mussolini a piazzale Loreto a Milano sono stati gli irriducibili della Lazio, una delle tifoserie più note per intemperanze, ma ciononostante blandite da club, forse dell’ordine e titolari di dicasteri. E se si è permesso che l’amministrazione della giustizia e i suoi tutori venissero attaccati e infangati per difendere interessi privati e per punire i delitti di povertà anche grazie a una interpretazione della sicurezza come salvaguardia dell’ordine costituito, messo a rischio da immigrati e marginali, e protetto da forze dell’ordine sottopagate e ridotte di numero e quindi ricattate e tenute in stato di soggezione.

E se l’offensiva contro cittadini e lavoratori è stata realizzata da coalizioni di centro sinistra, che hanno attuato perverse misure di austerità, volte al crollo della domanda interna, cravatte e nodi scorsoi alla spesa sociale e alle amministrazioni locali, leggi sulla previdenza e sulle relazioni industriali, gli attentati al diritto di sciopero, dimostrando che non occorrono i neo fascisti e i post fascisti se a fare il lo sporco mestiere ci sono i riformisti.

Gli stessi che oggi rivendicano il “loro” antifascismo, utilizzando la paura della sua recrudescenza o addirittura della sua rinascita come spauracchio per rappresentare la sopravvivenza dello status quo come un male necessario per evitarne uno  peggiore. E per nascondere dietro alla minaccia il fascismo che c’è già, in qualità di declinazione repressiva, iniqua, razzista, autoritaria, ignorante e rozza dell’ideologia dell’establishment, che dura inattaccato e inviolato e che non ha avuto bisogno – come successe nella repubblica di Weimar e nemmeno in Italia con al salita al potere di Mussolini, della recessione e della deflazione, perché sono bastati i patti stretti con la Nato, con l’Ue, per bloccare salari e investimenti sociali, è bastata la  liberalizzazione dei mercati finanziari, per stabilire l’egemonia finanziaria svincolata da ogni controllo, per consolidare il primato del profitto e il dominio padronale, per testimoniare che la lotta di classe c’è ma alla rovescia, come aggressione contro gli sfruttati.

Si ci piacerebbero le piazze piene. Ma che piazze sono se insieme agli antifascisti – che non si limitano a istanze di carattere umanitario, all’ambientalismo della green economy, al femminismo che postula la sostituzione di genere nei ruoli di comando del sistema, all’accoglienza come piazza del mercato per forza lavoro a basso prezzo, ma che si battono per una alternativa anticapitalistica – ci sono quelli che hanno ridotto le loro speranze e i loro bisogni al meno peggio, al già noto, alle ammucchiate degli efficientisti, dei tecnici, dei competenti in conservazione delle incertezze, insicurezze, precarietà, disuguaglianze vigenti nel timore che  perfino loro, che di solito hanno il culo al caldo, possano provarne di peggiori, all’assemblaggio di aggeggi e pezzi sfusi da Macron a Tsipras da Calenda alla Castellina.

Sono loro che hanno messo l’antifascismo in un baule in soffitta come fosse un vecchio arnese impolverato e che oggi lo estraggono e lo agitano come fosse una bandiera, magari a 12 stelle,  da sventolare per raccogliere consensi intorno alla difesa dei loro privilegi, delle loro poltroncine, dei loro manager, delle loro banche, dei loro binari bene oliati e delle loro gallerie illuminate, dei loro giornali e dei loro algoritmi, delle loro facoltà di economia e marketing e delle loro dinastie di killer.

Sono loro che l’hanno convertito in un movimento di opinione al quale basta l’adesione su Fb per confermare la fidelizzazione alla globalizzazione, alla modernità, al progresso, ricreando l’angusta antitesi tra loro, beneducati, benvestiti, acculturati, proattivi, e gli altri, i beceri, i maleducati, gli ignoranti. Ma anche i disfattisti, gli snob, quelli che troppo vogliono, i maicontenti, i fastidiosi utopisti, quelli che sperano, quelli che sognano, quelli che vogliono tutto, anche se sanno che non è subito.

A noi non resta che rispondere con la nostra di bandiera, rossa.

 

 

 

 

 

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Milano, capitale dell’antifascismo di mercato

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il 23 marzo hanno in animo (ammesso che lo detengano) di convergere a Milano almeno 2000 fascisti e nazisti da tutta Europa   in occasione delle celebrazioni dei 20 anni degli ZetaZeroAlfa, la band di CasaPound, per dare vita ad un concerto-raduno, il terzo del genere dopo quelli del 2013 e del 2015, quando vennero festeggiati i 20 anni degli Hammerskin.

A differenza di allora, il sindaco Sala dolorosamente colpito dall’improvviso e inatteso manifestarsi di un rigurgito neo fascista del terzo millennio in Italia, si è duramente espresso su Facebook: auspico che il Prefetto e il Questore la vietino, scrive. Non accetteremo mai alcun tipo di raduno, corteo o iniziativa che inneggi e celebri il fascismo nella nostra città. Milano è e resterà sempre una città profondamente antifascista. Sono loro – ha ricordato – che decidono se autorizzare o meno una manifestazione: qualunque essa sia, concerto o altro. Dimostrando di non fatto il ripasso delle funzioni e delle competenze attribuitegli con le recenti e non recenti misure in materia di ordine pubblico urbano e pure di quelle che permettono a un sindaco di centro sinistra di concedere in generoso omaggio uno stabile ai festeggiati del 23, ma invece non autorizzano un successore 5stelle a cancellare  l’inappropriata disposizione, anche in caso di morosità dei beneficiari.

Guardando al passato c’è poco da stare tranquilli: se il 25 aprile del 2017 il prefetto di allora vieta alle formazioni fasciste-naziste contrassegnate da varie sigle di entrare in corteo nel cimitero Maggiore di Milano, a Musocco, e commemorare con atti apologetici i soldati della Rsi sepolti al campo 10, subito dopo, il giorno 29,  quattro giorni dopo un  raggruppamento dei tanti movimenti fascisti, neofascisti, neonazisti, nazionalsocialisti, razzisti, (non meno di 1000 militanti, forse 2000?) preparano  una  parata per la  celebrazione al Musocco  del camerata Sergio con l’esplicito obiettivo di offrire una rappresentazione plastica  e muscolare della compattezza  del blocco nero e dei suoi militanti, intorno non più alla retorica rievocativa del passato, ma aggiornata e adeguata ai principi e alle pratiche effettive di neo-nazionalismo oltranzista, razzismo, odio verso l’immigrato, omofobia, decontaminazione etnica.

Eh lo so, tocca accontentarsi di un sindaco che alla manifestazione nazionale “People. Prima le persone”   si è autocandidato  come “leader diverso per una città inclusiva”, che ha proclamato di fare di voler fare Milano un santuario dell’accoglienza, in barba  al reato di indifferenza e di omissione commesso all’atto dei repulisti etnici alla Centrale, anche quelli con tutta evidenza di competenza del questore e del prefetto. E che mentre accoglie virtualmente gli stranieri, non si perita di cacciare i residenti più poveri, costringendoli a una immigrazione per ora  non troppo remota, decentrando la città degli studi e i suoi giovani, in modo da far spazio  agli emirati, alle multinazionali, alle imprese di costruzioni e alle finanziare immobiliari. E tocca accontentarsi anche di un’opinione pubblica di rito ambrosiano che alla prima della Scala tributa un applauso a Mattarella che ha appena firmato il decreto sicurezza senza nemmeno tentare una moral suasion, lungo quanto quello riservato a un altro monello del prodotto-sindaco, il  disubbidente di Riace, molto propagandato ma non altrettanto emulato nella capitale morale.

Anche il mio computer è stufo di scrivere su questo antifascismo di facciata, che ormai è ora di chiamare col suo nome, antifascismo di mercato, perché da solo dare voce alle fanfaronate propagandistiche di marca umanitaria a condizione che non intacchino, anzi nemmeno alludano, alla lotta al sistema economico e finanziario che ormai ha preso la forma del totalitarismo, tanto influenza principi, valori oltre che attitudini e comportamenti, allietandoci con l’illusione che basti partecipare a un flash mob colorato per uscire dalla condizione di concreta impotenza nella quale siamo precipitati con una certa dose di correità.

A guardare indietro come l’angelo della storia ma anche a guardare al presente come piace a chi preferisce la cronaca, è vero che siamo stati un po’ meno fetenti colonialisti di Gran Bretagna e Francia, ma è anche vero che abbiamo partecipato a campagne imperialiste travestite da export di democrazia, proprio quelle che determinato gli esodi forzati.

E’ vero che a differenza che nel ventennio esiste una molteplicità di fonti di informazione, ma è altrettanto vero che una verità ufficiale ci viene imposta da un sistema pubblico non indipendente, né  dai partiti né tantomeno dal mercato. E’ vero che non c’è un partito unico, né – apparentemente – un sindacato unico, ma è altrettanto vero che da anni assistiamo a un impoverimento dell’assetto parlamentare in funzione di un rafforzamento dell’esecutivo e del ricorso ai voti di fiducia, che è stato provvidenzialmente ostacolato dalla volontà popolare, speriamo almeno per un po’, a differenza di quanto è avvenuto per tanti referendum traditi.  E è vero che le nostre non sono le scuole di libro e moschetto, ma è altrettanto vero che la privatizzazione dell’istruzione ha promosso la conversione del sapere e della cultura in formazione al lavoro servile, l’omologazione dei talenti, la selezione del ceto dirigente per censo, meriti dinastici e rendite.

Ma soprattutto è vero che anni di pacificazione, di indulgenze, di attenzione per i fermenti innovatori dei fascistelli che hanno dismesso l’orbace, quelli solidaristici di Casa Pound, quelli antiatlantici e antimperialisti quelli ecologisti, perfino la critica al consumismo a al capitalismo crematistico finanziario, sono la colpa e la condanna della sinistra che credeva di sopravvivere integrandosi nell’ideologia neoliberista, diventata la casa comune e condivisa.

Il leghismo venuto su a forza di tolleranza e ammirazione per le costole date in prestito, gli sparuti gruppi di provocatori e violenti, i musicisti in divisa naziskin hanno proliferato in assenza di una forza politica e popolare capace di sviluppare una critica di classe e anticapitalistica. Abbiamo l’obbligo di rimandarli nelle fogne, non aspettiamoci che lo facciano i padroni delle cloache che gliele hanno concesse a titolo gratuito.

 

 

 


Cervelli sfrattati

sAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma è da sempre in voga una frase che offre una interpretazione pop della teoria della psico-star Matte Blanco sulla “bi-logica”, per definire contraddizioni e incoerenze quando assumono la rilevanza di una patologia: fa pace cor cervello!

Viene buona anche per autorevoli personalità del contesto politico quando vogliono ad un tempo essere forza di governo e opposizione, critici e critici della critica, castali e fieri avversi di prerogative esclusive  delle quali si trovano provvisoriamente a godere. Proprio ieri una consigliera circoscrizionale 5Stelle di Torino lancia su Fb un dolente appello nel quale denuncia, ma va detto che l’ha fatto anche in via più ufficiale, le intimidazioni cui è stata sottoposta da parte di agenti di polizia in borghese durante uno sfratto eseguito con l’intervento della forza pubblica. La signora che sarebbe intervenuta per mettere la sua figura di rappresentante eletta al servizio della difesa dei diritti della donna, coartati alla presenza dei due figli minori, racconta con toni accorati di essere tuttora spaventata dalle possibili reazioni degli esuberanti poliziotti indifferenti al suo ruolo pubblico, tanto da temere di uscire di casa e addirittura di essere intenzionata a cambiare la tinta della chioma, ora rossa, per essere meno facilmente riconoscibile. Ma ciononostante invita tutti i followers a fare come lei, a battersi contro le ingiustizie rese più inique se sono commesse da chi, indossando una divisa ma anche no, dovrebbe invece tutelarci.

E vuoi non dirle “fa pace cor cervello”? nella città governata dalla sindaca Appendino si stava compiendo un procedimento secondo un iter previsto dalle leggi vigenti e in fieri, e che viene diffusamente percorso in forma per così dire bipartisan in tutti gli insediamenti urbani ugualmente afflitti dal fenomeno delle occupazioni abusive da parte di senza tetto. E ancora più nella Capitale dove la sindaca 5stelle è usa ricorrere al prefetto e al Ministro dell’Interno concordi nell’effettuare un’operazione di difesa degli interessi di tutti, intesi come beni ben più che come diritti, si tratti di quelli abusati dai Casamonica o da poveracci richiedenti asilo, purchè non siano alloggiati in stabili generosamente concessi da precedenti amministrazioni. Solidali con la Raggi sono i suoi elettori e simpatizzanti, ma anche non del tutto a sua insaputa un’opposizione feroce soprattutto nel condannare i suoi oltraggi al bon ton più che quelli alla democrazia, recati tramite abito da eroina della lettera scarlatta in una celebrazione dello sbarco dei padri pellegrini. O per il suo albero di Natale che offende il decoro e compromette, quello sì,  la reputazione della città eterna.

E vuoi non dirle “fa pace cor cervello”? in attesa che tutto si tenga soprattutto l’eclissi del populismo 5Stelle da un’auspicata larga intesa tra il possibile segretario Minniti e il ministro della ruspa, sulla stessa lunghezza d’onda nel legittimare, quando non favorire, la paura, la diffidenza, l’odio, nel dare enfasi a un ordine pubblico, pilastro della sicurezza, tramite l’espulsione forzata di tutte le presenze che offendono l’occhio della gente perbene, nell’attribuire doverosa priorità alla repressione con l’azzeramento delle garanzie costituzionali, cominciando dagli stranieri per estendersi agli stranieri in patria, il movimento, del quale la combattiva cittadina fa orgogliosamente parte, vota nell’esecutivo e in Parlamento a favore delle misure dell’indegno tanghero, in piazza e sui social se ne distingue. Non piace loro la pistola facile, ma devono dirle di si, non piace loro l’uso della forza contro inermi cittadini, ma devono dirle di si, non piace loro il controllo dei documenti a fine intimidatorio per i partecipanti a una manifestazione, ma devono dirgli di si. Proprio come dicono si ai diktat che vengono dall’alto ma pure dalla loro destra, ammesso che abbia un senso riferirsi ai punti cardinali:  perché è proprio come il razzismo che risveglia reazioni di disgusto finché l’altro non ti tocca nei tuoi punti deboli, a cominciare dal portafogli, qualsiasi sia il colore e l’etnia dell’altro,  se ti supera legittimamente nella graduatoria dell’asilo, se è una zingara che ha tentato di borseggiarti sul tram, se è un nero che bighellonando (ipotesi di reato conclamata dal decreto sicurezza firmato da Mattarella) svaluta il quartiere in cui abiti e la tua proprietà.

E vuoi non dirle “fa pace cor cervello”? se la legittimazione della forza e della violenza usati nell’interesse più privato che pubblico, sdogana la prevaricazione, la prepotenza, da chiunque vengano esercitate, se il Parlamento ha accettato che ne subissimo la indebita pressione riducendo al di sotto del minimo sindacale il reato di tortura, se viene concesso l’abuso di legittima difesa, dando voce a un visionario delle rapine che spara e ammazza temendo il furto delle gomme, se siamo chiamati a contribuire all’acquisto di armi e a farci occupare militarmente in previsione di impiegare quella forza e quella violenza su larga scala, costituendoci in qualità di esercito di conquista rapita e morte e al tempo stesso come potenziali vittime civili soggette alla prima rappresaglia.

E se tutto questo altro non fa che autorizzare forze dell’ordine frustrate e ricattate economicamente a rifarsi delle umiliazioni, offrendo alle mele l’opportunità di marcire a rigor di legge, suscitando quell’anima nera, quel lupo  che alberga in tutti gli uomini, al quale il potere sa parlare con il verbo della vendetta, della ripicca, del sopruso e dell’ingiustizia in mancanza di quello della giustizia, del rispetto e della libertà.


Roma Pd rom

cmo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intorno agli anni ’70 due gruppi famigliari  di sinti stanziali originari dell’Abruzzo e del Molise arrivano a Roma.   E cominciano l’occupazione militare delle zone poste alla periferia sud- est della Capitale: Romanina, Anagnina, Porta Furba, Tuscolano, Spinaceto, spingendosi fino a Frascati e Monte Compatri. Via via la loro azione si espande come il numero degli affiliati (probabilmente almeno un migliaio). E cresce il volume di affarii: secondo la Dia la struttura criminale più strutturata e potente del Lazio possiederebbe un patrimonio stimato di oltre 90 milioni di euro. Seguendo i flussi finanziari della holding criminale, la Dia è arrivata fino al Principato di Monaco dove avrebbe individuato la “cassaforte”  dei quattrini frutto del  narcotraffico e dell’usura. Ma i brand sono tanti: edilizia, settore immobiliare, ristorazione, ricettazione. La loro managerialità  è all’insegna del dinamismo e imparano presto a diversificare i settori di capitalizzazione con la presenza  nel CdA di società di investimento come nel racket, nel riciclaggio come nello sfruttamento della prostituzione.

Nella loro vasta zona di influenza, qualcuno in questi giorni ha calcolato che l’area sarebbe più o meno quella della città di Firenze, ci sono capannoni, fabbriche, uffici e le loro abitazioni, veri e propri showroom della più mostruosa  paccottiglia che farebbe impazzire gli scenografi di Dinasty, gli arredatori di Trump e pure Berlusconi, la wunderkammer di un ammiratore di Ludwig con tanto di pelli di tigre davanti al caminetto istoriato, cessi d’oro, tavoli di lapislazzulo, da far inorridire i residenti di ben altri quartieri posseduti dal minimalismo acchiappacitrulli di Philip Stark o dal post manierismo di Mendini.

Della loro esistenza tutti sapevano anche perché appunto l’esibizionismo è una loro cifra, come dimostrato dal leggendario funerale di un capostipite nel 2015, in tempo di reggenza di Gabrielli ora capo della Polizia, un addio tra sfarzo e lacrime di familiari e amici, macchine di lusso e cavalli neri, petali di rosa lanciati da cielo ed elicotteri.

Tutti sapevano tanto che pare fosse una simpatica abitudine domenicale in voga tra i romani andare da loro a rifornirsi di auto di occasione, pezzi di ricambio, elettrodomestici custoditi in hangar da acquisire senza  molesti adempimenti. Si, tutti sapevano ma in sostanza tutti hanno finto di non sapere. Come davanti a un incidente della storia o a un evento meteo incontrastabile per anni un susseguirsi di autorità locali, istituzioni e amministrazioni hanno dato avvio a misure per colpire al cuore la dinastia nelle dimore principesche, senza portarle a termine, non si sa se per la loro potenza intimidatrice, oppure, voglio essere maligna, perché c’è rom e rom, zingaro e zingaro e è più facile fare qualche energico repulisti negli accampamenti degli straccioni rubagalline che nelle ville sibaritiche del clan.

Certo, già nel 2009  le ville entrano a far parte dei beni da porre sotto sequestro,   nel 2013 alcune vengono sgomberate,  Sabella assessore di Marino cerca di dare una accelerazione, ma viene fermato dalle difficoltà di applicare le misure interdittive, infine nel gennaio 2018 la Regione Lazio in collaborazione con l’Agenzia Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), procede con una delibera per l’abbattimento e la riqualificazione delle ville. Ma nel frattempo gli esuberanti esponenti del clan continuano a far parlare di sé picchiando i vigili urbani per evitare l’abbattimento di ville abusive al rione Osteria del Curato, ma anche partecipando a gare e appalti,  comparendo a kermesse elettorali a fianco di candidati eccellenti pronubo l’immancabile Buzzi con i quali hanno stretto una costruttiva collaborazione. E se qualcuno per caso non sapeva, avrebbe dovuto pensarci la Dda di Roma che in varie occasioni ha arrestato autorevoli componenti dell’organizzazione o la procura di Viterbo che da anni raccoglie prove sulla loro attività criminale.

Comunque solo qualche giorno fa il Comune di Roma ordina e fa eseguire lo sgombero nelle case di 8 famiglie eccellenti cui seguirà in pompa magna l’abbattimento. E apriti cielo è tutto un criticare il gesto prodotto di quella spettacolarizzazione della politica che pare rappresenti un fatto nuovo quanto indecente. Apriti cielo, ed è tutto un rivendicare la laboriosa e zelate attività precedente che ha portato all’atteso coronamento, per sottolineare prima di tutto il contributo essenziale del tenace e costruttivo presidente della Regione casualmente candidato segretario del partito agonizzante, così indaffarato a ristabilire la legalità oltraggiata dalla cupola romana da non avere tempo per produrre un piano dei rifiuti di sua competenza dopo l’eclissi delle province.

Ma è ancora poco, proprio ieri circolava in rete insieme a una “cronaca in città” del Messaggero sulla somatica dei vigili  impegnati nell’operazione, un articolo molto dettagliato su quanto lo scandaloso spettacolino ad uso della sindaca ora necessariamente sotto scorta, è costato ai cittadini.

E’ che non se ne può più di un confronto politico retrocesso a guerriglia virtuale tra tifoserie squallide nelle quali pare sia obbligatorio l’arruolamento forzato, di una opposizione capace solo di rimpiangere le illusioni perdute spacciate come garanzie, beni, sicurezza, appartenenza a  intoccabili categorie del privilegio. In attesa di puntuali conteggi sul costo dell’antimafia, dell’abbattimento degli ecomostri, insomma delle spese insostenibili che richiederebbe il rispetto delle leggi, tanto da far ritenere  profittevole tollerare, condonare, dire sì a ogni oltraggio per non pagare il prezzo dei no, come pare sia ormai uso di ambo i fronti, non sarebbe meglio compiacersi di quello che c’è di buono?  Personalmente, io lo sarei se il sindaco Sala, cui tra l’altro rimprovero di essere stato così poco accorto da commissario dell’Expo da non accorgersi delle pratiche corruttive e  delle infiltrazioni mafiose che pare abbiano avuto il merito di promuoverlo a primo cittadino della capitale morale, impedisse definitivamente i festival nazi, le commemorazioni di assassini al  Cimitero Maggiore e altri tipi di apologia.

Può anche darsi che la Raggi abbia  mostrato tanta solerzia per preparare il terreo o per far digerire altri sgomberi, dello stabile concesso a Casa Pound da un sindaco, o nel caso di falansteri occupati da senzatetto eseguiti con dispiego militare muscolare. Ma chi preferisce stare dalla parte della ragione, e non da una o dall’altra degli opposti cretinismi allora continuerà a denunciare e protestare, come fa da anni, da quando, per dirne una,  è in corso lo sgombero in grande stile di intere fasce di popolazione dai centri storici regalati alla speculazione, per il trasferimento forzato anche se meno appariscente ai margini delle città, ai margini dei Casamonica, fuori dall’ordine, dalla giustizia, dai diritti.

 

 

 


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