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Dall’internazionalismo a Cosmopolitan

globAnna Lombroso per il Simplicissimus

Circola in rete, accolta da grande entusiasmo, una intervista a Luciano Canfora pubblicata da Left, che si autodefinisce l’unico giornale della sinistra, e sormontata da un titolo spericolato: cosmopoliti di tutto il mondo unitevi. Mancano le firma in calce all’appello dall’a di Asor Rosa alla zeta del fu Zygmunt, ma non è detto: di questi tempi di criminalizzazione di qualsiasi pretesa di autodeterminazione e di riappropriazione della sovranità in materia economcia, retrocessa a bieco sovranismo, non mancheranno eventuali ampi consensi.

Per carità  non si può non concordare con l’autorevole storico sul fatto che il concetto e perfino il termine cosmopolitismo siano stati condannati dal regime fascista in qualità di appellativo che puzzava di “giudaismo”, di demoplutocrazia, che evocava congiure ebraico massoniche e di complotti demoplutocratici. Ma si tratta di una parola  che via via ha subito interpretazioni e decodificazioni le più disparate, e chi vuole la usa avventatamente come appartenente al vocabolario marxista, chi ne fa un accessorio irrinunciabile della dottrina europeista, chi ne fa un uso arbitrario e discrezionale sostituendola a internazionalismo.

Peggio ancora di questi tempi qualcuno l’ha riscattata per farne un simpatico eufemismo al posto di “globalizzazione”,   in modo da addomesticarne la ferocia, per adattarla a misura d’uomo, come si diceva una volta,  o di uomini. Ma non certo di proletari di tutto il mondo.

Certo vuol poco a preferire cosmopolitismo a Patria, ormai in regime di malsano e e arcaico monopolio della Murgia che si accontenta di convertirla in Matria, della Meloni che ne fa uno stonato e martellante slogan, dell’empio ministro sempre in divisa per difenderla dalle minacce dei terzi mondi interni e esterni.  E a Canfora dobbiamo, a parte illuminati scritti di cultura classica, un acuto e spietato pamphlet intitolato “E’ l’Europa che ce lo chiede”, una condanna della superpatria artificiale che ci è stata imposta e che “aumenta il profitto di pochi e riduce il reddito di molti” in nome dello “strapotere bancario e speculativo”, cui non piace la nostra Costituzione “criptosocialista” (che pare non piaccia più nemmeno a Canfora) perchè contiene le fondamenta dell’edificio democratico.

Ma a contrastare il totalitarismo economico e ostacolare gli interessi e i progetti della finanza globale non basta certo il largo sguardo del cosmopolitismo, che sarà anche vero come sostiene lo storico che è il “contrario del razzismo”, ma solo se lo intendiamo come maldestra declinazione “antropologica”, se lo limitiamo all’ostilità allo straniero per affermare un suprematismo etnico, ma che oggi ancora di più si esprime  contro gli stranieri in patria, contro chi ha la colpa non soltanto di venire da altri lidi, ma di essere povero,  anche per nostra responsabilità collettiva se non personale.

Ci vuol poco a dire che la visione dei Trump, dei Salvini  “è pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti … una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico…”, se si rimuove il fatto che il nemico in questa lotta di classe alla rovescia è chi sta sotto, chi è nato dalla parte sbagliata del mondo, chi non è stato estratto col numero giusto nella lotteria naturale, e che perlopiù vive ed è cacciato dalle  geografie che abbiamo invaso e depredato, ma sta anche nelle nostre periferie, nelle campagne un tempo fertili oggi abbandonate o retrocesse a discariche, in fabbriche sempre più insicure dove l’unica garanzie rimaste è la fatica, nei grandi magazzini di merci che come automi migliaia di persone controllano e smistano sotto il cielo che fa da coperchio al mondo globalizzato ma non internazionalizzato, connesso ma non  felice, dove crollano ponti ma si tirano su muri.

Eh si, anche i più sapienti dovrebbero guardarsi dall’incantesimo esercitato da certe formule studiate o riscattate per coprire l’amaro dell’ideologia padronale che, beata lei, non ha confini perchè i boss di tutto il mondo hanno saputo unirsi, e che magnifica con l’etichetta del nuovo mondialismo contemporaneo,  la globalizzazione spietata di cui beneficiano solo i ricchi, quelli che hanno saputo liberalizzare i flussi finanziari e approfittare dei flussi migratori per muovere eserciti di lavoratori come merce a poco prezzo, quelli che elargiscono le narrazioni della modernizzazione, le favole dell’innovazione, le barzellette della nostra liberazione dalla fatica grazie alla servitù dei robot, quando  in questo pianeta aperto dalle chiavi del potere dei soldi, le nostre dinastie di vampiri beneducati riducono in schiavitù donne e bambini in posti remoti, trasferiscono di notte le fabbriche in luoghi più propizi e tolleranti, incaricano caporali zelanti di mettere in riga disperati stranieri e indigeni nei nostri e in altri deserti.

Non so a voi ma a me questo cosmopolitismo non basta se serve a portare in tavola il limone Mano di Buddha, se fa accedere alla cucina fusion, se con un fischio arriva un taxi di Uber,  se possiamo riservare un disprezzo aristocratico nei confronti di chi teme   l’inclusione come una minaccia al poco che ha conservato, leggendo l’Internazionale o  Left sui lettini di Sabaudia e della spiaggia di Chiarone.

 

 

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In America c’è ancora zio Tom

downloadE’ istruttivo leggere le cronache occidentali sulla Corea del Nord, ma non perché esse dicano qualcosa di serio e documentato su quel Paese, quanto  per il fatto che essi misurano la loro ipocrisia, potendo dire qualsiasi cosa senza tema di smentita e assolutamente certi che i lettori e spettatori crederanno a tutto quando senza farsi domande. In effetti la Corea del Nord è diventato una specie di cestino della carta straccia dove si può infilare di tutto e soprattutto la cattiva coscienza di chi ne scrive. Recentemente ho letto su diversi siti americani l’affermazione che esisterebbero in questo “Paese – bersaglio” per i giocatori di freccette ideologiche ben 120 mila persone condannate ai lavori forzati, cosa che ricorda molto da vicino a quelli che hanno un bel po’ d’anni sul groppone, le famose polemiche degli “schiavi” dei gulag,  costretti a lavorare ai gasdotti in Siberia, cosa che veniva bollata d’infamia anche se soprattutto perché alterava il sacro andamento del mercato.

Di certo non si possono minimamente difendere le politiche dei gulag, ma prima di tutto ci si dovrebbe chiedere dove esse si praticano, se solo nella Corea del Nord o anche altrove. E se ci facessimo questa domanda scopriremmo che il maggior numero di condannati ai lavori forzati si trovano negli Stati Uniti, circa 900 mila persone costrette a lavorare in attività usuranti e pericolose dalle lande gelate dell’Alasca a quelle infuocate delle pianure texane (dove i detenuti sono anche utilizzati per la raccolta del cotone, tanto per ricordare anche visivamente tempi antichi), visto che tutti gli stati praticano o comunque ammettono questo tipo di pena e 37 di essi permettono  che i detenuti siano costretti a lavorare non per il settore pubblico o per servizi di pubblica utilità, ma per aziende private che fatturano oltre 2 miliardi dollari l’anno su questa sorta di schiavitù. In molti stati, soprattutto quelli del Sud non c’è alcuna retribuzione per il lavoro forzato, in altri invece esso è pagato 5 centesimi l’ora e in qualche caso di galere  private, dove  lo sfruttamento economico si svolge su vari piani, si può arrivare a 17 centesimi l’ora, tutto denaro che comunque viene confiscato per “vitto e alloggio” . Non ci si deve sorprendere se scioperi del lavoro forzato  e rivolte siano all’ordine del giorno, anche se non hanno alcuna eco nell’informazione se non al massimo quella locale.

Scavando più a fondo ci si accorge che tutto questo non è la deviazione di un sistema, insomma un aristotelico “accidente”, ma è  l’espressione della sua violenza intrinseca ed  è permesso dal XIII° emendamento della Costituzione, quello aggiunto dopo la guerra di secessione e destinato a completare la legislazione contro la schiavitù. Questo emendamento proibisce ogni tipo di lavoro forzato e di servitù involontaria con l’eccezione di chi sia stato riconosciuto colpevole di  qualche reato. Come se questo non bastasse nel 1988 la corte suprema decise che ridurre una persona in uno stato di servitù involontaria tramite mezzi coercitivi psicologici, cosa che era stata in qualche modo ritenuta inammissibile fino ad allora, “non era una pratica considerabile come bandita dalla costituzione”. C’è  una legge federale più recente che condanna queste pratiche e in particolare quella di minacciare i clandestini  con la prospettiva di denunciarli se non si sottopongono alle condizioni del padrone, ma di fatto , proprio a causa del testo costituzionale, essa ha efficacia solo se vengono violate normative del codice penale ordinario. Il che accade raramente e praticamente solo nel caso in cui le “condizioni” del padrone implichino favori sessuali.

Alla fine si scopre che la servitù involontaria è ancora pienamente ammessa nel Paese della libertà e del resto le colonie americane sono nate anche grazie a meccanismi schiavisti: dal 1620 alla rivoluzione il 65 per cento degli immigrati bianchi fu importato grazie ai meccanismi della servitù debitoria, un sistema che andò avanti ancora a lungo sebbene con numeri sempre più bassi grazie al miglioramento delle condizioni economiche in Europa , ma che fu abolito ufficialmente solo nel 1917 ovvero nell’anno in cui gli Usa scesero in guerra contro la “barbara” Germania. Insomma ce l’hanno nel sangue oltre che nella costituzione e non stupisce se certe pratiche vengano rinverdite dai nuovi flussi migratori, ma anche che certe teorie economiche vi facciano inconsapevolmente riferimento . Ad ogni modo se invece di pensare alla Corea del Nord pensassimo alle condizioni reali dell’occidente sarebbe tanto di guadagnato e sapremmo anche quando sono ipocriti gli umanitarismi d’accatto con i quali pensiamo di assolverci.


Salvini a Hong Kong

salvini-di-maio-fotomontaggio10Una delle caratteristiche salienti del nostro tempo è la frantumazione del mondo reale in file parallele di eventi che hanno una loro scansione temporale, ma non una loro logica causale o dialettica o sovrannaturale: qualcosa accade e su di essa si accavallano giudizi, interpretazioni  ed emozioni, senza però che le cose di fronte alle quali siamo entrino a far parte di un processo, di una dinamica storica. Esse semplicemente sono, si manifestano, avulse da un contesto in evoluzione. Naturalmente il tentativo di  comprensione non è detto che sia corretto e tanto meno veritiero ma la sua ricerca è però un atteggiamento fondamentale che stiamo ormai perdendo.

Mi accorgo di aver fatto un enorme e atroce cappello semplicemente per dire una cosa molto più terra terra, ovvero che tutti, io compreso, hanno cercato e cercano una spiegazione al comportamento del masaniello lombardo di nome Matteo Salvini guardando solo sulle mappe locali, senza riuscire a trovare un senso a questa crisi improvvisa, rimanendo disorientati. Ma se commutiamo il grado della scala per comprendere un territorio più vasto ecco che ci appare  uno scenario potenzialmente molto diverso. Nei giorni scorsi ho detto che la precipitazione di Salvini nell’aprire una crisi dalla quale ha tutto da perdere ( vedi Il Masaniello di Draghi )  pensavo che il ministro dell’Interno fosse stato forzato ad agire in questo modo dai poteri italiani  che vogliono le grandi opere o le grandi concessioni e quelli europei che stanno lavorando per l’ascesa di Draghi a Palazzo Chigi. E non ho cambiato idea al proposito, ma non avevo messo nel dovuto conto il rendez vous  a villa Taverna avvenuto il 25 luglio ( data fatidica) tra l’ambasciatore americano  Lewis Eisenberg e il vice premier Di Maio. In quell’occasione Washington ha espresso tutto il proprio disappunto per l’atteggiamento italiano poco intransigente con la Russia e propenso ad aprire sempre più affari con i cinesi. Due settimane dopo Salvini ha aperto la crisi.

Possiamo anche dire che si tratta di pure coincidenze se non sapessimo che è in atto una sorta di grande ridislocazione di potere che vede da una parte le potenze marittime anglosassoni e quelle continentali che vanno da Pechino fino a Berlino, perché anche la Germania si va lentamente accostando al potere continentale euroasiatico, intendendo seguire una propria via autonoma, in ragione dei propri interessi strategici e consapevole di essere potenzialmente  una vittima sacrificale da ogni punto di vista in caso di conflitto. Insomma la crisi è scoppiata per una serie di cause , la più prossima delle quali è assicurarsi che l’Italia, con tutte le sue basi americane, continui ad essere il fulcro del potere a stelle e strisce nel Mediterraneo, senza permettere alcuna deviazione. Se Di Maio avesse fatto caso alla “guerra” in atto tra Washington e Berlino già da qualche anno e concretizzatosi in maniera chiarissima alla tradizionale conferenza sulla difesa che si tiene ogni anno a Monaco di Baviera, nel quale la Merkel ha detto no alle strategie americane e un no fortissimo alle misure contro la Cina, avrebbe compreso che partecipare alla entusiastica elezione di Ursula von der Leyen al parlamento carolingio (l’Europa come tale non esiste più da un bel pezzo se non come sistema di servaggio economico) non gli sarebbe servito proprio a nulla se non a creare scontento e sconcerto in vaste aree del proprio elettorato. Anzi il ricadere in maniera così piena dentro il potere tedesco, non è certo servito ad accreditare la ragionevolezza dei “populisti” e dunque dare respiro al governo, quanto ad irritare definitivamente Washington che si è decisa ad accelerare le operazioni per un cambio di regime cui Salvini si è prestato, come uno di quei capipolo di Hong Kong al servizio dei banchieri che pagano 8 pasti gratis a chi manifesta e immagino molto di più alle bande armate di cui per fortuna qui non c’è più bisogno.

Capisco che la cosa possa apparire come una fuga per la tangente, ma lo è appunto se non si guarda il complesso delle relazioni e dei loro sviluppi, cosa che si cerca di fare sempre più raramente, limitandosi ai dintorni. Capisco anche che non faccia piacere rientrare in quelle logiche centroamericane che ci fanno così orrore quando le guardiamo di lontano e quindi si eviti di prenderle in considerazione. Ma prima o poi bisognerà prendere uno specchio  e guardarcisi dentro con attenzione.


Tutti pazzi per Giavazzi

parr giavaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rivolgo un caldo invito a tutti i quarantenni non di prestigio (quelli famosi vengono ancora annoverati tra gli enfant prodige), ai cinquantenni,  ai sessantenni e oltre, quelli  già in odor di cancellazione dalla faccia della terra ad opera di Fmi e Bei. Se per caso vi capitasse di imbattervi in tal Sofia, sedicenne, allora, come nelle vecchie barzellette sessiste, prendetela a salutari ceffoni: voi non sapete perchè ma lei si.

Incarna infatti tutta l’ideologia della severità intransigente e  punitiva di diritti, democrazia, garanzie e talenti, che criminalizza quelli di ieri che si sono dati alla pazza gioia con una vita dissipata, tra agi sibaritici e benessere immeritato, con costumi dissoluti e aspirazioni tanto corrotte da sacrificare l’oggi e il domani a spese delle  generazioni a venire.

In realtà è improbabile che incontriate Sofia, che potrebbe tranquillamente chiamarsi Greta – e allora la sfiorereste tra i flutti durante la vostra ingiustificata vacanza in yatch a vela, perchè è con tutta probabilità creatura immaginaria,  frutto della fantasia non troppo fertile di Francesco Giavazzi che sul Corriere di ieri ne tratteggia il profilo, come dolente allegoria della disperazione giovanile  che abbiamo indotto e per la quale dovremmo essere espropriati a scopo punitivo dei diritti, a cominciare da quello di cittadinanza per eccellenza, il voto.

Quindi se già vi prudono le mani potreste molto meglio riservare le sberle, purtroppo solo virtuali, a questo esponente della categoria di quelli che la vita la guardano passare dal davanzale e dallo stesso parapetto,  pontificano chiamandosi fuori da responsabilità personali e collettive. Perchè  qualche colpa deve avercela di sicuro anche lui, anche solo a guardare il suo curriculum di beato tecnocrate con pretesa di innocenza: ingegnere con studi al Politecnico e poi dottorato al Mit, professore a Ca’ Foscari e alla Bocconi, dirigente al Ministero del Tesoro, membro del Cda di Assicurazioni e del Banco di Napoli, collaboratore della autorevole testata pluripremiato per il suo impegno giornalistico, e, come ciliegina sulla torta,  partecipante di pregio al Tavolo dei Volonterosi, promosso da Daniele Capezzone, nientepopodimeno.

Ma soprattutto nelle sue referenze di feroce servitore dell’ideologia della severità, dell’intimidazione e del ricatto come sistema di governo, spicca il delicato incarico attribuitogli nel 2012 da Mario Monti premier, quello  di prestigioso consulente per la spending review della spesa pubblica, in modo che insieme ad altre eccellenti mani di forbice si addossasse l’onere, sia pur lacrimevole come era costume allora,  di tagliare   garanzie, assistenza, cure, pensioni, qualità e efficienza nell’erogazione di servizi pubblici in modo da favorirne la trasformazione festosa in occhiute e arbitrarie erogazioni a pagamento.

E forse la sua Sofia non sa che dobbiamo a lui, che vanta nel suo pantheon i guru del pensiero liberista, primo tra tutti Friedman, insieme a Pannella e Bonino (tanto per ricordare a chi potreste aver dato una inopportuna preferenza), il sostegno tecnico- scientifico all’abolizione dell’articolo 18,   colpevole di aver ridotto la produttività della nostra economia e di aver promosso e consolidato l’istinto parassitario degli anziani ancora protetti da inappropriate e sconvenienti forme di protezione e tutela,  lesive delle pari opportunità dei giovani.

Vi confesserò che da sempre diffido di chi si vuol conquistare a tutti i costi il consenso dei ragazzi, ricordando quei vampiri di sangue fresco che non hanno saputo godersi le gioie della giovinezza  e così indossano il chiodo e gli stivaletti texano e vanno in moto  sfidando a un tempo l’umidità, il freddo e il ridicolo.

Ma tutto sommato li preferisco rispetto a uno che per compiacere il target degli adolescenti invece della mancetta diseducativa propone che si abbassi l’età del voto permettendo ai sedicenni di partecipare al processo decisionale che tanto li riguarda.

E infatti scrive immaginando di rivolgersi a Sofia:  “Non sappiamo se e quando si andrà a nuove elezioni. Ma quando si voterà, dei 60 milioni circa di cittadini italiani, quasi 10 milioni non potranno farlo perché troppo giovani. Eppure con le elezioni un Paese disegna il proprio futuro, quello in cui vivranno proprio quei 10 milioni di cittadini che oggi non votano”, ricordando, bontà sua di settantenne non proprio marginale,  che ” una quota elevata della nostra spesa pubblica (circa un quarto del totale) è spesa sociale e di questa beneficiano soprattutto gli anziani, che infatti nelle elezioni contano più dei giovani, come i partiti ben sanno”,  e che, vergogna !!, quella quota  approfitterà come sanguisughe “della legge cosiddetta Quota 100, che da quest’anno consente ai sessantenni di anticipare la pensione. Un provvedimento che aumenta il nostro «debito pensionistico», la differenza cioè fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora”.

Sospetto che quando era al Mit di Boston il Giavazzi abbia fatto sega proprio il giorno nel quale hanno spiegato che le pensioni non le tira fuori lo Stato attingendo anche alle sue tasche di accademico, che non sono rendite parassitarie ma sono salari differiti dei lavoratori per goderne finita l’età lavorativa e che operai, artigiani, dipendenti pubblici e privati hanno pagato le tasse che dovrebbero garantire loro assistenza e servizi.

Ma deve aver anche saltato le lezioni di educazione civica se non si è accorto che via via   grazie alla sua ideologia di riferimento, la partecipazione democratica è stata ridotta e non per via generazionale, che l’esclusione dalle scelte è officiata da riti elettorali che non danno spazio al parere dei cittadini, che l’accesso alle informazioni a ai processi è limitato perfino in materia di opere che insistono sui loro territori, che vengono disattesi anche gli esiti referendari, a conferma che il voto deve essere ridotto a atto notarile a suffragio di decisioni prese in alto.

E chissà come la mette con la sua cricca che è solita chiedere a gran voce una riforma delle procedure elettorali in modo da favorire una benefica selezione sulla base di criteri basati su censo, cultura, appartenenza, fedeltà e fidelizzazione non si sa come dimostrabile se non con l’abbonamento ai giornaloni, la visione reiterata di Porta a Porta, la frequenza alla Luiss e alla Bocconi, l’atto di fede all’Europa con tanto di figli all’Erasmus e fan di Greta, molto citata in qualità di idolo giovanile.

Speravamo che il nuovo secolo avesse spazzato  via l’ipocrisia verminosa del libro Cuore,  speriamo che Sofia sia solo l’ invenzione di un paterno nostalgico del piccolo Enrico, spero che Giavazzi non abbia dei nipotini che vengono su con brioche, privilegi ereditati e carriere accademiche assicurate,  altrimenti non ci resta che riporre fiducia in qualche Franti che li seppellisca tutti con una risata.

 


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