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Infantili di ritorno

INFANTILISMODa ragazzino del liceo rimasi affascinato dalla sinergia Terra – Luna e dal fatto che le se maree rallentano la rivoluzione terrestre esse, per un complesso meccansimo, tendono ad allontanare il nostro satellite di qualche centimetro l’anno. Ne dedussi che il mondo fisico è fatto di relazioni biunivoche che tendono all’equilibrio e che per esempio l’energia gravitazionale della luna che provoca il rialzo o l’abbassamento dell’acqua non può non avere ripercussioni sulla luna stessa perché quell’energia deve pur finire da qualche parte. La stessa cosa avviene nel più complicato e progressivo mondo umano nel quale al mutare delle condizioni, prima che si affermi un paradigma diverso e un assetto del tutto nuovo, c’è quasi un tentativo di compensazione per mantenere gli equilibri precedenti anche in un territorio mutevole e sconosciuto.

Così i gruppi e le popolazioni umane, si sono arcaicamente strutturate in una forma base con grande prevalenza di persone giovani e pochi anziani, anche se già in epoca storica le città che vivevano di commercio e di produzione presentavano un assetto parzialmente diverso supportato e riequlibrato grazie all’urbanizzazione e allo schiavismo nel senso ovviamente del mondo antico. Ma con la rivoluzione industriale questi schemi si sono via via ribaltati e oggi viviamo, almeno nel mondo occidentale, dentro popolazioni con sempre meno giovani e sempre più anziani: ogni equilibrio di relazione e potere dovrebbe saltare e mettere in crisi il sistema fondamentale di organizzazione su cui tutto questo si regge, ossia il capitalismo, se non fosse per una forma estrema di compensazione quanto meno paradossale, ossia il prolungamento dell’adolescenza. Se la parte giovane è scarsa allora gran parte della popolazione adulta rimane ancorata molto a lungo a fenomeni di immaturità e infantilismo che “simulano” per così dire un equilibrio arcaico che tuttavia supporta molte strutture di base della società che non possono mutare senza contemporaneamente mutare l’organizzazione del potere.

Naturalmente, facendo la tara di quanto di scherzoso e soprattutto di non detto ci può essere in questa osservazione, non si tratta di qualcosa di lucidamente voluto, anxche se talvolta stimolato, ma di un adattamento inconsapevole a nuove condizioni , stimoli, realtà, che hanno la stessa logica ferrea, ma inconscia di talune reazioni demografiche che possiamo studiare. Si tratta dei cosiddetti bamboccioni che loro malgrado sono costretti a prolungare la propria stessa adolescenza nella casa dei genitori, si tratta  della caduta della pluralità di interessi veri e della moltiplicazione invece di curiosità e gioco stimolati dal mercato, del diffuso senso di irresponsabilità conseguente dalla sempre maggiore deprivazione di realtà per così dire analogica in favore di quella digitale, dell’isolamento funzionale attaccato alla cioperta di Linus del cellulare, della assoluta centralità e volatilità assunta dagli stati emotivi e dal loro sfruttamento politico e commerciale, anche per la mancanza assoluta di speranze sociali il cui stesso significato è ormai oggetto di mistero e non solo per i giovanissimi, ma anche per la stragrande maggioranza della popolazione adulta nata dagli anni ’80 in poi. Per non parlare del futuro che attende dietro l’angolo, al punto che in una recente ricerca americana una consistente percentuale di adolescenti, attorno al 25 % ha  dichiarato in sostanza di aver avuto rapporti reali con l’altro sesso al solo scopo di incrementare la propria visibilità sui social e nel gruppo digitale di riferimento.

Qui  non è questione di non capire il nuovo e di essere laudatores temporis acti cui non mi sento affatto portato, essendo io stesso troppo acerbo per la mia età, qui è che mentre la media anagrafica della popolazione italiana ( ma più o meno è così in tutta l’Europa, salvo che nei Paesi da sempre più marginali del continente) è ormai di quasi 45 anni, si potrebbe dire che quella reale complessiva non raggiunge i 25 anni. Purtroppo questa è una situazione che favorisce ogni disegno di precarizzazione e di risoluzione drammatica dei conflitti attraverso misure di totale inciviltà: il potere reale ha in odio le forme sostanziali della democrazia che turbano i processi decisionali elitari, mentre  per il riequilibro di popolazione propone di fatto (l’Fmi ha pochi peli sulla lingua in questo senso) strumenti destinati a ridurre l’età media come ad esempio l’abolizione delle pensioni e della sanità pubblica. Si vuole impedire che dalle trasformazioni dei rapporti di produzione e di vita nasca un nuovo assetto generale. Meglio perciò che si rimanga bambini a lungo per essere meglio educati a questa “buona scuola”.

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Gli economisti di Biancaneve

empresariosA volte a me sembra di vivere nel mondo dei cretini, tra gente che ha assaggiato la mela avvelenata e dorme sonni profondi. Pensate un po’ che il valoroso Economist molto vicino ai produttori delle suddette mele ha scoperto con ansiosa preoccupazione che la ridda di fusioni e acquisizioni con cui si è rivelato al mondo il rutilante neoliberismo ha man mano messo fuori gioco le piccole e medie aziende e ha creato delle super imprese che finiscono col dominare l’economia, con lo sfruttare i giacimenti di intelligenza e innovazione nati altrove: basta un assegno a cui non si può dire di no e si spazza via qualsiasi concorrenza, mentre con gli altri grandi si fa cartello. Il settimanale a sostegno di questa scoperta dell’acqua calda riporta un dato secondo il quale le prime cento compagnie americane nel ’93 producevano il 33% del pil nominale Usa mentre nel 2014 sono arrivate al 46%.

Ora evidentemente la mamma non deve aver detto ai redattori dell’ebdomadario economico che questo è esattamente ciò a cui porta il capitalismo che essi professano, ossia quello senza regole e limiiti posti dallo stato e dalle comunità: la concentrazione è ciò che aveva previsto Marx, ma anche ciò che si è realmente realizzato tanto da dover costringere fin dai primi decenni del secolo scorso alla emanazione di leggi antitrust. E’ anche ciò che deriva dalla stessa logica della concorrenza e della produzione industriale, anche quando applicata come avviene oggi ad altri settori come il primario e il terziario: le economie di scala fanno sì che le dimensioni si accompagnino a una maggiore efficienza dal punto di vista del plus valore, del costo unitario e del profitto. Per questo l’intera storia del capitalismo è costituita da momenti di moltiplicazione di imprese e di concentrazioni successive, prima con l’avvento del vapore, poi con quello del petrolio e dei mezzi di mezzi di trasporto, infine con quello dell’informatica: l’apparente ciclicità non è affatto intrinseca a questa logica, come vorrebbero quelli che pensano a una sorta di autoregolamentazione del capitalismo. ma proprio al contrario  è dovuta agli ostacoli e alle difficoltà che incontra: dalle mutazioni tecnologiche, alle lotte sociali, dalle legislazioni che da esse derivano o a cui si ispirano. alle stesse resistenze dei piccoli per il tramite politico o infine alla stessa necessità ontologica per sistemi di produzione di massa di beni che essi possano essere acquistati. Un fatto del tutto evidente, ma – parrebbe – ancora incompreso o meglio rifiutato alla comprensione.

E’ evidente che man mano che aumenta la grandezza delle compagnie o dei cartelli più forte diventa il loro  potere sia sulla politica, ossia sugli assetti legislativi in gran parte determinati dalle lobby, sia sulla raccolta di denaro, sia sulla capacità di massimizzare i profitti e gestire i prezzi, sia sulle borse, sia in generale sulla vita dei cittadini. Se gli ostacoli su questo inevitabile cammino che ha raggiunto il diapason con la finanziarizzazione dell’economia si affievoliscono come è accaduto a partire dagli ’80 grazie all’enorme potere assunto dai media e dalla loro concentrazioni in poche mani, se le tensioni sociali cadono e la politica si fa solo gestione, questo processo procede verso i suoi esiti finali, travolgendo ogni regola e creando anzi le proprie come è accaduto per le legislazioni anti trust ormai svuotate di gran parte della loro efficacia.

La cosa straordinaria è che illustri economisti nobelati, Stiglitz e Krugman, tante per fare i due nomi più conosciuti  si risvegliano come Biancaneve dal sonno avvelenato e dogmatico e si accorgono che il mondo è dominato da pochi oligopolisti. Ma come, non avevano sospettato prima che sarebbe andata così? Non avevano capito una cosa così semplice o non volevano capirla? In che mondo vivevano? Certo in quello dorato di famiglie abbienti e/o inserite nell’elite come la quasi totalità degli economisti che rappresentano nel modo più cristallino una disciplina di classe, ma è  sconcertante che arrivino a vedere il burrone solo quando ci sono davanti. Del resto la cosiddetta scienza economica è ormai in profonda crisi tanto che spesso che quei premi pataccari assegnati dalla Banca si Svezia e spacciati per Nobel restituiscono un quadro desolante. L’anno scorso il riconoscimento ( che comporta anche 830 mila euro a testa) è andato a due personaggi, Oliver Hart e Bengt Holmström, per avere udite udite prodotto  una teoria dei contratti che permette di analizzare il funzionamento delle retribuzioni per i top manager le quali dovrebbero essere legate ai risultati. Ma c’è molto di più, nella teoria viene avanzata la proposta che gli impiegati possano essere premiati con promozioni, mentre si osserva con straordinario e inedito acume che alcuni potrebbero sfruttare il lavoro degli altri senza averne merito.

Si rimane stupefatti di fronte a tanta brillantezza, creatività e lasciatemelo dire audacia intellettuale: 830 mila euro ben guadagnati. Si può comprendere come l’uso e l’abuso della matematica oltre all’ovvia gergalità tecnica serva a nascondere vacuità e banalità, ma non prendiamo poi che ci capiscano davvero qualcosa.


Tutta colpa di Dante

cia“La strategià è valida oggi come lo era nei tempi antichi e nel Medioevo o nel 1943. La stragrande maggioranza degli scrittori politici e degli oratori usano ancora il metodo di Dante: a seconda del grado di occultamento richiesto (sia dalle circostanze che dalle persone), la scissione tra significato formale e reale è più o meno assoluta”. Chi ha scritto queste parole non è un critico della Divina Commedia o del De Monarchia, ma un uomo della Cia, tale  Brian Crozier che operò nel corso di mezzo secolo in quasi tutti i teatri, dall’ Africa, all’Europa, all’Afganistan per destabilizzare governi e delegittimare politici considerati non abbastanza anticomunisti, svolgendo in privato anche una lucrosa attività di consigliere per i regimi di Franco e di Pinochet. Ma in questo contesto le sue gesta hanno poca importanza, sebbene il suo zampino possa essere ipotizzato anche in alcune oscure vicende italiane, quanto le sue parole e la sua dichiarata ammirazione per James Burnham, autore di The Machiavellians, un personaggio che da leaderdel movimento trozkista americano, finì per essere un “pubblico intellettuale” dei movimenti conservatori e maestro dei neo con, una parabola purtroppo molto comune.

Questo Burnham con la sua distinzione tra discorso politico formale e quello vero, dove il primo tende a nascondere il secondo e alla radice di tutto coacervo di concetti che  ma che attraversano e formano tutta la storia americana del dopoguerra, dal maccartismo per finire al political correct. Che è anche una storia di dissimulazione e di creazione di verità apparenti o formali, che ancora continua, anzi è divenuta ossessiva con il moltiplicarsi delle guerre e delle conseguenti narrazioni che la conquista totale dei media da parte delle oligarchie elitarie ha reso pesante come un sudario. Ma adesso tocca spiegare il brano di Crozier riportato all’inizio e inserirlo in un contesto intellettuale e forse le parole dello storico Christopher Lasch, scrite nel 1969 sono la loro chiosa più chiara: ” lo stato moderno è un motore di propaganda che alternativamente produce crisi per poi dichiararsi l’unico strumento in grado di risolverle. Questa propaganda, per avere successo, richiede la cooperazione di intellettuali, non come propagandisti a contratto o come funzionari statali, ma come ‘liberi’ pensatori capaci di vigilare nel proprio campo e di garantire standard accettabili di responsabilità all’interno delle varie professioni”.

Praticamente questo corrisponde ai una sigla apparentemente misteriosa, PSB D-33/2, che sta per Psychological strategy board (il resto è solo numerazione per il protocollo) nel quale – siamo nel maggio del 1953 – la Cia, dava il via alla sua battaglia anticomunista su un piano molto diverso da quello del semplice spionaggio dell’apparato nemico, ma su quello della creazione di tesi e verità per condizionare le evoluzioni politiche dei Paesi sia amici che nemici:  si tratta di creare “movimenti intellettuali a lungo termine con l’obiettivo di spezzare le linee di pensiero dottrinale mondiali”  e di  “indebolire il fascino intellettuale della neutralità predisponendo  i suoi aderenti allo spirito occidentale”. Naturalmente  in questo contesto il documento della Cia insiste sul fatto che occorra servirsi delle élite dei vari Paesi investiti da questa illuminante scia di pensiero perché questo “aiuterebbe a dissimulare l’origine statunitense del programma, così che possa apparire un’idea locale”.

In poche righe di 60 anni fa ecco il panorama di ciò che vediamo oggi: le narrazioni incredibili e distorte, la creazione di mitologie inesistenti, il tentativo di censurare la libera espressione delle idee, certe sospette dissidenze remunerate, l’arancionismo, la strana distribuzione dei nobel per la pace, la resa progressiva della politica politicante. La cosa era talmente repugnante che all’interno della stessa Cia e dell’amministrazione ci furono delle voci di dissenso, in particolare quella di  Charles Burton Marshal che considerava questa lotta al totalitarismo condotta attraverso la creazione di un “ampio sistema dottrinale in tutti i campi del pensiero umano dall’antropologia all’arte, dalla sociologia alla metodologia scientifica”, il peggiore totalitarismo possibile. Tuttavia a leggere con attenzione il documento (qui per i più curiosi) e anche le produzioni dell’ambiente culturale nel quale nasce, si vede bene come tutto questo poggi sull’enfatizzazione del ruolo delle elites  che non è solo profondamente americano, ma prende spunto dal pensiero prefascita e fascista europeo, da Pareto, Sorel e Mussolini anche sarebbe stato troppo audace, a guerra finita da poco, metterci anche il nazismo. E non si è fermato nemmeno di fronte alla commedia di false internazionali create negli uffici della City di Londra. Nessuna meraviglia se nel 2016 l’amministrazione Obama abbia potuto varare il Disinformation and Propaganza Act, con il relativo “ufficio della verità”

Ci vuol poco a vedere come questo elitarismo di fondo sia anche all’origine della costruzione europea che alla rappresentazione simbolica e rituale di elezioni per un parlamento che conta zero, ha sempre affiancato l’esclusione sostanziale dei popoli dalle decisioni che contano. Ma ci vuole ancor meno a osservare come il neoliberismo, ovvero il capitalismo estremo nella sua fase nascente, abbia trovato già pronti i canali per la sua diffusione a vasto raggio.  E oggi , con i media conquistati, compresi quelli dedicati all’intrattenimento, dire e far credere anche le cose più assurde e incoerenti cose assurde è diventato il correlativo oggettivo del “Manifesto per la libertà”, esempio perfettamente dantesco della scissione assoluta tra realtà e discorso pubblico.


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