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Il colore dei portafogli

Washington-marcia-675La ricerca e la lettura delle statistiche, spesso intrapresa cercando tutt’altro, può riservare molte sorprese e portare a scoperte inaspettate rispetto alla narrazione comune.. Così oggi mi spingo a parlare di razzismo o meglio di come persino il razzismo che purtroppo  nelle società globaliste esiste e non in maniera marginale, serva però a nascondere fenomeni che nel loro complesso sono di segno più generale e mostrano i sintomi di un degrado ancora più radicale. Faccio riferimento alla strage di neri non armati fatta dalla polizia americana, cosa  che giustamente suscita orrore oltreché ribellioni nella popolazione di colore. Forse è per questo che tali episodi, praticamente gli unici che abbiano un a vasta risonanza, sembrano proporre una realtà odiosa, ma semplice: ci sono troppi poliziotti razzisti che alla fine è un po’ come la scoperta dell’acqua calda. Un po’ più difficile dopo decenni di indottrinamento da telefilm scoprire che la legislazione Usa lascia pressoché impuniti questi episodi visto che la misura della reazione poliziesca a una presunta minaccia non è soggetta a regolamentazione, è una questione che riguarda gli agenti e se l’errore è dietro l’angolo il reato si prefigura solo in rarissimi casi.

Ad ogni modo i numeri ci dicono cose molto diverse. Qui bisogna premettere che le statistiche ufficiali o di gruppi di pressione o di fonte giornalistica presentano notevoli variazioni, ma nell’ultimo lustro ci parlano di un numero di morti ammazzati che va dai quasi mille ai quasi 1300 ogni anno. I due terzi dei morti riguardano rapine e sequestri, tutti casi in cui ci sono state sparatorie o comunque i protagonisti erano palesemente armati, mentre solo il rimanente terzo riguarda situazioni ambigue nel quale la reazione dei poliziotti è stata eccessiva e mortale contro persone non armate e spesso  prese di mira casualmente: si tratta dunque di circa 350 – 400 casi l’anno (probabilmente si tratta di cifre per difetto) di cui solo una sessantina riguardano i neri. Non c’è alcun dubbio che una forma di razzismo c’entri visto che comunque le altre vittime sono latini o asiatici mentre i bianchi costituiscono un’ esigua minoranza, sia rispetto alla popolazione generale che a quella che delinque; non c’è nemmeno alcun  dubbio che questi episodi hanno cominciato a moltiplicarsi man mano che è cresciuto il numero di poliziotti reduci dalle guerre americane e dunque abituati a premere il grilletto per un nonnulla che in fondo è ancora una forma di razzismo meno evidente, ma più basico. Tuttavia se rimettiamo insieme i puntini vediamo che tutti questi casi di errore riguardano persone di modestissimo status sociale: lavoratori saltuari, disoccupati, ragazzi ancora alle prese con la scuola pubblica (che in Usa è praticamente un marchio di infamia sociale), marginali di ogni tipo, comprese una buona percentuale di persone con disturbi mentali abbandonate a se stesse. Questi errori o eccessi di reazione non riguardano mai, in nessun caso conosciuto, persone che vanno dalla classe media in su, nonostante che i controlli siano numerosi ovunque. Io stesso, in una piccola disavventura stradale vicino Yuma, ho potuto constatare di persona la radicale differenza di atteggiamento tra un locale male in arnese e uno straniero suppostamente benestante, almeno per i criteri americani.

Insomma  il sistema di divisione per razze, finora particolarmente evidente in un Paese di immigrazione, formatosi grazie allo sterminio degli abitanti originali, cresciuto con lo schiavismo che è stato l’ultimo ad abolire, vissuto in un complicato contrasto di etnie a volte positivo a volte deleterio, sta man mano trasformandosi in un sistema castale dove il colore della pelle viene lentamente sostituito dallo status sociale. cosa che peraltro comincia ad accadere il tutto l’occidente. Naturalmente nel periodo di passaggio le due cose si sovrappongono in modo complesso e come si vede a volte tragico, mischiando un elemento progressivo a quello socialmente regressivo, anzi nascondendo quest’ultimo dentro le vestigia del primo. In fondo i numeri americani, mutatis mutandis, ricordano quelli dell’India, dove alla discriminazione religiosa si aggiunge quella di casta per cui l’80 % dei detenuti appartiene alla casta dei Paria o a quella dei Sudra che poi a quanto è dato di sapere sono anche le uniche vittime delle violenze della polizia, Anzi per i paria sono recentemente cadute anche le tutele legali contro gli abusi.

La discriminazione non è di oggi, ma il colore del portafoglio sta sostituendo quello della pelle in maniera più articolata e a molti toccherà essere neri di censo e di classe.

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Il povero è negro, una lezione americana – seconda parte

qi1L’idea che l’uomo potesse derivare dalla scimmia come si diceva dopo aver mal digerito Darwin, cadde come un macigno su un mondo impegnato nello sfruttamento delle risorse materiali e del lavoro, ma se da una parte creava sconcerto e spaesamento  per l’abolizione di un Dio sempre più forzatamente immaginato come garante dell’ordine costituito, dunque delle differenze razziali e sociali, dall’altra divenne ben presto una preziosa miniera di argomentazioni e di alibi che non facevano rimpiangere il ricorso a un’istanza metafisica piuttosto logorata. Lo stesso Darwin si accorse di questo e lo sintetizzò come meglio non si sarebbe potuto fare: “Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande”. 

Infatti la colpa è grande,  ma una scienza inconsapevolmente ideologizzata, si incaricò di produrre la buona coscienza necessaria all’epoca del colonialismo e all’esplosione del capitalismo. Fin dall’epoca napoleonica la craniologia, mescolata alla fisiognomica, avevano messo le basi per ravvisare le differenze di natura tra le razze umane e le classi sociali. Un’idea sviluppata in Francia, grazie a Paul Broca (quello delle celebre e omonima area cerebrale che sovrintenderebbe gran parte dei processi linguistici)  ma poi sviluppata soprattutto in ambiente anglosassone, tanto che a metà ottocento un solo naturalista di rilievo, Alexander von Humboldt non credeva nelle differenza intellettuale fra le razze. Samuel George Morton  invece ci ha lasciato l’immortale “Crania Americana”, oltre ad altre opere del medesimo segno nella quale dimostra come i crani degli uomini bianchi anglossassoni siano i più capienti, poi vengono quelli dei tedeschi, poi nell’ordine quelli dei mediterranei, degli slavi, dei mongoli, dei semiti, dei pellerossa, dei neri e delle donne. Un’opera colossale che tuttavia è contraddetta innanzitutto dal fatto che le grandezze dei cervelli sono variabilissime anche all’interno della medesima etnia e in secondo luogo dal fatto che Morton barò in maniera scandalosa immettendo ed escludendo crani che non dimostravano la sua tesi.

In seguito con la diffusione delle teorie evoluzionistiche questo mucchio di sciocchezze fu utilizzato in maniera creativa: se non era un Dio ad aver fatto gli uomini e i cervelli diversi, l’evoluzione dimostrava che a parte la razza bianca, tutte le altre presentavano segni di atavismo ossia di maggiore vicinanza all’elemento scimmiesco: visto che l’ontogesi ricapitola la filogesi secondo la geniale idea di Haeckel, accade che neri, gialli e donne si fermano prima verso il cammino della perfezione ossia del maschio bianco e ricco, sono come degli adolescenti o bambini che non possono nemmeno pensare di auto governarsi: dunque devono sottostare ai regimi coloniali, accettare uno status inferiore o fare la calzetta. E’ appunto questa idea dell’atavismo che in un ambiente diverso, meno coinvolto nelle fasi del dominio occidentale e più interessato al gattopardismo del tradizionale notabilitato conservatore, produsse  l’idea dell’uomo delinquente di Cesare Lombroso: qui il discorso viene limitato alla deviazione della norma, all’atavismo del criminale che non può sottrarsi ai suoi istinti, che si avventa su società incolpevole e mostra questa sua natura attraverso delle stigmate anatomiche, fisiologiche, sociali ed è inutile dire che quelle anatomiche riportano in qualche modo alla scimmia. In un certo senso questa limitazione della tesi atavistica all’ambiente criminale e dunque all’interno dei gruppi etnici costituisce una forma di progresso rispetto al panorama generale, ancorché Lombroso abbia fatto scuola e il suo pensiero sia stato di volta in volta riproposto sotto forme diverse , talvolta insospettabili, come ad esempio la clamorosa sciocchezza sul gene xyy, ovvero la sindrome 47, oppure attraverso una sorta di determinismo psicologico e/o psicoanalitico ancora una volta utilizzato in Usa in senso razzista ancorché di un razzismo compassionevole.

Diciamo però che la straordinaria crescita di conoscenza scientifica dell’epoca fa apparire progressivamente le considerazioni anatomiche rozze e sommarie. Ed è in questa fase che matura l’abbandono dell’approccio medico e craniologico per provare il determinismo biologico con metodi più sofisticati i quali  sostituiscono il contenitore con il contenuto: nel 1904 Alfred Binet viene incaricato dal ministero dell’istruzione francese di sviluppare tecniche per identificare i bambini il cui insuccesso scolastico suggerisce la necessità di un aiuto supplementare negli studi: nasce così la misura del QI attraverso appositi test. Si trattava in sostanza del tentativo di separare le capacità intellettive prese di per sé e innate da quelle culturali e ambientali per aiutare i bambini e non per discriminarli. Non si sa bene se questo tipo di approccio abbia davvero un senso e un risvolto euristico, ma sta di fatto che non appena il test di Binet, che è alla base di tutti quelli odierni,  traversò l’Atlantico fu immediatamente usato per sostenere le tesi razziste e xenofobe e per dimostrare che neri, italiani, ebrei, polacchi, irlandesi erano meno intelligenti dei bianchi anglosassoni, cosa davvero difficile da credere, e che naturalmente questo livello di intelligenza era ereditario.  Le solite idiozie insomma, insomma, ma qui il passaggio è fondamentale perché la possibilità, via via sviluppata anche grazie alle prime macchine elettroniche a scheda perforata, di fare migliaia, anzi milioni di test (pensiamo solo a quelli dell’esercito istituiti in vista della seconda guerra mondiale)  fa balzare in primo piano anche la questione sociale. Ovviamente questi test in realtà non miravano all’intelligenza, ma al grado di acculturazione e di conoscenza dell’ambiente: l’atavismo viene rimaneggiato, diventa oggetto di studio di massa, si crea la parola “moron” per definire in maniera eufemistica l’idiota che è poi sempre un nero o un recente immigrato, ma anche semplicemente un rappresentante delle classi povere finendo per saldare strettamente razzismo ed esclusione sociale.

L’uomo che mise in moto questo meccanismo è stato H.H. Goddard di cui alcuni brani illustrano alla perfezione il senso del suo tentativo e della sua posizione: “Ora dobbiamo capire che ci sono vasti gruppi di uomini, operai, che sono poco al di sopra del bambino, cui deve essere detto cosa fare e mostrare come farlo; i quali, se vogliamo evitare un disastro, non devono essere collocati in posizioni in cui possano agire di loro propria iniziativa  o a loro proprio giudizio. Ci sono solo pochi che dirigono i più devono essere diretti”. Goddard scrive queste cose nel 1918 ed è fin troppo ovvio il suo sconvolgimento per la Rivoluzione d’ottobre, ma mette le basi per quella che potremmo chiamare la moderna ideologia americana e neo liberista: l’inferiorità sociale non è un prodotto delle politiche e delle istituzioni, ma deriva da un’inferiorità che oggi chiameremmo genetica e che si perpetua nei figli. La disoccupazione non è una disgrazia, ma una colpa. I timori di Darwin si sono realizzati, la vecchia bugia di Platone torna in campo, comincia a prendere forma il mondo contemporaneo.

Certo i goddadisti, i testatori di  di professione, si trovarono a mal partito quando dopo la crisi di Wall street si ritrovarono per qualche anno disoccupati e quindi imbecilli ad honorem, magari qualcuno avrà anche il tifo per il new deal, ma intanto essi hanno messo a punto un’arma preziosa per il futuro. Quello che vedremo nel prossimo post.

Fine seconda parte   

Vedi qui la prima 


Il povero è negro, una lezione americana – prima parte

NottGliddon1Tutto cambia sempre più vorticosamente, ma tutto rimane anche immobile proprio come le onde marine che non spostano l’acqua orizzontalmente, ma solo in verticale o al massimo lungo un’orbita circolare: i frangenti spazzano i moli, si avventano sui fari, aggrediscono il litorale, frantumano falesie ma l’acqua che li forma rimane più o meno dov’era prima o vi torna dopo una breve e schiumosa ellisse. Così cambiano gli approcci magari gli oggetti di riferimento, ma non  le intenzionalità e il modo di guardare, per cui non ci possiamo stupire di certi eterni ritorni che nel caso di cui voglio parlare ci riportano indietro di circa 2400 anni. Proprio allora verso il 380 avanti Cristo Platone scriveva il celebre dialogo La Repubblica nella quale esprimere a Socrate una delle verità fondamentali della civiltà agricola mercantile, fondata sulla proprietà, nella quale tuttora viviamo nonostante i cambiamenti epocali degli ultimi tre secoli.

Il filosofo di strada  riassume in poche parole l’essenza di una civiltà che conosciamo fin troppo bene: “Voi cittadini dello Stato siete tutti fratelli, ma la divinità, mentre vi plasmava, nel generare quelli tra voi che hanno attitudine al governo mescolò dell’oro e dunque  il loro valore è altissimo; per gli ausiliari (potremmo chiamarlo ceto medio con terminologia moderna) usò argento, mentre ferro e bronzo per gli agricoltori e gli artigiani. a causa di questa generale comunanza di origine dovreste generare figli per lo più simili. Esiste un oracolo per cui lo Stato è destinato a perire quando la sua custodia sia affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo.” Poi Socrate si rivolge a Glaucone con cui sta dialogando chiedendogli: “conosci qualche espediente per indurli a credere a questo mito ?” E l’allievo risponde: “no, non ne conosco, ma ne conosco però  per indurre a ciò i loro figli, i posteri e il resto della futura umanità”. Questo per quanto riguarda gli uomini liberi, senza nemmeno prendere in considerazione gli schiavi.

Come si vede Platone in veste di Socrate enuncia per primo e nella maniera più chiara la teoria delle elites e della società divisa in classi ontologicamente distinte all’origine, ma avendo pienamente coscienza che si tratta di un mito, di una menzogna funzionale al buon governo. Questa concezione fu in gran parte offuscata, quanto meno in termini teorici, dalla contemporanea diffusione della più grande invenzione istituzionale di tutti i tempi: lo stato repubblicano romano che estendeva a tutto il territorio le caratteristiche della città stato e per le necessità connesse a questo allargamento non poteva concepire una distinzione aprioristica degli uomini su base etnica ancorché in stato di schiavitù. A me vengono i brividi quando mi capita di incocciare nelle tristi e ottuse vulgate anglosassoni che non sanno vedere altro che legioni e potenza militare oppure gladiatori nei circhi, ma sono completamente ciechi di fronte a tutto ciò che semmai ne era alla base. Dal 200 avanti Cristo epoca della definitiva affermazione di Roma come potenza egemone nel mediterraneo fino al 300 dopo Cristo, ossia durante la durata effettiva del potere romano, ci fu in effetti una sorta di età dell’oro in cui il servaggio era un fatto sociale e funzionale, ma non rispondente a una diversa essenza degli uomini tanto da dare origine al concetto di Humanitas. Ovviamente si trattava di una società elitaria, ma i passaggi di condizione sociale, per quanto ardui ardui e rari, soprattutto negli ultimi secoli, non erano impossibili.  Poi col cristianesimo, con la fragilità dell’occidente che trasformò ben presto i pastori di anime in gestori del potere civile, ossia grazie al peccato originale della chiesa cattolica, le vecchie concezioni,  mai del tutto sopite rispuntarono: il monoteismo imponeva che dio stesso venisse coinvolto nella storia e perciò man mano ritornò in auge il concetto del potere come diritto divino: l’ingiustizia e la sopraffazione erano questioni da dirimere nell’altro mondo, ma il comando e il servaggio non erano arbitrio, derivavano invece dalla volontà del signore celeste che garantiva il potere e lo arricchiva persino di un contenuto magico o sacrale derivato dal paganesimo arcaico con la possibilità per esempio dei re di guarire i malati (vedi nota).

Difficile tematizzare in poche parole questo lungo passaggio attraverso la lotta delle investiture, la servitù della gleba, lo scontro con le società orientali e infine la grande espansione negli oceani, ma il risultato è stato paradossale alla luce del messaggio evangelico cui il monoteismo cristiano dice di far riferimento: un ritorno della schiavitù, prima concepita solo come condizione per gli infedeli, poi estesa all’essenza umana di questi ultimi e alla inferiorità dei selvaggi incontrati nelle americhe. La schiavitù era ammessa proprio perché si tratta di esseri inferiori, così come la servitù era giusta perché negli imperscrutabili disegni di dio.

Ho titolato questo post una lezione americana perché è alla luce di questi concetti, sia pure imborghesiti dalla riforma protestante che i Quaccheri puritani si imbarcarono sul Mayflower: l’inferiorità degli uomini di altre religioni, di altro colore di pelle, di altre culture  e la ricchezza come segno del favore divino. E è attraverso questo “passaggio a nord ovest” che la questione si prolunga oltre i margini delle rivoluzioni e perciò entra entra nel mondo moderno, mano a mano si riveste di scienza, vi fonda i suoi alibi e si estende alla lotta di classe per arrivare fino a noi. Thomas Jefferson fu forse uno dei primi fautori di una tipica teoria americana nata nella prima metà dell’ottocento, quella della poligenesi  umana che si prefiggeva di ergersi a giustificazione dello schiavismo oltre ché del massacro delle nazioni indiane: le varie razze hanno origini indipendenti e dunque hanno diverse capacità, laddove quella bianca è decisamente superiore: “Avanzo anche solo come sospetto l’ipotesi che i neri fossero originariamente  una razza distinta o resa distinta dal tempo e dalle circostanze, che siano inferiori ai bianchi per caratteristiche sia corporee che mentali”. Un’ idea del resto sorprendentemente coltivata dallo stesso Lincoln che sino alla fine della sua vita si oppose al suffragio della popolazione di colore, dimostrando che le ragioni della guerra di secessione risiedono in altri interessi. Abbiamo da questo punto di vista abbondanza di testimonianze che vengono sia dai dibattiti Douglas che da notazioni personali pubblicate per esteso un secolo dopo da George Sinkler in un libro mai tradotto per la colonia italiana, “The racial attitudes of American Presidents, from Abraham Lincoln to Theodore Roosevelt”. Eccone un piccolo esempio: “Uguaglianza del negro!  Frottole! Per quanto tempo nel governo di un Dio grande abbastanza da creare e reggere l’universo, dei bricconi continueranno a spacciare e gli sciocchi ad arzigogolare un argomento di bassa demagogia come questo.”

Tuttavia mentre queste parole venivano pronunciare la scienza progrediva, c’erano già le lezioni Cuvier, di Lamarke, di Humbodt e già prima della guerra di secessione era stata pubblicata l’origine delle specie di Darwin, un soffio prima che Wallace giungesse alle stesse conclusioni: la teoria della poligenesi era al tramonto, ma si apriva allo stesso tempo una grande spazio per il razzismo moderno che aveva oltretutto un grande vantaggio rispetto a quello fondato su un qualche dio o investitura metafisica: quello di poter valere indifferentemente sia per le altre etnie, che per tutti i cittadini e le classi inferiori che cominciavamo a diventare perciò stesso i nuovi negri: la potente leva che vediamo all’opera anche oggi, anzi oggi più che mai in tempi di neoliberismo si chiama determinismo biologico.  E’ la “cosa” di cui parleremo nella seconda parte.

Fine prima parte

 

Nota Dalla linguistica sappiamo che il termine Re (rex in latino, rix in celtico e raja nei dialetti indiani) si è conservato agli estremi dell’area indoeuropea e indica originariamente un elemento sacerdotale e sacrale (sanscrito rag àn) che ritroviamo poi nelle corti dei miracoli, mentre lo stesso termine in ambito germanico perde in parte questo elemento e si concentra più sul semplice potere dando origine attraverso reiks a reich che indica sia un impero che la ricchezza, rich in inglese e via dicendo.


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