Archivi tag: elezioni

L’arena dei pagliacci

Purim hand drown backgroundIl ceto politico ha smesso persino di fare l’equilibrista sia pure con la rete di salvataggio,  e nell’arena del circo politicante sono usciti  i pagliacci con le loro mazze di plastica i fischi e i lazzi. La realtà supera la fantasia e ammazza la superstite dignità, ma in questi giorni se ne sono viste davvero troppe a cominciare dalla mini adunata Cinque Stelle a Roma in piazza Santi Apostoli nella quale si è protestato contro la casta, rappresentata da due anni a questa parte proprio dai pentastellati e contro la possibilità di abrogare la legge sui vitalizi quando essi stessi sono al governo. Nel disastro del Paese riprendono il tema puramente simbolico, senza effetti concreti,  che ha accompagnato la loro ascesa proprio nel momento in cui  facendosi potere di corridoio e di stanza dei bottoni, indossando l’abito del trasformismo sono diventati esattamente tutto ciò che aborrivano. Ma del resto dopo la lezione delle sardine che protestavano contro l’opposizione dalla parte del potere, ogni inutile sciarada è diventata possibile, anzi diciamolo pure ogni finzione o anche qualsiasi manovra alla Renzi.

Né va meglio nel campo opposto dove la Lega salviniana ha trovato modo di esprimere tutto e il contrario di tutto prima con Giorgetti che ha parlato dell’assoluta fedeltà dell’Italia sia all’Europa che all’Euro e poi smentendosi con Salvini il quale ha bofonchiato che se l’Europa non cambia allora farà come la Gran Bretagna, facendo balenare persino la volontà di un’uscita. In realtà con queste parole si leader della Lega si è adagiato sulla medesima comoda ipocrisia dell’altro europeismo che per far accettare l’avvilente realtà finge un cambiamento che non è possibile attuare nemmeno nelle più ardite fantasie istituzionali: da sempre l’immobilismo si nutre dell’impossibile. L’insieme di queste buffonate ci dice solo una cosa concreta: ovvero che i partiti si si sentono già in campagna elettorale, che i Cinque stelle stanno raschiando il fondo del barile della militanza residua e che i leghisti cercano di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte per cercare di soddisfare tutti, scontentando tutti: una tattica da quattro soldi che li danneggerà, ma che soprattutto rivela la mancanza di reali prospettive, sostituite da una retorica occasionalistica tripartita tra l’asse Bagnai – Borghi, la prospettiva Giorgetti e Salvini che tenta una specie di continua quanto ipocrita retorica dei due forni.

Tutto questo fiorire di eventi e di parole dimostra come ormai le formazioni politiche si sentano già in campagna elettorale anche se non si sa quando si andrà alle urne e di qui il tentativo di rianimare la base pentastellata nonostante l’encefalogramma piatto per dare l’impressione che vi siano ancora segni di vita in vista di un appuntamento per evitare il quale i deputatati  grillini venderebbero la madre ai beduini e l’anguillesco comportamento della Lega che gioca in un campo e sull’altro, dicendo a ognuno quel che vuol sentire. Ma proprio questo assetto pre elettorale, con posizioni sostanzialmente indifferenziate se non per qualche particolare o per qualche bugia sancisce la fine della politica, ovvero l’impossibilità di cambiare le cose attraverso la semplice rappresentanza poiché questa non appartiene più agli elettori, ma al sistema di potere che la esprime secondo i suoi interessi. Il Paese sembra all’estrema periferia dei bradisismi  politici che si annunciano altrove, seppure in forme diverse, basti pensare alla Gran Bretagna, alla Francia, all’Irlanda e alla stessa Germania nella cui parte est si avverte il tramonto della socialdemocrazia e della Cdu, in favore di formazioni più radicali come Afd sul versante destro e Linke sul lato sinistro. Qui dopo vari tentativi, anzi illusioni di cambiamento, abbiamo il più completo immobilismo e soprattutto l’incapacità di parlare dei temi reali che non sono certo quelli dei vitalizi o del numero dei parlamentari, e nemmeno quello di eliminare la burocrazia per l’economia paarassitaria, ma  l’euro, le regole di bilancio, l’austerità, la disoccupazione come strumento per disgregare il diritto del lavoro e abbassare i salari a livello di povertà, la scuola, la sanità: ovvero tutto quello di cui le forze politiche non vogliono assolutamente discutere. Più facile vestire la giubba e mettersi il naso rosso e far esplodere i mortaretti.


Il candidato Nessuno

civAnna Lombroso per il Simplicissimus

In previsione delle future scadenze elettorali circolano in rete, oltre che sui quotidiani,  appelli al voto a sostegno di candidati che incontrano il favore di quella virtuosa società civile che vuole contrastare la cattiva politica, i suoi vizi e la sua barbara comunicazione, proponendo icone gradite all’ideologia del politicamente corretto per indole mite e garbata o per l’appartenenza di genere, purchè naturalmente queste loro qualità siano quelle che dimostrano l’adesione e la fidelizzazione all’establishment, rassicurato e reso ancor più vigoroso dalla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna.

Ne ho sott’occhio una, quella, eccellente per molti motivi, di Ferruccio Sansa in Liguria, aggraziata allegoria della coalizione governativa declinata su scala, in quanto appoggiata, pare,  dal Partito Democratico in temporanea associazione di impresa – augurandosi che non sia di pompe funebri, con  il Movimento 5 Stelle, “per assestare un duro colpo nel cuore del Nord al Centrodestra e soprattutto alla Lega di Matteo Salvini” come scrivono in questi giorni le cronache politiche. Tanto che le solite fonti accreditate citano un sondaggio che darebbe il fronte Pd-M5S più altri partiti come Leu/Mdp e Verdi, a distanza di un solo punto rispetto a quello di Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, guidato dal  presidente uscente Toti, che malgrado le performance negative sarebbe ancora favorito.

Sansa sta riscuotendo il caldo appoggio di quelle personalità che ormai servono a ravvivare un po’ l’elenco delle firme in calce agli appelli degli intellettuali organici, cantanti e attori, filosofi e sociologi del pensiero debole e del presenzialismo forte, vignettisti e comici. E in effetti il giornalista del Fatto ha tutti i numeri per piacere alla gente che piace: ed è anche noto anche al pubblico televisivo per avere anticipato l’ideologia delle sardine opponendo negli anni un certo garbo agli attacchi virulenti di figuri aggressivi, da Gasparri a Rondolino e alla Santanchè. Ma anche  per essersi fatto interprete e portatore di begli affetti familiari cari allo schieramento dell’Amore, difendendo la figura del padre, Adriano, magistrato e ex sindaco di Genova, cui sono state attribuite, probabilmente  non a torto, responsabilità politiche e amministrative  per la “decadenza” della  Superba, anche da irriducibili marpioni quali Burlando, noto più per aver percorso contromano un tratto autostradale che per le sue imprese di   governatore della Regione o per quelle di vice e poi primo cittadino del capoluogo, quando, lui vigente, si verificarono  due alluvioni catastrofiche e si consolidò il sacco della città grazie a operazioni immobiliari speculative.

Secondo poi una tradizione che riguarda proprio quelle geografie potrebbe contribuire al successo della candidatura anche la sua personalità incolore, almeno quanto lo era e lo è quella dei predecessori di tutto l’arco costituzionale, sia in regione che nel comune, a conferma di quei caratteri etnici contrassegnati da dimessa modestia e poca appariscenza.

E chi meglio di facce poco distinguibili, temperamenti educatamente scialbi potrebbe dare  il senso del contrasto e della dissonanza  con i versi belluini del pericolo numero 1, con i suoi suoni inarticolati e la sua violenza ferina? Infatti mica servono più competenza, esperienza, conoscenza dei problemi, accertata capacità di gestione della macchina amministrativa. Non si guarda più nemmeno alle prestazioni date nel passato di primi mandati e meno che mai agli scarni programmi per il domani, perché quello che conta è la rivendicazione e l’accreditamento nella funzione di simulacro contro il feroce spauracchio, il gran maleducato, il rumoroso e sgradevole ospite che si è imposto nella casa degli italiani, nessuno dei quali si direbbe l’abbia invitato e men che mai votato. Quello che conta è batterlo nella tornata elettorale, dare un segnale forte grazie alla cambiale della quale non si esige il pagamento ai diversamente Salvini (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/01/31/diversamente-salvini/) , quelli ammodo e cortesi in modo che con il consenso generale raggiungano gli stessi obiettivi della controparte battuta, si tratti della secessione regionale  che rompe l’unità nazionale, si tratti di grandi opere, si tratti delle cravatte imposte dal racket dell’Ue,  si tratti del salvataggio di banche criminali o di quello tramite prescrizione o immunità o regime di concessione perenne per imprenditori altrettanto criminali.

Il vero successo di tutte le formazioni partitiche presenti in parlamento, maggioranze e opposizioni, consiste nella permanenza di sistemi elettorali  che scoraggiano e inibiscono la partecipazione: l’elettore mette un segno, di solito contro,  sigillo notarile, voto di protesta o pretesa di innocenza, poi si chiama fuori per impotenza o abiura.

È appena successo in Emilia Romagna e succederà ancora, come dimostrano altri appelli e altre proposte, quelle che riguardano Venezia ad esempio per scegliere candidati che si oppongano all’impresentabile Brugnaro. E dove fa spicco la proposta di una donna, avvocatessa e capogruppo del Pd, che rappresenta esemplarmente tutti i valori combinati del politicamente corretto, del progressismo dei notabilati con un pizzico del vecchio e dimenticato Senonoraquando aggiornato dal Nonunadimeno, cui affidare  la sostituzione meccanica di un maschio rappresentante  del sistema, arrivato e arrivista, con una femmina rappresentante del sistema, arrivata se non ancora arrivista.  Si tratta, maschi o femmine, di un target  che non condivide più le condizioni materiali (livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, livelli di mobilità sociale e fisica) né la cultura dei ceti e delle classi popolari, che disprezza per il loro linguaggio politicamente scorretto, accusandoli di xenofobia e razzismo, di ignoranza e qualunquismo, temuti e isolati perché personificano il rancore degli esclusi nei confronti delle èlite intermedie al servizio del sistema.

Sempre sulla stessa linea ha circolato la proposta di una compagine di signore tutte affermate professioniste, manager, docenti in vista,  in qualità di giunta rosa nell’amministrazione guidata da un prestigioso super partes, a garanzia che il sodalizio di tutte donne, appartenenti al ceto dirigente della città, quando non proprio apparatchik delle cerchie che comandano, voglia cancellare come per una magia le politiche seguite da giunte di centrosinistra prima e di Brugnaro poi, che ad onta delle etichette, non sono distinguibili: gentrificazione, Mose, svendita del patrimonio immobiliare, assoggettamento ai corsari delle Grandi Navi, consolidamento del destino turistico della Serenissima con l’espulsione delle attività tradizionali soppiantate dallo spaccio di prodotti tutti uguali a tutte le latitudini, conversione definitiva della Terraferma in territori senza vocazione e missione se non quella di servizio al baraccone della disneyland  lagunare.

Intanto è naufragata l’ipotesi della candidatura del rettore dell’Università di Venezia, scappato a gambe levate dopo aver misurato l’impossibilità di superare divisioni e presentarsi come rappresentante unitario del centro sinistra. È amabile e gentile come un verso gozzaniano, come un bozzetto goldoniano che ci sia qualcuno che pensa di interpretare e testimoniare la società civile che si definisce   di sinistra,  facendosi indicare dal Pd, la forza che meglio incarna il neoliberismo progressista, e che infatti, proponendo ipotesi irrealistiche e impraticabili,  porta acqua al suo candidato più affine, Brugnaro, impareggiabile esponente e portavoce dei poteri che comandano in città e incaricato della sua distruzione ormai inarrestabile e veloce.

Non si possono non rimpiangere dunque  le Tribune Elettorali con Jader Jacobelli, i corsivi di Fortebraccio, le liste del Pci con l’operaio, l’artigiano, il maestro in rappresentanza del popolo che ancora si chiamava così senza essere presi per populisti, la casalinga e la bracciante. No, la bracciante è meglio di no, a vedere la carriera della Bellanova.


Passata la festa, gabbato l’elettore

saedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dipenderà sicuro dal riprodursi di attentati alla democrazia dal susseguirsi di leggi che hanno retrocesso il voto a atto di ratifica formale di imposizioni venute dall’alto, alla resa ai diktat sovranazionali che hanno sottratto la “sovranità” agli Stati nazionali e quindi svuotato esecutivo e parlamento  di gran parte delle sue possibilità di azione, dalla rottura del patto di fiducia tra cittadini e rappresentanza indotta dalla preminenza di interessi personali e di parte, alla erosione progressiva delle regole che dovevano mantenere il controllo dal basso sul potere decisionale, attraverso l’accesso alle informazioni, dare spazio alle forme di partecipazione: sezioni, associazioni, circoli, sbrigativamente sostituiti dalla conta in rete o dal coagularsi di fermenti estemporanei graditi all’establishment.

Dipenderà sicuro dai giochi delle tre carte che costringono l’elettore a dare la preferenza non alla forza politica e al candidato che potrebbe meglio interpretare i suoi bisogni e le sue aspettative, ma ai meno peggio, ai meno remoti rispetto ai suoi valori con l’unico obiettivo e l’unico auspicio di impedire il successo degli altri. E infatti le analisi delle autorità statistiche in materia di flussi elettorali registrano come in Emilia Romagna chi in precedenza aveva votato Cinque Stelle ha deciso di appoggiare Bonaccini e il Pd pur di battere Salvini. Avrebbero dato credito a chiunque, a uno spaventapasseri, a una sagoma di cartone incuranti delle prove offerte in passato, pur di penalizzare la Lega e confermare l’utilità conclamata della letteratura sul voto inutile, necessaria alla sopravvivenza degli equilibri vigenti e dell’ideologia cui si ispirano. Allo stesso modo la regione più criminalizzata, trascurata, penalizzata del Mezzogiorno, ha votato contro chi ha permesso e promosso il suo status di vittima della globalizzazione e del suo caporalato europeo, indirizzando la sua protesta contro territori e popolazioni che si accreditano come una sussiegosa aristocrazia laboriosa, acculturata e dunque meritevole di conservarsi prerogative e privilegi, mettendo i suoi numeri elettorali al servizio di chi persegue le stesse politiche di discriminazione degli stessi poveracci di ogni latitudine, di esproprio e svendita dei beni comuni, di repressione del malcontento, ma che la risparmia dalla superciliosa riprovazione riservata agli ignoranti marginali.

Ormai il disincanto democratico diagnosticato da Montesquieu libera festosamente dalle responsabilità personali e collettive: così una volta assolto il compito domenicale di andare al seggio, si può godere della delega, della cambiale in bianco sottoscritta prima delle lasagne e del vassoio di pastarelle e augurarsi che politica e governo locale e nazionale diventino magicamente invisibili, auspicando che facciano i minori danni possibili ai nostri interessi e    lasciandoci alla cura dei nostri ambiti personali.

Gli elettori emiliani che hanno goduto di una gioiosa astrazione dai problemi dei corregionali che ancora patiscono i danni del sisma del 2012, cui proprio in piena campagna elettorale è stata concessa benevolmente una proroga per la dichiarazione di fine lavori – e non si lamentino che stanno meglio dei terremotati del Centro Italia, ignari del fatto che le loro imprese si contendono con la Lombardia il record di introduzione e adozione dei bracciali elettronici in cantiere al fine di «monitorare la salute e la sicurezza dei lavoratori con strumenti e metodi digitali», una dei più ignominiosi dispositivi di controllo padronale autorizzati dal Jobs Act, estendendoli anche alle attività agricole, e che si disinteressano perfino dei dati del Sole 24 Ore che ammette che il conto della crisi si scarica “non sulla capacità delle imprese di generare ricchezza, ma su salari e stipendi, perfino nelle regioni che reclamano l’autonomia differenziata in nome dell’appartenenza all’avanguardia e al traino della crescita, se nel triennio che va dal 2015, anno di applicazione del Jobs Act,  il profitto padronale è cresciuto del 40%, i salari invece di appena il 5%, sembrano essere pacificamente soddisfatti di aver battuto l’increscioso buzzurro, appagati dall’assoldamento nelle geografie economiche e sociali del pingue nord europeo che costa e costerà lacrime e sangue alle propaggini africane del Mezzogiorno, anche se ormai anche le élite mafiose le hanno abbandonate per scegliere piazze e brand settentrionali  più moderne e profittevoli.

Forse qualcuno dovrebbe aggiungere ai sospetti ingenerati dalle cattive frequentazioni delle loro sardine, immortalate a fianco di inveterati speculatori con un qualche trascorso criminale,  la considerazione che nessuno è esente. Che è rischioso lasciare mandati e procure in mani inaffidabili senza esercitare il doveroso controllo, che a volte a forza di votare contro si vota contro se stessi.

Perché aver trionfato sugli urli e gli urti maleducati della “pancia” è un lusso che si possono permettere quelli che provvisoriamente ce l’hanno piena, perché l’appartenenza a una classe che ancora gode di di qualche “rendita” anche morale, non è “per sempre”, come non possono e non devono essere “per sempre” i lavoretti dei figli e nipoti che sognano di mettere su una improbabile strat up, e intanto si sentono creativi perchè progettano un sito per l’amico che affitta il rustico di nonno come B&B, o consegnano pizze a domicilio, sentendosi esenti dallo sfruttamento perché si scelgono percorsi e orari, come non è per sempre avere i mezzi per pagarsi un’assicurazione privata in sostituzione dei un’assistenza pubblica sempre più ridotta, come non è per sempre potersi concedersi qualche sfoggio e qualche piacere, in vista di una vecchiaia senza cure, senza dignità, senza sicurezze.

A guardarsi intorno siamo proprio nel pieno di quella fase segnata dalla onnipotenza virtuale che ci consola e anestetizza permettendoci la licenza a parole e dall’impotenza reale che ci condanna all’accidiosa rinuncia e inazione perfino nella difesa delle nostre vite, del passato, del presente e del futuro.

 


Diversamente Salvini

banAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome pare sia diventato un peccato mortale il disincanto e un vizio indecente il perseguimento della verità, tanto per non fare lo scettico blues che il mondo l’ha reso glacial, dopo le elezioni europee con conseguente autodetronizzazione del bruto all’Interno, mi sono imposta di stare  a guardare se davvero cominciava una nuova era di democrazia ritrovata, di civiltà, umanità e equità riconquistate.

In fondo bastava che i “vincitori” applicassero qualcuna delle misure indicate in campagna elettorale e ne sospendessero altre attribuite all’indegno governo giallo verde.

Bastava accontentare chi si aspettava un’altra Europa con la quale andare a trattativa, “alla pari” coi sussiegosi carolingi, conquistando comprensione e solidarietà per un Paese lasciato solo ad affrontare le immigrazioni, che paga il conto di catastrofi naturali e di crimini padronali, si tratti di ponti crollati o di fabbriche assassine, che è stato costretto a dissipati acquisti di attrezzature belliche e alla partecipazione a missioni coloniali insensate, che viene penalizzato in sede di distribuzione di investimenti e risorse per ricerca e sviluppo, trattato come una scapestrata e indolente propaggine del terzo mondo rispetto al pingue e laborioso Nord.

E se invece, come si sapeva, quella scadenza per la elezione di un organismo senza poteri, se non quello di lobby padronale, che tanto per dimostrare da che parte sta ha scommesso sulla equiparazione di nazifascismo e comunismo, colpevole quest’ultimo di aver ispirato carte costituzionali e democrazie incoerenti con l’ideologia liberista, se appunto quella doveva essere solo una verifica della possibile tenuta del governo e un misuratore dell’opinione interna, allora ci si doveva aspettare la rapida cancellazione, prima ancora dell’emersione delle sardine, dei decreti sicurezza, compresi quelli altrettanto indegni che avevano fatto da apripista a alla repressione di immigranti e oppositori firmata Salvini.

Ci si doveva aspettare l’apertura dei porti in coincidenza doverosa e necessaria con  una organica ed efficiente politica della prima accoglienza. Si era autorizzati a credere che  non sarebbe stato rinnovato automaticamente quel memorandum d’intesa con la Libia, costato la vergogna di quarantamila vite rimandate nei lager  e di oltre 2600 spezzate in mare, dei centri di accoglienza gestiti dal sedicente Ministero dell’Interno libico con l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, nei quali languono  i 5 mila scampati a una sorte peggiore, quella di un patto scellerato con la guardia costiera libica con stanziamenti ingenti, dove è ormai noto si infiltrino da sempre i trafficanti di schiavi e i traghettatori infernali, e che viene ulteriormente legittimato grazie all’invio di altri contingenti e altre attrezzature.

E’ che eravamo troppo esigenti:  sarebbe stato illusorio attenderci che, per effetto benefico dell’aver riguadagnato qualche consenso e per aver goduto senza far nulla delle performance  dadaiste del trucido leader della Lega defenestratosi da solo, si reintroducesse l’articolo 18 smentendo le ignominie del Jobs Act, che si restituisse dignità alla scuola pubblica macchiata da una riforma che faceva rimpiangere la Moratti, che si pensasse seriamente e realisticamente alla nazionalizzazione dell’Ilva e dell’Alitalia, che si punissero come meritavano l’avidità irresponsabile e la trascuratezza criminale dei Benetton, che si indirizzassero le risorse e gli investimenti impegnate nelle Grandi Opere per dirigerli verso il risanamento e la salvaguardia del territorio.

Insomma sarebbe stato lecito augurarsi che il ritorno dei progressisti rafforzati dal successo sia pure micragnoso liberasse antichi istinti repressi. E  promuovesse il minimo sindacale se non della giustizia sociale, almeno di quella che si officia nei tribunali, se non della equa redistribuzione, almeno del riconoscimento di un reddito dignitoso, di pensioni che permettano la sopravvivenza a chi se le è guadagnate in modo che la vecchiaia non sia solo una mesta attesa della morte, del ripristino di standard di assistenza  decorosi, del superamento della molteplicità di forme di cottimo che hanno sostituito i contratti, le garanzie e la sicurezza sociale.

Sarebbe stato lecito si, ma ingannevole perché l’esplosione del malessere, la sua visibilità resa palese dal fatto che chi si sente penalizzato per la sua ignoranza, chi è criminalizzato per la sua povertà, chi viene guardato con fastidio o commiserazione perché non è allineato, e non ha saputo meritarseli, agli standard della classe signorile, come la chiama Luca Ridolfi, quella che ha ereditato e riesce a mantenere qualche superstite sicurezza e privilegio, ecco quel malessere più avvelenato e tossico nel Mezzogiorno, nelle periferie, ha trovato apparente ascolto nella “destra”, che non differisce dal “riformismo” se non nelle modalità della comunicazione, che vuole la Tav, i contratti anomali usa e getta, che dice si ai padroni e padroncini dall’Ilva a Almaviva, che nelle città persegue lo stesso disegno –  la gentrificazione, che fa la voce grossa nei talkshow ma china la testa al Mes e ai comandi e alle imprese coloniali europee, che non straccia la legge Fornero o le semplificazioni che servono non ai terremotati ma alle rendite e agli speculatori, che non vuole gli immigrati a meno che non si prestino a fare da deterrente alle richieste dei lavoratori indigeni, ma che almeno a parole non li tratta con la superciliosa  sufficienza riservata agli straccioni indegni di accedere ai posti in prima fila, compresi quelli dei canali Rai, della banda larga, dei treni a Matera, delle rive del Sarno, della graduatoria per le case comunali.

È quello il malessere della Calabria che ha votato poco e male, secondo quelli che si sentono confortati nelle previsioni e nei pregiudizi, dimostrandosi ancora una volta immeritevole di considerazione e fiducia, posto perduto al riscatto dello sviluppo, condannata per destino antropologico alla riprovazione come all’emigrazione.

E dunque sarà ragionevole non aspettarsi niente dalla sua gente, che non ha voluto nemmeno partecipare di quel festoso rito collettivo o di quelle feste paesane in piazza che cantando bella ciao immagina un affrancamento non dallo sfruttamento, non dalla miseria, non da cattive scuole, strade dissestate, immondizia traslocata là dal Nord che aggiunge bruttura a bruttura, non da ospedali mai finiti e fabbriche obsolete che all’origine erano già archeologia industriale, non dal caporalato che sfrutta locali e stranieri, non dalle speculazioni che hanno dissipato territorio e risorse, macchè, ma dalle cattive maniere, dall’abuso dei social, dalla violenza, deplorevole quando rievoca il conflitto sociale e il risentimento contro chi ha sempre avuto il culo al caldo, mentre su quella mafiosa è preferibile far cadere una cortina di pudico silenzio, pena la perdita di reputazione presso i padroni stranieri e quindi di turismo e clientela de luxe.

Ma altrettanto non c’è da aspettarsi niente dall’altra regione dove ha vinto quello che si accredita come il paese sano, civile, politicamente corretto, democratico (almeno nel nome e per poco a sentire Zingaretti), dove quel che resta di un partito ha avuto il  secondo peggior risultato elettorale nella storia del centrosinistra in Emilia, dove chiuse le sedi e le sezioni, spazzati via i circoli, l’unica cinghi di trasmissione è stata quella con le esigenti sardine pronte a prendersi la mancia per l’impegno dimostrato, perché nel segno della continuità il padronato, le rendite, i costruttori, le casse di risparmio, le assicurazioni continueranno a esercitare la loro supremazia targata Coop, Unipol, Cmc, EmilBanca.  Dove il capoluogo, quella Bologna ospitale e gaudente, è stato uno dei primi a applicare le disposizioni di “ordine pubblico” pensate per criminalizzare gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi.

E difatti non vogliamo chiamare con suo nome la violenza proclamata e rivendicata dal rieletto Bonaccini quando come prima dichiarazione dopo il suo successo di  «governatore benchmark» ha confermato la volontà tenace e determinata di “andare avanti con l’autonomia” alla stregua di uno Zaia o di un Maroni, di realizzare quella rottura definitiva dell’unità nazionale, quella secessione di ricchi, laboratorio esemplare della lotta di classe alla rovescia, dotta da chi ha perlopiù immeritatamente, contro chi non ha e deve essere condannato ad avere ancora meno.

E la chiamano vittoria del desiderato bipolarismo che dovrebbe garantire la governabilità. Prima delle elezioni  a chi esigeva da me uno schieramento rispondevo come ai tempi in cui erano in lizza Trump e Hillary Clinton: è come scegliere se morire di cancro o di ictus. Pare che a noi non sia lasciata nemmeno una scelta, alla meglio moriamo democristiani.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: