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Le elezioni proibite

Ci saranno ancora elezioni in Italia? Benché la domanda possa sembrare un esercizio di provocazione si tratta di un’eventualità che sta uscendo via via dall’ambito puramente ipotetico per diventare un possibile incubo reale. La prova del nove la si è avuta proprio in questi giorni quando alcuni sondaggi realizzati dopo i fatti di Washington hanno evidenziato che lo schieramento Salvini -Meloni non solo non ha subito alcun contraccolpo, ma ha anzi ha dato indizi di ulteriore crescita ponendosi come potenziale ed ampia maggioranza. Poiché il Conte 2, questa specie di mostro che si potrebbe definire come un’idra a tre teste, se non fosse evidente che non ne ha nemmeno una, era nato proprio per impedire che  le forze di sicura fedeltà europeista e bancaria venissero clamorosamente sconfitte. E questo lo si poteva evitare solo non andando alle urne anche a costo di creare una situazione assurda attraverso l’innaturale unione fra quelli che erano i nemici per la pelle fino a cinque minuti prima. La crisi alla quale assistiamo in questi giorni non è di natura politica, è stata innescata da una indecorosa e ignobile rissa per la gestione dei soldi che forse arriveranno dall’Europa, che saranno alla fine una semplice partita di giro, che dovranno essere spesi come dice Bruxelles e a fronte di ulteriori macellerie sociali, ma che nell’immediato costituiscono una fonte di potere. Il Pd e Renzi non possono permettere che Conte li utilizzi per creare un proprio partito centrista che renderebbe il Pd un partitino, nemmeno i cinque stelle lo possono permettere anche se in ogni caso il loro scopo è rimanere fortissimamente attaccati alle poltrone e dunque far arrivare la legislatura a termine. Ma in queste condizioni è vietato andare alle urne perché altrimenti il trio Meloni- Salvini e Berlusconi stravincerebbe.

Lasciamo stare la pena che si può provare vedendo l’opposizione in mano a questi personaggi, lasciamo anche perdere la catastrofica gestione dell’emergenza pandemica che ha visto l’Italia assoluta protagonista planetaria di una straordinaria contraddizione con quasi il maggior numero di presunti morti da Covid a fronte delle misure di segregazione e  distanziamento sociale più draconiane e più distruttive del tessuto economico:  fatto sta che in tale condizione qualsiasi crisi politica, di qualunque natura e gravità, si deve svolgere – per ferrea volontà del partito europeo dentro e fuori i confini – senza ricorso alle urne. In questa occasione la scusa viene pronta, c’è il covid e non si può votare e si troverà il modo di sostituire Conte con qualche eminente piddino, Franceschini ad esempio, di cui si mormora anche perché dubito che un personaggio come Draghi voglia rischiare di bruciarsi in questa fase. Tuttavia l’insieme di tali fattori ci dice che le forze pro sistema hanno fallito l’obiettivo di limitare l’ascesa delle opposizioni e se Salvini è un po’ calato, la Meloni ha fatto il pieno così che la somma dei due è ancora maggiore di prima. Ma ciò non è legato a una fase contingente o a errori commessi anche se ce ne sono abizzeffe,  ma deriva da un’irrecuperabile crisi di rappresentatività dei partiti che si riferiscono al sistema e che dunque dalle urne non possono che aspettarsi una sconfitta. D’altro canto anche le opposizioni se pure fossero davvero contro il sistema di potere euro oligarchico ( e non lo credo affatto) pur stravincendo le elezioni sarebbero sottoposte al ricatto della finanza e di Bruxelles e dovrebbero così rinunciare ai loro programmi, anche ammesso che li avessero: in due parole le elezioni sono da una parte inutili e dall’altra fonte di rischio per i piccoli e miserabili asset di potere interni. Servono ormai come rito volto ad impedire che i cittadini possano fingere con se stessi di vivere in democrazia e non in sistema autoritario. E tuttavia la quasi assoluta ubbidienza della popolazione ai diktat più assurdi e incoerenti lascia spazio alla speranza che qualunque cosa possa essere imposta. Quindi è probabile che si farà di tutto per evitare l’appuntamento con le urne  visto che da noi non c’è il voto postale con cui sovvertire qualsiasi risultato.

Così nel 2023 quando in ogni caso si dovrebbe andare a votare  non mi meraviglierei che saltasse fuori una qualsiasi emergenza sanitaria oppure economica ( quella è anzi praticamente certa) grazie alla quale rimandare a data da destinarsi le elezioni. Con la narrazione pandemica e grazie all’entusiastico apporto degli antifascisti da figurine Panini,  è stato sdoganato il concetto che qualunque torsione costituzionale è legittima a fronte di eventi eccezionali reali o anche creati dall’illusionismo mediatico: non si vede perché lo stesso meccanismo non possa essere usato per evitare il voto. E se qualcuno pensa che sia fantascienza rifletta a come avrebbe considerato fantascienza essere chiuso in casa per un’influenza e obbligato a un vaccino per la stessa.


Sbiden contro Strump

Molti sono convinti che Trump stia ormai esaurendo le cartucce e che le sue azioni legali contri i brogli elettorali non siano altro che un estremo tentativo di resistenza a Biden dal valore più che altro simbolico, adeguato al carattere dell’uomo, però del tutto inutile. Ma questi molti sono proprio quelli che non conoscono nemmeno sommariamente il bizantino meccanismo elettorale americano, costruito a suo tempo, ad onta delle favole che si raccontano, più per garantire il federalismo e il potere delle elite che in omaggio alla democrazia. Naturalmente non posso conoscere  la sostanza delle questioni sui brogli sollevate dagli uomini di Trump e da Rudolf Giuliani, anche se ormai essi sono una piaga ventennale delle tornate elettorali in Usa ad ogni livello e alcune volte sono stati proprio di democratici ad opporsi ai verdetti del sistema Dominion. Non voglio però entrare in questioni tecniche che non conosco e sulle quali non potrei informami adeguatamente, tuttavia la questione è molto diversa da quella che viene presentata dall’informazione nostrana: non è che Trump abbia bisogno di vincere in tutti gli stati  in contesa, per spuntarla: il suo obiettivo è assai più modesto e raggiungibile  ovvero quello di impedire a Biden di arrivare ai 270 voti elettorali. Questo scenario di impasse potrebbe sembrare del tutto inedito o impossibile ed è invece assolutamente previsto dal 12° emendamento della Costituzione ed è già successo nel 1824 che  tutti e quattro i candidati in lizza non raggiungessero la maggioranza dei grandi elettori o almeno il 50 per cento di essi. Anzi a ben guardare tutto questo sistema barocco può funzionare decentemente fino a che i candidati reali, a parte qualche personaggio di disturbo che col sistema maggioritario non conta nulla, siano soltanto due, ma con una maggiore pluralità  una situazione come questa potrebbe riproporsi praticamente ogni 4 anni.

Ora cosa succede se qualche stato non fosse  in grado di proclamare i risultati elettorali definitivi entro il 14 dicembre e dunque né Biden, né tantomeno Trump raggiungessero la fatidica quota di 270?  La questione passerebbe alla Camera che dovrebbe procedere ad eleggere il nuovo presidente. Dunque Biden dovrebbe vincere comunque visto che i democratici hanno la maggioranza. al congresso Niente affatto: in questo caso sarebbe Trump a spuntarla perché il voto non avviene nominalmente, ma  i rappresentanti di uno stesso Stato dispongono collettivamente, di un solo voto. E gli stati a maggioranza repubblicana sono di più. Insomma, al contrario di quanto ci vorrebbe far credere la nostra informazione lo scontro è tutt’altro che concluso perché se le azioni legali contro i brogli avessero un successo anche parziale, di fatto Biden sarebbe fuori. E paradossalmente ai democratici a questo punto converrebbe politicamente una vittoria di Trump: potrebbero sempre dire che il malvagio parrucchino arancione gli ha rubato le elezioni, mentre mettendo alla Casa Bianca lo svanito e corrotto Biden,  avrebbero un presidente inetto e sospettato di essere stato eletto non dal popolo, ma dai brogli, permettendo a Trump di acquisire la dimensione di un leader pronto a tornare in lizza e con un credito personale di cui i repubblicani non potrebbero fare a meno. Il fatto è che Biden non è tanto il candidato dei democratici, quanto del milieu economico – militare che ha una fretta matta di riprendere possesso della sala ovale e con essa dei venti di guerra.

A questo punto permettetemi una notazione storica riandando all’analoga situazione verificatasi quasi due secoli fa, nel 1824: apparentemente si tratta si episodio lontano e invece è intriso di molte possibili suggestioni. In quell’anno lontano infatti si doveva eleggere il successore di James Monroe, ovvero il presidente che enunciò l’omonima dottrina che solitamente si fa coincidere con la nascita dell’impero americano o meglio con il passaggio graduale del comando dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Che la medesima situazione rischi di riproporsi nell’agitata fine dell’impero  e con due candidati uno peggio dell’altro sembra quasi l’annuncio del crepuscolo. Mentre le immense file di auto che si dirigono verso i centri di distribuzioni di aiuti alimentari segnano la fine del sogno americano anche come semplice immagine simbolica sopravvissuta a se stessa durante una stagione di enormi disuguaglianze sociali, il sistema quasi ritorna alle origini ed entra in crisi, ma questa volta come farsa delle elite e dramma del popolo.                                                                       .


Duello alla fine dell’impero

Oggi negli Stati Uniti si vota per due candidati (e due aree elettorali) che si mostrificano a vicenda pur essendo entrambi molto al di sotto del bene e del male che viene invocato in loro nome, ossia la salvezza dell’America e che in ogni caso hanno le mani legatissime da potentati economici i quali fissano limiti rigorosi alle agende politiche. Tuttavia è proprio questa radicalizzazione che segnala il profondo cambiamento in atto perché da quando gli Usa si sono costituiti di fatto in impero, ovvero nel 1823 con la dottrina Monroe, gli scontri politici sono stati sempre riassorbiti dentro un coacervo di vasti interessi interni ed esterni che garantivano un flusso di risorse necessario a una relativa pace sociale: con la sola eccezione della guerra di secessione i cui prodromi somigliano molto alla situazione attuale, i due maggiori partiti, incollati al potere da una serie di regole parlamentari via via accumulatesi che non consentono rinnovamenti significativi, sono sempre stati convergenti al centro e dunque con poche reali differenze se non in alcuni momenti come quello della grande crisi. Lo “stile di vita” era per il sistema bipartitico, il punto fondamentale da difendere ad ogni costo e a scapito delle altri parti del mondo.

Se oggi assistiamo ad un scontro così aspro e così divisivo che va molto oltre i candidati, lo si deve al fatto che il motore che teneva assieme il tutto con una relativa stabilità è entrato in crisi: l’impero non è più un dato certo e indiscutibile perché negli anni le politiche neoliberiste, quelle neocoloniali, le avventure militari hanno spostato altrove la manifattura, favorendo l’ascesa della Cina con la sua visione di dominio morbido e condiviso che del resto fa parte della sua storia millenaria, hanno suscitato la resistenza delle vecchie potenze come la Russia che sembrava essere stata messa all’angolo per sempre e che invece si riaffaccia con armamenti che hanno reso obsoleta molta parte dell’elefantiaco sistema militare americano, si sono attirate l’odio di miliardi di persone a causa di guerre che per giunta si sono rivelare perdenti, sono riuscite persino a sfilacciare i rapporti con L’Europa . E last but no least una grande parte della classe media, in prevalenza bianca è stata drammaticamente impoverita: tutte cose che stanno provocando l’emersione dei nodi irrisolti dell’Unione, quelli messi sotto il tappeto grazie a un sistema di sfruttamento planetario che ne smussava i toni. A questo punto la scelta è se diventare lo strumento secolare e armato dell’oligarchia globalista – vedi_Biden –  o cercare una sorta di ritiro organizzato per tentare di rimediare ai troppi errori commessi – vedi Trump che tuttavia è molto al di sotto delle capacità necessarie a  questa scommessa.

Le implicazioni sociali di queste due scelte sono enormi e potrebbero anche portare a una guerra civile visto che nessuno sembra disposto a cedere sulla contestazione dei risultati:  l’ultimo sondaggio di YouGov ci dice che addirittura il 33% dei democratici e il 36% dei repubblicani sostiene la violenza politica di parte. A questo si aggiunge  la frustrazione repressa per i blocchi del COVID-19 e il danno economico e sociale che hanno inflitto: gli americani hanno visto le loro vite sconvolte e degradate dalla pandemia e dai blocchi, si sono  divisi in due campi, ciascuno capro espiatorio dell’altro per la terribile situazione. I primi dicono che la diffusione della pandemia (con tutti i suoi dati truccati però) è colpa di Trump, gli altri sostengono che il virus sia stato diffuso proprio per impedire una rielezione che all’inizio dell’anno pareva cosa certa. Ma in queste recriminazioni si avverte che ormai tra le fazioni si insinua un’odio che va ben al di là della questione.

Tuttavia, per quello che ci concerne  le due scelte alla fine dell’impero comportano grandi conseguenze: la più importante è che soprattutto con Biden che pare riscuotere più successo tra i militari, continuerebbe la serie delle guerre infinite inaugurate da Bush e mantenute dal premio nobel per la pace Obama, con un un rischio altissimo di guerra generalizzata: ormai gli Usa sotto la pressione continua del Pentagono e dell’apparato industrial – militare  hanno abbandonato la dottrina della deterrenza in favore di quella della flessibilità che prescrive l’uso di testate nucleari depotenziate per  avere ragione dell’avversario in caso di situazioni particolarmente avverse, con tutto questo che ciò comporta, ovvero una immediata risposta nucleare. E  in questa prospettiva stanno rinuclearizzando l’intera Europa facendone un bersaglio obbligato. In più nel Providing for the Common Defense  si dice che la guerra non è più una questione di se,  che è in corso la preparazione di un conflitto  che coinvolgerà ampie fette della popolazione americana con perdite enormi, senza che tuttavia sia certa la vittoria. L’impero insomma rischia di finire tra le fiamme trascinandoci tutti dietro la follia di alcuni pazzi. .

 


“Non ho bisogno di voi per essere eletto”

Magari sarà che Biden è confuso e frastornato dalla campagna elettorale giunta ormai agli ultimi fuochi, ma sono probabilmente proprio queste le condizioni in cui le censure dell’ipocrisia vengono meno e si innesca un a specie di sindrome di Tourette del politicante che bestemmia ciò per cui dice di battersi. E infatti è accaduto l’altro ieri in Michigan durante uno degli ultimi discorsi alla presenza di Barak Obama: il candidato di cui non si può parlare male perché il mainstream vieta qualsiasi allusione agli scandali di cui è insano portatore insieme al figlio Hunter, ha esclamato tra la costernazione generale dei presenti : “I Don’t Need You to Get Me Elected”, non ho bisogno di voi per essere eletto e questo mentre parlava come un automa dietro la slogan della campagna ovvero “Una battaglia per lo spirito della nazione.” Ora va bene che Biden appare tutt’altro che lucido, ma non si può certo ipotizzare un semplice lapsus e in ogni caso  lo stesso non si può dire della speaker della Camera Nancy Pelosi la quale appena il giorno precedente a questo incidente aveva fatto a sua volta un frontale contro ciò che rimane della democrazia dicendo: “Sono sicura che Joe Biden verrà eletto presidente martedì, ma  qualsiasi sia il conteggio finale dei voti di martedì, sarà eletto. Il 20 gennaio si insedierà come presidente degli Stati Uniti”.

Del resto ha avuto una buona maestra visto che è stata la stessa Hillary Clinton ad aprire il fuoco sostenendo che “ i democratici devono  riprendere la Casa Bianca con ogni mezzo e in ogni circostanza” .  Cosa si vuole dire con queste parole probabilmente suscitate dal timore che lo scandalo di Biden padre e figlio possa rompere la diga del silenzio informativo prima dell’apertura delle urne?  Che se dovesse andare male rispetto a sondaggi di scarsa credibilità,  i democratici imporrebbero una serie di riconteggi nelle aree dove la differenza tra i due candidati è dello 0, 5 per cento? Oppure che si vuole anche approfittare in altro modo dell’incertezza, mentre ancora non c’è stata alcuna proclamazione, per tentare qualcosa di diverso e di più inquietante?  Che si tratti di infelici sparate verbali in vista del momento della verità o magari di piani effettivamente formulati, rimane il fatto che ogni tanto il sipario si scolla e mostra ciò che davvero c’è dietro la rappresentazione del potere, il fastidio per non dire l’odio gli elettori dei quali davvero non ci dovrebbe essere bisogno. Quasi si tocca con mano il disappunto per non poter agire sempre come per la pandemia con ordini che non tollerano discussioni o defezioni, anche se non è detto che un regime sanitario non sia in qualche modo nei retropensieri di queste signore e signori che al pari di qualche miliardario di chiara fama preferiscono la filantropia delle elemosine alla democrazia dei diritti.

Insomma se mettiamo insieme tutte queste dichiarazioni  ne esce un quadro perfettamente in linea con i maggiori think tank del mondo neoliberista nei quali la democrazia è vista come apparato scenico che tuttavia non può e non deve davvero mettere in discussione la volontà e l’indirizzo del potere reale o almeno di quello prevalente Per cui anche se gli americani dovessero scegliere Trump i dem sarebbero disposti a mettere definitivamente in crisi le istituzioni americane pur di riconquistare la Casa Bianca in nome e per conto di un’aristocrazia globalista. Certo non è che l’avversario sia molto meglio visto che in definitiva fa parte dello stesso mondo sia pure in posizione più defilata, ma la cosa inquietante è che queste cose ormai vengono apertamente dette.


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