Il Forum di San Pietroburgo ci fornisce esattamente la misura di ciò che siamo e di ciò che abbiamo da tempo rinunciato ad essere: il sale della storia. Mentre si svolgeva questo vertice economico al quale hanno partecipato 130 Paesi, i droni della Nato sotto il camuffamento ucraino, hanno tentato di guastare la festa: l’azzurro metallico della capitale del nord ogni tanto ha sbuffato per qualche macchina volante distrutta. Così è apparsa la rabbia degli esclusi che pensavano di poter essere gli unici deejay del pianeta, di decidere cosa e come si dovesse ballare. Invece nella sede del Forum a fianco di Putin c’erano il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud. Un sud del mondo che sta diventando il vero nord e quindi non stupisce la foltissima presenza di industriali tedeschi ormai stanchi della belligeranza espressa da Berlino per nome e per conto dei cascami di un’oligarchia finanziaria fallimentare. Non è nemmeno mancato il momento patetico e allo stesso tempo ridicolo di questa commedia occidentale in cerca di autore, ovvero la lettera di Zelensky inviata a Putin con cui il duce di Kiev, chiede un incontro e di trattare la pace direttamente con Mosca, visto che la Russia ha grandi problemi. Insomma una concessione. Putin non ha nemmeno risposto, ma in un conferenza stampa a latere ha fatto intendere al nazi sionista ucraino che ha alcuna voglia di parlare con chi non conta nulla, con la principale marionetta del tragico teatrino bellico, né con i suoi  diretti sponsor europei, facendo riferimento al fatto che qualunque pace dovrà essere fatta nello spirito dei colloqui di Anchorage.

Il leader russo non bada a questi tentativi di riempire il palcoscenico, ma davanti a mezzo mondo, quello con il futuro davanti e non dietro le spalle, ha detto chiaro e tondo che la globalizzazione costruita attorno a pochi centri finanziari, tecnologici e informativi  occidentali, ha ormai esaurito la propria funzione storica e che oggi questa struttura viene usata solo per esercitare indebite pressioni sia sul resto del mondo, sia sugli stessi sudditi occidentali. La strada intrapresa al alcuni Paesi come Russia e Cina di sviluppare nuovi meccanismi di scambio, di stabilire nuove rotte e di essere tecnologicamente indipendenti, è l’unica percorribile. E l’Europa è stato l’esempio portato per rendere concreta  questa visione: la miopia di Bruxelles, la sua retorica bellica, non fanno che accelerarne il declino. Così qualunque dialogo possibile con l’Europa può in iniziare solo  dal riconoscimento paritario dello status della Russia, dal riconoscimento dei reciproci interessi e non dalle accuse. Il fulcro del discorso è chiaro, sta cambiando la marea, e l’egemonia occidentale sta per essere sostituita da un mondo policentrico sia dal punto di vista economico che tecnologico, al quale guarda ormai la maggioranza dei Paesi. E lo stesso Forum di San Pietroburgo, così affollato ne è una lampante dimostrazione.

D’altro canto aver alimentato la guerra è stato un grande investimento, in questi anni, per i soliti noti, ma ormai anche questo territorio di speculazione sta venendo meno: l’Ucraina è disperatamente a corto di uomini, le diserzioni aumentano di giorno in giorno, mentre le condizioni poste dalla Russia per la pace sono granitiche: in poche parole Kiev e il suo regime nazista non sono più un buon investimento.  Né la disastrosa demografia del Paese, l’esodo continuo verso ovest e verso la stessa Russia, l’influenza che essa avrò in futuro, rendono incerta anche le illusioni di una lucrosa ricostruzione che sarebbe poi stata la fase b del piano. Dopotutto la lettera di Zelensky è in fondo una sorta di resa, grottesca fin che si vuole, ma ciò nonostante l’inizio della capitolazione. Il cielo di San Pietroburgo è sempre azzurro e gli ultimi fuochi non lo turbano più di tanto: quelli fanno spettacolo solo per i cretini e i prezzolati.