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Maledetto Tocqueville

Da più o meno 160 anni uno spettro si aggira per l’Europa: si tratta de La Democrazia in America del visconte Alexis de Tocqueville, il libro a cui si deve ascrivere una delle più grandi finzioni della storia, ovvero  il mito del modello americano inclusivo, libero, dotato di un sistema di rappresentanza universale e privo di una vera e propria aristocrazia parassitaria che anche quando accennava a formarsi appariva comunque “poco diversa dalla grande massa del popolo di cui abbracciava facilmente le passioni e gli interessi”. Chi affronta lo studio della storia americana e della sua rivoluzione alla luce di questa classica e ingenua convinzione si rende però immediatamente conto che quella di Tocqueville è soltanto una sorta di favola e per giunta anche piuttosto superficiale perché tutte le discussioni dei padri fondatori della Repubblica avevano ben altro spirito e vertevano invece sulla costruzione di un sistema fortemente verticistico, teso a garantire in maniera ossessiva una elite di ottimati dagli errori del popolo dotato dell’arma del voto. E questo viene detto apertis verbis in molte delle documentazioni che abbiamo a disposizione. Tra parentesi è lo stesso clima che si è affermato quando si è cominciato a parlare di Stati uniti d’Europa, ma quello che interessa qui è capire da dove derivi la fortuna del libro di Toqueville, come mai sia diventato l’architrave di un gigantesco equivoco pur essendo poco più di una divagazione di un viaggiatore così disattento da non vedere quello che aveva davanti a gli occhi.

La risposta la si può trovare in Tocqueville stesso, appartenente al novero di quelle famiglie di piccola nobiltà terriera, non più sostentate dalle rendite dei piccoli feudi che avevano da tempo intrapreso la via delle professioni: era insomma a metà strada fra ancient regime e ascesa della borghesia, fra primo e terzo stato, ma ancora intensamente reazionario.  E del resto la madre di Alexis era nipote dell,’avvocato che difese Luigi XVI davanti alla Convenzione nazionale. Questa nevrotica scissione accompagnerà  Tocqueville per tutta la vita e si accompagnerà alle frustrazioni per la sua modesta cariera nella magistratura. La sua Democrazia in America nasce proprio all’interno di questa enorme e profonda faglia politica: nel 1830 una rivoluzione depone il re Carlo X di Borbone al quale Toqueville era fedele e mette sul trono Luigi di Orleans di idee più liberali, simili proprio a quelle che Tocqueville aveva cominciato a sviluppare leggendo  Montesquieu, Voltaire, Rousseau nella biblioteca paterna, ma soprattutto prendendo coscienza della sua appartenenza al mondo borghese. Insomma diviso tra la fedeltà al vecchio re e le idee del nuovo accettò di buon grado l’incarico di studiare le istituzioni carcerarie americane e salpò verso gli Stati Uniti dove rimase poco meno di un anno, parte del quale passato a vagabondare per il continente. Se ne tornò in Francia con l’idea che negli Usa ci fossero grande livellamento sociale, assenza di privilegi e uguali possibilità per tutti nella competizione sociale. In realtà questo era solo l’effetto non di un sistema politico ma dell’immenso eccesso di risorse in un Paese – continente abitato all’epoca da meno di 12 milioni di abitanti, esclusi i pellerossa che erano però stati praticamente già sterminati: insomma c’era posto per tutti anche se non si era a capotavola, il che nel folclore popolare e cinematografico si è tradotto nel Paese delle opportunità. E tutto questo è stato sostanzialmente vero sino alla metà del ‘900, ma oggi gli Usa sono il Paese che ha la minore mobilità sociale fra tutti quelli sviluppati, mostrando la filigrana di una rigida struttura elitaria che rende più chiaro e più confuso insieme ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Non so dire se Tocqueville abbia subito delle romantiche suggestioni dallo zio, Renè de Chateaubriand che anni prima aveva vagabondato anche lui in Nord America e che condivideva la stessa appartenenza sociale, antica nobiltà dedita in seguito commerci e quindi sempre a cavallo fra due mondi, ma si rimane basiti dalla descrizione edulcorata e falsa di  un’America che in realtà era egemonizzata da un ceto possidente già prima dell’indipendenza tanto che nel 1770 l’1%  dei grandi patrimoni nelle città deteneva il 45 per cento della ricchezza e questa razza padrona era ossessionata in permanenza dalla possibile minaccia di rivolte e sovversioni che del resto non erano mancate e parevano sempre in procinto di dare l’assalto al potere. In questa logica, il tratto originale  insito nella nascita degli Stati Uniti d’America è un’operazione mimetica per creare consenso attorno alla posizione dominante di classe e mantenere il potere politico. Ma tutto questo è evidentemente sfuggito a Tocqueville che voleva solo fondare una mitologia. E si rimane anche basiti  dalla scarsissima attenzione posta al problema della schiavitù dei neri che avrebbe potuto essere un bel problema per l’idillio democratico messo in piedi  e sullo sterminio dei pellerossa: alla fine il nostro risolve tutto nel dire che queste popolazioni dovrebbero accettare completamente lingua, cultura e costumi anglosassoni per poter uscire dalla loro condizione subalterna . Insomma un tipico colonialista europeo, forse anche un tantino razzista se è vero che fu amico e mentore di Joseph Arthur de Gobineau, l’autore del Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane,  testo fondamentale del razzismo del XIX° e XX° secolo.

Ma probabilmente l’ evitare alla democrazia americana il problema razziale piaga insanabile dall’origine ai nostri giorni  accompagnata dall’invito ad essere assorbiti dalla civiltà bianca è probabilmente stato uno dei fattori di successo del libro, insieme alla denigrazione della rivoluzione francese che “aveva fatto dei morti” e all’esaltazione invece di quella americana che in realtà ne aveva fatti molti di più, ma, come dire, senza volere, senza dare alla violenza una carica politica. La grande borghesia continentale che pure era giunta al potere con i sanculotti voleva tagliare i ponti con una rivoluzione nella quale era nascosto in qualche modo il germe del socialismo e la favola americana che esaltava la libertà economica, il buon paternalismo e l’avidità nascondendone le origini e le conseguenze era l’idea giusta per costruirsi una legittimità. Se oggi non capiamo cosa cavolo stia succedendo è semplicemente perché abbiamo un’idea dell’America radicalmente lontana dalla realtà e assistiamo ai contorcimenti di un potere in qualche modo diviso, la cui etica è l’esatto contrario di quella che viene narrata.  La favola bella che ieri ci illuse e continua ad illudere.

 


Pazzie & bugie

Scientific American, nota di rivista di divulgazione scientifica, presente anche in Italia, sotto il nome di Le Scienze ora edita nell’ambito dell’impero editoriale degli Elkann, è scesa in campo per la prima volta in 175 anni di vita  per sostenere un candidato presidente, ovvero Biden. La famosa neutralità, tanto inesistente quanto più rivendicata della scienza, è stata messa in forse da una questione penosa per non dire volgare: Trump è accusato di essersi opposto all’allargamento del voto per posta e dunque avrebbe favorito la possibilità di contagio diventando indegno di essere eletto. Il fatto è che il voto per posta è notoriamente – e da decenni – il bubbone purulento dei brogli e dunque, a parte ogni altra considerazione sulla narrazione Covid, la posizione della rivista appare non solo strumentale, ma anche un po’ cretina, qualcosa che ci si attenderebbe da un demagogo qualsiasi e non da chi pretende di essere vestale di verità e aliena da partigianerie politiche . Ma questa non è altro che una delle tante manifestazioni di corruzione della scienza da parte dell’ideologia global liberista che ormai, tramite le fondazioni, le ong e le donazioni dei supericchi, tiene per per le palle tutto l’ambiente universitario e intellettuale, oltre quello dei media costringendolo per paura, per soldi o per carriera ad appoggiare i disegni e le distopie che vengono covate nei circoli del denaro. Compresa l’ultima sottile e perversa forma di razzismo che si esprime attraverso l’antirazzismo rovesciato di Black Lives Matter: l’ impazzimento dell’intellighenzia americana di fronte all’esplosione di rivolte  certamente giustificate dai fatti e dalla storia, ma assolutamente sospette nei tempi, nei modi e negli scopi, assume caratteri che scadono nel patetico.

Alcuni esempi sono essere illuminanti: il decano della Jacobs School of Engineering presso l’Università della California, San Diego, Albert  Pisano si è dichiarato “assolutamente dedito” a trasformare la scuola di ingegneria in una “organizzazione antirazzista”. In questo modo “include in modo cruciale il lavoro di pregiudizio inconscio che dobbiamo svolgere all’interno di noi stessi”, ha aggiunto. Come quel lavoro interagirà per esempio con la ricerca sulle nanoparticelle e la trasmissione virale, non è stato specificato. Oppure la strana presa di posizione del presidente del dipartimento di scienze della terra e del pianeta presso l’Università della California, ha annunciato un “gruppo di lettura antirazzista” per docenti e studenti. Lo scopo del gruppo è quello di affrontare il “razzismo strutturale che pervade” il campo della geologia. Di certo il razzismo strutturale nello studio delle rocce ignee è così ovvio che non c’è bisogno di approfondire. E che dire dell’ American Astronomical Society dove ci sono state riunioni a separazione razziale, una per gli astronomi bianchi dedicata a  “discutere azioni dirette a sostegno degli astronomi neri”, una per gli astronomi neri per “parlare, sfogarsi, connettersi e mantenere spazio l’uno per l’altro” e una per ” persone di colore non nere per discutere di azioni dirette a sostegno degli astronomi neri “.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine riportando la conversione antirazzista di centinaia di docenti, neri compresi costretti a fare autodafè come eretici medioevali non tanto per paura di ritorsioni fisiche da parte dei blackmatter, ma principalmente per non stonare nel coro, per non fare la figura dei politicamente scorretti e dunque per non essere cacciati via dall’insegnamento, per non vedersi rifiutare la pubblicazione di un testo o l’attribuzione di un fondo per la ricerca. Dentro tutto questo mondo concentrazionario possiamo metterci dentro anche la curiosa querelle dell’università di Princeton il cui presidente,  Christopher Eisgruber, ha denunciato  il “razzismo peccaminoso” della istituzione che dirige e ha ordinato ai  docenti e amministratori della scuola di presentare piani su come “combattere il razzismo sistemico all’interno e all’esterno dell’Università”: Peccato che durante la presidenza Eisgruber l’ateneo abbia ricevuto oltre 70 milioni di contributi pubblici proprio per eliminare ogni discriminazione, cosa che l’Università ha sempre affermato di aver fatto.

Da tutto questo si possono trarre due ordini di considerazioni: che molto di ciò che viene attribuito al razzismo è in realtà essenzialmente un problema di discriminazione sociale e di classe che il neoliberismo nasconde sotto il colore della pelle come peraltro denunciano molto intellettuali neri.  La seconda è constatare come l’oligarchia cresocratica americana abbia un controllo capillare dell’ambiente scientifico e intellettuale tanto da indurre alle cose risibili che abbiamo raccontato: e se  si possono indurre migliaia di docenti e di ricercatori a prostrasi e a dire fesserie sul razzismo geologico, possiamo davvero pensare che sia impossibile indurre a l’ambiente sanitario a trasformare una sindrome influenzale in peste, come del resto è capitato in almeno altre tre occasioni in questo secolo, anche se non era stato tentato l’esperimento delle segregazioni? Ecco perché gli appelli a una scienza trasformata da luogo del dubbio sistematico a oracolo che non ammette discussione è una pura e semplice bugia.


Ius Bancomat

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa la procura di Perugia ha aperto un’indagine sull’esame richiesto per ottenere la cittadinanza italiana, cui è stato sottoposto il calciatore uruguaiano Luis Suarez durante le pratiche per ottenere. Si sospetta che Suarez abbia conosciuto in anticipo domande e risposte, sarebbe stato sottoposto a un esame molto più facile di quello ordinario e il punteggio gli sarebbe stato attribuito prima della prova.  

Non stupisce di certo che una star del pallone (tutto ha congiurato a fare del tifo calcistico un irrinunciabile carattere della nostra autobiografia, un tratto imprescindibile della nazione mite che si ritrova e fraternizza tirando un calcio in rete, come nei film consolatori da premi oscar) abbia potuto avere un trattamento di favore rispetto a muratori, braccianti e badanti. Semmai sorprende lo scandalo.

Ma pensate se nel caso di professioni e funzioni speciali i candidati fossero sottoposti allo stesso test, che ne so, aspiranti segretari di partito, ministri dell’istruzione, magistrati, capi di gabinetto, virologi, la cui abilitazione potrebbe essere sottoposta alla condizione di conoscere e perfino scrivere nella nostra lingua madre.

Ne vedremmo delle belle, come si può immaginare dalla pubblicazione di test di ammissione all’università, degli esami per procuratori, come ci rivelano le interviste, le dichiarazioni, le comparsate nei salotti televisivi, dai tweet e degli “stati” su Facebook, nel comune rimpianto per l’ora di educazione civica, ma pure del dettato, dell’interrogazione sui verbi regolari e irregolari, e per non sbagliare, sulla composizione à la manière che si usa nei collegi francesi.

Il fatto è che si tratta di requisiti mai pretesi da Borghezio, da sempre impegnato nella difesa del nostro patrimonio di usi e tradizioni, , si direbbe, minacciati dal meticciati, e nemmeno da suoi recenti alleati oggi ancora molto in vista alle prese con colluttazioni sanguinose con ortografia, grammatica e analisi logica e pure con geografia e aritmetica. E invece li si reclama da “ospiti” a stento tollerati, che devono guadagnarsi ogni giorno il minimo sindacale di prerogative – chiamarli diritti sarebbe troppo, li assimilerebbe a target selezionati che escludono anche un buon numero di indigeni- meritandosi con fatica e impegno superiore un livello accettabile di inferiorità: salari, liste di collocamento, asili e mense scolastiche, graduatorie per le case popolari un po’ al di sotto dei proletari e sottoproletari italiani.

E infatti si scopre senza meraviglia che un testo scolastico per le elementari illustri desideri e aspettative dei bambini italiani: “Quest’anno vorrei fare tanti disegni coi pennarelli”, “Andare sempre in giardino per la ricreazione”, dei quali potremmo dire che l’innocenza beata regredisce a beota, contrapposti a quelli di bimbo nero coi capelli crespi dalla cui boccuccia carnosa esce il fumetto edificante:  “Quest’anno io vuole imparare italiano bene“, manco fosse un Calderoli qualsiasi.

Apriti cielo, subito sono insorti gruppi e associazioni che, giustamente, hanno criticato modi e linguaggio del messaggio: il piccolo eroe dell’integrazione parla come la Mamie di Via col Vento (manca solo zi Miss Rozzella) a pochi mesi dalla messa all’indice del libro e della demolizione di statue imbarazzanti per il senso comune incarnato in Italia da sardine e vari fan del bon ton globale. Che magari hanno votato con entusiasmo il “governatore” anti- salviniano, che se parla dei cinesi imita i film anni 30: clavatte cento lile, e li accusa di mangiare abitualmente topi vivi alla faccia del relativismo culturale e dei complessi di colpa coloniali.

D’altra parte se il fascismo si declina in forme sempre uguali, e semmai si ampliano i pubblici di riferimento, il razzismo si arricchisce di nuovi valori grazie all’ideologia del politicamente corretto, che fa da sostegno ai miti neoliberisti, cancellando i confini delle geografie della destra e della sinistra in un’unica palude di ipocrisia miserabile. Come è dimostrato dalla strategia europea sull’immigrazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/09/26/marketing-dellimmigrazione-nuova-truffa-europea/ ) dallo sfruttamento doppiamente discriminatorio e xenofobo a norma di legge, interpretato magistralmente dalle misure per il “rilancio” in agricoltura della Ministra Bellanova, dalla promozione intermittente di aree di schiavitù diversamente salariate e legittimate per motivi di emergenza, che comprendono soggetti “inferiori” immeritevoli della denominazione di cittadini anche in patria.

Così se un tempo la schiavitù diventava una condizione basata su componenti etniche,  culturali, sociali secondo gerarchie rispondenti a leggi “di natura”, applicate dentro e fuori da confini nazionali, si fosse negri o terroni, tanto per fare un esempio, oggi che le regole del mercato sono state promosse a culto, religione e quindi leggi naturali incontrastabili, oggi la sottomissione, il giogo fino alla cattività preme su chi non ha saputo conquistarsi l’omologazione in ceti risparmiati dalla fame e dalla sete, colpevole, non avendo ereditato nulla in forma dinastica o per speciali talenti,  di non essersi meritato la soddisfazione dei suoi bisogni e la realizzazione delle sue aspettative.  

E infatti alcuni storici guardano al razzismo come a un perversa esigenza di discriminazione che dà sostegno culturale a differenze e disuguaglianze, e che si concretizza con l’invenzione a tavolino di “etnie” inferiori e la identificazione di organismi infetti e quindi pericolosi da isolare, reprimere, esaurire fino a cancellarne identità, consapevolezza e dignità, colpevolizzando origine, appartenenza religiosa, inclinazioni sessuali, genere, usi, a una condizione però, che distingue quelli già colpiti dalla povertà.

Ora è certamente vergognoso che un altro libro di testo proponga la sceneggiatura di un incontro al parco tra un bambino felicemente bianco e una bambina piccola “tutta nera, con buffe treccine e occhi birbanti” subito apostrofata dal prescelto alla superiorità nella lotteria naturale: sei sporca o tutta nera? con gli stilemi dell’illustre giornalista in missione in Abissinia.

Ma non sarà altrettanto vergognoso che i diritti di cittadinanza non spettino a qualcuno nato in Italia, o figlio di genitori che lavorano qui, pagano le tasse, rispettano le leggi del paese ospite a differenza di augusti cittadini vaticani, che si debbano conquistare a differenza di chi li ha ricevuti all’origine e spesso non ne ha cura, .come non ne ha dell’ambiente in cui vive, della memoria, del paesaggio intorno, delle opere dell’uomo del cui valore spirituale ci si ricorda in funzione di quello commerciale?

E non suona stonato e perfino ridicolo che si pretenda “integrazione” da chi arriva, dimostrabile con sacrifici, rinunce, oblio del proprio passato, quando tutto congiura per far sentire i cittadini stranieri in patria, riducendo quelle prerogative e quelle conquiste di istruzione, cultura, lavoro che avevano creduto inalienabili?

Non sarà un segno del nostro fallimento che il rispetto dell’altro e dei suoi diritti si sia uniformato ai criteri e ai processi materiali di sviluppo e riproduzione economica e sociale, proprio gli stessi che generano violenza, prepotenza, abuso, sfruttamento, sicchè il razzismo si rivela come una malattia incurabile del capitalismo?

Tanto che vi si devono assoggettare bisogni e aspirazioni, riconosciuti solo se dimostrano la volontà di omologarsi, di conformarsi, di obbedire, di adeguarsi agli imperativi dell’utilità e del profitto che concepiscono come libertà l’iniziativa privata, l’appropriazione, l’autoaffermazione e la subalternità dell’altro, non pienamente umano: nero, giallo, donna, vecchio, malato, matto. Povero. 


Lettera segreta sul razzismo della condiscendenza

statua libertàLa notizia che non compare, ma che gira sottopelle come una febbre fastidiosa nelle università statunitensi, è la mail di un professore di Berkeley, rimasto volutamente anonimo (poi capiremo perché) ma la cui autenticità è stata confermata da numerosi docenti, compreso l’economista Thomas Sowell della Standford University, che prende una “scandalosa” posizione sulla deriva che hanno preso le manifestazioni per l’uccisione di George Floyd. Una deriva che le ha trasformate in banale strumento elettorale in favore di  Biden , ma che soprattutto ha messo in luce come la censura e l’omologazione sia ormai la cifra delle istituzioni accademiche: insomma in qualcosa che ormai è ben lontana dalle prime scintille e che pare ormai essere persino estranea alla questione nera. Dunque la missiva, mandata via e mail a centinaia di docenti non si occupa di cronaca o di polemica spicciola, ma di cultura  e di strumenti cognitivi.   Così comincia la lettera:

“Cari prof. X, Y, Z,   sono un collega dell’Università della California, ti ho incontrato personalmente ma non ti conosco da vicino e ti sto contattando in modo anonimo, cosa della quale mi scuso, ma sono preoccupato che scrivere questa e-mail pubblicamente potrebbe portarmi a perdere il lavoro e probabilmente tutti i lavori futuri nel mio campo” .Un incipit certamente inquietante che prelude alla denuncia della totale assenza di diversità di opinioni sul tema delle proteste e soprattutto sul nucleo concettuale che le anima. Insomma non si stenta nemmeno una spiegazione alternativa per spiegare la sotto rappresentanza delle persone di colore nel mondo accademico o la loro sovra rappresentazione nel sistema di giustizia penale. La spiegazione fornita è unanime: i problemi della comunità nera sono causati dai bianchi o, quando i bianchi non sono fisicamente presenti, dall’infiltrazione della supremazia bianca e del razzismo sistemico bianco nell’americano cervelli, anime e istituzioni. Eppure dice l’anonimo docente “Molte obiezioni convincenti a questa tesi sono state sollevate da voci sobrie, anche all’interno della stessa comunità nera, come Thomas Sowell e Wilfred Reill. L’affermazione che le difficoltà che la comunità nera affronta sono interamente spiegate da fattori esogeni come il razzismo sistemico bianco, il suprematismo bianco e altre forme di discriminazione bianca rimane un’ipotesi problematica che dovrebbe essere messa vigorosamente in discussione dagli storici. Invece, viene trattata come una verità assiomatica senza una seria considerazione dei suoi profondi difetti o delle sue preoccupanti implicazioni sulla totale impotenza nera. Questa ipotesi sta trasformando le nostre istituzioni culturali in uno spazio dove non c’è posto per il dissenso”

E prosegue: “Se affermiamo che il sistema giudiziario criminale è suprematista bianco, perché gli americani asiatici, gli indiani d’America e gli americani nigeriani (per inciso anche loro neri )  sono incarcerati a tassi molto più bassi degli americani bianchi? Perfino gli ebrei americani sono incarcerati meno dei bianchi gentili e penso che sia giusto dire che il suprematista bianco medio disapprova gli ebrei. Eppure, questi presunti suprematisti bianchi incarcerano i gentili a tassi molto più alti degli ebrei. Niente di tutto ciò viene spiegato:” E come in tanti campi alla ragione si sostituiscono slogan ripetuti fino alla nausea. Ora per un europeo  di buona cultura non c’è alcuna difficoltà a comprendere il motivo dell’ iperplasia della di una spiegazione razziale che tuttavia si applica e si confessa solo in questo caso e non negli innumerevoli “arcana” dell’impero americano: dal momento che i tassi di criminalità dipendono sostanzialmente dal livello economico e di istruzione ecco che i neri, la fascia di popolazione a più basso reddito  e a più alto tasso di disoccupazione, sono statisticamente i più coinvolti nel sistema penale. La prova del nove la si ha se si analizza la popolazione americana per reddito e non per colore: tutto va magicamente a posto e addirittura il taso di criminalità dei bianchi poveri è superiore a quello dei neri. Tuttavia questo compromette a tal punto l’immagine stereotipa della società americana e la sua “eccezionalità” da non poter essere adottata senza pericoli e si preferisce la tesi di un male oscuro dal quale sarebbero infettati esclusivamente gli infedeli del globalismo.

Ovviamente il razzismo esiste eccome, ma la sua straordinaria resilienza negli Usa dove ha accompagnato tutte le fasi di sviluppo, dallo sterminio dei pellerossa, all’importazione degli schiavi, alla noncuranze per le vite non americane e non bianche, si nutre proprio di un teorema sociale che parte dalla disuguaglianza come motore economico che è poi il concetto chiave del globalismo neoliberista: dunque proprio chi pretende di essere l’apice dell’ antirazzismo è portatore in radice dei suoi presupposti. In ogni caso la lettera del professore vuole sottolineare una condizione di censura:  “Personalmente non oso parlare contro la narrativa Black live matter e contro il presunto unanimismo prodotto in serie dall’amministrazione accademica, dai professori di ruolo,  dall’America delle corporation e dai media, la punizione per il dissenso è una chiara minaccia in un momento di diffusa vulnerabilità economica. Sono certo che se il mio nome fosse allegato a questa e-mail, perderei il mio lavoro e tutti i lavori futuri, anche se  posso giustificare ogni parola che scrivo.” Il  nostro dipartimento sembra essere stato completamente catturato dagli interessi della Convenzione nazionale democratica e del Partito democratico in senso latoPer spiegare cosa intendo, considerate cosa succede se si sceglie di donare a Black Lives Matter: tutte le donazioni al sito web ufficiale vengono immediatamente reindirizzate a ActBlue Charities , un’organizzazione che si occupa principalmente di campagne elettorali di bankrolling per i candidati democratici. Fare una donazione a BLM oggi significa donare indirettamente alla campagna di Joe Biden per il 2020. Ciò è grottesco, dato che le città americane con i peggiori tassi di violenza della polizia  sono gestite in maniera schiacciante dai democratici. La stessa Minneapolis è stata interamente nelle mani dei democratici per oltre cinque decenni ; il “razzismo sistemico” è stato costruito dalle successive amministrazioni democratiche.

E infine viene la sorpresa: “Non dovrebbe influire sulla forza del mio argomento, ma per la cronaca, scrivo come una persona di colore . La mia famiglia è stata personalmente vittima di uomini come Floyd. Siamo consapevoli delle condiscendenti depredazioni contro la nostra gente. L’umiliante presupposto che siamo troppo stupidi per fare lo Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr), che abbiamo bisogno di un aiuto speciale e di requisiti più bassi per andare avanti nella vita, ci è pienamente familiare. A volte mi chiedo se non sarebbe più facile avere a che fare con fascisti aperti, che almeno non avrebbero inibizioni nel chiamarmi subumano. Il sempre presente dolce fanatismo di basse aspettative e l’affermazione secondo cui le soluzioni alla difficile situazione della mia gente poggiano esclusivamente sulla buona volontà dei bianchi piuttosto che sul nostro duro lavoro è psicologicamente devastante . Nessun altro gruppo in America viene sistematicamente demoralizzato in questo modo dai suoi presunti alleati. A un’intera generazione di bambini neri viene insegnato che solo supplicando, piangendo e urlando otterranno sovvenzioni da bianchi in colpa”

Ma tutto questo si può dire solo in anonimato, esattamente come si escludono visioni diverse della pandemia. Questo è il mondo che ci attende dove alcuni gruppi ponte tra il potere, la politica e la creazione di consenso cooptano e corrompono i movimenti sociali, in modo che possano integrati nella struttura del controllo sociale.


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