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Piano Focaccia, stessa spiaggia, stesso male

spia 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In attesa che gli anti locali decidano tempi e modi, che Federbalneari presenti le sue proposte alternative, che finalmente venga data la definitiva ufficialità al cosiddetto decreto Rilancio, possiamo contare su un’unica certezza: il bagnino che ci trarrà in salvo dall’annegamento non potrà praticarci la respirazione bocca a bocca.

Anche lui infatti dovrà indossare la mascherina e osservare un rigoroso distanziamento, i curiosi che hanno applaudito alle sue gesta dovranno rispettare le misure anti assembramento, tornando al più presto ai loro lettini sotto l’ombrellone diviso da quello del vicino da almeno 4,5 metri di arenile.

Lettini e sdraio dovranno essere posizionati ad almeno 2 metri dall’ombrellone più vicino, mantenendo così il distanziamento sociale che bisogna rispettare al di fuori della spiaggia e pure in mare, nuotando o sul materassino. L’ingresso negli stabilimenti dovrà essere regolato: al check in passeranno  quelli che si sono attrezzati con un abbonamento o con prenotazione, accolti dagli steward che potrebbero anche essere adibiti a misurare la temperatura dei bagnanti, tutti equipaggiati con la doverosa mascherina da indossare finchè si raggiunge la postazione assegnata, e la cui impronta bianca sul viso, in aggiunta ai segni del costume, confermerà il  rispetto rigoroso e responsabile della profilassi oltre che del decoro.

Il comparto della balneazione è insorto, l’eccessiva severità delle misure le rendono inapplicabili,  le imprese del settore denunciano il rischio di chiusura legato a un granello di sabbia, esigono quindi che come primo provvedimento in loro favore venga protratto illimitatamente il regime di concessioni e si prevedano sgravi fiscali di incoraggiamento e aiuti a sostegno dei costi aggiuntivi.

E dire che dovrebbero essere soddisfatti perché grazie al Covid19, contando anche sulle provvidenze governative per dotare le famiglie di un bonus per le meritate vacanze dopo la detenzione,  non temono più la sleale concorrenza delle spiagge pubbliche, il cui accesso sarà interdetto finchè non se ne studi e promuova l’affidamento in gestione a onlus, volontari e cooperative giovanili, di quelle che piacciono tanto ai guru dell’alternanza scuola-lavoro o delle attività sociali imposte ai percettori di reddito di cittadinanza, in modo che restituiscano il maltolto in piscina o nei campi.

Così come chioschi, bar, ristoranti e empori di cappellini e  parei non dovranno patire la rivalità di Cocco frescovu cumprà puniti con l’esilio,  per essersi sottratti alla doverosa raccolta di pummarola indetta dal caporalato di stato.

Di questi tempi si è fatto un gran parlare dello stato di eccezione imposto dalle autorità senza il vaglio del Parlamento per contrastare l’epidemia, necessario per molti, troppi, soprattutto tra i detrattori del sovranismo, allo scopo di imporre una sovranità superiore alle persone, alle rappresentanze, alla società e alla “normalità” delle leggi ordinarie che si dimostrerebbero incapaci di governare l’emergenza.

Sicchè sospendere diritti, limitare libertà, eliminare un certo quoziente di democrazia sarebbe condizione inevitabile per fare argine al pericolo di perdere la vita, sia pure nuda, senza prerogative e facoltà e privata del libero arbitrio.

E infatti, a sostegno del miglior governo possibile che abbiamo a disposizione, si è fatto perfino riferimento al pensiero di Carl Schmitt – secondo Wikipedia, niente di più, quando decanta la potenza della decisione assoluta, della decisione pura, non ragionata né discussa, che  non ha bisogno di legittimazione, contro l’irresolutezza di chi sa solo aspettare che passi ‘a nuttata.

Certo ce n’è da aspettare il vaccino contro il provincialismo e l’ipocrisia che sembrano essere tratti caratteristici della nostra autobiografia nazionale, se l’incarnazione locale del decisionismo fatale e obbligatorio è stato l’esule in Tunisia, e se dietro allo stato di necessità di Conte non c’è l’ossessione ordoliberista della Germania, meno che mai il sogno eurocentrico di Schmitt e la sua forza costituente mirata a creare un ordine dal disordine, bensì gli interessi micragnosi  di lobby miserabili, di peracottari addetti ai nuovi brand pandemici, di un mondo di impresa costituito da azionariati che aspettano in dividendi delle acrobazie borsistiche, sempre a caccia di aiuti, immunità e impunità, che da decenni non investono il becco di un quattrino in ricerca, innovazione e sicurezza.

Così a godere degli effetti collaterali del Covid19 e della relativa ricostruzione ci sono le corporazioni dei bagnini, promossi a  steward, sotto l’ombrello dei proprietari degli stabilimenti, detentori di concessioni opache, molti dei quali, Ostia insegna, in non temporanea associazione di impresa con malavita e organizzazioni criminali, se pare siano più di 110  gli stabilimenti balneari sequestrati alla mafia negli ultimi anni, ottenuti con attività intimidatorie e infiltrazioni mafiose nei Comuni e nelle Regioni.

Si tratta di interessi per i quali da anni si spende, tanto per fare un nome, l’attuale candidato alla poltrona di sindaco di Venezia, quel Baretta, per anni sulla stessa lunghezza d’onda di Gasparri, un pasionario dell’arenile impegnato da sempre per la sospensione dei provvedimenti di revoca delle concessioni, per la loro proroga ad libitum in modo da aggirare perfino gli obblighi europei imposti da un’apposita direttiva, che prevede di mettere le concessioni a gara pubblica, senza diritto di prelazione per il titolare precedente.

La compulsione a privatizzare, a dare i beni comuni in pasto a potentati e lobby per appagare appetiti voraci e assicurarsi la loro protezione è diventata una virtù indispensabile per mantenere la propria presenza in un esecutivo.

Eppure l’avvocato degli italiani in uno dei suoi esami alla Sapienza dovrebbe aver appreso che  le concessioni, tra cui quelle  demaniali, non rappresentano trasferimenti di potestà o facoltà pubbliche, bensì solo l’uso dei beni, i cui frutti dovrebbero tornare al Popolo, cui spetta la loro proprietà collettiva. E questo vale anche per le frequenza televisive, per lo spazio e le rotte  aeree, per le autostrade, costruite con mezzi finanziari dello Stato, ma generosamente offerte in regime di beata esclusiva a una società che ha incamerato le  cospicue somme riscosse per i pedaggi, senza investire in manutenzione e sicurezza.

È che su in alto intendono così il distanziamento sociale, come approfondire sempre di più lo spazio e dunque le disuguaglianze tra chi ha e vuole sempre di più e non è disposto a rinunciare a nessun privilegio, come avesse ereditato in via dinastica o meritato il diritto a possedere spogliando chi sta sotto, e chi ha sempre meno, a chi non avrà nulla nemmeno la possibilità di fare castelli in aria, e nemmeno quelli di sabbia.

 


La scienza in formato lobby

Schermata-2018-06-12-alle-17.27.39Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è anche la definitiva trasformazione della scienza da metodo di conoscenza in culto misterico i cui sacerdoti non possono essere messi in discussione, pena multe e galera, ancorché bestemmino il fondamento del loro credo e accorrano come un sol uomo sul carro del potere e delle sue narrazioni. Il fatto che buona parte delle stupidaggini assurde e letali per il Paese messe in opera dal governo Conte, del catastrofismo sparso a piene mani per giustificarle e renderle sacrosante agli occhi dei cittadini più sprovveduti, della beffa alla più evidente realtà statistica e infine della censura nei confronti di chi esprime vedute differenti  avvenga in nome di un fumoso “patto trasversale per la scienza”, di cui non si conoscono i finanziatori, costituisce il segno di un definitivo declino e mutazione. L’unica cosa che questo patto dovrebbe riconoscere è di non sapere e anzi di non voler nemmeno sapere quel poco che invece si sa.

La diffusa credenza secondo cui la scienza sarebbe estraniata dal contesto in cui opera  ovvero dalla società, dalla cultura, dagli interessi economici e dal potere di cui invece fa pienamente parte è una evidente illusione ottica. Vi risparmio tutti i possibili esempi che vanno da quello ovvio della direzionalità della ricerca farmacologica, alla serie di Fourier o che ne so agli studi sui moti browniani ( il campo per cui Einstein fu insignito del Nobel) che mostrano una correlazione con lo sviluppo delle macchine o della stocastica per l’analisi finanziaria e di mercato. Ovviamente non è questa la sede per una disanima di questo tipo, ma basti dire che oggi la ricerca scientifica implica miliardi e i miliardi implicano interessi forti: oltre ad argomenti epistemologici c’è questo imprescindibile legame con una imprescindibile filiera di interessi. Tanto per fare un esempio da chi pensate che prenda i soldi l’Organizzazione mondale della sanità, agenzia specializzata dell’Onu con il mandato ufficiale di “raggiungere il più alto standard di salute raggiungibile per tutti i popoli”? Meno del 20 per cento del suo bilancio proviene dai contributi degli stati membri, tutto il resto arriva dall’industria farmaceutica o da donazioni monstre come quelle della Fondazione del miliardario Bill Gates specificatamente destinata alle campagne vaccinali, Fondazione nella quale peraltro siedono rappresentanti di big pharma e che ha a sua volta partecipazioni in ogni tipo di industria alimentare o petrolifera. Certamente tutti questi soldi serviranno incidentalmente a qualcosa di buono, ma soprattutto a pompare denaro e potere in favore delle multinazionali farmaceutiche. Basti pensare all’influenza aviara del 2005 per la quale l’Oms aveva lanciato l’allarme prevedendo 7 milioni di morti che poi furono 152, ma intanto tutti i governi spesero somme enormi per acquisire centinaia di milioni di dosi di vaccino, poi buttato via e quantità straordinarie di Tamiflu e Relenza: la sola Roche producendo  Tamiflu ha guadagnato oltre un miliardo di euro. Più o meno la stessa cosa si è verificata con l’influenza suina , anche in questo caso, l’Oms dichiarò l’emergenza e anche qui sono arrivate valanghe di vaccini poi inutilizzati.

Insomma nel mondo privatistico il confine tra salute e interessi diventa labile e ambiguo. E veniamo a noi. Cosa sappiamo realmente dell’influenza da Covid gonfiata a dismisura per finalità che niente hanno a che vedere con la tutela della solute? Poco o niente, ma man mano che vengono fatti tamponi in tutto il mondo si scoprono due cose: che l’infezione è assai più diffusa di quanto si credesse ed è iniziata molto prima di quanto non si sia stimato, probabilmente già a ottobre o novembre e che ha un tasso di letalità che scende a vista d’occhio man mano nel conteggiano entrano coloro che hanno pochi o addirittura nessun sintomo. In Germania il tasso di mortalità è dello 0,3% per cento sul numero dei portatori accertati ed è probabilmente di molto inferiore allo 0, 03 per cento tenendo conto che la platea degli infettati è statisticamente almeno dieci volte maggiore degli accertati come tutta la letteratura medica attesta; la stessa cosa si può dire della Corea dove si è agito nella maniera più organizzata possibile e dove si è scoperto che il numero dei sintomatici accertati è 35 volte inferiore ai contagiati il che porta le statistiche di mortalità a livelli di molto inferiori a quelli della comune influenza. E del resto l’Istituto superiore di sanità attribuisce al virus solo 12 morti. Questi sono numeri, dati certi che il “Patto per la scienza”, fa finta di ignorare per non spalancare il baratro davanti a un governo che sta rovinando il Paese con provvedimenti grotteschi e del tutto inutili, presi sull’oda del panico dopo aver dichiarato che tutto era pronto per sostenere l’epidemia e consapevole del disarmo a cui aveva costretto la sanità. Da noi i tamponi sono stati fatti in maniera del tutto asistematica, anche per la mancanza di personale e strumenti atti a leggerli, ma su circa 250 mila persone esaminate almeno 50 mila sono risultate positive, il che vuol dire, secondo la legge dei grandi numeri, che  almeno 12  milioni di italiani sono entrati in contatto col virus e che il numero dei morti tout court attribuito al Covid, tanto ormai si muore solo di quello e le altre malattie sono sparite, rappresentano un percentuale più o meno vicina all’influenza.  Nessuno tiene conto che ogni giorno in Italia muoiono mediamente oltre 1700 persone (258 in Lombardia) con una incidenza molto più alta nei mesi invernali, che probabilmente almeno un quinto di queste è positiva al Covid, anzi per gli ospedali dove le infezioni si diffondono rapidamente, i contagiati potrebbero essere la totalità.  Dunque la mortalità con coronavirus e non per coronavirus coinvolge di fatto tutti i decessi per malattie gravi o terminali,  ma ci vorranno mesi se non anni per far emergere questo verminaio, compreso quello che è successo in alcuni ospedali lombardi. 

Ora il problema dell’establishment è quello di dimostrare che le sue assurde e contraddittorie misure, prese in preda al panico, ma anche funzionali ad allontanare le elezioni, a trasformare la vita pubblica in un lazzaretto e a svendere il Paese e far subentrare Draghi al potere con un colpo di mano epidemico,  hanno fermato il contagio, quando invece i dati che escono dai tamponi dicono è che esso è ormai molto diffuso, solo che nella stragrande maggioranza dei casi non ha che lievi effetti, in tutto simili ai malanni stagionali e passa inosservato. Dovrà far fronte non solo alla distruzione di migliaia di aziende, ma persino alle carenze alimentari vista la penuria di sementi e la difficoltà nella coltivazione dei campi o l’assenza della manovalanza straniera per la raccolta. Il colpo terribile inferto all’economia del Paese  provocherà molte più morti indirette del Covid e costringerà a un’ altra campagna di disarmo sanitario.  Ma vedrete che il “patto per la scienza” sarà ferreamente a fianco di chi ci farà acquistare un inutile vaccino. Dopotutto la scienza si è trasformata in opinione di potere, si è trasformata in una lobby.


Avrà preso una cantonata?

renzi-cantone-718974Anna Lombroso per il Simplicissimus

Spaventapasseri, lo avevo definito quando venne incaricato di guidare l’organismo di vigilanza e controllo sul fenomeno della corruzione. Mi pareva efficace come definizione perchè con le competenze e il budget che gli erano stati affidati avrebbero potuto mettere paura solo ai passeri e non certo a avvoltoi e gazze ladre.

A 5 anni di distanza, uno prima della naturale scadenza,  Cantone lascia per tornare a vestire la toga presso l’Ufficio del massimario della Corte di Cassazione, motivando così la sua decisione: “la magistratura vive una fase «difficile», che mi impedisce di restare spettatore passivo”.

Verrebbe da dire che al ruolo di astante, sia pure dal palco d’onore, doveva essere abituato.  L’Autorità anticorruzione era stata istituita nel 2012 durante il governo di Mario Monti nell’ambito della cosiddetta legge Severino, con il compito di  prevenire fenomeni di illegalità all’interno della pubblica amministrazione attraverso pratiche di trasparenza e mediante vigilanza sui contratti, appalti e incarichi pubblici. A nominare lui al vertice dell’Anac era stato però Matteo Renzi nel 2014 seguendo il trend di moda allora, sistemare un magistrato, un tecnico dunque,  a incarnare la legalità e la sua tutela conferendogli un’autorità  morale oltre che legale, sull’intera società. Anche se di fatto si trattava di un potere virtuale più che reale, e pure “postumo”,  come un pompiere chiamato a spegnere incendi già appiccati da quelli che lo chiamano in soccorso.

E infatti non  a caso la designazione avviene poco prima che si aprano i cantieri e fervano le opere dell’Expo (ha l’incarico di commissario speciale del grande evento),    ma un bel po’ dopo che gran parte degli appalti, delle attribuzione  e delle consulenze erano stati assegnati. A vedere i ritagli di allora si legge Cantone chiede spiegazioni, Cantone non ritiene soddisfacenti le spiegazioni sull’affidamento a Farinetti, e Cantone indaga sui subappalti, per poi sentirlo ammettere che  “esulavano del tutto da un suo possibile controllo», accontentandosi della squadra anticorruzione istituita da Sala, della altisonante Piattaforma per la trasparenza del premier, con tanto di App, e rassegnandosi a  chiudere un occhio anzi tutti  e due sulla sostanza dell’iniziativa, sul già concluso e  spartito,  mettendo un sigillo di impunità e legittimità sulla sua inutilità, sui danni erariali e per la collettività, sulla pretesa emergenza coltivata per permettere licenze  e deroghe, sul contributo alla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste del lavoro, che più corruzione morale di quel “volontariato” ce n’è poche.

Niente di diverso da quello che succede a proposito del Mose, quando tira fuori il capo e chiede informazioni per poi ammettere  ragionevolmente (in una intervista alla Rai di giugno 2014) che. “Credo non abbia alcun senso indagare, non è che ogni emergenza necessita di un commissario. Sull’ Expo può avere un senso perché ci sono termini stretti, sul Mose i tempi sono già da tempo superati”.  E altrettanto avviene per la Metro C di Roma, che definisce la madre di tutte le corruzioni: anche là, come succede ai treni, è arrivato in ritardo e i giochi sono fatti.

Eppure ieri nel dare le dimissioni rivendica  i risultati della sua battaglia: «Naturalmente la corruzione è tutt’altro che debellata ma sarebbe ingeneroso non prendere atto dei progressi, evidenziati anche dagli innumerevoli e nient’affatto scontati riconoscimenti ricevuti in questi anni dalle organizzazioni internazionali (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Ocse,  Fondo monetario) e dal significativo miglioramento nelle classifiche di settore».

E come  non esultare del fatto che Trasparency ci faccia scendere di due piazzamenti nella graduatoria della percezione “popolare” del fenomeno,  uno di quegli organismi concepiti dallo stesso sistema che genera il malaffare, un po’ come le agenzie di rating,  che prende in esame come indicatori le malefatte dei pesci piccoli, quelli che fanno la cresta sui documenti e le merci, che non danno la fattura, lasciando fuori  le banche, gli enti pubblici, i vertici delle multinazionali  e quindi i grandi impuniti e i grandi immuni, i Paesi guida dell’Occidente e della Ue non levantina o che dire dell’Ue dove se volessimo applicare il criterio della lievitazione dei costi delle opere pubbliche, si scoprirebbe  che in Germania le spese dei lavori pubblici vengono gonfiati artificialmente e  a dismisura, come ha denunciato perfino Der Spiegel, lo stesso organo di stampa che ha definito Vienna un “intrico del malaffare” riprendendo il giudizio di un grippo di lavoro Ocse che ne parlò come del “crocevia della corruzione”.  E come non esultare dell’encomio delle istituzioni europee, quando basterebbe leggere il Sole 24 ore per sapere che il crimine economico trova un humus favorevole  nella regione e mica solo alle Cayman se è vero che    “nell’ultimo decennio sono stati almeno 133 mila gli oligarchi dell’ex Unione Sovietica, i milionari cinesi e arabi, i ricchi uomini d’affari turchi, libanesi, brasiliani, venezuelani e sudafricani, che hanno acquistato a mani basse la cittadinanza o la residenza in un Paese dell’Unione europea in cambio di soldi“,  ritenendola un luogo favorevole a traffici illeciti e opacità.

Va a sapere come mai proprio adesso il presidente Cantone, ha raggiunto il limite della sua sopportazione, stanco  che “all’Anac istituita sull’onda di scandali ed emergenze,  e che rappresenta oggi un patrimonio del Paese e motivo di orgoglio” ( e si direbbe a lui che ne incarna l’autorità), vengano riservati scarsi riconoscimenti.

Dipenderà che i supposti reati del lobbista Siri ( indagato per aver ricevuto una promessa di denaro in cambio di una norma da inserire in una legge) sono più disdicevoli dell’azione di un ministro che tenta di favorire l’esonero dalle responsabilità di una banca e del suo management?

Sarà che alcune  misure contenute nel decreto sblocca cantieri entrato in vigore a giugno in materia di appalti   (lo stop all’obbligo per gli enti locali di avere una centrale unica, lo stop di scegliere i commissari per le gare da un registro dell’Anac, l’aumento al 40% per i subappalti)  gli sono sembrate più rischiose dello Sblocca Italia, delle deregulation promosse a livello regionale e locale dai piani paesaggistici e dalle deroghe comunali in forma bipartisan, come in Emilia, Lazio, Veneto o Firenze e Milano?

Sarà perchè il nefasto si all’Alta Velocità del governo in carica macchiato di abiura, scoprirà l’osceno vaso di Pandora delle cordate delle imprese sempre in piedi, ma non sul banco degli imputati? e allora è meglio dedicarsi alle sudate carte del Massimario in attesa di una meritata ricompensa elettiva, in forma di premio fedeltà? 

 


Un Paese nel sacchetto

SupermercatoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con sollievo leggo della crisi dei centri commerciali, coi loro smisurati parcheggi ormai deserti, i lungi corridoi espositivi polverosi, dell’abbandono in cui versano  le nuove cattedrali dove si officiava la liturgia del consumo, che avevano sostituito piazze e corsi di paese dove la gente  si incrociava e si dava appuntamento in scenari di cartapesta e stagioni artificiali e sempre uguali. E allo stesso modo non mi piacciono i supermercati: meglio il mercato di rione scomparso, perfino la botteguccia sotto casa, sguarnita e cara come bulgari dove con la serranda mezza abbassata implori il cingalese ermetico di darti le sei uova per una frittata d’emergenza, di gran lunga preferibili a quella colonna sonora di annunci e musiche ambient,  a quelle luci che confondono, a mappe incerte che rendono irrintracciabili prodotti e merci tra   meste coppie con lei che vieta al marito l’acquisto di salamini punendo l’eterno fanciullino che risiede in ogni maschio, bimbi che strepitano e il panorama avvilente di carrelli colmi di 4 salti in padella  e patatine surgelate raccomandate da masterchef acchiappacitrulli.

E adesso ci andrò ancora più malvolentieri: dall’1 gennaio è entrata in vigore la norma inquattata nel Il decreto Mezzogiorno approvato in agosto, grazie alla quale  quei sacchetti leggerissimi di plastica in cui si raccolgono, si pesano e si prezzano i prodotti venduti sfusi come frutta, verdura o affettati devono   essere di plastica biodegradabile, devono essere monouso, devono essere a pagamento  a differenza che in gran parte degli altri Paesi europei.

Il provvedimento avrebbe  una duplice vocazione: quella pedagogica, per stimolare i consumatori a comportamenti più sostenibili, e quella di dare sostegno alle imprese italiane del settore, penalizzate dalla massiccia importazione di shopper da partner europei come Francia e Spagna. E ad una in particolare, ma si tratta certamente di una malignità,  che agisce in regime di   monopolio, Novamont,  e che fa riferimento a un soggetto  ben identificato che gravita con entusiasmo intorno alla cerchia renziana, in veste di testimonial e sponsor.

Ora non c’è da avere dubbi che la decisione   di far pagare ai consumatori i sacchetti biodegradabili per la spesa, compresi perfino quelli delle farmacie, nasca da un intento esplicitamente speculativo, altrimenti sarebbe la prima volta che un governo  dei tanti che si sono avvicendati non assecondi e appaghi gli avidi appetiti di lobby e imprese  a cominciare da eccellenti norcini fornitori delle real case.

E dovremmo esserci abituati. Ma non si è mai abbastanza assuefatti alla ipocrita speculazione morale che ben i colloca nel contesto della necessaria e doverosa ubbidienza ai diktat europei, pera poco sentiti nel caso di tortura, norme antiriciclaggio e  corruzione, traffico di rifiuti anche a mezzo navi. È che la pretesa e la rivendicazione di tenaci convinzioni ecologiche da parte del partito unico suona davvero come un’offesa per  chiunque si  senta in bilico su una fragile palla appesa e pericolate, e in un paese assoggettato all’impero delle puzze e dei gas in guerra con popoli e col pianeta che li ospita, con governi che hanno licenziato leggi in favore di condoni infausti per il territorio, che hanno bloccato da anni qualsiasi seria misura per il contenimenti del consumo di suolo, che scelgono ostinatamente di investire in grandi e pesanti opere invece di mobilitare risorse per la salvaguardia e il risanamento idrogeologico e per gli interventi antisismici,   che autorizzano le maledette trivelle. Che concedono licenze premio per lo sfruttamento delle spiagge con annesse costruzioni mai abbastanza effimere, manomettono le regole nazionali e europee con  l’infame Decreto legislativo 104,   che rende la valutazione di impatto ambiente un affare contrattato tra imprese e governo.  Coi sindaci del Pd in prima fila nella cura del ferro perfino sotto le piazze di Firenze e le regioni  che come in Sardegna approvano il maxi  aumento di volume per hotel e lottizzazioni sul mare, a imitazione del piano casa di Berlusconi.  

Perfino in questo caso l’ambientalismo di governo si mostra per quello che è. Una montatura retorica a copertura di opachi interessi privati: in barba ai capisaldi ecologici del riuso e del riciclaggio, i sacchetti sono monouso e – se resistono – possono essere usati unicamente per la raccolta domestica dell’umido con gli esiti che qualsiasi regine dalla casa conosce. Ci si accontenta di poco. Gli shopper d ovranno essere biodegradabili e compostabili secondo le norme UNI EN 13432  con un contenuto di materia prima rinnovabile di solo il 40%, che diventerà del 50% dal 2020 e del 60% dal 2021, (proprio quella dei sacchetti Novamont?). Sicché viene meno gran parte dell’obiettivo ambientale: la loro vita è lunghissima e pure questi come quelli dell’ancien règime ce li ritroveremo sull’Everest o a soffocare gli atolli tra qualche secolo, ammesso che la terra e noi resistiamo a certi ambientalismi.

Un gran numero di anime belle è molto attivo sul web, chi per raccontarci delle sue abitudini virtuose grazie a acquisti equi nel mercatino solidale, chi con la sporta di rete nel biologico a km zero e perfino chi con l’orticello sul terrazzo dell’attico. Poi ci sono quelli che insorgono: vi siete bevuti tutte le baggianate e avete subito tutti gli affronti inferti a lavoro, scuola, pensioni, cure e diritti e adesso improvvisamente vi svegliate per un furtarello che vi costerà 7 euro l’anno?

Sarò pure un’arcaica anarchica arruffona, ma in mancanza d’altro vedo come un segnale positivo anche i fermenti per il pane e l’assalto ai forni, considero un risveglio modesto ma non trascurabile quello di gente che dopo essere stata convertita  in merce da essere comprata e venduta, con l’unico superstite diritto, quello di consumare, non ha più i beni per esercitarlo e magari si ricorda degli altri perduti, espropriati. E si arrabbia.


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