Oggi sappiamo che gli Usa sono disposti non solo a restituire i 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, ma una cifra di 300 miliardi in cambio della rinuncia di Teheran all’atomica, rinuncia che per quasi 50 anni era stata gratuita, visto che il regime iraniano non voleva la bomba per motivi religiosi. Adesso, dopo la sconsiderata aggressione di Trump – Netanyahu, bisogna pagare e questo dà la misura di quanto grande sia stata la sconfitta americana. E di quanto sarà fragile una eventuale pace. Del resto questo è già accaduto nel lontano passato con conseguenze enormi sulla storia d’Italia. Faccio quest0 parallelo, a prima vista stravagante, perché dopotutto sono implicate le stesse dinamiche che spinsero l’impero bizantino a fare guerra alla Persia dei Sasanidi nel sesto secolo dopo Cristo: i commerci con la Cina e il controllo del Medio Oriente. Le guerre persiane non solo impedirono agli imperatori di Bisanzio di riconquistare stabilmente il nord Africa, la Penisola italiana e le coste mediterranee, ma innescarono un declino inarrestabile di  questa costola superstite dell’impero romano .

I Bizantini pagarono ai Persiani un tributo enorme per il Trattato di Pace Eterna del 532. Questa pace durò meno di otto anni. La guerra successiva si concluse nel 545 con un altro ingente pagamento. Poi, nel 562, i Bizantini firmarono la Pace Cinquantennale con la Persia, accompagnata da ulteriori tributi. Ma anche questa pace non durò a lungo, quindi fu necessario negoziare nuove tregue (e ovviamente  pagamenti) tra il 574 e il 575. A titolo di cronaca furono proprio le guerre persiane a impedire al generale Belisario e al suo rivale Narsete di sloggiare dall’Italia gli Ostrogoti e di impedire successivamente che i Longobardi dilagassero: troppi uomini erano dislocati sulle frontiere orientali per stabilire un solido potere che alla fine si ridusse all’Esarcato di Ravenna. Quell’epoca brilla ancora nei mosaici di San Vitale o di Sant’Apollinare in classe o negli occhi insolitamente scuri di qualche ragazza romagnola.

C’è dell’ironia nel fatto che chi si crede, molto a torto peraltro, una reincarnazione dell’impero romano si trovi di fronte al proprio declino conclamato per una guerra contro lo stesso nemico: qui non si tratta solo di aver perso il primo conflitto persiano, cosa così scontata che tutti gli analisti militari, non obbligati a dire sissignore al sergente Trump, avevano previsto, ma di aver  anche perso il Golfo e il sistema del petrodollaro che indebolirà significativamente l’America anche molto tempo dopo il ripristino delle esportazioni dal Golfo. Inoltre il costoso arsenale  ad alta tecnologia degli Stati Uniti si è dimostrato inadeguato rispetto ai droni e ai razzi a basso costo degli avversari, svelando di non poter proteggere proprio nessuno, anzi di non volerlo nemmeno fare: Washington ha dimostrato di essere disposta a sacrificare i propri obblighi verso altri alleati e clienti per proteggere Israele a tutti i costi, perché Israele prima di tutto. La sensazione che pervade il mondo intero è che il governo di Tel Aviv abbia attivato il suo golem americano per distruggere uno dei suoi nemici, usando come pretesto finte armi di distruzione di massa.

L’Iran non è l’unico vincitore di questa guerra. Il vero vincitore è probabilmente la Cina, che in realtà è l’unico rivale globale di cui l’America dovrebbe preoccuparsi. La Cina è diventata più potente semplicemente rimanendo fuori dal conflitto, mentre l’America si è ripetutamente danneggiata da sola. Il mondo ha sofferto tre mesi inutili di morte, ansia e crescente instabilità economica e politica, mentre Trump sperava e pregava, mentiva e cercava di cavarsela, si vantava e si ritirava nella folle speranza che questa volta, facendo la stessa cosa, avrebbe ottenuto un risultato diverso. Ma a questo punto cominciano a diffondersi gli appelli perché si trovi un modo di sbarazzarsi di Trump prima che la crisi rimbalzi direttamente negli Usa, creando una frattura istituzionale di eccezionale gravità.