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Il mondo ribaltato

mappa_fisica_del_mondo_edito_1118Nella giornata del 29 marzo un gigantesco ponte aereo ha portato a New York 52 avio cargo cinesi pieni fino all’orlo di materiale sanitario, dalle mascherine tecnologiche ai respiratori polmonari, a decine di tonnellate di farmaci, di principi attivi, di reagenti, di microscopi, di apparecchiature per la diagnosi, letti da terapia intensiva e via dicendo. E in questi giorni i voli di questo tipo verso ogni parte del mondo sono stati migliaia. Non a caso gli indici Pmi cinesi della manifattura e dei servizi  hanno fatto un enorme balzo in alto portandosi rispettivamente dai 37,7 e 29,6 di febbraio al 52 e 52,3 di marzo, dimostrando la vitalità propulsiva dell’ex celeste impero. Ora il problema del Covid in Usa, dove da ottobre sono già morte circa 30 mila persone di influenza nel più assoluto silenzio, si situa all’incrocio fra problema sanitario e problema politico essendo questo l’anno delle elezioni presidenziali e l’epidemia viene a puntino per lo stato profondo soprattutto perché il suo semplice annuncio provoca  non solo problemi di borsa, ma anche disoccupazione e dunque una serie di problemi a catena in grado di mettere in crisi l’inquilino della Casa Bianca.

Però a parte questa dimensione mediatica dell’epidemia e quando non mediatica dovuta più che altro al tracollo di sistemi sanitari saccheggiati o totalmente privatizzati che spesso, come in Italia, sono stati i principali veicoli del contagio e proprio tra la parte più a rischio della popolazione, la cosa che salta agli occhi è che appena 40 anni fa pensare a massicci aiuti sanitari cinesi agli Usa, sarebbe stato considerato più improbabile e inconcepibile dello sbarco dei marziani sulla terra e tuttora nelle aree più periferiche e provinciali,  neghittose nel percepire le trasformazioni in atto la cosa è ancora fonte di incredulità. Purtroppo una di queste aree è proprio l’Italia dove certe ottusità ferocemente strapaesane si saldano alle quinte colonne che si incaricano di tenere il Paese in stato di servitù doppia e tripla, tanto – questo è solo un esempio – che nonostante il consistente aiuto russo  in questi mesi di epidemia non abbiamo rinunciato a mandare aerei e navi militari a infastidire le difese della Crimea, per far piacere ai padroni americani, incapaci di dire no nemmeno in queste condizioni. Tutto questo però avrà enormi ripercussioni sul nostro futuro e sta già operando in maniera sensibile sul presente: non parlo del nauseabondo “natismo” belligerante del governicchio Conte e di quelli che lo hanno  preceduto, ma del fatto ormai evidente che il futuro dei commerci e della produzione è in Asia, che l’asse planetario si va spostando dall’Atlantico all’Indo Pacifico e che per questo il Mediterraneo torna ad essere di importanza capitale come area di incontro di Asia, Africa ed Europa. Si stanno insomma ricreando quelle condizioni che conferirono una straordinaria potenza all’impero romano e molti secoli dopo fecero lo splendore di Venezia e Genova facendo arrivare straordinarie quantità di ricchezze nella penisola che dal Duecento alla metà del Cinquecento fu di gran lunga l’area più ricca del continente generando il Rinascimento. Fu dopo la scoperta delle Americhe che l’asse economico si spostò ad occidente, oltre le colonne d’Ercole causando il rapido declino dell’Italia e l’ascesa di Spagna, Portogallo, Francia e Gran Bretagna.

Ora non so se se le nostre elites di comando abbiano capito la situazione, ma di certo l’hanno capita i Paesi del Nord Europa, Germania in testa che vorrebbe essere il terminale europeo dei commerci asiatici e che per questo sta operando in modo da tagliare fuori il Paese centrale del Mediterraneo, nonché anche quello più industrializzato di tutto il “mare di mezzo”. Attraverso il ricatto finanziario, il Mes o magari anche aizzando i separatismi regionali, la Mitteleuropa vuole diventare a tutti i costi protagonista della nuova corrente economica, facendo fuori il principale concorrente sfruttando per questa guerra gli stessi meccanismi  dell’unione formale. E gli Usa stessi  da oltre un decennio stanno facendo tutti gli sforzi per occupare il Mediterraneo prima che le condizioni e i rapporti di forza mutino. Ma da noi ci sono cretini nature o con assegni a piè di lista che storcono il naso persino per l’ingresso cinese nel porto di Trieste, quello con il più alto pescaggio di tutto il continente che potrebbe facilmente scalzare i grandi porti del Nord, man mano che le dimensioni medie delle navi mercantili aumentano.  Insomma stando del tutto inutilmente a casa (la Svezia che ha preso le minori precauzioni generali e le maggiori mirate ai soggetti a rischio ha anche la minore mortalità da Covid, 50 volte inferiore a quella italiana, con buona pace della “scienza” dei lobbisti governativi) possiamo però cominciare finalmente ad uscire dagli schemi infantili dentro i quali è tenuto prigioniero il discorso pubblico, per aprirci alle prospettive reali.


I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


Benvenuto virus

unnamed (1)Il Covid e la strage, vera o presunta che sia, sono un  racconto che dilaga a macchia d’olio a prescindere da qualsiasi dato di realtà:  essa è ormai la benvenuta per i padroni  che tentano attraverso di essa di smontare ciò che rimane dell’architettura democratica, piace agli antagonisti perché mostra le piaghe del capitalismo e fa sperare in una prossima disarticolazione del sistema, piace ai governanti perché confonde e cancella le loro responsabilità dentro alla saga del destino epidemiologico, piace ai grandi ricchi perché da loro la possibilità di comprare per quattro soldi gli asset dell’economia reale, piace alla Chiesa che spera di recuperare fedeli con invocazioni al divino come da avviene sempre perché dio è un’invenzione della malasorte e non della fortuna, piace a tutti perché li risolleva dalla nullità contemporanea e offre sia pure in modo drammatico un orizzonte che non sia quello della ripetitività forzata del consumo, del circuito desiderio – noia.  Se non ci fosse un’epidemia bisognerebbe inventarla ed è quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, senza nemmeno bisogno di troppi infingimenti e confusioni di cui pure si abbonda:  ancora qualche giorno fa il capo della protezione civile Angelo Borrelli, ha detto papale papale: “voglio ricordare ancora una volta che noi conteggiamo tutti i deceduti e quindi non facciamo una distinzione fra deceduti per coronavirus e con coronavirus ” . Dunque deceduti tout court e visto che in Italia muoiono in inverno circa 1800 persone al giorno di cui circa un migliaio nel Nord è evidente che si sta soffiando sul fuoco e che la medesima narrazione si potrebbe fare in qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Non è certo colpa del coronavirus se invece su questa realtà ci sia normalmente un velo di apotropaico silenzio.

Altri dati riguardo alla scarsa letalità del virus, praticamente nulla se non in presenza di alcune specifiche patologie o di stati terminali, dovrebbero tranquillizzare, ma vengono del tutto trascurati come se fossero fastidiosi bastoni fra le ruote di un dramma segretamente desiderato come qualcosa in grado di sollevarci dalla palude quotidiana : il mondo ha bisogno di un evento millenaristico che ognuno vuole coltivare per i suoi scopi o per le sue necessità, per aumentare il suo potere o per rinnovare speranze perdute in una trasformazione sociale o per riposarsi dal gravoso compito di soldato del consumo,  per ritrovare un spirito di comunità o per rintanarsi ancor meglio nell’egoismo dei furbi. La pandemia influenzale – è di questo che si tratta alla fine – rompe gli schemi, è come un maelstrom che inghiotte, ma allo stesso tempo riporta in superficie tutto il limo che giaceva sul fondo, è la massima potenza della narrazione e dell’illusionismo mediatico, ma è al tempo stesso il recupero di una verità che faticava a farsi strada dentro la melassa delle retoriche di sistema, a volte apparentemente contrapposte, ma univoche. E per prima cosa ci mostra la verità di un Europa che non esiste che alla prima difficoltà dopo il 2008 si è letteralmente dilaniata ed è apparsa ciò che è in realtà, un club nato dopo la guerra come creazione strategica  nell’ambito della guerra fredda, mutatosi poi in un complesso sistema di governance neo liberista al cui interno però ognuno fa i propri interessi sottobanco millantando obiettivi e interessi comuni che non sono mai esistiti come la vicenda della Grecia dimostra con ogni  evidenza.  Comunque vada a finire l’europeismo sciocco e retorico, ingannevole trappola di miele  tesa dalle tentazioni oligarchiche è stata la prima e più illustre vittima del Covid.

Ora bisognerà vedere chi pagherà questa crisi: chi ha soffiato sul fuoco della paura per nascondere dietro un virus una gigantesca crisi di sistema ormai inevitabile ritiene di poterne ricavare un vantaggio e spostare definitivamente la governance occidentale e planetaria da stati e governi democratici, cittadini ed elettori a gruppi di pressione finanziaria e produttiva (vedi   Ci vediamo da Mario prima o poi ) espressione del divino mercato.  Per quanto ci riguarda da vicino, anche a causa della scellerata o funzionale scelta del governo di chiudere il Paese di fronte a una diffusione virale già ampia, ci costringerà ad accedere al Mes e dunque a sottometterci alla troika per la quale Draghi sta lavorando alacremente: sarà un nuovo tremendo bagno di sangue per i ceti popolari e medi.  Come sempre si dirà che non si può fare altro visto che abbiamo rinunciato ad ogni sovranità compresa quella monetaria per cui non c’è prendere soldi a strozzo. A meno che la lunga quarantana del Paese non consenta di capire che l’unica via d’uscita per il futuro è liberarsi dagli strozzini e dai loro virus.


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


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