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American Psyco contro il Venezuela

4b53d6b2d23a13b7ead4715fee6b75e6Grandi manifestazioni di piazza per Maduro alla vigilia delle elezioni politiche che aprono una speranza di futuro per il Venezuela sotto assedio. Ma per quanto questo possa far piacere bisogna avere consapevolezza di ciò che si prepara e forse qualcuno avrà letto il documento top secret creato a febbraio dal Comando Sud degli Usa e firmato dall’ammiraglio Kurt W. Tidd, nel quale ci si occupa di mettere a punto il piano per destabilizzare il Paese latino americano ( ormai l’apparato militare non è più solo il braccio della politica, ma la sua mente)  e giungere così alla distruzione del chavismo. Si tratta di pagine agghiaccianti (qui per chi vuole approfondire), fortunosamente emerse dagli arcana imperii  che sono quasi un manuale universale della conquista via falsa democrazia – ormai un modus operandi oltre che ingannandi  tipica della strategia americana – nelle quali, in sostanza si rivelano alcune verità nascoste e negate  dall’informazione ufficiale nonché i piani di futura conquista che dovrebbe avvenire grazie alle armi dei Paesi latino americani sotto il controllo di Washington.

In estrema sintesi il documento ammette:

  1. che i problemi interni, prima fra tutte la penuria alimentare sono stati creati dai golpisti stessi con l’ovvio appoggio americano.
  2. che nonostante questo il regime di Maduro grazie alle sue misure populiste (sanità, istruzione, lavoro tanto per mettere in rilievo l’abominio morale di questo documento), può essere in grado in grado di resistere all’assalto
  3. L’ opposizione golpista sempre manipolata con la comunicazione, a volta guidata dai consiliori di Washington e spesso pagata a piè di lista dagli Stati Uniti,  non soltanto non possiede la capacità mettere fine al chavismo, ma “a causa di dispute interne e di una corruzione paragonabile a quella dei loro rivali” anche se vincesse non sarebbe in grado di governare il Paese.

Da queste premesse discende la necessità di agire attraverso altri strumenti in modo da permettere all’amministrazione Trump di “portare avanti la propria visione della democrazia e della sicurezza”. Occorre insomma agire da una parte per  diffamare il presidente Maduro,  ridicolizzarlo. presentarlo come esempio di goffaggine e incompetenza, un fantoccio agli ordini di Cuba, incoraggiare l’insoddisfazione popolare, favorendo maggiore instabilità, penuria dei beni fondamentali, la fuga dei capitali esteri e il tracollo della moneta nazionale. Dall’altro però occorre “mobilitare gli alleati interni e le altre persone, ben inserite nel panorama nazionale, con l’obiettivo di provocare manifestazioni, disordini e insicurezza, saccheggi, furti e attentati, di causare vittime, addossandone la responsabilità al governo, di sequestrare  battelli e altri mezzi di trasporto, mettendo così a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi.”

L’ultimo fra questi “consigli” potrebbe sembrare marginale ed è invece il punto chiave: l’insicurezza tra i Paesi confinanti serve intanto alla penetrazione di forze militari e paramilitari con la mobilitazione anche di aerei, elicotteri, droni, forze di incursione guidate da Panama,  poi serve ad “ottenere l’appoggio e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana) dal momento che l’operazione militare venga sviluppata sotto bandiera internazionale, con l’avallo della Conferenza degli Eserciti Latino-Americani, sotto l’egida dell’Organizzazione degli Stati Americani e con la supervisione, in ambito giuridico e mediatico, del suo segretario, Luis Almagro”. Insomma bisognerà  “creare un’unità d’intenti fra  Brasile, Argentina, Colombia e Panama, affinché contribuiscano a incrementare le truppe, per poter sfruttare la loro vicinanza geografica e la loro esperienza in operazioni in zone di foreste e nella giungla. A rafforzare la dimensione internazionale dell’operazione contribuirà la presenza di unità di combattimento degli Stati Uniti.”

Vista la difficoltà di vincere elezioni che comunque lo stesso documento redatto a febbraio dice non saranno riconosciute valide, pur ammettendo apertamente che le l’opposizione viene spinta alla violenza criminale  e che le carenze del Venezuela sono state create ad arte,  si vuole ricorrere ad una vera e propria invasione del Paese per avere ragione di una volontà popolare che nel momento in cui si oppone al mondo oligarchico diventa populista. Occorre dire che raramente si arriva in possesso di documentazioni così terrificanti che superano di molte lunghezze quelli di cui disponiamo e che accompagnarono l’espansione nazista in Europa, ma in quelli almeno non c’era l’ipocrisia o l’ottusità ontologica di lavorare per la democrazia. D’accordo che questo piano di azione è stato redatto da militari americani, quindi da quanto di peggio possa esprimere il Paese,  ma il fanatismo ideologico, il cinismo e la natura criminale che emergono dalle parole riportate sono molto più comparabili con quelli delle SS e dei loro piani, piuttosto che con quelli dell’esercito tedesco. Un paragone che non deve affatto sembrare improprio dal momento che esso dimostra qualcosa  di assai più ampio della vicenda venezuelana, ossia lo stato di collasso morale e politico cui sta arrivando il mondo occidentale e il suo rapido avvio verso una situazione da tardo impero.

 

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Euro, profezie quasi postume

foto_azimut_profezie_autoavveranti2Gli eventi più notevoli di questi ultimi giorni non sono certo le consultazioni per formare un governo, ma l’uscita di due articoli, il primo di Luigi Zingales e l’altro dell’ economista Marcello Minenna che prefigurano in qualche modo il disastro  dall’euro. Entrambi i pezzi sono usciti su pagine consacrate del liberismo, rispettivamente Foreign Policy e Business Insider, entrambi gli autori appartengono alla stessa etnia economica, Chicago boy il primo, bocconiano il secondo, entrambi per tutti gli anni della crisi non hanno fatto altro che considerare come sacramentaria la moneta unica anche a costo dei massacri sociali che andavano a sostituire la flessibilità monetaria, anzi, forse a maggior ragione. ma entrambi gli interventi partono dalla  necessità di mettere mano ai trattati per evitare il disastro del Paese.

Una bella coincidenza che viene peraltro ampiamente spiegata dal fatto che in Germania si sta seriamente considerando l’ipotesi di una disarticolazione dell’area euro prima che in un modo o nell’altro Berlino si trovi a pagare dazio rispetto a quanto accumulato negli ultimi 16 anni o attraverso qualche meccanismo di condivisione dei debiti oppure in caso di defezione di qualche Paese, ormai al collasso, attraverso l’annullamento dei debiti messi insieme grazie alla moneta unica. Visto che in questi anni i vantaggi di questa posizione di vantaggio determinato dall’euro sono andati esclusivamente verso i ricchi, mentre il resto della popolazione sta peggio rispetto a prima della crisi, si tratta di strade assolutamente impercorribili dalla politica tedesca; d’altro canto il macigno lanciato dall’Italia con elezioni che hanno messo in minoranza i principali e più credibili fautori di questo ordine europeo fa comprendere come sia ormai difficile contenere le forze centrifughe anche in quei Paesi che si sono dimostrati più obbedienti e masochisti al punto da smuovere persino Zingales.  Ecco perché  un gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn, Karl Konrad del Planck-Institut e anche il Presidente del Consiglio dei Saggi Economici  Christoph Schmidt hanno presentato una proposta di riforma della legislazione comunitaria affinché essa preveda espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito, in modo che un Paese possa uscire dalla moneta unica in maniera ordinata  e tale da non compromettere il pagamento dei debiti accumulati attraverso i meccanismi bancari che in sé, nella situazione attuale non avrebbero scadenza scadenza.

I dettagli di questa presa di posizione, che comunque nasce da un complesso e prolungato dibattito. sono contenuti qui nell’articolo di Minenna, ma è chiarissimo come persino  tra gli economisti fiancheggiatori dell’ordoliberismo ci si stia accorgendo di come la situazione non possa più essere sostenuta a lungo per quanto possa essere potente la propaganda e che continuare su questa strada possa preludere a uno sfascio traumatico non solo della moneta unica, ma dell’Europa stessa e delle elites che hanno messo in piedi meccanismi di disuguaglianza e umiliazione del lavoro. Insomma un passo indietro per difendere le “conquiste” del capitalismo negli ultimi due decenni.

Ci troviamo perciò in una situazione assolutamente paradossale: quella nel quale i vincoli esterni del Paese sono quelli che determinano le politiche fondamentali al di là delle promesse e dei governi possibili, precludendo perciò qualsiasi strada a una riappropriazione, di dignità, sovranità uguaglianza e rappresentanza, mentre una parte notevole di quegli stessi vincoli esterni, in cui gli interessi nazionali dei Paesi forti sono tutt’altro che assenti,  preparano e dibattono e vie di fughe che più loro convengono, ma che in Italia sono ancora tabù nonostante il fatto che la sconfitta sostanziale delle forze complici dei meccanismi di declino civile sia all’origine di un’accelerazione del criticismo verso l’euro. Sono ancora tabù principalmente in quell’area di sinistra nominale o illusoria che dietro il feticcio di un internazionalismo di maniera sono divenuti i più preziosi aiutanti del neoliberismo e ne difendono a spada tratta gli strumenti. Non si può inoltre non considerare grottesco, in questo quadro nel quale persino gli aedi a mezzo stampa del neoliberismo cercano nuove dislocazioni, la normalizzazione progressiva dei vincitori delle elezioni che non paiono avere più alcuna intenzione di mettere in campo seriamente questi temi e lasciano che sia altri a farlo secondo i propri interessi.


Fmi, prove di governo

A Conversation with Christine Lagarde – The Economic Imperative of Empowering WomenCome ho più volte sostenuto il governo formale del Paese può tranquillamente aspettare perché in mancanza di una decisa discontinuità, appare come un fattore del tutto secondario visto che esiste già un esecutivo di fatto: i poteri europei e i centri dell’economia finanziaria finanziaria che ne sono i burattinai. Anzi a questo proposito abbiano già un documento di programmazione economico – finanziaria stilato dal Fmi e fatto uscire due settimane fa sotto forma di studio, ovvero l’incarnazione più neutra di diktat, che” suggerisce” nuovi e più intensi massacri sociali in diretta collisione con le promesse dei vincitori delle elezioni, ma anche delle ipocrisie dei perdenti.

Si tratta con tutta evidenza del prodotto di amanuensi rincretiniti che continuano a scrivere formule e a consigliare di aumentare le dosi del veleno che ha causato il declino, senza nemmeno accorgersi delle contraddizioni e dei non sensi a cui vanno incontro nel tentare di conciliare l’ideologia con la realtà fattuale: da una parte si dice infatti che l’Italia ha una percentuale di dipendenti pubblici inferiore alla media, che lo Stato spende poco per la scuola e che il livello di investimenti pubblici è insufficiente. Dall’altra però visto che abbiamo le mani così bucate da spendere molto meno di altri Paesi e per giunta da avere anche avanzi di bilancio, cosa pressoché sconosciuta alla più parte d’Europa, viene suggerita una drastica riduzione della spesa sociale e delle pensioni con un piano che prevede più o meno ciò che suggerisce Bruxelles, ovvero un taglio di spesa di 30 miliardi in quattro anni, il 2 per cento del Pil che ovviamente è destinato a non ricomparire mai più perché se una cosa è certa, provata, verificata è che i tagli di spesa servono solo a peggiorare la situazione.

Ma questo non è che l’antipasto: in un altro punto di questo cosiddetto studio si sostiene, conti alla mano,  che il nostro sistema previdenziale è sicuro e sostenibile ( del resto basta sottrarre al bilancio pensioni in sé le operazioni assistenziali surrettiziamente addebitate all’Inps, per rendersi conto il sistema non solo è in attivo, ma viene regolarmente saccheggiato dallo stato) , tuttavia si invita a un taglio draconiano delle pensioni con la ferrea coerenza dei cretini, semplicemente perché è questa linea generale del Fmi, portata avanti anche con atroci suggerimenti di eutanasia sociale. Poi si sostiene (questa è la differenza con Bruxelles), che nonostante il taglio di 30 miliardi dovremmo comunque aumentare l’Iva, cosi da dare un colpo mortale ai ceti popolari e creare nuove e impervie difficoltà a un mercato interno che già langue.  Dulcis in fundo l’Fmi consiglia vivamente di diminuire i contributi sociali  a carico dei datori di lavoro ed aumentare quella a carico dei lavoratori.

Forse quest’ultima raccomandazione è quantitativamente marginale rispetto al resto e almeno in apparenza meno inquietante tanto più che da anni si procede in questa direzione, ma accende la spia sul senso di questo coacervo di contraddizioni messe insieme da beghine del neoliberismo che recitano il loro rosario e le loro formule magiche qualunque cosa accada o qualsiasi evidenza si presenti: si tratta di togliere ai poveri e dare ai ricchi, di umiliare il lavoro e srotolare tappeti rossi davanti al profitto nonché di abbassare i salari reali perché i  contributi per pensioni, sanità, maternità sono a tutti gli effetti salario indiretto. Il fatto poi che tutto questo sia stato pubblicato a due settimane dal voto e ancora in assenza di un governo politico la dice lunga sul fatto che questi signori, del resto parte integrante di quella troika che vorrebbe gestire direttamente l’Italia, vogliano giocare di anticipo e tentare di imporre un’agenda destinata in qualche modo a influenzare la formazione di un esecutivo e i suoi scopi. Oltre a costituire una sorta di ricatto per chi non volesse tenere conto dei loro suggerimenti fallimentari. Una ragione in più per prendere tutta questa sudata carta straccia e buttarla dove si merita, se si vuole cominciare ad uscire dalle logiche dell’impoverimento e del declino.


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