elezioni-in-portogallo-merkel-770x531” Chiunque vinca, non cambierà nulla” . Parola di banchiere, anzi del presidente della  maggiore banca portoghese che in appena 5 parole sintetizza la situazione politica del Paese, lo spirito con cui la popolazione va oggi al voto, la rassegnazione di fronte ai diktat europei e  alla subalternità della politica. Benché il partito socialista avesse firmato il memorandum imposto dalla troika per poi passare all’opposizione, all’inizio dell’estate i sondaggi lo segnalavano in forte vantaggio sulla destra al potere. Ma con la vicenda greca e il voltafaccia di Tsipras tutto è cambiato e ora il raggruppamento che esprime il premier Passos Coelho, è saldamente in testa, mentre i socialisti temoni il minimo storico.

Ora si può anche pensare che i sondaggi siano  ritoccati o truccati , anzi diciamo che è una certezza, ma resta il fatto che la vicenda greca ha cambiato tutto e che nessuno è disposto davvero a credere che i socialisti abbiano la forza e la volontà di fare la minima resistenza a Bruxelles e Berlino. Per cui qualcuno voterà per i partiti di sinistra radicale e qualcun altro non andrà alle urne giusto per protesta, regalando alla coalizione di destra un successo attorno al 40%: uno scenario che fino a qualche mese fa era impensabile, ma con il quale anche i ciechi volontari più ostinati dovranno fare i conti, tanto più che anche nella vicina Spagna il declino fulminante di Podemos è andato di pari passo con il cedimento di Tsipras.

Finalmente anche i più illusi e ottusi possono capire perché l’Europa abbia fatto di tutto per far crollare il programma di Syriza e abbia considerato la piccola Grecia lo schwerpunkt, il fulcro sul quale agire per mantenere al potere l’oligarchia continentale e le sue logiche monetarie e sociali. Il fatto è che questa vittoria annunciata arriva in una situazione disastrosa per il Paese e i suoi abitanti creata proprio dal governo in carica, il cui unico pensiero è quello di ritardare o impedire l’uscita delle statistiche economiche, di camuffarle o  di darne un’interpretazione grottesca, nonostante il fatto che un quinto della popolazione è compresa negli standard della povertà assoluta. Per esempio la diminuzione della disoccupazione che comunque è al 25% e al 40% per quanto riguardo i giovani, non tiene conto del mezzo milione di essi che sono emigrati per sopravvivere (il Portogallo ha 10 milioni di abitanti, quindi si tratta di una cifra enorme). Oppure il miglioramento della bilancia commerciale non viene comparata al livello di caduta del mercato interno che ha fatto drasticamente diminuire le importazioni. Né si mette in luce che oggi il debito pubblico è il 30 per cento superiore a quello di prima della troika e il deficit annuale va oltre il 7%. L’unica inutile cifra che viene strombazzata è l’aumento previsto del Pil dell’1,7 per cento che di per sé riflette sia la survalutazione  truffaldina dei nuovi criteri di calcolo, sia l’apporto delle operazioni di privatizzazione selvaggia che si sono compiute, sia il calo di euro e petrolio. Ma anche di una lieve attenuazione dell’austerità proprio in vista dell’appuntamento elettorale.  Una crescita sulla carta paradossale rispetto  alla realtà fatta di un massacro del 22% nel settore pubblico, di una caduta dell’11% del settore privato, di un taglio pari al 25% delle pensioni, di un calo dei salari del 6% e come se non bastasse di una nuova tempesta che secondo l’Fmi si sta addensando sulle banche portoghesi. Insomma tutti gli indici parlano dell’effetto letale delle ricette della troika che sono state entusiasticamente accolte e messe in atto dal governo.

Eppure quel governo verrà con tutta probabilità riconfermato, forse con appena qualche voto in meno in termini numerici, anche perché ci ha pensato Tsipras a dimostrare non solo la mancanza di alternative concrete e credibili che vadano oltre la retorica elettorale, ma anche l’assenza di vere idee alternative nelle sinistre cosiddette riformiste e moderate come i socialisti. Nessuno ci crede più da quando si è assistito ai balletti del leader greco messi in scena per cedere senza pagare dazio. D’altro canto le sinistre radicali sono divise e non riescono a rappresentare l’alternativa mancante, come dice Melenchon “catalizzano la collera senza minacciare il sistema”. Infatti solo pochi giorni fa, Fernando Rosas, cofondatore del  “Bloco de Esquerda”,  che trova ispirazione in Syriza e Podemos, ha cambiato la sua opinione su euro ed Europa: “la zona euro è una specie di dittatura che non permette decisioni democratiche. Quindi vogliamo rinegoziare il debito e, se necessario, siamo pronti a lasciare l’euro. Non faremo l’errore di Alexis Tsipras che è andato ai negoziati senza un Piano B.”  Il ripensamento però è tardivo, arriva dopo mesi solo a ridosso delle urne, pare più impostato come replica al voto utile chiesto dai socialisti che sulle convinzioni ed è persino reso impacciato dal tentativo di cambiare impostazione senza però criticare apertamente Syriza e il suo leader. Insomma non è esattamente ciò che si aspetterebbe chi vuole un deciso e chiaro cambiamento di rotta, senza più traccheggiamenti e ambiguità, è destinato a raccogliere più il voto della disperazione che quello del lucido antagonismo. Non ci si può infilare all’ultimo minuto nella sala delle idee come un portoghese qualsiasi.