La retorica bellica gioca brutti scherzi perché è difficile dominarla: una volta fatta uscire dalla tana acquista una vita propria e una logica inarrestabile. Così è successo ai Paesi baltici e in particolare alla Lettonia che adesso sta subendo le conseguenze del suo appoggio incondizionato a Kiev: droni ucraini, forse partiti dalla Finlandia e diretti verso obiettivi russi sono infatti caduti sul suo territorio, senza essere intercettati, provocando un terremoto politico con le dimissioni del governo di centro destra. Estonia, Lettonia e Lituania dopo la dissoluzione dell’Urss  sono Paesi entrati nel cono d’ombra della Nato – Ue dimezzando la propria popolazione e divenendo le scartine ideali per sparigliare le carte, abbaiare contro il cosiddetto nemico russo e tenere vivo il conflitto, adottando di fatto un’economia di guerra. La Lettonia in particolare, nonostante le piccole dimensioni della sua economia, è stata una delle nazioni europee più generose nel sostegno a Kiev dall’inizio dell’operazione speciale russa a febbraio del 2022. Ha speso lo 0,6% del Pil, per un totale di 1,08 miliardi di euro in quattro anni e ha messo nero su bianco l’impegno di non scendere mai sotto lo 0,25% del Pil annuo in aiuti a Kiev. Si capirà, dunque, l’imbarazzo quando il 7 maggio scorso tre droni hanno colpito il territorio lettone, uno dei quali si è schiantato a Rezekne, vicino a un deposito di idrocarburi.

Praticamente da molti anni l’unica attività visibile della Lettonia è il riarmo: in dieci anni la spesa militare lettone in rapporto al Pil è più che triplicata: dall’1,5% del 2015 è arrivata al 4,73% nel 2026, pari a 2,16 miliardi di euro, naturalmente con l’aiuto della della Security Action for Europe (Safe), il progetto dell’Unione Europea di sostegno al riarmo, che ha garantito prestiti per 3,6 miliardi di euro. È stata persino reintrodotta la leva obbligatoria. Ma tutto questo non è bastato a rendere sicuri i cieli: e per giunta non dal cosiddetto nemico, ma proprio dall’amico foraggiato a suon di miliardi. Lo shock del 7 maggio scorso, nasce da questo orientamento bellicista e  mostra quanto nell’Europa dell’Est  i problemi securitari e militari siano ormai l’unico argomento politico all’ordine del giorno. Un Paese “falco” nel sostegno all’Ucraina, in tal senso, vede i suoi limiti testati propri dalla disperazione di Kiev e dell’intera Nato nel tentativo di alimentare la guerra. Il fattore principale consiste proprio nel constatare come le enormi cifre spese per il riarmo siano del tutto ininfluenti e che, senza la Nato, sono del tutto inermi, cosa del resto intuibile per il piccolo territorio e la minuscola popolazione. Che insomma i Paesi baltici si sono prestati a fare del bellicismo antirusso la loro fondamentale ragione di essere, ma di non potere opporre davvero nulla al nemico che si sono scelti. Sono, per definizione, delle perdine altamente sacrificabili. Nel caso che la guerra che essi fortissimamente dicono di volere sarebbero semplicemente spazzati via senza alcuna sicurezza di un intervento dell’Alleanza atlantica che in ogni caso arriverebbe troppo tardi.

Ora, dopo la faccenda dei droni che dal 7 maggio in poi è continuata con altri episodi del medesimo tenore coinvolgendo anche l’Estonia, il che fa supporre che il territorio lettone sia usato proprio per il lancio di questi ordigni, poi deviati dalle contromisure elettroniche russe, arriva la doccia fredda: l’ambasciatore di Mosca presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha detto che la Russia dispone di informazioni secondo cui l’Ucraina avrebbe pianificato di lanciare droni militari dalla Lettonia e altri Paesi baltici, avvertendo che l’adesione alla Nato non avrebbe protetto tali Paesi da eventuali ritorsioni. La realtà sta facendo capolino: anche i baltici sono ormai carne da cannone.