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Venezuela: manuale di autodifesa dallo stupro di verità

IMG_20170516_191431Mettiamoci nei panni di un abitante del pianeta terra che per informarsi sul Venezuela non ha che i media mainstream occidentali, che sente e legge ogni giorno di “manifestanti” e “repressione”: inevitabilmente finirà per credere che la popolazione sia in rivolta nelle piazze mentre il governo non fa che reprimere la protesta. Non potrebbe mai immaginare che in Venezuela non esiste in realtà alcuna rivolta popolare, che le manifestazioni partono esclusivamente dai quartieri residenziali dei ricchi, che violenza, uso delle armi  e terrorismo vengono proprio dagli organizzatori di queste falangi, che i media possono trasformare il 2% della popolazione in popolazione tout court e le piccole isole urbane di privilegio nel “Venezuela”.

Non possono immaginarlo perché vedono immagini del tutto fuori contesto e leggono parole fuori dignità, non possono pensarlo ancorché tutto questo faccia parte di un copione adottato ormai un’infinità di volte: sono abituati, anzi piegati alla pseudo verità hollywoodiana, espressione che in questo caso è più di una metafora visto che dai memandri del dipartimento di stato di  Washington è saltato fuori l’elenco delle personalità dello spettacolo, dell’arte e della politica lautamente ricompensati per rendere più credibile la storia. Ecco il documento fortunosamente trapelato:  “Come parte integrante delle nostre azioni per restaurare la democrazia in Venezuela, abbiamo stabilito contatti con politici e artisti per una loro collaborazione nella diffusione di messaggi che stimolino lo scenario di protesta in questo paese. Questi cittadini venezuelani sono stati contattati attraverso le nostre sedi diplomatiche per poter ricevere le istruzioni sui messaggi, azioni e pubblicazioni da tenere nelle reti sociali, per orientare l’agenda nazionale e internazionale, generando alti livelli di conflitto in questo paese (leggi anche diffusione di armi ndr) e aumentando il ripudio al Governo di Nicolás Maduro. I nostri agenti hanno garantito il finanziamento necessario per garantire  le spese logistiche necessarie e campagne di marketing per adempiere ai compiti assegnati. Di seguito facciamo riferimento ad una lista di personalità che dovranno essere presi in considerazione per la loro protezione in caso di un intervento nel paese sudamericano.
Julio Andrés Borges Junyent, 
Freddy Guevara Cortez,  David Smolansky Urosa, Enrique Márquez. Tomás Ignacio Guanipa Villalobos, María Corina Machado, Juan Guillermo Requesens, Gabriela Arellano, Luis Florido, Lilian Tintori, Norkys Yelitza Baptista, Miguel Ignacio Mendoza Donatti, Henry Lisandro Ramos Allup. Spero che qualcosa vada anche ai giornalisti italiani che hanno fatto propria la sceneggiatura in questione, anche se in realtà lo stesso stipendio costituisce spesso una ricompensa forfettaria.

Quindi sapete cosa significhi e da chi sia sollecitata la santificazione dei dimostranti31898_4_tachiraparas_0-3b852 mercenari o reazionari in proprio che uccidono, distruggono, torturano e sabotano in nome della democrazia, un termine che l’uso amerikano sta rendendo ignobile. Ma siccome il trascinamento della pseudo verità è forte vi propongo un manuale di autodifesa contro le menzogne alla venezuelana:

“Il Venezuela è un regime dittatoriale” Assolutamente falso. A partire dal 1999 il Venezuela bolivariano ha organizzato ben 25 appuntamenti elettorali, riconosciuti come trasparenti dalle organizzazioni internazionali. Per l’ex presidente Jimmy Carter che è stato osservatore in 98 consultazioni elettorali in tutto il mondo il , il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo, mentre Lula da Silva ritiene che rappresenti addirittura un eccesso di democrazia. Nel maggio 2011 la relazione della Fondazione Canadese per l’avanzamento della democrazia (FDA) ha collocato il sistema elettorale venezuelano al primo posto nel mondo per il rispetto delle norme fondamentali della democrazia. Il cileno Latinobarometro ha stabilito nel suo rapporto 2013 che il Venezuela ha il record di fiducia dei cittadini nella democrazia in America Latina (87%) seguito da Ecuador (62%) e Messico (21%). Il presidente Nicolás Maduro ha avviato un processo costituzionale partecipativo che permette a tutti i settori sociali di presentare proposte e ha ribadito che le elezioni presidenziali si terranno nel 2018, come previsto dalla legge.

” Non c’è libertà di espressione in Venezuela” . Vergognosamente falso. Delle oltre mille fra stazioni radio e canali televisivi cui lo Stato ha concesso l’autorizzazione a trasmettere, il 67% è privato e contrario al bolivarismo, il 28% è nelle mani delle comunità, ma trasmette solo a livello locale e appena il 5%  è di proprietà dello stato. Dei 108 giornali che esistono, 97 sono privati e 11 pubblici, mentre il 67% della popolazione venezuelana ha accesso a Internet. Questa piattaforma dominata da mezzi di comunicazione privati e rafforzata dalla rete reazionaria transnazionale gioca un ruolo cruciale nella disinformazione al servizio di destabilizzazione. Potete leggere qui un esempio molto significatico di censura della verità e dell’intelligenza.

“Ci sono prigionieri politici in Venezuela” . Falso. A meno che non siano considerati “prigionieri politici” gli assassini delle formazioni di estrema destra.  In uno stato di diritto, essere di destra non significa essere al di sopra delle leggi e poter compiere impunemente omicidi, attentati o dedicarsi alla corruzione. Sedicenti prigionieri prolitici  sono in galera per questo e non per le loro idee ammesso che le abbiano. E’ davvero una vergogna senza fine per l’occidente e per i suoi media che si accrediti di prigionia politica persino di un  tale Leopoldo Lopez, capo di Alba Dorata venezuelana, indottrinato al Kenyon College dell’ Ohio che ha sulla coscienza l’assassinio di 43 persone tra cui alcuni bambini e 6 poliziotti. Ma per questo serial killer esiste persino una campagna per la liberazione che parte – indovinate! – proprio dal Kenyon College. Anzi la società venezuelana nel suo complesso ritiene che vi sia un certo lassismo. Secondo la società privata di sondaggi Hintyerlaces, il 61% dei venezuelani ritiene che i promotori della violenza e del terrorismo devono rispondere delle loro azioni in tribunale.

“L’opposizione è democratica”. Falsissimo: gli attuali leader della destra che organizzano le violenze non hanno affatto rispettato le istituzioni democratiche, sono gli stessi che nell’aprile 2002 avevano condotto un sanguinoso colpo di stato contro il presidente Chavez, con l’aiuto della confindustria locale e militari addestrati la Scuola delle Americhe . Del resto uno dei loro mentori non è che l’ex presidente Alvaro Uribe, formatosi negli Usa, tanto per cambiare, che nel suo lungo cursus onorum da sindaco di Medellin a padrone del Paese ha prodotto 60.630 desparecidos per non parlare degli accordi sottobanco con i cartelli della droga.

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Uno dei pochi infortuni venuti alla luce nella campagna contro la democrazia in Venezuela: la foto di un soldato che soccorre un cameramen ferito, diffusa dalla Reuter come prova di repressione della libertò di esprresione. La Reuter ha dovuto chiedere scusa, ma per il fatto di esistere. 

Lo scrittore Luis Bitto Garcia sintetizza così la situazione riguardo alla libertà di espressione: Esiste la censura in Venezuela? Sì, in effetti. Quella di gran parte dei media nazionali e internazionali che oscurano ciò che accade realmente nel paese e mantengono un silenzio sul progresso sociale e lo sviluppo della democrazia partecipativa, privando così del loro diritto all’informazione una stragrande maggioranza di persone in tutto il mondo. C’è una dittatura in Venezuela? Sì, in effetti. Una dittatura dei media che pretende di imporre i tiranni stile Carmona Estanga, capo dei capi del colpo di stato che con il sostegno diretto dei depose Chavez nel 2002 ”  Tuto questo insegna come con la sola forza dei media e della stupidità indotta nelle persone, si è riusciti a trasformare una democrazia tra le più avanzate in una dittatura, a creare una pura realtà virtuale per ingannare le opinioni pubbliche e dare modo a un ceto di super ricchi del Paese, ancora dotati di servi mulatti come al tempo degli spagnoli, di opporsi ad ogni politica sociale. Dunque difendere le libere istituzioni del Venezuela da questi assalti all’arma bianca non significa difendere Maduro, significa difendere noi stessi dalla menzogna.

 

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Alieni e alienati

0_0_l_alieni02C’è vita oltre la terra? Chi lo sa, nessuno ce lo può dire e men che meno, anche se può sembrare paradossale, scienziati interessati a mantenere posti accademici, fondi per la ricerca, giganteschi investimenti in nuovi strumenti spaziali o terrestri e che quindi sono portati a barare con se stessi diffondendo a piene mani ipotesi e brividi alieni, anche solo per la presenza di acqua, per creare un’atmosfera favorevole ai finanziamenti. Ora io sono lontanissimo da qualunque atteggiamento misoneista, ma i 20 miliardi spesi nell’ultimo decennio (spese di gestione e di contesto a parte) per sapere se su Marte è mai apparso un mezzo microbo o se ci sono in giro per la galassia altri pianeti simili alla terra, mi sembrano un po’ troppi, soprattutto perché questa massa di soldi potrebbe essere più efficacemente utilizzata per proteggere meglio la vita sulla terra e cercare di far restare abitabile il pianeta.

Ciò che sappiamo sulla nostra forma di vita è che ci ha messo 2 miliardi di anni per evolversi da uno stato di molecole autoreplicantesi a organismi in grado di ultilizzare la fotosintesi, un altro miliardo e mezzo per dar vita strutture complesse animali e vegetali, mentre ci sono voluti altri 700 milioni di anni perché uno di questi esseri acquisisse la coscienza razionale dell’essere, tanto per usare un gioco di parole. In quest’ultimo periodo sul quale ovviamente conosciamo di più, vi sono state numerose estinzioni di massa o l’innesco di condizioni planetarie sfavorevoli alla vita, cosicché il problema non è se ci sono i presupposti per la vita (i composti organici e pure l’acqua sono diffusi ovunque nell’universo) o se essa abbia avuto un qualche inizio, ma quante probabilità ci siano che essa attecchisca per tutto il tempo necessario a strutturarsi e a creare una diversa organizzazione che chiamiamo mente. Da un punto di vista statistico, abbiamo fatto pochissimi progressi perché mentre l’universo si è allargato, si sono complicate anche le condizioni per la nascita e il mantenimento della vita per così lunghi periodi e dunque anche per trovare pianeti realmente in grado di proporsi come gemelli, fratelli o cugini della terra che peraltro non siamo in grado di raggiungere. Non parliamo poi di intelligenze aliene che oltre ad essere sempre più improbabili in una porzione di spazio relativamente vicino hanno anche l’ostacolo temporale, ossia quello di poter essere sparse e isolate in eoni di tempo come isole alla deriva.

Così, visto che fra l’altro le tecnologie per scoprire esopianeti sono ormai alla portata di tasche amatoriali, almeno per quanto riguarda i nostri dintorni galattici, non si vede la ragione per uno sforzo così massiccio e così costoso come se potessimo  andare a colonizzare altri pianeti la prossima settimana. Ma il fatto che questo tema sia divenuto così popolare e anche così mal -trattato a cominciare dagli stessi scienziati, pone anche il problema di una scienza divenuta una sorta di industria mondiale, la quale ogni giorno scopre qualcosa, ma è allo stesso tempo stagnante perché il suo allargamento elefantiaco favorisce la burocratizzazione accademica e finisce per sistemare tutto dentro i modelli standardizzati, senza mai metterne in discussione i principi. Cinquecento anni fa bastarono le osservazioni empiriche dei navigatori transoceanici, inspiegabili nel modello tolemaico e l’invenzione del telescopio per dare inizio a una rivoluzione intellettuale gigantesca. Oggi con tutti gli strumenti che abbiamo non facciamo un passo al di là della relatività e della meccanica quantistica, aggiustando, aggiungendo particelle, superando le difficoltà con l’introduzione di nuove ipotesi non esperibili come materia ed energia oscura.

Ad ogni modo non capisco perché si possano spendere cifre gigantesche a fondo perduto (semmai una qualche utilità è questione di parecchie migliaia di anni) per la ricerca degli esopianeti o della vita nel nostro sistema,  mentre sembra impossibile spendere cifre assai più modeste, per esempio nello studio di malattie rare, trascurate anzi esorcizzate dalle aziende del farmaco perché contrarie all’etica del profitto. Oppure per mettere a punto e diffondere tecnologie pulite o per migliorare quelle le cure che spesso vengono orientate dalle possibilità speculative. O per altre migliaia di imprese scientifiche utili alla vita sulla terra, anche se mi rendo conto che la cosa ha meno fascino. Forse questo disturba il mercato e il profitto, introduce variabili indesiderate all’oligarchia mentre i soldi pubblici vengono incanalati verso settori senza alcuna possibilità di ritorno? Se gli alieni ci dovessero giudicare da questo ci considererebbero alienati.

 


Rivoluzioni arancioni e ingegneria emotiva

caos_urbano_by_musicdorPossiamo prendere ad esempio la Francia macronizzata, ma forse è ancor meglio riferisi al Brasile, all’Argentina o al Venezuela dove governi diciamo di ispirazione popolare sono aggrediti o sono stati scalzati da reazionari liberisti i quali sono stati eletti sulla base di programmi che negavano in radice quelle cose la cui insoddisfacente realizzazione da parte dei governi aveva innescato le proteste. Come è possibile? Non c’è dubbio che l’arancionismo imperiale può far leva sui media e su un flusso praticamente inesauribile di soldi, su molte centrali di indottrinamento sia direttamente legate all’amministrazione e ai servizi di Washington, sia a cosiddette Ong (vedi qui), ma questo non spiega fino in fondo come alla fine una maggioranza di elettori sia indotta a votare contro i propri interessi e a frittata fatta sia costretto a scendere in piazza, peraltro con scarsissimi risultati questa volta, per contestare ciò che in precedenza era stato sperimentato e bocciato o per non affogare del tutto dentro principi il cui palese obiettivo è quella disuguaglianza che si voleva ridurre.

Certo una parte di responsabilità va a quei sistemi elettorali rivolti alla governabilità piuttosto che alla rappresentanza e che si risolvono nel bipartitismo o in analoghi meccanismi i quali in qualche contesto elidono le differenze, in altri le esaltano artificiosamente, ma che in ogni caso deviano, confondono e rendono molto più facile portare la battaglia su un piano semplicistico e grossolano dove la voce grossa della conunicazione ha più efficacia, la confisca elitaria del potere più agevole. Tuttavia ancora non basta a rendere conto delle sindromi patologiche della democrazia al tempo del neo liberismo. Occorre qualcosa d’altro, di più radicato nell’ antropologia contemporanea, un disorientamento di fondo che il potere ottiene grazie alle tecniche comportamentali e che alla fine separa la realtà dalla razionalità, grazie all’estensione elefantiaca del cuscinetto emotivo che si pone tra i due estremi. Un mutamento che ha trovato il suo profeta europeo dentro le istituzioni in Jacques Attali, il mastro geppetto di Macron.  Ed è straordinario come costui che predica il controllo totale sulla popolazione fino all’eugenetica, quello che ha detto “cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la sua felicità?”,  possa essere stato oggetto di una fervida attenzione da parte della sinistra italiana oltre che francese, dando di fatto una dimostrazione dell’efficacia dei metodi di dominio contemporaneo.

Ad ogni modo è evidente che quando si riesce a sostituire il sistema simbolico linguistico su cui si regge la realtà con un uno emotivo – percettivo è molto più facile prenderne il controllo, confondere le relazioni di causa ed effetto, ribaltare significati con la introduzione di una neo lingua, alterare la dimensione del tempo e per usare un termine attuale “piratare” gli individui. Non è un caso che oggi la percezione ha finito per soppiantare la realtà e se si riesce a inserire un “bug” fin dai primi anni, attraverso il mondo soverchiante della comunicazione, si potrà ragionevolmente ottenere un controllo a tutto campo. Pensate solo a quanti sono i disoccupati che negano la loro condizione o addirittura considerano “moderno” vivere di lavoretti miseri e precari, soffocando ogni brandello di loro stessi. Così la politica ha perso la sua funzione di ingegneria sociale, per divenire ingengneria percettiva. Naturalmente tutto questo, allo stesso modo di una droga, ha bisogno di una somministrazione continua e sempre più massiccia per poter mantenere le persone in questo stato di animazione politica e sociale sospesa: oltre ai controlli capillari e ossessivi necessari all’eventuale repressione, occorre anche una densa filiera che va da fondazioni, istituti e società che indentifichino i temi strategici ed emergenti, una rete di disinformatori, di leader di opinione (spesso e volentieri apparentemente in posizione critica), di influencer, di inziative di rete atte a individuare le persone e i punti di frizione oltre a funzionare da parafumine emotivo e naturalmente di operazioni sul campo necessarie  a creare il contesto percettivo voluto. I tradizionali canali di informazione, conquistati ormai da molti anni, per non parlare della comunicazione di ogni tipo, sono essenziali, ma non sufficienti per ricreare di continuo il miraggio.

Questo è il guaio: la governance basata su questo tipo di ingegneria psicologica per essere efficace non può mollare mai e per questo non è nemmeno immaginabile portarla avanti senza uno stato di liquidità dove il caos politico e geopolitico si accompagnano a choc successivi: è questo il vero terreno con il quale raggiungere quello stato di infatilismo percettivo e di regressione da paura che è la condizione ottimale del dominio. Ciò che rimane a cui aggrapparsi è solo una vaga e indistinta immagine di modalità tradizionali a cui ci aggrappa in qualche modo restituendo tuttavia un’impressione di arretratezza. Per uno scherzo del destino tutto questo nelle sue forme concrete di discorso pubblico è stato riassunto dall’allora ministro della funzione pubblica Renaud Dutreil proprio sul numeto 645 di Charlie Hebdo, destinato molti anni più tardi ad essere protagonista di diretto de la “politique di choc”. La questione posta da Dutreil era: come raggiungere il cambiamento desiderato?  “Il problema in Francia è che la gente è contenta dei servizi pubblici: gli ospedali funzionano bene, la scuola funziona bene, la polizia funzione bene. allora bisogna dire che siamo a un passo da una grande crisi, creare panico tra le persone. E’ così che si può far desiderare un cambiamento tra ceti che nel complesso non ne sentono il bisogno: per esempio la distruzione dei servizi pubblici che funzionano bene, ma che non sono conquistabili dalla speculazione e dal mercato per sostituirli con servizi privati e direzione spculativa”. Insomma creare uno stato di crisi per far accettare i cambiamenti voluti dalle elites e dal momento che la maligna metamorfosi non può essere spiegata apertamente, alla comunicazione viene affidato il compito di attribuire al cambiamento in sé un valore, a prescindere dagli effetti.

Modalità e tecniche di azione che possono essere riassunte nel loro insieme sotto il capitolo di apprendistato sociale (Social Learning) che comincia dalla famigliola allargata davanti al desco televisivo per proseguire con la scuola e con la sua trasformazione da luogo di sapere rivolto alla crescita delle persone, a educazione al lavoro servile, come appunto prevede in Italia la buona scuola.


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