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Archivi categoria: politica

Genova, errori & orrori

ponte-morandi-genova-1Ho percorso decine di volte quel ponte, in un senso e nell’altro, nel vuoto di certe buie ore invernali e nelle file estive, ma sempre con un senso di inquietudine: quando si era in coda  lo si sentiva vibrare e ondeggiare al passaggio dei camion e persino dei furgoni nell’altro senso, anche se non essendo ingegnere pensavo che l’elasticità fosse un elemento voluto ed esattamente calcolato. Ma soprattutto ciò che lievemente mi turbava era l’incongruità dell’opera che ti spalancava attorno il mare: bastava far passare il tracciato stradale appena un po’ più a monte e il ponte avrebbe potuto essere molto meno “importante” e costoso. Non sarebbe stato il  primo esempio di ponte sospeso in calcestruzzo in Europa, altro fattore che lo faceva apparire imponente e fragile insieme, quasi sperimentale, non sarebbe stato insomma una grande opera bisognosa di continua manutenzione com’era e com’è nei “patti” non scritti che sono alla base dei lavori pubblici in questo disgraziato Paese, sia che si tratti di rotonde, che di autostrade, che di ponti.

Ma questa situazione è stata in qualche modo gestibile fino a che queste strutture, costruite con simili criteri,  sono rimaste all’interno della mano pubblica, dei suoi assetti produttivi, ma anche politici e per quanto ci riguarda da vicino nella tragedia genovese, in mano all’Iri. Poi sono cominciate le privatizzazioni che quando si parla di servizi universali non riproducibili, come quello della rete dei trasporti, cambiano completamente le carte in tavola perché mentre i profitti sono praticamente assicurati in qualsiasi condizione, le spese di manutenzione fanno scendere i dividendi e le azioni, sono dunque ridotti all’indispensabile, tanto che spesso poi – tramite ingegneria  contrattuale – è sempre lo Stato che deve intervenire per metterci una pezza.

Così quel ponte nel 1999 passò dalla Società autostrade del Gruppo Iri che pure in alcuni campi era stata un leader tecnologico, nelle mani di un cosiddetto gruppo Schemaventotto, il sotto questo nome inquietante, da golpe piduista, riuniva banche, fondazioni bancarie, società assicurative sotto la guida del maggior azionista spendibile presso il pubblico, ossia Benetton. Il crollo degli investimenti fu quasi immediato anche perché con quel potere dietro le spalle era possibile strappare pedaggi più alti a fronte di sole promesse di investimento, tanto che il governo Berlusconi tentò nel 2003 di confondere le acque con un lifting, ribattezzando la vecchia Società autostrade in Autostrade per l’Italia, come se questo fosse bastato a cambiare le cose. Ovviamente non le ha affatto cambiate anzi per evitare a questi ennesimi capitani coraggiosi le perdite dovute ad investimenti ormai necessari oppure una figuraccia, si pensò bene di andare oltre la semplice privatizzazione domestica e di vendere tutto ad Atlantia la società che gestisce le autopistas spagnole. Così che ai problemi della gestione privata si sommasse anche l’intrusione di un soggetto con ancor meno interesse a favorire interventi sulla rete italiana, visto che ogni difficoltà potenzialmente era in grado di spostare i flussi turistici e commerciali sulla Spagna, dove le partecipazioni di questa società sono amplissime e sinergiche dunque più pronube di profitti.

Ora supponiamo che il ponte di Genova avesse bisogno già da anni di costosissimi interventi di consolidamento,come avevano pubblicamente denunciato esperti ingegneri come Antonio Brencich, come diversi studi asseveravano e come si poteva dedurre dagli imponenti lavori fatti per sopperire ai molti problemi della struttura ancora in epoca di gestione pubblica- E supponiamo che per salvare la struttura fosse necessario chiuderla,  a tempo indeterminato del ponte: questo avrebbe sottratto una parte dei proventi dei pedaggi, costretto a mettere mano a percorsi alternativi, magari con l’allargamento di tratti della viabilità ordinaria e la realizzazione di bretelle di smistamento apposite facendo ulteriormente crescere le spese. Chi avrebbe avuto voglia e interesse a metterci mano? Magari bastava tentare qualche lavoro di consolidamento lasciando comunque aperto il ponte, mai pensando  alla reale possibilità di un suo crollo, pur essendo praticamente il primo al mondo del suo genere, realizzato quando ancora non erano ben chiare le dinamiche del cemento armato e dunque bisognoso di particolari attenzioni e verifiche. L’ amara ironia è che le aziende italiane sono quelle che hanno costruito o fornito tecnologie di conservazione e manutenzione praticamente ovunque siano stati realizzati, a partire dagli anni ’90 ponti di questo tipo. Nemo ponte in patria.

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La sacra sola d’Italia

tris-di-primi-totelliVisto che i giornali e molti siti parlano di cose di cui mi sono occupato con un buon anticipo ( vedi qui, qui, qui, qui ), oggi mi voglio dedicare a un divertissement, parola che appartiene a una lingua morta chiamata francese, parlata prima dell’anglorozzo in qualche zona dell’ europa occidentale. Un piccolo, minimo episodio che proprio per la sua infima dimensione mostra come siamo immersi in un matrice di narrazione nella quale menzogna, banalità e conformismo sono gli assi portanti. L’altra sera, in attesa di non so quale trasmissione sono capitato sull’ennesimo programma culinario, condotto da un figlio di papà romano, tale Francesco Panella, una sorta di gara tra sedicenti ristoratori italiani che hanno i loro locali all’estero.

Chi ha uso di mondo, come si diceva una volta, sa che quella è una strada facile facile: basta saper fare un piatto di spaghetti e buttare una passata di pomodoro nell’olio o combinare qualsiasi pasticcio che farebbe orrore anche alla più miseranda casalinga di Voghera per poter aprire un ristorante italiano in qualche parte del pianeta, Asia esclusa dove sono più informati e più esigenti. In definitiva anche noi quando andiamo al cinese, al giapponese, al messicano o in qualsiasi altro locale etnico spesso non conosciamo affatto i sapori originali e mangiamo senza avere alcun tipo di confronto che probabilmente non avremo mai perché i circuiti turistici convenzionali riproducono il medesimo conformismo dovunque: una volta si viaggiava con la mente rimanendo in una cameretta, oggi si va dappertutto con il corpo rimanendo nella cameretta della mente che nel frattempo è diventata una scatoletta industriale.

Ma a parte questo il personaggio in questione che è imprenditore e non chef o cuoco, ma uno degli agiati rampolli dei proprietari di un ristorante di Trastevere, l’Antica Pesa che in anni passati attirava nasi finissimi e palati turistici, il quale con i dindini della ex dolce vita ha subito aperto un ristorante a Niuyok perché è la meta ambita da tutti i provinciali i quali non si sono accorti che la grande mela è già da decenni il passato. Ora durante il pezzo di trasmissione intercettato ho visto lui, troneggiante come Federico imperatore in Como e narciso come una starlette desnuda, assieme ad altri tre italiani all’estero impegnati a giudicare  un locale pseudo tricolore in Spagna: ai commensali arriva un tris di primi e il Panella esclama indignato che non esiste, che non ha mai visto un tris di primi in Italia. Forse ciò che lo scandalizza è che con il tris non è possibile l’impiattamento acchiappa citrulli della ristorazione contemporanea e dunque anche tutto il paludato smercio di pressapochismi creativi che stanno mandando in malora la nostra ristorazione.

Ora potrebbe benissimo darsi che non sia mai stato in Emilia o in Romagna o nella pianura padana dove il tris una volta era una cosa normalissima e ancora oggi compare spesso nei menù, può anche darsi che non sappia proprio un’acca della storia delle gloriose cucine dello stivale nelle quali  in occasione delle feste la contemporaneità di diversi piatti che oggi chiameremmo primi era la normalità, probabilmente non sa nulla del servizio alla russa e della borghesia francese che letteralmente inventò il ristorante, ma mi chiedo dove sia mai stato costui visto che chi bazzicava Roma e la sua ristorazione ricorda bene che il piatto forte dell’Antica Pesa negli anni d’oro era appunto un tris di primi tra i quali figuravano due paste e un simil risotto con salsa di gamberetti dedicata proprio a turisti di oltre atlantico dal palato sempre così raffinato, in un insieme raccapricciante che  ho avuto la fortuna di non assaggiare. Immagino perciò quale competenza culinaria possa aver accumulato negli anni, quale giacimento di sapere sulla cucina italiana possa nascondere questo ennesimo ologramma televisivo la cui credibilità è affidata solo alla presenza nel piccolo schermo grazie alla quale si mette in tasca bei soldini o almeno lo spero per lui.  E del resto una trasmissione che vorrebbe essere un inno alla genuina italiana in cucina che si chiama Little big Italy la dice lunga sull’insieme e sul suo significato.

Insomma la vacuità è totale, assoluta, così desolante che persino la cucina è stata travolta da sciocchi cliché e da maestri inesistenti, da innovazioni che sono confusioni, da appelli a tradizioni che non esistono e hanno appena cinquant’anni e a territorialità fasulle. Tutto un delizioso mondo dedicato ai camerieri di domani.


La famosa Ong Renzi for children

portogallo-300x213.jpegPer carità non voglio sparare sulla croce rossa prendendomela fuori tempo massimo con fratel Renzi da Rignano e con la sua banda, ma la vicenda dei quasi 7 milioni dollari di donazioni sottratti ai bambini africani e finiti nelle ville dell’Algarve  illustrate nella foto, è esemplare sotto ogni punto di vita. Quello per esempio di un Paese nel quale la notizia dell’indagine è rimasta nascosta fino a che l’asino d’oro è rimasto a Palazzo Chigi ed è tuttora confinata nei titoli minori dei giornali ed esclusa dalle tv. Quella di una giurisdizione diventata carne da macello nella quale l’appropriazione indebita può essere perseguita solo se c’è una querela di parte. Cioè dovrebbe essere l’Unicef a denunciare la ruberia, cosa che a quanto pare questo organismo non ha alcuna intenzione di fare per motivi che si possono facilmente immaginare, altrimenti tutto finisce in nulla. Così i donatori impareranno a non dare nemmeno un centesimo a entità che non hanno la loro sede legale in Italia o che si fregiano di nomi angloamericani: praticamente un’assicurazione sul fatto che non si sa che fine faranno i soldi e/o che si stanno finanziando operazioni di potere geopolitico travestite di umanitarismo.

Ma al di là di questo nefando quadro d’insieme la vicenda si rivela interessante per mettere in luce il baratro di ipocrisia nel quale continua a vivere un ambiente di centro sinistra che ancora non vuole fare i conti con il renzismo, fase terminale del berlusconismo o che, anche rifiutando l’esperienza del guappo di Rignano, continua a vivere di topoi ripetitivi più che di idee e prospettive, non accorgendosi di farsi dettare l’agenda proprio dai poteri globali. Infatti il buon Matteo rende esattamente l’idea di quelli che prima devastano con rapine e guerre interi Paesi, poi gridano all’accoglienza indiscriminata o visti i problemi che essa suscita, fanno marcia indietro e si allineano alla grande nemica Lega per dire “aiutiamoli a casa loro”. Almeno questo è quanto è stato anticipato più di un mese fa su Democratica,  il nuovo giornale online del Pd che tra esaltazioni di Marchionne, maledizioni al governo, inni alla libertà di immigrazione, presentava alcuni stralci di un libro che Renzi intende pubblicare, col titolo “Avanti”, chiaramente copiato dall’ En marche di Macron. Il guappo sembra aver fiutato l’aria che tira e scrive: “Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro” In pratica Salvini allo stato puro, alla faccia dei troll piddini che continuano a vomitare sul razzismo di governo, cosa che del resto prefigura il prossimo tentativo renziano e piddino di ritornare al governo con leghisti e fascisti di ogni risma.

C’è un piccolo particolare: che poi gli “aiuti a casa loro” vengono letteralmente saccheggiati per farsi ville e lottizzazioni secondo uno schema che non risparmia proprio nessuno, nemmeno chi muore di fame. Certo la cosa è repellente da un punto di vista morale, ma soprattutto dimostra fino in fondo la pretestuosità di certe posizioni che non nascono da alcuna reale umanità, ma solo da luoghi comuni e da utilitarismi bugiardi tra i quali permane quello del rimpiazzo demografico utilizzato a tappeto non solo da Renzi ma da tutto l’establishment europeo, per nascondere il fatto che gran parte della denatalità  (meno di 2,1 figlio per donna, il numero necessario all’invarianza della popolazione)  deriva dalla progressiva precarietà di vita imposta dal neo liberismo. Vi impoveriamo e vi rubiamo il futuro, vi impediamo di avere figli anche grazie alle nuove regole del lavoro, ma poi importiamo braccia dagli altrove rapinati che a questo punto si rendono necessarie e che a loro volta contribuiscono ad abbassare ulteriormente salari e diritti. Così viene sfruttato un dramma epocale e i più misericordiosi a parole ci fanno sopra anche la cresta.


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