Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta l’imprudente, e finora impunita, impudenza speculatrice del Governo Renzi potrebbe essere fermata. Potrebbero essere scartati i pacchi dono che vuole offrire alle cordate amiche, quelle del cemento, delle scavatrice, delle perforatrici, dei petrolieri dei piazzisti e dei devastatori dei beni comuni. Il 22 settembre potrebbe essere una data da ricordare se, come si può sperare, il consiglio della Conferenza Unificata approverà le deliberazioni presentate da almeno cinque  assemblee regionali  concernenti la richiesta di referendum abrogativo di alcune normative statali relative ai permessi di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare e terraferma.

Si, forse potrebbe andarci bene: le trivelle in Adriatico (ne abbiamo parlato qui https://ilsimplicissimus2.com/2015/01/23/devastare-ladriatico-litalia-imita-la-croazia/ ) pare non le voglia quasi nessuno. Non le vogliono nemmeno alcuni governatori di stretta osservanza: quelle delle Puglie, quello delle Marche, non le vuole la Sicilia, non le vuole nemmeno Zaia (la Moretti probabilmente si così come vuole lo scavo di un  canale assassino in Laguna, ma per fortuna è stata trombata), dicono di no le diocesi, i vescovi, le associazioni dei cittadini delle regioni costiere, quelle ambientaliste e quelle dei consumatori, anche per via della considerazione, non marginale, che tanto sforzo, tanta pressione sull’ecosistema, tanti costi porterebbe un risultato ridicolo.

Altro che montagna che partorisce il topolino: le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di 2 mesi dei consumi annuali nazionali, quelle di gas a circa 6 mesi.  Dicono no perfino alcune compagnie che avevano pensato di mettere al zampa sul bottino: due società petrolifere, l’austriaca OMV e la statunitense Marathon Oil, hanno rinunciato a  7 delle 10  concessione che erano state assegnate loro  per ricercare idrocarburi nell’Adriatico croato, con la motivazione ufficiale che non era stata  ancora risolta la disputa sui confini marittimi tra Croazia e Montenegro, ma con quella reale che con il prezzo del greggio in discesa e la rivolta montante   contro le trivelle che ormai comprende non solo Croazia e Italia ma anche comunità e cittadini dei Paesi vicini (Austria, Slovenia, Ungheria e Slovacchia),   non se la sentono più di rischiare per due gocce di greggio. A dire si resta a piè fermo il governo e qualche comune incravattato dai vincoli di bilancio, che si è accontentato di una “mancia”: 12 milioni per quello di Ravenna, investiti dall’Eni per pagare i servizi da supporter dell’iniziativa sotto la dicitura di costi per la tutela della costa e per studi di settore.

E così mentre si riduce anche la compagine degli attori interessati, si capisce meglio, se vi fossero ancora dei dubbi, la natura della pervicace volontà del governo nel condurre una battaglia dissennata, approfittando di vuoti normativi che andrebbero colmati (in Italia la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le trivelle considera solo gli effetti secondari, come lo sversamento in mare di qualche metro cubo di idrocarburi,  senza affrontare l’analisi dei rischi per gli incidenti rilevanti, come l’esplosione nel 2010 della Deepwater Horizon in Louisiana che impose la revisione della normativa internazionale), saltando adempimenti cruciali (da noi a differenza che in Croazia, non è mai stata effettuata una Valutazione Ambientale Strategia (VAS) sulle ricerche offshore di idrocarburi, che dovrebbe definire anche in quali aree sensibili queste ricerche non possono essere eseguite), esautorando le autorità locali  che non erano state chiamate a pronunciarsi, mentre la giurisprudenza e la ragione imporrebbero una costante consultazione e una forte intesa bilaterale tra lo Stato e la Regione interessata.

Tutto questo in virtù dell’anomalia sotto forma di legge, dell’illecito in veste di decreto dello Sblocca Italia  che qualifica le attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi e la realizzazione degli oleodotti e dei gasdotti come di “interesse strategico”, di “pubblica utilità” e “indifferibili”, limitando, con ciò, le prerogative riconosciute dalla Costituzione agli Enti territoriali circa l’esercizio delle funzioni amministrative, come  nel caso dei piani di gestione e tutela del territorio, dei piani urbanistici ed edilizi e dei piani paesaggistici, nella logica autoritaria, accentratrice e sottomessa agli interessi privatistici e padronali che caratterizza l’azione di governo., si tratti di Senato, legge elettorale, scuola, lavoro. Tanto che   il titolo concessorio unico per effettuare quella gamma di “attività strategiche” contiene il “vincolo preordinato all’esproprio dei beni” già a partire dalla fase della ricerca,   determinando un inammissibile svuotamento del diritto di proprietà dei “piccoli” in favore dei “grandi” e che  “qualora le opere comportino una variazione del piano urbanistico, la relativa autorizzazione ha effetto di variante urbanistica”   espropriando le comunità della prerogativa di scegliere il proprio modello di sviluppo.

Perfino l’ortodosso Emiliano si è lasciato andare ad ammettere che  “se lo scopo è semplicemente accontentare qualche lobby, peraltro ancora sconosciuta e indeterminata, nella speranza che non lo trovi neanche il petrolio, a me sembra un modo non preciso di ragionare”.

E infatti ci vuol poco a capire che si tratta del solito gioco di prestigio pensato per appagare gli appetiti di bestione a molte zampe, di compagnie straniere in vena di anticipare gli effetti delle grandi alleanze commerciali,  spesso interessati alla prima fase, quella degli studi, della progettazione, delle prospezioni preliminari, che è poi quella degli incarichi opachi, degli appalti facili, degli affidamenti disinvolti, resi possibili dall’abitudine alla corruzione e dalla corruzione delle leggi dello Stato da parte di un governo indifferente a un mare già diventato cimitero di disperati e domani sepolcro di natura, specie, vita.