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Chiama Conte 3131

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E poi non dite che gli italiani non sono brava gente, quando c’è un evento tragico, un terremoto, una catastrofe eccoli che mettono mano al cellulare e via con gli sms, generosi e indifferenti alla destinazione che prenderà il loro caritatevole contributo.

E difatti abbiamo saggiato ancora una volta la potenza della mobilitazione popolare in caso di disastro proprio  quando in contemporanea con la conferenza stampa di Matteo Renzi e poi dopo, il centralino di Palazzo Chigi è stato “intasato”, riportano i media e i social, dalle telefonate di centinaia di cittadini che volevano trasmettere i loro messaggi di sostegno e incoraggiamento a Conte. Tra queste la più toccante, secondo AdnKronos, è quella di “una signora di Palermo che ha chiamato in lacrime pregando il centralinista di riferire al premier di  non mollare, di non abbandonare gli italiani“.

Peccato che non sia stato istituito un numero verde con numero di CC presso una delle banche amiche per destinare i sia pur modesti contributi alla “ricostruzione” dell’esecutivo e in sostanza della democrazia, secondo nuove regole che modernizzino gli usi della partecipazione e li adeguino al desiderato inizio dell’era digitale.

Altro che piattaforma Casaleggio, altro che preferenza online come all’Isola dei famosi: il futuro anche grazie alla spinta del Covid e all’opportunità di realizzare un distanziamento sociale e pure elettorale che renda ancora più remota la cerchia dei decisori dalla marmaglia accettabile solo quando esprime consenso, dovrà essere così, plebiscitario con un clic, accessibile comodamente e con un’app anche dal divano di casa.  

Ovviamente l’operazione piace molto ai naufraghi del partito maggioritario al Governo, che su Fb si scambiano infervorati aggiornamenti sulla splendida disponibilità dei centralinisti, intenti a far dimenticare le frustranti attese che ogni cittadino subisce a suon di 4 stagioni di Vivaldi, quando cerca di accedere a servizi e call center di aziende di interesse collettivo, all’Inps, a ospedali e numeri verdi istituiti in occasione della pandemia.  

E come è esaltante interagire con una voce umana invece dei burberi risponditori automatici, che rassicura l’interlocutore che il massaggio sarà recapitato. E come è entusiasmante scambiarsi le cifre di qual “movimento spontaneo” che, da “boom delle prime ore”, è diventato uno “tsunami”, come recita qualche testata online.

E dire che il povero Conte aveva dovuto sospendere provvisoriamente lo stato di eccezione per un referendum che doveva avere lo stesso effetto, diventare con un certo investimento e con qualche perplessità sull’efficacia, una specie di plebiscito in favore del suo governo. In quel caso il simpatico zerbinotto non è stato aiutato dal maldestro bulletto, ha dovuto promettere insieme a una coalizione sparpagliata e  poco convinta, grandi riforme istituzionale, che, a virus in ripresa, sono state rimesse nel solito cassetto. Invece in questo caso, probabilmente su suggerimento del suo consulente più addestrato dall’esperienza, ha coronato il sogno di ogni piccolo aspirante golpista a cominciare dal suo competitor, ottenere un consenso ecumenico e unanime fuori dalle  polverose urne, dalle aule grigie e sorde, dalle scuole che toccherebbe riaprire per l’occasione, con un piccolo esiguo costo alla chiamata.

E d’altra parte che cosa meglio di questo potrebbe materializzare l’utopia dell’e-democracy, completare quel processo iniziato mettendo i like alla comunicazione istituzionale trasferita su Twitter e Facebook, alla misurazione dell’efficacia e della popolarità dei leader grazie ai commenti in margine a profili giudiziosamente tenuti da personale mercenario a caro prezzo, in modo che la democrazia diretta si perfezioni tanto da moltiplicare i profitti delle major,  Tim, Vodafone & soci, da sottomettere ogni azione alle regole e al controllo dei signori della app, Colao e Arcuri in testa.

Adesso non ci resta che lavorare intorno ad accorgimenti  capaci di stimolare i comuni cittadini a interessarsi delle questioni monotone e arcaiche di cui è fatta gran parte della politica in modo che il rito  dell’e-voting  diventi elettrizzante: selfie che immortala la celebrazione da condividere, scontrino in diretta della chiamata se pagata con carta di credito e il diritto a premi e cotillon, interazione di app in modo che alla certificazione di avvenuta votazione si aggiunga quella di vaccinazione.

È che a questa cricca di governo e opposizione mancano le buone letture, Non avevano capito che i riferimenti al Grande Fratello riguardavano un libro profetico su una tremenda distopia realizzata e hanno creduto si trattasse del reality.


Bene comune nuclearizzato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A 34 anni dal referendum con il quale gli italiani risposero a quesiti diretti ad abolire le norme sulla realizzazione e gestione delle centrali nucleari, i contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari, le procedure di localizzazione delle centrali nucleari, con il nullaosta   dei ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, la Sogin (la società pubblica responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi) ha reso pubblica la mappa con i luoghi potenzialmente idonei  ad accogliere un sito nazionale di raccolta e trattamento delle scorie.

Ora è accertato che la pazienza ci difetta solo nel caso della sperimentazione e somministrazione di vaccini confezionati in quattro e quattr’otto per rispondere alla richiesta del mercato, mentre pare diventata una italica virtù quando si tratta di scuola, cure, trasporti, servizi, risarcimenti, aiuti.

E quindi possiamo far finta che i più di 30 anni di riflessione, studi, indagini compresa quella richiesta pressantemente da sei anni   dall’Isin, l’ispettorato per la sicurezza e la radioprotezione rispetto al rischio sismico, test condotti nel più rigoroso riserbo siano stati suggeriti dall’opportunità di fare le cose come si deve, che le scelte fossero ispirate al principio di precauzione, al rapporto costi/benefici oltre che ai più elementari criteri di sicurezza.

 Così è trascorso quel tempo senza che, salvo  qualche intemperanza di esuberanti ambientalisti e disfattisti Nimby, si conoscessero  le localizzazioni del nucleare “vicino a casa” in una ventina di depositi temporanei, le misure  di salvaguardia applicate a tutela dei cittadini e dell’ambiente, i costi per la collettività dei queste sistemazioni temporanee e i profitti dei soggetti che se le sono prese benevolmente in carico.

Adesso però è  tempestivamente pronta la Carta con l’individuazione dei siti candidati alla realizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico che non può mai mancare come compensazione “morale” ed ecologica, il tutto oggetto di una densa documentazione offerta dal 21 gennaio alla consultazione popolare, dopo cioè che il ventaglio di localizzazioni è già state identificato.

Difatti le reazioni non si sono fatte sentire: le aree  candidate per accogliere l’ospite indesiderato sono 67 in base ai criteri previsti dall’Ispra, alla congruità con i requisiti indicati dall’International Atomic Energy Agency (Iaea), e dovrebbero “funzionare” a partire dal 2025. Si tratta di 8 siti in Piemonte,  2 in Toscana, 22 in Lazio tutte in provincia di Viterbo, 14 in Sardegna, e 4 in Sicilia, 12 e 2 in Puglia cui se ne aggiungono 4 a cavallo tra le due regioni.  

Esiste una gerarchia – ma siamo ormai abituati all’impiego del cromatismo del rischio tra giallo arancione  e rosso –  in modo da distinguere le “molto buone” che si concentrano in Piemonte (due in provincia di Torino e cinque in provincia di Alessandria) e nel Lazio (cinque in provincia di Viterbo), e le “buone”, a Alessandria, in Val d’Orcia, tra Pienza e Trequanda, a Campagnatico nel Grossetano, e poi tra Altamura e Matera e a Taranto. Infine quelle che insistono in territori insulari o in zona sismica, quindi meno idonee, in provincia di potenza, in Sardegna e in Sicilia, nel viterbese e in Basilicata.

Si capisce subito a una prima occhiata che l’elenco delle candidature non abbia incontrato il gusto del pubblico. C’era da aspettarsi che la capitale della cultura Matera, che la Val d’Orcia con i suoi gioielli d’arte e paesaggio, che le geografie die vigneti piemontesi, si volessero  sottrarre a una importuna presenza incompatibile con un destino di meta turistica per eccellenza. Ma sarà legittimo no? che città e luoghi segnati e feriti da altre condanne al brutto, o al malato dicano no a un incremento di pena, se guardiamo a Taranto, alla Basilicata ingannata da anni di promesse di industrializzazione. O che la Campania della Terra dei fuochi, il Veneto che dopo aver distribuito in altre destinazioni i rifiuti avvelenati, se li vede restituire in intere zone ormai ridotte a discariche avvelenate a ridosso dei vigneti del prosecco e a cura della stessa criminalità,  non vogliano prestarsi anche a questo.

Il piano maturato in tutti questi anni prevede il solito repertorio di piccoli risarcimenti, le chiamano compensazioni, per le popolazioni interessate, sotto forma di alberelli decorativi, vari camouflage, sponsorizzazioni di squadrette locali, e il solito inganno, quello della creazione di un formidabile bacino occupazionale sicure e garantito.

E c’è poco da criticare lo scarso senso di responsabilità, materia come al solito delegata in uso esclusivo alla cittadinanza,  dei potenziali ospiti, poco persuasi, malgrado da mesi tutto concorra a fortificare l’autorevolezza della scienza e la fiducia nel progresso che determina, dell’adozione e attuazione di misure intese a tutelare sicurezza e salute. Quando per anni il senso di responsabilità del ceto politico e imprenditoriale si è manifestato mandando i veleni via nave oltre il Mediterraneo in posti e tra popolazioni che se li meritano nel quadro della nostra esportazione di democrazia e civiltà, facendo attraversare Venezia da Grandi Navi, trivellando l’Adriatico, tagliando le risorse per ospedali, scuole, consegnando la ricerca all’industria, demolendo l’edificio di garanzie e conquiste del lavoro, usando come carburante per opere infrastrutturali la corruzione mentre il territorio era in stato di incuria e abbandono.

Invece è lecito rimproverare che certe preoccupazioni si materializzino solo ora, con rischio alle porte, avendo trascurato in rischio entro le mura, quello di innumerevoli “prodotti” ad alto rischio, collocati da noi da quella “democrazia americana” che tanto ci fa palpitare di solidale vicinanza, in Sicilia, in Sardegna, in nostre geografie convertire in poligono e laboratori di sperimentazione.

O che la minaccia nucleare si faccia palpabile ora,  mentre si è taciuto quando il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg ha voluto ricordare che «in un mondo così incerto, le armi nucleari continuano a svolgere un ruolo vitale nella preservazione della pace», come c’è da aspettarsi da Biden, dimostrando che si tratta di una “tecnologia” e di materiali preoccupanti in Iran ma confortanti in Israele e che se poi sono pericolosi basta trasferirli in stati satelliti, cialtroni ma obbedienti, colonizzati anche nell’immaginario.

E d’altra parte non è un caso che adesso sia arrivato il momento giusto, quello nel quale si deve provvedere a mettersi in riga con la procedura di infrazione aperta dalla Commissione.

E non tanto perché bisogna spicciar casa per meritarsi la partita di giro della beneficenza coi nostri soldi, ma perché alla faccia dell’economia sostenibile, dei  business green friendly, del keynesismo verde, e in grazia di Greta, che non certo  inconsapevolmente ha contribuito a riproporre un nucleare affidabile “che  può essere la piccola parte di una grande soluzione per avere energia non carbon” ( sono le sue parole), l’Ue è determinata a “affrontare” il cambiamento climatico con una decarbonizzazione largamente affidata al business nucleare, quello che si presta meglio alla finanziarizzazione della salvaguardia ambientale.  

Adesso possiamo aspettarci le solite reprimende, quelle contro i disfattisti, gli ignoranti che rifiutano il progresso e le responsabilità che ne derivano per tutti, ovviamente i tutti di serie B, ai quali si rimprovera esplicitamente di essersi espressi con l’ultima forma di partecipazione concessa, il referendum che in certi casi si dimostrerebbe una sterile rivendicazione di sovranismo e populismo, no al nucleare, si all’acqua pubblica, a conferma della incompatibilità dello sviluppo e della democrazia.


Lavoro agile, lavoratore immobile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che ormai sia obbligatorio schierarsi in una curva, sventolare i gagliardetti di una tifoseria, pena l’arruolamento vergognosa  nella fazione silenziosa degli “indifferenti”. Ma c’è una novità, l’anatema e l’ostracismo non vertono sui contenuti e i temi del confronto non pacifico, ma ormai sulla base delle frequentazioni “ideali” di occasionali compagni di strada o di merende.

In campagna referendaria il fronte del Si grazie alla rimozione della condivisione delle scelte con promotori come Salvini, rimproverava a quello del No lo scandaloso sostegno di Prodi, poi anche di Brancaccio e Montanari, fino a ieri idolatrati,  e soprattutto la propaganda dei giornaloni, così non c’era modo di ottenere una risposta sensata al semplice e modesto quesito di fondo, se cioè un taglio lineare dei parlamentari avrebbe potuto costituire un miglioramento nella selezione del personale politico e delle sue prestazioni.

Allo stesso modo è doveroso sostenere il Governo Conte 2 – il Conte 1 è stato sottoposto a una benefica damnatio memoriae come non fosse mai esistito, anche se sono ancora bellamente in vigore misure, leggi e altre vergogne riconducibili unicamente alla presenza del buzzurro.

Perché altrimenti, è evidente, stai con Salvini, con Berlusconi, perfino con Confindustria, anche se a nessuno può sfuggire che quella detta e i ministri scrivono, a cominciare da quelli  che vengono applauditi quando si recano in pellegrinaggio a recare la buona novella  delle elemosine europee elargite a strozzo coi nostri soldi, altrimenti sei assimilato ai terrapiattisti e ai negazionisti del Covid.

Lo stesso vale per lo smart working, che bisogna doverosamente apprezzare in qualità di contromisura agli assembramenti nei luoghi di lavoro e sui mezzi di trasporto, che da marzo a oggi non sono stati adeguati alle nuove esigenze di sicurezza.

Guai agli  sprovveduti che avanzano riserve: ma non sarà che così si dà luogo a forme contrattuali ancora più precarie e anomale; ma non sarà che così i lavoratori sempre più isolati gli uni dagli altri sono più esposti a ricatti e intimidazioni; ma non sarà che si tratta di una bella pensata per condannare le donne ad accettare e a essere anche contente del doppio lavoro tra cucina e  pc, proprio come una volta con la macchina da maglieria o a confezionare guanti; ma non sarà che così certe mansioni garantiranno al datore di lavoro una disponibilità dei dipendenti h24, che nella valigia delle ferie, per quelli che possono permettersele, ci si dovrà portare il computer, il modem, la chiavetta, a spese del vacanziere che vuole troppo?

Guai sollevare queste obiezioni che denunciano l’appartenenza alla schiera di fan di Ichino, i dissuasori misoneisti del progresso che denunciano i poltroni del sofà, i flaneur, i perdigiorno che si sono finalmente liberati del cartellino.

Anche in questo caso è vano portare dati, numeri, statistiche, che valgono solo se prodotte dalla cerchia dei santoni resilienti.

Meglio non fargli sapere  dei risultati di una indagine condotta dall’Inapp, L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, ente pubblico  che svolge analisi, monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi per il  lavoro, che mette in guardia non solo dalla  perdita delle relazioni sociali (62%), effetto del “lavoro agile”, della mancanza di separazione tra ambiente domestico e ambiente lavorativo (32%) dei rischio di un sovraccarico di lavoro (21%), ma pure delle difficoltà di far pagare ai “corretti” la latitanza degli sfaticati.

Lo smartworking, dicono, stravolge l’organizzazione degli uffici, induce nuovi ritmi, cambia abitudini e orari, altera il rapporto spazio-tempo, rivoluziona la vita delle città, ma, secondo l’Inapp,  incrementa le  disuguaglianze sociali.  

Ha infatti permesso a chi già aveva un reddito più alto di continuare a lavorare , mentre ha prevalentemente sospeso le occupazione  inadatte (manifatturiero, manuale in genere) allo smart work accentuando ancora di più le disuguaglianze tra generi e lavoratori, favorendo  chi percepisce già redditi alti (in prevalenza uomini)   creando un vantaggio salariale (calcolabile almeno nel  17%) a scapito dei  più deboli (con mansioni meno qualificate) e, in generale, delle donne.  

Per chi fosse curioso di sapere da che parte stare vale invece la pena di riportare i pareri di direttori del personale, riuniti nell’Aidp e dei manager interpellati, entusiasti delle prestazioni, della riuscita e dei profitti del lavoro agile e persuasi della sua bontà, tanto che più del 68% si dice talmente convinto da prolungarne l’applicazione indefinitamente, con indubbi vantaggi:   risparmio di tempo e costi di spostamento per i lavoratori; aumento della responsabilità individuale; maggiore soddisfazione dei dipendenti e miglioramento della vita in termini di work-life balance (si indica così la “opportunità” di bilanciare in modo equilibrato il lavoro, carriera e ambizione professionale, e la vita privata famiglia, svago, divertimento, come fanno da sempre – guarda un po’, le donne obbligate a sostituire il sistema di welfare, di assistenza, di istruzione).

Insomma deve diventare  uno “strumento strutturale dell’organizzazione del lavoro con percentuali superiori rispetto a prima…Si apre, così, una nuova fase di ripensamento del futuro del lavoro in cui bisognerà ben bilanciare le opportunità con gli svantaggi e soprattutto sarà necessario uno spirito collaborativo tra le parti”, quello spirito sempre invocato da quelli che ci ricordano che “siamo tutti sulla stessa barca”, pronti a  farci affogare alla prima ondata ma con la coscienza a posto.

 La scadenza per le disposizioni che consentono alle aziende di decidere unilateralmente l’adozione del lavoro da remoto è attualmente fissata al 15 ottobre. Sarà naturalmente “influenzata” dal prolungamento dello stato di emergenza che permette al miglior governo che ci potesse capitare, alle regioni e ai comuni di chiamarsi fuori dal dovere di garantire mezzi di trasporto che garantiscano le elementari condizioni di sicurezza e alle aziende di osservare le regole e i principi di precauzione sottoscritti in forma “volontaria” grazie a un inverecondo accordo unilaterale firmato per esonerare da eventuali responsabilità collegate direttamente al Covid da imprenditori che hanno sulla coscienza quegli assassinii che vengono chiamati morti bianche e in banca o alle Cayman il malloppo frutto del risparmio in sicurezza e tecnologia e investito nel casinò finanziario.

A guardarsi intorno in difesa del lavoro agile scendono in campo oltre ai profeti della digitalizzazione sul libro paga dei consiglieri speciali dell’esecutivo in sostituzione del Parlamento troppo impegnato a riformarsi,  oltre alle vittime di una concezione del progresso che si illudono che l’automazione ci riscatterà della fatica concedendoci al tempo stesso quel benessere  che ci permetterà di godere le delizie della vita secondo Keynes, oltre a quelli che pensano di essere protetti e esenti nella loro tana, anche altri.

Ci sono gli arresi. Sono  quelli che fanno buon viso a cattiva sorte, che si augurano così di conservarsi il posto magari faticando un po’ meno, quelli che godono i vantaggi di non fare un andirivieni sui mezzi affollati, di non mangiare le orrende e avvilenti vivande della mensa, o la pizza al taglio in piedi, per mettersi via i buoni pasti.

Ci sono quelli che sono appagati di poter stare da soli sul tavolo da pranzo con l’altra metà tovaglia stesa per imbandire il pranzo, o su quello da cucina dove si sgranano i fagioli, perché così si risparmiano il contatto con colleghi molesti, la permanenza in stanzoni malsani, la colonna sonora fastidiosa che accompagna il lavoro negli open space.

Ci sono quelle che si sono dichiarate vinte, e è comprensibile, che così combinano il cottimo legalizzato con la cura della famiglia, l’assistenza ai malati e ai vecchi di casa, le faccende, le corse per portare e riprendere i figli a scuola, a “motoria”, così si chiama adesso la ginnastica governata dalla profilassi pandemica, che così provano meno cocente la rinuncia a ambizioni e vocazioni.

E ci sono i sindacati che sono venuti meno al loro incarico, che hanno scelto altre “mission” tra il Welfare aziendale, il ruolo promosso dalla incompleta informatizzazione di “patronati” sbriga-faccende, e l’attività di consulenti adibiti  a consigliare fondi, assicurazioni, integrative. E che si esonerano dal dovere di testimoniare e rappresentare gli sfruttati, che non hanno piazza nella quale manifestare, né scioperi per rivendicare.

Tutti più o meno, si sono abituati a pensare che così si guadagni in libertà come coi lavoretti alla spina che permettono di scegliersi il percorso e l’orario di consegna della pizza.  Che sia meno pesante il tallone di ferro, se il capufficio non ti sorveglia dal suo box, che guadagni in salute con il distanziamento che più sociale di così non può essere, e in salario se ti sottoponi a un cottimo volontario, restringendo il riposo per produrre di più.  

Mentre la libertà è un’altra cosa, quella in nome e grazie alla quale si sarebbe dovuto lottare per orari decenti, remunerazioni dignitose, servizi efficienti, posti di lavoro sicuri, condizioni contrattuali giuste e legittime. Quella cui in troppi si sentono in dovere di rinunciare, in cambio della sopravvivenza. Ma non è mica vita quella.


La parabola dei ciechi

Ho letto e ascoltato da diverse parti lo sgranarsi di un rosario consolatorio per la sconfitta del “no” al referendum: in fondo – si dice – il 30 per cento delle persone si è opposta al taglio del Parlamento, è comunque una massa notevole di persone contraria alle manipolazioni costituzionali, nonostante tutti i partiti “consigliassero ” il si. Ma sono balle: la sconfitta è stata rovinosa al di là di tutte le considerazioni sulla percentuale reale di voto, perché dimostra che la maggioranza ha scelto il partito della catastrofe finale della democratizia e che troppo persone, prive di riferimenti e persino della minima educazione politica, fanno ruminare la pancia ormai vuota invece della testa, rimanendo vittime della loro stessa superficialità . Ancora oggi, dopo mille tradimenti, vanno dietro le parole d’ordine del qualunquismo pentastellato e non si sono accorte del vuoto, anzi della trappola che essa rappresenta. Non voglio fare la parte dell’intellettuale distaccato e con la puzza sotto al naso, quello che aveva capito tutto e che disprezza gli errori degli altri: in realtà non avevo capito nulla, a un certo punto mi sono  convinto anche io – nonostante  tutta l’insopportabile carica di demagogia dei Cinque Stelle ( e badate non parlo di populismo che è una parola artificiale creata dall’oligarchia di comando, priva di un vero significato ), nonostante il vaffanculismo sbracato, ma in qualche modo anche patinato e studiato di  Grillo, nonostante l’escatologia internettiana di Casaleggio –  che il movimento avrebbe potuto essere utile al Paese per liberarsi della sua decrepita e corrotta classe dirigente o quanto meno per contenerla. Se non ci fosse stato Potere al Popolo, irresistibile benché inutile metadone per un drogato, avrei votato per i Cinque stelle alle politiche e comunque ho votato per la Raggi a Roma. Così adesso sono servito visto che basta il primo temporale dopo mesi di sole per mettere in ginocchio la città.

Per la verità nel momento iniziale della crescita pentastellata mi aveva assalito qualche dubbio: i rapporti “amerikani” del guru Casaleggio, l’ingombrante presenza di Sassoon che in pratica vuole dire Rothschild,  la formula dei meetup che permetteva candidature a fronte di voti condominiali e che comunque si sottraevano a qualsiasi controllo, persino l’inaspettata benevolenza di qualche think tank della post sinistra e neo destra, mi avevano fatto sorgere il sospetto o per meglio dire la sensazione che vi fosse qualcosa di eterodiretto nel movimento. Ma dal momento che di sospetti non si vive, anzi si muore, a un certo punto bisogna pure rischiare. Purtroppo sin dai primi mesi dopo la vittoria pentastellata ho compreso che la prima impressione era quella giusta: il movimento serviva a sterilizzare la protesta, non aveva alcuna intenzione di cambiare davvero qualcosa e se per caso questa intenzione ci fosse in alcuni, non c’era la capacità e la possibilità di farlo: così il movimento, passo dopo passo si è rimangiato tutte le promesse, ha trasformato la sua idea migliore, ovvero quella del reddito di sostegno in un’ennesima e banale operazione clientelare al Sud ed infine è diventato persino determinante in Europa per la vittoria dello status quo, ovvero di tutte le tesi e le politiche considerate letali dal movimento. La deriva è stata compresa dall’elettorato che infatti ha decimato i voti dei Cinque stelle, ma quello stesso elettorato non ha saputo tirare le somma e comprendere il vuoto che c’era dietro la retorica dell’antipolitica e ha pensato di colpire la casta con la riduzione del Parlamento senza un riassetto complessivo delle istituzioni: non ha minimamente sospettato di aver rafforzato ulteriormente la razza padrona e di avere posto le premesse per rendere quasi impossibile la nascita di una qualche opposizione. Ha aumentato il potere dei cialtroni e che essi siano di meno non ha alcuna importanza, anzi è ancora più preoccupante.

Ora siamo in una situazione che definire paradossale è persino riduttivo con un Parlamento pieno zeppo di deputati e senatori di una forza politica che non esiste più e che tuttavia proprio da questa circostanza prende la forza per evitare un ricorso alle urne e proseguire la legislatura fino alla consunzione totale del Paese. Proprio questo non allontanerà affatto la prospettiva dell’arrivo di Draghi, con tutto ciò che essa significa, anzi la potenzierà rendendo di fatto inagibile qualsiasi resistenza. Nella prospettiva di un taglio dei Parlamentari anche la nascita di una consistente fronda all’interno dei Cinque Stelle diventa fantascienza, poco più di un giochetto mediatico tanto per sporcare di inchiostro qualche pagina visto che castrati da loro stessi e questo la chiamano vittoria. Con un Paese così, cosa si potrà mai fare per evitare il peggio?


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