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I sogni: fenomenologia del liberismo pop

margaret-thatcher“Non rinunciate ai vostri sogni”. Rimbecilliti da caterve di robaccia televisiva americana prodotta per un pubblico lobotimizzato in precedenza, non ci accorgiamo che questa frase pronunciata immancabilmente al momento di sbattere fuori qualcuno da una trasmissione è una presa in giro, un modo per nascondere la contraddizione fra una sorta di amuleto narrativo per il quale se ci si impegna e si sgobba si arriva sempre al successo e invece la realtà della sconfitta e della competizione senza prigionieri. Apparentemente sembrano sciocchezze, frasi buttate lì come tante, premi verbali di consolazione, ciarpame televisivo insomma, ma la continua riproposizione ossessiva di questo leit motiv che finisce col diventare ritualità, ne rivela il carattere catechistico e una natura tutt’altro che occasionale nella quale si sintetizza l’alfa e l’omega del neoliberismo nella sua forma pop.

Dapprincipio, ovvero nel lungo dopoguerra di un capitalismo non globalizzato, keynesiano per necessità, c’era il principio di “responsabilità” dei singoli che discolpava in sede di indagine preliminare ogni peccato della società nel suo insieme e che coniugata al sogno americano formava il cemento sui si fondava il potere. Poi, man mano che la responsabilità si faceva più ardua e il sogno cominciava a disfarsi alla miscela non più così salda sono stati aggiunti due elementi per consolidarla: la competizione che scartava i “perdenti”, tali perché  avevano voluto esserlo, regalando alle vittime del neoliberismo anche il complesso di colpa e la valorizzazione della diversità, intesa sia dal punto sessuale che da quello di una presunta talentuosità e creatività che poteva aprire la caverna di Aladino. In questo modo si sono raggiunti alcuni scopi essenziali: il primo di mettere il velo sul declino e sulla realtà che stava trasformando gli Usa e il suo 51° stato informale chiamato Gran Bretagna da terra di opportunità a Paesi con minor mobilità sociale al mondo, come si può agevolmente vedere in questa tabella del New York Times. Un’ evidenza peraltro pedissequamente mobilitaignorata o negata dai “giornali della verità” e dagli informatori del sentito dire quarant’anni prima che continuano a suonare sempre la stessa musica sul loro organetto stonato e ipotecato al padrone. Il secondo è stato quello di coinvolgere e travolgere anche l’area progressista nell’appoggio al neo liberismo grazie ai temi emancipatori che hanno finito invece per azzerare qualsiasi idea di emancipazione sociale. E’ stato facile mettere un pezzettino di carne nel piatto di lenticchie con cui si è rinunciato alla tutela dei diritti, del lavoro, della dignità e dei salari.  Il piano è perfettamente riuscito e come ha fatto notare qualcuno ancora oggi la parte maggioritaria dei democratici americani, quella che Nancy Frazer chiama la sinistra neoliberista, invece di analizzare e di scandalizzarsi per le manovre clintoniane che hanno fatto fuori dalla corsa per la presidenza Sanders e la sua visione sociale della deglobalizzazione , preferisce demonizzare Trump. Nemmeno accorgendosi che proprio le sue scelte, il suo silenzio, la sua cattiva coscienza ha contribuito ad eleggerlo.

In questo modo in Usa, ma soprattutto in Europa, cioè in un ambiente più complesso e meno favorevole ai primitivismi dal neoliberismo rampante, temi come la sovranità, la critica al mercato globalizzato o agli strumenti monetari e politici su cui si basa, sono diventati populisti e nazisti, secondo la dizione di questi naufraghi ideologici che davvero non riescono ad uscire dalle maglie del pop, ovvero dal mal gusto e dall’intelligere scadente mediaticamente organizzato. E’ già penoso dover vedere che le speranze e le idee di molte generazioni siano finite nelle mani di pessimi maestri ogni tempo e di piccoli burocrati senza testa, attaccati alle loro modeste rendite, ai loro traffici marginali col potere e che per giunta ritengono di essere elite cognitiva, ma è intollerabile vedere come certe sciocchezze riescano ancora a costituire un alibi per chi non ha né il coraggio di guardare fuori, né di guardare se stesso. No, per carità non rinunciate ai vostri sogni quando vi faranno a pezzi.

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La corporocrazia degli ipocriti

multinazionaliL’idiozia contemporanea ancor più della coeva ipocrisia tenta di lavorare ai fianchi, di nascondere i problemi del fallimento europeo proponendo un’equazione nella quale sovranità e nazionalismo sono gemelli inseparabili e traendo da questa equazione sinistri moniti per chi non voglia arrendersi alla cessione di sovranità verso entità elette solo dal mercato e in poche parole dall’1% che comanda. Purtroppo questa associazione facile, ma spuria viene proposta anche da persone intelligenti e colte, ma troppo abituate alla topografia politica tradizionale per accorgersi della torsione del paesaggio dopo cinquant’anni di egemonia  culturale neoliberista con annesso crollo dell’Urss: i punti di riferimento ci sono ancora tutti, ma sono spostati in senso verticale e orizzontale come come dopo un terremoto per cui proseguire sulla vecchie direttrici non porta a maggiore democrazia e libertà, ma verso la sovranità assoluta del privato. E in questa confusione non si può che fare ricorso a un concetto altrettanto confuso, volto al fraintendimento più che alla comprensione come il populismo.

Per questo forse non è male abbandonare per un attimo la cronaca e cercare di definire i concetti di fondo. Cos’è la sovranità? Seguendo un filone che va da Weber a Sartori, cioè rimanendo nell’universo capitalistico, essa è il diritto di esercitare il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo (con il monopolio esclusivo della forza) su una regione, un territorio, uno stato o un popolo. Ma detto questo ci sono diversi tipi di sovranità ovvero quella:

  • di organismi religiosi coincidenti col potere temporale che viene chiamata teocrazia.
  • di una sola persona solitamente con legittimazione divina che porta il nome di monarchia
  • di poche persone ovvero l’oligarchia
  • di organismi rappresentativi della nazione, ovvero democrazia parlamentare
  • del popolo, ovvero democrazia diretta
  • di poteri economici transnazionali ovvero corporocrazia

Va da sé che nella realtà concreta è difficile trovare esempi puri di questa gestione della sovranità, che alcuni elementi si mescolano fatalmente, ma è facile notare come in pochi decenni siamo passati dallo stato democratico che attraverso la sovranità, regolata dalle Costituzioni, garantiva la partecipazione dei cittadini, a una sorta di oligarchia liquida, resa possibile dallo sfaldamento dei sistemi politici, nella quale la rappresentatività è diventata rituale e formale  alla corporocrazia o governo delle multinazionali nel quale la cittadinanza, i diritti ad essa connessi e la dinamica politica delle democrazie conosciute sono del tutto assenti. Quindi invocare valori di sinistra come l’uguaglianza o il controllo del mercato e nello stesso tempo esorcizzare la battaglia contro gli strumenti attraverso i quali si è sono consolidate oligarchia e  corporocrazia è semplicemente un non senso o appunto un’ipocrisia.

La stessa ipocrisia che ha costretto uno stato sovrano, ma non nazionale come la Svizzera a cedere al ricatto delle multinazionali abbassando di un terzo le loro tasse e aprendo un buco enorme nei bilanci cantonali e federali che dovrebbero essere i cittadini a ripagare con un aumento della loro fiscalità e un corposo taglio al welfare di due miliardi l’anno. La mossa è stata sventata da un referendum popolare che ha bocciato la legge nonostante i ricatti, le minacce di andarsene e il gigantesco apparato di persuasione messo in piedi dai gruppi più interessati, ovvero Big Pharma. Da notare che queste multinazionali  sfruttano a pieno la rete dei servizi e delle istituzioni scolastiche svizzere per fare ricerca, ma in nome di un cosmopolitismo economico produttivo non vogliono pagare nemmeno il poco che versano attualmente ovvero il 9%. Immaginiamo un inferno come l’Unione Europea dove tutto questo accade senza nemmeno che i cittadini possano provare ed evitarlo con qualche referendum perché tutto è già stabilito nei trattati. Tuttavia opporsi a questa frantumazione di diritti, richiedere la restituzione di una sovranità sulla cui alienazione il popolo non è mai stato interpellato, diventa pericoloso nazionalismo o populismo.

Siamo di fronte a una situazione storica inedita in cui le Costituzioni che definiscono le modalità di esercizio della sovranità non contano appunto più nulla, o non si vogliono più far contare nulla perché la sovranità sta passando a soggetti privati.  Occorre reagire e di tutto abbiamo bisogno salvo di quelli che suonano sempre lo stesso disco.


Basta bufale del boldrinismo

boldrini-spara-contro-twitterMi piacerebbe guardare in faccia, una per una, le 14 mila macchie umane che hanno firmato l’appello bastabufale di madame Boldrini, teso a reintrodurre la censura del principe nell’informazione in nome di una verità di parte. Mi rendo conto che molte di quelle firme sono sollecitate con tracotanza di potere per evitare alla campagna una figuraccia ancora peggiore e probabilmente altre sono nomi di fantasia come quella di Sandro il Bufalaro , in realtà un redattore de il Giornale che si è divertito un po’ a sottoscrivere l’appello, vedendosi  ringraziare  per la firma che è “un atto di responsabilità”. Tuttavia sarebbe interessante ai fini antropologici toccare con mano la sociologia grottesca di questo gregge.

Ma non è tanto questo che mi interessa, quanto la constatazione che la Boldrini è un emblema quasi perfetto della sinistra da salotto, uno dei tanti personaggi fasulli su cui si è riversata la fiducia e talvolta l’ammirazione di ignari militanti. Ricca di famiglia, vicina al potere grazie alla parentela non con il partigiano Arrigo Boldrini, ma con Marcello Boldrini, uno  statistico di rilievo, divenuto in seguito uno dei fondatori della Dc e poi  braccio destro di Enrico Mattei, deus ex machina di rincalzo di tutta l’industria italiana in qualche modo legata al petrolio fino a diventare vicepresidente dell’Eni e capo di innumerevoli comitati, consigli di amministrazione e chi più ne ha più ne metta. Guarda caso la signora Laura diventa subito dopo la laurea (con tesi sul diritto di cronaca a sottolineare l’oscuro presente) giornalista professionista all’Agi di proprietà dell’Eni  e a ruota entra alla Rai dove dà il massimo nella redazione di Rai Cocco in cui gestisce le “spogliatelle” ossia ragazze seminude destinate a far concorrenza alle tv di Berlusconi. Caduta l’ultima mutanda della trasmissione, forte di un viaggio in sudamerica ai tempi dell’università, secondo la tradizione dei grand tour dei ricchi e delle nuove competenze acquisite in Rai, fa un balzo inatteso e entra nei meccanismi dell’Onu arrivando all’incarico di portavoce ( non responsabile si badi bene) dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite per il Sud Europa, un ruolo prima inesistente, ma ritagliato apposta per lei. Anche qui possiamo intravvedere l’ombra lunga di Marcello Boldrini che per molti anni curò il periodico di statistica della Società delle Nazioni divenuto dopo la guerra il bollettino di statistica delle Nazioni Unite.

Stipendio da favola per 23 anni in cambio di attività quasi inesistenti, per non dire di una vera e propria sinecura consistente in serate, incontri, qualche comunicato stampa, qualche rara missione, mentre pian piano dall’alto di questo invidiabile culo al caldo diventa un personaggio di rilievo della sinistra persino di quella chiamata radicale e arriva infine alla terza carica delle Repubblica, in tempo per rinnegare tutto ciò in cui aveva fatto finta di credere al tempo dell’ Alto commissariato: ora appoggia ogni guerra, strage, infamia neo coloniale. In aggiunta vorrebbe pure censurare il dibattito su queste schifezze in pergetto accordo con l’oligarchia mondiale. Ma la sua storia – fatte le proporzioni- è cosa abbastanza comune nella storia della sinistra, anzi nella complicata galassia del progressismo italiano post berlingueriano, troppo spesso guidato, dopo la crisi del sistema politico formatosi nel dopoguerra, da personaggi di famiglie benestanti, poco inclini a studiare, ancor meno ad impegnarsi seriamente, del tutto estranei a quella cosa che si chiama lavoro, dedicatisi alla politica per naturale istinto al potere e al protagonismo oltre che grazie alle spalle coperte, alla mancanza di quella necessità che è l’assillo dei più: di certo non si potevano trovare rappresentanti più improbabili del mondo del lavoro e dei ceti popolari, gente che alla fine si aggrappa ai topoi rituali come succedaneo degli ideali.

Nello spettacolo del Pd e della sua agonia, in queste lotte di potere nelle quali il pensiero della società e dei suoi problemi, il dramma dei poveri e degli impoveriti, la rabbia dei pensionati rapinati a tradimento le questioni basilari di economia politica nemmeno compaiono nell’ordine del giorno, c’è anche molto di tutto questo. C’è molto del boldrinismo e del vertiginoso distacco dal mondo reale di questo ceto venuto alla luce  con la scomparsa della Dc e dalla mutazione del Pci, alimentato dal berlusconsimo: non mi stupirei la che presidenta ci invitasse prima o poi a mangiare brioche, una frase che Maria Antonietta non ha mai pronunciato e che con tutta probabilità  è solo una brillante invenzione di Rousseau nelle Confessioni. Ecco vedete a cosa si può arrivare quando si vuole a tutti i costi denigrare il potere. Alle bufale.


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