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Rossanda in esilio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una novellina di Cechov racconta di una giovane donna celebrata per la sua bellezza, alla quale però, per essere perfetta, sembrava mancasse sempre qualcosa. Una notte durante un periglioso viaggio in carrozza, una cimice si posa sul suo viso, suscitando il ribrezzo suo, della madre e delle cameriere sdegnate per l’affronto che la natura ha commesso ai danni della semidea. Ma ecco che la mattina, per una singolare magia, quella cimice si trasforma in un neo che con la sua umana imperfezione dona alla fanciulla un’avvenenza “compiuta”.

Sarà stato così per quella ragazza di confine? sul cui viso dai tratti fin troppo regolari si era posata una cimice, quel neo che è diventato una sua cifra, perfino una civetteria, che spiccava decisa e precisa come un tatuaggio sulla carnagione diafana a ridurre la sua impeccabilità.

E infatti proprio ieri e oggi, quando tutti ricordano Rossana Rossanda con quella spiacevole consuetudine contemporanea a esibire foto di famiglia, album dei ricordi e edificanti aneddoti che li vedono protagonisti accanto a lei, viene da pensare che qualcuno nel passato e ancora adesso, le rimproveri, senza dirlo, la mancanza di un neo che rendesse più imperfetta, è dunque più umana, quella sua intelligenza così aguzza, così pungente, così analitica e, alla lunga, onnipotente nella visione e  impotente nella pratica.

E’ che sempre di più accade che il rimpianto prenda il posto del compianto.

E nel nostro paesaggio sempre più arido e desertificato lei ci mancherà, come ormai ci manca da tempo qualcuno che regga la lanterna della ragione, quando le emozioni tristi e ormai senza passione hanno preso il sopravvento,

Anche se da anni Rossanda guardava a noi con quella che aveva definito la “giusta distanza”, avendo preferito vivere da forestiera altrove che da straniera in patria, quando la tua heimat diventa un marito, la fettina di quai che vedi dal balcone alzando la tendina, la stanza piena di libri letti e scritti, come altri ci mancava già. E non bastavano le rare interviste da esule illustre, che risvegliavano in alcuni il  rammarico per la siderale distanza da noi di una aristocrazia delle élite della quale invece avremmo voluto avere nostalgia se il suo posto era stato occupato dalle oligarchie dello sfruttamento sgargiante, provocatorio e ferino e dal dominio della cleptocrazia che occupa, deruba, umilia.

Però non era illegittimo chiedere che la severità fosse temperata dalla compassione, quella di Shopenhauer, che aiuta l’uomo a liberarsi dalla condanna del dolore universale grazie alla comprensione empatica della comune sofferenza, piuttosto che a indagare con il distacco dell’entomologo, o con quella lontananza richiesta da scienze inesatte: economia, antropologia, sociologia che impongono una lungimiranza così  appartata da diventare presbite.

A lei come a tanti altri è stata rimproverata l’eterna scontentezza, come se ci fosse qualcosa di cui gioire da quando sono tramontate le stelle polari del Progresso, che avrebbe portato benessere, salute, prodigi della tecnica, da quando ci siamo accontentati di una sicurezza che garantisce a pochi di mantenere certezze, beni e privilegi mentre assicura disagio e umiliazione per i molti, se condizione necessaria e sufficiente sia essere stati estratti dalla lotteria naturale con il necessario corredo dinastico, di rendita o di indole a una profittevole affiliazione.

La si è così accomunata e non a torto a quella avanguardia culturale, intellettuale e morale pronta a morire per le masse, ma restia a camminarci insieme e anche a mettersi alla loro testa.

Era ben difficile il compito di chi avendo scelto di criticare il capitalismo ma anche il socialismo che nella prassi non sa contrastarlo, è condannato a un isolamento per quanto dorato, a un esilio, a una marginalità e a una solitudine che non riescono a essere fertili. E che, a vedere la mesta fine del giornale che aveva contribuito a fondare, ridotto a house organ del “riformismo neoliberista”, non hanno saputo essere nemmeno pedagogici e formativi.

Ma non è giusto addossare solo a quella élite la colpa comune a chi non ha saputo rispettare il mandato di rappresentanza e testimonianza degli sfruttati, se si è scelto di limitarlo a quelle dei più educati, più affini, più gentili, più presentabili esteticamente e più integrabili in quella cerchia che prudentemente ha dismesso gli eccessi intemperanti della lotta di classe incompatibili con la democrazia e la modernità.

Come se non fosse un peccato mortale condiviso esserci lasciati aspirare in una spirale del silenzio che zittisce il dissenso imponendo l’autocensura per motivi di necessità, opportunità, conformismo e pure per cause sanitarie, aver aderito a una ideologia che esige la rinuncia alla sovranità di Stato ma soprattutto di popolo anche grazie alla progressiva riduzione della rappresentanza, perfino in termini numerici e votata dei cittadini che si sono illusi di praticare così una vendetta puntando contro di sè le armi spuntate messe a disposizione benevolmente dai carnefici.

Troppi Attila hanno fatto terra bruciata delle geografie che dovevano essere illuminate dal sole dell’avvenire, troppi i rinnegati che hanno promosso le regole inique del mercato a leggi naturali incontrastabili, troppi i realisti che vogliono persuaderci che i diritti che hanno conquistato con fatica le ragazze e i ragazzi del secolo scorso sono ormai confermati, collaudati e inalienabili, così che il conflitto di classe, la lotta anticapitalistica  e antimperialistica sarebbero solo attrezzi arcaici ereditati da un passato troppo lungo e superato che potrebbe avere addirittura la colpa di farci vergognare della nostra collera.

È un istinto animale quello che ci fa incolpare i leader, i capo branco, gli illuminati, della nostra defezione “umana” e civile, se ci siamo arresi a un civismo fatto di disinfettante e mascherine, a una solidarietà limitata alla carità, a una redistribuzione ridotta a elemosine erogate discrezionalmente e attinte dei nostri portafogli.

E’ vero che ci hanno lasciati soli, ma è successo da tempo, almeno da quando ci siamo lasciati soli da noi stessi.


I Mostri non muoiono da soli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che fine fanno i libri che ci portiamo in vacanza, che ogni giorno scrupolosamente infiliamo nella sporta del mare per poi restare sul lettino a macchiarsi di crema solare mentre ci perdiamo nella contemplazione delle onde, di due barchette a vela delle nuvole che corrono.

Di solito sono quelli che abbiamo annusato e sfogliato  frettolosamente nei mesi invernali ripromettendoci una lettura accurata, mentre avremmo fatto meglio a fare come da ragazzi, scegliendo Conrad, prima che venisse indegnamente sostituito da Chatwin, e certe epopee avvincenti di avventure e viaggi. E invece mi sono imposta la lettura di un agilissimo volumetto, quasi una guida o un prontuario per l’uso futuro del Socialismo nel tempo a venire a firma di Nancy Fraser, teorica critica americana, dove, è opportuno dirlo, si fa lo stesso uso o abuso sbrigativo della professione di filosofo.

In effetti alla Fraser le donne devono molto perchè da anni fa un tentativo lodevole per sottrarre il femminismo  al monopolio di quelle e quelli che – assimilabili al progressismo neoliberista – lo immaginano come la lotta di conquista di pari o addirittura superiori opportunità di affermazione e carriera della componente femminile in sostituzione dell’occupazione maschile dei posti di comando.In modo che il processo  di rimpiazzo preveda una selezione naturale in favore di unte del signore, sfacciate arriviste imitatrici della tracotanza virile, benedette all’origine da rendite e posizioni dinastiche, sicché non si generi nessuno scontro di classe, rischio molto temuto in tutte le latitudini e rifiutato energicamente in tutti i contesti sociali, lavoro, ambiente, istruzione, territorio.

E l’approccio che adotta nel suo “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo”, è stimolante perchè comincia con l’affermare che una “proposta” alternativa all’ordine dominante non può limitarsi a trasformare l’economia attuale, ma deve portare con sè un cambiamento ecologico, antirazzista, democratico e femminista, superando non solo lo strapotere di classe ma anche tutte le asimmetrie di genere e sesso, l’oppressione razziale, etnica, imperalista e investendo i poteri e le istituzioni, che monopolizzano la oppressione e la violenza “in nome delle loro leggi”.

Ben venga dunque una prospettiva che combatta le ingiustizie sistemiche che sono all’interno dell’economia capitalistica ma anche quelle che ispirano la sua ideologia attuale e investono la cultura

 

 


Facciamo la cosa sbagliata

Visite-Guidate-Parco-dei-MostriProbabilmente la segregazione forzata per via dell’influenza avrà messo a contatto un maggior numero di persone con la produzione di intrattenimento delle centrali di comunicazioni americane, Netflix, Prime e simili, offrendoci un panorama vastissimo e ripetitivo di banalità ribadite in serie in ogni ambiente o subcultura. Il tutto è abbastanza stucchevole, falso, prevedibile, condotto con l’alchimia del politicamente corretto e secondo canoni così ferrei che in ogni storia ovunque essa si svolga deve comparire il nero, la lesbica, il gay, il fluido, il mancino, l’ebreo, il latino, qualche fuggevole comparsa dai tratti asiatici, in un mondo dove la diversità non comporta discriminazione, ma dove anche non conta nulla, annegata dentro una nebbia di omologazione. In qualche modo si tratta di un modo di imperniare tutto sull’identità di gruppo salvo poi negarla e annegarla nell’universalismo ed eccezionalismo estremo occidentale dove ogni differenza si dissolve lasciando solamente materiali residuali.

Un occhio smaliziato coglie subito che tutto questo effluvio di post moderno in via di marcescenza non è espressione di una società aperta, come recita la più nota e influente organizzazione dedita alla diffusione del neo liberismo, bensì di una società mono culturale dove ogni cosa è subordinata al mercato e alle strutture di potere che lo sostengono e naturalmente all’adesione di una ideologia della disuguaglianza economica. Ecco questa differenza non solo non è sbattuta in primo piano per poi essere graziosamente dissolta, ma rimane solidamente presente, come la parte sommersa dell’iceberg. Un testimone muto dell’antropologia che anima il tutto, ovvero la selezione darwiniana al posto dell’etica, l’essere homo homini lupus come stato naturale delle cose che ovviamente favorisce il brodo di coltura in cui tutto questo viene e viene stimolato ad avvenire, ovvero il capitalismo.

A farci caso in queste rappresentazioni favolistiche di un dover essere imposto e narrato, manca una cosa fondamentale: la società. Tutti gli eventi accadono nello spazio del mercato e del capitale, ma paradossalmente non esiste un “essere sociale”: tutto ciò che determina gli esiti di una qualunque vicenda vive in uno spazio individuale, laddove le condizioni sociali effettive non hanno spazio, ma solo quelle biologiche o psicologiche: se qualcuno non fa “la cosa giusta”, espressione letteralmente sibillina, ciò è dovuto  a una genetica sbagliata che ha causato un disturbo mentale oppure a genitori spariti, morti precocemente, violenti o alcolizzati, ma nessun accenno a cosa abbia potuto causare tutto questo al di fuori di una cattiva genetica che non ha permesso evoluzioni migliori e che ha fatalmente costretto alla povertà e alla sconfitta i soggetti di queste “fiabe” per adulti di cui si cerca di evitare la maturazione. Ovviamente la società e i suoi rapporti disuguali non possono e non vengono mai chiamati in causa, per non permettere che vengano alla luce i sistemi strutturati di dominio, uno dei quali è appunto questa produzione di evasione, che tende a trasferire in maniera indiretta e subliminale una visione del mondo. Dunque non c’è solo il politicamente corretto, ma anche il narrativo corretto nel quale occorre cancellare l’esistenza di diritti sociali e di mantenere solo quelli strettamente individuali. Che anzi nega l’esistenza stessa di una società e dove le “regole” esclusivamente dettate dalla necessità del mercato, ovvero della natura ultima dell’uomo. Insomma una sorta di giusnaturalismo ideologico.

Tutto questo ovviamente non accade da ieri, ma da decenni, da quando la produzione in  serie di ogni tipo di comunicazione, in mano a pochissime persone, ha permesso di diffondere una visone del mondo che ha alla sua radice la disuguaglianza economica, la riduzione della libertà nei confronti del potere e la tendenziale mancanza di discriminazione nei confronti delle variabili non direttamente economiche, simulando una sorta di relativismo dei valori. Ma dal momento che questa stessa visione dichiara l’economico e il mercato motore immobile e originario del tutto, ecco che tutto questo si presenta come artefatto, come marginale nel quale le differenze sono accettabili proprio in quanto marginali. Non è certo un caso che la sinistra salottiera consideri le religioni come il vero ostacolo al progressismo e alla scomparsa del pregiudizio, non solo perché esse conservano parole che non sono riducibili al mercato, ma perché sono in concorrenza con la sottostante ideologia mercatista. E anche uscendo dall’ambito metafisico ecco che lo spirito di cittadinanza e di comunità, collegati al sociale e non giocate sul tavolo delle futilità individuali o di gruppo , viene indicata come malvagio populismo e sovranismo. Naturalmente solo pochi tra quelli che lanciano queste accuse si rendono conto del contesto in cui usano le loro parole: non sono narratori, ma banditori inconsapevoli che agiscono dentro la stessa favola.


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


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