Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa un senatore ha risposto alla contestazione di una collega parlamentare mimando un rapporto orale. Si è poi giustificato sostenendo di essere stato provocato dal tono usato per denunciare quella che il movimento cui la senatrice appartiene riteneva fosse una disparità di trattamento.

Al partito unico – quel tal Barani è un “verdiniano”, ammesso che questa definizione significhi una qualche appartenenza stabile e duratura –  si sa, le obiezioni, le critiche, le opinioni diverse piacciono poco.

E infatti quasi in contemporanea un altro  senatore nonché neo assessore della Capitale se ne usciva con una bestemmia, motivata dal suo disappunto per un’offesa pronunciata con aria di sfida da un esponente dell’estrema destra. Non si dichiara pentito, anzi in una intervista rivendica di avere reagito con self control britannico: meglio rispondere a parole che con i pugni. Anzi la sua esternazione andrebbe interpretata “se non ci fosse in giro tanti moralismo”, come la sua personale militanza antifascista di resistente dei giorni nostri, un po’ sboccata magari ma comprensibile e giustificabile visto che a parlare è una testa calda, è un temperamento sanguigno. Come ci ha fatto sapere in una sua gustosa presenza alla Zanzara dove ha ricordato con beata innocenza e con deliziata nostalgia i bei tempi nei quali intonava Roma Merda e partecipava a risse da hooligan allo stadio.

D’accordo ci sono senz’altro fatti e comportamenti più gravi, a cominciare da quelli che si svolgono in Parlamento dove in un colpo solo si cancella la partecipazione, si straccia la Costituzione, si abbatte la democrazia. Il valzer osceno danzato da Renzi e  Verdini è più pornografico e depravato del gesto triviale di Barani. La bestemmia di Esposito è oltraggiosa per i credenti ma anche per i laici che professano la religione del rispetto e della tolleranza, ma è certamente più offensivo lasciare in stato di abbandono le metropolitane, annunciare depurazioni ai vertici di aziende malate di clientelismo ma esercitare nei fatti la repressione contro i lavoratori e infischiarsene dei cittadini privati di trenta linee urbane, costretti a percorsi da Parigi Dakar, in modo che con un giubileo che per i romani sarà un inferno, rechi indulgenza plenaria per sindaci pasticcioni e assessori blasfemi.

Ma la verità è che l’unico tratto di rinnovamento della nostra classe politica, che dovrebbe consistere nella giovinezza, è invece rappresentato da infantili intemperanze, da una livello di analfabetismo che getta il discredito sulla nostra istruzione ancor prima della Buona Scuola, da una inclinazione manifesta al bullismo.

Si tratta delle nuove leve di generazioni i cui genitori chiamati dagli insegnanti che si lamentano dello scarso rendimento, reagiscono menando i professori, denunciando la commissione d’esame che ha bocciato il ciuco di casa, difendendo fino all’autolesionismo teppistelli, ladruncoli, bugiardi, gradassi, insomma pargoli già così viziati nell’infanzia da potersi candidare a veder soddisfatto il capriccio supremo, diventare ministri, premier, parlamentari.

Se  il vero pilastro della pedagogia dovrebbe essere l’esempio, se le aule, della scuola come del Parlamento o dei municipi dovrebbero essere palestre del ragionare insieme e del dialogo, dovrebbero favorire l’amore per la conoscenza e dello spendersi per il bene comune e l’interesse generale allora, bisogna ammetterlo, questi esponenti politici sono davvero coerenti con un regime che ha in animo di distruggere l’istruzione pubblica, cementificare il territorio, sostituire il voto con atti notarili a sigillo di scelte imposte dall’alto, rendere l’assistenza e le cure un privilegio elargito a poco su base discrezionale, fare del ricatto e dell’intimidazione un sistema di governo, convertire il lavoro in servitù, che tanto loro non lavorano e considerano la sottomissione e la cortigianeria virtù necessarie  per coronare carriere immeritate.

Ma si sa loro badano al fare, alla sostanza. Come d’altra parte si addice a questi tempi che segnano un ritorno alla barbarie, alle bestie scannate e divorate a morsi sulle tavole principesche, ai rutti e ai peti per dimostrare soddisfazione, alle villanelle prese e “adoperate” per esibire generoso impeto virile, all’esibizionistica ostentazione di cattive maniere, di tracotanza e aggressività, di arroganza e violenza come sfoggio di superiorità indiscussa.

Non nutro una incondizionata ammirazione per la civiltà occidentale soprattutto quando esprime la sua egemonia con guerre, anche quelle condotte in nome di una pretesa qualità preminente, o con l’imperialismo delle armi o finanziario. Ma avrei conservato insieme a Bach e Mozart, a Bellini e Bacon, a Petrarca e Kant anche i risultati di quel processo di civilizzazione che ha portato al controllo e alla censura di istinti ferini, di indoli bestiali, di inclinazioni criminali.

Invece. Invece Mozart è diventato il jingle degli spot di una banca, Bacon va insieme alle uova, il Bellini se lo bevono e a regnare nella foresta sono iene e sciacalli.