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L’Ue ci mena a colpi di rackete

spiegel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri la stampa ci ha offerto la ricostruzione della toccante cerimonia con la quale il Comune (non la Comune) di Parigi ha premiato con la sua più prestigiosa onorificenza la capitana Carola Rackete “perseguitata un Italia“, come titola il Manifesto ormai assoldato nelle folte schiere del consacrato meno peggio, giocando sull’ambiguità del verbo poursuivre. 

La medaglia, spiega il comunicato ufficiale ripreso dal quotidiano comunista, vuole simboleggiare «la solidarietà e l’impegno di Parigi per il rispetto dei diritti umani» e va alle due operatrici appunto «perseguitate dalla giustizia italiana», ricordando che dal 2014 sono 17 mila le persone morte o disperse nel Mediterraneo. Nella persona della sindaca socialista Hidalgo  Parigi ha voluto ribadire il suo sostegno «alle donne e agli uomini che operano per il salvataggio dei migranti ogni giorno e in condizioni difficili», quelle che con tutta evidenza non caratterizzano le zone intorno a Calais, a Ventimiglia, ai confini delle Alpi, perchè crepare in uno stretto, bastonati in riviera o assiderati in montagna per la lotteria della repressione vale meno.

Madame Hidalgo della quale non ci è mai stata resa nota l’opposizione altrettanto ferma alla partecipazione in prima linea del suo Paese alle imprese coloniali e belliche condotte in quegli stessi territori d’oltremare dai quali fuggono i disperati disposti a morire per  scappare da morte, fame e sete, o la sua ostilità alla fratellanza tanto per fare un esempio con Guaidò, ha anche deciso di assegnare 100 mila euro all’Ong Sos Méditerranée per una nuova missione di salvataggio in mare dei migranti, dopo aver già stanziato nel 2016 e nel 2018 rispettivamente 25 mila e 30 mila euro.

Una volta quando non si aveva paura di essere tacciati di empio sovranismo,  analoghi toni nei confronti della giustizia di un paese democratico almeno quanto la Francia del caso Dreyfus e forse un po’ di più, se fossimo in vena di paragoni, avrebbe fatto se non richiamare l’ambasciatore  almeno suscitare doverosa indignazione bipartisan, come successe con l’asilo dato a sospetti di terrorismo e reati comuni.

Oggi con un certo orgoglio ci prendiamo gli schiaffoni dallo stato più belligerante e imperialista per conto terzi d’Europa, dove gli immigrati di seconda e terza generazione condannati alla marginalità delle banlieu se non si fanno assoldare dai servizi sognano il riscatto tramite Califfato, dove l’opposizione viene regolarmente repressa e menata a sangue, dove Le Pen o non Le Pen sono registrati i più elevati standard di antisemitismo e xenofobia. E non viene scalfita la bolla di idolatria riservata a Fraulein Rackete che le Grand Vermeil se lo piglia eccome anche se è stata proprio lei a informare il mondo che la Francia non aveva accolto la  richiesta di approdare in uno dei suoi porti.

Così per dimostrare l’aperta ostilità al bieco Salvini siamo pronti a assumerci e a condividere le sue responsabilità. E lui è ben contento perchè fatti i conti godono della sua stessa cattiva reputazione i proverbiali 60 milioni di italiani me compresa, per colpa sua e per merito di tutti i progressisti che si accontentano di un confuso umanitarismo che predilige le persone astratte rispetto all’essere umano concreto, lui sì perseguitato e in pericolo,  per sentirsi dalla parte giusta, tanto che alla  commovente liturgia non era invitato il piccolo gruppo dei 42 spartiti in varie nazioni libere e solidali che immaginiamo abbia trovato asilo in Francia.

Parlo di quelli che proprio come la Hidalgo dalla guerra nell’ex Jugoslavia in poi non hanno fatto una piega per la nostra attiva partecipazione a avventura belliche di esportazione di umanità, democrazia e rafforzamento istituzionale, che non hanno mai pensato di denunciare davanti all’alta Corte la Bossi-Fini e nemmeno il decreto sicurezza, tanto sono disamorati delle procedure di autotutela che la democrazia prevede, che fanno finta che il traffico di schiavi sia una invenzione del fetentone all’Interno o dei magistrati che se la prendono con le Ong, apparentemente inconsapevoli degli interessi che si muovono dietro al mercato della merce lavoro perfino adesso che il lavoro non sembra esserci più: come se non fosse evidente a tutti chi si giova dell’esodo epocale, ai padroni che incrementano la concorrenza interna tra lavoratori, precari e disoccupati, indigeni e i postulanti disposti a tutto per sottrarsi a guerre fratricide dichiarate da chi si deve bere il loro petrolio, aspirare il loro gas, adornarsi coi loro diamanti e il loro oro.

Parlo di quelli che si prestarono alla campagna contro i feroci e rapinosi albanesi grazie alla quale il prode Prodi   fu autorizzato all’immonda sceneggiata del blocco dei porti da una parte con annesso incidente mortale  da una parte, e autorizzazione all’approdo di 20 mila profughi ospitati in uno stadio da Cile e poi lasciati gironzolare nel barese nelle mani di caporali, trafficanti di corpi con preferenza per quelli femminili.  Ma che oggi deplorano misure analoghe promosse dagli stessi fan dell’antagonismo tra poveri al servizio del capitale e attuate dal furbo Salvini, che interpreta la loro faccia feroce nascosta sotto la cipria e le parrucche dei principati europei come lui instancabili fabbricanti di barbarie solo apparentemente più educata, come se non fosse scritto anche nei sussidiari che da sempre sono i padroni,  i proprietari terrieri, gli industriali a favorire le frontiere aperte, per i loro commerci e per l’arruolamento di manodopera a basso costo.

Parlo di quelli che preferiscono i piccoli numeri, i 42 subito rimossi a fronte dei 500 milioni che si agitano e si muovono cercando una meta per esistere, la costruzione di un’eroina contro quelli che votano Salvini non volendo prendersela con chi lo dirige, Lucano contro i sindaci dei muri e delle panchine dedicate, molti rigorosamente Pd, per delegare a qualcuno l’illusione della ribellione. Di quelli che si trovano bene nella galera europea piccola e marginale rispetto a un mondo grande e sconosciuto perchè si adatta al loro sogno cosmopolita di turisti  nella storia.

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Due passi nel declino

diar_11855834_47380Oggi preferisco non parlare di corsari umanitari anche perché il dibattito ha preso una piega così infantile che pare una gara di tiro al cliché e mi occuperò invece della pirateria in senso più proprio, ovvero militare, esercitata in maniera primaria se non esclusiva dalla Us Navy. Prendo spunto dagli allarmi che hanno percorso tutto giugno sul timore di una guerra con l’Iran che molti commentatori ed esperti in sedicenza comparata, davano per imminente o comunque possibile, quando è abbastanza palese che l’Iran con pochissimi mezzi può infliggere tali danni all’economia planetaria e in particolare a quella occidentale che solo un pazzo può pensare a una mossa del genere. I venti di guerra vengono agitati come la frusta del domatore per tenere lontani da Teheran quei Paesi che solo obtorto collo obbediscono alle sanzioni statunitensi e per indebolire la proiezione iraniana in Medio Oriente, ma è difficile che si vada oltre le burbanzose dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano -vedi Corea del Nord – anche perché nessuno crede più alle manovre e attacchi Usa sotto falsa bandiera e gli incendi a bordo di due petroliere giapponesi erano così palesemente risibili e pasticciati che nessuno ha dato loro spago, nemmeno la stampa più embedded.

Tutto questo non è che la manifestazione conclamata dei cambiamenti tecnologici e geopolitici che si sono avuti negli ultimi 40 anni: la rivoluzione elettronica, diffusasi con una velocità molto superiore al previsto a causa delle delocalizzazioni, tra i piatti principali del menù globalista, ha azzerato o quasi le distanze tecnologiche, ma soprattutto ha rivoluzionato il campo militare rendendo il gigantesco apparato bellico americano obsoleto nel senso che esso non è più in grado di svolgere pienamente le funzioni per il quale era stato pensato e creato, ovvero il controllo planetario. In particolare i missili sono diventati molto più precisi e veloci, in grado di eludere le difese nemiche e di colpire a distanze enormi: così le portaerei e le grandi flotte che erano il cuore della potenza americana sono oggi sotto tiro e possono essere colpite a distanza doppia rispetto a quella operativa  che corrisponde grosso modo ai 500 chilometri di autonomia di un caccia (compreso ovviamente il ritorno). Inoltre queste armi sono divenute estremamente efficaci contro i velivoli e gli altri missili d’attacco. Ricordiamo che la Russia è stata in grado di colpire accampamenti terroristi in Siria con salve di missili lanciati da piccoli battelli operanti nel mar Caspio mentre la scarica di missili da crociera Tomahawk contro gli aeroporti siriani è stata in gran parte intercettata dalle difese aeree  Si avete capito: il lobbismo sfrenato nell’apparato militar industriale statunitense che chiede di essere alimentato come un’Idra, unito alla convinzione di non avere rivali, ha prodotto un gap proprio in questo campo che è quello cruciale.

Insomma il dominio dei mari e attraverso questi dei cieli non è più né facile né scontato come lo era nel mezzo secolo  successivo alla fine del conflitto mondiale, pur in presenza dell’Unione Sovietica e la strategia americana ha in qualche modo cambiato di segno: man mano che la proiezione militare diventava ardua attraverso i mari si è cercato di tenere la terra  attraverso l’ingaggio di forze mercenarie,  la moltiplicazione delle basi, e/o delle rivoluzioni colorate e dei cambi di regime con qualche pretesto umanitario che puzza non appena tolto dal forno della Casa Bianca:  l’Afganistan, la Libia, la Siria e l’Ucraina ne sono la testimonianza. Tuttavia la cosa è molto più complicata di quanto non appaia a prima vista: l’Ucraina è stata spezzata in due, anzi in tre con i nazisti al comando di quella rimasta in mano occidentale, in Siria c’è stata una netta sconfitta, la Libia è ormai terra di nessuno, la Turchia si sta allontanando dalla Nato. Quanto all’Afganistan l’ordine è quello di marcire in loco visto che i Talebani hanno di fatto vinto, ma andarsene significherebbe prima di tutto ammettere la sconfitta, poi abbandonare tutto l’equipaggiamento pesante  impossibile da rimpatriare per via aerea: l’informazione occidentale ha infatti omesso dire che la maggior parte delle armi americane era transitata attraverso la Russia, cosa impossibile da fare adesso, mentre un’evacuazione attraverso il Pakistan appare quanto mai pericolosa viste le pessime relazioni con il governo del Paese e l’odio della popolazione. E dire che noi poveracci abbiamo rimesso svariati miliardi e 50 morti per fare da copertura politica a questo tentativo di accerchiamento della Russia e avvicinamento terrestre alla Cina che si è risolto con un fallimento pressoché completo.

La vicenda afgana da sola testimonia quante cose siano cambiate in vent’anni: certo la potenza Usa rimane la prima, capacissima di causare disastri umanitari in Venezuela come nello Yemen e persino in casa propria, tuttavia si trova a dover operare in un mondo così cambiato che tutta la sua dottrina militare e la folle spesa che vi si accompagna hanno un’efficacia ridotta e alla fine come si è visto proprio in questi giorni le grandi sparate si concludono con i quattro passi in Corea del Nord di Trump che segna una vittoria totale di Kim Jong Un e con la fine della guerra dei dazi contro la Cina. Insomma gli Usa non possono più permettersi una guerra importante, ma soprattutto giorno dopo giorno stanno perdendo la loro capacità di egemonia che è contemporaneamente anche quella del capitalismo.  Forse non è un caso che la parola socialismo sia riapparsa nel vocabolario politico americano da una decina di anni sotto l’infuriare di una crisi che Washington come del resto tutti i poteri occidentali tentano di nascondere attraverso la falsificazione “dolce” dei numeri ( ne parlerò prossimamente), ma anche a causa della perdita progressiva di predominio che si traduce in ultima analisi anche in fragilità economica.


Crimini veri, falsa coscienza

coscienza_1Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di pubblicare un brano scelto del povero Gramsci, che circola nell’immaginario collettivo solo per via della nota citazione di condanna che chi non mette l’ultimo “je suis…” sul profilo, o di altri illuminati,  per godermela a leggere invettive e censure degli opinionisti della tastiera.

Oggi verrebbe bene diffondere con un nom de plume qualche scritto di Marx (col rischio che venga attribuito a Fusaro, il Moccia della filosofia) sulla falsa coscienza, tema quanto mai attuale di questi giorni e che in pillole facili da digerire tra un micetto e la foto della parmigiana di mammà, sta a significare quella ideologia artificiale confezionata e indotta da tutte le forme di dominio sociale e politico quando hanno bisogno di un impianto di valori di riferimento  in grado di sostenere e giustificare  la loro supremazia. E’ i sostanza una specie di copricapo sulla testa del potere   che serve a legittimare e far condividere il suo ordine sociale perchè venga assorbito e sintetizzato da chi subisce quel dominio fino a far sì che se senta parte.

Apriti cielo, figuratevi se qualcuno dei lettori avrebbe il coraggio di ammettere la sua fidelizzazione e militanza nelle schiere dei falsocoscienti,  così bene incarnati dagli accoliti e dalle vestali del “politicamente corretto”, intenti in queste ore a raccogliere firme e fondi per la difesa della strenua ribelle via mare che in una botta sola ha saputo colpire il sovranismo e pure la sovranità di uno Stato, stando bene attenta a sceglierlo tra le canagliette europee cui non si deve il rispetto riservato al suo di origine o all’affine Olanda, in quanto pigro, indolente e  fascista a guardare al suo passato e pure al suo presente, evidentemente qualitativamente e quantitativamente meno limpidi di quelli germanici.

Inutile dire che dei profughi, quelli salvati dalla capitana e quelli diversamente “sommersi” arrivati per altre strade meno epiche, non sono tenuti ad occuparsi una volta portati in un campo, in un centro, in una lager amministrativo, perchè quello che conta è che si sia compiuta la liturgia simbolica di trarli dalle acque per poi poterli dimenticare, figure di sfondo nella scaramuccia interna cui viene ridotta la politica e le sue scadenze.

Elezioni europee ( e c’è da capirlo, trattandosi dell’insediamento di un organismo senza poteri), trattati capestro, approvvigionamento di armi, obbedienza all’impero e partecipazione alle sue imprese coloniali, opere transnazionali imputate a noi, militarizzazione di porzioni di territorio nazionale da parte di stati esteri, che si comprano a prezzi scontati fette di coste, immobili di pregio, impunità e immunità nei confronti di leggi  e interesse generale, tutto diventa oggetto di guerricciole per bande, tra  fazioni che a guardar bene non differiscono, se non nella proposta di uscire dal sistema di sfruttamento saltando sul carro della modernizzazione che invece ne garantisce la sopravvivenza e l’accumulazione grazie alla creazione di nuovi bisogni anche morali e esistenziali in sostituzione di diritti, che idealizza il volontariato in modo da contribuire alla demolizione del welfare in favore del capitalismo compassionevole, che propaganda un femminismo esaltandone gli aspetti individualistici per sostituire il conflitto di classe con quello di genere e prospettando un riscatto basato sulla sostituzione dei  maschi con donne meritevoli nei posti di comando, navi comprese, partiti e ministeri, fondi monetari, imprese speculative.

Salvini o i croceristi sulla Sea Watch hanno modalità differenti, ma i pietosi visitatori del Pd dimenticano che gli accordi infami con despoti e tiranni in nome della nuova cooperazione con l’Africa, sono frutto dei loro governi;  i respingimenti italiani e quelli tedeschi hanno solo apparenze diverse:   la Bundesrepublik è stata storicamente generosa con i profughi, quando servivano come forza lavoro dequalificata, ma la linea dell’accoglienza di Angela Merkel è durata pochi giorni, convertita nella mancia a Erdogan perché si tenesse i siriani e rispedisse i migranti in Grecia o in Italia, preferibilmente sedati e ammanettati. La comandante ribelle e il trucido ministro specularmente inseguono obiettivi simbolici e propagandistici, a una la candidatura al Nobel della pace all’altro quello  all’Ignobel della ferocia.

I fascisti da parata dei quali si teme  tanto l’affermazione si distinguono da quelli veri di ieri, oggi e domani, perchè stanno petto in fuori e mani sui fianchi come Farinacci, perchè digrignano i denti, perchè emettono fetidi umori che evocano la violenza e sopraffazione, ma gli uni e gli altri grazie all’occupazione ideologica esercitata dal progressismo che ha avvicinato le etichette del riformismo di centro sinistra a quelle liberali fino a farle coincidere, sono associati e concordi nella inevitabilità del capitalismo, nella disperata resa allo status quo, nella ineluttabilità della globalizzazione, quando è invece vero che l’eliminazione dei concetti di popolo, nazione, sovranità e la segmentazione dei cittadini in sudditi appartenenti a gruppi in conflitto per l’accesso a servizi, istruzione, informazione, è il successo della pratica politica di imperi e regimi coloniali.

E infatti i raccoglitori di firme in calce si guardano bene dall’avviare una petizione per la nazionalizzazione dell’Ilva, che forse intendono come involuzione sovranista? unica strada invece per risarcire anche eticamente una città martire nella quale lavoratori e cittadini  si sono ammalati, sono morti, dalla quale sono fuggiti proprio come i profughi e avendo uguale diritto a essere salvati, per gli interessi di un padronato,   che prima  ha approfittato degli aiuti elargiti dallo Stato italiano senza mai impiegarli per modernizzare e risanare gli impianti,  per poi metterli all’incanto quando ormai erano diventati i monumenti dell’incuria e dello sfascio infrastrutturale e ambientale. E i guardiani della legalità irridono il velleitarismo, che forse intendono come populismo? di chi esige l’impugnazione dei termini dell’accordo fra amministrazione pubblica e industria  che prevede di sollevare i nuovi proprietari da responsabilità giuridiche ascrivibili alla vecchia proprietà.

Come se il dramma dell’Ilva fosse un incidente casuale sulla strada del progresso venuto alla luce con il governo degli incompetenti che non sanno come rigirarsi nell’ordine costituito messo in piedi da gente navigata, saputa e cosmopolita che ha concesso i nostri beni accompagnati dai benefits di bassi salari, mobilità, cancellazione di conquiste e garanzie, impunità delle leggi sulla sicurezza e la tutela ambientale a aziende straniere.  

E’ questo il mondo che vogliono dove le leggi e gli imperativi morali li fanno loro, padroni delle coscienze e dei rimorsi, come lo sono dei ricatti.


Sinistra letale

fratAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo sentito dire, come promessa o come minaccia, che la fine dell’economia produttiva, la trasformazione delle imprese in azionariati in accidiosa attesa dei dividendi, la finanziarizzazione con le   acrobazie e i trucchi del gioco d’azzardo, le mutazioni intervenute nel lavoro, manuale e intellettuale, che rende meno agevole il ricorso all’esercito industriale di riserva, la stessa globalizzazione e l’instabilità indotta dai movimenti migratori voluti e provocati, ma alla lunga ingovernabili,  avrebbero portato il capitalismo al suicidio.

Quante volte abbiamo sentito dire che il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che doveva innervare tutto dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta, mettendo in discussione  la supremazia della «civiltà» superiore, dei «valori» della predazione economica e del consumo coatto di merci, della condanna bellica e morale delle vittime della guerra economica e militare, indicate come sudditi da schiacciare e «rifiuti» da conferire nelle discariche della schiavitù. E si sarebbe data la morte.

Invece a tragica dimostrazione della immonda e ingiusta superiorità dei padroni che a differenza dei proletari di tutto il mondo, sanno unirsi e sopravvivere ai danni che provocano, a suicidarsi se pure nella forma visibile delle loro rappresentanze, sono gli sfruttati. Stanno vincendo gli istigatori come ai tempi delle antiche rapine coloniali con tanto di missionari al seguito, come racconta Elias Canetti in Masse e potere a proposito dell’autodistruzione degli Xosa, grazie alla cancellazione dell’identità e della coscienza collettiva, all’abiura del valore attribuito a libertà e responsabilità personale e comune.

Non so bene come ci stiamo “sacrificando” sull’altare delle divinità dello sviluppo, del benessere, dell’ordine, (ne scriveva ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/31/la-sinistra-lemming/ )se come gli Xosa condannati per non aver accolto di buon grado le magnifche sorti e progressive portate loro dall’occupazione manu militare della modernità, o come i lemming di Disney. Certo a leggere le dichiarazioni post elettorali dei vinti della sinistra incarnati efficacemente da un cartone animato si capisce chi ha aiutato gli istigatori, che si rivolge così “a tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra“.

Rispetto”, dice Fratoianni, “l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo. Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare..… pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd”.  Eh si, lo dice al Pd e perfino a Calenda perché “se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi”.

Qui non parliamo di eutanasia, qui certi soggetti e certe liste più che del dottor morte si accreditano in veste di killer spietati per i quali l’alternativa desiderabile è costituita dall’alleanza funzionale al sistema e al suo establishment delle socialdemocrazie che hanno introiettato l’ideologia neoliberale, abiurando la rappresentanza delle classi subalterne, quelle di Gad Lerner, immeritevoli di attenzione perché se la sono voluta e se la vogliono ancora votando Salvini, per prendersi il dolce carico di quella della borghesia transnazionale sempre più ricca e sempre più esigua, insieme al configurarsi “nuovo” di movimenti anche antichi  che si sono esonerate dei contenuti e delle aspirazioni antagoniste per limitarsi alle rivendicazioni di alcune categorie e gerarchie di diritti, perdendo ogni afflato antiautoritario e anticapitalistico, perché nella loro citta del Sole  non c’è posto per conflitti  economici, di genere e etnici, meno che mai di classe. Il che spiega bene la preferenza accordata alle visite ufficiali di Greta piuttosto che ai picchetti davanti alla Whirpool o alla lotta dei tarantini, cittadini o dipendenti ugualmente traditi dal compagno Vendola oltre che dal futuro sodale Calenda.

E tanto meno c’è posto per il populismo, tantomeno per quello di sinistra indegnamente competitivo, quello di Sanders e Corbyn, di Podemos o Melenchon, oggi visti come visionari velleitari e irrealistici sediziosi ma che fino a poco tempo fa sarebbero stati annoverati tra posati, pragmatici e pure prudenti socialdemocratici con le loro modeste proposte di redistribuzione del reddito, reintegrazione del Welfare, nazionalizzazione di comparti e attività strategiche, controllo delle banche centrali, e così via.

Ogni tanto un interprete di Marx ci ricorda l’ammirazione riservata al modo di produzione capitalistico che nasceva dalla convinzione che la sua accelerazione potesse propiziare e avvicinare la transizione al comunismo, ma anche per la potenza (ora sappiamo, irresistibile) con la quale è capace di espandersi.

E figuriamoci se con tutto comodo e anche in nome di interessi di classe e personali, la sinistra anche prima di quelli che l’hanno ripudiata come velenoso ostacolo alla costruzione democratica, non si è fatta possedere dalla stessa venerazione grazie allo stravolgimento semantico per il quale il capitalismo è diventato sinonimo di progresso e la globalizzazione il volto nuovo dell’internazionalismo, e la tecnologia il totem da adorare perché ci libererà dalla fatica, dalle malattie, in una società beata e civile nella quale le relazioni, tutte, sono equilibrate, soddisfacenti, feconde, regolate come saranno, dal mercato. Come se il mercato combinato con la tecnologia non abbia già mostrato il suo vero volto con le bolle dei titoli delle imprese digitali prima ancora di quelle immobiliari, con il controllo su lavoratori e cittadini, con le illusioni del successo del casinò finanziario.

Compostamente proprio come dei Veltroni qualunque certi rimasugli cercano di contenere l’ira e il disprezzo per la marmaglia il cui voto dovrebbe probabilmente essere limitato, per offrire un diritto/dovere già arbitrario a chi sostiene le élite che interpretano i principi cosmopoliti e multiculturalisti che è doveroso esportare e imporre anche con le armi, sul grossolano localismo dei “subalterni”, degli “sdentati” come li chiamava Hollande, dei dementi” (la definizione è di Bifo).

Eh certo, non si sono accomodati su un seggio nella fortezza, dove andare di tanto in tanto a fare i turisti per caso, ma ho il timore che gli abbiamo concesso la certezza di stare sempre dalla parte di chi vince, che non importa se non è quella giusta.

 

 

 

 

 

 


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