Probabilmente non sapremo mai cosa abbia spinto Salim el Koudri a falciare i passanti con la propria auto. Anzi non sappiamo nemmeno come mai questo ragazzo disoccupato avesse un’auto, ma tutte le spiegazioni fanno riferimento da una parte ai pregiudizi negativi verso gli stranieri e dall’altra alla reticenza del discorso pubblico vero la figura angelicata del migrante. Da una parte i mugugni che fanno difficoltà ad esprimersi e quindi fermentano nel ventre della società, dall’altra un ottuso progetto di sostituzione demografica che non può e non deve essere svelata e quindi viene affidata alle pervicaci reticenze e alle sciocchezze dei giornali. Non sappiamo nemmeno se fosse davvero psichicamente disturbato e su questo ci andrei molto cauto, vista la tendenza dell’informazione a risolvere facilmente la questione come fatto personale, ignorando che si tratta di un problema sociologicamente e culturalmente rilevante. Se poi quest’ultimo discorso non può essere evitato, allora si fa riferimento agli stereotipi che mettono gioco l’appartenenza del pazzo del momento a un altro contesto culturale con un diretto riferimento alla religione musulmana. Ma si tratta di semplici sassolini sparsi dentro un discorso spinoso che denuncia il fallimento della cosiddetta integrazione, che non esiste e che nemmeno dovrebbe essere contemplata, perché a rigore l’accoglienza in quanto tale non dovrebbe prevedere l’ipotesi di un adeguamento a una cultura diversa.

Ma in realtà un’integrazione esiste davvero ed è al più basso livello possibile. La possiamo rintracciare nelle lettere che questo falciatore di passanti ha scritto all’Università di Modena e Reggio Emilia dove ha conseguito una laurea triennale in economia aziendale, circostanza che dà fiato alle trombe dei giornali, per dimostrare come l’immigrazione selvaggia sia formata da raffinati intellettuali, ingegneri, architetti e via dicendo: “todos caballeros” , come disse Carlo V  alla piccola folla di pastori che lo aveva accolto in Sardegna. Ora sappiamo che una laurea in economia non si nega a nessuno, nemmeno a chi non sa fare di conto e che in pratica non serve a nulla se non a perpetuare una certa visione del mondo e della società in senso neoliberista. È poco più di un’educazione ideologica fatta passare per conoscenza certa e definitiva  del mondo, tanto da generare la fine della storia.  Ora Salim el Koudri aveva scritto all’Università per lamentarsi del fatto di non trovare un lavoro coerente con i suoi titoli di studio ed aveva perfettamente ragione: partendo da una cultura diversa ha individuato subito il buco nero della società italiana a cui molti molti suoi coetanei, nati dentro questo contesto, si sono arresi da almeno da due generazioni: il famoso pezzo di carta è solo un pezzo di carta, appunto, ed è persino controproducente dentro una società del consenso forzato e del conformismo accuratamente gestito per non sembrare tale, anzi per dare l’idea di poter essere ribelli a buon mercato. A chi però viene da fuori, abbia o non abbia la cittadinanza, le aporie balzano subito agli occhi come promesse mancate e ingannevoli, al contrario degli autoctoni che invece trovano naturale e ragionevole tutto questo, non vi scorgono il verme che mangia la mela.  Salim forse voleva integrarsi, ma ha scoperto che il sistema in realtà vive di favole e di promesse, che dice a tutti di inseguire i sogni senza svegliarsi mai. Così ha preso l’auto e si è scagliato contro la folla, come un folle.

Qui la diversa religione, ammesso che el Koudri fosse religioso, non c’entra nulla anche se questo fattore può far parte di un sistema di delirio o di argomentazione, c’entra invece il fatto che si è sentito integrato nella diseguaglianza che domina la nostra società, si è  integrato nella delusione per un modo di vivere, per rapporti umani inesistenti, per la solitudine che viene sottintesa in una  società così liquida da diventare persino gassosa quando viene esposta al calore delle emergenze che si susseguono di guerra in guerra, di virus in virus, di allarme in allarme.