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I Competenti: e se fossero stupidi?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dubito che sia un caso fortuito che pochi mesi dopo che 945 parlamentati hanno approvato la cancellazione del tema di storia dalle prove della maturità, i protagonisti di un fermento ittico che ha occupato le prima pagine e qualche piazza lanciassero un appello rivolto ai competenti chiedendo a gran voce che si prodigassero per salvarci dalla brutalità,  dall’ignoranza, dall’inettitudine e dal dominio di chi trovava ascolto nelle pance di un popolino antropologicamente, ancor prima che socialmente e culturalmente  e dunque moralmente, inferiore.

Dopo il  passaggio meteorico di Mario Monti e del suo esecutivo, avevamo avuto modo di consolarci dell’eclissi del mito leggendario dei tecnici prestati alla politica, degli esperti cui affidare il funzionamento degli ingranaggi della macchina  pubblica, ridotti ormai a somministrare  le loro diagnosi e le loro prescrizioni dalle colonne della stampa ufficiale, con quella spocchia irriducibile e  incurante dell’inanellarsi di fallimenti accumulati in una trentina di anni: scommettendo sull’UE, sulla “disciplina” dei conti, sull’austerità espansiva, sul rispetto dei trattati, sulla doverosa riduzione del debito, sulla bontà delle privatizzazioni, sull’adesione cieca all’atlantismo, sulla coltivazione irragionevole del primato dell’Occidente da salvaguardare dal meticciato e dalle mire espansive di nuovi attori incompatibili con la democrazia e la crescita sostenibile.

Tanto che abbiamo ritenuto si potesse configurare come una naturale reazione alla loro occupazione del sistema, la fiducia data a soggetti di comprovata inesperienza, che rivendicavano la loro impreparazione come una virtù e la loro imperizia come la dimostrazione della estraneità ai vizi e alle contaminazione della combinazione tra malapolitica e malaffarismo.

D’altra parte contava anche il gap generazionale, quello  tra i notabili incrollabili e finora inamovibili e gente che quella stessa nomenclatura aveva condannato a “buone scuole”, università e “esperienze” formative, volontariati e avvicendamento scuola-lavoro, mirate a produrre ignoranti  specializzati, iniziati predisposti a premere lo stesso tasto durante l’intera carriera professionale, tanto da far tornare in auge i fasti dei praticoni diplomati con Radio Elettra.

E come dargli torto se il mantenimento delle leve del potere doveva e deve restare in altre stanze, altri uffici, altri palazzi, e se come, scriveva Rosa Luxemburg, doveva e deve essere accentrato nella mani dei “custodi del tempio del sapere” che è quello accumulato e limitato alla conservazione del dominio economico e dei privilegi che ne conseguono, e amministrato da un esercito di funzionari e burocrati.

Ci voleva l’incidente della storia prevedibile, ma, pare, incontrastabile, di una epidemia diventata una minaccia apocalittica e in quanto tale impiegata per creare una situazione di emergenza civile e uno stato di sospensione dei diritti, per sfrenare la fantasia della corte dei miracoli che propone la salvezza attraverso un redentore in veste di tecnico super partes, che spazzi via, insieme agli avventizi e ai dilettanti, tutte le comparse in scena nelle meschine repliche del teatro della politica,  a sancire definitivamente che il peso e la parola degli uni deve avere più forza di quella di altri una volta, finalmente,  tolte di mezzo le arcaiche regole democratiche (ne ho scritto nella prima parte, qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/10/i-competenti-la-corte-del-re-taumaturgo/ ).

Eppure qualche dubbio si è sollevato in passato: il filosofo marxista Costanzo Preve molto esibito dalla destra che si aggiorna sui risvolti di copertina e ancora meno letto dalla sinistra, ebbe a dire che “gli intellettuali sono più idioti degli altri”, intendendo è meglio non fidarsi troppo degli esperti, degli studiosi che basano il loro giudizio e la loro interpretazione sul sapere accumulato più che sulla realtà che li circonda, restii come sono ad ammettere che possa esserci qualcosa che sfugge loro, qualcosa  che non conoscono e che sfugge al loro controllo.

E in effetti questo spiega tutti gli effetti che non hanno previsto, gli errori che non hanno evitato e anche il fatto che le loro profezie, i loro moniti e i loro allarmi siano stati largamente inascoltati.

Un libro stimolante “Radical Choc” di Raffaele Alberto  Ventura riporta il parere del padre della teoria del Cigno nero Nassim Nichlas Taleb – secondo la quale un singolo evento sia pur raro è sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un’esperienza millenaria, persuaso che l’incapacità di prevedere il prevedibile insieme all’uso “accademico” di sostenere una tesi basandosi su dati non accertati, di parte susciti il legittimo sospetto che intellettuali e esperti siano stupidi.  Ed è la sociologia che parla di “incapacità addestrata”, riferendosi a quel paradosso secondo il quale a una maggiore competenza corrisponde una superiore incapacità di reagire a situazioni anomale e inattese. Proprio come un eccesso di specializzazione finisce per dare luogo a soluzioni più dannose del problema che si voleva affrontare, confermando un antico proverbio veneto secondo il quale quasi sempre xe pezo el tacon del sbrego (è peggio il rammendo dello strappo).

Tesi questa quanto mai puntuale pensando al ruolo svolto dalla scienza di fronte all’incidente della storia dell’epidemia di Covid, che, con buona pace di Taleb, non può essere definito un cigno nero se da anni era stata preconizzata, se erano state poste tutte le premesse perché un contagio diventasse globale, se le condizioni dei sistemi sanitari nazionali non erano da tempo adeguati gestire un’emergenza.

E difatti mentre le discipline scientifiche, medicina, virologia, dovrebbe essere i territori della ricerca, del dubbio e del confronto di metodi che devono precedere e accompagnare ipotesi, verifiche e sperimentazioni, abbiamo visto i competenti del settore accecati da pregiudizi e posseduti da vanità e deliri di onnipotenza esprimersi per dogmi, dare responsi contraddittori, ricorrere a procedure azzardate che non hanno avuto conferme o sono state addirittura sconfessate, imponendo così scelte politiche, condizionando la giurisprudenza, determinando gerarchie di diritti e garanzie, intervenendo sulle decisioni economiche e gli investimenti.

La potenza  degli esperti e dei tecnici nei momenti di crisi è tale da assumere una rilevanza morale: in questi mesi chiunque osasse contestare la loro influenza esercitata sul processo decisionale è stato prima accusato di ignoranza e primitività, poi automaticamente arruolato nelle file della destra più bieca, quella che nega, insieme alla storia, le conquiste del Progresso, i successi della tecnologia, tutti quei trionfi “innocenti” anche quando la loro traduzione nella realtà comportano disuguaglianze, tremendi effetti collaterali, guerre di rapina, dissipazione di risorse, fame e sete per altri lontani e rimossi. 

Per questo, in nome della fiducia che va concessa ai detentori della conoscenza, a una aristocrazia che abbiamo colpevolmente contribuito a accreditare come élite e che si dimostra nei casi migliori esecutrice grigia e impersonale di dati, procedure e modelli formalizzati da esponenti superiori della classe dominate, oggi siamo stati richiesti di ripetere lo stesso atto di fede nei confronti di un “esperto” della più inesatta, arbitraria, improbabile  e poco plausibile delle discipline, l’economia, esercitata con poderosa autoreferenzialità malgrado abbia nei secoli inanellato fallimenti,  capacità di previsione inferiore a quella degli astrologi, dipendenza ideologica e partica dai poteri, tecnicismi e primato della teoretica.

E così si conferma la convinzione di Bakunin sulle élite di chi vanta delle competenze e le vende sul mercato, in modo da mettersi al servizio del potere in modo che “chi sa di più domini chi sa meno”, ma anche l’intuizione di tanti di noi che hanno capito che il potere simbolico e morale di certi esperti e la loro influenza sia strettamente connessa con la loro dimostrata capacità di garantirsi posti, rendite e prestigio.

Si apre però da ieri la possibilità di diventare noi, da cittadini “dilettanti” a autorevoli psichiatri chiamati a diagnosticare un nuovo caso clinico, quello di un soggetto di studio affetto di delirio di onnipotenza che si crede Napoleone, con in testa lo scolapasta, la mano nel panciotto e la sveglia al collo, che ha messo insieme una accozzaglia di diversamente abili ora forniti di acconcio dicastero, di matti con manie di grandezza, di maniache religiose, di xenofobi compulsivi, persuaso di primeggiare su questa armata di relitti in attesa di diventare primario del manicomio e di poter spendere e spandere il contenuto del forziere dei pirati, anche quello frutto di fantasia malata.  

E magari scopriremo che hanno ragione Preve e Taleb: i competenti potrebbero essere semplicemente idioti. (Fine)


La Buoncostume del mondo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se una volta erano i poliziotti del mondo, da ieri gli Usa ne sono diventati la Buoncostume.

Ce lo fa capire bene  il NYT con un affresco di Roger Cohen che  festeggia la fine dell’incubo e del primato dell’irrazionalità, ora “che, di colpo, c’è uno spazio mentale per pensare di nuovo”.

Gli fanno eco il Manifesto, che, nel giorno dei 100 anni del Pci, dedica la sua apertura alla celebrazione del “ripristino della democrazia” con foto del tandem trionfante, i giornali e la rete che ha seguito rapita lo show con le comparse uscite dal “Boss delle cerimonie”, in sgargianti falpalà, la bambina troppo cresciuta issata sul seggioline per recitare la poesia augurale al nonnino, la star sgangherata estratta temporaneamente da contesti trasgressivi, a ricordare l’happy birthday di Marylin, per alzare al cielo l’inno.

Sono tutti concordi – salvo 72 milioni di voti comunque attribuiti a quello che Cohen definisce l’impostore di genio, nostalgici come lui di un “qualche indefinito momento della grandezza americana, in cui i proprietari maschi bianchi comandavano da soli, le donne stavano a casa e il dominio globale degli Stati Uniti era incontrastato” – che con Biden inizia un nuovo corso della democrazia interrotta e vengono riaffermati codici morali.

È noioso ripetersi (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/09/pastorale-americana/) ma tocca ancora una volta ricordare  che si tratta di quelli dell’ideologia del politicamente corretto, di un pluralismo di superficie grazie al quale è più appagante l’emancipazione culturale dell’autonomia politica, da quando si è imposta la convinzione che i diritti fondamentali, ormai conquistati prima di noi, sono inalienabili e si può comodamente passare a quelli “aggiuntivi”, quelli “civili” che non intralciano il sistema, e il cui accesso è negato o è ininfluente per chi non ha pane, tetto, parola. 

Così ormai si è disegnata un’anti- carta occidentale di valori a alto contenuto “estetico”, che con la sua narrazione e la sua spettacolarizzazione ispira  e sovrintende la creazione e affermazione di nuove élite, neo-liberal-con, più educate, più rinunciatarie, più adatte a fare proselitismo del fondamentalismo del mercato sotto i suoi stendardi arcobaleno.

Dopo secoli nei quali si è discusso dell’eterno conflitto etica capitalismo, morale e sviluppo, arriva a sistemare i casini del discutibile babau un esponente del progressivismo nelle vesti dell’apparentemente innocuo vegliardo e riesumare tutta la paccottiglia edificante dei padri pellegrini, dei fondatori, perlopiù avanzi di galera, di una società pronta a fornire occasioni formidabili a tutti, fuorché ai nativi, a integrare nel suo stile di vita gli aspiranti alla cittadinanza in una civiltà superiore, concessa a quelli che Malcom X definì i “negri da cortile”, oggi le donne che bucano, con le unghie e i denti dell’arrivismo machista, il soffitto di cristallo per sostituirsi a tracotanti maschi con inferiori standard di testosterone.

E infatti il primo segnale di questa moralizzazione è l’ingresso trionfale nella cerchia di governo insieme  ai finanzieri della Blackrock, la Roccia Nera, la più feroce e avida delle grandi corporation finanziarie, o insieme al capoccia della Monsanto, perfino della provvidenziale e propagandatissima transgender sottosegretaria alla Sanità, riconfermando così la profondità della voragine che divide economia e finanza, politica e pubblica amministrazione dalla società reale e perfino da quella parallela che ci viene mostrata.

E sebbene sarebbe consigliabile aspettare il primo bombardamento prima di formarsi un giudizio, si è fatto strada un unanime consenso per il “nuovo corso” segnato  secondo i commentatori da gesti epocali che sempre il NYT riassume così: “aderirà nuovamente all’Accordo di Parigi sul climate change; riaffermerà l’importanza dei valori americani, inclusa la difesa della democrazia e dei diritti umani…. rimetterà nel suo giusto posto la verità, di modo che la parola dell’America valga di nuovo qualcosa”.

E come?  ma è ovvio, secondo regole di dominio più moderne e accettabili. In effetti si è dimostrato più efficace l’azione della troika per smantellare la democrazia greca, per costringerla alla svendita dei suoi beni comuni, per farle rifiutare i prestiti russi e cinesi, perfino perché  uniformasse la forma e il peso delle pagnotte, allo scopo di favorire l’acquisto di pane precotto dalle major alimentari multinazionali, piuttosto delle sanguinose correità coi colonnelli.

A guardare i precedenti del vecchio “demiurgo” che dovrebbe ridare vigore alla democrazia americana quasi duecento anni dopo Tocqueville, non c’è da credere alla dismissione di quella componente  irrinunciabile dell’imperialismo fatta di energica convinzione tramite armi, associazione con tiranni sanguinari, repressione e stragi. E nemmeno all’abiura del suprematismo americano, ineducabile e irremovibile, che si dovrebbe realizzare attraverso, cito, la ricostruzione dei  “vacillanti rapporti con l’Unione europea e gli alleati in tutto il mondo”, sempre grazie alla Nato, all’infiltrazione in territori con invasioni commerciali sempre più esigue, a fronte di quelle di prodotti bellici come in Sardegna, Sicilia, per tener vivo il sogno di un Occidente dominante e della sua tirannia globale.

E difatti se l’elefante nella cristalliera aveva scelto come slogan: “Prima l’America”, Joe Biden ha gridato al pianeta ancora prima di mettere piede nello Studio Ovale che gli Stati Uniti “sono pronti a governare il mondo”. 

Per quello c’è da temere sempre qualche sussulto del bestione ferito dalla miseria nella quale sono sprofondati i ceti della middle class, dai senzatetto, dai barboni che piazzano provocatoriamente le loro coperte e i loro cartoni fuori dal Campidoglio.

Ma c’è da aver paura anche del pensiero unico dei satelliti  che non avendo saputo difendere le loro democrazie si accontentano delle imitazioni su Netflix, che temono l’ingovernabilità e la destabilizzazione preferendo l’immobilismo della paura e della coercizione, che credono alle balle spaziali spacciate da chi vorrebbe Assange in galera per 175 anni.


A quando il contagio dell’Utopia?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il motto dei cavalieri dell’Apocalisse sanitaria dovrebbe essere sicuramente quell’après nous le déluge, all’origine del loro successo.

Non c’è opinionista o commentatore sulla stampa ufficiale come in rete che non si sia convinto e non abbia convinto della fatale necessità di tenere in piedi l’attuale baraccone traballante, nel timore di altro carro dei Tespi, incarnazione del Male assoluto, e che avrebbe la colpa di essere mosso da ambizioni disonorevoli di posto e carriera, animato dalla smania avida di partecipare del contenuto della cassetta delle elemosine europee,  composto da squallide marionette i cui fili sarebbero tirati da oscuri poteri.

E difatti chiunque spericolatamente in questi mesi e in questi giorni ha sollevato obiezioni sulla qualità della compagine governativa e sulla gestione dell’emergenza sociale in atto, dopo essere stato arruolato tra i renziani, i meloniani, i salviniani, insomma categorie meritevoli di Tso come i dubbiosi del vaccino, viene apostrofato con il fatidico interrogativo di rito: ma tu che alternativa vedi al posto del Conte 2, il miglior governo cioè che potesse capitarci anche a detta di  quei naufraghi dell’élite intellettuale che si è ridotta a pensare che per la presenza del Pd e l’imponenza dei democristiani questo possa essere considerato un governo di centro sinistra.

Inutile rispondere che la parola “alternativa” da anni e anni non ha più diritto di cittadinanza da noi, dal Tina della Thetcher, There is no alternative alla dittatura del sistema economico finanziario, all’egemonia dell’austerità, fino al lento e inesorabile scivolamento generale nell’accettazione del neoliberismo, che ha cancellato gli ultimi propositi riformisti intesi a addomesticare il sistema con aggiustamenti che via via si sono ridotti a invocare la manina benefica della Provvidenza secondo Adam Smith, che farebbe spargere anche sugli ultimi qualche granello della polverina d’oro del benessere perfino sugli ultimi e i diseredati, immeritevoli anche antropologicamente e inadatti a creare e accumulare ricchezza come sanno fare i già ricchi.

Il grande successo del neoliberismo consiste anche dunque nel persuadere che si tratti di una teorizzazione e di una costruzione “economica” e non di una ideologia che innerva tutta la società con i suoi concetti di disciplina morale e ordine mondiale, oltre che con la sua concezione dei modi di produzione e consumo,  del mercato, del lavoro,  riuscendo ad occupare militarmente anche il pensare e il proiettarsi in avanti della filosofia.

E d’altra parte dopo un secolo e proprio qui, si persevera nel ritenere che il fascismo fosse un “movimento” – lo ripete anche Wikipedia, nazionalista e autoritario, autarchico e leaderista, mettendo in ombra il carattere strutturale del suo progetto economico e politico, sicché vien facile pensare che lo si possa contrastare nelle sue declinazioni contemporanee mettendo Lucano come immagine del profilo, denunciando la xenofobia dei decreti sicurezza del Conte 1 e applaudendo agli aggiustamenti del Conte 2, condannando il sovranismo facendo i portatori d’acqua alle pretesa di una potenza dispotica sovranazionale che esige la rinuncia ai capisaldi delle democrazie nate dalla resistenza.

E, dunque, avendo rinunciato e abiurato a qualsiasi proposito di ribaltare il tavolo, sul quale si gioca la lotta di classe alla rovescia, ci si può permettere comodamente di celebrare l’utopia del progresso: conoscenza, informazione, libertà, salute, tecnologia, occultando la violenza del dominio, sopraffazione, sfruttamento, inquinamento.

Chi continua a pensare alla necessità di immaginare e concorrere ad “altro” dallo status quo è archiviato come arcaico visionario e sbeffeggiato come patetico velleitario, anche quando – è il caso di Brancaccio che ha lanciato la provocazione “Catastrofe o Rivoluzione”,  volonterosamente si impegna su soluzioni concrete e addirittura praticabili sia pure con il limite di concentrarsi su aspetti squisitamente “economicistici” e meccanicistici, controllo dei movimenti di mercato e di capitali, riduzione del “liberoscambismo”, approfittando dei conflitti interni al Capitale per minarne la potenza maligna, senza poter ragionevolmente contare su  strategie di controtendenza espansive: politiche fiscali e monetarie, allargamento del welfare, estensione del reddito di esistenza, di tipo keynesiano.

Il fatto è che, come ha scritto qualcuno, viviamo nel pieno di una crisi del pensiero che segna il primato del “ritiro”, dell’Aventino di quelli che potrebbero immaginare e aiutarci a praticare una opposizione al totalitarismo, che hanno scelto di appartarsi macerandosi nella frustrazione e nell’impotenza, dimissionari rispetto alla possibilità di mettere in discussione le regole del gioco.  

E che ci servirebbero più che mai in presenza di un’emergenza che – come accade da anni – diventa “metodo di governo”  esautorando il Parlamento e demolendo la superstite partecipazione  nei soliti modi, la minaccia e la paura, la  repressione e l’indigenza e costringendo alla abdicazione con il  benessere materiale, di libertà e garanzie personali e collettive, di tutele giuridiche e lavorative e di diritti,  in cambio di salute e sicurezza.

Con una intuizione geniale Carlo Formenti ci ricorda che ormai il marxismo da alcuni viene assimilato al terrapiattismo, per significare appunto la ridicola marginalità di chi conserva il rispetto e la speranza nel crescere e nel fruttare di un nocciolo rivoluzionario, deriso come se volesse realizzare barricate, promuovere prese della Bastiglia, alzare ghigliottine. Lo stesso trattamento però lo dovremmo riservare invece a chi aspetta l’effetto demiurgico dell’eutanasia del capitalismo che starebbe vivendo la sua fase estrema in presenza di contraddizioni e conflittualità endogene. E l’effetto finisce per essere sempre quello del sopravvento della disincantata impossibilità di agire.

Qualcuno invece nutre qualche aspettativa, quella che come il sistema ha saputo e sa rendersi malleabile e adattarsi condizionando e  subordinando i contesti politici e sociali ai propri interessi, proprio questi potrebbero mutuarne le capacità e le “abitudini”, riproducendole e imparando a usarle.

In giro per il mondo c’è qualcuno che ci pensa, che ritiene che  dal ripetersi dei crisi possa germinare un pensiero  inteso a fare di più e meglio che trasformare la dimensione della produzione, occupandosi di portare alla luce quelle “dimensioni” relegate sullo sfondo dalla vernice dei “valori” e delle simbologie  di moda che si riducono alle opposizioni artificiali fra solidarismo ed egoismo, interesse generale e interessi particolari, aspirazione al progresso e orientamento verso la conservazione, con l’intento di neutralizzare il vero conflitto, quello di classe.  

In tutto questo chiacchiericcio sulla fase postbellica, si dovrebbe alzare la voce di chi, dopo la distruzione della società compiuta in anni e anni, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, vuole costruirsi l’altro possibile. E conquistarsi anche l’impossibile.


Medico, cura te stesso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando in tutta Italia sono stati chiusi reparti, ridotte o cancellate strutture ospedaliere specialistiche  abbiamo visto la “resistenza” di personale infermieristico arrampicato sui tetti dei vecchi nosocomi, i loro sit in che sollecitavano la partecipazione di cittadini.

Ma di manifestazioni di medici ne abbiamo viste poche e dire che quando è accaduto nel 2013, nel 2018 hanno avuto risalto sulla stampa per la sensazione suscitata dalle rimostranze  dei camici bianchi con stetoscopi penzolone scesi in piazza contro i tagli che hanno impoverito la sanità pubblica.

È che come è sempre successo ci vuole un bel po’, un bel carico di umiliazioni, un bel numero di affronti alla dignità e alla professionalità prima che certi lavoratori si accorgano di non appartenere più a ceti risparmiati dalla perdita di beni, di privilegi e del riconoscimento di una superiorità sociale, economica e morale.

E c’è da dire che otto mesi di promozione a martiri e eroi non ha  restituito interamente alla categoria  la reputazione  macchiata da obiettori di coscienza nel pubblico e cucchiai d’oro nel privato, intra moenia e extra moenia opachi, chirurghi che arrotondano col botulino, altri che dimenticano le forbici negli anfratti dello sventurato paziente, dentisti che preferiscono donare lo sfarzoso prodotto dell’implantologia piuttosto che emettere regolare fattura.

Ma anche dai molti medici di base, già prima retrocessi a ruoli impiegatizi di erogatori di ricette, che in questa fase godono le opportunità della smartworking, non rispondendo nemmeno al telefono per far dire 33 alla “clientela”, che non hanno preteso venisse predisposto un protocollo e un piano terapeutico per la cura del virus, lasciando alla buona volontà del singoli totale discrezionalità.

Non stupisce che la voce della corporazione si sia sentita poco in questo frangente, anche se da giorni associazioni di clinici specializzati lanciano l’allarme sui danni provocati da una gestione dell’emergenza indirizzata unicamente a contrastare il Covid, che lascia scoperte prevenzione e ordinaria assistenza e cura di patologie gravi, croniche, sottodiagnosticate o trascurate.

Il fatto è che le poche voci dissenzienti, le denunce di malgoverno della crisi e per l’incidenza di interessi privati, sono state censurate fin da marzo, in Sardegna, in Romagna, nel bergamasco, in Campania dove lo zar ha proibito al personale sanitario di “parlare con la stampa”, nelle zone più calde dove le rivelazioni sulla proibizione di fatto di eseguire autopsie sono state tacitate malgrado le ammissioni dello stesso Ministero della Salute, o sono state smentite alla stregua di fake news o fantasie di ciarlatani in cerca di notorietà.

E molti altri se non venivano zittiti, mettevano volontariamente il silenziatore facendosi assorbire da una spirale di soggezione e conformismo, nel timore di ripercussioni sulla carriera.

Sarà sempre peggio. E i precedenti lo lasciano intendere: molti medici  sono in attesa del verdetto della CCEPS, Commissione Centrale Esercenti Professioni Sanitarie, con la più grave delle sanzioni disciplinari, la radiazione, una punizione obbligatoriamente comminabile solo per condotte aventi rilevanza penale o assimilabili.

Invece gli accusati sono perseguiti per “reato d’opinione”,  per aver espresso   un loro convincimento non allineato con la determinazione del potere politico di promuovere la diffusione di determinati “trattamenti sanitari”.

Parte dei procedimenti risalgono ad anni nei quali regnava la ministra Lorenzin, altri si sono aggiunti,. La colpa della quale si sono macchiati non ha prodotto danni personali alla salute degli assistiti, né tantomeno sono venuti meno agli obblighi  sottoscritti con il giuramento di Ippocrate.

No, l’accusa è quella di aver manifestato le proprie convinzioni, nel pieno rispetto dell’articolo 21 della Costituzione che afferma che “tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione” e di  aver così influenzato  la popolazione istillando dubbi sull’utilità dei   vaccini.

Figuriamoci che gogna mediatica, che anatemi e che ostracismo colpiranno i 935 medici di Anpas e di altre associazioni che si riconoscono nella Medicina di Segnale, che si stanno esprimendo con forza per contestare la confusione artificiosa tra asintomatici, da sottoporre a inutili tamponi, e contagiati, che rischia di imporre restrizioni irragionevoli, proprio quando si starebbe consolidando “la resistenza anticorpale alla malattia”, in virtù di  un “autoritarismo emergenziale”, che ha come pilastro la  colpevolizzazione del comune cittadino, spezzando i già labili legami di solidarietà sociale.

Sono sempre loro che hanno cercato di mettere  in guardia i “decisori” sull’affidabilità dei tamponi, che comunque non hanno  alcuna efficacia sul piano della prevenzione, e non solo per gli eventuali danni prodotti da una procedura invasiva soprattutto se affidata a personale non adeguato, ma anche perché l‘amplificazione del materiale genetico può portare a errori “tecnici”, facendo risultare  positivo al test un soggetto affetto da uno qualsiasi dei virus che appartengono alla famiglia degli “orthornavirae”, i comuni virus influenzali. E quindi non solo il Sars-cov-2, ma anche quello del raffreddore, o della gastrite, ecc.

Qualche sera fa una trasmissione ha deciso che era proprio il momento opportuno per informare sui successi e le carriere di maghi, ciarlatani, guaritori della libera e disincantata America, e non si parla di quelli passati e futuri alla Casa Bianca.

Ovviamente l’occasione era buona per arruolare in questa stessa compagnia di giro, che in Italia ha avuto ogni genere di rappresentante da Vanna Marchi al mago Do Nascimento, da Di Bella, che almeno medico era al veterinario Bonifacio che oggi avrebbe nuovo sbocchi professionali grazie a Zaia, quelli che correntemente vengono ormai chiamati impropriamente negazionisti.

L’intento delle cheerleader della Pfizer, come di tutti quelli che si ostinano a condannare in qualità di apostati quelli che, in numero sempre più numeroso, non dichiarano l’inesistenza del virus ma contestano la strategia intrapresa per contenere e gestire una crisi sociale che ha creato i presupposti  di una emergenza sanitaria, è quello di persuadere il popolo puerile, ignorante, irresponsabile, che oppugnare una teoria scientifica significa disconoscere la Scienza. Quella scienza oggi incarnata in forma spettacolare da quei santoni che hanno riposto il caposaldo di ogni disciplina, quel dubbio che promuove ricerca continua, tenace sperimentazione.

Così non c’è diritto di cittadinanza per lo “scrupolo” che obbliga a cercare alte conferme ma solo per i dogmi incontrastabili, elargiti da un ceto di sacerdoti che possono contare sulla visibilità e la credibilità conferiti  dall’affiliazione non tanto alla casta accademica o a istituzioni rappresentative del sapere specialistico, ma dalla appartenenza a contesti, salotti, poteri  che consentono il diritto di parola solo a chi si muove nel solco del conformismo.

Il processo che concede solo a questa élite di esprimersi e di comunicare, collocando gli eretici nel girone infernale dei “pazzi” secondo  Galimberti molto citato in questi giorni, immaginiamo insieme a Galileo ma pure a  Pappalardo, è lo stesso che ha fatto dell’economia una scienza che si basa su leggi diventate naturali e perciò inconfutabili e incontrastabili, alle quali non è legittimo opporre un’alternativa.

Allo stesso modo gli stretti vincoli tra ricerca speculativa e applicazione profittevole sono gli stessi per i quali Schumpeter  o Keynes devono obbligatoriamente piegarsi agli algoritmi della realistica austerità interpretati dai “ragiunatt” bocconiani.   

L’anatema  e il disprezzo supponente espresso con violenza nei confronti di  mette in discussione una teoria egemonizzata dai poteri politici e economici, indicati come irresponsabili, disfattisti, nel più benevole dei casi, come visionari,  si basa sulla decodificazione aberrante del concetto di competenza, assurto a “principio” che diventa insindacabile, contro gli attacchi dei dissenzienti, grazie non alla verifica degli effetti e dell’efficacia dei risultati, ma solo all’autorevolezza e al prestigio dei suoi detentori autonominatisi. E che adottano il meno scientifico degli approcci, quello dell’assertiva imposizione dell’obbedienza a un dogma e a una teoria che non lasci spazio alla discussione, all’approfondimento, all’ulteriore indagine.   

A consolazione di quelli che oggi, come è successo a me, vengono zittiti in quanto negazionisti, offro come consolazione la frase che un perseguitato mette in bocca a un altro perseguitato per eresia: “Scopo della scienza non è tanto quello di aprire le porte all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza”.  (da “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht )


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