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La Buoncostume del mondo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se una volta erano i poliziotti del mondo, da ieri gli Usa ne sono diventati la Buoncostume.

Ce lo fa capire bene  il NYT con un affresco di Roger Cohen che  festeggia la fine dell’incubo e del primato dell’irrazionalità, ora “che, di colpo, c’è uno spazio mentale per pensare di nuovo”.

Gli fanno eco il Manifesto, che, nel giorno dei 100 anni del Pci, dedica la sua apertura alla celebrazione del “ripristino della democrazia” con foto del tandem trionfante, i giornali e la rete che ha seguito rapita lo show con le comparse uscite dal “Boss delle cerimonie”, in sgargianti falpalà, la bambina troppo cresciuta issata sul seggioline per recitare la poesia augurale al nonnino, la star sgangherata estratta temporaneamente da contesti trasgressivi, a ricordare l’happy birthday di Marylin, per alzare al cielo l’inno.

Sono tutti concordi – salvo 72 milioni di voti comunque attribuiti a quello che Cohen definisce l’impostore di genio, nostalgici come lui di un “qualche indefinito momento della grandezza americana, in cui i proprietari maschi bianchi comandavano da soli, le donne stavano a casa e il dominio globale degli Stati Uniti era incontrastato” – che con Biden inizia un nuovo corso della democrazia interrotta e vengono riaffermati codici morali.

È noioso ripetersi (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/09/pastorale-americana/) ma tocca ancora una volta ricordare  che si tratta di quelli dell’ideologia del politicamente corretto, di un pluralismo di superficie grazie al quale è più appagante l’emancipazione culturale dell’autonomia politica, da quando si è imposta la convinzione che i diritti fondamentali, ormai conquistati prima di noi, sono inalienabili e si può comodamente passare a quelli “aggiuntivi”, quelli “civili” che non intralciano il sistema, e il cui accesso è negato o è ininfluente per chi non ha pane, tetto, parola. 

Così ormai si è disegnata un’anti- carta occidentale di valori a alto contenuto “estetico”, che con la sua narrazione e la sua spettacolarizzazione ispira  e sovrintende la creazione e affermazione di nuove élite, neo-liberal-con, più educate, più rinunciatarie, più adatte a fare proselitismo del fondamentalismo del mercato sotto i suoi stendardi arcobaleno.

Dopo secoli nei quali si è discusso dell’eterno conflitto etica capitalismo, morale e sviluppo, arriva a sistemare i casini del discutibile babau un esponente del progressivismo nelle vesti dell’apparentemente innocuo vegliardo e riesumare tutta la paccottiglia edificante dei padri pellegrini, dei fondatori, perlopiù avanzi di galera, di una società pronta a fornire occasioni formidabili a tutti, fuorché ai nativi, a integrare nel suo stile di vita gli aspiranti alla cittadinanza in una civiltà superiore, concessa a quelli che Malcom X definì i “negri da cortile”, oggi le donne che bucano, con le unghie e i denti dell’arrivismo machista, il soffitto di cristallo per sostituirsi a tracotanti maschi con inferiori standard di testosterone.

E infatti il primo segnale di questa moralizzazione è l’ingresso trionfale nella cerchia di governo insieme  ai finanzieri della Blackrock, la Roccia Nera, la più feroce e avida delle grandi corporation finanziarie, o insieme al capoccia della Monsanto, perfino della provvidenziale e propagandatissima transgender sottosegretaria alla Sanità, riconfermando così la profondità della voragine che divide economia e finanza, politica e pubblica amministrazione dalla società reale e perfino da quella parallela che ci viene mostrata.

E sebbene sarebbe consigliabile aspettare il primo bombardamento prima di formarsi un giudizio, si è fatto strada un unanime consenso per il “nuovo corso” segnato  secondo i commentatori da gesti epocali che sempre il NYT riassume così: “aderirà nuovamente all’Accordo di Parigi sul climate change; riaffermerà l’importanza dei valori americani, inclusa la difesa della democrazia e dei diritti umani…. rimetterà nel suo giusto posto la verità, di modo che la parola dell’America valga di nuovo qualcosa”.

E come?  ma è ovvio, secondo regole di dominio più moderne e accettabili. In effetti si è dimostrato più efficace l’azione della troika per smantellare la democrazia greca, per costringerla alla svendita dei suoi beni comuni, per farle rifiutare i prestiti russi e cinesi, perfino perché  uniformasse la forma e il peso delle pagnotte, allo scopo di favorire l’acquisto di pane precotto dalle major alimentari multinazionali, piuttosto delle sanguinose correità coi colonnelli.

A guardare i precedenti del vecchio “demiurgo” che dovrebbe ridare vigore alla democrazia americana quasi duecento anni dopo Tocqueville, non c’è da credere alla dismissione di quella componente  irrinunciabile dell’imperialismo fatta di energica convinzione tramite armi, associazione con tiranni sanguinari, repressione e stragi. E nemmeno all’abiura del suprematismo americano, ineducabile e irremovibile, che si dovrebbe realizzare attraverso, cito, la ricostruzione dei  “vacillanti rapporti con l’Unione europea e gli alleati in tutto il mondo”, sempre grazie alla Nato, all’infiltrazione in territori con invasioni commerciali sempre più esigue, a fronte di quelle di prodotti bellici come in Sardegna, Sicilia, per tener vivo il sogno di un Occidente dominante e della sua tirannia globale.

E difatti se l’elefante nella cristalliera aveva scelto come slogan: “Prima l’America”, Joe Biden ha gridato al pianeta ancora prima di mettere piede nello Studio Ovale che gli Stati Uniti “sono pronti a governare il mondo”. 

Per quello c’è da temere sempre qualche sussulto del bestione ferito dalla miseria nella quale sono sprofondati i ceti della middle class, dai senzatetto, dai barboni che piazzano provocatoriamente le loro coperte e i loro cartoni fuori dal Campidoglio.

Ma c’è da aver paura anche del pensiero unico dei satelliti  che non avendo saputo difendere le loro democrazie si accontentano delle imitazioni su Netflix, che temono l’ingovernabilità e la destabilizzazione preferendo l’immobilismo della paura e della coercizione, che credono alle balle spaziali spacciate da chi vorrebbe Assange in galera per 175 anni.


Pastorale americana

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nell’ultimo comizio elettorale  aveva detto: “gli uomini e le donne dimenticati d’America, non saranno più a lungo dimenticati”.

E difatti lo votarono, come si vide dalle mappe prontamente prodotte dalle grandi testate che parlarono di Two America, la sua, Trump’s America,  tre milioni di miglia quadrate poco urbanizzate con circa il 46% della popolazione totale degli Usa, e la Clinton’s America, appena il 15% del territorio ma densamente abitato, due “paesi” e in un certo senso due popoli estranei e con tutta probabilità ostili.

Nel primo una realtà rurale, le farms sperse, i villaggi semiabbandonati, marginali e scuciti dal tessuto delle capitali,  le periferie laterali, trascurate e riottose, nell’altro, quello della vittoria della Clinton, le metropoli, i cuori finanziari e economici, le contee urbane dove la candidata ebbe il sopravvento, inutilmente, con un distacco di circa 72 punti percentuali.

Nel primo gli invisibili, i senzaparola, gli “ignoranti” isolati e disprezzati da un ceto che rivendica una superiorità sociale e culturale e dunque morale, quello che vediamo nelle serie di Netflix, nella Manhattan di Allen, tra le case ovattate di ipocrisia della Filadelfia di Demme, che viaggia in limousine con autista o in quei treni dove i passeggeri concentrati sugli smartphone non volgono lo sguardo ai capannoni scoperchiati delle fabbriche dismesse, alle case diroccate coi vetri rotti e le porte spalancate sui tinelli  e  sulla tavola del ringraziamento di Norman Rockwell, allo sfacelo della deindustrializzazione sostituita dai fasti nefasti di Wall Street, delle bolle, dei fondi.

E’ anche quella l’America dove le lacrime dei disoccupati sono ancora sporche del carbone delle miniere e i rabbiosi diseredati ( quelli che vengono chiamati hillbilly,  i bifolchi, bianchi ma poveri come i neri, che non sanno parlare tanto che si esprimono con i pugni e magari con la pistola, taciturni anche quando fanno il pieno di bourbon) si sono presi il gusto, come ebbe a scrivere qualcuno, di “impiccare l’ultimo Clinton con gli intestini dell’ultimo Bush“, per vendicarsi del fatto  che la loro vita negli ultimi decenni è peggiorata trasformando il sogno americano da “dopo Reagan” in un incubo.

Posso rivendicare di aver definito la scelta tra Trump e Clinton prima e tra Trump e Biden poi come l’alternativa se è meglio morire di ictus o di cancro. E non sorprende come l’opinione pubblica italiana che sorvola su affinità palesi, che professa un antifascismo che si riduce a militare in rete contro Salvini e appunto l’ex presidente formalmente promosso a golpista ridicolo come Tejero, si sia schierata prontamente con l’ictus o col cancro che tanto c’è poca differenza nell’epilogo, soddisfatta di questa allegorica messa in scena di quell’osceno babau che è il populismo, che fa schifo tanto da persuadere menti illuminate sull’opportunità di prevenire eventuali brogli con una occhiuta selezione degli elettori per censo e istruzione.

Che soddisfazione interpretare quello che succede nell’ex capitale dell’Impero del Male, in modo da sentirsi a posto se non si va più in piazza a gridare Nixon boia, a manifestare contro la Nato, perché si è maturata la consapevolezza che è meglio non andare troppo per il sottile, che bisogna tutelare la civiltà occidentale minacciata navigando a vista in un contesto geografico e politico che ha dimostrato mille volte di essere incompatibile con una “democrazia” che evangelizza presso popoli primitivi grazie alle sue campagne di “rafforzamento istituzionale” e di aiuto umanitario, unanimemente condivise dagli alleati, ma pure dal sentiment  pubblico che ha archiviato Berkeley, Hoffman che  aveva ragione, le cartoline precetto date alle fiamme.

E che sollievo stare seduti dalla parte giusta mentre scorrono sullo schermo del pc le macchiette degli insorti, copia scolorita dei padani con l’elmo e le corna, del trucido tycoon irriducibile che ad onta degli anni, delle sconfitte, degli scandali non si schioda manco fosse ad Arcore,  appagati dal sostegno morale tolto a Sanders troppo visionario, irrealista, e dato a Biden e non solo per l’aureo imperativo di votare contro, ma perché davvero rappresenta l’acme dell’ipocrisia, da far rimpiangere i democristiani essendo invece un veterano della repressione e inveterato nostalgico dell’imperialismo più muscolare  e tracotante oltre che evidentemente bollito, sicché la stampa concorde, tutta, guarda a lui, che presentando al sua squadra proclama: “l’America è tornata, pronta a guidare il mondo”,  a  Keir Starmer, come a Calenda, Zingaretti, Conte oltre che al solito immarcescibile bullo, perfino a Sassoli che vota per l’equiparazione di fascismo e comunismo, in qualità di riferimenti del campo “occidentale” democratico.  

È che siamo lontani dalla rivoluzione quanto siamo lontani dal riformismo strutturale e ormai anche, c’è da temere, dalla democrazia che doveva dargli corso, dalla Corazzata Potemkin e da Bad Godesberg, così c’è chi si sente deluso dalle prestazioni della “sinistra” al governo, un abuso linguistico usato ormai solo da Berlusconi e da qualche lettore del Manifesto e del Foglio a pari merito, riferito ai praticanti dell’atto di fede nell’Europa “riformabile”, irrinunciabile, giusta e perfino generosa.

Sono quelli che hanno tolto un po’ di polvere al Tocqueville tirato giù dallo scaffale, che, lo ricordo, scrisse i suoi due tomi il primo nel 1835, il secondo nel 1840, dopo aver soggiornato nel grande paese meno di nove mesi per raccogliere informazioni sul sistema carcerario locale.

Sono quelli che rifiutano lo status di “colonizzati anche nell’inconscio”, pur sapendo che nel frattempo vige in alcuni Stati la pena di morte, che se è stata chiusa Alcatraz, Guantanamo vive, che da anni, e da  mesi ancora di più, è il posto dove le disuguaglianze sono profonde e feroci fino all’inimmaginabile, dove i senza tetto effetto collaterale delle bolle immobiliari  si stendono in lunghe file nelle piazze delle metropoli, le bidonville sfiorano i margini della Casa Bianca, dove si viene  scaraventati fuori dal pronto soccorso perché non c’è copertura assicurativa, dove i neri sparati a Chicago muoiono allo stesso modo dei poveracci bianchi di altre latitudini, dove è il big business che aizza o riduce a miti consigli leader e insorti, preoccupato che i tempi e i modi della transizione lo “destabilizzi”, perché in tutti gli imperi, i regni e perfino nelle province remote bisogna garantire la sua governabilità anche e soprattutto quando si fonda su uno stato di eccezione che deve diventare solido e permanente.

Continuano imperterriti a chiamarla democrazia, baluardo contro populismo e sovranismo, tanto che ci è toccato leggere le esternazioni di gente che rivendica un’appartenenza sia pure disincantata e delusa, che gioiva per il cancro o l’ictus che poi è lo stesso e poi insorgeva alle prime maldestre denunce di brogli, al fianco dell’american people che aveva liberamente votato, come se la miseria, leggi elettorali macchinose e lesive dei diritti di espressione e della volontà popolare, insieme a sfiducia, frustrazione, emarginazione fossero gli ingredienti della partecipazione, là come qui ai margini del declino della potenza imperiale.

E non stupisce i candidati “progressisti” neoliberisti del Pd come dei “Coraggiosi” della Schlein o dei transfughi del clan di Rignano, tutta gente contenta di diventare un prodotto politico in  vendita, si facciano attrezzare per le loro tenzoni elettorali da Social Change la creatura di Arun Chaudhary, regista americano ex filmmaker di Obama, che li “forma” e sostiene anche economicamente le loro campagne.

E difatti nella nostra storia non si ricordano sanzioni contro la Cola Cola, contro i big burgher, che si accanirebbero contro i pronipoti dei padri pellegrini, notoriamente dinamica scrematura pionieristica di malfattori, evasi da galere europee, ladri e assassini, la cui pretesa di innocenza cerca di rimuovere l’indice assassino che preme il tasto del drone che bombarda paesi lontani, le prodezze di un esercito mercenario al servizio di tiranni sanguinari,  il consenso a un imperialismo che agisce anche in patria consolidando le tremende differenze dell’american way of life, che si arma e arma le mani dei propri adolescenti persuasi di difendere i sacri confini della patria, della civiltà e del proprio ego fanciullesco.

Perché è proprio vero come scrisse  Susan Sontag, che dubito avrebbe sostenuto Hillary o Biden sia pure contro the Orange Funny Man, che “gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste” e  che il mondo si sarebbe ammalato e forse morto con loro. E a ben vedere da dove sono scaturite le grandi crisi, ma anche il terribile contagio della liberalizzazione e circolazione di capitali che ha dato forza maligna al totalitarismo finanziario, pare proprio che sia così.

È che l’indulgenza riservata a quel popolo “nuovo”  bamboccione e rozzo deve essere dello stesso tipo di quella che riserviamo a noi stessi che ci stiamo impegnando per diventare come loro, dopo esserci disfatti della memoria  della dignità che abbiamo riscattato e che, malgrado i premi Oscar e la manomissione della storia, non ci è stata regalata dagli eroici “liberatori”.  


Barbarie light

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allo scoppio del conflitto in Irak una foto fece il giro del mondo. Si vedeva  un soldato Usa,  uno di quei ragazzoni che ognuno vorrebbe per figlio, che “metteva in salvo”  un bambino iracheno ferito e terrorizzato.

Il Pentagono fece sapere che il giovanotto, arruolatosi pochi giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle per combattere il terrorismo “incarnazione del Male assoluto”  e esportare la nostra civiltà superiore, era un medico che si prestava a portare sollievo agli inevitabili “effetti collaterali” dell’Operazione Libertà Irachena, come venne chiamata dai consulenti per l’immagine di Bush Jr quella guerra insensata, con scarso successo per via dell’acronimo Oil (Operation Iraqi Liberty) che si prestava a interpretazioni maliziose, mentre aveva invece incontrato il favore del pubblico e della critica il nome del primo attacco aereo su Baghdad “Schock and Awe” (Colpisci e terrorizza).

Se c’è un prodotto che grazie alla globalizzazione è stato commercializzato e fatto circolare ovunque con successo, è la compassione,  che, diceva Brecht,  è “ciò che non si nega a coloro cui si negano aiuto e solidarietà” e che, come scriveva Susan Sontag che non ha ricevuto il Nobel, “ci proclama innocenti oltre che impotenti”, e quindi invece di commuoverci sulla sorte delle vittime di guerre e imprese coloniali, meglio sarebbe che riflettessimo su come e quanto i nostri privilegi e consumi si “collochino sulla mappa delle loro sofferenze”.   

Non riguarda quindi solo il marketing della fabbrica del consenso il fatto che chi bombarda mandi in tempo reale la Croce Rossa, che chi rade al suolo invii i caschi blu, con compiti di occhiuta sorveglianza e prevenzione delle prevedibili reazioni di “malcontento” dei sopravvissuti, in modo che non incrementino i danni per sé e gli altri, che chi rapina, depreda e saccheggia destini risorse ingenti ai programmi contro la fame nel mondo.

La pietas aiuta a scaricare spese dalla denuncia dei redditi e  eventuali costi morali dalle coscienze, legittimando con una presunta superiorità (sociale, culturale, morale, razziale) un dominio che serve a garantire che i settori privilegiati “occidentali” conservino il controllo delle risorse continuando a trarne benefici sproporzionati e ingiusti.

È diventato ancora più facile da quando si può anche esercitare la ferocia in forma light e la barbarie in versione soft, premendo un tasto che dirige il drone nelle zone dove è sacrosanto e doveroso recare i messaggi della democrazia e della civiltà che le popolazioni locali non sanno e non vogliono conquistarsi, persuadendole  dolcemente con un secondo clic, quello che apre il portello dal quale si scaricano le bombe.

Anche l’eventuale senso di colpa del colonizzatore trova riposo, convincendosi che si tratta di eventi più lontani e meno realistici delle location e della sceneggiatura di una serie di Netflix, che le “bonifiche etniche” siano autorizzata dalla necessità del contrasto del terrorismo, che i conti tornino se il bambino di Falluja che ha perso le braccia durante un bombardamento è stato poi curato a Londra, dotato di due arti artificiali, su uno dei quali campeggia un tatuaggio della squadra del Manchester, godendo delle magnifiche sorti del progresso che in patria e in pace gli sarebbero state negate.

E difatti quest’anno a essere insignito del Nobel per la pace  è stato il World Food Program (Wfp), Programma alimentare mondiale.

La presidente del Comitato per il Nobel ha elogiato l’agenzia Onu, diretta con dinamismo e tenacia dall’americano David Beasley, un trumpiano di ferro ex governatore repubblicano della South Carolina, proprio perché svolge «un ruolo cruciale nella cooperazione multilaterale» grazie  soprattutto ai contributi dei governi, in testa gli Stati Uniti, primi donatori con oltre il 43% del budget, oltre 8 miliardi di dollari raccolti nel 2019.

Il riconoscimento, è stato detto, assume una particolare attualità, a “ricordarci”, come ha scritto il Corriere,  “che la pandemia passerà mentre la fame no e non ci può essere pace con quasi 700 milioni di persone che non sanno se domani mangeranno”. E infatti oggi 690 milioni di persone al mondo soffrono di malnutrizione, di cui 135 milioni in forma acuta. Ma con la pandemia il numero è destinato a raddoppiare, tanto che il traguardo che si era posto l’Onu, quello della «fame zero» entro il 2030 è sempre più lontano.  

E chi meglio di questa organizzazione benefica poteva meritare il premio per il paradosso, quello per il tardivo e micragnoso risarcimento grazie a meccanismi di mercato: cooperazione commerciale di risorse fino al giorno prima estratte, estorte, rubate,  investimenti in infrastrutture fino al giorno prima bombardate, bonifiche di aree fino al giorno prima avvelenate da industria che hanno scelto localizzazioni esterne per non inquinare in casa, se due terzi degli aiuti vanno nelle aree di conflitto, Yemen, Sud Sudan, Siria, Somalia, Sudan, Repubblica democratica del Congo, Nigeria e Afghanistan?

Eppure si tratta di paesi che  dispongono di risorse che premetterebbero di godere di  condizioni di vita dignitose a tutti i suoi abitanti (assistenza sanitaria, istruzione, occupazione e salari decenti), se non fossero stati geografie soggette a sconvolgimento socioeconomico coloniali, a scorrerie e distruzioni, ai quali sono state imposte le regole del neoliberismo occidentale: crescita basata sulle esportazioni e sullo sfruttamento turistico con fisiologico deterioramento dell’ambiente,  liberalizzazione degli investimenti diretti esteri e  privatizzazioni di imprese pubbliche nei settori strategici  e dei mercati finanziari (che alimenta investimenti puramente speculativi e predatori senza contribuire allo sviluppo dei Paesi in cui avvengono).

Dighe, cementifici, alberghi nel deserto, zuccherifici, centrali elettriche,  spremono come sanguisughe la finanza pubblica, arricchiscono le imprese occidentali con la compiacenza, se non l’incoraggiamento, delle organizzazioni internazionali, che proclamano  di favorire lo sviluppo dei paesi poveri e nel medesimo tempo li saccheggiano senza vergogna.

Dovrebbe ricordarci qualcosa la concessione data a parenti poveri di aumentare il debito per poi pretenderne  il  rimborso esatto,  inestinguibile poiché  aumenta in proporzione alla restituzione, grazie a un ingranaggio finanziario machiavellico, mentre al contempo si permette e promuove un saccheggio delle risorse naturali, materie prime, minerali e energetiche, produzioni agricole, manodopera e forza lavoro,  per obbligare a far fronte agli impegni.

Ma pare che non siamo proprio capaci di guardare dietro al reality  che ci mostra  individui che approdano sulle nostre coste come vittime o invasori, a seconda degli opposti preconcetti ideologici, per cominciare a vederli come membri di comunità dissolte dagli stessi processi che hanno cancellato l’identità, l’autodeterminazione e il futuro dei loro Paesi e dei quali siamo corresponsabili. Per dirci che siamo ancora più correi, quando le stesse dinamiche stanno distruggendo il nostro.


Statue e facce di bronzo

statue-abbattute-1200In questi giorni di “soffocamento” nel vero senso della parola, abbiamo assistito  alla trasformazione di un episodio orribile, anche se purtroppo frequente, ovvero l’uccisione di un  nero da parte di un poliziotto, in altrettanto orribile dimostrazione di idiozia da parte di dimostranti che in America e in Gran Bretagna si sono dedicati a una sorta di iconoclastia improvvisata con l’abbattimento o lo sfregio  di statue di personaggi più o meno illustri che vengono considerati compromessi col razzismo, seguendo le orme di analoghe proteste ai tempi di Obama. In Gran Bretagna ne hanno fatto le spese anche monumenti dedicati a Churchill e David Hume lasciando davvero desolati per tutta la cultura dell’effimero che queste azioni lasciano trasparire, la loro strumentalità e occasionalità. Dunque esse stesse in qualche modo preludono agli episodi di inaudita violenza ai quali abbiamo assistito, essendo così radicalmente vacue e peraltro visibilmente eterodirette da non costituire una solida cultura contro il razzismo, ma solo un coagulo di protesta che dimostra solo se stessa.

Forse – a proposito di Hume e della sua legge – la contrapposizione tra l’essere ovvero lo stato delle cose e il dover essere ossia la visione di un cambiamento delle stesse è in questo caso soltanto apparente, puramente scenica, una dialettica senza sintesi, come del resto è dimostrato dal fatto che analoghe proteste si accendono ogni tanto senza cambiare una situazione che è rimasta invariata persino sotto la presidenza Obama. Ma al di là di questo, le azioni dimostrative che si occupano di decapitazioni statuarie nascono sempre all’interno delle immaginazioni di un ambiente benestante e colto, , dimostrano di non rinnegare affatto l’ipocrisia che essi rimproverano alle culture precedenti: essi infatti come individui e come classe sono il prodotto del razzismo di rapina che l’Impero anglosassone, prima da Londra e poi da Washington ha sempre esercitato permettendo l’accumulazione di capitale che ancora oggi rende possibile il ricatto e l’appropriazione indebita di risorse. Quelli che abbattono le statue sono anche quelli che a tutti i costi vogliono mettere le mani sul petrolio venezuelano e considerano il bolivarismo come una dittatura da rovesciare in nome di una democrazia diventata pura astrazione semantica, nonostante la continua serie di elezioni che si svolgono in Venezuela e che non vengono contestate dagli osservatori, nemmeno da quelli prezzolati. Sono gli stessi che per tenere tra le grinfie il medio oriente e le riserve petrolifere provocano milioni di morti – sempre in nome della democrazia ben s’intende – sono i nipoti e i pronipoti di coloro che si sono arricchiti con gli schiavi o con i proventi dell’impero indiano, o con la guerra dell’oppio in Cina o con le miniere di oro e diamanti in Sudafrica, sono i figli di quelli che parlavano di open society nei buoni ristoranti mentre le loro amministrazioni bruciavano col Napalm un milione di cambogiani  come effetto collaterale dei bombardamenti del sentiero di Ho Chi Min. E sono infine quelli così stupidamente felici  del globalismo ultra capitalistico da barattare l’ipotetica battaglia contro razzismo, con la concreta fine delle conquiste sociali che del resto sembra interessargli assai poco. Non si accorgono che è un modo diverso di declinare la stessa esclusione e il  medesimo principio di disuguaglianza. Insomma vediamo perfettamente in atto il totalitarismo liberale, la sua tendenza alla dittatura del grande capitale e alla orwellizzazione sociale in cui l’antirazzismo funge da valore di copertura. Ma si tratta di un assegno a vuoto, di un pagherò  che non verrà mai onorato. Ancor peggio poi se lo sfregio di opere d’arte come è accaduto in Italia proviene da ascari di ignobile stupidità che non merita nessun commento.

Se volessero davvero protestare contro l’odio razziale coinvolgendo il passato in maniera così assurda e poco intelligente, dovrebbero più  coerentemente suicidarsi perché senza l’eredita di un razzismo variamente declinato nel tempo, loro nemmeno esisterebbero. E ancora oggi sono completamente ciechi rispetto alle differenze culturali, perché sono portatori di una forma razzismo che si esprime al meglio con l’imperialismo culturale di cui sono la punta di diamante. Ai ceti di comando è sempre piaciuta questa espressione, sia nella sua ovvia eccezione capitalistica che nella versione leninista. Ma naturalmente ciò che conta non è  il diamante, ma chi impugna lo strumento e di certo loro potranno avere qualche barbaglio, ma le mani della storia sono altrove.


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