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Adolf Gates

3601Qualche settimana fa Bill Gates, tipico rappresentante della barbarie culturale americana “aumentata” e resa cieca dal potere e da livelli di ricchezza indecorosi , ha paragonato la lotta al  Covid   alla seconda guerra mondiale, un parallelo demenziale dove il virus diventa Hitler e i vaccini e il controllo sociale informatico fanno la parte delle forze alleate. E’ evidente che Bill non ha mai aperto un libro di storia in vita sua o se lo ha fatto non ci ha capito molto, ma non rinuncia a utilizzare  in maniera ancora più grottesca del solito la reductio ad hitlerum che è l’artificio retorico fondamentale del Washington consensus: tutto ciò che si oppone ai disegni delle elites occidentali diventa il male assoluto. Tuttavia nello stesso editoriale dove il vaccinatore folle propone questo sconsiderato paragone, fa un un esame e al tempo stesso un panegirico di tutti gli strumenti informatici e i finanziamenti privati  disponibili per il  “passaporto Covid”, ovvero i certificati digitali sanitari destinati a dividere i sani dai “malati”, i puri dagli intoccabili e questo per ogni virus presente e futuro, esistente o meno, creato o pompato. Ora è difficile immaginare qualcosa di più vicino allo spirito del nazismo e alle tendenze eugenetiche di quel regime che sono diventate anche quelle delle attuali oligarchie del denaro.

Ora di ciò che pensa Gates potremmo anche infischiarcene da un punto di vista puramente intellettuale vista l’assoluta povertà dei contenuti e la consapevolezza appannata dal denaro che spinge fatalmente a giocare con i destini altrui mostrando  il volto della filantropia, ma non si può evitare il confronto con la nuova eugenetica che nasce dal controllo di massa. Essa si fonda su una sorta di dittatura pseudoscientifica, cone del resto l’eugenetica del secolo scorso:  non dimentichiamo che il manifesto per la razza dell’estate 1938 – ed era proprio luglio – si chiamava ufficialmente  “manifesto degli scienziati per la razza” a dimostrazione che la libertà della scienza è solo un concetto limite, qualcosa che si conquista ogni giorno, ma che non è possibile dare per scontato, anzi non lo è quasi mai.  Oggi invece di dividere l’umanità a seconda del colore della pelle o dell’etnia la si intende dividere in individui che accettano la perdita delle libertà fondamentali, ovvero i nuovi “sani” e chi invece recalcitra avendo coscienza che questa ingegnerizzazione della società elaborata nei think tank neoliberisti e negli incubi dei super ricchi spazza via la dignità, il lavoro e il futuro per enormi masse di persone. Il tutto si traduce si traduce anche in un neo maltusianesimo  che del resto è un altro dei punti apertamente portato avanti da Gates. Come egli concili la diminuzione di popolazione con la campagna vaccinale che dovrebbe avere lo scopo opposto è per ora un mistero, ma temo che se non si riuscirà ad arginare il neo nazismo sanitario di cui Gates è il Führer , lo scopriremo presto.

Chi pensa che la situazione che si è creata con l’assunzione di un virus modestamente patogeno in killer universale sia passeggera, che si tornerà alla normalità  e che i danni inflitti dalle misure di contenimento a seguito di una semplice sindrome influenzale, potranno essere riparati, è davvero un ingenuo: proprio l’artificialità dell’allarme denuncia che ci sono poteri interessati a trasformare la crisi in stato permanente e distruggere così ciò rimane della democrazia, sia pure ridotta a democratismo come aveva previsto nello specifico Marcuse, ma che tutta la scuola di Francoforte aveva previsto attraverso la pervasività dei media di massa che abituano le persone ad una ricezione passiva dei messaggi. Finito un virus se ne farà un altro e poi un’altro ancora e se non basta verranno aggiunti sempre nuovi pericoli. Ecco perché non bisogna farla passare liscia ai narratori della peste, perché la teste sono loro.


Ucraina, corruzione e armi “democratiche”

425938Un nuovo scandalo sta agitando le coscienze dei democratici di Washington indignandole e alimentando la campagna contro Trump: il fatto che il presidente abbia congelato il rifornimento di armi all’Ucraina che peraltro veniva alimentato sia da Joe Biden il cui figlio è implicato in una storia di droga e petrolio a Kiev e da Kurt Volker il vecchio ambasciatore Usa preso la Nato, direttore del McCain Institute for International Leadership  e fino a pochi giorni fa inviato speciale di Washington per l’Ucraina, ma al tempo stesso consulente di una società di lobbyng  che rappresenta la Raytheon una delle più importanti aziende del settore militare: così decine di milioni di dollari sotto forma di missili anticarro sono arrivati in un Paese ormai letteralmente alla canna del gas per sostenere le ragioni della guerra e armare le milizie naziste.

Sembra davvero di vivere in un mondo rovesciato perché cercare di evitare una guerra sanguinosa con le regioni secessioniste, unica ragione di vita di un regime fallimentare, pare un delitto e una prova dell’ “intelligenza” fra Trump e Putin.  In effetti da quello che trapela sulla stampa americana pare che Trump abbia autorizzato negli anni scorsi questo invio di missili anticarro, tra l’altro del tutto inutili visto che i secessionisti non possiedono divisioni corazzate, proprio per evitare l’accusa di fare gli interessi russi, ma adesso che si presentano buone occasioni per una pace, continuare con questa trafila di armi fa solo gli interessi delle formazioni militari con la croce uncinata, il cui potere deriva esclusivamente dal conflitto col Donbass.  Zelensky ( notare che viene chiamato universalmente Vladimir alla russa e non Volodimir nella versione Ucraina) era stato eletto proprio per cercare di porre fine a questo stato di cose che tra l’altro ha distrutto il Paese se non fosse per i rappresentanti dello stato profondo che hanno coniugato i propri interessi personali con quelli di un milieu democratico rotto a qualsiasi avventura. Del resto il sottobosco di Washington brulica di personaggi che da una parte svolgono ruoli di politica estera e dall’altro ricevono emolumenti dall’industria bellica, compreso Adam Schiff, il leader dell’indagine sull’impeachment di Trump che è  beneficiario di numerose donazioni da parte delle industrie di armi, sostenitore accanito della guerra tra Arabia Saudita e Yemen, nonché percettore di 25 mila dollari da parte del trafficante d’armi di origine ucraina Igor Pasternak .

Secondo Max Blumenthal, notissimo scrittore e notista delle vicende geopolitiche i democratici si sono fatti prendere da circolo vizioso perverso nel quale “tutto ciò che danneggia Trump e tutto ciò che gli fa male è opportunisticamente accettabile, anche se produce una nuova guerra fredda, che un progressista non dovrebbe supportare. E così eccoli di nuovo andare fuori di testa per la sospensione di 400 milioni di dollari in aiuti militari in un momento in cui l’Ucraina sta attraversando un passaggio storico, verso la pace”. Ma il fatto in questo caso è particolarmente grave perché il flusso di armi (paradossalmente anche da Israele) e la corruzione che vi si nasconde, hanno contribuito in maniera determinante a far sì che il battaglione Azov, la più nota delle formazioni naziste sia divenuto così influente da essere parte della guardia nazionale e a diventare un punto di riferimento per la supremazia bianca: non è un mistero che parecchi gruppi di americani e anche europei di questi tipo,  vanno a istruirsi presso il battaglione Azov, come ad esempio il Rise Above Movement della contea di Orange in California, una delle formazioni suprematiste più note.

Insomma si va ben oltre l’opportunismo della battaglia politica ed elettorale per entrare in un territorio del tutto estraneo a quelli che dovrebbero essere gli ideali e gli statuti democratici: tanto che questi partiti in tutte e due le sponde dell’Atlantico si sono trasformati nei principali  fautori del conflitto e in questa veste anche in sostenitori della corruzione e persino dell’improponibile revanscismo nazista. Non inganniamoci da soli: qui non è questione di tattiche, ma di una vera e propria mutazione, di una schizofrenia indotta dal denaro e dalla sua straordinaria accumulazione da parte di un numero ristrettissimo di soggetti.  O si è contro il sistema nel suo complesso o non si può che esserne degli impiegati: lo abbiamo visto da vicino negli ultimi due mesi.


E ora Gramsci è fuorilegge

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa ne pensate, potrebbe aiutare il dibattito in corso  questo brano di uno storico che è stato protagonista della storia e che la risoluzione dell’Europarlamento parifica ai suoi carnefici, o, in presenza di un verdetto di un tribunale fascista, ai criminali di Norimberga condannati dal tribunale dei liberatori?

Scrive Antonio Gramsci in un articolo del 1917 apparso in “La città futura”:  “…. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente….”.

Quante volte in questi anni siamo stati fulminati da eventi che pure erano stati preparati, il cui verificarsi era stato profetizzato e previsto? una crisi venuta del solito posto e gonfiata ad arte per permettere restrizioni, severità, limitazione dei diritti in nome della necessità, migrazioni effetto di guerre di rapina, ruberie e sfruttamento di geografie ridotte alla fame e alla disperazione, o del saccheggio di risorse naturali e delle ricadute dell’avvelenamento e della dissipazione dell’ambiente, il ripresentarsi del fascismo in forme già viste e vissute, come declinazione ineluttabile del totalitarismo economico e finanziario, della sua corruzione delle sue disuguaglianze, che però non viene nemmeno incidentalmente annoverato tra i regimi che avrebbero insanguinato il secolo breve.

L’oscena ipocrisia nella lettura del passato da parte del Parlamento Europeo a prima vista fa parte di quella corrente “culturale” che viene chiamata uso pubblico della storia, annoverando tutto ciò che si svolge fuori dai luoghi deputati della ricerca e della dottrina scientifica. E vorrebbe far intendere come ad un certo punto in un mondo civile e sereno in cammino verso le magnifiche sorti del progresso facciano la loro comparsa manifestazioni  di follia collettiva, narrazioni e visioni incarnati da maniaci sanguinari  con una mostruosa capacità di persuasione, in forma di incidenti che si palesano in natura, come scrive Gramsci, terremoti, vulcani che eruttano lava e terrore indiscriminatamente. 

Il fine di questa interpretazione, e in Italia lo sappiamo bene, è  prima di tutto  quello giustificazionista – che si veste da pacificazione – dei trascorsi più vergognosi, individuali e collettivi, mettendo alla pari e riservando pari trattamento a vittime e carnefici della pagina più indecente della nostra autobiografia nazionale. In questo caso più che di uso pubblico della storia si potrebbe parlare di privatizzazione: manipolarla serve a interessi di parte che coincidono con quelli imprenditoriali, per legittimare alleanze scandalose, per accreditare la condivisione di colpe che alla fine esonerano tutti dall’espiazione, in sostanza per far ammettere che “sono tutti uguali” e per giustificare abiure, tradimenti, magari in nome della realpolitik.

E infatti quello è un modo di interpretare gli eventi come lo vediamo nelle tv pubbliche e commerciali, le soap di un genere che è stato ben catalogato:  “la storia spiegata a gente che non la sa da parte di altra gente che non la sa, che un po’   l’imparacchia, un po’ l’inventa” per imbellettarla o drammatizzarla secondo il vento che tira. E che funziona per in molti casi è cominciata l’era della post memoria, favorita dalle sue paludate “celebrazioni” pensate per cancellare il disagio e ridurre il ricordo a retorica, come succede quando viene meno  l’ intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni, come vogliono imporre quelli che preferiscono l’uso pubblico e politico per dare interpretazioni e operare tagli, manomissioni, mutilazioni, negazioni e rimozioni. 

Ma l’altra esigenza è quella di chiedere ai popoli di dissociarsi, richiesta che viene accolta di buon grado da chi vuol chiamarsi fuori, che assume un valore censorio speciale nei confronti dei Paesi dell’Est, in una riesumazione non casuale di guerra fredda e nel tentativo di riaccreditare il ruolo salvifico dell’America. E’ qualcosa di nuovo che si impone, da parte di una entità sovranazionale che chiede a altre di rinunciare a un patrimonio identitario come non ha mai fatto nei confronti di chi ha riesumato nazismo e fascismo e siede nel suo consesso alla pari con democrazie e carte costituzionali malviste perchè frutto di lotte di liberazione e in odor di socialismo. E che ha rimosso il suo ruolo nella guerra dell’ex Jugoslavia nel corso della quale avvenne quello che Kofi Annan definì «il più brutale atto di genocidio dai tempi della Seconda guerra mondiale», compiuto in dieci lunghi giorni a Sebrenica, città sotto la tutela dell’Onu. Quell’organismo nel cui palazzo venne coperta pudicamente Guernica di Picasso in occasione dell’arringa di Colin Powell per “autorizzare” la guerra in Irak.    

E’ proprio quello il senso, dare uguale peso e responsabilità a chi ha immaginato e realizzato Auschwitz, a chi l’ha liberata e oggi a chi si fa i selfie in posa davanti ai binari dei lager, in modo che si perda la coscienza di sé, del proprio passato e, peggio, del proprio domani, di nuovo numeri di una massa che non deve essere popolo, piegato sotto il tallone di un totalitarismo, quello esplicitamente economico e finanziario, investito dello stesso potere, quello dell’avidità, dello sfruttamento e del denaro.

 

 

 


Heil Europa

Nazi EuMentre spira il venticello inquieto di un antifascismo che sembra correre sempre in soccorso dello status quo stabilito dalle oligarchie continentali e globaliste, si scorge sullo sfondo, ancora sfumato e tenue, il tentativo di riformare la memoria, i primi abbozzi di un nuovo ordine dei giudizi. Non si tratta di un volgare e semplicistico negazionismo volto a misconoscere gli eventi irriscattabili, ma di qualcosa di molto più insidioso e radicale che aveva fatto la sua comparsa una quarantina di anni fa con le tesi di Ernst Nolte, ovvero del giustificazionismo:  lo sterminio degli ebrei, ma anche di molti oppositori del nuovo ordine, non viene affatto contestato, ma addebitato alla cosiddetta guerra civile europea che aveva contrapposto la società cristiano borghese nelle sue varie declinazioni al  comunismo. Per dirla in poche parole i campi di sterminio furono un errore doloroso, tuttavia comprensibile visto l’obiettivo di distruggere l’Unione sovietica e ogni vestigia di comunismo.

Incredibilmente questa nuova prospettiva che ovviamente trova in Germania il suo motore e si concreta nell’appoggio a regimi creati grazie all’appoggio di formazioni paramilitari nazifasciste come in Ucraina, riceve assist insospettabili, per esempio da Benjamin Netanyahu il quale in una intervista di 4 anni fa, ha detto che Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei, voleva solo espellerli, ma fu convinto dal gran muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini. Insomma la shoa sarebbe colpa dei palestinesi. Ma si sa che una dichiarazione lascia il tempo che trova, soprattutto se essa è strumentalmente volta a superare la stridente contraddizione con il forte appoggio del governo di Israele a un regime ucraino che rivendica le proprie radici naziste. Però gli indizi su questo sentiero che tiene legate molte cose a partire dal tentativo unipolare degli Usa, terra santa delle oligarchie di comando, sono molti ed esplodono quando meno ce lo si aspetta. Per esempio in un film tedesco, L’ultimo viaggio, nel quale questi sintomi entrano tutti. E’ la storia di un uomo di 92 anni, Eduard Leander, (tipico nome svedese), che vive a Berlino e che dopo la morte della moglie decide di andare in Ucraina a seguire le tracce del suo unico amore, una donna, conosciuta durante la guerra, mentre egli comandava un reparto cosacco. Qui vanno dette due cose per inquadrare il contesto di questa storia. Stranamente il protagonista viene chiamato Leander, nome d’arte di una famosissima cantante attrice degli anni ’30, Zarah Leander, di origine svedese appunto, nota per essere stata la prima a cantare nel 1938 Lili Marlene  e molto amata dal regime nazista. Non si può non osservare come si tratti di una scelta singolare, ancorché sfuggente. La seconda notazione riguarda i cosacchi la cui storia aggrovigliata è impossibile da riassumere qui, ma che – per quel che ci riguarda in questo contesto – combatterono in stragrande maggioranza con i sovietici, mentre una piccola parte, probabilmente la stessa che era entrata nelle armate bianche al tempo della rivoluzione, scelse invece di stare dalla parte dei tedeschi, nella Wehrmacht, ma anche  nelle Waffen-SS dove peraltro si distinsero in alcune operazioni di sterminio degli ebrei. Si trattava in totale di non più di 15 mila persone tutte agli ordini di ufficiali tedeschi (un piccolo reparto di cavalleria combattè anche al comando di Ranieri di Campello, ufficiale del Savoia Cavalleria). Quando le cose si misero male per l’Asse questi cosacchi vennero trasferiti altrove, principalmente sul fronte balcanico e in seguito in Austria, Germania e Italia. Alla fine della guerra furono consegnati ai russi, come prevedevano gli accordi Yalta, che li spedirono nei gulag  in Siberia, assieme ai loro comandanti tedeschi.

Nella vulgata occidentale questo passa per lo sterminio dei cosacchi. Il protagonista Leander era appunto uno di questi ufficiali tedeschi, poi liberato e tornato in Germania, ma oppresso sia dal suo amore indimenticabile che dalle vicende oscure della guerra.  Egli viaggia in Ucraina divisa nella quale si vedono i mezzi russi schierarsi in difesa dei secessionisti, come Nato comanda, mentre anche qui piuttosto singolarmente, non si  nega la presenza dei filonazisti accanto al regime. Si dice anche che la Russia si è appropriata  della Crimea perché probabilmente sul set non è arrivata la notizia che questo hanno voluto gli stessi abitanti tramite un referendum sull’autodeterminazione, ma la sostanza è che il protagonista, aiutato in questo senso da tutto il film,  “comprende” che tutto è come prima, che non è cambiato nulla. Una constatazione di per sé neutra ma che riprende le ragioni di questa nuova stagione dell’oligarchismo europeo.

Ritorniamo per un attimo a Netanyahu e alle sue stravaganti dichiarazioni: egli in sostanza voleva dire che gli ebrei erano un obiettivo secondario del nazismo, che la sua mania principale era la Russia e l’obiettivo di conquistare i suoi vasti spazi ad est, insomma che Hitler era principalmente russofobico. Una tesi per la verità non del tutto infondata, perché la notte dei lunghi coltelli servì a cancellare ogni traccia di socialismo dal nazismo, ma anche di simpatia per la Russia dei soviet che esisteva, sia pure in modo aberrante. Ora la russofobia è tornata in un Europa a trazione tedesca ed è anzi divenuta una colonna portante della sua politica. Tutto è come prima e lo testimonia anche il giornale simbolo dell’europeismo, ovvero la Frankfurter Allgemeine la quale sostiene in un recente articolo che esiste una qualche continuità strategica tra l’europeismo nazionalsocialista e quello odierno di Bruxelles tanto che l’autore del pezzo, Jasper von Altenbockum, sebbene non si bilanci sul concetto principale, dice che fenomeni come la Brexit o la crescita dell’Afd sono in qualche modo una reazione a tutto questo che ha cominciato a prendere forma con le guerre jugoslave. Insomma una politica di potenza non diversa quelle conosciute nel XIX° e XX° secolo, solo in scala più grande e con la coscienza altrettanto appannata.


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