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Disoccupato? è solo colpa tua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli house organ della Gedi hanno titolato in questi giorni:  “Imprenditore cerca personale, ma nessuno vuole perdere il reddito di cittadinanza”, in anticipo sull’angustia dei proprietari di stabilimenti e dei gestori di locali che ogni anno esibiscono i cartelli della ricerca di stagionali, e in ritardo sul presidente dell’Emilia Romagna e sull’ex ministra ex bracciante, ambedue in prima fila nel proporre  la precettazione dei giovani parassiti e la loro edificante promozione a lavoratori socialmente utili a titolo gratuito.

In realtà si è appreso che all’azienda occorrevano due tecnici informatici, che l’attività di scouting aveva selezionato alcuni aspiranti, ma che la loro offerta è stata respinta per via della inusitata pretesa degli sfrontati appartenenti alla società signorile di massa: una remunerazione addirittura doppia rispetto al sussidio,  che come è noto ammonta a circa 500 euro.

Con l’avvento del profeta della religione del capitale umano  si riscrive senza vergogna l’impenitente letteratura dei devoti del sacrificio, obbligatorio per tutti quelli che non siano figli  e nipoti dei membri della congregazione e destinati, per legge naturale, dopo Erasmus e master prestigiosi, a seguire le orme dinastiche in qualche Cd’A, in qualche autorevole studio con targhetta già pronta sulla porta, in qualche banca internazionale in modo da non mescolarsi con la vecchia guardia dei babbi etruschi dei quali è meglio rimuovere la memoria disonorevole. 

Gli argomenti fastidiosamente monotoni sono sempre gli stessi: vanno da quelli di carattere etico con il richiamo al dovere della mortificazione di talento, vocazione e dignità cui è imperativo rinunciare per accumulare i punti fedeltà, a quelli propri della cultura del marketing che consigliano l’assoggettamento come requisito per diventare da desiderabili a indispensabili.

Insomma il lavoro c’è, come ci ha informato Business Insider sempre di GeDi qualche tempo fa rendendo noti i dati del rapporto Excelsior secondo il quale  ci sarebbero almeno 90mila posti vacanti,  in attesa che le aziende riescano a trovare personale qualificato  e determinato a piazzarsi e fare carriera nei settori trainanti: Digital, web, e-commerce, logistica, farmaceutica e delivery, in quello alimentare e della grande distribuzione, nell’energetico e nell’elettronica di consumo e connessioni veloci, senza dimenticare il mondo bancario (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/20/la-tratta-dei-bancari/  ), quello del private equity, quello dei fondi e quello degli investimenti.

Si, i posti ci sono ma bisogna saperseli conquistare, come consiglia la pedagogia degli  esperti dell’Outplacement, la scienza della collocazione e ricollocazione dei lavoratori nel mercato: uno deve  capire quali siano le proprie competenze  spendibili in settori diversi, individuare le proprie abilità e inclinazioni, mapparle e  formarle per metterle a frutto.

Si tratterebbe insomma di investire sul proprio giacimento personale, senza attribuire troppa importanza a una retribuzione adeguata alla posizione cui sia aspira,  accettando un salario che via via si è abbassato rispetto all’andamento del costo della vita, dei servizi, e che dà  luogo al fenomeno che i sociologi chiamano dei working poor, lavoratori che percepiscono uno stipendio insufficiente a affrancarsi dall’indigenza e che  colpisce ormai più del 12% degli occupati o sottooccupati maggiorenni.

E siccome tutte le infamie vengono meglio se le si definiscono in inglese, il vero problema  sarebbe quello che si chiama  “skill mismatch” e che consiste nel “disallineamento tra le discipline di studio scelte dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro, fenomeno confermato  da studi e indagini, uno dei quali,  condotto da JpMorgan e Bocconi,  colloca l’Italia al terzo posto al mondo tra i Paese colpiti da quella che il Sole 24Ore  denuncia come una delle “maledizioni italiane”, o da una rilevazione  di Anpal e Unioncamere  che ha rivelato come il 31% delle aziende riscontri «difficoltà di reperimento» per 1,2 milioni di contratti programmati nei primi tre mesi del 2020.

Secondo i ricercatori della Bocconi, questa situazione sarebbe legata a un’ informazione inadeguata sugli esiti lavorativi e retributivi delle diverse facoltà, che porta inevitabilmente a unascelta basata sulle sole preferenze individuali.  E che è aggravata dal contrasto tra due offerte, una sotto-qualificata: l’Italia ha  la più bassa percentuale di laureati in Europa,  e  una super-qualificata rappresentata dai  laureati in discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche, dotati di uno standard di preparazione che non è richiesto dal nostro sistema produttivo in perenne ritardo strutturale e da un tessuto di imprese di medie e piccole dimensioni che non possono permettersi personale con elevate competenze  e altrettante elevate aspirazioni di carriera e remunerazione.

Ci sono fior di organismi impegnati a esplorare il fenomeno  che hanno denunciato come lo skill mismatch interessi in tutto il mondo 1,3 miliardi di persone, un numero destinato a  aumentare, visto che entro il 2030 arriverà  a 1,4 miliardi, incrementato dalla previsione che in pochi anni serviranno  professioni che oggi neppure esistono, altre diventeranno praticamente inutili e che nessun tipo di formazione sembra in grado di poter colmare questo vuoto. E se  molti lavoratori non possiedono le competenze richieste dalle aziende, ammonisce il Sole 24Ore, ecco perché molto spesso le imprese faticano a trovare personale e finisco per rassegnarsi ad “assumere persone troppo o troppo poco qualificate: entrambe soluzioni inefficienti, che bloccano i dipendenti e le aziende nella cosiddetta ‘qualification trap’”.

C’era da aspettarselo, se siete disoccupati la colpa non è del governo ladro, del sistema, del padronato avido che vuol fare il mestiere di Michelaccio contando i dividendi, macchè, la colpa è solo vostra e delle vostre famiglie che vi hanno pagato un percorso di studi non congruo alle richieste del mondo del lavoro, come probabile riscatto per le loro frustrazioni di condannati a una catena sgradita e per aver sacrificato una  vocazione al mito del posto sicuro.

Deve proprio essere uno degli effetti collaterali del ’68 e del ’77 se i padri di famiglia in eskimo e le mamme contagiate dalle streghe in scialle e zoccoli hanno messo nel cassetto la realpolitik domestica, consegnando i discendenti, figli e nipoti, a un destino creativo e talentuoso di precari marginali, invece di costringerli a frequentare la Bocconi e la Luiss e a parcheggiarsi in master de luxe erodendo i fondamenti sani lodati da tutti i Presidenti del Consiglio, in attesa di uno “sbocco” adeguato.

Deve essere una ricaduta fisiologica del trionfo della lotta di classe alla rovescia se queste aziende smaniose di fare irruzione sulla scena della rivoluzione digitale non investono in innovazione, fanno pagare ai dipendenti in smartworking il costo del modem, non ritengono produttivo aumentare   i salari in quei settori in cui  pesa di più la scarsità di offerta.

Deve essere una conseguenza della volontà di demolire dalle fondamenta l’edificio democratico se  il processo di svalutazione delle università pubbliche nelle quali non si è scommesso un soldo nemmeno ai fini di convertirle in diplomifici per una classe di specialisti del nulla, andava di pari passo con la valorizzazione delle “accademie” private destinate a formare alla sopraffazione avida e stupida il nuovo ceto oligarchico.

Sono quelle le “fabbrica di Capitale Umano” attrezzate per investire su poche nullità feroci che appena usciti dalle università e entrati nelle filiere del comando,  riproducano modernamente i soprusi del dominio medievale.


Censis, il Novelliere dei regimi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come non avere nostalgia dei bei tempi andati, quando la ghiotta rubrica fondopagina del lunedì, così cara a sciure e  cumenda, era a firma di Alberoni,  mentre oggi rischiamo che ci tocchi il suo erede ideale Fusaro, tempi nei quali la sociologia più che una scienza era un piacevole genere letterario, tanto che le formule e gli slogan del Censis facevano irruzione nell’immaginario collettivo e diventavano espressioni di uso comune:  famiglia combinatoria, furore di vivere, sovranismo psichico e sono solo alcuni, come Italia del cattivismo, che riguardava però solo una deplorevole minoranza,  alla prova della sopravvivenza.  

Anche nei momenti più bui infatti i narratori del Censis “da oltre 50 anni interpreti del Paese”, assistevano i regimi e regimetti con il loro favoleggiare  innervato di positività, cauto ma realistico ottimismo, con i loro facondi messaggi di dinamismo che aggiornavano i nostri miti fondativi di popolo di navigatori e poeti grazie alla fertile aggiunta del contributo di imprenditori dei distretti del Nordest che andavano a recare i doni del know how in giro per il mondo, con la lieta novella della creatività italiana al sevizio del Made in Italy.

E non mancava mai il riferimento ai capisaldi della famiglia custode più che della tradizione di tesoretti investiti nel successo delle generazioni future, capace di modernizzare i valori costitutivi, aprendosi a scelte, inclinazioni e relazioni fertili di conquiste morali e emozionali.

Guardandoci indietro mentre via via si disgregava tutto, mentre si approfondiva sempre di più la distanza tra ceto dirigente e società civile, mentre imperversavano gli scandali che incrementavano il disincanto democratico e nessuno sapeva offrire radiose visioni del futuro, mentre la politica comunicava messaggi di doverosa rinuncia meritata per esserci noi concessi troppo, il Censis bonariamente ci regalava un’Italia che non c’era, si rallegrava che fossero superati, insieme alle classi, il conflitto e la lotta, ci raccontava un Paese dove la democrazia faticosa e non del tutto conquistata sapeva addomesticare il sistema e la sua ideologia stemperando la ferocia  capitalista nei tinelli di Novello di una piccola borghesi  che sa negoziare bisogni e aspirazioni rivendicando per sé il merito di aver contribuito a benessere, conquiste, diritti cui possono accedere anche uomini in tuta blu, contadine, artigiani e poi perfino nuovi arrivati, a condizione che dimostrino la volontà di integrarsi.

Dev’essere stata un’impresa ardua dover rendere conto che si era usciti da quell’Eden del ceto medio, che la severità paternalistica necessaria a guidare un popolo in eterna crisi adolescenziale, si era trasformata in austerità che toglieva a chi aveva già poco, che si allargavano sempre di più  le categorie che subivano la cocente perdita di beni, garanzie, lavoro, sicurezze, trasformati in topi bianchi che passano i giorni in una gabbia di doveri e frustrazioni su e giù sulle scalette dei mutui, delle bollette, costretti a indebitarsi per comprare l’istruzione dei figli e dei nipoti, l’assistenza medica, fondi che dessero una parvenza di dignità alle pensioni maturate in età sempre più avanzata, quando la sopravvivenza è più “cara” perché si è più vulnerabili, fragili, cagionevoli. 

Negli ultimi anni la rivelazione è stata amara e difatti il rapporto annuale ha così perduto il suo appeal ottimistico, scopiazzato da leopolde, think tank e sardine, e i giornaloni della Gedi che aspettavano la pubblicazione per cannibalizzarla e cucirle intorno editoriali, inchieste, pensose riflessioni, doverosamente dedicano un pezzullo marginale tratto dal corposo comunicato stampa.

Quest’anno poi, capace che il rapporto subisca un ostracismo per i reati di disfattismo, nichilismo fino a quello di eresia. 

Eh si perché perfino il Censis si è accorto che il capitalismo è in crisi, che il Mercato non ce la fa a mantenere le sue promesse di prosperità per tutti, ma che invece ha prodotto e peggiorato squilibri e disuguaglianze, che l’ordine mondiale che lo garantiva sa solo portare guerre di conquista, morte, fame  e repressione, generando sommovimenti che non riesce a controllare e che la globalizzazione, come il mito del Progresso,  è un mostro a due teste e adesso rivela quella cattiva, quella dei poteri  selvaggi della finanza, delle multinazionali, del controllo sociale sempre più pervasivo, dell’inquinamento e del cambiamento climatico,  perfino della circolazione di virus.

In una “ruota quadrata che non gira”, il 2020, anno della paura, ha registrato perfino secondo il Censis, la vittoria del governo apocalittico del terrore costringendo gli italiani a decidere che è meglio “essere sudditi che morti”, ammesso, ci sarebbe da aggiungere, che una esistenza privata di lavoro, istruzione, cultura, bellezza, socialità e affettività non assomigli da vicino a una progressiva dipartita. Così è “naturale”, ammesso che ci sia qualcosa di naturale nell’assoggettamento a una emergenza della quale non si vede fine perché le scelte iniziali non possono essere smentite o riviste pena la perdita di un consenso fondato sulla repressione combinata con la dolce violenza di una persuasione moral-sanitaria, che si radichi, lo dicono loro gli osservatori del costume e della percezione, la “bonus economy”, con l’amministrazione  e l’erogazione di mance, ristori compassionevoli quanto arbitrari, nella misura di circa 2000 euro a testa per almeno un quarto della cittadinanza. E che quelli che conservavano ancora qualche bene, proprio come evasori che temono prelievi forzosi e delicate patrimoniali, ricorrano a forme di “liquidità precauzionale”: 41,6 miliardi in sei mesi, per immunizzarsi, ammesso che sia un vaccino, dai rischi.

Mentre pare proprio non ci sia difesa contro un rischio che era già presente e che ora, come sempre succede ai rischi qui da noi, ha assunto le proporzioni di una emergenza, che sancisce il successo della politica del divide et impera, che cresce con el disuguaglianze e che sa mettere tutti contro tutti, ma orizzontalmente, perché chi sta in lato mentre muove i fili si salva: garantiti (ammesso che ne ce siano) contro precari, insegnanti contro artigiani, impiegati contro osti, nipoti contro nonni sperperatori, occupati contro disoccupati (se ne sono aggiunti altri 500 mila) che minaccerebbero chi ha qualche briciola con la loro pressione parassitaria.

E così si spiegherebbe che un numero ragguardevole di italiani invochi la pena di morte, il 44 per cento, anche se non chiarisce contro chi deve essere comminata, trasgressori sugli sci, negazionisti cui far fare da cavie per vaccini non sperimentati, se il 77,1% pretende pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento, come accade quando le frustrazioni di chi è pronto a recedere da conquiste liberano i bassi istinti di sopraffazione che albergano in noi (il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale e quasi il 40% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni).

È finito il tempo dell’ottimismo sociologico, che di per sé era un ossimoro: non potrà che andare sempre peggio se l’epidemia ha permesso che venisse demolito totalmente il sistema dell’istruzione pubblica. Solo l’11,2% degli oltre 2.800 dirigenti scolastici intervistati dal Censis ha confermato di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti più del 10% dei quali mancava all’appello alla stentata ripresa. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti e soprattutto quelli con bisogni educativi speciali, quelli per i quali la socialità che si instaura nelle aule scolastiche è insostituibile: gli alunni con disabilità (circa 270.000 persone solo nelle scuole statali) o con disturbi specifici dell’apprendimento (circa 276.000). E una larga maggioranza di dirigenti ammette di non poter far nulla per prevenire la dispersione scolastica.

E sono fosche perfino le previsioni per il Natale: il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali da mettere sotto l’albero, il 59,6% taglierà le spese per il cenone dell’ultimo dell’anno.

E ci credo:  il 44,8% degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, che ha contribuito non sapremo mai in quale misura a 60 mila decessi, un olocausto di anziani morti di vecchiaia accelerata, diagnosi e  cure sbagliate, malasanità, che ha inizialmente rivelato poi rimosso in favore della colpevolizzazione della collettività i crimini ai danni del sistema di assistenza, eroso, ragionevolmente, qualsiasi fiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica per rafforzare invece l’aspettativa nei confronti di una tecnica che si sviluppi nelle direzioni della digitalizzazione e informatizzazione e di una ricerca indirizzata alla produzione di un susseguirsi di vaccini che tengano in vita e “produttivi” miliardi di automi davanti al Pc.

Ormai perfino il Censis potrebbe essere a rischio censura quando conclude: “Quando esaurirà la sua onda d’urto, la pandemia lascerà dietro di sé una società più incerta e impaurita, ma soprattutto una società con una profonda crisi economica e occupazionale, di cui non tutti pagheranno le spese allo stesso modo”.

Ma potete star tranquilli, se la cava ancora con la solita paccottiglia di resilienza, capacità di adattamento: Franza o Spagna purché se magna, siti Unesco a consolarci: basta ca ce sta o sole, ca c’è rimasto o mare,   a conferma che siamo proprio il Paese delle canzonette, e che la musica è sempre la stessa, colpevolizzarci per farsi assolvere.


Aglio, Travaglio, fattura ca nun quaglia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò pedante, andando in controtendenza per combattere, nel mio piccolo, la progressiva infantilizzazione del Paese. Hannah Arendt chiama Vita Activa (l’omonimo libro è del 1958) la facoltà che tutti possediamo di agire politicamente in un mondo pervaso dal totalitarismo e dall’egemonia tecnologica contribuendo alla difesa della libertà e dei diritti della cittadinanza.

Non c’era la rete, non c’erano i social, però c’era qualche profeta perlopiù disarmato. Oggi quelli che si qualificano così, sono invece armati fino ai denti, di consenso, tribune, seguito.

Scorrendo i profili delle mie conoscenze su Facebook appartenenti alle tifoserie che fanno finta di prendersi a randellate come nel teatro dei burattini, ho osservato che la più diffusa e organizzata espressione di “vita activa” e di attività di pensiero condivisa sia il copia-incolla degli editoriali di Marco Travaglio.

Personalmente non ho mai nutrito simpatia per gli arruffapopolo, che si sa che i proletari e anche i sottoproletari di una volta si vestivano in modo acconcio e si pettinavano perché erano consapevoli che stare fuori dal processo di civilizzazione sia pure borghese, li avrebbe per sempre condannati alla marginalità e allo sfruttamento della loro ignoranza. Meno che mai mi piacciono i fustigatori di professione che si agitano come dervisci deliranti, stando bene attenti che malauguratamente non finisca una frustata sulle loro schiene, mai incurvate sul solco bagnato di servo sudor, e nemmeno quelli che si prestano a tradurre i versi di chi sta sotto per convertirli in sputacchi biliosi pensando così di nobilitarli, manco fossero Karl Kraus.

Cattivi soggetti, che però possono di gran lunga peggiorare quando dopo aver menato colpi in giro, mettono il bastone al servizio cieco e ubbidiente di un potente, e si danno un gran daffare per trasformare la critica violenta in idolatria ancora più accanita.

Allora si che diventano pericolosi perché usano gli stessi mezzucci del “peggior soggetto” che ci sia capitato, forse più di quello che spediva futuri grandi direttori a colonizzare terre e stuprare ragazzine, oltre che ammazzare oppositori e mandare poveracci a crepare in guerra facendo crepare altri poveracci, quello insomma contro il quale è doveroso esercitare l’odio conquistandosi il patentino di antifascismo.

Perché si accreditano la facoltà onnipotente di interpretare e rappresentare un sentimento che da populista diventa magicamente popolare, virtuoso, condiviso e fertile di effetti demiurgici per la democrazia. Come? Ma grazie al loro tocco e al loro verbo, che diffonde la lieta novella del buon governo incarnato da una figuretta iconica diventata incontestabile, pena il confinamento, che tanto va di moda, nelle sette impure degli eretici, degli irresponsabili, dei terrapiattisti.

Così incontrano un gran successo di pubblico tra quelli che sentono vivo il bisogno di arruolarsi senza la fatica della trincea, così assetati di qualche bevanda gassata che li metta in condizione di “dire la loro” senza lo sforzo di pensare, che si bevono tutto, un referendum che ratifichi la fiducia a un Parlamento che per un anno aveva cincischiato, che adesso viene richiamato con petizione a fare quello che non ha fatto, presto vivificato dal taglio lineare, o la ricostruzione del Paese tramite digitale e Grandi Cantieri, compresa proprio la Tav, antica madre di tutte le battaglie, e perché no? il Ponte sullo Stretto, come magistralmente disegnato nelle slide di Villa Pamphili, canovaccio della procedura di accattonaggio da avviare a Bruxelles per l’erogazione dei nostri stessi soldi in forma di prestito a rendere.

Ma soprattutto si bevono la qualità del miglior governo possibile come sarebbe dimostrato dalla gestione del Grande Male, sicché i lombardi buoni buoni si sciroppano e probabilmente rivoteranno un vertice regionale che l’Esecutivo si è ben guardato dal commissariare, sicché malgrado sia diventata convinzione corrente che i morti – lasciamo far testo alle statistiche farlocche, contraddittorie, fantasiose – sono dipesi dall’incapacità e impotenza degli ospedali pubblici massacrati a far fronte a qualsiasi epidemia, nessuno apre bocca sulla totale assenza di un piano di investimenti per la sanità pubblica.

E oggi si è toccato il fondo con lo sproloquio quotidiano reverenzialmente riportato sui social e intitolato “Ottobre finalmente”, del quale mi vedo costretta a citare il focoso incipit: “Non so per voi, ma per me l’arrivo di ottobre è un bel sollievo. Per tutto settembre ho temuto il peggio. Era dal lockdown che i profeti di sventura e i professionisti dell’apocalisse vaticinavano con aria voluttuosa e acquolina in bocca un autunno caldo, anzi caldissimo, con decorrenza da settembre: disordini sociali, sommosse popolari, rivolte di piazza, cacce all’uomo, assalti ai forni, barricate, violenze, forconi, machete, jacquerie e grand guignol contro il governo di incapaci che ci affama tutti con la scusa del Covid. Io, per non saper né leggere né scrivere, avevo piazzato cavalli di frisia davanti casa e sacchi di sabbia alle finestre”. 

Che soddisfazione si è potuto prendere contro quella genia della quale ha fatto gloriosamente parte in passato, inanellando successi professionali grazie ai pizzini sottobanco dei cancellieri, grazie alla testimonianza di tutti i borborigmi di varie maggioranze silenziose e no, unite dalla ricerca facilmente soddisfatta di un nemico facile facile, da criminalizzare in qualità di puttaniere più che di golpista, di buzzurro più che di secessionista, in possesso della desiderabile caratteristica di stare ben collocato dentro al “sistema”.

Che soddisfazione dare addosso alla stampa cocchiera, come si diceva una volta dei giornali di regime, che in questa gran confusione non si capisce bene a chi dia retta, visto che il principale azionista del Giornale Unico, grazie allo stesso governo che fa finta di criticare, genera mascherine, si cucca aiuti di stato per oltre 6 miliardi.

Che poi l’attuale versione del Fatto deve il suo momento di gloria più che alla meritata eclissi dei competitor, all’averne mutuata la formula, bastone e carota, consenso in una pagina e critica nell’altra, i blog ospitati ma con riserva per trasmettere l’idea del pluralismo, insomma lo stile Repubblica, che ha donato a tanti l’impressione di comprarsi con il prezzo di un caffè e del taglio dei parlamentari, il diritto a un’opinione e l’appartenenza a un club esclusivo.

E che soddisfazione poter scrivere che nessuno assalta i forni, nessuno occupa le piazze lasciare libere dalle sardine, che gli immigrati verranno presto rimandati al mittente in modo da non turbare l’ordine costituito, che i disoccupati sono così stanchi e umiliati che finchè hanno una casa ci stanno stesi sul divano come Andy Capp, che gli operai i cui scioperi di inizio marzo sono stati repressi non ci provano nemmeno più a manifestare, che tanto il loro destino è segnato, se Confindustria detta i patti per la sicurezza che il Governo scrive, se proprio oggi il Fatto si accinge esultare per l’accordo tra i due partner, esecutivo e industriali cui regalare i quattrini generosamente elargiti dall’Ue.  

Ecco Fatto, appunto, adesso è ristabilita la verità: la terra è una sfera, i vaccini sono indispensabili, l’Europa è mamma, l’Istat conta balle (e dire che ve l’avevamo detto in passato), rivela una indole anarcoinsurrezionalista quando sciorina i dati sulla nuova disoccupazione, gli ospedali assicurano a un tempo la cura degli asintomatici e la manutenzione di tanti malati che avevano visto sospendere le terapie, le scuole sono ridiventate sicure officine del sapere grazie alla presenza del personale chiamato a coprire i posti vacanti, i negozi e gli esercizi riaprono, gli hotel fanno ruotare dai loro portieri gallonati le porte girevoli per accogliere i turisti richiamati dal prestigio dell’esecutivo che ha restituito la reputazione all’Italia grazie a Franceschini e alla Cassa Depositi e Prestiti prossimamente consegnata all’Arcuri di Immuni, banchi girevoli, mascherine farlocche quando indispensabili.

Capisco che ormai l’opinione più che pubblica è privata, al massimo social, che chi ha tempo e voglia di esprimerla condividendo il fervoroso opinionista gode di un culoalcaldo, probabilmente di una comoda casa, di un reddito quasi sicuro, di un lavoro agile che gli fa desiderare che un nuovo lockdown lo ripari dal rischio di responsabilità e doveri sociali.

Ma, duole dirlo, dopo ottobre, di solito, arriva l’inverno dello scontento, anche per loro.  


Fed, speranza e carità

Ha suscitato molta sorpresa e imbarazzo la notizia che la Federal reserve americana ha abbandonato l’idea di contenere l’inflazione al 2 per cento per poter immettere nuove montagne di soldi nel ciclo economico e dunque tentare di ridurre la disoccupazione arrivata alle stelle con il dipanarsi della commedia pandemica: sorpresa soprattutto perché è una mossa che oggettivamente favorisce Trump che con la Fed non hai avuto un rapporto idilliaco, persino con l’attuale presidente nominato dall’ inquilino della Casa Bianca, anche se è  divenuto membro del Consiglio di amministrazione di questa istituzione con Obama. E ciò sembrerebbe indicare una frattura nel deep state di fronte a conseguenze che rischiano di sfuggire di mano: la gestione pandemica e successivamente quella razziale è stata scenograficamente efficace, ma il finale rischia di non essere proprio quello voluto e fa capire che i sondaggi elettorali bypassano completante il mondo reale. In ogni caso rappresenta una frattura con l’Europa dove la Bce ha per unico compito e ossessione quello di mantenere l’inflazione al 2 per cento anche se non ci riesce nonostante i quantitative easing.

Questa vicenda ha moltissime implicazioni non necessariamente auspicabili come per esempio l’intenzione espressa da alcuni dirigenti della Fed  (che in ogni caso è un organismo privato) di passare soldi elettronici direttamente ai cittadini senza nemmeno passare per il governo, ma la cosa che mi preme sottolineare è che da quasi mezzo secolo, a partire dagli anni ’80 (per quanto riguarda lo Stivale dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia)  il controllo assoluto dell’inflazione è stato presentato come un fatto ontologico, appartenente alla struttura stessa del mondo e dell’economia, mentre la misura dell’inflazione è stata è stata sempre una scelta in funzione degli interessi delle oligarchie. Il 2% o giù di lì è un indice di inflazione abbastanza basso da evitare troppe rivendicazioni salariali o addirittura la richiesta dei meccanismi automatici di recupero del valore reale come era per esempio la vecchia scala mobile che oggi pare una fetta di paradiso. Dunque è essenzialmente una misura per i blocchi salariali mentre al tempo stesso la necessità di contenere l’inflazione entro un limite significa congelare il welfare e le pensioni, insomma diminuire la spesa sociale che si esprime nel debito pubblico da abbattere a tutti i costi. Peraltro il 2 % consente di tenere ragionevolmente alti i tassi di interesse sui prestiti e di rendere sopportabili e talvolta anche convenienti i sistemi pensionistici che pagano dopo 40 anni cifre nominali molto più alte dei contributi versati, ma molto più vicine in termini reali. Dunque non si tratta affatto di qualcosa scritto nel cielo, ma semplicemente nel libro dei diktat della razza padrona che ha imposto questo concetto dicendo che l’inflazione colpisce i salari, cosa verissima quando si sono distrutti i meccanismi per tenerli agganciati ala costo della vita

In realtà calcolare i livelli di inflazione e le cause che possono provocarla è molto complesso e non credo possa essere una questione risolubile solo all’interno della sfera economica, ma mi voglio addentare in discorsi teorici: mi preme solo dire che sono due i moduli, considerati antitetici, sui quali si è giocata l’economia politica dal dopoguerra ad oggi: inflazione e occupazione che in un certo senso corrispondono anche a capitale e lavoro. Fino alla fine degli anni ’70  sono prevalse le considerazioni sociali ed economiche riguardanti l’occupazione, poi man mano l’inflazione è diventato il tema centrale sula quale si è anche costruito l’euro. Adesso che la grande simulazione pandemica ha distrutto in un falò decine di milioni di posti di lavoro, ci si sta cominciando a rendere conto che il processo di accelerazione è stato troppo veloce e si cerca di correre ai ripari. L’occupazione per Fed prende il posto del’inflazione, mentre in Europa si continua sul vecchio binario che fa parte strutturale dell’Unione  come se nulla fosse accaduto e sono semmai i singoli stati a preoccuparsi di mettere risorse nell’economia reale. Infatti dopo quelli che ci hanno salvati dal raffreddore e rovinati, ci ritroviamo in arrivo sul primo binario altri salvatori come Draghi che fa sempre gli stessi discorsi di austerità, mascherando una nuova stagione di tagli selvaggi e di frugali rapine con la questione dei giovani e della guerra generazionale con la quale si vuole rubare il futuro ai giovani fingendo di rapinare il passato ai vecchi, secondo la dottrina Merkel riservata ai Paesi del Mediterraneo. Certo si dimostra il “vile affarista” descritto a suo tempo da Cossiga, ma d’altronde perché mai dovrebbe essere indotto a cambiare visto che un popolo boccalone crede a qualsiasi illusione venga agitata davanti ai suoi occhi?


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