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Tagliare le teste

Avrei evitato volentieri di parlare dei decapitati di Francia, paese dove le guerre di religione hanno fatto un innumerevole numero di morti e dove ancora oggi Parigi val bene una messa o magari anche una moschea. E poi a parte la decapitazione, altra specialità che ha visto la Francia all’avanguardia, cosa c’è da dire che non sia stato detto innumerevoli volte e inutilmente su integrazione fallita e integralismo in crescita , sulle migrazioni forzate o sulla straordinaria capacità di un terrorismo gestito per le guerre d’oltremare, di dare una mano al potere francese quando esso è in crisi e ha bisogno di depistaggi emotivi? Nulla, se non fosse che la particolare efferatezza degli episodi, il loro presentarsi come guerriglia di religione innescata dalle famose vignette anti mussulmane, nonché il tipo di reazioni  che vengono dal globalismo, presentano elementi di particolare chiarezza in una questione  aggrovigliata e confusa, quella di una sempre più sospetta libertà di opinione che viene di fatto negata quando questa è sfavorevole agli indirizzi del potere (vedi il caso Dieudonné che tuttavia non è l’unico)  creando figli e figliastri e quello di una laicità che vorrebbe porsi come orizzonte che contiene e permette il multiculturalismo, ma che invece, una volta spogliata dall’ ipocrisia, si rivela una banale boite a penser per tenere assieme pensiero unico inderogabile e società multietnica omologata

A questo punto delle cose ciò che maggiormente si oppone a una sorta di nuovo ordine globale di stampo quasi teologico sono da una parte gli stati come organismi dotati di residua sovranità rispetto ai poteri economici oltreché di una identità storica, dall’altra le religioni che per loro stessa natura sono portatrici di messaggi autonomi e in qualche caso antitetici rispetto alle ideologie di mercato, una volta oppio dei popoli visto che risolvevano le contraddizioni sociali in un aldilà che però adesso è diventato troppo ingombrante perché veicola l’idea della morte e della finitezza che spiace a un sistema che vive di eterno presente . E infatti dopo gli ultimi episodi terroristici i commenti del salotti buoni sono che bisogna fare piazza pulita delle religioni, principale ostacolo verso il mondialismo omologato. In questo contesto il racconto degli atti terroristici naviga nel nulla assoluto, a leggere i dotti commenti parrebbe che i terroristi partano dall’eden del grande Veglio della montagna per vendicare Maometto. Non si può escludere che  le volgarissime vignette di Charlie Hebdo possono anche essere la miccia che accende un qualche  folle, magari inconsapevolmente teleguidato, ma il cuore del problema è che da due decenni la Francia si è impegnata in avventure di sapore neocoloniali in Paesi mussulmani, come Afghanistan, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Ciad, Somalia, Libia, Mali settentrionale, Iraq, Siria e Yemen. e i morti civili si contano a decine di migliaia, le distruzioni a cifre incalcolabili, anche senza parlare delle ruberie permesse dal Cfa, il franco africano gestito da Parigi: forse questo non è terrorismo perché chi lo pratica indossa una divisa?  Si può davvero pensare che ciò non abbia conseguenze e che ci dobbiamo bere la narrazione delle vignette? Del resto anche la laicità eurocentrica che gronda ipocrisia da ogni poro si perde spesso nel grottesco, cercando per esempio di eliminare i simboli religiosi o le tradizioni collegate ai culti, offendendo sia le popolazioni locali che vengono deprivate delle loro ritualità, ma senza alcun  effetto inclusivo per le popolazioni immigrate e le culture che portano con sé: il fatto è che l’occidente non riesce a concepire nulla al di fuori di sé che prende come norma assoluta. Prendiamo il velo nelle sue varie declinazioni, esso non può essere indossato in Francia  in quanto simbologia religiosa non tollerato dalla repubblica laica. Ma non si pensa ciò che dovrebbe essere ovvio: che per un mussulmano l’assenza di velo è a sua volta un simbolo religioso. In poche parole non è che nascondendo qualche “segnale” si risolva granché e del resto la globalizzazione non è pensata nel rispetto di tutti, ma nella omologazione di tutti e nello sfruttamento dei pochi sui molti.

Bene, non vorrei perdere di vista ciò che mi premeva sottolineare: la battaglia globalista contro le religioni si rivolge specialmente contro l’Islam perché è il credo religioso con il nucleo più duro da penetrare, sia perché diviso in varie correnti e sottocorrenti storiche, sia perché senza autorità teologicamente superiori alle altre che non derivino dal prestigio. In questo contesto culturale è stato possibile solo introdurre elementi di fanatismo dei quali ci si è paradossalmente serviti per eliminare regimi e movimenti laici in seno all’Islam che avrebbero potuto portare a rinnovamenti dottrinali non in linea col capitalismo. Ben altra situazione  si ha nella chiesa cattolica molto più facilmente scalabile perché guidata da un gruppo ristretto di persone e infatti ormai da vent’anni ci sono pressioni enormi sul Vaticano da parte di organismi come l’Ue e l’Onu con le sue molteplici commessioni per la modifica delle questioni dottrinali, con specifiche richieste di ammettere le donne al sacerdozio, di cambiare il magistero su contraccezione e l’aborto e di modificare la propria teologia morale sul matrimonio e sull’omosessualità in maniera da trasformare la vecchia religione in un teismo buono per tutte le latitudini, insomma in un culto del tutto innocuo e allo stesso tempo insignificante.  Le pressioni e i richiami sono stati ancora più numerosi di quelli esercitati nei confronti della Cina e hanno portato persino alle “dimissioni” di un Papa, e tuttavia non si capisce con quale criterio delle istituzioni laiche possano intervenire in questioni teologico morali, anche se si fosse completamente d’accordo con le richieste di modernizzazione. Il fatto è che da libera Chiesa in libero Stato si è passati a non libera Chiesa in non libero Stato di cui papa Bergoglio con il suo sincretismo e con la sua furbesca evasività è un’espressione fin troppo evidente: la stessa laicità non è più vista come un concetto politico, da sviluppare dentro la democrazia, ma come fatto teologico.

La società futura secondo il mondialismo non ha posto per qualcosa di significativo in qualsiasi campo: tutto deve essere irrilevante e condiviso proprio in quanto tale. E’ l’esatto contrario di una società multiculturale dove qualcuno potrebbe pensare di non voler stare al gioco e di ribellarsi.


Un Papa radical chic

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Gli omosessuali sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo”. Poche parole estrapolate da una intervista contenuta nel docufilm “Francesco“ di Evgeny Afineevsky, hanno suscitato  unanime giubilo, soprattutto in laici e agnostici che, in attesa di tardive conversioni da conseguire come l’ultimo successo editoriale una volta giunti allo status di venerabili maestri,  si guardano intorno alla ricerca di oggetti di idolatria politicamente corretta.

E grande esultanza si è registrata anche per un’altra dichiarazione molto riportata dai giornali:   Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

A questo pontefice piace vincere facile: in Italia la legge  invocata è già stata approvata, quindi  non c’è stato bisogno di adontarsi per eventuali ingerenze nella vita democratica di un paese straniero, i cui tribunali non vengono riconosciuti nel caso del crimine di pedofilia in attesa di quello del Cielo.  E semmai il problema è che le condizioni economiche del Paese hanno reso i matrimoni e le convivenze un lusso per privilegiati, che possono permettersi una casa, nella quale, privilegio ancora più esclusivo, mettere al mondo una prole.

E lo dimostra anche  una telefonata opportunamente ripresa nel film che il papa fa a una coppia di omosessuali italiani che gli avevano indirizzato una lettera, Andrea Rubera e Dario Di Gregorio, genitori orgogliosi di tre figli piccoli  grazie alla “gestazione per altri” avvenuta in Canada, e che lo avevano interpellato per “superare l’imbarazzo”  che provano  nel portare i bambini in parrocchia alle lezioni di catechismo. 

Pronta la risposta di Francesco: “ I bambini vanno accompagnati in parrocchia superando eventuali pregiudizi e vanno accolti come tutti gli altri”, per nulla imbarazzato, lui, dalle modalità contrattuali della felice surrogazione, visto che ormai i “prodotti” erano già confezionati e si trattava magari di tre contributi alla natalità   messa in pericolo da leggi che permettono l’aborto legale contrastato da volonterosi obiettori in grazia di Dio.

Quella grazia invece non spetta a chi chiede di morire con dignità, di mettere fine a una esistenza ormai ridotta a dolore e umiliazione. Pochi giorni prima dell’edificante e compassionevole indulgenza plenaria in favore delle coppie omosessuali, era stato pubblicato  da parte della Congregazione della Dottrina della Fede, un lungo documento sull’eutanasia e il fine vita  redatto dall’organismo guidato dal  cardinal Luis Francisco Ladaria, uomo di fiducia di Francesco che lo ha scelto per succedere al tedesco Muller.

C’è ben poco di misericordioso nella requisitoria del  Samaratinus Bonus , che nega agli individui il diritto di decidere della propria vita e della propria morte,  permettendosi di compiere  scelte che la religione condanna come empie,  innaturali e delittuose tanto condannarle come crimini. Confermando l’approccio teocratico in virtù del quale le leggi divine devono tradursi in leggi dello stato, condizionandole e ostacolando qualsiasi  valore che non si uniformi alle interpretazioni che la chiesa dà di volta in volta dei suoi dogmi.

Fanno bene i vecchi irriducibili della laicità a non fidarsi se al deflagrare del caso Becciu c’è stato un affaccendarsi solerte di esegeti della enciclica “Fratelli tutti” sottoposta a ostensione in modo da creare un sapiente contrasto tra i misfatti speculativi del finanziere maneggione, prudentemente licenziato prima degli articoli di stampa sullo scandalo, e l’immaginetta votiva di un Papa che rifiuta le mollezze vaticane, incarnazione della chiesa dei poveri per i poveri e di una francescana ingenuità, tenuto all’oscuro di trame e intrighi orditi dai mariuoli che avevano avuto accesso alle segrete stanze a pure ai conti in banca personali del pontefice.

Non si tratterà di un documento programmatico dei un partito riformista europeo: il Pd guarderebbe alla bolla come a un volantino anarco-insurrezionalista meritevole di galera come i No-Tav, ma l’ecumenismo generalista dell’enciclica potrebbe rappresentare il manifesto temporale della nuova religione del politicamente corretto, con tutta la volonterosa cassetta degli attrezzi messi insieme in occasione della Dottrina sociale della Chiesa, modernizzati per accogliere i valori  antiglobalisti ma cosmopoliti,   antiindividualisti, antirazzisti, antinazionalisti, antisovranisti (fatta salva la “specialità” dei poteri autonomi del Vaticano),  antipopulista.

Il fatto è che chi si sente orfano della sinistra dovrebbe smettere di fare scouting alla ricerca di nuovi idoli e nuovi profeti. Il papa fa il papa e non è ragionevole aspettarsi il riscatto e la liberazione degli sfruttati dalla sua propaganda fide, che proprio come quei “fermenti” graditi e integrati nell’establishment si fermano alla superficie del contrasto al consumismo e non alla teocrazia del mercato, all’Impero del Denaro e non al capitalismo, da combattere con le armi della carità e della pietas e delle pari opportunità al posto della lotta di classe.  

E infatti riprendendo  un’affermazione già contenuta in Laudato si del 2015, reinterpreta il concetto di  proprietà“, per sottolineare quella che dovrebbe costituire la sua fertile vocazione: “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”,    condizionando il  possesso (diritto secondario)    all’ipoteca del riconoscimento e soddisfacimento del  “diritto”  dei più svantaggiati,   diritto primario, quello,  che stabilisce la “destinazione universale dei beni “.  

Come a dire insomma che il nostro frigorifero in cucina sta alla pari con la cassaforte di Fca o Amazon, ugualmente obbligati ad amministrare i loro “beni”, a “valorizzarli” e restituirli in forma di benefici per tutti, purché, lo si ricordi, “senza alcun cedimento alla concezione e alla prassi comunista dei beni e del loro possesso, concezione e prassi in cui la persona e le comunità di persone vengono posposte e asservite allo Stato”.

Ci risiamo dunque con  la conferma di principi di solidarietà e fraternità  intesi come dovere morale individuale e collettivo e non come responsabilità personale e comune che può e deve esprimersi anche a livello istituzionale come doveri dello Stato, delle istituzioni, delle rappresentanze incaricate di garantire libertà dallo sfruttamento, così come di espressione, credo, inclinazioni, aspettative.

Si sa che la povertà culturale e morale dell’ideologia neoliberista esige il ripristino di vecchi miti e nuove narrazioni, per puntellare la mercificazione totale, così insieme a  teorie gender, diritti civili senza diritti sociali, emancipazione senza liberazione, fino alla triade tornata in auge: Patria (senza Stato sovrano), Famiglia(possibilmente arcobaleno e liquide) e Dio, quello capace di idealizzare e confezionare una falsa coscienza, quell’ombrello “etico” necessario a legittimare e “addomesticare”  l’ordine economico e sociale esistente in modo che sia accolto di buon grado e interiorizzato da chi lo subisce.

Ma non sarà che Francesco è rimasto l’ultimo radical chic?


Sacrestia Italia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La rivelazione della pia infamia ci ha colto di sorpresa, quando, grazie alla denuncia su un social di una signora di Roma, abbiamo scoperto che al cimitero Flaminio  esiste  una distesa di croci di legno, con su scritto col pennarello nomi di donna e numeri di registro, le generalità, cioè, delle donne che all’indomani dell’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo che delega all’ospedale la procedura di “smaltimento” del feto

Il garante della privacy, e oggi la magistratura ordinaria, ha aperto una indagine: nessuna era a conoscenza della pratica di “sepoltura”, nessuno poteva immaginare che una  decisione presa nell’ambito di una legge dello stato, legale quindi, fornisse l’occasione per criminalizzare con tanto di nome e cognome un atto che scaturisce da una  dolorosa riflessione, da una scelta grave e motivata, legittimo quindi.

Però la sorpresa non è giustificata: nel 2012 la vice sindaco Sveva Belviso, primo cittadino Alemanno, apriva con una toccante cerimonia  il “Giardino degli angeli“, un’area di 600 metri quadri nel cimitero Laurentino dedicata alla sepoltura di quei bimbi che non sono mai venuti alla luce a causa di un aborto praticato ai sensi della legge tra la ventesima e la ventottesima settimana di gravidanza, un giardino, scriveva allora la compunta stampa locale, “ con camelie bianche e due statue in marmo raffiguranti angeli alati a vegliare sulle tombe dei ‘bambini mai nati’, un vero  inno alla vita“.

E un anno dopo a Firenze, sindaco Matteo Renzi, il consiglio comunale approva una delibera per la realizzazione, cito ancora, del “cimiterino dei prodotti dell’aborto e del concepimento”, passata a larga maggioranza grazie al caldo appoggio del Pd e caldeggiata con fervore dall’allora assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima al primo cittadino, avvocata e in questa veste legale dell’Istituto Diocesano.

Una breve ricognizione su Google, poi, dimostra l’esempio è stato largamente seguito grazie al dinamismo di movimenti per la vita mobilitati contro l’assassinio a norma di legge, associazioni, gruppi di pressioni e lobby, che tocca sempre dar ragione a Rosa Luxembourg che sosteneva che dietro a un dogma c’è sempre un affare. E dire che la possibilità di seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90, che autorizza alla tumulazione chiunque si sente di farlo. Mentre non c’è legge o provvedimento che autorizzila più vergognosa e sordida delle propagande, con l’intento di criminalizzare, di lanciare anatemi e pubbliche condanne contro le donne, umiliando e offendendo la loro scelta meditata, che è libera solo perché tutelata da una legge dello Stato, ma che risponde a necessità dolorose e imposte da fattori sanitari, familiari, economici. Perché, bisogna ricordarlo, mettere al mondo una creatura malata o a rischio della madre, non potendole garantire un futuro dignitoso e felice è, quello si, un reato, commesso da un sistema sociale che seleziona i potenziali possessori del diritto a concedersi il lusso della procreazione.

Abbiamo proprio commesso una colpa, tutti, abbassando la vigilanza non soltanto sulla continua sospensione criminale di un diritto, il più infelice, ancora più di quello di scegliersi una morte dignitosa, attuata con i mezzi illegali e illegittimi del ricorso all’obiezione di coscienza, molto in uso negli ospedali pubblici a beneficio delle strutture private e abusive, ma sugli attentati che ogni giorno si compiono ai danni delle prerogative e delle garanzie  che fanno della sopravvivenza una esistenza piena e consapevole in ogni età.

E infatti proprio mentre le cronache si occupavano del  caso di Angelo Becciu, cardinale dimissionato da papa Francesco perché accusato di speculazione finanziaria e immobiliare e di aver distratto soldi per scopi personali dall’Obolo di San Pietro collettore di offerte e donazioni per le azioni sociali della Chiesa nei confronti dei poveri, il ministro della Salute coglieva l’occasione per nominare un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, quel Monsignor Vincenzo Paglia gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, e, tanto per non sbagliare, influentissimo consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio.   

Non è la prima volta che il ministro rivela le sue scarse difese immunitarie dal virus del ridicolo. Non bastava scegliere una autorità confessionale per gestire una commissione tecnica di carattere istituzionale,  non bastava selezionare un soggetto che ricopre funzioni strategiche in uno Stato straniero, toccava proprio mettergli nelle mani il dossier spinoso di un settore infiltrato da  opachi interessi privati, minacciato dalle pretese di “autonomia” di regioni nelle quali si è consumato l’eccidio degli anziani e che coltivano la pratica delle regalie e degli accreditamenti alle strutture sanitarie gestite dalla chiesa e dal suo personale, non sempre in cuffietta e abito talare, che non ce n’è bisogno.

Ogni tanto bisognerebbe togliere le ragnatele da certi frasi storiche: fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mentre lascerei chiusa nei sussidiari “libera Chiesa in libero Stato”, perché via via che la sovranità statale, e popolare, è andata riducendosi non solo in economia, ma in tutti i settori della società, minando perfino le basi dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di espressione, opinione, voto, culto, si sono invece rafforzati i “poteri”, compreso quello della religione maggioritaria.

Non c’è da stupirsi. Sarà vero che c’è una crisi delle vocazioni, sarà vero che le chiese sono vuote,  sarò vero che il capitalismo, e il consumismo, provvede alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le religioni,  ma il potere di influenza del cattolicesimo e della sua  concezione della società che condiziona la politica, l’informazione, lo spettacolo conserva una potenza formidabile, che infiltra scelte, comportamenti, discipline, contesti strategici e cruciali della cittadinanza: istruzione, contraccezione, aborto, assistenza agli anziani, eutanasia, salute. 

Ci voleva anche l’emergenza sanitaria, dopo quella “finanziaria” a  rafforzare la triade Dio, patria e famiglia, con tutta la genesi di rinascita dei buoni sentimenti, con la remissione dello spirito di rapina, dell’aggressività della competizione che, raccontano, farà superare il momento selvaggio dello sviluppo illimitato,  con  il recupero del senso di unità nazionale e  la rimonta incontrastabile del focolare domestico e dell’idealizzazione dei suoi angeli divisi con soddisfazione tra part time e cura dello sposo, della progenie e degli anziani superstiti.

Per dare un po’ di guazza all’antitesi colpa-espiazione ci si sono messi pure rituali apotropaici: amuchina all’ingresso come fosse l’acquasantiera, maledizioni e anatemi contro gli infedeli del Covid, esegesi bibliche del morbo in qualità di piaga – che poi erano dieci e non sette e chissà cosa ci attende, come punizione divina.

E tanto per chiarire che la laicità è un optional, un capriccio che non possiamo permetterci, perché sarebbe come voler difendere l’autonomia dei cittadini dalle pretese della chiesa alla pari del volerli tutelare da quelle dei padroni, delle banche, ogni giorno qualcuno ci indottrina sull’opportunità della rinuncia a diritti e libertà, in nome della necessità, in nome del benessere, in nome della salute, in nome della sicurezza e anche in nome del risarcimento cui potremo aspirare nell’aldilà perfino i più fervidi liberisti si improvvisano trinariciuti commentatori di Gramsci che aveva guardato all’egemonia del cattolicesimo come a un modello frutto della cultura popolare, che, ammoniscono,  oggi potrebbe salvarci dall’alienazione capitalistica, per non parlare del saccheggio interessato di Weber che considerava l’esperienza religiosa una «sfera vitale», profonda e decisiva.

Ma ancora più appassionato e dolente è il richiamo dei tanti che per descrivere e salvaguardare la nostra cifra identitaria, che poi sarebbe quella della democrazia occidentale, estrae dal cassettino della memoria “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia” (Galli della Loggia dixit), quello che viene rivendicato come fondamento insostituibile dell’Europa, che avrebbe la potenza di contrastare il rischioso e rinunciatario meticciato e quella allarmante supremazia islamica incompatibiel con la civiltà superiore e i suoi sistemi istituzionali, che offende e reprime le donne, impedisce e censura la libera espressione impone la sua mistica e la sua morale in forma di etica pubblica.

Insomma per garantirsi l’ammissione e la permanenza nella nostra civiltà superiore bisogno giustificarsi di essere agnostici, non-credenti e  laici, cui viene di fatto disconosciuta la pienezza della propria legittimità sui cosiddetti temi eticamente sensibili.

Non a caso, perché significherebbe porsi fuori dalle regole, della religione e del mercato, alle quali bisogna uniformarsi in veste di leggi di natura e che ormai hanno gli stessi obiettivi, se è evidente che alle gerarchie vaticane preme innanzitutto ottenere dal governo risorse finanziarie e strumenti legali per realizzare quella che ritengono la loro missione e la loro «battaglia per la verità» e «per la vita», proprio come ai governi e ai poteri secolari.

È talmente vero che l’imposizione dei dogmi e delle interpretazioni confessionali dei “fenomeni” ha talmente investito la scienza da diventare temi riconducibili a quella attrezzatura di verità dogmatiche  che hanno fondato  il cristianesimo (rivelazione, salvezza, incarnazione, redenzione), trattati come discorsi «antropologici» in aggiunta secolare di quelli teologici in modo da dare pienezza e poter imporre una dottrina, un messaggio, una “lezione” di parte come etica pubblica e sociale che deve necessariamente “informare” e impregnare le discipline scientifiche.

E’ talmente vero che questa concezione è entrata a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo con l’implicazione e connessione diretta   tra la dimensione della politica e quella della sfera strettamente biologica della vita.

È talmente vero che ci cascano tutti, non solo partiti e movimenti che cercano consenso in un elettorato assuefatto alle ingerenze e permeabile ai valori cristiani, la cui trasmissione è oggi affidata all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e alla beneficenza “privata”, ma anche a quelli che in questi giorni, pur denunciando a gran voce l’offesa recata al dolore e alla dignità di tante donne, usano la  tremenda formula “bambino mai nato” che attribuisce a un embrione fecondato identità di persona, sottintendendo una volontà assassina nell’interrompere il formarsi di un essere umano.    


Rossanda in esilio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una novellina di Cechov racconta di una giovane donna celebrata per la sua bellezza, alla quale però, per essere perfetta, sembrava mancasse sempre qualcosa. Una notte durante un periglioso viaggio in carrozza, una cimice si posa sul suo viso, suscitando il ribrezzo suo, della madre e delle cameriere sdegnate per l’affronto che la natura ha commesso ai danni della semidea. Ma ecco che la mattina, per una singolare magia, quella cimice si trasforma in un neo che con la sua umana imperfezione dona alla fanciulla un’avvenenza “compiuta”.

Sarà stato così per quella ragazza di confine? sul cui viso dai tratti fin troppo regolari si era posata una cimice, quel neo che è diventato una sua cifra, perfino una civetteria, che spiccava decisa e precisa come un tatuaggio sulla carnagione diafana a ridurre la sua impeccabilità.

E infatti proprio ieri e oggi, quando tutti ricordano Rossana Rossanda con quella spiacevole consuetudine contemporanea a esibire foto di famiglia, album dei ricordi e edificanti aneddoti che li vedono protagonisti accanto a lei, viene da pensare che qualcuno nel passato e ancora adesso, le rimproveri, senza dirlo, la mancanza di un neo che rendesse più imperfetta, è dunque più umana, quella sua intelligenza così aguzza, così pungente, così analitica e, alla lunga, onnipotente nella visione e  impotente nella pratica.

E’ che sempre di più accade che il rimpianto prenda il posto del compianto.

E nel nostro paesaggio sempre più arido e desertificato lei ci mancherà, come ormai ci manca da tempo qualcuno che regga la lanterna della ragione, quando le emozioni tristi e ormai senza passione hanno preso il sopravvento,

Anche se da anni Rossanda guardava a noi con quella che aveva definito la “giusta distanza”, avendo preferito vivere da forestiera altrove che da straniera in patria, quando la tua heimat diventa un marito, la fettina di quai che vedi dal balcone alzando la tendina, la stanza piena di libri letti e scritti, come altri ci mancava già. E non bastavano le rare interviste da esule illustre, che risvegliavano in alcuni il  rammarico per la siderale distanza da noi di una aristocrazia delle élite della quale invece avremmo voluto avere nostalgia se il suo posto era stato occupato dalle oligarchie dello sfruttamento sgargiante, provocatorio e ferino e dal dominio della cleptocrazia che occupa, deruba, umilia.

Però non era illegittimo chiedere che la severità fosse temperata dalla compassione, quella di Shopenhauer, che aiuta l’uomo a liberarsi dalla condanna del dolore universale grazie alla comprensione empatica della comune sofferenza, piuttosto che a indagare con il distacco dell’entomologo, o con quella lontananza richiesta da scienze inesatte: economia, antropologia, sociologia che impongono una lungimiranza così  appartata da diventare presbite.

A lei come a tanti altri è stata rimproverata l’eterna scontentezza, come se ci fosse qualcosa di cui gioire da quando sono tramontate le stelle polari del Progresso, che avrebbe portato benessere, salute, prodigi della tecnica, da quando ci siamo accontentati di una sicurezza che garantisce a pochi di mantenere certezze, beni e privilegi mentre assicura disagio e umiliazione per i molti, se condizione necessaria e sufficiente sia essere stati estratti dalla lotteria naturale con il necessario corredo dinastico, di rendita o di indole a una profittevole affiliazione.

La si è così accomunata e non a torto a quella avanguardia culturale, intellettuale e morale pronta a morire per le masse, ma restia a camminarci insieme e anche a mettersi alla loro testa.

Era ben difficile il compito di chi avendo scelto di criticare il capitalismo ma anche il socialismo che nella prassi non sa contrastarlo, è condannato a un isolamento per quanto dorato, a un esilio, a una marginalità e a una solitudine che non riescono a essere fertili. E che, a vedere la mesta fine del giornale che aveva contribuito a fondare, ridotto a house organ del “riformismo neoliberista”, non hanno saputo essere nemmeno pedagogici e formativi.

Ma non è giusto addossare solo a quella élite la colpa comune a chi non ha saputo rispettare il mandato di rappresentanza e testimonianza degli sfruttati, se si è scelto di limitarlo a quelle dei più educati, più affini, più gentili, più presentabili esteticamente e più integrabili in quella cerchia che prudentemente ha dismesso gli eccessi intemperanti della lotta di classe incompatibili con la democrazia e la modernità.

Come se non fosse un peccato mortale condiviso esserci lasciati aspirare in una spirale del silenzio che zittisce il dissenso imponendo l’autocensura per motivi di necessità, opportunità, conformismo e pure per cause sanitarie, aver aderito a una ideologia che esige la rinuncia alla sovranità di Stato ma soprattutto di popolo anche grazie alla progressiva riduzione della rappresentanza, perfino in termini numerici e votata dei cittadini che si sono illusi di praticare così una vendetta puntando contro di sè le armi spuntate messe a disposizione benevolmente dai carnefici.

Troppi Attila hanno fatto terra bruciata delle geografie che dovevano essere illuminate dal sole dell’avvenire, troppi i rinnegati che hanno promosso le regole inique del mercato a leggi naturali incontrastabili, troppi i realisti che vogliono persuaderci che i diritti che hanno conquistato con fatica le ragazze e i ragazzi del secolo scorso sono ormai confermati, collaudati e inalienabili, così che il conflitto di classe, la lotta anticapitalistica  e antimperialistica sarebbero solo attrezzi arcaici ereditati da un passato troppo lungo e superato che potrebbe avere addirittura la colpa di farci vergognare della nostra collera.

È un istinto animale quello che ci fa incolpare i leader, i capo branco, gli illuminati, della nostra defezione “umana” e civile, se ci siamo arresi a un civismo fatto di disinfettante e mascherine, a una solidarietà limitata alla carità, a una redistribuzione ridotta a elemosine erogate discrezionalmente e attinte dei nostri portafogli.

E’ vero che ci hanno lasciati soli, ma è successo da tempo, almeno da quando ci siamo lasciati soli da noi stessi.


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