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MalaRealiti

mala Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che gli Usa abbiano colonizzato anche il nostro immaginario, si sa. E ormai si sa anche che li imitiamo male, tanto che se alla fine dell’età americana copiamo il Truman Show, ci aggiungiamo  un po’ di nostrana cialtroneria gaglioffa, lo chiamiamo Realiti, lo affidiamo a un “bravo presentatore”, ex Jena strappata a Mediaset, in qualità di professionista di provocazioni seriali tramite sberleffo e irriverenza un tanto al chilo, purché non disturbino il manovratore.

L’intento, con un ritardo di vent’anni,  è trasformare i prodotti più miserabili in commercio in fenomeni sociologici, su cui  possano discettare compunti quelli che si chiamano fuori contribuendo invece alla loro visibilità, quelli che denunciano lo scandalismo riproducendolo e alimentandolo.

E infatti ha detto Freccero cui si deve l’audace ideazione,  “Realiti mette in scena l’Italia del selfie   l’Italia di tutti quanti noi che pensiamo che l’unico valore sia il narcisismo”.  Quindi per contrastare questa tendenza inarrestabile, la sfida della trasmissione di Rai2 che va in diretta con Instagram, sottoponendosi al voto del pubblico,  è mettersi in concorrenza con  il talk di Barbara d’Urso in onda il mercoledì.

Se auditel non li aveva premiati, se non era bastato l’autorevole parterre di saggi e giudici tra i quali non poteva mancare Asia Argento, selezionati tra proverbiali narcisisti e leggendari egotici, a dare alla trasmissione i suoi due o tre giorni di celebrità sono serviti due cantanti neomelodici, uno in carne e ossa e uno come evocazione potente. Anche questo secondo  come il primo appartiene a quel firmamento di stelle tante volte rappresentato in film, sceneggiati e docufilm sul Sud, con tutta la paccottiglia di stereotipi che accompagna le sparatorie nelle stese, ma anche le prestazioni creative del boss sì, ma delle cerimonie.

Di lui si è appreso che è un’icona di malavitosi e non solo per via della sua carriera non prettamente musicale, che nel suo pantheon la figura di spicco è uno zio detenuto in regime di 41 bis e che ci sono ragazzine che muoiono per lui, per fortuna non in senso proprio.

L’altro di chiama Zappalà, era in studio, ed è lui che davanti alla gigantografia di Falcone e Borsellino, ha dichiarato tranquillamente “Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro”, insomma qualcosa che assomiglia da vicino al famigerato “se l’è andata a cercare” di Andreotti a proposito dell’assassinio di Ambrosoli.

Solo che lui non è Andreotti e quindi apriti cielo: il conduttore rivendica la qualità sociale della sua missione di indagine nel reality della vita e si difende ricordando che dopo l’ardita affermazione, con inaudita forza morale ha suggerito al pischello di “studiare”. I vertici Rai si svegliano dall’abituale letargo che li coglie quando nei consigli di amministrazione vengono messi a parte dei progetti ambiziosi  che dovrebbero restituire prestigio al servizio pubblico o quando in saletta di proiezione guardano il materiale pre montaggio.  E l’ad Fabrizio Salini poi non le manda a dire: «Quello che è avvenuto è inaccettabile e non può e non deve accadere …. per la Rai è un obbligo civile, morale e culturale essere rispettosi della legalità…. chiediamo scusa ai parenti di Falcone e Borsellino, ai familiari di tutte le vittime della mafia e ai telespettatori», concludendo: «È in corso un’istruttoria per stabilire le responsabilità».

Allora siamo a posto, che non deve andare troppo lontano:  basta che si guardi allo specchio per risalire all’onere della colpa in qualità di responsabile di grado più elevato.

Il fatto è che la critica alla società dello spettacolo, come quella allo spettacolo della politica non può essere affidata a chi “ci campa sopra”, a chi ci lucra, a chi basa su di essa carriera e prebende, notorietà ormai più importante e ricercata della reputazione.

Il ragazzotto chiamato a testimoniare e incarnare il fenomeno è una figurina che vale poco nello struscio del villaggio globale: niente rispetto ai tagliagole in diretta che (non sorprendentemente)  hanno studiato effetti speciali a Hollywood e tecniche della persuasione a Harward, niente rispetto alla poderosa messinscena equipaggiata con tutti gli strumenti della comunicazione,  studiata e prodotta per convincere le masse della bontà della rinuncia, della severità, dell’austerità, pena comminata per la colpa di aver beneficiato immeritatamente di diritti, conquiste, beni e  partecipazione. Vale poco anche se vien buono per riconfermare il primato del moralismo in sostituzione della morale, del politicamente corretto rispetto alla politica, per i quali la legalità diventa uno slogan da ripetere nelle inserzioni della “pubblicità progresso” pagata con il soldi della finanza criminale, con le imprese che si danno alla fuga per non pagare i debiti, i dipendenti, le bonifiche e pure i conti con la legge, con la corruzione, con le speculazioni, con le alleanze opache di “impresentabili” che restano a galla grazie ai salvagente delle mafie, con la normalizzazione liturgica della trasgressione officiata da “Raiset”,  dove si espone il puttanificio del tycoon culoflaccido più spettacolare e veniale del golpismo e dove amabili e  mielose signore di mezza età si inteneriscono comprensive e solidarizzano con inveterati stupratori e impenitenti assassini.

Del poco meno che ventenne Zappalà promosso a icona negativa – che vedrà piratare con più lena i cd, che verrà invitato con cachet superiori a cantare alle cresime, grazie a Salini, Freccero e gli altri – adesso sappiamo qualcosa. Mentre c’è una congiura per non farci sapere chi sono quelli che si riconoscono in lui, quelli che grazie alla visibilità, alla propagazione dei comportamenti e della esternazioni di qualcuno promosso a feticcio – o a leader, o a ministro,    a autorità parascientifica  o a influencer – si sentono autorizzati a esprimere vergogne tenute dentro, legittimati a esibire brutture per le quali si provava imbarazzo. Per non farci sapere perché sono diventati così, anche se non occorre essere Lukács  e nemmeno  Debord per capire che la conversione della realtà in società delle immagini è stata infine completata quando l’avidità di profitto ha definitivamente trasformato la gente in merce occupando ogni spazio della vita.

Non è un caso che dopo i fasti di Drive In, delle soap Mediaset che avevano illuso i cittadini festosamente promossi a clienti e consumatori, lo show che ci propinano è quello mesto e moraleggiante  del capitale umano retrocesso a “indebitato”, a “precarizzato”, a “miserabile” senza arte né parte in commedia, cui viene concesso solo il diritto a una comparsata e a un monologo avvelenato nel salotto tv dove va in onda lo spot dell’esistenza.

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La leggenda del Buon Traditore

buscetta il traditore-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

E’ un buon film Il traditore  di Bellocchio sulla figura del boss dei due mondi, in più famoso dei collaboratori di giustizia, Tommaso Buscetta.

Serviva proprio di questi tempi quando la mafia è stata sottoposta a un processo di normalizzazione, che fa da sfondo a altri fenomeni più scottanti, terrorismo, immigrazione e quando rappresentanti delle istituzioni se ne ricordano nelle doverose celebrazioni estive e se ne imputa qualche recrudescenza locale alla presenza della criminalità degli stranieri.

E’ un cattivo film perché dispiega oggi tutti gli stereotipi letterari e sociologici che sono stati ampiamente superati dalla realtà: dalla miseria combinata con i codici genetici della ferocia ferina,  che espone inesorabilmente una cerchia  di “mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquàdi” al rischio implacabile dell’assoldamento e all’affiliazione nei clan al servizio di padri padrini e padroni, alle liturgie di affiliazione e quelle in onore di Santa Rosalia, dai miti virilisti degli sciupafemmine nutriti nel culto della famiglia quella mafiosa e quella domestica, a quei  valori ancestrali di Onore, Rispetto, Fedeltà, Solidarietà e Assistenza.

È un buon film, perché uno di quegli stereotipi, la sicilianità,  lo tratta con ingegno narrativo a cominciare da quel ritratto di interno  delle prime scene: donne ingioiellate e uomini in abito scuro  che danzano armoniosamente nella penombra dei grandi saloni di una dimora opulenta alla festa della riconciliazione  tra Riina, Buscetta, Pippo Calò, Totuccio Contorno,  Badalamenti con mogli e figli e famigli, ricordando il ballo nel Gattopardo più che il Padrino.

È un cattivo film perché   alla sicilianità, sinistramente rammentata come appartenenza irrinunciabile perfino da uno stornellatore sospetto negli States, si lega la potenziale affiliazione mafiosa come un tratto antropologico incontrastabile, insieme alla paccottiglia dell’osservanza di principi patriarcali e di codici d’onore disonorevoli, come quello cui obbedisce Buscetta che vanta di non avere le mani lorde di sangue, ma è costretto per spirito di servizio e fedeltà alla famiglia a compiere l’esecuzione differita di chi si era salvato facendosi scudo del figlio bambino e poi giovinetto.

È un buon film perché ci conduce passo passo in un percorso psicoanalitico che indaga l’uomo ma vuole anche interpretare i miti della fidelizzazione e del tradimento, (ha detto Bellocchio: nella storia tradire non è sempre un’infamia. Può essere una scelta eroica. I rivoluzionari, ribellandosi all’ingiustizia anche a costo della vita, hanno tradito chi li opprimeva e voleva tenerli in schiavitù) che, oggi più che mai, non riguardano soltanto i contesti criminali.

È un cattivo film perché  in una parabola del Cavaliere, la Morte e il Diavolo, il transfert si muove al contrario  con lo strizzacervelli che si innamora e si fa possedere sentimentalmente e moralmente dal paziente, grazie alla fascinazione esercitata da un eroe negativo, che in tutta la narrazione conserva un carattere epico e perfino lirico per via del dolore che procura e che gli viene procurato. Facendone appunto un cavaliere solitario già condannato alla Morte come il suo giudice, in quello strano sodalizio di vizio e virtù,  cui dice in uno dei primi incontri:  «Dottor Falcone, dobbiamo decidere solo una cosa, chi deve morire prima se lei o io» mentre il Diavolo è incarnato dalla icona impersonale remota e enigmatica del potere politico, quell’Andreotti che prende appunto ermetico e intoccabile.

È un buon film perché aggiunge una galleria di ritratti formidabili per il loro valore documentaristico all’inventario della banalità del male, con i ghigni e gli sberleffi delle belve in gabbia nell’aula bunker,  la loro rozza volgarità che fa da scudo a intelligenze limitate ma a furbizie smisurate, quanto l’impudenza e il cinismo sanguinario di bruti che digrignano i denti e fanno versacci per nascondere la loro impotenza di animali provvisoriamente braccati.

È un cattivo film perché non spiega come mai la potenza di   cerchie  così poco plausibili  si sia rivelata invincibile, se si è infiltrata e ha innervato tutta la società ben oltre l’influenza del ceto politico, impersonato da un imperscrutabile Belzebù ieratico, così come avevano voluto far credere anche i professionisti dell’antimafia, per omettere o rimuovere che il totalitarismo economico e finanziario ha imparato a integrare i metodi criminali e a mutuarne abitudini e modalità in nome di interessi, aspirazioni e istinti comuni: avidità, sfruttamento, corruzione, speculazione, crudeltà anche se agli omicidi preferisce i suicidi indotti, fisici e morali con l’annientamento ineluttabile di dignità e speranza.

È un buon film perché ci fa respirare quell’aria avvelenata dicendoci che nessuno è davvero innocente se lasciamo fare, se fingiamo che la mafia sia un incidente della storia che finirà con i mafiosi, quando invece continuerà a essere vivi e vegeti il profitto, la sopraffazione, la cupidigia di accumulazione.

È un cattivo film perché la ribellione al sistema criminale  prende la forma del tradimento legittimo e autorizzato perché, ha dichiarato l’autore, chi ha veramente tradito i principi ‘sacri’ di Cosa Nostra non è stato Tommaso Buscetta, ma Totò Riina e i Corleonesi, suffragando l’ipotesi irrealistica e antistorica di una degenerazione, di una aberrazione della mafia siciliana avviata con l’ingresso nel brand della droga, come se non avesse ragione Falcone cui fa dire nel film, ma se ne trova traccia nei verbali: non esiste la mafia buona, la mafia è crimine e violenza, anche quando non ammazza ma fa la scalata alle aziende pulite, entra nei consigli di amministrazione delle banche, compra le pizzerie di Milano e le vendemmie di prosecco del trevigiano, quando si accorda con i vertici delle imprese costruttrici e diventa soggetto leader nella realizzazione di grandi opere e grandi eventi, occupando il sistema degli appalti e degli incarichi, realizzando i cicli completi di corruzione e riciclaggio, avvelenando territori, coprendoli di pale, scavando e riempiendo tunnel e canali.

È un buon film Il traditore, andatelo a vedere, perché fa pensare. E’ un cattivo film Il traditore, andatelo a vedere perché fa pensare.

 


Il fascismo trova Casa anche a Imperia

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Casa Pound sceglie Imperia e, sfrontatamente, il Giorno della Memoria per celebrare la sua decodificazione aberrante della storia con la presentazione di un libro che decanta le gesta di tal Venner, membro di spicco dell’OAS,  razzista e omofobo, sacerdote del colonialismo per motivi di “sangue” e “suolo”.

Nei giorni scorsi, grazie all’innaturale ma non sorprendente indulgenza riservata a certe bravate cui si offre un repertorio di giustificazioni e  attenuanti: reazione a gesti sconsiderati contro santuari culturali del neo fascismo, ragazzate innocue frutto di esuberanza giovanile o  folclore nostalgico altrettanto inoffensivo, è passata sotto silenzio o quasi la notizia che è stata distrutta la targa in memoria di Matteotti, posta sul lungotevere teatro del su rapimento.   Ma anche le targhe dei magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e del giornalista Giuseppe Fava – che si trovavano nel giardino della memoria dedicato alle vittime innocenti delle mafie, in Largo Onorato a Castel San Giorgio, (Salerno)- sono state profanate da ignoti.

Non c’è poi molta differenza tra questi atti e gli obiettivi di gesti che hanno un evidente significato simbolico, quello di cancellare con il ricordo, anche la memoria della dignità, del riscatto, della resistenza alla sopraffazione esercitata con la brutalità più bestiale, allo sfruttamento perpetrato con la violenza più ferina, alla corruzione dell’economia, dando rispettabilità anche ai braccianti della brutalità bestiale e ferale, mafie comprese, al servizio delle politiche fasciste e imperialiste  e degli interessi della oligarchie dominanti.

Si sa che le crisi rappresentano l’habitat nel quale trova forza e nutrimento la destra. Perché producono progressivo impoverimento, rinuncia coatta a diritti e garanzie di chi è sotto ricatto, clima generalizzato di intimidazione alimentato per ragioni di ordine pubblico, perdita di autorevolezza delle istituzioni e progressiva erosione delle forme di partecipazione dei cittadini, abiura di competenze e sovranità da parte dello Stato, consolidamento dell’egemonia del privato anche grazie a leggi e regole che depauperano i beni comuni per arricchire dinastie e potentati, la conversione di fenomeni prevedibili e promossi in emergenze da governare con repressione rifiuto limitazione delle libertà, tutti effetti  desiderabili per concorrere alla realizzazione del disegno di abbattimento dei fragili edifici democratici del dopo guerra. Si spiega così l’attacco alle carte costituzionali di chiara “impronta socialista” come hanno dichiarato i protettorati europei dell’impero e l’appassionato sostegno dato ai regimi neo-nazi fascisti nati e consolidati all’ombra dell’Ue e nel cono di luce Usa – proprio come le dittature sudamericane ispirate e tutelate dalla Cia -,  ma anche a quelli di fascistelli postdemocratici impegnati nell’instancabile opera di pacificazione col recente passato, necessaria a coprire le guerre contro il lavoro, la libertà, la pace, i diritti, la verità anche grazie ai distinguo tra chi è meritevole di chiamarsi partigiano e alla volontà di cntribuire all’indagine storica con un vergognoso Museo a Predappio.

È soprattutto a loro che dobbiamo la nuova evangelizzazione della destra all’insegna della fine consolatoria delle ideologie a coprire la fine auspicata delle idee, dei principi, dei valori, della politica, per lasciare campo libero all’iniziativa privata, all’aziendalismo, al marketing, alla concorrenza di interessi miserabili e di ambizioni innominabili. In modo da assecondare la caduta verso i precipizi dell’accontentarsi di elargizioni, mance, treni che non arrivano in orario perché ci si deve compiacere che partano, beneficienza e volontariato, piccole licenze concesse ai piccoli della moltitudine per autorizzare quelle smisurate delle élite autonominatesi grazie a logore maggioranze legali ma non per questo legittime, elezioni private a monte di validità.

E dire che dovremmo accorgerci che i sostenitori dell’ordine mondiale dell’egoismo, dello sfruttamento, hanno segnato la vittoria della loro ideologia totalitaria anche impadronendosi delle nostre parole, quelle degli eguali, quelle delle vittime diventate ostaggio e sfigurate:  la giustizia in tempi di disuguaglianze sempre più profonde diventa un’opinione incerta o alla meglio la strumentazione arbitraria di un apparato, il riformismo lo sguaiato modo di imporre misure inique e volte a incrementare irreversibili disparità, la fratellanza intesa come risibile buonismo, pace retrocessa a uggioso trastullo per anime belle disfattiste e misoneiste, la democrazia talmente screditata dal cattivo uso e abuso da far pensare che si debba correre il rischio di abbandonarla nella mani del nemico. Perfino ecologismo, decrescita economica, critica alla società dei consumi, entrate nel vocabolario di una destra che professa una pretesa di innocenza anticapitalistica e antieuropeista combinandola con nostalgie nazionaliste e identitarie, per occupare uno spazio politico lasciato libero dalla  totale e credibile e riuscendo a coinvolgere settori popolari immiseriti, spaventati, ricattati.

Sarà bene che ci teniamo la parola antifascismo, visto che il fascismo è vivo vegeto e c’è da temere, irresistibile, sotto forma di totalitarismo che si declina nell’economia, nella gestione della sicurezza ridotta a ordine pubblico governato con la repressione, nelle relazioni sociali dalle quali si sono cancellate contrattazione  e concertazione, nell’informazione ridotta a propaganda, nelle sue forme espressive tradizionali: oppressione, riduzione della libertà d’espressione, razzismo, xenofobia, colonialismo, autoritarismo, e  al tempo stesso tentato dalla modernità tecnocratica, in modo che possa svilupparsi ogni forma di controllo e manipolazione in casa e fuori, dominati come siamo dalle grandi corporation, dalle multinazionali delle merci e del pensiero.

Qualcuno che ha temuto di essere posseduto dall’angelo della storia che cammina avanti con la testa girata all’indietro, ha scritto che la storia “ha il compito non solo di impossessarsi della tradizione degli oppressi, ma anche di istituirla”. Deve essere così, se vogliamo mantenere la memoria della sofferenza e rinnovarla con la speranza, difendere il riscatto passato per salvaguardare la dignità futura, farci ispirare dalla coscienza di chi ha lottato per svegliare le nostre.


La calda estate di Alfano

alfanoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quando Alfano era ministro della Giustizia, gli strumenti più efficaci nella lotta alle cosche sono state smantellate. Adesso che è al Viminale, puó fare molto di più, scrive Abbate sull’Espresso. E certo il neo Ministro dell’Interno del monocolore inquieta, per via di quel suo libro “La mafia uccide d’estate” che in aprile avanzato suona minaccioso, a causa delle numerose menzioni in memoriali e confidenze di collaboratori di giustizia, senza nemmeno citare il compito del quale è incaricato a tutela della salvezza di un noto criminale.
Ma sarebbe incauto temere solo lui, solo la percettibile punta dell’iceberg. Politica e criminalità sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. La diagnosi di Paolo Borsellino assume un significato profetico e attuale oggi che siamo prigionieri di una crisi i cui motori, i cui volti prestati e i cui padroni sono noti anche per quelli che non vogliono vedere.

Non sappiamo ancora se Alfano perseguirà il disegno perverso che altri avevano avviato di smantellare la Dia, volta da Falcone come organismo “dedicato” al contrasto alle mafie, ma per quanto invece riguarda gli enti di vigilanza e controllo sulle attività che le sostengono trova la strada spianata: i fiumi carsici delle tangenti, della corruzione, del riciclaggio, della concussione sono venuti allo scoperto senza ostacoli, grazie a connivenze e correità, e innervano la società in virtù della demolizione del sistema di sorveglianza, degli scudi, di condoni, delle sanatorie intese a regolare e rendere accettabile ogni licenza e legittima ogni trasgressione, mentre si tagliano le risorse per la sicurezza e la lotta al crimine.
C’è una forma non esplicita di consociativismo, nel migliore dei casi inconsapevole, ma ciononostante evidente, tra sistema e anti-sistema, se così vogliamo chiamare il crimine, tra Stato e contro-stato, tra attività legali e la pressione dell’infiltrazione malavitosa, tra affari e malaffare. Una integrazione aberrante che la crisi esalta e della crisi fa uso.

Non serve Alfano insomma a consolidare uno dei brand più vantaggiosi della criminalità, basta non pagare i debiti contratti dalla pubblica amministrazione con le imprese piccole, medie e grandi. Vigna a fine 2012 denuncia: “le nostre mafie incassano circa 190 miliardi di euro l’anno e una grossa parte di questi soldi non viene destinata a mercati illeciti, ma ad attività imprenditoriali, che, in questi tempi di stretta creditizia, mettono a rischio le imprese legali. Questo è un momento magico per la mafia e l’usura”. Il sistema bancario, il credit crunch descritto perfino dall’Istat, malgrado il suo presidente, e il rigore di regime hanno reso così arduo l’accesso al credito da consegnare centinaia di imprenditori nelle mani implacabili dell’usura, costringendoli a svendere le aziende, armando la mano suicida.

E d’altra parte gli istituti di credito, quelli che nei mesi a cavallo tra 2011 e 2012, sono stati salvati dalla Bce con un fiume di quattrini di più di 1000 miliardi a interesse dell’1%, sono i cravattari legalizzati e inesorabili delle imprese: una su due, secondo Fondazione Impresa, non ha avuto accesso a crediti necessari per superare l’emergenza e gestire la quotidianità, perché non può rispondere alle richieste di garanzie. Quelle garanzie di liquidità che possiedono invece ricchi sospetti e possidenti allarmanti, che vengono accolti con entusiasmo, entrano a far parte di consigli di amministrazione, condizionano investimenti e elargizioni, con il passaporto indiscutibile ed inattaccabile del denaro, fiumi di denaro, che pecunia non olet. E che non sono nemmeno vittime dell’altro fattore di assedio micidiale per le imprese, la pressione fiscale: l’economia mafiosa concorre al Pil ma non paga le tasse.

Si Alfano è un di più, ci sono un’ideologia, un sistema, una cultura, una cupola che promuovono la feroce commistione tra potere economico “legale” e crimine uniti dal comune intento: il profitto, l’avida accumulazione. Sparatori solitari rovinano la bicchierata del governo, con nonni e bambini, ma la festa di chi le armi le ha, le commercia, le procura, le punta contro di noi, continuerà indisturbata.


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