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Venezia malata, navi “sane”

ve ve Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molto meglio di trattati di sociologia, antropologia, economia ha illustrato la questione afroamericana Cassius Clay che raccontò di essersi accorto di non essere più negro quando divenne  “The Greatest“. Perché si sa che, gratta gratta,  sotto alle differenze e alle disuguaglianze e discriminazione  che ne derivano, siano di genere, religione, etnia, pigmentazione. spunta sempre quella di classe.

E quindi il venditore di parei colorato e islamico in Costa Smeralda è malvisto a differenza del compratore di  spiagge colorato e islamico ma esponente dinastico degli emirati.

Altrettanto, è perfino banale dirlo, fanno le ultime misure governative nel contesto del prolungamento dell’emergenza, selezionando accuratamente chi fa scalo nei nostri porti a seconda, più che della stazza, del pescaggio, del tonnellaggio, del ceto dichiarato dei passeggeri, accogliendo entusiasticamente i forzati delle crociere che si affacciano festosamente dei ponti delle navi condominio facendosi i selfie davanti al Giglio e a San Marco, mentre vengo respinti irremovibilmente quelli che arrivano già disperati, certamente più di quanto lo saranno gli ospiti di Costa Crociere dopo il salassi di extra che rappresenta il vero business dei nuovi corsari.

E siccome secondo il Presidente del Consiglio del Paese dove il turismo costituisce il 13 del Pil, è arrivato il tempo “ di non pensare a nuove restrizioni, ma di sostenere una effettiva ripartenza”, le navi da crociera  “devono ricominciare a viaggiare perché il turismo è un pezzo fondamentale della nostra economia”, contribuendo all’auspicato ritorno alla normalità che significa, con tutta evidenza, che  bastimenti a più piani sono autorizzati a sfiorare i masegni di Piazza San Marco attraversando sfrontatamente il Bacino un tempo solcato dal Bucintoro, o che le  città d’arte si debbano disporre grate e riconoscenti a essere invase da carovane di turisti ciabattoni, in fila dietro a un ombrellino, accaldati, frastornati, tuttavia compresi  e convinti del diritto meritato a usare bellezza, cultura, storia come una merce da consumare frettolosamente in una triste replica dell’alienazione in fabbrica, in ufficio o alla mensa.

Mi immagino già la reazione di chi pensa che l’appartenenza alla costellazione progressista imponga di approvare il turismo di massa come una conquista popolare che la sinistra antagonista combatte per mantenere un’esclusiva in regime di monopolio del godimento del patrimonio artistico e culturale grazie all’esclusiva e elettrizzante convinzione di poter avere il mondo a propria disposizione.

Il fatto è che appena usciamo da casa siamo turisti  che vogliono stare dove non ci sono altri turisti, che detestano il turismo, fenomeno accettabile finché era privilegio di pochi, prima che i bus multipiano sostituissero i vettori del Grand Tour, prima che i residenti delle città d’arte venissero assediati, espropriati e espulsi da quelle che interpretano non a torto come orde barbariche indifferenti alla cura e tutela dei loro beni. Quelli che,  a leggere le cronache e a guardarsi intorno,  insozzano e deturpano a fronte di benefici sempre più ridotti, posseduti da  un immaginario colonizzato grazie al quale si aspettano che gli invasi si adeguino alle loro aspettative inscenando una realtà – spettacolo come figuranti e addetti di un parco tematico allestito a loro uso.

E figuriamoci se questi esigenti spettatori invece di camminare per calli e campi, sono abilitati a osservare distrattamente  dal ponte n. 7 di una nave il muoversi frettoloso di formiche sullo sfondo di una città condannata a location, ridotta a  scenario di cartapesta di una commedia di Goldoni, nell’anticipazione probabile dell’affondamento morale e materiale dell’arrogante Serenissima che adesso che è al loro servizio si fa pagare 15 euro un caffè.

Quelli che guardano al turismo di massa come alla minaccia mossa contro una prerogativa sociale finora mantenuta da una èlite sociale e morale, dotata degli strumenti messi a disposizione da una istruzione “superiore”, ma ancora di più quelli che ritengono che costituisca un diritto inalienabile pigiarsi davanti alla Gioconda, viaggiare stipati in un aereo low cost, dormire in un B&B senza nessuna caratteristica di confort, dovrebbero invece cominciare davvero a pensare a come l’industria del “viaggio” (il turismo, secondo l’antropologo apocalittico Malcom Crick,  rappresenta il più formidabile movimento di popolazione umane al di fuori del tempo di guerra) sfrutti  e oltraggi non solo il nostro territorio, ma anche il nostro immaginario, la nostra percezione dei luoghi e della vita degli altri, dove gli stereotipi, quelli del pittoresco e della tradizione, diventano i prodotti più taroccati nell’outlet della storia.

C’è chi dice che questo processi di imbalsamazione risponde al bisogno di passato come risarcimento per quello che la modernità ha distrutto o rimosso. E che assomiglia alle liturgie delle giornate della memoria, di quella della donna, del Primo maggio, celebrazioni una tantum di qualcosa che ha perso senso, di qualcosa che per 364 giorni viene sottoposto a un oblio consolatorio della coscienza.

È probabile che sia così soprattutto in un Paese dove riforme dell’istruzione di marca “progressista” hanno provveduto a ridimensionare lo studio della storia, a cancellare l’educazione civica e la storia dell’arte, dove proprio oggi, a fonte della liberatoria per le navi da crociera, restano e resteranno vincoli e limitazioni per l’accesso all’istruzione pubblica che confermano la lesione di un diritto fondamentale e che dovrebbe essere uguale per tutti.

Ma  purtroppo la trasformazione di Venezia in mummia da rimirare preferibilmente  dall’alto, è stata avviata.

E il paradosso è che – come ormai succede per quasi tutte le città d’arte, sottoposta al maquillage degli impresari per presentarsi bene in occasione del suo fastoso funerale, Carnevale, festival, Redentore, Regata, e per essere esposta a pagamento al compianto  di chi vorrebbe accelerare la sua fine, magari per essere presente durante lo spettacolare inabissamento o quando il mostro marino per forza d’inerzia abbatte i quattro cavalli –  a trarre profitto dai benefici della mercificazione non sono gli abitanti, nemmeno i connazionali, bensì multinazionali fantasmatiche di armatori, immobiliaristi che beneficiano della cacciata dei residenti, catene commerciali che hanno preso il posto dei negozi e delle attività tradizionali, compagnie turistiche 200 anni dopo Thomas Cook insieme alla gang di AirBnb che ha, anche grazie al Covid, estromesso i piccoli che affittavano la stanza in più consolidando invece il monopolio speculativo dei grandi proprietari.

Ormai Venezia è, come ebbe  a dire Mary McCarthy, l’album pieghevole delle sue cartoline, da quando si è fatta strada ingenerosamente anche grazie a un ceto dirigente locale reo di tradimento, che la città sia “patrimonio mondiale” condannandola a assomigliare sempre di più alla sua imitazione a Las Vegas per appagare l’aspettativa distratta dell’immaginario collettivo dei 30 milioni di visitatori (secondo i dati di Paolo Lanapoppi) che ci capitano ogni anno.

Sono loro i veri city users che bivaccano in piazza, fanno pipì in canale, nuotano in Piazza allegramente durante l’acqua granda, vanno in monopattino su e giù per i ponti, ai quali si vorrebbe contrapporre un turismo sostenibile, educato, politicamente corretto, ambedue irriguardosi del destino di una città che prima di essere patrimonio dell’umanità è ancora fatta di gente, poca, memoria, molta ma minacciata, vocazioni, represse, gente costretta nel migliore dei casi a diventare guardiana della sua stessa “casa” convertita in museo, dove arriva la mattina dalla terraferma per poi far ritorno la sera in altri posti senza identità se non quella di bacino di servizio al luna park lagunare.

C’è poco da sperare, la grande menzogna dei benefici immediati e tangibili dell’oltraggio si è affermata. Lungo le tratte segnate dai corsari si avvicinano le loro navi da guerra pronte a rovesciare nella città  nei giorni di maggior afflusso oltre 35 mila persone, che producono costi sociali e ambientali ingentissimi: inquinamento dell’aria, del mare, elettromagnetico e acustico, alterazioni dell’equilibrio morfologico della Laguna, indebolimento delle fondamenta, iperproduzione di rifiuti, incremento della pressione antropica.

Effetti questi che non sono minimamente comparabili ai benefici, grazie a un sistema che concentra e privatizza i profitti mentre socializza i danni e che carica i costi su chi non trae reddito né vantaggi, i residenti che sopportano un prezzo di circa 6 mila euro l’anno pro capite, mentre i profitti vanno ai titolari delle agenzie, a società che non hanno sede a Venezia, agli armatori, ai fornitori dei servizi e  dei rifornimenti, a quei soggetti cioeè che hanno in mano anche la gestione dello scalo portuale grazie alla privatizzazione del Vpt (Venice Port Teminal, non a caso nello slang dell’impero), quella cordata di armatori riunita nella società  Venezia Investimenti in combutta esplicita con la Regione in virtù del suo “braccio” finanziario “Veneto Sviluppo”.

Sono sempre loro che già contrattano le alternative al passaggio in Bacino grazie a nuove vie d’acqua la cui realizzazione è ovviamente affidata al soggetto che ormai opera in regime di esclusiva riunendo in sé tutto e il contrario di tutto, scavi e riempimenti, sporcizia e pulizia, opere e controllo sulle opere, quel Consorzio Venezia Nuova sotto la cui gestione dispotica e assoluta corruzione, malaffare e inefficienza hanno agito a norma di legge.

I futuristi di ieri volevano uccidere il chiaro di luna e l’abuso di stereotipi  romantici incarnati dal mito passatista di una città “estenuata e sfatta da voluttà secolari”, colmando “i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”, bruciando “le gondole, poltrone a dondolo per cretini”. I futuristi di oggi hanno fatto di più, hanno ucciso Venezia.  

 

 

 


Bomba con censura

bombaAnche se non si dice troppo in giro, Facebook e immagino anche gli altri social hanno cominciato a considerare fake news e dunque a cancellare  tutte le ipotesi che rimandano l’esplosione di Beirut a un  missile israeliano o comunque ad un’operazione voluta da Netanyahu ( vedi I mortaretti di Beirut ). Per quanto possa essere odiosa questa forma di censura in luoghi spacciati per  essere espressione di libertà, questa volta la ghigliottina delle opinioni fa trasparire in maniera così chiara e inequivocabile la natura inquisitoria, politica e geopolitica, del “fakismo” globalista, da mettere qualche dubbio anche ai più sciocchi. Infatti non esiste ancora una versione ufficiale dei fatti, per quanto sospetta e costruita a tavolino, da contrapporre alla ridda di ipotesi: il meglio che Facebook potrebbe portare a discolpa del suo apparato censorio sono le parole del capo del Pentagono, Mark Esper, che nella foga di contraddire Trump, sostiene che la “maggior parte degli esperti crede che sia stato un incidente e oltre a ciò non ho nulla da comunicare al riguardo”. Si intuisce immediatamente il grande imbarazzo di questa dichiarazione che vorrebbe alludere all’esplosione dei fuochi artificiali e poi del nitrato di ammonio agricolo, una tesi che qualunque reale esperto respingerebbe con una risata, e infatti  per non essere del tutto incredibile deve rimanere vaga in attesa che nella pancia del potere si sia deciso cosa dire.

Mi pare di ricordare che si tratti dello stesso Pentagono delle armi di distruzione di massa di Saddam e di altre infinite cazzate che partono dal golfo dal golfo del Tonchino, passano per le fosse comuni in Serbia, per la “guerra civile” in Siria e arrivano alle menzogne quotidiane sulla situazione in Afganistan, tutte cose che unite a infinite altre ne fanno la fonte meno credibile nell’intero universo conosciuto. Ma se anche così non fosse qual è il criterio per cui un’autorità militare, dove si progettano guerre e stragi, diventa la pietra di paragone della verità, anche a fronte di dichiarazioni in cui semplicemente si “crede” e si “pensa”?  Qui non ci troviamo di fronte a dichiarazioni dell’Oms che per quanto viva di sussidi privati dell’industria farmaceutica (come del resto tutto l’ambiente medico – sanitario) oltre che del filantropo ultravaccinista Bill Gates, formalmente è un’espressione delle Nazioni Unite è quindi può dare una patina di credibilità alle più incredibili saghe pandemiche e alla miracolosa trasmutazione dell’ oro in piombo, ovvero della trasformazione di milioni di sanissimi e innocui positivi in   contagiati e malati. No, qui  siamo di fronte alle supposizioni non provate di un comando militare. Ecco dunque che le censure indebite inflitte da questa impresa privata ai suoi utenti, rispondono non a un criterio di verità, sia pure malintesa e di carattere primitivo, ma a palese discriminazione politica.

L’intento del padre padrone di Facebook è quello di appoggiare l’ennesima menzogna “internazionale” secondo cui le girandole e i tric – trac stivati in un nave avrebbero fatto esplodere un  deposito di armi di Hezbollah e questo avrebbe fatto saltare e a sua volta  il nitrato di ammonio per agricoltura stipato  in un magazzino. Insomma tutto sarebbe avvenuto alla fine per autocombustione, senza alcun intervento esterno: una tesi assurda e infantile che fa gioco al piano di  internazionalizzare il porto di Beirut, in maniera da azzerare il Libano e di inglobarlo nel sistema occidentale. Infatti sui social si è subito creata una non casuale e non spontanea corrente di messaggi in questo senso. Lo stesso tempestivo arrivo di Macron sul luogo dell’esplosione dimostra che l’obiettivo è questo e del resto appena due mesi fa un potente think tank americano, il Carnegie Middle East Center che appunto si occupa di Medio oriente, aveva pubblicato una specie di studio  manifesto “Distruggere il Libano per salvarlo”. In realtà il piano è semplice ed è già stato messo in moto  con le  sanzioni: regalare il Paese alla speculazione internazionale per sottrarlo all’influenza iraniana. La distruzione economico finanziaria del Libano era  notoriamente  già in corso ed ora sappiamo con certezza  da chi e perché è stata provocata, ma probabilmente si pensava che il Libano ed Hezbollah avrebbero ceduto più rapidamente e così qualcuno ha pensato di dare un aiutino al piano. Peccato che adesso non ci siano più i fuochi artificiali per festeggiare questa ennesima strage di civiltà.


Arcurix e Mascherix

asterix_e_obelix_missione_cleopatraNon ne posso più di essere preso per il sedere dal governo e anche da quei plenipotenziari delle stupidere che sono i vari capitani delle voraci task force intente a prosciugare come idrovore i soldi rimasti. Per esempio Domenico Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza Covid – che dio la conservi perché dopo di lei il diluvio – ha preso spunto dal benservito dato dalla Fiat al suo indotto in Italia, per consolarci e  farci sapere che adesso l’azienda si appresta a non produrre più auto, ma in compenso nelle sue fabbriche desolate e in via di smantellamento si dedicherà a sfornare milioni di mascherine, una parte delle quali destinate ai lavoratori del gruppo: insomma una trasformazione in basso napoletano. Come si possa pensare di fare un paragone economico tra un’industria strategica che smuove miliardi e una produzione di infimo rilievo tecnico, fuori mercato e comunque di utilità contingente è davvero un mistero doloroso.  Eppure non è la prima volta che succede: anche dopo la chiusura dell’impianto Fiat di Termini Imerese una classe politica, immobile, impotente e soprattutto complice, cercò di placare l’ opinione pubblica dell’isola sventolando il mirabolante piano di sostituire la fabbrica con un supermercato. Non si trattava solo di un’insulto all’intelligenza, ma la prova palmare della mancanza  di qualsiasi altro vero piano alternativo, nonostante il fatto che già da parecchi anni Fiat avesse ripetutamente ventilato la chiusura dell’impianto. Il fatto era che la Fiat chiudeva, ma imponeva anche alla sua vasta platea di politici a piè di lista, di impedire che sulle macerie si insediasse qualche altra industria del settore che potesse farle concorrenza. Per questo si divagava e si delirava di supermercati  senza avere in testa nulla di concreto, nulla che potesse attestare una minima capacità di visione, ma anche di onestà.

E adesso assistiamo alla medesima commedia con un responsabile della Fca che poche ore dopo la sentenza di morte per l’indotto italiano con la perdita di 1000 aziende, circa 60 mila posti di lavoro e 18 miliardi di giro economico, osa prenderci per i fondelli vantando il delirante piano mascherine : “Questa iniziativa rientra in un’azione più ampia che abbiamo portato avanti in ambito mondiale per sostenere le realtà locali in cui siamo presenti ed in particolare i nostri dipendenti. In Italia abbiamo messo a disposizione le nostre eccellenze (sic !)  sul fronte industriale fin dalle prime battute della pandemia e ci siamo fortemente impegnati con tutte le nostre società con molteplici iniziative concrete su più fronti a sostegno delle organizzazioni sanitarie italiane e internazionali”. Parole che sembrano scritte da un comico, che suonano e sono  una parodia, ma che il governo accoglie non nella loro reale natura, ossia uno sberleffo al Paese, ma per oro colato e manda il tronfio Arcuri a rincarare la dose. Se andassero a dire una cosa così in Polonia o in Serbia o in Turchia gli staccherebbero subito le palle,  operazione che tuttavia sarebbe superflua da noi.

Il vero problema però non è questo, ma che milioni di italiani  continuano a non essere stufi di essere presi in giro da ogni parte e non abbiano ancora capito di essere vittime di imbrogli uno di fila all’altro e che dunque non hanno più alcuna reazione di fronte a vere e proprie provocazioni, come ad esempio il prolungamento dello stato di emergenza al solo scopo di condizionare, tanto per cominciare le elezioni regionali, ma che tuttavia, essendo del tutto ingiustificato rispetto all’obiettivo della salute, si pone come ennesimo passo avanti verso l’autoritarismo post democratico e pre fascista ( vedi Negazionismo: il nuovo vocabolario fascista ). Ma nel caso delle mascherine al posto delle auto nelle fabbriche Fiat la cosa è talmente grottesca e insensata che dovrebbe scuotere anche i più sonnolenti. E invece tali notizie scorrono come nulla fosse, come se scendesse su folle di fumatori di oppio.


Teste di Ponte

pontegenova_inaugurazione-  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando sento nominare i prodigi dell’ingegneria e dell’architettura, pensando al Mose, ai ponti di Calatrava (a Veneiza, Cosenza, Roma), alla Tav, a viadotti e bretelle che appena terminati sembrano già manufatti di archeologia industriale, e prima e peggio, alla Diga del Vajont, mi viene proprio da imbracciare il mitra.

Perché se si tratta di prodigi l’unica cosa certa è che gli unici a godere dei miracoli della scienza e della italica creatività, sono quelli delle cricche dei costruttori, delle  cordate del cemento, i beneficiari di tutti i problemi lasciati incancrenire in modo che diventino prima urgenza poi emergenza, da affrontare quindi con leggi speciali che aggirino quelle “normali” e vigenti, con autorità straordinarie che scavalchino soggetti di vigilanza, con fondi eccezionali distratti da altre situazioni di crisi e elargiti a piene mani, si dice, per il bene della comunità, anche se si tratta di stadi, alte velocità propagandate da quelli che fino a ieri erano per la vita, il cibo e il lavoro slow, di autostrade vuote  che sembrano uscite da Zabrinskie Point, di aeroporti da ampliare doverosamente a fronte della latitanza di turisti.

Le nostre giornate risuonano ancora della toccante cerimonia di inaugurazione dell’ultimo portento della patria di navigatori e poeti, con tanto di colonna sonora di De Andrè a conferma che da noi finisce tutto a mandolini e serenate, quel Ponte di Genova che ha rafforzato la considerazione del presidente del Consiglio perfino tra i cugini d’oltralpe che gli dedicano bonari titoli in prima, e un po’ di camouflage alla reputazione del Paese della Salerno Reggio Calabria.

È tale la meraviglia indotta dalla inusuale rapidità e efficienza della performance dell’operosità italiana, da farla diventare un format di Buon Governo  che dovrà ispirare da oggi in poi tutti i futuri cantieri della ricostruzione.

E d’altra parte, anche prima del rilancio che reca come fiore all’occhiello il decreto semplificazioni, si era capito che le procedure scelte per la realizzazione dell’opera che doveva cancellare una vergogna criminale, avrebbero aperto la strada a un nuovo corso segnato da snellimenti dinamici, cancellazione di molesti lacci e laccioli, aggiramento di fastidiosi e farraginosi controlli.

E infatti  da due anni siamo afflitti da panegirici di questa svolta funzionale e propulsiva, allegoricamente incarnata dalla strategia “Italia Shock “ a firma del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ipotizza  “misure urgenti e necessarie al fine di garantire uno snellimento procedurale e la velocizzazione delle opere pubbliche nel Paese”, allo scopo di “rendere più fluide le modalità di realizzazione delle infrastrutture strategiche nazionali”, probabilmente quei 130 e passa interventi “prioritari” di avvio di cantieri e di una occupazione da Terzo Mondo interno, manuale, effimera, troppo spesso segnata da incidenti mortali oltre che da ricatti, intimidazioni e umiliazioni.

Prima ancora, il Codice Appalti del 2016 era stato oggetto di un correttivo, chiamato appunto Sblocca Cantieri, e di circa una settantina di manipolazioni e maquillage per introdurre deroghe  e liberatorie in materia di affidamenti di incarichi, appalti, procedure e contrasto alla corruzione, tutte intese a facilitare la vita delle imprese anche generando una propizi incertezza del diritto.

Come si sa l’affidamento per il nuovo Ponte si è avvalso di una procedura d’urgenza dopo la  nomina di un commissario straordinario con pieni poteri che ha provveduto all’assegnazione senza concorso alle ditte esecutrici.

E tale era la fretta e tale l’onta che era caduta su tutti gli attori coinvolti che è stato salutato come un trionfo della ragione il fatto che per progettare, realizzare, e inaugurare in tempi record una infrastruttura così importante e complessa, bastasse non applicare le leggi vigenti, bastasse che lo Stato facesse una pubblica abiura  delle stesse regole che ha emanato  scegliendo di procedere con assegnazioni specifiche: scelta del progetto, scelta dell’impresa esecutrice, e così via.

A prima vista potrebbe sembrare un successo della “cultura” sviluppista e del sistema delle imprese.

In realtà a godere di questa deregulation non possono essere che i titani del mercato, quelli che da anni vediamo entrare e uscire dalla porte girevoli dei tribulami, coinvolti in tutte le grandi opere promotrici di grandi corruzioni, con i loro stuoli di avvocati e consulenti, coi loro addetti alle relazioni istituzionali dotati di diritti di precedenza inalienabili nella anticamere  di ministri, assessori, direttori generali, amministratori pubblici.

Mentre via via si cancella inesorabilmente la miriade di piccole  medie imprese non competitive, retrocesse a indotto sempre più penalizzato, sempre meno specializzato, sempre più ricattabile, tanto da doversi avvalere di personale avvilito dalla precarietà, da remunerazioni irrisorie e incerte, dalla mancanza di requisiti di sicurezza, inadeguata  a sottostare a tutta una serie di iter e verifiche che i grandi possono delegare alle loro burocrazie interne che vantano dimestichezza e contati con quelle della pubblica amministrazione.

Chi meglio del Modello Genova incarna la consegna dei lavori e del Lavoro, quello incerto, impoverito, avvilito dalla mobilità e dalla perdita di diritti e garanzie.  Deve essere così se nelle referenze delle ditte prescelte dove vengono esibiti i successi coloniali all’estero, la presenza in cordate molto propagandate, varianti di valico, Mose, mancano i requisiti, ormai superflui per non dire sgraditi, di trasparenza e rispetto della legalità.

Dal 15 maggio la rottura con un passato discusso è sancita dal cambio di denominazione: Salini- Impregilo, che da allora si chiama Webuild, godrà da ora in poi del prestigio offertole dal nuovo Ponte che getterà un po’ di caligine benefica sulle prestazioni e i progetti dei due partner, dalle commesse del Duce alla Salini, per lo stadio in cui ricevere Hitler, alla loro bonifica di Tana Beles, patron Andreotti, dalle campagne africane, alle autostrade nell’Est, alle poliedriche iniziative in America Latina, dall’inquietante presenza negli elenchi della P2 a quella nel giro d’affari sempre aperto del Ponte sullo Stretto, insieme a Impregilo, il cui curriculum poco evidenziato per via della famigliarità col Giornale Unico, annovera inchieste per concussione e corruzione in Italia e all’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa,  e per reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. E il cui  pacchetto di controllo,  tanto per aggiungere una informazione in più,    è detenuto da IGLI S.p.A. (29,866%) che fa capo, con quote paritetiche del 33%, a Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton), Argo Finanziaria (Gruppo Gavio) e Immobiliare Lombarda (Gruppo Sai).

Ma ormai al suono di Creuza de Mar, si può scordare la caduta nel 2016 del manager di fiducia di Zio Pietro, così veniva chiamato il capofamiglia Salini, quando intercettazioni scomode rivelarono i traffici opachi dell’alta velocità in Emilia e Toscana, e poi il ruolo di un direttore dei lavori, in rapporti di collaborazione inquietanti con la criminalità, che firma stati di avanzamento farlocchi per la Salerno -Reggio Calabria e  per il valico dei Giovi, per non dire delle “collaborazioni” strette con il famigerato Incalza al tempo delle regalie in Rolex alla dinastia Lupi, e ancora prima il ruolo dell’attuale vertice Webuild nella madre del malaffare a norme di legge, il Mose, la greppia che ha nutrito anche Fagioli SpA, insignita in questi giorni proprio per il suo contributo alla realizzazione del Ponte di Genova di un importante premio internazionale, che a Venezia è incaricata dell’installazione dei cassoni e del sollevamento e abbassamento delle paratie mobili con gli esiti tristemente noti.

Adesso possono stare tranquille le Magnum delle costruzioni, adesso possono rientrare a pieno titolo nella legalità da quando a norma di legge non è più necessario truccare gli appalti, aggirati e teleguidati all’origine, adesso che non tocca dare la mazzetta ai funzionari per sottrarsi ai controlli cancellati come fastidiosi ostacoli alla libera iniziative, adesso che le raccomandazioni sanitarie hanno superato perfino l’immaginazione degli intenti di Mani Pulite, rendendo l’eccezione una regole e l’emergenza una opportunità.

 

 

 

 

 

 

 


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