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La festa a Macron arriva in ritardo

direct-la-fete-macron-des-milliers-de-manifestants-attendus-parisLa temperatura politica in Francia è sempre più calda e rasenta quella raggiunta nel maggio di cinquant’anni fa: gli scioperi di ferrovieri e chimici per il rispetto dei contratti e dell’occupazione, la vera e propria battaglia attorno a Notre Dame des Landes, vicino Nantes dove gli zadisti resistono all’assalto della gendarmerie ridottasi a truppa mercenaria per la conservazione delle prerogative del mercato e poi la serie di manifestazioni quotidiane, tra cui quella affollatissima di sabato scorso a Parigi indetta per “fare la festa a Macron”nell’anniversario del suo insediamento all’Eliseo.  Tra place de l’Opera e place de la Bastille hanno sfilato più 150 mila persone appartenenti a tutte le componenti vessate e/o antagoniste della società francese dai sindacati, ai collettivi, dagli studenti alle associazioni territoriali. Uno spettacolo grandioso e pacifico.

Ora però dobbiamo domandarci se tutto questo servirà a respingere o rallentare l’assalto del neoliberismo e della disuguaglianza senza limiti portata avanti da Macron: lo spero ma ci credo poco perché gran parte dei 150 mila che hanno sfilato per la capitale francese sono in qualche modo in mezzo al guado: Melenchon, leader di France Insoumise, era ovviamente in prima fila, ma accanto a lui c’erano i rappresentanti del partito comunista, del nuovo partito anticapitalista, del polo di rinascita comunista che al secondo turno delle presidenziali hanno consigliato di votare  Macron per arginare Le Pen, nonostante egli avesse detto per filo e per segno ciò che voleva fare. Non contenti hanno dato vita  a un’accanita quanto grottesca polemica contro lo stesso Melenchon  colpevole di aver proposto l’astensione non foss’altro che per limitare la vittoria dell’uomo dei Rothschild. Insomma fra quei 150 mila almeno i due terzi hanno votato Macron. A me pare del tutto evidente come una parte non piccola di questo universo potenzialmente antagonista, viva in un mondo separato nel quale gli anni ’70 non sono mai finiti, che non ha afferrato il cambiamento topologico della politica, che vive brucando luoghi comuni, cliché, rimembranze e quindi cade in ogni trappola.

Ora mi chiedo se Macron avrebbe la forza di fare il massacratore sociale, il guerrafondaio, il bugiardo senza scrupoli, il neo colonialista ad oltranza se avesse vinto per il rotto della cuffia, non riuscendo perciò a trascinare sull’onda del proprio successo anche il risultato delle elezioni politiche. Oppure mi chiedo cosa sarebbe successo se avesse vinto la Le Pen: avrebbe incendiato il parlamento e si sarebbe messa i baffetti da Hitler? Avrebbe forse privatizzato le ferrovie, avrebbe fatto votare una legge sul lavoro che butta a mare tutti i diritti acquisiti, avrebbe cominciato il rapido smantellamento dello stato sociale e dei servizi pubblici, avrebbe detassato i profitti da capitale e da rendita azionaria imponendo ai pensionati di ripianare il buco creato da questa sanatoria per i ricchi, come ha fatto il Macro delle banche? Non credo proprio visto che tra l’altro il suo era un elettorato operaio in grave crisi. E non credo nemmeno che avrebbe inaugurato una stagione di colonialismo malato, stragista e perverso, come ha fatto l’europeista Macron.

Forse bisognerebbe cominciare a riconoscere anche se non soprattutto il fascismo che non si vede, quello implicito che si è spogliato delle stigmate storiche e finge di essere qualcos’altro. Del resto i fascismi, dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione di ottobre, furono in sostanza un espediente delle elites liberali e delle classi dirigenti di proteggersi dalle lotte popolari che come la Russia aveva dimostrato potevano anche vincere. Adesso che le cose sono enormemente cambiate, che non esiste più l’Urss, nè il keynesismo obbigato e che anche le lotte sociali sono state spezzate e ridotte a mugugno, che le masse si librano su internet, il fascismo vero è quello dei Macron.

Oh certo,  magari la Le Pen avrebbe  inaugurato una stagione di maggiore chiusura sul piano dell’immigrazione aggiungendo il peso di una xenofobia ufficializzata a quella concretamente praticata e magari travestita da terzomondismo d’antan  che ha impedito una reale integrazione. Ma non possiamo ridurre i problemi di una società ad un unico tema che per certe destre neoliberiste . come vediamo in Italia –  è una facile cortina dietro la quale nascondere le vere intenzioni, così come lo è per certe false sinistre che campano di internazionalismo fasullo, salvo poi armarsi per massacrare la gente a distanza. Con questo voglio dire che la battaglia ha qualche speranza di poter essere vinta solo se si abbandonano i totem a cui per troppi anni ci si è abbandonati, come alibi, come paravento, nel migliore dei casi come simulazione di buona coscienza e nel peggiore come è accaduto per certi succidi  piddini con un rovesciamento della politica della razza mussoliniana. Chiunque se avesse una qualche onestà e anche un minimo di cervello capirebbe che il problema dell’immigrazione, dovuto alle guerre e allo sfruttamento occidentale, può essere risolto solo se le logiche neo coloniali e di mercato vengono finalmente contraddette all’interno dei Paesi che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero: il problema non va risolto a casa loro, ma prima di tutto a casa nostra.

Comunque sia, è chiaro che si potrà  arginare l’offensiva soltanto se i cittadini avranno modo di collegarsi e di ritrovarsi davvero insieme nella battaglia, di comprendere che la spoliazione degli altri è la propria spoliazione e viceversa, che la tirannia prescinde dalle forme. E di impedire che essa sfrutti la loro buona fede per intrappolarli.

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Il Re Sole nell’inverno della democrazia

7788539927_emmanuel-macron-le-14-mai-2017-a-l-hotel-de-ville-de-parisSpesso si dice e si argomenta che la grande astensione dal voto finisca per indebolire gli eletti, ma questo è vero solo in un contesto di democrazia reale nella quale il problema della rappresentanza diventa cruciale, non in sistemi di governance dove quest’ultima, oltre ad essere vittima della comunicazione globale, acquista un senso solo in relazione al rito delle urne ed è comunque così deformata dai sistemi elettorali iper maggioritari da perdere qualsiasi peso. Così può facilmente accadere di essere eletti e di godere di larghe maggioranze con una percentuale minima di consensi senza che questo costituisca un problema anzi stimolando presidenti, premier e maggioranze di minoranza ad agire al di fuori di ogni consenso e mettendo in piena luce le nuove forme che l’autoritarismo sta acquisendo nel terzo millennio.

E’ ciò che è accaduto con Macron, portato all’Eliseo da appena il 16 per cento del corpo elettorale, il quale subito dopo le elezioni politiche ha gettato la maschera. Non solo si è impadronito di tutti i posti chiave nelle istituzioni non lasciando nulla all’opposizione ( e nemmeno agli alleati se è per questo), violando così un’ antica tradizione della Repubblica, ma adesso si fa Re Sole e annuncia la decisione del tutto inedita e irrituale di tenere un discorso “al congresso”, ovvero ai parlamentari congiunti di Camera e Senato riuniti a Versailles: il tema è il programma da seguire nel prossimo quinquennio che naturalmente consiste in una valanga di “riforme” neo liberiste. Lo scopo di questa assemblea dalla quale è completamente assente la stragrande maggioranza del popolo è quello di minare l’autorità del suo stesso governo e del suo primo ministro Eduard Philippe, per far intendere bene a tutti che è lui a prendere ogni decisione, che non è più la massima autorità, ma l’unica. Cosa non da poco visto che questa riunione degli stati generali alla reggia di Versailles per determinare la politica nazionale è in completo contrasto con la lettera e lo spirito della Costituzione della Quinta repubblica la quale stabilisce che debba essere il governo a determinare e dirigere la politica nazionale.

Così fin dall’inizio il Parlamento già gravato dalle profonde deformazioni della legge elettorale francese, si avvia ad essere di fatto esautorato, ma contemporaneamente anche viene esautorato anche il popolo visto che Macron che si è anche rifiutato di concedere la rituale conferenza stampa per la festa nazionale del 14 luglio e non certo per timore di trovarsi in difficoltà visto che si tratta di appuntamenti comunicativi già ampiamente concordati e addomesticati, ma di pura noncuranza se non disprezzo per il popolo. Adesso in Francia si comincia a parlare di deriva bonapartista da parte di quello che si era presentato come il campione della democrazia liberale e in prima fila sono proprio coloro che avevano consigliato il voto per Macron per fare fronte contro la Le Pen e da perfetti imbecilli avevano dato addosso a Melenchon reo di aver suggerito l’astensione alle presidenziali proprio per non far stravincere il cocco di Rothschild e provocare un disastro anche alle politiche. Adesso che la frittata è fatta socialisti e comunisti, insieme anche ai vecchi gollisti  sono in pieno marasma dovendo subire un’ offensiva autoritaria che essi stessi in qualche modo hanno propiziato. Melenchon è l’unico ad essersi rifiutato di andare alla corte di Versailles con la sua France Insoumise a fare il suddito obbediente, ma francamente non si sa bene a cosa possa portare questo aventino visto che il momento d’oro della sua nuova sinistra è rimasto impigliato nei tentacoli di quella vecchia e non si sa quanto possa rappresentare per i francesi un’alterniva a tutto campo.

La tracotanza di Macron nasce proprio dall’essere un presidente eletto da una minoranza assoluta di francesi: non ha alcuna ragione di inseguire il consenso e tantomeno quello di attenersi a un programma visto il suo era composto solo di slogan assolutamente vaghi e privi di ogni contenuto: è un presidente eletto dai poteri finanziari e dai media che sono in mano ad essi, è a loro che può andare semmai la sua gratitudine, a loro offrirà le sue ottuse ricette reazionarie. E del resto i francesi astenendosi in massa dalle elezioni politiche hanno espresso una totale sfiducia nelle istituzioni che paradossalmente può essere usata a proprio vantaggio proprio da Macron. C’è chi si illude che la frattura fra popolo e palazzo rappresenti un pericolo per quest’ultimo quando invece lo è semmai per il popolo stesso.


Francia: il maggioritario del re sole

banchetto-luigi-XIVA Evry, cittadina a sud di Parigi e di fatto parte della sua estrema periferia, si scontravano la candidata di France Insoumise, Farida Amrani e l’ex primo ministro Manuel Valls, che a tutti costi doveva vincere. E infatti ha vinto con il 50,3 per cento, sebbene nei seggi in cui c’erano rappresentanti della Amrani lei stesse vincendo con il 60%.  Una ridda di presunte irregolarità denunciate dai bravi di Valls avevano portato a un secondo conteggio a porte chiuse nella sala comunale con la stampa e gli stessi rappresentanti di France Insoumise esteromessi con la forza mentre Valls si dichiava vincitore con i media e minacciava l’intervento della polizia se qualcuno avesse cercato di mettere il naso in quel pasticcio. Alla fine deciderà il consiglio costituzionale (una assemblea di ex politicanti) che ha quasi sempre confermato i vincitori autoproclamatesi tali nella convinzione che sia meglio tenersi un non eletto che creare scompigli.

Si tratta solo un’appendice diciamo così furfantescai di un contesto generale nel quale si sono prepotentemente rivelati i guasti di un sistema maggioritario: in Francia dove l’astensionismo ha raggiunto il 56% al secondo turno delle politiche, l’area macronista ha conquistato solo il 20%  del corpo elettorale, ma governerà con il 60% di deputati, la maggioranza assoluta. Questo abisso tra Paese e rappresentanza ci dice con la forza incontestabile dei fatti che siamo molto oltre quel virtuoso effetto governabilità asserito dagli spacciatori di maggioritario: siamo invece alla messa in mora della democrazia e al tentativo dell’elite politica di realizzarsi come oligarchia di fatto autonoma dal corpo elettorale e dalla volontà popolare grazie a tre appoggi essenziali: la finanza internazionale, il sistema mediatico totalmente in mano alla stessa con il compito di organizzare opportunamente la narrazione voluta e una base clientelare. Insomma il potere si autogarantisce introducendo trucchi nella democrazia formale che ne annullano la sostanza e che rendono gli eletti personaggi attaccati agli interessi personali e di clan, senza alcuna idea, nemmeno remota, di interesse generale. In sostanza una folla di lobbisti .

Visto che siamo in Francia non si può non pensare agli Stati generali dell’ Ancient Regime dove il terzo stato che comprendeva il 98 per cento dei cittadini aveva un solo voto esattamente come il clero e la nobiltà che costituivano e gli altri due. Così come si possono riproporre  le domande dell’abate Sieyès nel celebre pamphlet del 1789 che fu una delle micce della rivoluzione:  “Cos’è il terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa”. Basta sostituire terzo stato con elettorato e vengono fuori gli ultimi vent’anni di storia politica e la sua inevitabile deriva verso le sospensioni costituzionali grazie alle benvenute e forse sollecitate emergenze per garantire una sicurezza che è impossibile comunque da garantire e che serve invece magnificamente per il controllo sociale. Il vero problema a questo punto  è di vedere se essere maggioranza quasi assoluta in parlamento e piccola minoranza nel Paese creerà problemi seri all’oligarchia di comando, se la mobilitazione sociale che è lecito attendersi, riuscirà ad arginare in qualche modo la lotta di classe al contrario che i poteri europei stanno conducendo. Se insomma questa situazione renderà fragile la governance.

Purtroppo non credo: non ci sono forze e idee all’altezza del momento e un Melenchon che comunque ha preso meno della metà dei seggi dei socialisti traditori, non fa primavera: l’occasione di cambiare le cose c’era stata, ma una sinistra atona e confusa, intenta esclusivamente a cullare i propri feticci, esattamente come in Italia dove nel nuovo conglomerato in formazione ci sono persino i fan di Tsipras, ha pensato bene di non astenersi sulla Le Pen e ha favorito uno sfondamento non previsto di Macron alle presidenziali e dunque anche alle politiche, cosa che era assolutamente prevedibile e modestamente prevista proprio su questo blog (vedi qui) . Non si può solo  biasimare e maledire il sistema maggioritario: dal momento che comunque esiste, che non è stato possibile impedirlo o ribaltarlo, bisogna entrare in quella logica per ottenere dei risultati che non siano soltanto una manciata di poltrone.

Quindi, guerra permettendo, evento tut’altro che improbabile, i francesi si faranno un quinquennio  di Macron e ne usciranno in pieno  Luigi XV con tanto di bisnonna Du Barry.  Melenchon rappresenta il germe di una nuova esperienza, di un nuovo inizio il cui vero nemico è la pletora di sinistre ingrigite e di disorientamenti.


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