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Il Re Sole nell’inverno della democrazia

7788539927_emmanuel-macron-le-14-mai-2017-a-l-hotel-de-ville-de-parisSpesso si dice e si argomenta che la grande astensione dal voto finisca per indebolire gli eletti, ma questo è vero solo in un contesto di democrazia reale nella quale il problema della rappresentanza diventa cruciale, non in sistemi di governance dove quest’ultima, oltre ad essere vittima della comunicazione globale, acquista un senso solo in relazione al rito delle urne ed è comunque così deformata dai sistemi elettorali iper maggioritari da perdere qualsiasi peso. Così può facilmente accadere di essere eletti e di godere di larghe maggioranze con una percentuale minima di consensi senza che questo costituisca un problema anzi stimolando presidenti, premier e maggioranze di minoranza ad agire al di fuori di ogni consenso e mettendo in piena luce le nuove forme che l’autoritarismo sta acquisendo nel terzo millennio.

E’ ciò che è accaduto con Macron, portato all’Eliseo da appena il 16 per cento del corpo elettorale, il quale subito dopo le elezioni politiche ha gettato la maschera. Non solo si è impadronito di tutti i posti chiave nelle istituzioni non lasciando nulla all’opposizione ( e nemmeno agli alleati se è per questo), violando così un’ antica tradizione della Repubblica, ma adesso si fa Re Sole e annuncia la decisione del tutto inedita e irrituale di tenere un discorso “al congresso”, ovvero ai parlamentari congiunti di Camera e Senato riuniti a Versailles: il tema è il programma da seguire nel prossimo quinquennio che naturalmente consiste in una valanga di “riforme” neo liberiste. Lo scopo di questa assemblea dalla quale è completamente assente la stragrande maggioranza del popolo è quello di minare l’autorità del suo stesso governo e del suo primo ministro Eduard Philippe, per far intendere bene a tutti che è lui a prendere ogni decisione, che non è più la massima autorità, ma l’unica. Cosa non da poco visto che questa riunione degli stati generali alla reggia di Versailles per determinare la politica nazionale è in completo contrasto con la lettera e lo spirito della Costituzione della Quinta repubblica la quale stabilisce che debba essere il governo a determinare e dirigere la politica nazionale.

Così fin dall’inizio il Parlamento già gravato dalle profonde deformazioni della legge elettorale francese, si avvia ad essere di fatto esautorato, ma contemporaneamente anche viene esautorato anche il popolo visto che Macron che si è anche rifiutato di concedere la rituale conferenza stampa per la festa nazionale del 14 luglio e non certo per timore di trovarsi in difficoltà visto che si tratta di appuntamenti comunicativi già ampiamente concordati e addomesticati, ma di pura noncuranza se non disprezzo per il popolo. Adesso in Francia si comincia a parlare di deriva bonapartista da parte di quello che si era presentato come il campione della democrazia liberale e in prima fila sono proprio coloro che avevano consigliato il voto per Macron per fare fronte contro la Le Pen e da perfetti imbecilli avevano dato addosso a Melenchon reo di aver suggerito l’astensione alle presidenziali proprio per non far stravincere il cocco di Rothschild e provocare un disastro anche alle politiche. Adesso che la frittata è fatta socialisti e comunisti, insieme anche ai vecchi gollisti  sono in pieno marasma dovendo subire un’ offensiva autoritaria che essi stessi in qualche modo hanno propiziato. Melenchon è l’unico ad essersi rifiutato di andare alla corte di Versailles con la sua France Insoumise a fare il suddito obbediente, ma francamente non si sa bene a cosa possa portare questo aventino visto che il momento d’oro della sua nuova sinistra è rimasto impigliato nei tentacoli di quella vecchia e non si sa quanto possa rappresentare per i francesi un’alterniva a tutto campo.

La tracotanza di Macron nasce proprio dall’essere un presidente eletto da una minoranza assoluta di francesi: non ha alcuna ragione di inseguire il consenso e tantomeno quello di attenersi a un programma visto il suo era composto solo di slogan assolutamente vaghi e privi di ogni contenuto: è un presidente eletto dai poteri finanziari e dai media che sono in mano ad essi, è a loro che può andare semmai la sua gratitudine, a loro offrirà le sue ottuse ricette reazionarie. E del resto i francesi astenendosi in massa dalle elezioni politiche hanno espresso una totale sfiducia nelle istituzioni che paradossalmente può essere usata a proprio vantaggio proprio da Macron. C’è chi si illude che la frattura fra popolo e palazzo rappresenti un pericolo per quest’ultimo quando invece lo è semmai per il popolo stesso.

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Francia: il maggioritario del re sole

banchetto-luigi-XIVA Evry, cittadina a sud di Parigi e di fatto parte della sua estrema periferia, si scontravano la candidata di France Insoumise, Farida Amrani e l’ex primo ministro Manuel Valls, che a tutti costi doveva vincere. E infatti ha vinto con il 50,3 per cento, sebbene nei seggi in cui c’erano rappresentanti della Amrani lei stesse vincendo con il 60%.  Una ridda di presunte irregolarità denunciate dai bravi di Valls avevano portato a un secondo conteggio a porte chiuse nella sala comunale con la stampa e gli stessi rappresentanti di France Insoumise esteromessi con la forza mentre Valls si dichiava vincitore con i media e minacciava l’intervento della polizia se qualcuno avesse cercato di mettere il naso in quel pasticcio. Alla fine deciderà il consiglio costituzionale (una assemblea di ex politicanti) che ha quasi sempre confermato i vincitori autoproclamatesi tali nella convinzione che sia meglio tenersi un non eletto che creare scompigli.

Si tratta solo un’appendice diciamo così furfantescai di un contesto generale nel quale si sono prepotentemente rivelati i guasti di un sistema maggioritario: in Francia dove l’astensionismo ha raggiunto il 56% al secondo turno delle politiche, l’area macronista ha conquistato solo il 20%  del corpo elettorale, ma governerà con il 60% di deputati, la maggioranza assoluta. Questo abisso tra Paese e rappresentanza ci dice con la forza incontestabile dei fatti che siamo molto oltre quel virtuoso effetto governabilità asserito dagli spacciatori di maggioritario: siamo invece alla messa in mora della democrazia e al tentativo dell’elite politica di realizzarsi come oligarchia di fatto autonoma dal corpo elettorale e dalla volontà popolare grazie a tre appoggi essenziali: la finanza internazionale, il sistema mediatico totalmente in mano alla stessa con il compito di organizzare opportunamente la narrazione voluta e una base clientelare. Insomma il potere si autogarantisce introducendo trucchi nella democrazia formale che ne annullano la sostanza e che rendono gli eletti personaggi attaccati agli interessi personali e di clan, senza alcuna idea, nemmeno remota, di interesse generale. In sostanza una folla di lobbisti .

Visto che siamo in Francia non si può non pensare agli Stati generali dell’ Ancient Regime dove il terzo stato che comprendeva il 98 per cento dei cittadini aveva un solo voto esattamente come il clero e la nobiltà che costituivano e gli altri due. Così come si possono riproporre  le domande dell’abate Sieyès nel celebre pamphlet del 1789 che fu una delle micce della rivoluzione:  “Cos’è il terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa”. Basta sostituire terzo stato con elettorato e vengono fuori gli ultimi vent’anni di storia politica e la sua inevitabile deriva verso le sospensioni costituzionali grazie alle benvenute e forse sollecitate emergenze per garantire una sicurezza che è impossibile comunque da garantire e che serve invece magnificamente per il controllo sociale. Il vero problema a questo punto  è di vedere se essere maggioranza quasi assoluta in parlamento e piccola minoranza nel Paese creerà problemi seri all’oligarchia di comando, se la mobilitazione sociale che è lecito attendersi, riuscirà ad arginare in qualche modo la lotta di classe al contrario che i poteri europei stanno conducendo. Se insomma questa situazione renderà fragile la governance.

Purtroppo non credo: non ci sono forze e idee all’altezza del momento e un Melenchon che comunque ha preso meno della metà dei seggi dei socialisti traditori, non fa primavera: l’occasione di cambiare le cose c’era stata, ma una sinistra atona e confusa, intenta esclusivamente a cullare i propri feticci, esattamente come in Italia dove nel nuovo conglomerato in formazione ci sono persino i fan di Tsipras, ha pensato bene di non astenersi sulla Le Pen e ha favorito uno sfondamento non previsto di Macron alle presidenziali e dunque anche alle politiche, cosa che era assolutamente prevedibile e modestamente prevista proprio su questo blog (vedi qui) . Non si può solo  biasimare e maledire il sistema maggioritario: dal momento che comunque esiste, che non è stato possibile impedirlo o ribaltarlo, bisogna entrare in quella logica per ottenere dei risultati che non siano soltanto una manciata di poltrone.

Quindi, guerra permettendo, evento tut’altro che improbabile, i francesi si faranno un quinquennio  di Macron e ne usciranno in pieno  Luigi XV con tanto di bisnonna Du Barry.  Melenchon rappresenta il germe di una nuova esperienza, di un nuovo inizio il cui vero nemico è la pletora di sinistre ingrigite e di disorientamenti.


Corteo anti Macron dopo averlo votato

cq5dam.web.738.462I seggi elettorali non sono ancora stati smantellati che a Parigi c’è stata la prima manifestazione anti Macron organizzata dal Front Social un ensemble che riunisce alcune sezioni sindacali, Force Ouvriere, studenti e associazione di base. E ancor prima dell’insediamento del fantoccio di Rothschild e bamboccio del Bilderberg, la polizia ha fatto capire le intenzioni della nuova governance francese mettendo in piedi un enorme di dispositivo di controllo e repressione del tutto spropositato rispetto a un corteo di poche migliaia di persone, con perquisizione dei passanti, chiusura di fermate della metropolitana, blocco di strade e infine con le manganellate a presunti black bloc e persino ai giornalisti.

In un certo senso la manifestazione era logica, dovuta, attesa  visto che la sinistra francese era scesa più volte in piazza quando Macron era ministro dell’economia e lo si imputava di essere stato l’autore principale della loi travail, ovvero dello strumento con cui si è proceduto a distruggere i diritti del lavoro e a lanciare la precarizzazione selvaggia. Ma sì logica, coerente, necessaria, se non fosse per il piccolo particolare che molta parte dei manifestanti appena due giorni prima era andata nei seggi elettorali per votare Macron invece di astenersi come sarebbe stato ovvio per evitare che la vittoria macronista fosse così netta. Il nemico non è stupido, sa come confondere gli avversari e infatti proprio ieri la sezione francese della Deutsche Bank  ha pubblicato una serie diMacron_support approfondimenti statistici del voto tra le quali spicca la tabella dei flussi in cui si mostra come il manchurian candidate della finanza sia stato votato al secondo turno più dalla sinistra radicale che non dal centro destra e andando ancora di più nello specifico dall’elettorato più giovane della sinistra radicale che presumibilmente erano presenti nel corteo.  Bene, adesso che il pericolo fascista è stato evitato bisogna vedersele col fascismo vero, tanto più che una vittoria così netta di Macron getta anche un’ombra lunga sulle prossime elezioni politiche. Ma sapete, andare in piazza a manifestare dopo aver favorito una vittoria del massiccia del proprio avversario, il quale in realtà sta bene solo al 16% dei francesi  è come tentare di colpire il sistema della finanza scardinando un bancomat.

Questo dovrebbe far comprendere a tutti come l’esperienza della sinistra, diciamo così tradizionale, nelle sue varie forme, personaggi, strategie, tic, deve considerarsi in via di estinzione e archiviazione. Negli ultimi anni la si è sempre accusata di non riuscire ad esprimere una propria reale soggettività ed è verissimo, ma quella poca e residua, tutta imperniata su riflessi condizionati, gioca paradossalmente a suo sfavore facendola cadere in ogni tranello possibile tra cui quello classico di indurre a votare contro qualcosa e non per qualcosa ed astenersi se questo qualcosa non c’è.  Così se De Gaulle nel ‘ 65 prese poté godere di un incremento di voto al secondo turno di meno del 7% , Macron ha visto aumentare i suoi consensi del 42% una cifra seconda solo all’elezione di Chirac nel 2002 che si presentava contro il padre di Marine. Intendiamoci questo risultato è anche imputabile agli enormi errori della Le Pen che nelle ultime settimane di campagna è stata indotta a tornare indietro sui suoi argomenti forti, moneta unica e trattati europei, facendosi dettare dalle stive tenebrose del Front National un’accelerazione ottusa sui temi identitari. Adesso si scateneranno vendette e rese dei conti nel partito per cui nelle legislative di giugno è lecito attendersi un ridimensionamento sul 15% del Front che procura solo una pattuglia di deputati, mentre, dopo il disastro socialista non si può ipotizzare che uno spostamento di voti verso la sinistra radicale, ma di dimensioni tali da non costituire un pericolo per un qualsiasi governo dello status quo.

Ecco perché Melenchon aveva rifiutato di esprimersi per un voto di salvezza nazionale a Macron: ma molta sinistra non è stata in grado di capire che il punto di snodo per la politica francese non era Macron destinato comunque a vincere o Le Pen, ma la differenza tra i due in termini di voto. Così si va in piazza a manifestare contro il candidato che si è votato. E badate bene, in buona compagnia, perché l’elenco ufficiale dei sostenitori e dei finanziatori di Macron è sterminato, comprendendo tutto l’arco acostituzionale dell’oligarchia francese ed europea come potrete vedere alla fine del post. Mai una volta che tanta determinazione antifascista sia stata messa nella difesa dei diritti del lavoro che sono in realtà tutto l’antifascismo e il solo di cui ci sia effettivamente bisogno, proseguendo in una fallimentare del poi ci mobilitiamo, ovvero mai. Sentite condoglianze per quelli che festeggiano.

Finanziatori e sostenitori pubblici di Macron

Loïc Armand (presidente de L’Oréal France)
Bernard Arnault (l’uomo più ricco di Francia  e 11° mondiale proprietario del Parisien e di e di Échos)
Pierre Bergé (coproprietario del gruppo Le Monde)
Vincent Bolloré (decima fortuna francese e azionista di maggioranza di Vivendi e  Canal+)
Patrick Drahi ( il quinto più ricco di Francia proprietario di Libération e L’Express)
Pierre Gattaz (presidente della Confindustria francese)
François Henrot (ex braccio destro di David de Rothschild)
Arnaud Lagardère (proprietario del Journal du dimanche)
Bernard Mourad (ex-banchiere di Morgan Stanley )
Xavier Niel (Nono più ricco di Francia, comproprietario del gruppo Le Monde)
Matthieu Pigasse (direttore della banca Lazard, responsabile di fusioni e acquisizioni a livello mondiale e terzo, ma più importante comproprietario del gruppo Le Monde) 
Marc Simoncini (fondateur di Meetic)
Bernard Tapie (noto uomo d’affari, ex patron di Adidas e al centro di numerose vicende giudiziarie).

Joschka Fischer (ex ministro degli esteri tedesco)
Sigmar Gabriel (attuale ministro degli esteri e vice cancelliere)
Paolo Gentiloni (premier per caso)
Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione europea)
Angela Merkel (cancelliere di Germania)
Charles Michel (Premier belga)
Barack Obama (ex presidente Usa)
Matteo Renzi (chi è lo sapete)
Alberto Rivera (presidente ddel partito di centro destra spagnolo  Ciudadanos)
Mark Rutte (Premier olandese)
Wolfgang Schaüble (ministro della finanze tedesco)
Martin Schulz (ex presidente del parlamento europeo)

Frank-Walter Steinmeier (presidente della republica tedesca)
Justin Trudeau (Premier canadese)
Alexis Tsipras (Premier greco)
Jacques Attali (consigliere di diversi presidenti, convertitosi negli ultimi decenni a visioni eugenetiche)
Christophe Barbier  direttore de L’Express)
Laurent Bigorgne (direttore de l’institut Montaigne, think tank degli industriali francesi)
Matthieu Croissandeau (direttore del Nouvel Observateur)
Ruth Elkrief (giornalista che ha diretto il secondo dibattito Macron Le Pen)
Bernard-Henri Lévy (filosofo ufficiale della reazione globale)
Yanis Varoufakis (ex-ministre delle finanze greco)
Si tratta solo di una piccola parte degli endorsement ufficiali che lascia fuori molti giornalisti delle testate possedute dai signori elencati prima, personaggi dello spettacolo, deputati e responsabili del socialismo hollandiano, banchieri di secondo piano, economisti di assoluta fede liberista, personaggi in cerca di autore e via dicendo, ma credo bastino per definire, collegando i punti, la geografia politica di Macron e definire il ruolo dei media totalmente coperti dai personaggi chiave.


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