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Socialdemocrazia: il supplizio di Tantalo

TantalusMorto uno Tsipras se ne fa un altro: così Jeremy Corbyn dopo aver salvato il labour dalla mortale peste blairiana e aver dato l’impressione di voler tornare a una vera politica di sinistra, fa un voltafaccia di 180 gradi e chiede un nuovo referendum sulla Brexit per tentare di mantenere la Gran Bretagna in Europa, cosa  che rappresenta un doppio scacco sia alla democrazia sia alle illusioni che Corbyn aveva suscitato sulla possibilità di riscatto alle socialdemocrazie. Sul primo punto non c’è bisogno di dire molto: il fatto che i referendum vengano riproposti fino a che non c’è la risposta che le oligarchie si attendono è una completa sconfessione della volontà generale come si sarebbe detto un tempo  Le consultazioni popolari che prevedono decisioni dirette e non mediate da rappresentanti in qualche modo condizionabili  non piacciono proprio al potere tanto che in Europa quella dei referendum a cascata non è una pratica inedita. Nel caso specifico questa perdita di senso delle istituzioni democratiche viene dimostrata dal fatto che la quasi totalità dei parlamentari inglesi, in pratica l’85% è stato eletto in base a programmi nei quali si prometteva di onorare il referendum del 2016.

Il secondo punto è più complesso perché Corbyn era riuscito a rimanere alla testa del Labour sconfiggendo la maggioranza blairiana proprio mantenendo fermo il punto sulla Brexit che per un partito che vuole difendere i lavoratori è il minimo sindacale visto che una politica sociale anche di modesto impatto è impossibile alla luce dell’ideologia ordoliberista di Bruxelles  e delle delle obbligazioni che ne scaturiscono. Del resto esse sono perfettamente allineate alle posizioni ultra liberiste dei conservatori: come si faccia a contestare quelle politiche e nello stesso tempo a volere che esse diventino la base della governabilità è un mistero che non riesco a spiegarmi tanto più che il sistema non esita a piegare i personaggi che teme qualunque mossa facciano come dimostra l’ignobile e miserabile accusa di antisemitismo a Corbyn.  O meglio il mistero è spiegabile alla luce della impraticabilità della socialdemocrazia già profetizzata da Dahrendor e divenuta plasticamente oggettiva con Tsipras, che si rifugia perciò in una specie di universalismo feticistico delle buone intenzioni e delle idee facili come appunto quella di Europa. Insomma le mosse di Corbyn che ovviamente affonderanno i laburisti derivano in sostanza dal vuoto culturale in cui ormai naviga la socialdemocrazia e la sua incapacità di guidare in modo la protesta sociale.

Anzi guidare è un termine in qualche modo sbagliato, perché il compito sarebbe molto più complesso e basilare, ovvero quello di rendere esplicito il conflitto sociale facendone prendere coscienza ai ceti subalterni che sono stati atomizzati, ridotti a puri soggetti desideranti, a consumatori di beni e illusioni che colgono lo scontro sociale solo dal punto di vista individuale, adattandosi ad esso e colpevolizzandosi per la propria sconfitta. Ma questo è ormai completamente fuori discussione: una cosa è pensare all’evoluzione del conflitto sociale dentro i confini del consenso come è stato per le socialdemocrazie del dopoguerra, un’altra è negare il conflitto stesso nelle diverse forme che esso assume prendendo a fondamento assoluto quelle che vengono chiamate leggi dell’economia e che sono piuttosto prassi auto referenti dell’ideologia della disuguaglianza. E’ proprio dalla mancanza di prospettive sostanzialmente altre che nascono poi questi ondeggiamenti e queste oscillazioni di giudizio  i quali finiscono fatalmente per accordarsi sul diapason delle elite: la dissonanza è qualcosa di vietato nell’era contemporanea. Si era appunto sperato che personaggi come Corbyn in Gran Bretagna o come Sanders in Usa stessero lavorando per uscire da questa matassa di impotenza, ma evidentemente manca un’ideologia di fondo diversa da quella vacua modernità del futile e del mercato caratteristica del neo liberismo. Cercare di ridurre le diseguaglianze sullo stesso piano di pensiero dal quale esse scaturiscono è un lavoro di Tantalo.

La cosa è tanto più evidente proprio perché la nuova posizione assunta da Corbyn ha già danneggiato gravemente il Labour che ha preso il 14 per cento scarso dei voti alle elezioni europee, lasciando tra l’altro a Farrage spazio aperto e indirettamente ai personaggi come Boris Johnson: se invece di ripensare al passo falso si rilancia addirittura con la richiesta di un nuovo referendum siamo di fronte più che a un errore, a un vuoto di elaborazione. I conservatori hanno compreso che per mantenere il potere e il consenso occorre sacrificare qualcosa, mentre i socialdemocratici rimangono sempre col cerino in mano.

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Zero in condotta per i privatisti

ref Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono ben magre soddisfazioni quelle che si prendono i pochi che vivono una condizione sospesa tra i due litiganti, che si sottraggono all’arruolamento forzato nelle file dei contendenti e che ogni volta che scrivono o parlano sono invitati perentoriamente ad esibire il certificato di buona condotta, il curriculum, il diploma di laurea, lo stato civile e la dichiarazione dei redditi. Documentazione peraltro che, auspicano molti divini schizzinosi, dovrebbe essere esibita  al seggio elettorale per favorire una corretta selezione del pubblico dei votanti.

Così oggi ci consoliamo con l’ajetto per il non–risultato del referendum romano sulla privatizzazione dell’Atac assistendo alla livorosa  reprimenda dei fan del Si, che oltre a sfoderare il solito repertorio di lagnanze per brogli e truffe, se la prendono prima di tutto coi cittadini reprobi, ai quali avevano proposto una scelta salvìfica che li avrebbe risparmiati da attese, bus affollati, tariffe indecorose quanto la qualità dei mezzi, in virtù della liberalizzazione mettendo a gara la gestione del servizio ed affidandolo al miglior concorrente. E poi, ovviamente, con la Giunta, grazie alla benevola rimozione dei vent’anni precedenti, per essere stata “cedevole” arrendendosi al malaffare che circola, è il caso di dirlo, intorno all’azienda dei trasporti,  dall’opacità degli appalti, all’inefficienza, dal traffico, è in caso di dirlo, di consenso, al clientelismo e familismo, ma anche  per la mancanza di una comunicazione di servizio istituzionale.

Una informazione, francamente, l’avrei voluto anche io a proposito di quanto è costato ai contribuenti questo capriccio. Non lo sappiamo, ma saremmo stati disposti a spendere di più se a votare fosse stata tutta Italia,  chiamata a decidere su una scelta cruciale, tra il mantenere gestione e controllo pubblico sui servizi o consegnarli ai provati, proprio come è successo con il referendum sull’acqua. Non c’è da credere alle rimostranze perché si sarebbe impedito l’accesso alla conoscenza, parola  incompatibile con le loro convinzioni, per  chi ha ridotto la scuola a anticamera del precariato: meglio restare sul generico di uno slogan propiziatore del rimedio tramite gli untori, meglio non entrare nel merito, che costa lo sforzo di dire la verità sui costi e i benefici, sulle esperienze maturate, sui casi di insuccesso interni ed esteri.

I severi censori dell’ennesima vittoria del bieco populismo e del sovranismo piccolo-borghese, noti per appartenere a cerchie che hanno la fortuna di non salire mai su un bus, sulla metro, sui tram salvo nei film con Fabrizi controllore, men che mai sui mezzi di collegamento con le squallide periferie già nelle mani dei privati, ecologisti da Suv, che motivano la loro ripugnanza per il trasporto plebeo con il malfunzionamento, la ressa, i ritardi, che affliggono come è naturale e giusto, ceti inferiori che non hanno saluto meritare di stare a Via dei Coronari,  mentre gli tocca mescolarsi sul tram a moleste presenze inaccettabili se non in livrea e berretto di carta da muratore, si dolgono dell’indole romana alla ignavia, dell’istinto proverbiale alla indolenza, della vocazione alla paraculaggine  e al menefreghismo, che in questo caso sconfina nell’autolesionismo, conseguenza inevitabile per essersi sottratti alla loro pedagogia.

Ed è tutto uno sciorinare il  repertorio della politologia sotto vuoto un tanto al chilo sull’astensionismo che in questo caso è la cifra del disincanto democratico, mentre se vincono loro è un positivo segnale della maturità dell’elettorato che finalmente ci allinea con le repubbliche più mature.

Non dovrebbero comunque lamentarsi di questo: la de-politicizzazione della società e la neutralizzazione della democrazia rappresentativa  è il loro più poderoso  successo. E’ stata la loro ideologia che ha talmente  deteriorato le relazioni tra i cittadini e lo Stato e le istituzioni parlamentare e i ruoli intermedi, partiti e sindacati ricattati e fidelizzati,   da alimentare diffidenza, sospetto e risentimento consigliando l’affidamento a l’unico potere regolatore, il mercato. Sono loro che rivelando a orologeria gli arcana imperii, le miserie e i vizi della politica, la sua distanza remota e crudele dalle nostre esistenze, suggeriscono quanto sarebbe migliore un governo invisibile, manovrato in stanze asettiche di banche, studi legali, accademie, che agirebbe per il nostro bene, mentre noi formichine ci occupiamo dei nostri meschini problemi personali.

Sono loro che hanno ridotto l’esercizio  dell’opposizione a cerimonie di facciata inorridite per le mancanze di bon ton più che di lavoro, sdegnate per l’ignoranza dei congiuntivi più che per la manipolazione della realtà, razionalmente impegnati sul fronte di una immigrazione controllata quanto si sono astratti in occasione della correità in guerre che l’hanno provocata. Che condannano il riarmo in pigiama ma non quello degli stati criminali ben contenti di additare al pubblico ludibrio l’uomo nero che segrega emargina  e reprime, dopo avere applaudito che gli ha spianato la strada, che vuole la tav per mandare i rampolli a fare l’Erasums comodamente seduti in Executive mentre scorre il panorama delle  rovine che hanno provocato.

Certo, personalmente avrei preferito un sonoro No, non fosse altro che per la nostalgia che si prova per questa parola caduta in desuetudine per ragioni  di realpolitik, per paura di sanzioni e penali, per timore di dispiacere alla grande tirannia mondiale, per conquistarsi consensi padronali. Avrei preferito che ieri Roma fosse la capitale del paese dove il No suona, quando occorre.

 


Atac-ati al tram

 

atca

C.Carrà: Ciò che mi ha detto il tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si dovrebbero comminare pene severe per l’abuso della parola “intelligente”, consumata in tutte le situazioni, vacanze, materassi, lampadine, città, soprattutto da cretini che ci vogliono far diventare più cretini di loro. E talvolta sostituita da termini stranieri che dovrebbero dare autorevolezza a propositi osceni, come, per esempio, fare di Pompei una smart city, trovata fortunatamente caduta nel dimenticatoio frutto avvelenato di una meteora della politica anche quella obliterata dopo una effimera fortuna come aspirante leader alternativo.

Bisognerebbe farlo in fretta, anche prima di domani quando – se è vero che il problema di una città consegnata anche da questa giunta ai poteri forti, costruttori, chiesa,  immobiliaristi, finanza, e altri clan non diversamente criminali, è, come a Palermo, il traffico- i cittadini romani saranno chiamati a pronunciarsi per avere trasporti “intelligenti” e più efficienti grazie all’ispirato e salvifico intervento dei privati.

E appunto i fan del Si si pensano che siamo più cretini di loro e che ci beviamo questa fake smentita ogni giorno e in ogni latitudine. In Gran Bretagna dove la stagione thatcheriana delle privatizzazioni non è finita con la lady di ferro e i suoi insuccessi vanno dal continuo incremento della disoccupazione, al fallimento della gestione mista delle ferrovie voluta da Blair: i biglietti costano di più e il servizio è vergognoso, dalla Sanità occupata da esose assicurazioni, al sistema pensionistico; in Italia dove i ponti crollano perché si tutela il rapporto costi benefici e  o il risparmio su materiali,  manutenzione e vigilanza più che le vite umane, dove abbiamo speso di tasca nostra una trentina di miliardi per il salvataggio di banche private e dove Bankitalia è stata sottratta di fatto al controllo del governo e dunque dello Stato grazie al divorzio officiato da  Andreatta in qualità di ministro del Tesoro e dal governatore di allora  Ciampi, senza nemmeno interpellare il Parlamento e dando in pasto il Paese al mercato e alla speculazione. E in tutta Europa dove si segue la tendenza che viene dallo stato canaglia che ha fatto circolare la sua pestilenza nel mondo, e dove si gonfia a dismisura una crisi di un settore a alto contenuto sociale per offrire la soluzione sotto forma di benevolo intervento di investitori generosi, si tratti si salute, assistenza, pensioni, patrimonio culturale, infrastrutture, servizi.

La fuffa che vendono insieme ai nostri beni comuni, ai nostri immobili, alle nostre coste ha bisogno di certe cerimonie rituali per dare l’impressione che si ascolta la voce popolare, salvo poi tradirla come è successo con l’acqua  e come non deve succedere con i trasporti romani, ha un forte retroterra fideistico  secondo il quale l’avidità privata e finanziaria è l’unico motore della crescita, lo stato è  solo un grande peso, il popolo è di serie B obbligato a contribuire alla crescita e alla ricchezza di una scrematura di serie A.

E così chi dirà No è già condannato preliminarmente alla riprovazione in quanto misoneista, arcaico conservatore, bieco oscurantista e, non manca mai, gufo disfattista.

Come al solito il mantra dei promotori (Radicali, Fi e Pd romano) dovrebbe far breccia, grazie alla polarizzazione dei due corni della questione: monopolio vizioso, intervento privato virtuoso,  nella pancia della plebe malcontenta  che rumoreggia per via dell’oscena voragine di 800 milioni contratto da un ente occupato militarmente dalla malapolitica: voto di scambio, familismo, giri di poltrone con liquidazioni milionarie e che in cambio ai cittadini  offre attese millenarie, mezzi fatiscenti, rari, inefficienti soprattutto per quanto riguarda le periferie, che è bene ricordarlo, sono servite già da un’azienda interamente privata Tpl,   che gestisce più del  40% dell’offerta di trasporto, dimostrando emblematicamente con la sua inadeguatezza e improduttività che il rattoppo è peggio del buco.

Male ha fatto il Comune ad arroccarsi non dando la necessaria informazione con la speranza che il referendum vada deserto senza colpo ferire: ben altro avrebbe comunicare in difesa del proprio ruolo di tutela dell’interesse generale. Perché quella che viene proposta non è nemmeno una liberalizzazione bensì addirittura la vendita in blocco delle azioni dell’Atac S.p.a. (e le tre competenze ora disperse in tre aziende: Roma Servizi,    per la pianificazione della mobilità,Roma Metropolitana e la progettazione di metro e tram, e la stessa Atac che assolve altre funzioni insieme alla produzione, in particolare la gestione del sistema tariffario e delle proprietà dei depositi e delle infrastrutture) o la sua automatica sostituzione con una impresa privata vincente per sua natura – e l’esperienza lo ha dimostrato – interessata a convertire l’inefficienza in una rendita a proprio vantaggio, facendo pagare il conto ai cittadini con tagli ai servizi, ai  salari dei dipendenti e alla manutenzione delle vetture,  in aumenti tariffari ed esercitando ogni sorta di intimidazioni sul comune ricattato compreso il blocco dei trasporti. E peggio ha fatto la giunta Raggi, dopo i gesti simbolici da divino sprovveduto dell’onesto Marino,  a scaraventare l’azienda  nella procedura fallimentare seppure in forma concordataria con i creditori,  mettendo le premesse per una emergenza  che prevede le abituali misure eccezionali di “salvataggio”:  concessione, cessione   e svendita.

Non stupisce, ormai siamo abituati a una continuità col passato rivendicata in nome di una miserabile realpolitik per via della quale è impossibile dire di no, pensare soluzioni di rottura davvero alternative, alla fine meno costose delle minacciate penali e sanzioni economiche, politiche o “morali”.  Mentre invece era questo il momento di aprire, ebbene si, all’intelligenza proponendo un piano dei trasporti che si avvalga della tecnologia che oggi già permette di aggregare la domanda in tempo reale e di rispondere con un trasporto senza linee fisse, modificando il percorso per servire i cittadini che si muovono contemporaneamente nel medesimo bacino. Che si adegui a cambiamenti di stile di vita che suggeriscono di potenziare le formule di spostamento collettivo. Che faccia proprie le esperienze di città che hanno promosso la rete del ferro al posto degli autobus obsoleti che restano imprigionati nel traffico. E che preveda un vero risanamento con la sostituzione di vertici che hanno dimostrato incapacità e opacità, con soggetti di controllo e gestione svincolati dalla cosca del malaffarismo amministrativo, imprenditoriale e finanziario.

Si racconta che Gianni Agnelli interrogato sulle disuguaglianze sociali abbia risposto, e se ne intendeva, che uno dei discrimini fondamentali era il trasporto. E infatti si spostava non con le sue auto delle quali non si fidava, ma passando sulle nostre teste con elicotteri e arei di proprietà. Votare Si se non si è Agnelli o quella cerchia di cagnolini che chinano la testa dietro al lunotto delle macchine blu  in cambio di un passaggio in TV, tra starlette, cinepasticceri, funzionari in carico a stampa e partiti morenti,  commentatori e opinionisti un tanto al chilo, è autolesionista. E non è intelligente.

 

 

 

 

 


I famosi Baddenbruk

buddenbrookE’ stato più o meno negli anni ’80 che il generone piccolo e medio borghese italiano, forgiatosi nelle fucine e nei maneggi del boom economico, scoprì l’inglese come brillocco  di pseudo emancipazione culturale, buono per il villaggio turistico così come per il salotto e grazie a questo strumento finì di dimenticare tutto il resto. Fu allora che la cultura coiffeuse – televisiva cominciò a popolarsi di strani personaggi come Yang al posto di Jung, Kent al posto di Kant, Thomas Men al posto di Tomas Mann salvando solo  ciò che aveva già una fonia affermata come Freud o Marx che altrimenti sarebbe un ciclista e tutta quella grande cultura che rimaneva ai margini della orecchiabilità da rivista patinata o proterva. Però ieri un presentatore che l’inglese lo deve masticare pochissimo, ma che arrota le labbra goloso al solo pensiero di maneggiare l’idioma padronale, ha deliziato il pubblico con i Baddebruk, storpiando orrendamente il nome di uno dei pilastri della letteratura del Novecento, ossia i Buddenbrook, dimostrando così di non avere nemmeno un’infarinatura di cultura generale. Questo nel momento in cui la Rai di Rome ha emesso un editto per imporre che Usa va letto esclusivamente Iuesei. Asini che sono davvero.

Ma non è questo il punto, il fatto è che imparare l’inglese ha significato dimenticare tutto il resto: ormai è impossibile vedere qualsiasi documentario senza che il tal museo , il tal laboratorio, la tal strada, la tal università, il tal nome non siano più citati nella lingua originale o  tradotti in italiano, ma direttamente espressi in inglese. Così è accaduto che mentre si pensava di costruire l’Europa gli europei e specialmente le appendici meridionali, più inclini alla chiusura e al provincialismo, hanno cominciato a dimenticare se stessi. Quando ero giovane parecchie persone di modesta cultura sapevano grosso modo come si pronuncia una parola in francese o tedesco, conoscevano le espressioni più comuni, buongiorno, buonasera, wollen Sie spazieren mit mir? e si aveva anche attenzione e curiosità alle altre culture circostanti. Chi viaggiava si portava appresso vocabolarietti con cui arrangiarsi in qualche modo. Ora non più, si parla solo inglese e si bazzica solo la robaccia che viene da quelle sponde, si pretende uniformità soffocante che rende inutili gli spostamenti fisici e annulla quelli mentali. Insomma si poteva sperare che un’Europa unita fosse un po’ come la Svizzera dove chiunque sa un po’ di tedesco, di francese o di italiano e finisce per sintetizzare un po’ di valori e idee veicolate dalle diverse lingue, magari anche di leggere qualcosa. Invece è l’esatto contrario: nonostante lo sviluppo del turismo e degli erasmus, l’uomo medio ne sa molto meno di prima sui propri vicini, perché annulla le differenze e i caratteri attraverso una sorta di filtro standardizzato che cancella i riferimenti spazio temporali.

Ora tutto questo non è che il riflesso del fallimento cui è andato incontro il progetto europeo, ben presto finito nelle mani di oligarchie del denaro che dovendo escludere i popoli, troppo pericolosi per i propri obiettivi, hanno prima di tutto lavorato per isolarli e permettere loro di comunicare con un interfono che sembra a prima vista una facile soluzione, ma che in realtà aggiunge un diaframma che fa filtrare solo concetti standard e conformisti. Potremmo parlare a lungo di questo e del suo influsso su ogni campo della vita occidentale, ma in ogni caso tutto questo fa il paio con l’esclusione dei popoli dalle decisioni dell’elite dominante: tutte o quasi le volte che i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi  sui vincoli europei li hanno bocciati. Hanno detto no all’euro i danesi, i norvegesi sull’entrata nella Ue, gli irlandesi sul trattato di Nizza, i francesi e gli olandesi sulla costituzione continentale, poi trasformata nel trattato di Lisbona perché potesse essere votato dai soli parlamenti e ciò nonostante gli irlandesi hanno successivamente detto no a questa ignobile carta del neoliberismo, i Greci hanno detto no alla Troika. Ma in un modo o nell’altro tutte le volte si è trovato modo di rifare le consultazioni popolari, di cambiare la forma burocratica dei trattati, di annullare le volontà popolari. In Italia dove l’Europa, prima di rivelarsi matrigna era la speranza di essere governati meglio, si è addirittura ricorsi a un referendum illegale e anticostituzionale. La distruzione delle culture e delle lingue non è che l’antecedente e la conseguenza di tutto questo: anzi peggio è il fondamento di una nuova estraneità di cui si sentiranno tutto il peso e le conseguenze le generazioni che verranno dopo il crollo dell’impero mercantile.


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