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Fascismo, malattia senile del capitalismo

industria-fascismo-ponte-gardenaAnna Lombroso per il Simplicissimus

E basta! liquidare l’azione del governo guidato da Salvini  in materia di sicurezza come il sorprendente palesarsi del neofascismo  leghista, come la redenzione del razzismo soffocato nella vergogna e che solo adesso,  propagandato e avallato dal l’indecente populismo, può ardere come una fiamma avvelenata, come, cioè, la regolarizzazione di un  fenomeno arcaico fino alla bestialità, affrancato da una ideologia barbarica.

Troppo facile bollarlo e bollare milioni di elettori come marmaglia ignorante  e zotica sedotta da una leadership sboccata, volgare, sfacciata, incapace e cinica che ha avuto il sopravvento,  suscitando bassi istinti plebei che le èlite precedenti, più educate,  avevano contenuto nei limiti del bon ton.

Non c’è stata una recente svolta securitaria del sorvegliare e punire, solo il consolidarsi di una ideologia della “sicurezza” che fa esplodere il rapporto tra la distruzione dello stato sociale e il potenziamento dello stato penale, in virtù di un processo per il quale quando viene liberata completamente l’indole selvaggia del mercato si devono mettere in atto azioni e dispositivi di controllo e repressione per   gestire le conseguenze sociali che si sono generate.  Lo stato, che ha abiurato ai suoi compiti e che ha sostenuto nei fatti la strategia della disuguaglianza in modo che chi ha possa avere sempre di più e chi non ha venga punito per non aver approfittato delle magnifiche sorti e  progressive delle opportunità del gioco d’azzardo, deve diventare lo sbirro cattivo che reprime, incarcera, rende invisibili perché offendono il decoro le vite nude dei poveracci, condannati ad essere irregolari in quanto molesti e potenzialmente pericolosi se cresce la loro collera, mai abbastanza imbavagliata.

È che il fascismo non è stato certo un incidente imprevedibile e occasionale, se sa esercitare magari con altre fattezze  lo stesso ruolo, se riassume in sé la stessa fisionomia di gene insito nel capitalismo che lo impiega come cane da guardia, se lo promuove a regime quando serve, quando la sua inarrestabile avidità  e la sua smania di accumulazione fino al suicidio richiedono le maniere forti per contenere la pressione dei poveracci e dei loro bisogni, nostrani, indigeni o estranei.

E avremmo dovuto preoccuparcene ben prima dell’avocazione a sé dell’ordine come diritto dei nativi e della sicurezza come prerogativa di chi possiede beni, a rischio soprattutto quando sono pochi e  sudati, che le banche o le grandi imprese prima ancora di godere dell’assistenza pubblica, di salvano con guardie,  eserciti privati e non, tecnologie e addirittura  leggi a loro beneficio.

Infatti il buzzurro all’Interno ha sapientemente messo insieme in forma esplicita e plateale la crisi immigrazione” assurta a “emergenza” e il problema ordine pubblico, nella sua funzione di mantenimento del decoro e di lotta alla microcriminalità, che quella maxi con tutta evidenza non riveste la stessa crucialità. Ma non saremmo arrivati a tanto senza la Legge Martelli che amplia e definisce lo status di rifugiato e il diritto di asilo politico per dare il via a quel distinguo artificioso tra immigrati che fuggono alla guerra e immigrati che fuggono a fame e sete, con l’intento di regolamentare l’aumento esponenziale dei flussi migratori degli anni ’80, mediante programmazione statale dei flussi di ingresso degli stranieri non comunitari in base alle necessità produttive e occupazionali del Paese e delineando fin da subito quella che diventerà una costante della legislazione: la gestione dell’immigrazione da un punto di vista economico.

Non saremmo a questo punto se non ci fosse stata la Turco-Napolitano, che a completamento dell’impianto della legge Martelli,  impostava la stabilizzazione dei migranti,  in modo da comporre la relazione domanda-offerta di occupazione, possibilmente servile e non qualificata,  “a disposizione” di chi arrivava: badanti, camerieri, autisti, giardinieri, pizzaioli, muratori, insomma quel serbatoio gradito perfino in quel di Capalbio  e che scappava dalle guerre umanitarie cui partecipava l’Italia, meglio, così erano più grati e ubbidienti. Non saremmo qui se con la stessa foga di oggi avessimo deplorato la Bossi-Fini che su quei presupposti andava a incidere, in senso vessatorio e punitivo, da un lato rendendo più difficoltoso l’ingresso e il soggiorno regolare dello straniero e agevolandone l’allontanamento, dall’altro riformando in senso restrittivo la disciplina dell’asilo.

E non ci dovremmo vergognare dell’oggi se ci fossimo vergognati del recente passato, dell’approvazione   dei Decreti Legge nn. 13 e 14 che portavano le firme del Ministro degli Interni Marco Minniti e di quello alla Giustizia Andrea Orlando, che  sceglievano di inseguire le destre sul fronte securitario, addirittura superando e inasprendo il terreno già seminato dal Decreto Sicurezza di Maroni del 2008 e perseguendo e punendo fino
all’incarcerazione i “sommersi”   come soggetti  “non riusciti” e falliti da un punto di vista  personale, individui parassitari quindi pericolosi per la coesione sociale, siano barboni, graffitari, mendicanti, senza tetto in baracca o occupanti immobili vuoti, “rovistatori”, stranieri in attesa di riconoscimento di status (cui viene tolto il diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento) o ragazzotti colpevolmente muniti di cellulare in cerca di qualcosa di meglio della miseria, tutti parimenti oggetto di politiche volte alla difesa del diritto alla sicurezza che deve prevaricare su tutti gli altri e intesa a emarginare, penalizzare o espellere dalla società quelli che la società non sa e non vuole “contenere”.

Non deve stupire se  il virus del fascismo prende forma epidemica adesso in  successione non singolare  con la ferocia delle politiche deflazioniste e di austerity, di liberalizzazione dei mercati finanziari,  di dissoluzione del lavoro e dei suoi valori retrocesso a occupazione precaria e a contrattazione ricattatoria di mansioni dequalificate, di smantellamento della stato sociale.

E non deve stupire nemmeno che la reazione che oggi ci si raccomanda è quella di mettersi tutti insieme, con Macron e Tsipras, con Renzi e Cacciari, e pure sommessamente con Draghi e Mattarella, contro il ributtante folclore razzista e xenofobo di Salvini, in modo da far passare doverosamente sotto silenzio  la guerra contro la democrazia  e i suoi abitanti di ogni latitudine  condotta con le armi del colonialismo affilate e usate anche nel nostro Terzo Mondo interno.

 

 

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Femminismo alla Boscaiola

ghgliotAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Il movimento #MeToo ha il grandissimo merito di aver fatto prendere consapevolezza della necessità di denunciare e ha accesso i riflettori su un tema grave e trasversale come la violenza psicologica, fisica e sessuale sulle donne nelle relazioni di potere”. È  l’ex Ministra Boschi che parla. E aggiunge: “credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo”.

Mai come in questi anni l’eclissi dell’ideale di progresso è stata segnata da tremendi paradossi. Mai come oggi proprio i più esposti, i più vulnerabili: troppo giovani, troppo vecchi troppo poveri troppo donne, troppo “altri”, troppo diversi,  scontano le magnifiche sorti di una modernità regressiva, fatta di scoperte scientifiche ed applicazioni tecnologiche, iniquamente accessibili e differentemente distribuite.

Mai come oggi  formidabili ritrovati per contrastare malattie e eventi naturali sono soggetti a disuguaglianze che fanno sì che non vi abbiano accesso i più, che aumentino quelli che non possono usufruire di cure e farmaci, così come terremoti e alluvioni hanno perso il carattere di “livella” e abbattono e travolgono geografie, borghi e abitazioni di chi non ha potuto proteggersi, di chi ha conquistato una casetta senza requisiti di tutela e sicurezza, magari sotto un ponte, su argini di fiumi ribelli dove ormai è rischioso anche andare a fare una gita, in territori feriti dalla speculazione e dal cemento selvaggio.

Mai come oggi noi che sembriamo fortunati per essere stati sorteggiati dalla lotteria naturale nascendo dove leggi dovrebbero regolare relazioni umane e sociali, lavoro e istruzione e tutte le attività umane, se apparteniamo a quelle categorie di serie B, quelle dei “troppo” – la maggioranza dunque – patiamo   crudeli sofferenze per l’egemonia implacabile della flessibilità che sprofonda chi sta sotto padrone nell’abisso della soggezione all’arbitrarietà, all’intimidazione, alla competizione spietata che cancella ogni residua forma di coesione e solidarietà.

Mai come oggi perfino le parole e i valori che rappresentano derise o messe all’indice o soggette a aberranti trasformazioni: l’etica in moralismo, la compassione in buonismo, la sicurezza in repressione. Mai come oggi vengono propagandati come necessaria arma di difesa l’egoismo in modo che si possa essere attrezzati alla lotta eterna di lupo contro lupo, salvo che quelli almeno vivono in branco, e come premio, per il liberato istinto di sopraffazione, visibilità, censo, fama sia pure anche solo virtuale a colpi di mi piace. Mai come oggi questa forma di guerriglia perenne e solo a bassa intensità si deve consumare tra uguali, tra soggetti che vivono allo stesso livello o meglio ancora ai danni di chi sta ancora più giù, perché invece nelle relazioni con chi comanda deve vigere il primato della docile accondiscendenza, della soggezione remissiva, pena la perdita, la condanna alla sommersione  e alla deplorazione dei momentaneamente “salvati”, sicché i diritti sono retrocessi a elargizioni e la loro richiesta sempre più sommessa a irrealistiche pretese; i talenti e le vocazioni a ridicole e poco plausibili aspirazioni, criticabili se provengono da ceti immeritevoli, quelli impoveriti e penalizzati per aver voluto troppo, comprese garanzie, pensioni, tutela dei risparmi. rispetto della dignità.

Se vi chiedete cosa c’entri con tutto questo la Boschi, la risposta è facile.  La disgregazione del tessuto sociale e la svalutazione di ogni richiesta di diritti e prerogative sono state favorite e legittimate da chi si è autoproclamato portatore e interprete del progressismo e del riformismo, inteso inizialmente come tentativo maldestro di addomesticare il sistema capitalistico e di mercato, poi come esplicito appoggio. Spacciandolo come doverosa manifestazione di realpolitik, come avveduta espressione di ragionevolezza e moderatezza rispetto alle intemperanze estremiste di chi chiedeva sempre più flebilmente uguaglianza liberà e fraternità, regredite ad arcaiche reminiscenze da riporre in soffitta.  In modo che tutto quello che riguardava affrancamento, liberazione, riappropriazione della dignità venisse svuotato di significato per diventare oggetto di stanche celebrazioni, di giornate della memoria, o peggio ancora, della concessione di briciole al disotto del minimo sindacale, come è avvenuto per le coppie di fatto, occasione per dare un po’ di guazza alla propaganda e alle celebrazioni folcloristiche, purché non si tocchi l’istituto familiare sacro per la perpetuazione di modelli inclusivi e recessivi, con la condanna dei ruoli femminili a destini secondari imposti dalla necessità di sostituire tutto quello che Stato e società negano.

Così se tutti siamo ridotti a merce, alle donne spetta di essere strumenti di servizio, attrezzi da impiegare per far funzionare lo “stile di vita”, da oliare offrendo qualche contentino che viene direttamente dal bagaglio del politicamente corretto, con il suo gergo e i suoi slogan indirizzati a farci accontentare di qualche brioche, delle desinenze in A, delle invettive contro il consumo patinato dei corpi femminili, delle denunce tardive di svariate tipologie di sporcaccioni che occupano partiti e showbusiness, della creazione degli osservatori sul linguaggio sessista, delle quote rosa.

Mentre intanto noi tiriamo la carretta, che assomiglia a quella che portava le aristocratiche a Place de la Concorde. Ma quelle che per censo, affiliazione, mimetismo allora sarebbero state le condannate, sono quelle che partecipano furiosamente alla morte di una aspettativa di libertà dallo sfruttamento per uomini e donne che ne soffrono doppiamente. Che collaborano e dettano le leggi dell’ingiustizia e della discriminazione, ricordando la loro “origine”  femminile tradita e offesa e invitando all’immunità di genere solo quando scricchiola il loro trono usurpato. Beh, per i loro crimini se la meritano davvero la ghigliottina.


Ite, mafia est

mafia spaghetti Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ci siano una  graduatoria dei comportamenti delittuosi e una gerarchia dei misfatti, secondo le quali la corruzione, il traffico di influenze, la commistione tra politica e malaffare,  sarebbero “veniali”, rispetto alla mafia, invece, certamente “mortale”.

Così per anni dalla rivelazione di un mondo di mezzo che si era mosso e aveva condizionato il sopra e il sotto per affermare la sua potenza e la sua autorità in ogni settore della Capitale – scoperta poco sorprendente, visto che tutti lo conoscevano, tutti lo temevano, tutti ne sapevano l’esistenza visto che non occorrevano intercettazioni sofisticate per ascoltare i dialoghi di padroni, padroncini, manovali perlopiù alla luce del sole, in disadorni caffeucci e tristi pizzerie-  e fino alla prima sentenza, oggi ribaltata in appello,  valeva la distinzione tra vizi capitali e Mafia Capitale, con l’ammissione che era pur vero che Roma era magari malata di corruzione ma né più né meno del resto del Paese, come se essere parte del contagio rendesse la patologia meno grave, meno, appunto mortale.

Eppure era evidente che non mancava proprio niente al fenomeno criminale che si era consumato nel cuore d’Italia per essere assimilato alla mafia, all’ideologia, alla pratica, perfino al linguaggio delle organizzazioni delittuose.

Non mancava niente per essere “mafia” agli accadimenti e al clima di quegli anni se il vertice, meglio ancora la “cupola”, era rappresentato da terroristi, assassini e lestofanti magicamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione e subire ricatti e intimidazioni da parte degli stessi malfattori recidivi; se la minaccia e il taglieggiamento erano il sistema di relazioni instaurato anche grazie agli uffici di professionisti dal soprannome eloquente, come lo “Spezzapollici”,  incaricato di affrettare procedure e conclusione di accordi grazie ai suoi metodi persuasivi; se l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessava tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, con copertura e benevolenza bipartisan dimostrate da concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative del tristemente noto Buzzi: un palazzo a via Pomona, per esempio, dato dal sindaco marziano a 1200 euro, un passo avanti rispetto al predecessore che lo offrì gratis; se la partecipazione attiva di pezzi grossi dell’amministrazione pubblica alla gestione dell’emergenza umanitaria (quell’Odevaine su tutti a  contratto con 5000 euro al mese, al servizio della mala di  Carminati e Buzzi, dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti)  dimostra il naso dell’organizzazione criminale nell’individuare un brand più proficuo della tradizionale droga. E se le pistole non erano state definitivamente dismesse, ma l’arma più impiegata era certamente il ricatto, sperimentato con successo dal “Cecato” fin dai tempi della rapina al caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del Tribunale, quando vennero forzate le cassette di magistrati, avvocati e politici alla ricerca più che di denaro e gioielli, di ben più preziosi documenti, costata al Carminati detto Cecato una modesta condanna.

Pareva vero che a Roma come  a Palermo, il vero problema fosse il traffico, se due soliti sospetti diventano insospettabili attori sulla scena della Capitale, se l’uno, Carminati appunto, ex terrorista finito in carcere più volte, legato alla banda della Magliana, addestrato in Libano durante la guerra civile, noto per la benda nera che copre l’occhio offeso durante una sparatoria con la polizia, l’altro, Buzzi,  un omicida che aveva ammazzato un balordo con 34 coltellate per paura che interrompesse la sua carriera di bancario prestato al racket, da insospettabili diventano intoccabili, vezzeggiati per via della conversione umanitaria da attori, cantanti, politici, giornalisti, Scalfaro compreso che rende omaggio all’assassino diventato detenuto modello con tanto di laurea, poi promotore della cooperativa 29 giugno di cui Miriam Mafai disegna un edificante e commosso ritrattino, se ministri in carica siedono alla stessa tavola di festosi bagordi, se candidati eccellenti si fanno organizzare e finanziare cene sociali facendo sospettare che il favore sia ricambiato, se qualche intercettato durante le indagini si dice fiero di essere annoverato tra la gente che conta.

Come altrimenti si sarebbe dovuto definire se non mafia quel “mondo di mezzo” se dopo la fase temporanea del recupero crediti, il business della cupola  si allarga, con l’appoggio esterno di mafiosi e  camorristi veri e propri, quelli con coppola e rituali oltre che commercialisti e avvocati in veste di “consigliori”,  fino a condizionare gli appalti, quello per la gestione dei rifiuti, tanto per fare un esempio, ottenendo l’assegnazione di lotti e concessioni, fino a occupare il settore immobiliare, grazie a nuovi e dinamici cantieri e all’ingresso manu militari nel brand dei Caat, quei Centri di assistenza   abitativa temporanea voluti ai tempi di Veltroni sindaco, che dovevano assorbire l’emergenza senzatetto, e che per anni ha sottratto dalle casse comunali milioni di euro per l’affitto di stabili fatiscenti, mai finiti e localizzati in luoghi sperduti messi generosamente a disposizione dalle grandi famiglie degli immobiliaristi romani e dalle cordate del cemento di tutte le latitudini.

Durante la presidenza Clinton i servizi segreti – e quelli se ne intendevano, si sa, per aver fatto affari con mafie, cartelli, despoti e tiranni – annunciarono al presidente che già nel 2010 molti paesi avrebbero transitato dalla condizione di stati sovrani, a quella di protettorati delle organizzazioni criminali, che avrebbero  governato occupando istituzioni, politica, informazione, economia. Profetizzando inconsapevolmente l’integrazione di mafie e finanza, di cupole criminali e cupole del credito tossico, dei fondi spacciati come droga dal racket di Wall Street e delle lavaggio di denaro sporco negli stessi prestigiosi uffici.

Figuriamoci se non sarebbe accaduto laddove gli stati hanno abiurato, nelle regioni occupate militarmente dall’impero in America Latina o in Ue, dove paesi costretti alla rinuncia in nome di una distopia unitaria, si sono piegati al restringimento degli spazi democratici nelle istituzioni, nelle amministrazioni, negli enti locali, assoggettandosi ai voleri di un ceto transnazionale che usa ricatto, intimidazione, estorsione, che cancella diritti e libertà, che spinge alla disperazione e annega i disperati, che muove guerre di conquista, che lascia propagare malattie  e ignoranza avendo corroso assistenza e istruzione, perché è proprio della malavita organizzata prosperare nella barbarie, nella inciviltà, nella riduzione in servitù.

È perfino banale dire che quella malavitosa è una delle fisionomie che ha via via assunto il capitalismo, che sempre ha impiegato mercenari sanguinari per tenere il popolo degli sfruttati sotto il suo tallone, che stringe alleanze con avventurieri pronti a guerre redditizie e incursioni predatorie, che grazie alla fase di finanziarizzazione trasferisce commerci e transazioni sui tavoli del casinò globale, che costringe a consumi e investimenti per poi strozzare le incaute vittime, che propone modelli esistenziali inarrivabili salvo piegarsi alla rinuncia di dignità e osservanza delle regole, in modo da assoldare per lo spaccio e l’estorsione nuova manovalanza tra i drogati del sogno americano, cui non basta la corruzione delle leggi perché ha scoperto che è più profittevole la corruzione per legge, più redditizia una via legale al malaffare e all’illecito, non solo manomettendo le regole ma creando le premesse per farne dettare altre, in modo da appagare appetiti e accontentare interessi privati, alimentando la sfiducia nello stato e nelle istituzioni, infettando con incompetenza e incapacità il governo delle città, decomponendo la coesione sociale, nutrendo la leggenda di eroi maledetti, banditi come il Cecato o come Gekko.

Qualcuno dice che questo sistema si sta condannando al suicidio. Non fatevi illusioni, farà suicidare prima noi.

 


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