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Lettera segreta sul razzismo della condiscendenza

statua libertàLa notizia che non compare, ma che gira sottopelle come una febbre fastidiosa nelle università statunitensi, è la mail di un professore di Berkeley, rimasto volutamente anonimo (poi capiremo perché) ma la cui autenticità è stata confermata da numerosi docenti, compreso l’economista Thomas Sowell della Standford University, che prende una “scandalosa” posizione sulla deriva che hanno preso le manifestazioni per l’uccisione di George Floyd. Una deriva che le ha trasformate in banale strumento elettorale in favore di  Biden , ma che soprattutto ha messo in luce come la censura e l’omologazione sia ormai la cifra delle istituzioni accademiche: insomma in qualcosa che ormai è ben lontana dalle prime scintille e che pare ormai essere persino estranea alla questione nera. Dunque la missiva, mandata via e mail a centinaia di docenti non si occupa di cronaca o di polemica spicciola, ma di cultura  e di strumenti cognitivi.   Così comincia la lettera:

“Cari prof. X, Y, Z,   sono un collega dell’Università della California, ti ho incontrato personalmente ma non ti conosco da vicino e ti sto contattando in modo anonimo, cosa della quale mi scuso, ma sono preoccupato che scrivere questa e-mail pubblicamente potrebbe portarmi a perdere il lavoro e probabilmente tutti i lavori futuri nel mio campo” .Un incipit certamente inquietante che prelude alla denuncia della totale assenza di diversità di opinioni sul tema delle proteste e soprattutto sul nucleo concettuale che le anima. Insomma non si stenta nemmeno una spiegazione alternativa per spiegare la sotto rappresentanza delle persone di colore nel mondo accademico o la loro sovra rappresentazione nel sistema di giustizia penale. La spiegazione fornita è unanime: i problemi della comunità nera sono causati dai bianchi o, quando i bianchi non sono fisicamente presenti, dall’infiltrazione della supremazia bianca e del razzismo sistemico bianco nell’americano cervelli, anime e istituzioni. Eppure dice l’anonimo docente “Molte obiezioni convincenti a questa tesi sono state sollevate da voci sobrie, anche all’interno della stessa comunità nera, come Thomas Sowell e Wilfred Reill. L’affermazione che le difficoltà che la comunità nera affronta sono interamente spiegate da fattori esogeni come il razzismo sistemico bianco, il suprematismo bianco e altre forme di discriminazione bianca rimane un’ipotesi problematica che dovrebbe essere messa vigorosamente in discussione dagli storici. Invece, viene trattata come una verità assiomatica senza una seria considerazione dei suoi profondi difetti o delle sue preoccupanti implicazioni sulla totale impotenza nera. Questa ipotesi sta trasformando le nostre istituzioni culturali in uno spazio dove non c’è posto per il dissenso”

E prosegue: “Se affermiamo che il sistema giudiziario criminale è suprematista bianco, perché gli americani asiatici, gli indiani d’America e gli americani nigeriani (per inciso anche loro neri )  sono incarcerati a tassi molto più bassi degli americani bianchi? Perfino gli ebrei americani sono incarcerati meno dei bianchi gentili e penso che sia giusto dire che il suprematista bianco medio disapprova gli ebrei. Eppure, questi presunti suprematisti bianchi incarcerano i gentili a tassi molto più alti degli ebrei. Niente di tutto ciò viene spiegato:” E come in tanti campi alla ragione si sostituiscono slogan ripetuti fino alla nausea. Ora per un europeo  di buona cultura non c’è alcuna difficoltà a comprendere il motivo dell’ iperplasia della di una spiegazione razziale che tuttavia si applica e si confessa solo in questo caso e non negli innumerevoli “arcana” dell’impero americano: dal momento che i tassi di criminalità dipendono sostanzialmente dal livello economico e di istruzione ecco che i neri, la fascia di popolazione a più basso reddito  e a più alto tasso di disoccupazione, sono statisticamente i più coinvolti nel sistema penale. La prova del nove la si ha se si analizza la popolazione americana per reddito e non per colore: tutto va magicamente a posto e addirittura il taso di criminalità dei bianchi poveri è superiore a quello dei neri. Tuttavia questo compromette a tal punto l’immagine stereotipa della società americana e la sua “eccezionalità” da non poter essere adottata senza pericoli e si preferisce la tesi di un male oscuro dal quale sarebbero infettati esclusivamente gli infedeli del globalismo.

Ovviamente il razzismo esiste eccome, ma la sua straordinaria resilienza negli Usa dove ha accompagnato tutte le fasi di sviluppo, dallo sterminio dei pellerossa, all’importazione degli schiavi, alla noncuranze per le vite non americane e non bianche, si nutre proprio di un teorema sociale che parte dalla disuguaglianza come motore economico che è poi il concetto chiave del globalismo neoliberista: dunque proprio chi pretende di essere l’apice dell’ antirazzismo è portatore in radice dei suoi presupposti. In ogni caso la lettera del professore vuole sottolineare una condizione di censura:  “Personalmente non oso parlare contro la narrativa Black live matter e contro il presunto unanimismo prodotto in serie dall’amministrazione accademica, dai professori di ruolo,  dall’America delle corporation e dai media, la punizione per il dissenso è una chiara minaccia in un momento di diffusa vulnerabilità economica. Sono certo che se il mio nome fosse allegato a questa e-mail, perderei il mio lavoro e tutti i lavori futuri, anche se  posso giustificare ogni parola che scrivo.” Il  nostro dipartimento sembra essere stato completamente catturato dagli interessi della Convenzione nazionale democratica e del Partito democratico in senso latoPer spiegare cosa intendo, considerate cosa succede se si sceglie di donare a Black Lives Matter: tutte le donazioni al sito web ufficiale vengono immediatamente reindirizzate a ActBlue Charities , un’organizzazione che si occupa principalmente di campagne elettorali di bankrolling per i candidati democratici. Fare una donazione a BLM oggi significa donare indirettamente alla campagna di Joe Biden per il 2020. Ciò è grottesco, dato che le città americane con i peggiori tassi di violenza della polizia  sono gestite in maniera schiacciante dai democratici. La stessa Minneapolis è stata interamente nelle mani dei democratici per oltre cinque decenni ; il “razzismo sistemico” è stato costruito dalle successive amministrazioni democratiche.

E infine viene la sorpresa: “Non dovrebbe influire sulla forza del mio argomento, ma per la cronaca, scrivo come una persona di colore . La mia famiglia è stata personalmente vittima di uomini come Floyd. Siamo consapevoli delle condiscendenti depredazioni contro la nostra gente. L’umiliante presupposto che siamo troppo stupidi per fare lo Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr), che abbiamo bisogno di un aiuto speciale e di requisiti più bassi per andare avanti nella vita, ci è pienamente familiare. A volte mi chiedo se non sarebbe più facile avere a che fare con fascisti aperti, che almeno non avrebbero inibizioni nel chiamarmi subumano. Il sempre presente dolce fanatismo di basse aspettative e l’affermazione secondo cui le soluzioni alla difficile situazione della mia gente poggiano esclusivamente sulla buona volontà dei bianchi piuttosto che sul nostro duro lavoro è psicologicamente devastante . Nessun altro gruppo in America viene sistematicamente demoralizzato in questo modo dai suoi presunti alleati. A un’intera generazione di bambini neri viene insegnato che solo supplicando, piangendo e urlando otterranno sovvenzioni da bianchi in colpa”

Ma tutto questo si può dire solo in anonimato, esattamente come si escludono visioni diverse della pandemia. Questo è il mondo che ci attende dove alcuni gruppi ponte tra il potere, la politica e la creazione di consenso cooptano e corrompono i movimenti sociali, in modo che possano integrati nella struttura del controllo sociale.


Pensiero in ginocchio

boldr Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nulla ci viene risparmiato, nemmeno la papessa ginocchioni in controtendenza con la storia, che lancia la scomunica  contro il razzismo, a condizione che si tratti di fenomeno remoto, come è d’uso da noi, e a condizione che serva a mettere in scena qualche duello dell’opera dei pupi, con le spade e gli scudi fatti con la latta della buatta dei pelati, che tanto tra loro non si fanno male.

Anche perché hanno convinzioni e interessi comuni, a cominciare proprio dalla manutenzione di un antirazzismo di facciata e, speculare ad esso, di una xenofobia propagandistica, come dimostrano i distinguo speciosi sulla regolarizzazione tarocca e “provvisoria” dei  migranti ordita dalla Bellanova che doveva interessare circa un terzo degli ipotetici 600.000 immigrati/e privi di permesso di soggiorno, lasciando fuori gli altri 400 mila, nelle mani di imprese criminali e diversamente criminali a svolgere mansioni servili in condizioni che in questi giorni non è corretto chiamare lavoro “nero” mentre invece non sarebbe lecito denominare morti “bianche” i loro assassinii.

La misura eccezionale in risposta al grido di dolore che saliva dai solchi riarsi e dai campi abbandonati, non ha avuto successo: pare siano state presentate solo 9 mila richieste, a dimostrazione che costa troppo mettersi in regola grazie al caporalato di Stato, farla franca   sul piano penale e amministrativo presentando un’istanza entro il 15 luglio e pagando 400 euro e un’altra somma a forfait per i contributi non versati, sanzione che i negrieri autorizzati caricano sugli stranieri grazie al perfezionamento a norma di legge del ricatto e dell’intimidazione.

Ma ha invece successo l’ipocrisia, connotato antropologicamente molto presente nella nostra autobiografia nazionale, tanto che proprio Laura Boldrini con alcuni esponenti del Pd si è fatta interprete della proposta di estendere la portata del provvedi,  ampliando i pubblici interessati, non solo quindi braccianti, lavoratori agricoli, colf e badanti, ma tutti i settori che riguardano l’impiego di migranti attualmente irregolari sul territorio nazionale.

Sono le nuove frontiere umanitarie del progressismo neoliberista, che proprio quando il domicilio coatto ha incrementato da disoccupazione, butta sul mercato una merce lavoro ancora più intimorita e meno tutelata contribuendo ad abbassare il livello di richieste e rivendicazioni, perfettamente coerente con gli altri capisaldi della modernizzazione dello sfruttamento. Che consistono nella penalizzazione di chi non accetta salari inferiori agli standard contrattuali, nella celebrazione del volontariato come percorso formativo premiante, nella disapprovazione per chi percepisce un reddito di cittadinanza invitato a prestare la sua opera per meritare la carità pubblica, nel part time femminile che consente di combinare talento, guadagno, aspirazioni con le mansioni di cura in sostituzione dei servizi sociali. E poi nella digitalizzazione, lo smartworking, la didattica a distanza, promossi, da formule aggiuntive a lavoro e istruzione,  a conquista, si,  ma per il padronato che ottiene il risultato di isolare ancora di più i sottoccupati e i precari, di gratificarli con una imitazione della libertà che si realizza  nel regolare da sé il cottimo, di annullare identità e rivendicazioni di “categoria”.

È che certe leggi sono come i monumenti eretti agli “indegni”, bisognava pensarci prima di farli, perché poi rimuoverli, anche psicoanaliticamente,  e demolirli non basta a cancellare la vergogna collettiva di averli adottate e permessi. E infatti non si ricorda una reazione popolare all’atto di tirar su la statua del prestigioso pedofilo, meno che mai si è vista quando una giunta “democratica” decide di omaggiare il “macellaio di Fezzan”, criminale di guerra, con  sacrario e parco annesso, del quale ci si accorse tardivamente a lavoro fatto e che oggi viene difeso dalle autorità locali in qualità di simbolo del superamento del pregiudizio storico. Così a opporsi alla titolazione di una strada a Bottai c’erano quattro gatti, ricorrentemente spunta la pretesa di commemorare col marmo fascistoni impuniti, mentre popolazioni festanti si prodigano per promuovere la consegna all’immortalità, in bronzo o basalto, delle icone di Mediaset.

Un obelisco, una stele, un busto, vedi caso, non vengono posti in spazi pubblici per “ricordare”,  ma  onorare e glorificare le personalità ritratte e le loro gesta: demolirli non azzera il permesso che abbiamo conferito a perpetuarne la memoria. E ben altro ci vuole per stabilite la verità storica, manomessa e impiegata invece per legittimare la continuità aggiornata alle nuove esigenze ideologiche totalitarie.

Ci vorrebbero i fatti: che ci si inginocchi contro il razzismo non redime della permanenza nella nostra giurisprudenza della Bossi-Fini, della Legge Maroni, della Turco-Napolitano, che non sono state oggetto del ricorso ai pochi strumenti partecipativi e democratici ancora disponibili, raccolta di firme per la loro impugnazione, referendum, delle disposizioni a forma di Minniti, che hanno creato l’edificio, o il monumento, di oltraggio dei diritti del decreto sicurezza di Salvini, che risponde all’esigenza di ampliare il concetto di criminalizzazione dei “diversi” per pelle, religione, uso dell’aglio nelle vivande,  aggiungendo alle trasgressioni di rito la critica, il dissenso e soprattutto il reato di povertà, offensivo del decoro.

E d’altra parte cosa si pretende, che dopo tante dichiarazioni, assicurazioni, proclami davvero si dia forma al minimo sindacale del contrasto ai principi irrinunciabili del fascismo, declinazione naturale dei totalitarismi, compreso questo, economico e finanziario, cassando e estinguendo il delitto contro lo stato di diritto?

Proprio quando poi serve da cornice a misure di eccezione, leggi speciali, conferimento di poteri a autorità speciali che aggirano le istituzioni e la superstite “rappresentanza” anche tramite “Stati Generali”?

Proprio quando la brava gente che ha fatto finta di non sapere dell’uso dei gas in guerre coloniali, di deportazioni e stragi, dell’esportazione di sfruttamento e corruzione, si arrende alla fatale inevitabilità del commercio di armi, più favorevole e redditizio perfino dell’imperialismo e della dissipazione di risorse altrui, alla triste ma ineluttabile resa alle leggi del mercato e della realpolitik?

E protesta su Facebook, mentre ha taciuto sulla concessione di estese aree del Paese all’influente alleato che ne ha fatto poligoni di tiro, geografie di sperimentazioni e test venefici, dependance per produzioni belliche ingombranti in patria, trampolini di lancio e magazzini per le salmerie per degli eserciti dei partner che portano morte, fame e distruzione in quei territori dai quali sono costretti a fuggire popolazioni che, per ora, stanno peggio di noi.

Per ora. Perché già da tempo sono iniziati gli esodi, dalle città occupate, dai campi avvelenati. Perché la minaccia della carestia si sta concretizzando. Perché la persuasione che basta la salute non ci risparmia da altri rischi cui siamo costretti ad esporci, la rinuncia alla liberta e all’autodeterminazione, l’abiura da diritti e conquiste in cambio di prestiti, elargizioni arbitrarie, la resa alla servitù, che ci ha già messi, noi si, in ginocchio.

 

 

 

 

 

 


L’ipocrisia ha sempre la schiena dritta

agr str Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grande e unanime soddisfazione è stata espressa in questi giorni di inizio anno: pare che le misure pre-Salvini e post- Salvini abbiano avuto successo, sarebbe calato il numero dei disperati che arrivano da noi, la chiusura degli Sprar avrebbe sortito l’effetto desiderato, quello cioè di rendere invisibile agli occhi pronti alle lacrime ed alle coscienze più sensibili lo spettacolo inquietante. Quello dei profughi che si spargono nelle città e nei paesi come una diaspora disperata di vite nude che non hanno nulla da perdere e ancora meno da rivendicare, disposte a accreditarsi come manovalanza criminale, schiavi del caporalato o del sesso, costretti a  cercare rifugio in luoghi già brutti e infelici che quindi meriterebbero l’aggiunta di altra vergognosa sconcezza e di altra avvilente pena.

Passata la paura delle invasioni, adesso i benpensanti sono legittimati a esprimere la loro riprovazione nei confronti degli ignoranti buzzurri che non condividono la loro battaglia morale per l’accoglienza e l’aiuto umanitario, accusandoli di xenofobia e razzismo e offrendoli in pasto alle bocche larghe delle destre. E infatti siccome l’ipocrisia è l’asta che tiene dritto il popolo richiamato a inorgoglirsi della sua tradizione e della sua qualità identitaria di grande paese, si guarda agli effetti e non alle cause, ci si compiace che una ritrovata efficienza pragmatica  ci risparmi dalla pressione di indesiderate presenze, così come ci si preoccupa – noi che ci dispiacciamo per i nostri figli del privilegio ridimensionato, costretti a cercar fortuna altrove – che arrivino in massa i profughi, messi in fuga da un protervo colonialismo in armi, provenienti da remote geografie che perdono così i loro talenti e le loro forze giovani  a causa nostra, come sono stati defraudati di risorse e ricchezze.

Tutti hanno preferito non indagare e non interrogarsi su questa fortunata coincidenza, frutto probabile oltre che dell’inverno, degli infami patti stretti “a casa loro” con despoti sanguinari e che consente a chi può far sfoggio di pretesa di innocenza, ai bamboccioni redenti dal canto di Bella Ciao, ai cervelli appartenenti a ceppi e lignaggi che non hanno bisogno di fuggire godendo del welfare familiare e familistico, di opporre alla chiusura identitaria ed all’impermeabilizzazione dei recinti di gruppo un vago umanitarismo che ha l’effetto di  criminalizzare gli ultimi, di condannarli con uno stigma morale feroce e definitivo alla loro marginalità protofascista.

Così è stato reso ancora più profondo il fossato che divide la cultura dominante, quella che professa l’atto di fede europeo e atlantico, che si nutre delle certezze e delle consapevolezze fittizie di una classe piccolo-borghese, urbana, informata equipaggiata di beni e risorse culturali e economiche, che può godere ancora di consumi gratificanti e che si illude di effettuare scelte libere e “creative” appaganti,  dalla “incivile” percezione e dal “disumano” punto di vista dei ceti popolari e disagiati.

Solo segmenti di classi ancora  persuasi di detenere una superiorità sociale e ideale si possono permettere di esibire come etica pubblica il repertorio di luoghi comuni che dovrebbe convincere chi sta male della bontà e delle opportunità offerte  da una immigrazione incontrollata, o degli effetti progressivi della globalizzazione che ci concede la libertà di circolazione di merci, popolazioni, esperienze, cucine, valori, dei quali si può approfittare essendo equi e solidali, mangiando sushi, facendo vincere Sanremo a uno che si chiama Mahmood, perfino dando in perenne concessione le nostre autostrade a dinastie affermatesi  anche grazie a campagne che esibivano  allegri girotondi di bimbi bianchi e ben pasciuti insieme a altri molto colorati, colti nel tempo libero dallo sfruttamento del loro lavoro minorile.

E d’altra parte perché stupirsi, l’Europa ormai impegnata nel contenimento  dei suoi terzi mondi interni  dopo la fase dei muri, dei lager autorizzati in Francia ma bollati in Italia e dei respingimenti tollerati in Germania o in Turchia  ma marcati con il sigillo  dell’infamia da noi, ha già avviato la divulgazione pedagogica dei nuovi orizzonti delle ricette fusion proprio come certe bettole che predicano il meticciato in cucina, non sapendo cucinare né  la matriciana né il curry, in modo da diseducare i palati così come si deve dissuadere dalla pretesa di aspirazioni legittime.

E infatti la nuova interpretazione cordiale e invitante dei fenomeni migratori ha una sua vulgata mitica e  chi ha il  coraggio di contestarla viene immediatamente annoverato nelle cerchie leghista o lepenista dei buzzurri xenofobi.

Si comincia con il mantra della ragionevolezza antropologica: anche se non piace comunque la procreazione affidata in gestione ai soliti habitué  della riproduzione incontrollata serve eccome a ripopolare un continente vecchio e invecchiato, come se non fosse accertato che gli immigrati in Europa mutuano i costumi del paesi ospitanti, non devono mettere al mondo braccia destinate all’agricoltura o alle miniere di diamanti e fanno meno figli.

Segue l’altra narrazione irrinunciabile: chi viene qua non ha preparazione né ambizioni professionali o di carriera, quindi si presta a svolgere le mansioni servili e umilianti cui gli indigeni non vogliono piegarsi.

Come se non fosse vero che i giovani che vengono qua a cercar fortuna o riparo abbiano le stesse aspettative e gli stessi diritti fondamentali dei ragazzi lombardi o lucani, emiliani o calabresi, come se non fosse vero che nei loro paesi erano la meglio gioventù che aveva studiato magari con più profitto della generazione dell’Erasmus.

Come se non fosse vero che se certi lavori fossero remunerati con dignità e equità sottrarrebbero molti italiani ventenni e trentenni da quell’area grigia dei lavori alla spina, del precariato a cottimo, senza scuola e senza occupazione nei bar di paese.  Come se non fosse vero e accertato che  le ricadute   dell’immigrazione sui salari e sulla qualità e le garanzie risultano essere fisiologicamente depressive in quanto determinano un incremento dell’offerta di lavoro a basso prezzo, condizionando tutto il sistema delle remunerazioni e la competitività tra lavoratori.

Come se non fosse vero dunque che l’aggiunta di manodopera straniera se aumenta l’occupazione in termini generali e generici,  produce contemporaneamente l’effetto di ridurre i salari.

E come se l’esigenza di disporre di un esercito industriale di riserva rivendicata dal padronato non prevedesse il desiderabile traguardo di allargare la cerchia dei ricattati locali, aggiungendo l’intimidazione della “concorrenza” sleale da parte di nuovi arrivati ancora più suscettibili di cedere alle minacce e alle coercizioni.

È che come al solito si spostano le responsabilità in capo ai padroni per farle pesare sui lavoratori che continuano a incarnare il mito negativo di una plebe che vuole troppo, che non si accontenta, che non sa raccogliere le sfide della modernità e si merita privazioni di beni e prerogative, condannata a ragione a sopravvivere nei solchi bagnati di servo sudor e costretta a subire la censura dei suoi bisogni e delle sue aspettative  anche per via della gara messa in atto nei nostri colossei con altri schiavi e gladiatori, che se non possiedono un diverso livello di coscienza di classe, vivono la condizione oggettiva di dover accettare qualsiasi  offesa e qualsiasi paga della vergogna.

Non siamo lontani da quando questa generosa apertura alla libera e profittevole circolazione si manifesterà assoldando gli immigrati negli eserciti degli stati ospiti in qualità di difensori dei sacri confini e della civiltà superiore dell’impero globale, mandandoli a esportarne gli ideali nelle patrie lontane in modo che all’abbandono si uniscano oblio e tradimento.


La Bolivia razzista e il caso Salvini

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Marcia dei golpisti con il simbolo totemico dei bianchi  da 500 anni a questa parte

Mi chiedo quando si ritornerà a pensare, un’ attività che nella sua essenza evolutiva consiste nella capacità di rintracciare analogie nella confusione degli eventi e/o scorgere differenze nella loro apparente uniformità. In questi giorni migliaia di giovani fanno i loro rave di piazza contro Salvini, un nemico costruito a tavolino e in odore di fascismo, ad onta del fatto che non è al governo e le leggi fatte dall’esecutivo precedente in cui il leader della Lega era ministro, rimangono pacificamente al loro posto senza minimamente essere contestate. Statisticamente qualcuno dovrebbe accorgersi della manipolazione, ma come potrebbe avvenire se siamo manipolati in vario modo ogni giorno e ogni ora del giorno da valanghe di messaggi: per le generazioni più giovani si tratta di un fatto così naturale che non se ne accorgono.

Eppure il caso Salvini potrebbe essere quasi di scuola, perché la sua xenofobia è invisa  a quella stessa governance europea e globale che invece appoggia concretamente ed idealmente il golpe in Bolivia dove l’assalto alla democrazia crea una chiarissima coincidenza  fra l’interesse del multinazionali occidentali ( vedi Il golpe elettrico ) e dunque con la in – tensione oligarchica in atto e la lotta razziale contro le popolazioni autoctone che con il governo socialista di Morales avevano trovato il loro riscatto. E’ quasi ovvio che la stampetta servile che ci ritroviamo faccia di tutto per coprire questo vaso di Pandora, ma l’odio razziale è esploso sotto gli occhi di tutti  il 20 ottobre scorso quando Morales ha vinto le elezioni, ma non con lo scarto del precedente appuntamento elettorale:  questo è stato il segnale per le forze regressive e  quelle  ultra-conservatrici all’Osa (Organizzazione degli Stati americani) sostenute dalla Chiesa che era possibile trascinare le classi medio alte  quasi al 100 per  cento bianche in un colpo di stato sfruttandone l’innato razzismo: già il giorno dopo le bande paramilitari sono andate a caccia dell’indigeno creando una situazione insurrezionale anche grazie alla scarsa o nulla reazione della polizia, la quale quando le forze popolari – contadini, minatori, operai in gran parte nativi –  si sono mobilitate per resistere al putsch fascista iniziando a riprendere il controllo della situazione polizia è scesa in campo attivamente contro di loro portando al precipitare della situazione. Il ricorso al razzismo come molla del colpo di stato fascista era in un certo una strada obbligata: in un paese dove la povertà estrema era scesa dal 38 al 15 per cento e l’economia è cresciuta da 9 miliardi di dollari di Pil del 2010 ai 42 miliardi di oggi era difficile immaginare di scalzare il governo socialista con le azioni per così dire convenzionali  ancorché violente tipiche dell’arancionismo. Ci è appoggiati dunque all’odio razziale contro gli indigeni che cominciano a scalare le posizioni prima ad esclusivo appannaggio dei bianchi, sia nell’istruzione che nell’amministrazione pubblica. Solo appoggiandosi ai sentimenti più rozzi si poteva rovesciare una democrazia che non era solo vuota forma, ma si basava sulla perequazione e la distribuzione della ricchezza.

Da qui lo straripamento dell’odio, la manifestazione della violenza, perché la supremazia razziale è qualcosa che non è razionalizzato, è visto come un impulso primario del corpo, e nella specifica situazione come un tatuaggio della storia coloniale sulla pelle: non sorprende quindi che mentre gli indiani raccolgono i corpi delle persone uccise a colpi di arma da fuoco, i loro carnefici materiali e morali affermano di averlo fatto per salvaguardare la democrazia. Anche se sanno benissimo che lo hanno  fatto per proteggere il privilegio di casta e cognome. Questo ci dice anche che il neo fascismo boliviano non è affatto  l’espressione di una rivoluzione fallita, ma anche, paradossalmente, il segno del successo di una vera democratizzazione materiale nelle società post coloniali. Insomma diventa chiaro che il sistema a guida neo liberista nelle sue varie articolazioni geopolitiche è in grado di gestire sia il razzismo estremo che l’antirazzismo peloso e crepuscolare benché sembri che nessuno si accorga di questa evidenza. Chissà forse manca un app che avvisi agli scappati di casa convinti  di partecipare e di fare politica, che stando dalla parte dello status quo non stanno combattendo contro il fascismo, ma per il fascismo.


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