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Archivi tag: capitalismo

Inferni a stelle strisce

20130613-013248-798x587Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e la legge newtoniana vale anche per il mondo umano, anche se con tempi più lunghi e peculiarità molto più complesse che nel mondo fisico. Così l’ideologia della disuguaglianza come prodotto finale ed esplicito del capitalismo, affermatasi  dalla metà degli anni ’70 in Usa, sta facendo sentire i suoi effetti distruttivi , dopo un primo periodo di euforia da paradisi artificiali. La crisi economica, mai risolta anche perché giunta quando gran parte della ricchezza si era già trasferita in poche mani, è stata la cesura conclamata fra gli Usa reali e il mito statunitense, ancorché esso sia ancora moneta corrente nelle colonie e sia la base educativa su cui poggia la formazione delle generazioni autoctone.

I dati parlano da soli e rappresentano con drammatica precisione il miscuglio esplosivo fatto di emarginazione, ipercompetitività, caduta dei salari, malessere, esclusione e smarrimento che ancora non trovano una chiara strada politica, un riscatto di pensiero ma si esprimono attraverso la dimensione individuale che è l’unica riconoscibile e l’unica alla quale si viene addestrati. Dunque alla più vasta popolazione carceraria del mondo con 2 milioni e 319 mila detenuti (numero medio 2016) e oltre cinque milioni di persone sottoposte a misure restrittive, portano il Paese ad avere il 4,4% della popolazione mondiale, ma il 22% dei detenuti nel mondo intero. In qualche modo si tratta del portato storico di un razzismo sempre sottopelle e dell’immigrazione che oggi però sembra sul punto di esplodere visto che in Usa avviene ormai il 32% dei conflitti a fuoco nel mondo. Tra il 1972 e il 2011 ci sono stati 1 milione e 300 mila morti per arma da fuoco, vale a dire centomila in più dei caduti di tutte le guerre statunitensi ( e non si sono certo risparmiati da questo punto di vista) a cominciare dalla guerra d’indipendenza per finire all’Afganistan: se vivete lì avrete una probabilità di beccarvi una pallottola o una coltellata mortale del 7000 per cento superiore all’ Italia o per esempio al Canada che tuttavia ha una cultura profondamente differente. E non si fa fatica a pensare certe cifre spaventose visto che oggi c’è almeno una sparatoria di massa al giorno. Certo la cultura delle armi che comunque è indice di una violenza di fondo irrisolta, fa la sua parte in questa strage, ma non è la sua radice visto che anche in altri Paesi esiste una diffusione capillare delle armi da fuoco senza carneficine quotidiane. Un esempio vicinissimo ancorché insospettabile è la Svizzera che ha 2 milioni di armi da fuoco su 8 milioni e 400 mila abitanti, una densità 4 volte inferiore ai 357 milioni di bocche da fuoco possedute dai 324 milioni di residenti Usa: tuttavia in Svizzera ci sono mediamente 41 morti l’anno a seguito di sparatorie, mentre negli Usa 12 mila, che è una proporzione di quasi 300 volte superiore in termini assoluti e di dieci in termini relativi.

Di questo spaventoso universo della violenza che poi viene esposrtata a più non posso, fanno parte anche altri numeri, come ad esempio il fatto che il 91% dei minori uccisi nel Paesi sviluppati è americano, o il fatto che esistono 33 mila bande di strada che raggruppano 1 milione e 400 mila persone integralmente dedite al crimine da strada. Possiamo davvero pensare che un buon sistema, anzi quello di riferimento secondo gli scialbi mitomaniaci, possa produrre tutto questo? E navighiamo soltanto alla superficie  delle cattive notizie perché l’Istituto nazionale di Statistica (Usa ovviamente) rileva che nel 2015 per la prima volta l’aspettativa di vita si è ridotta dello 0,1 per cento quasi che gli indici obbedissero alle direttive dell’Fmi. Tra i motivi di questa discesa della vita media c’è anche l’aumento delle materie respiratorie e metaboliche, dovuto, secondo tesi concordi, all’aumento del cibo spazzatura e dunque a quell’obesità che colpisce il 38 per cento della popolazione. Magari non se ne ha sentore di fronte alla massa di minus habens californiani che inventano ogni giorno diete cosiddette salutistiche di ogni tipo e foggia, che corrono ogni mattina come furetti o che appaiono magri e atletici nelle serie televisive. Ma in realtà sono cose da benestanti e da esportazione per gli allocchi alla Mericoni: con 21 milioni di poveri estremi, 46 milioni di poveri assoluti, 17 milioni di adolescenti in stato di povertà alimentare  e 105 milioni di persone in grado di soddisfare solo i bisogni primari (fonte Oxfam), non è sorprendente che  quasi 16 milioni di famiglie abbiano avuto problemi a nutrirsi (dato 2016 del ministero dell’Agricoltura) e quasi altrettante abbiano dovuto ricorrere all’assistenza pubblica: tutto questo vuol dire cibo a basso e bassissimo costo. Occorre riconoscere che il capitalismo estremo riesce nel miracolo di conciliare sottonutrizione con obesità e da questo punto di vista è insuperabile.

Così ci si può davvero meravigliare se contemporaneamente si assiste a una pandemia di suicidi, divenuti la prima causa di morte per il maschi adulti al di sotto dei 50 anni? Il disturbo post traumatico da stress fa strage, colpisce in forma grave il 5% della popolazione e ha le maggiori conseguenze sugli ex militari che si tolgono la vita con un ritmo di 22 al giorno (8000 l’anno) e fra gli studenti universitari che si suicidano in numero di 1100 l’anno, stritolati dalle aspettative loro inoculate, dalla competizione estrema, ma anche dal costo stratosferico degli studi. Certo si può resistere a tutto, soprattutto ricorrendo a qualche aiuto che nel caso degli Usa sono i farmaci oppiacei ( Fentanyl e OxyContin) i quali spesso portano poi al consumo di droghe pesanti, sintetiche o eroina che hanno quadruplicato in pochi anni le morti per overdose. Secondo il New England Journal Of Medicine, sarebbero circa 95 milioni di persone a fare uso di questa miscela di farmaci e droga, ma la cosa da notare è che il fenomeno non colpisce affatto gli emarginati o gli immigrati recenti, ma la classe media che cerca di sfuggire all’inferno del proprio declino e in misura maggiore in quegli stati dove la crisi si sente di più. Insomma sembra di assistere alla concretizzazione di quella “guerra civile molecolare” preconizzata da Enzensberger nei lontani anni ’90, che fu tema di violente polemiche da parte dell’ intelligenzia amerikana d’Europa e manco a dirlo da parte delle sinistre appena convertite nonché dello stesso Fukuyama, inventore imperituro della morte della storia. Di quella terribile condizione di impotenza, di tempo “omogeneo e vuoto” tematizzato da Benjanim che trova sulla sua strada un Angelus Novus sotto forma di cartone animato della Disney. Se non fossimo implicati anche noi in questa caduta ci sarebbe da dire aiutiamoli a casa loro.

 

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Un po’ di Rivoluzione

Stormningen_av_vinterpalatsetOggi esattamente cento anni ci separano dalla Rivoluzione d’ottobre, ovvero dall’avvenimento che da qualunque parte lo si voglia guardare, è innegabilmente quello che ha determinato e informato di sé tutta la storia successiva. Eppure questo centenario, in un ‘epoca che ha eletto il futile, il formale e il vuoto rituale mediatico a sua regola di vita, passa praticamente sotto silenzio quasi fosse meno di una qualsiasi festa della nonna o della torta glassata, di una qualche ricorrenza volgarmente commerciale o persino meno di una quelle giornate della terra o dei buoni sentimenti ecologici fatte apposta per fingere un’attenzione e una che non ci sono affatto.

E non parlo solo dei media che sono di fatto in mano ai nemici di quella rivoluzione o di qualunque altra non sia provocata ad arte da essi stessi: languono anche i convegni, mentre per quanto riguarda il livello storiografico non è uscito nulla di interessante, nessuna nuova lettura dell’evento, quasi solo ristampe di vecchie cose. Va bene che ormai gli storici di parte comunista sono diventati una sorta di specie in estinzione che proprio per questo temono di perdere i caratteri originari e dunque sembrano evitare come la pesta ogni tentativo di portare nel secolo attuale i valori e il pensiero di quella rivoluzione, ma anche quelli che dovrebbero essere di area vagamente progressista, ancorché “liberale” che è la password inevitabile per entrare in ogni ambiente, non osano parlarne perché nel mondo attuale non è permesso discutere di comunismo, ma solo, se proprio bisogna toccare l’argomento, di demonizzarlo. E magari di far lievitare come se fosse pasta di pane le purghe di Stalin, fino a numeri assolutamente ridicoli (ricordo perfino un 100 milioni sparato da uno dei tanti sguatteri americo – liberisti), oppure di analizzare quante chiacchiere e deformazioni abbiamo dovuto subire sulle condizioni di vita nell’est europeo, ovvero in Paesi da sempre poverissimi grazie alle autocrazie zariste, asburgiche e ottomane, che non erano poi così terribili tanto da dare vita a una sorta di sentimento, di sehnsucht che va sotto il nome di Ostalgie e per converso di Westalgie, ossia di rimpianto per ciò che al di là della cortina di ferro si credeva dell’occidente e che si è rivelato falso.

Per fare questo il pensiero unico nella sua forma più raffinata che tuttavia poi scende per li rami fino ad arrivare alle peggiori divulgazioni di marca anglosassone per bambini o millennials che sono poi la stessa cosa, ha elaborato a cominciare dalla fine degli anni ’70, ma sulla base di un vigoroso reazionarismo continentale che sprofonda nell’anti illuminismo, una stravagante e sommaria teoria per cui in realtà la rivoluzione d’ottobre non esiste nelle forme che sappiamo, ma è solo l’ultimo atto del giacobinismo e della rivoluzione francese. Detto così sembra una cosa complicata, da studiosi, ma fate mente locale e ricordate quante volte, già partire dall’epoca craxiana, avete sentito parlare di giacobini al posto di comunisti, soprattutto quando questi non esistevano più ed erano solo un bau bau elettorale o come qualunque rivoluzione venga alla fine, esplicitamente o surrettiziamente demonizzata, salvo quelle preparate dal potere globalista. Il fatto è che non ha nessuna importanza quale idea di società, quale obiettivo si ponessero Robespierre, Danton o Lenin e Trozkij a distanza di 130 anni, con in mezzo la rivoluzione industriale e l’esplosione del capitalismo dalle attività mercantili a quelle manifatturiere, l’importante è invece che venga esecrata qualsiasi rivoluzione in quanto capovolge il principio di autorità sostituendo il popolo al dio garante del potere fabbricato dalle elites e successivamente restaurato sotto forma di profitto e mercato.

Proprio questa progressiva desertificazione e pressione ossessiva del pensiero unico non ha consentito se non occasionalmente ed individualmente di capire perché il comunismo reale sia esploso in Russia con la rivoluzione d’ottobre e poi si sia esaurito, senza per questo dover consentire una sorta di resa al reazionarismo dell’egemonia culturale. Anzi la pattuglia di chi si rifiuta di giocare alla storia come se fosse un Monopoli, finisce fatalmente per arroccarsi e per non tenere in considerazione proprio quelle possibili evoluzioni che ci furono nel bolscevismo sovietico e che vennero di fatto sterilizzatate dagli apparati e dalla guerra di accerchiamento dell’Urss condotta in varie fasi dall’occidente capitalista con la sola esclusione della seconda guerra mondiale: la Nep, le riforme di Lieberman in epoca kruscioviana, i fermenti nei Paesi satelliti, Trapeznikov, se si vuole lo stesso Gorbaciov il cui peggior difetto fu quello di non credere egli stesso che fosse possibile ciò che stava facendo.

Si tratta di un vuoto di elaborazione non da poco perché non permette tra le altre cose di comprendere le trasformazioni subite dal comunismo in Cina e in altri Paesi del Sud est asiatico che ora vengono tout court definiti capitalisti semplicemente perché la mancanza di evoluzione del pensiero marxista e l’egemonia culturale neo liberista impediscono di pensare al mercato se non come assolutamente libero e dunque non condizionabile, orientabile, regolabile dalle politiche pubbliche e dagli stati: dove c’è mercato non può esserci comunismo. Tra l’altro anche questo concetto di Stato collegato alla nazione sembra loro indigesto quasi quanto lo è per i neoliberisti. Uno dei risultati di questo immobilismo difensivo che in realtà è un auto rapimento a favore dell’avversario,  è visibile, per esempio, negli imbarazzi verso Putin e la Russia che di certo non sono nè Breznev, nè l’Urss, ma che si trovano ad essere una grande potenza proprio in virtù dell’ammodernamento portato dal comunismo e dove le stelle comete della rivoluzione sono ancora molto amate.

Io però oggi festeggio.

 


Putin gioca l’occidente e crea la sua criptomoneta

1508339423067_1508339443.jpg--nasce_il_criptorublo__la_versione_russa_del_bitcoinPutin ne ha fatta un’altra delle sue, è ormai il Franti dell’occidente, quello che rompe le uova nel paniere. E questa volta è entrato come un bufalo infuriato negli oscuri recessi delle cripto monete come Bitcoin e centinaia di altre, preannunciando che Mosca entrerà ufficialmente in questo mercato parallelo con una propria criptovaluta, la quale però non sarà in mano a opachi meccanismi, ma verrà emesso direttamente ed esclusivamente dal governo federale russo. La decisione è stata presa ufficialmente, secondo quanto riferito dal ministro delle comunicazioni  Nicolaj Nikifirov, per impedire che la mossa venga fatta ” dai nostri vicini dell’Euroasec” ovvero di quei Paesi, soprattutto dell’Asia centrale nati dalla dissoluzione dell’ Urss.

E’ facile vedere che l’obiettivo reale non è certo di impedire che il Kazachistan o la Bielorussia mettano in piedi sistemi per drenare soldi dalla Russia, obiettivo per il quale avrebbero quantomeno bisogno di un grande fratello dietro le spalle, ma si prefigge due scopi principali. Uno più contestuale è di quello di mettere in piedi un meccanismo con il quale aggirare le sanzioni e attirare investimenti in Russia sapendo che i profitti tradotti in criptorubli saranno scambiabili immediatamente in qualche altra criptovaluta a scelta ed evitando ogni tassazione fino a che essi non verranno cambiati in una divisa ufficiale, per esempio in dollari. Una buona mossa di judo.

Per quanto riguarda la Russia al suo interno il criptorublo sarà immediatamente traducibile in rubli ufficiali, il che apre numerose possibilità pure agli operatori stranieri anche in considerazione del fatto che di fronte a transazioni diciamo così opache la tassazione massima sarà del 13 per cento. Ma l’obiettivo vero è un altro, ovvero riportare la moneta alternativa sotto la sovranità dello stato, impedendo che queste neomonete siano strumenti acefali per affermare definitivamente la sovranità assoluta del mercato. Bitcoin Ethereum e compagnia cantante si chiamano criptomonete non per la loro segretezza o la loro illegittimità, ma perché la loro gestione diffusa, priva, almeno apparentemente, di centri decisionali (poi ovviamente questi ci sono eccome), la contabilità delle transazioni viene operata attraverso sistemi criptati che dovrebbero imperire truffe o creazioni indebite. Tuttavia esse hanno qualcosa di inedito e al tempo stesso di molto antico nel loro dna, qualcosa di profondamente reazionario, mischiato a qualche carattere delle originarie teorizzazioni del capitalismo: non derivano da una qualche lavoro umano, vista che l’operazione di mining, ossia di acquisizione della moneta, viene fatta da algoritmi presenti nei computer dei cripto accumulatori o viene attuato presso agenzie dotate di macchine abbastanza potenti per questo compito, di fatto simile a un videogioco; hanno un carattere effimero simile alla celebre bolla dei tulipani in Olanda;  basano il loro valore sul fatto che il numero di criptomonete creabili è limitato, facendo propria la teoria della scarsità che è il fondamento dell’economicismo ontologico del capitale; per qualche verso rassomigliano a uno schema Ponzi sia perché  queste monete nella realtà concreta non implicano un reale scambio di beni e servizi e dunque il loro valore è esclusivamente autoreferenziale, sia perché chi le possiede non ha alcun interesse a tradurle in divise ufficiali per qualche operazione visto che in questo caso il valore sarebbe sottoposto a tassazione e questo vale a maggior ragione per eventuali venditori.

Di fatto esse sono nate dopo la grande crisi del 2008 non in polemica col sistema finanziario, ma anzi come suprema incarnazione di esso costituendo una forma di valore che si crea dal nulla, che viene gestito unicamente da un mercato al suo stato puro senza riferimenti a nessun altra realtà e che non viene garantito da nulla se non da chi ha le capacità finanziarie reali di crearlo e/o di procurarselo e di asseverarne il valore. Dunque una moneta solo apparentemente senza testa, ma nel concreto guidato da privati sconosciuti e non da istituzioni, nel caso concreto da Stati. Una moneta per creare false illusioni di libertà. Già la nascita stessa del Bitcoin primogenito della specie è avvolto dal mistero, essendo l’inventore ufficiale un improbabile Satoshi Nakamoto, nom de plume, anzi di soldi che sa lontano un miglio di operazione coperta. Questo ad onta delle critiche ufficiali che una certa finanza rivolge a queste divise parallele.

In ogni caso la mossa di Putin è stata quella di decostruire tutto questo, non semplicemente criticandolo o vietandolo, ma anzi buttandocisi dentro per svuotarne il significato e il pericolo, ovvero ritornando a fare dello stato il garante e l’emittore della cripto valuta pensata nelle sue premesse con con l’intenzione di spazzare via i residui ambiti di sovranità, cittadinanza e valore del lavoro, per giunta fingendosi alfieri di una battaglia contro la finanza per così dire ufficiale, in modo da attirare tutti i polli possibili.


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