Di muri si muore

muriFino a qualche hanno fa probabilmente nessuno avrebbe pensato che era iniziata l’era dei muri dopo che la caduta di un muro aveva causato la “fine della storia”. Invece quest’ultima ha continuato a vivere più che mai portando alla loro drammatica evoluzione le logiche che dovevano “normalizzare”  dentro un pensiero unico, un’unica lingua, un’unica disuguaglianza globalizzata che è miseramente fallita: dunque muri fisici, muri religiosi, muri di civiltà, muri mentali contro i disastri causati da decenni di delirio palese e declino nascosto, di sfruttamento, guerre, sradicamenti, educazione all’integralismo, importazione selvaggia di braccia per far crollare i salari e i diritti. Così mentre la Mogherini propone alla commissione di Bruxelles, leggendo il copione che le è stato imposto, un blocco navale delle coste della Libia primo nucleo di un muro marittimo generalizzato sul mediterraneo, Trump da presidente e non più da candidato ripropone il suo vallo al confine messicano provocando baruffe con l’instabile vicino.

A dire la verità la faccenda del  muro di trumpista  fa un po’ ridere perché è stato Clinton ad alzare un recinto di 1100 chilometri lungo il confine e il il tycoon si propone solo di completarlo con altri 500 chilometri: certo con il plus grottesco di pretenderne il pagamento dal Messico, cosa che tuttavia non può oscurare il fatto che non ci troviamo per nulla di fronte a qualcosa di improvviso, a un pensiero stravagante, a una inattesa riaffermazione del razzismo vittoriano,  ma alla maturazione progressiva e globale delle conseguenze a cui sta portando il pensiero unico.

Il fatto che il muro di Berlino fosse stato costruito nel ’61 per impedire il continuo trasferimento di gente dall’est all’ovest è una fola occidentale, anzi anglo occidentale, che ancora oggi viene pappagallescamente ripetuta nonostante il tempo passato, che si regge su dati ambigui, risalenti al periodo fra il ’49 e parecchi anni prima della sua costruzione, quando i trasferimenti dalle due parti delle zone in cui era stata divisa la Germania erano dettati più che altro da riunificazioni familiari, tanto che un numero non piccolo di persone si trasferì dall’ovest all’est. A riprova di questo va detto che anche dopo il ’61 le epicizzate fughe attraverso il muro non furono che una parte numericamente insignificante dei trasferimenti avvenuti con permessi ufficiali  e che un numero superiore di persone passò invece dall’ovest a est , compresi anche alcune migliaia di occidentali non tedeschi tra cui 300 americani.

Tutto questo è bene non farlo sapere in giro per non turbare un mito fondativo della fine della storia, ma a ben guardare anche dell’ Europa iper liberista. Cionondimeno il muro rappresentò un segno di debolezza del blocco orientale, il segnale di un esaurirsi della spinta  e di un chiudersi dentro i confini, il primo manifestarsi di una crisi che esploderà due decenni dopo. Lo stesso segnale, anche se enormemente più ampio che oggi lancia  il mondo occidentale impaurito da ciò che egli stesso ha provocato con le teorie della crescita infinita e dell’infinito profitto che ha trasferito  all’esterno la fabbrica del mondo, con lo sfruttamento di risorse che non ha portato crescita altrove, ma solo a se stesso in un primo momento e successivamente solo all’ 1 per cento di esso, con le guerre create, istigate, finanziate per gli stessi motivi di avidità, con l’impoverimento interno e la relativa messa in mora della democrazia, con il contrasto sempre più stridente fra la realtà e una narrazione sempre uguale a se stessa che vuole erigersi a verità eterne. Il risultato è quello di sentirsi assediato dai migranti visti come usurpatori di risorse e non come una risorsa  e di perdere giorno per giorno centralità sotto ogni aspetto: ogni muro che si erige è una sconfitta, un segnale di ritirata che si cerca di nascondere attraverso un atteggiamento sempre più tracotante e aggressivo.

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