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Le doglie della Terza Repubblica

1472375341194.jpg--sisma__il_tempo_alla_sinistra___chiedete_scusa_ai_nostri_eroi_in_divisa_In tempi normali, quelli che ormai sembrano una perduta età dell’oro, non ci si dovrebbe chiedere come mai il Pd abbia perso tanto consenso, ma come diavolo abbia fatto a tenersi appiccicato il 18 per cento quando il segretario responsabile del suicidio non si dimette immediatamente o non viene subito dimesso dal partito a furor di popolo, ma promette soilo future ed eventuali dimissioni salvo rimanere al suo posto ” in attesa del prossimo governo”. Che senso può mai avere una simile scelta se non quello di rimanere a contrattare il traghettamento della banda Renzi nel seno di qualche alleanza che poi sappiamo benissimo essere quella con Salvini e Berlusconi? Eppure nemmeno di fronte alla prospettiva di questo tradimento totale e finale il partito riesce a reagire in qualche modo, si trincera dentro un mefitico e squallido politichese semplicemente perché il battaglione di poltronieri a tutti i costi sta meditando sul da farsi e su cosa conviene per conservare il posto, ma soprattutto l’aggancio al potere reale che è poi quello delle banche, delle cooperative, delle grandi opere: ciò di cui è vissuta la politica per quasi trent’anni, non avendo più una politica propria da esprimere e da pensare.

Le elezioni del 4 marzo hanno sugellato, dopo il referendum costituzionale, la fine senza appello della seconda repubblica costruita sui i pilastri una sinistra confusa, ormai destinata alla cattività euro americana divenuta alla fine Pd e una destra affaristica con spiccati caratteri più sudamericani più che europei, spacciata e purtroppo scambiata a lungo per rinnovamento. Eppure la truppaglia sconfitta vuole pervicacemente e con l’appoggio di alleati esterni e impropri che tifano per loro continuare a detenere tutto il potere raccogliendo i frutti di una legge elettorale banditesca costruita ad hoc. Ed è per questo che il guappo di Rignano chiede tempo prima delle dimissioni, per vedere se può portarsi dietro abbastanza parlamentari da fare maggioranza con zio Paperone e capitan Fracassa Salvini o in caso contrario contrattare un’altra soluzione di sopravvivenza. Tuttavia la domanda è un altra: si può concretamente pensare di escludere dal governo la forza politica di gran lunga più forte e che da sola esprime il voto di un terzo degli italiani? L’aritmetica elettorale, specie se essa è truccata alla radice, lo potrebbe anche consentire, anche se un minimo di rispetto per il voto dovrebbe far propendere per un governo Cinque stelle con l’appoggio esterno oppure organico del Pd e di fritture varie.

Tutte formulazioni che Mattarella sarà costretto a tenere in considerazione, ma su tutto questo pende una spada di Damocle e sono le condizioni del Paese: com’è noto o dovrebbe essere noto a Bruxelles cresce la tentazione di commissariare l’Italia con la troika che dovrebbe gestire in via diretta la fiscalità e il risparmio privato, una decisione che sarà certamente facilitata dalla recentissima ascesa a segretario generale della Commissione europea di Martin Selmayr, uomo di fiducia della Merkel e nemico dichiarato dell’Italia. Contemporaneamente vengono alla luce le falle delle misure miracoliste del renzismo e della vacuità sostanziale dei discorsi di ripresa: a gennaio l’indice della disoccupazione è tornato a crescere segno che senza drogaggi e artifici formali di lavoro  davvero non ce n’è e quel poco è precario, episodico incerto, ricattabile. Questo per non parlare delle manovre correttive da fare entro la primavera o del Fiscal compact che ci attende.

Ci si chiede perciò chi vorrà davvero gestire una situazione del genere, chi vorrà essere il carceriere e il mastro Titta del Paese, chi vorrà saccheggiare di nuovo le pensioni, aumentare ancora l’Iva e le accise mentre alle aziende si fanno enormi sconti del tutto inutili per aumentare la competitività e la produzione, ma benvenuti per i profitti : viene quasi da pensare che l’astrusa legge elettorale sia stata studiata proprio per non avere vincitori e fare da sfondo e pretesto a un qualche governo di emergenza o esecutivo del presidente o al limite un Gentiloni bis a maggioranza variabile che alla fine implicasse tutti nel delitto che nessuno vuole evitare o ha il coraggio e la visione per farlo. Solo che non ci si aspettava  un boom così netto dei Cinque stelle, nemmeno loro probabilmente, accompagnato da una caduta così rovinosa del Pd e dalla defaillance di Berlusconi. Perciò la situazione è ancora più ingarbugliata di quanto non si pensi e il governo reale del Paese, come insisto nel dire, è ormai altrove. La seconda repubblica era nata come farsa della prima, la terza prende il via per pagare i debiti di etica, idee, vita contratti dalla seconda.

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Venezuela, sconfitto il golpismo, ma non i media occidentali

20294556_1443564695727973_2999717958798117628_nFateci caso: dovunque ci sia una democrazia retta da forme di sinistra popolare l’informazione occidentale parla di dittatura o ne insinua il sospetto, ma quando si tratta di dittature di destra o di reperti medioevali evita ogni definizione. C’è ovviamente una scala con punti intermedi che variano a seconda degli interessi e delle intersezioni geopolitiche, ma al momento attuale diciamo che agli estremi di questa unità di misura della disinformazione occidentale ci sono da un lato l’Arabia Saudita punto zero di un servilismo solidificato attorno al silenzio e dall’altro il Venezuela punto di ebollizione della sottomissione all’impero. Tanto in ebollizione che spesso e volentieri in questa acque agitate si opera uno scambio truffaldino tra la violenza della destra e la sopportazione del chavismo.

Siccome non si tratta di idee e nemmeno di opinioni, ma di campagne pagate dagli inserzionisti del caos, non c’è speranza che qualche fatto anche il più solare ed evidente possa indurre a ripensamenti, nemmeno le impiccagioni e le decapitazioni in Arabia Saudita per non parlare delle stragi in Yemen o il fatto che in Venezuela le elezioni per la costituente siano state un grande successo per Maduro e per la democrazia reale nel Paese sudamericano, con più di otto milioni di votanti che hanno sfidato le squadracce fasciste, pardon democratiche, decise a sabotare un evento così disdicevole e totalitario come un’ elezione. Diciamolo: solo se il Venezuela dovesse diventare una ditttatura di destra, questi creativi degli spot geopolitici finirebbero di parlarne.

Questo naturalmente non ci impedisce di lasciar perdere le chiacchiere, le bugie, le foto truccate, insomma la grottesca narrazione ufficiale per analizzare i risultati delle elezioni venezuelane, la loro portata, il loro significato e cercare di vedere le evoluzioni future. Appare chiaro dai numeri e dalle circostanze drammatiche in cui si sono coagulati un fatto fondamentale, ovvero che il Mud, il coordinamento dei partiti di destra non è per nulla maggioritario, non esprime più attese e bisogni della popolazione, né dei principali settori del Paese, nemmeno di quelli dominanti e che sta rapidamente perdendo la vasta area degli incerti nelle aree urbane L’atteggiamento e i metodi golpisti sono diretta conseguenza di questa perdita di consenso come del resto avvenne al tempo del tentato golpe contro Chavez e mostrano in filigrana il fatto che il fronte di destra non serve gli interessi del Paese ma quelli di altri che fin dagli ultimi anni di Obama nemmeno più tentano di nascondersi e dissimulare.

Del resto il chavismo si è dimostrato l’unico movimento politico con una visione e  un progetto nazionale di inclusione, che comprende  fattori sociali, istituzionali, economici e politici del Paese, mentre il Mud, tra cui cominciano ad apparire vistose fratture, sembra esprimere solo la volontà di abbattere Maduro e riconquistare il potere con qualunque mezzo, impantanandosi così in una dinamica esclusivamente distruttiva, come del resto accade quando si è eterodiretti. Paradossalmente proprio questa spirale di violenza senza prospettive ha reso più forte  Maduro e stimolato la partecipazione al voto per l’Assemblea costituente, specialmente quella dei settori agricoli e rurali che finora sono stati ostaggio delle borghesie parassitarie cittadine di rito americanoide.

La partecipazione popolare all’elezione all’assemblea costituente spiazza completamente le opposizioni guidate da Washington e dalle sue sanzioni , visto che ad essa è demandato il compito di superare il modello della rendita petrolifera e di determinare l’accesso e la redistribuzione dei proventi dell’oro nero. Proprio per questo il Mud ha giocato il tutto per tutto per sabotare le elezioni ed è per lo stesso motivo che una tornata elettorale per scegliere i costituenti è stata usata dai media occidentali come demente dimostrazione della non democrazia del Venezuela e delle buone ragioni dei golpisti: da adesso in poi diventerà più difficile trovare appigli per colpire e affondare il chavismo senza ricorrere ai metodi del vecchio golpismo sudamericano.

E infatti ci si avvia proprio su questa strada: gli esponenti della lobby anti Maduro presenti al Wola, ossia il Washington Office on Latin America hanno già dichiarato al loro giornale di riferimento, ossia il New York Times, il proposito delirante di voler mettere in piedi “un governo parallelo che cercherà finanziamenti e legittimità all’esterno e rivendicherà, almeno implicitamente, il monopolio legittimo dell’uso della forza e cercherà di procurarsi delle armi per difendersi”. La cosa assolutamente chiara che si evince da questo delirio enunciato alla vigilia di una sconfitta elettorale evidentemente attesa e dal declino del consenso delle destre è che la battaglia abbandona il Venezuela per rifugiarsi a Washington, che la strategia sarà ancora una volta la violenza per dare a qualcuno la scusa di un intervento diretto. Fallita la possibilità di un rovesciamento tipo Brasile, adesso si disegna un progetto tipo Honduras progettato e portato avanti dalla Clinton.

Ecco perché è importante decostruire quotidianamente le verità fasulle della stampa occidentale che fanno da mascheramento e da pretesto a questi progetti di guerra civile che nascono dall’inciviltà.


Declino e implosione di un cazzaro

kRGuGcexuY=--renzi_petrolio_mareDa parecchi anni e forse per primo, vox clamans in deserto ( vedi qui) , questo blog ha sostenuto la pericolosità di Renzi per il Pd e per la società italiana, dal momento che portava a sintesi due universi: il capitalismo opaco e immoralista del berlusconismo con la retorica vuota e il cinismo subalterno, ma vorace della politica politicante. Come si può vedere dai risultati dei ballottaggi ormai l’opera di Matteo sta arrivando a compimento: la vecchia destra dei comprati e dei ladri, degli zoccoli duri da televisione rialza la testa, conquista persino Genova una volta roccaforte della sinistra e altre città di vecchia tradizione democratica, si riallarga nel Paese non per merito proprio, ma per demerito complessivo del ceto politico, per disorientamento dell’elettorato che si trova a scegliere tra offerte politiche identiche, salvo alcune petizioni di principio del tutto astratte, rinnegabili a piacere e con una opposizione pentastellata che sembra altalenante, incerta, retrattile, meno credibile di prima.

Ma cio che è accaduto non è l’espressione di un’alternanza di facciata  come spesso accade nei sistemi maggioritari, è invece la chiara manifestazione della fine ingloriosa della seconda repubblica, per cui non basta dire che ormai l’onda del renzismo è terminata e che nelle reti del Pd  ci sono soltanto alghe dopo che si erano riempite di tonni, a tal punto che i sedicenti dem hanno perso persino a Trapani dove non avevano avversari. Questo è il dato immediato , ma il fatto è che non hanno vinto nemmeno gli avversari visto che la destra ha preso meno voti rispetto al 2013 grazie all’astensione massiccia giunta al 54 per cento di un corpo elettorale che si sente privo di qualsiasi rappresentanza, ma il cui capitale di rassegnazione e inazione sembra in via di esaurimento.

Si ha un bel cercare di rattoppare la realtà con dati frutto di manipolazione o messi nel tritacarne della comunicazione edulcorata: non escono salsicce, ma file di prese in giro che vorrebbero nascondere lo stato preagonico del Paese e il suo essere in preda alla corruzione più selvaggia: tutti sanno benissimo che la disoccupazione reale è drammatica, che i consumi calano, che il debito pubblico aumenta a dispetto di qualsiasi taglio mentre le infrastrutture sono sempre più vecchie e insufficienti, senza che vi siano risorse per modernizzarle. Nessuno può davvero pensare che le forze politiche tradizionali, principali protagoniste di questo epocale disastro possano davvero affrontare la situazione e se si somma l’astensione allo sfilacciamento delle compagini parlamentari, ai localismi incentrati su associazioni o su personaggi, si ha la miscela adatta alla nascita di nuove formazioni politiche con confini diversi da quelli finora praticati. Qualcuno per esempio ha fatto notare che le recenti mosse del commissario Cantone e le sue inaspettate critiche allo sponsor renzista potrebbero preludere alla formazione di un partito delle mani pulite.

Insomma siamo alla decostruzione del sistema politico accelerato dal renzismo e dalla sua vacuità che mette in moto allo stesso tempo nuove aggregazioni e inedite dissoluzioni e che per prima cose pone un enorme problema ai Cinque stelle inconsultamente riavvicinatisi al sistema proprio quando sarebbe stato imperativo rendere più netta l’azione di contrasto, specie sui temi sociali: un cruciale errore strategico che tuttavia racconta non solo di straordinari pasticci nella formazione delle liste, di rese sul sistema elettorale, quasi che si volesse essere cooptati e di una opaca democrazia interna, ma forse di una vocazione irrisolta di vertici più disposti al cachinno che all’elaborazione politica. In effetti la situazione dovrebbe e potrebbe aprire la strada a nuove elaborazioni e formazioni politiche in diretto e non equivoco contrasto con il pensiero unico e i suoi dettami, ovvero a una opposizione radicale e concreta allo stesso tempo, cosa che non si scorge nei tentativi di mettere assieme pezzi residuali della sinistra, profughi dal Pd e quinte colonne del capitale che appare già vecchio prima di nascere e del tutto inadeguato al nuovo panorama spalancato dalle urne.

La situazione del resto è tale che ormai non c’è più molto tempo prima dell’implosione del Paese o la sua occupazione, manu bancaria, da parte della Troika.  Questo è il momento per battere un colpo, sempre che qualcuno ci sia.


Il meno peggio e il peggio vero

220px-Bundesarchiv_Bild_102-12084,_Berlin-Tempelhof,_Abreise_Ramsay_MacDonaldsOggi mi piacerebbe vedere in faccia chi è andato alle primarie per votare Renzi. E non parlo di quel milione e passa di berlusconiani, immigrati o manutengoli  puri e semplici della politica che hanno fatto il loro sporco dovere per il posticino, l’appaltino, la venti euro sotto banco, parlo dell’altra parte, quella che votando per il guappo ha dato il colpo di grazia al Pd, trasformandolo in una sorta di partito personale, di Forza Italia, ancora peggiore del modello cui si ispira. Si perché questo popolo che insegue il meno peggio al punto di partecipare alle primarie non comprende che questa strategia porta direttamente al peggiore dei mondi possibili. Anzi il “meno peggio” è proprio una precisa strategia delle oligarchie di comando che in questo modo imbrigliano le opposizioni, facendole cadere in trappola passo dopo passo, e facendo in modo che esse finiscano per essere  espresse in ultima analisi da forze che per un motivo o per l’altro appaiono inaffidabili o temibili.

Lo vediamo in maniera che più chiara non si può in Francia dove al nazista del terzo millennio Macron le cui potenzialità di massacro sociale e civile rimangono ancora confuse non sono ancora ben chiare all’opinione pubblica, viene contrapposta la Le Pen erede di un partito esecrato da sempre. Dunque l’uomo di Rothschild  che in sé non avrebbe la minima possibilità di riuscire, si fa forte del fatto di apparire il meno peggio rispetto agli avversari. Storicamente la rapida e peraltro resistibilissima ascesa del nazismo avvenne proprio grazie a questi meccanismi messi in atto dalla socialdemocrazia e in parte dai comunisti che commisero un errore gravido di conseguenze.  Nel 1930 la crisi dell’economia capitalista cominciata a Wall Street aveva già investito in pieno la Germania inducendo il partito socialdemocratico, invece di contrastare e disoccupazione e calo dei salari, a rivolgersi a un economista liberista e per giunta di stampo cattolico, Heinrich Bruning, insomma un Monti anti litteram, il quale in base alle teorie prevalenti propose una politica di rigida conservazione monetaria e sociale, letale per l’economia esattamente come lo è oggi la dottrina dell’austerità, la quale prevedeva un gigantesco taglio alla spesa e agli investimenti pubblici. I comunisti naturalmente erano fortemente contrari e molti socialdemocratici dubitavano della bontà di queste ricette al punto che la loro bocciatura in Parlamento era quasi certa, ma a questo punto intervenne il presidente Hindenburg, il quale  firmò un decreto di emergenza con il quale veniva fatta passare tutta la linea Bruning. Le proteste furono fortissime e sfociarono in una richiesta di riforma costituzionale, firmate pure dai pochissimi deputati hitleriani, nella quale si  negava al presidente di agire per decreti di emergenza scavalcando l’assemblea legislativa. La riforma passò, ma decretò anche la fine del governo Bruning, senza più maggioranza per cui vennero indette nuove elezioni.

Tuttavia i socialdemocratici non erano affatto convinti di voler cambiare radicalmente strada, anche se la richiesta di riforma costituzionale aveva rinsaldato i rapporti con i comunisti e indotto questi ultimi su strategie più moderate: tutto sommato credevano che molte proposte di Bruning fossero il meno peggio rispetto a radicali cambiamenti di direzione, pensavano solo che attraverso le forche caudine della riforna costituzionale avrebbero accresciuto la propria presa sull’economista e smussato qualche angolo, continuando  a prefigurarne un prossimo governo. Per cui la campagna elettorale invece di affrontare i drammatici temi in campo e proporre alternative, si risolse in una sorta di mobilitazione contro il pericolo nazista, trascinando su questo terreno anche i comunisti. Peccato che il partito di Hitler, due anni prima avesse preso solo il 2,6%  dei consensi e fosse del tutto marginale al sistema politico tedesco, ma alla fine il pericolo fascista era l’unico argomento per una forza che non aveva fino in fondo il coraggio di opporsi alle politiche liberiste, che ormai veleggiava nel meno peggio presentandosi come tale solo per contrasto. Il risultato fu di puntare tutti i riflettori sui nazisti e sulle loro soluzioni per la disoccupazione, raggiungendo anche l’effetto di far confluire nelle sue file la metà del partito nazionalista. E anzi per i socialdemocratici fu fatale il manifesto degli industriali tedeschi che invitava a votare i partiti  che agivano “in modo inequivocabile per la conservazione e lo sviluppo del settore privato e della proprietà privata” che dava la misura precisa di ciò che avrebbero fatto, anzi non avrebbero fatto i partiti della governance.  Alla chiusura delle urne i nazisti avevano guadagnato il 15% ed erano il secondo partito del Paese: il meno peggio aveva subito una disastrosa sconfitta.

A quel punto i socialdemocratici e i centristi avrebbero potuto fare tesoro dell’esperienza e cambiare politica proprio per evitare il pericolo che essi stessi avevano suscitato per ragioni elettorali, ma non vollero o non furono in grado di opporsi ai voleri del capitale, e così rimasero soltanto il meno peggio. Ci fu un altro governo Bruning, poi di un altro liberal conservatore fino all’avvento di Hitler. Letteralmente, perché fu questa vittoria a decretare la fine di qualsiasi corrente dentro il nazional socialismo facendo prevalere la follia di una banda omofila e omofoba, che fino ad allora era fortemente contestata all’interno del partito sia pure nei termini permessi dalla destra estrema. Naturalmente non si possono proporre analogie dirette con quei tempi, le destre europee sono ben lontane da quel nazismo che l’Europa foraggia ai suoi confini, ma dentro il tentativo di demonizzare le opposizioni, quali che esse siano, persino Melenchon, con il miraggio del meno peggio, c’è all’opera molta di questa logica, principalmente l’incapacità oltre all’impossibilità per dei chierici liberisti di proporre il meglio.

 


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