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MoSE e gli adoratori del Vitello d’oro

mosAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sta svolgendo in queste ore che quella che inappropriatamente, pare, è stata chiamata l’inaugurazione della formidabile opera ingegneristica cui è stata delegata la salvezza di Venezia dai marosi dell’Adriatico.

La toccante cerimonia sarà in “tono minore”, dedicata soprattutto a celebrare lo spirito di abnegazione di maestranze e dipendenti delle varie cordate e dei vari enti che si sono spesi per la sua realizzazione, e che saranno presenti orgogliosamente a fianco di autorità sobriamente compiaciute.

Niente di paragonabile insomma con ben altra liturgia celebrata in Palazzo Ducale nel 1986 a vent’anni dall’alluvione e a due dalla seconda Legge Speciale per la città, quando il presidente del consiglio Craxi sbarca in Laguna per annunciare che si sta dando il via a un progetto che risponderà “per grandezza alla gravità dei problemi della Serenissima, grazie ad “opere di tutela che verranno ultimate entro il 1995”.

Due anni dopo la promessa viene replicata dal vice presidente del Consiglio De Michelis, giunto in visita pastorale per inaugurare il prototipo delle dighe mobili, collocato sul canale di Treporti. Simbolo, proclama, del “successo del partito del fare contro quello del non fare”.

Fin troppo facile a tanti anni di distanza e a vedere quello che è successo, dire che quello è il monumento più che del Fare del Malaffare, intoccato perfino dai venti del ciclone di Mani Pulite dal quale uscirono quasi indenni non i leader sponsor politici dell’impresa,  (salvo l’ineffabile e inossidabile Prodi cui si deve  addirittura l’istituzione del Collegio di esperti internazionali  che “approva” l’opera)  ma i manager della cordate impegnate, da Baita a Mazzacurati (che nel 2014 avrà dal Consorzio del quale è stato presidente una liquidazione di 7 milioni a riconoscimento dell’encomiabile impegno) a Zamorani, a Scaramuzza, in sella fino alla seconda bufera, quella del 2013/2014.

Tutto era iniziato con l’acqua granda, anzi grandissima,del 1966, cui segue nel 1979 un’altra disastrosa mareggiata: in risposta alla mobilitazione internazionale nel 1980 il Ministero del Lavori Pubblici incarica una commissione di sette tecnici di studiare un progetto di regolazione del flussi di marea, che si concretizza in un primo studio di fattibilità dal nome “Progettone”, come i gelati maxi in ossequio al gigantismo di moda allora. E che infatti prevede un sistema di grandi paratie mobili.

Nasce così il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, poi diventato MoSE approvato dal Consiglio comunale, dal comitato Tecnico Scientifico e dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, sia pure con qualche obiezione di quest’ultimo:  la principale controindicazione alla realizzazione dell’intervento pare risiedere proprio nella riduzione del ricambio  idrico che comprometterebbe la qualità e l’equilibrio delle acque lagunari.

Ma le osservazioni non fermano il “progresso”, anzi diventano l’occasione per avviare un’altra potente e muscolare iniziativa imprenditoriale, un piano, maxi anche quello, di disinquinamento della Laguna e della città consegnato fiduciosamente nelle mani di un Consorzio costituito da una cordate di imprese operanti nel settore impiantistico e dell’ingegneria civile, il cui presidente è l’intramontabile Luigi Zanda e il direttore è appunto Mazzacurati.

Appena costituito al nuovo soggetto vengono dati in concessione lavori i più svariati, subito  contestati, ma inutilmente, dalla Corte de Conti che ravvisa come l’affidamento di interventi di costruzione e gli incarichi di studio e sperimentazione che dovrebbero sovrintendere siano in evidente conflitto di interesse e diano luogo a un regime monopolistico in aperto contrasto con le leggi.

Macchè, trovato l’inganno, viene subito fatta la legge per autorizzarlo: nella seconda Legge Speciale per la Salvaguardia di Venezia viene inserita una norma che prevede la possibilità di affidare a un “soggetto unico” gli studi, la progettazione e le opere per la tutela di Venezia e della Laguna in deroga alla normativa sui lavori pubblici.

E il mostro giuridico viene così autorizzato a godere della pioggia di quattrini pubblici che a vario titolo cominciano a piovere sulla città: 600 miliardi di lire per il triennio 1984-1986 intanto, in attesa che altri fondi e altre decisioni vengano definite in capo al nuovo soggetto operativo, anche quello maxi: il Comitatone, che ha il compito di coordinare interventi, spese, e, soprattutto, gli affidamenti mediante concessioni in forma di trattativa privata a società, imprese, cooperative e i loro consorzi, sotto l’occhiuta vigilanza del Ministero del Lavori Pubblici.

Comincia cosi la maxi Pacchia per il malaffare e la corruzione a norma di legge. Nell’ottobre del 1994 il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici dà il via al progetto esecutivo del MoSE, 78 paratie ( cassoni di ferro larghi 20 metri e ancorati col cemento in fondo al mare) collocate in serie per chiudere le tre bocche di porto in caso di acqua alta superiore al metro.

Il regime di monopolio è anche ideologico e tecnologico: qualsiasi alternativa viene demolita come inefficace a priori o visionaria, le osservazioni sull’impatto ambientale di una costruzione ingegneristica pesante che esercita una pressione poderosa e insensata su un equilibrio idrogeologico delicato e vulnerabile vengono liquidate come ubbie di anime belle che ostacolano il progresso, tanto che il parere negativo emesso dalla Commissione di valutazione di impatto del Ministero dell’Ambiente del 1998 viene bollato dal Comune, dal Governo e da esperti internazionali subito mobilitati e che, secondo i risultati di una inchiesta della magistratura, sono stati “rimborsati” per viaggi, soggiorno e pareri illuminati dal Consorzio,  come complotto disfattista teso a concorrere alla morte della Serenissima. Così nel 2000 il giudizio della Commissione Via viene annullato dal Tar per vizi procedurali.

È che nessuno prima o poi osa opporsi, dopo un iniziale ostilità anche il sindaco filosofo si chiude nel suo appartato eremo ideale dello Steinhof, impegnato a aprire le porte della città a altre cordate e dinastie imprenditoriali non meno invadenti, salvo qualche voce isolata, gli scienziati padovani, l’instancabile Andreina Zitelli, qualche giornalista che non si è messo in libro paga dei mecenati del cemento, che da anni persegue l’intento meritorio di denunciare quella combinazione di inadeguatezza tecnica, di megalomania, di affarismo, di corruzione, che persegue il disegno di fare soldi sul cadavere di una città da trasformare i museo a cielo aperto, spopolata dei suoi abitanti e dalle attività tradizionali per esaltare una pretesa vocazione turistica, tanto che le acque grandi che si sono susseguite mentre di giorno in giorno affiorava dai fanghi l’intreccio di incapacità e interessi opachi,  sono diventate un’attrattiva per turisti in attesa catartica dell’affondamento.

Risparmio ai miei lettori la citazione delle decine di post che il blog ha dedicato al tema, e che vertono tutti in un modo o nell’altro sulla “specialità” del modello di illegalità collaudato grazie a un’opera che ha divorato soldi pubblici, che fin dai primi interventi si è dimostrata inadeguata a contrastare fenomeni che via via sono mutati: eustatismo, bradisismo, cambiamento climatico e innalzamento dei mari, e che è diventata il format trasferibile da applicare a altri contesti criminali per approvvigionarsi di quattrini sporchi a norma di legge, che mostra continuamente falle, difetti originari e altri aggiuntisi via via, dalla proliferazione di cozze, alla ruggine che la divora, dimostrando che il suo “insuccesso” e i milioni e milioni sottratti alla manutenzione del territorio, a azioni di tutela dell’ambiente, sono stati assorbiti non solo dalla corruzione, ma anche dalla evidente inettitudine dei soggetti imprenditoriali, dalla loro avidità rivelata nell’acquisto e nell’impiego di materiali scadenti, da difetti progettuali sottovalutati per interessi privati.

Nessuno si è davvero opposto, i governi si sono avvicendati ripetendo l’atto di fede, i partiti si sono spartiti consenso, voti e mazzette tramite aziende e cooperative affezionate, si sono goduti qualche frutto avvelenato soggetti di vigilanza e controllo, amministratori hanno fatto carriera all’ombra del mostro e hanno potuto investire in altre imprese altrettanto criminali, il movimento che aveva fatto fortuna con la promessa di qualche No, si è prontamente adattato al credo sviluppista proprio come i bulimici del cemento del Pd, prima ostentando quella ignoranza esibita come la virtù degli innocenti improvvisati, poi chinando la testa di fronte a alleati sempre più volitivi.

E difatti (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/09/litalia-veloce-e-il-governo-balla/) il completamento del Mose rientra nelle azioni improcrastinabili della ricostruzione post Covid. Ci voleva proprio finire un monumento a un’altra malattia, a un’altra peste fatale, l’avidità che corrompe e avvelena.


Ai cittadini non far sapere…

banchett Anna Lombroso per il Simplicissimus

Notti fa dopo aver visto un telefilm scandinavo che aveva come protagonista una giornalista di cronaca nera, non riuscivo più a prendere sonno.

No non era una storia “de paura” anche se quelle rarefatte  atmosfere nebbiose sono inquietanti. No, è che proprio quel giorno avevo letto che all’insaputa di tutti, i consiglieri della regione autonoma siciliana si erano aumentati gli emolumenti come doveroso e meritato riconoscimento per la loro attività al servizio della cittadinanza. Mentre invece nello sceneggiato la cronista si presenta in un ufficio di relazioni con il pubblico di una istituzione e chiede qualcosa che per noi è inimmaginabile, fantascientifico, utopistico: prendere visione delle ricevute delle carte di credito di un amministratore, a cominciare da quelle che dimostrano la sua frequentazione di un night club di audaci spogliarelliste. Da lì avrà inizio la sua indagine a conferma che i paesi più civilizzati non sono esenti dall’eleggere cretini pruriginosi e puttanieri che per giunta pagano i loro diletti coi soldi dei contribuenti, pur sapendo che verranno beccati in flagrante o subito dopo.

Pensate se accadesse da noi, pensate che miserabile repertorio di consumi sconcertanti verrebbe messo a disposizione del cittadino, calzini, leccalecca, mignotte e viados, straordinari per guardie del corpo convertite in reggimoccolo durante incontri piccanti, sexy toys, plateau di ostriche, oltre al repertorio tradizionale di cene, festini, gite con amici e famiglia, appartamenti vista mare, restauri delle seconde case e seconde case stesse, promossi grazie a quella riforma della Costituzione che offrì in tempi non sospetti di secessione- era di moda chiamarla risposta a istanze sacrosante di federalismo –  una superiore autonomia di spesa alle regioni, senza l’onere e la responsabilità di reperire le risorse necessarie a finanziarle.

La modifica del Titolo V prevedeva inoltre nuove competenze (la più importante fu la gestione della sanità) con un incremento dei costi del 74%, il 23% dei quali destinato a coprire quelli di gestione ordinaria,   e una autodeterminazione in materia organizzativa, che permetteva di stabilire quanti consiglieri avere, quanti assessori e come organizzarli. A beneficiarne furono quelle a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, alla pari nella dissipazione combinata con l’impotenza, l’inadeguatezza e l’inefficienza di scatole vuote, cui è stata affidata gran parte delle competenze delle province mai davvero cancellate e consegnata la loro forza lavoro esuberante.

E siccome tra le affezioni patologiche  di queste macchine da traffici illeciti, improduttività, mediatori  nell’ambito dei negoziati opachi cui si è ridotta la conservazione del territorio, la sua pianificazione e i servizi connessi come ad esempio la gestione dei rifiuti, si può annoverare anche l’insaziabilità, si va allargando il numero delle regioni che pretendono maggiore “indipendenza” in materia fiscale, tema caro soprattutto a quelle nelle quali è accertata la più elevata evasione, come in Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano, e Lombardia,  (già godono della compartecipazione all’IVA, e dell’addizionale IRPEF e IRAP ma la rivendicazione riguarda la possibilità di   conquistare altre roccaforti oltre a quelle   già occupate della scuola   e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Figuriamoci se questa operazione avviata da una solida alleanza di governatori leghisti, di presidenti che godono dell’appoggio incondizionate di piazze che chiedono trasparenza e rispetto della Costituzione, di altre che non si accontentano pur potendo approfittare di festose specificità, non è stata preparata da anni limitando per via di legge l’accesso dei cittadini alle informazioni, la possibilità e il diritto a partecipare ai processi decisionali e a prendere visione di capitoli di spesa e di investimenti dai più strategici a quelli apparentemente marginali. Io tanto per fare un esempio inseguo da anni il progetto di venire a conoscenza di quanto spende la Regione Lazio non per la predisposizione del piano regionale dei rifiuti, cimento troppo arduo, ma del più trascurabile impegno generoso e benevolo profuso a sostegno di cinepanettoni e serie Tv magari ambientate in Val d’Aosta o Friuli, o prodotte e girate in paesi esteri.

Infatti in festosa coincidenza con alcuni provvedimenti partoriti dai governi Renzi, come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”, con le misure straordinarie prodotte per semplificare le procedure riguardanti la Tav escludendo la molesta presenza delle comu­nità locali in occasione di deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, con la revisione della Via mirata alla siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, proprio le regioni si sono adoperate  nell’ambito delle leggi di governo del territorio e di tutela del paesaggio e anche adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti e fittizie, a limitare i diritti all’informazione dei cittadini, confermando la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati spontanei,  tec­nici e intel­let­tuali  (come nel caso dell’aeroporto di Firenze) e la volontà che pro­te­sta e opposizione siano retrocessi a pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare.

E’ successo con la sciagurata legge urbanistica dell’Emilia-Romagna o della Sardegna, succede con la Toscana che sulla carta nell’ambito di provvedimenti e addirittura con una legge ad hoc fa mostra di avere a cuore la promozione della partecipazione, ma che da anni non risponde ai quesiti di cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni che chiedono di essere messi a parte delle decisioni relative ai piani strutturali, a quelli paesaggistici, all’iter delle opere, delle infrastrutture e dell’urbanizzazione, né più né meno di quanto è avvenuto per il Mose, o di quanto sta avvenendo per gli stadi o per le Olimpiadi.

Se l’esclusione, se la promozione dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza sono segnali inequivocabili dell’egemonia di un sistema di potere  detenuto da  lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni che così possono disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate, colpevoli di essere por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e campanilistici, allora per questo si deve scendere in piazza insieme a chi combatte ogni giorno senza inni e senza gadget, per i diritti di cittadinanza.

 

 

 

 


Masochisti con le ali

dominantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo detto che per fare una diagnosi del confronto politico in corso, del palcoscenico dove è in scena e dei suoi attori ci vorrebbe lo psichiatra, tra delirio di onnipotenza, perversioni sessuali, caratteri distruttivi, paranoia, schizofrenia e doppia personalità e poi altri disturbi e varie sindromi, di Tourette a vedere il turpiloquio impiegato in sostituzione di pacato ragionare, quella di Capgras che porta a ritenere che un proprio ministro o consigliere sia stato sostituito da un impostore, della Mano Aliena, per la quale chi ne è colpito vive nella falsa convinzione che uno sei suoi arti non gli appartenga ma che agisca autonomamente (molto diffusa tra i perseguiti per appropriazione indebita, reati contro il patrimonio, reati tributari), o di Cotard – convinzione illusoria id essere morti – che a volte affligge ex notabili in disgrazia che ultimamente per combatterla si affrettano ad aderire a Italia Viva.

Oggi però vorrei indirizzare l’attenzione sul masochismo, trattato come degenerazione da Krafft Ebing, che in modo semplicistico può essere definito come ricerca dell’appagamento attraverso il dolore o l’umiliazione, di conseguenza come il desiderio d’essere sottomesso e rimanere in balia di qualcuno. Ma qualcuno poi ha ampliato la definizione di masochismo morale di Freud  per descrivere quello sociale,  come un istinto comune, una possibilità presente in tutti gli esseri umani e che può diventare patologico solo superando certi limiti.

Ecco mi viene da pensare che i 5Stelle stiano superando quei certi limiti, sia che a muoverli sia il “piacere” di mantenere le poltrone, sia, non è impossibile, per spirito di servizio, per obbedienza al credo del “non c’è alternativa” che persuade a farsi possedere dal principio di realtà declinato in forma di scienza del compromesso. E che fa pensare che quell’istinto comune esasperato li consegni a qualche padrone da cui farsi soggiogare, oggi il Pd dopo la Lega che li condurrà a fine certa benché si tratti della violenza di un morto che cammina dominato da un morto in marcia.

Basterebbe rifarsi all’ultimo caso  sul quale ci ha informati con sconcerto e indignazione lo storico dell’arte fiorentino Montanari a proposito dell’Aeroporto di Firenze e del ricatto montato da Renzi attraverso la sua cerchia di irriducibili estesa al presidente della Toscana, che pur tra distinguo di schieramento proprio non vuole rinunciare all’affaronissimo, cui si aggiunge il Mibact guidato dal ministro  Franceschini  determinato a impugnare la sentenza del Tar che dichiarava nulla la Valutazione di Impatto ambientale, fermando l’iter di realizzazione della nuova pista.  Abbiamo così saputo che il programma del sindaco Nardella che comprende un’agenda di oltraggi: Aeroporto dunque, Alta Velocità e incremento turistico nella città sotto osservazione dell’Unisco proprio a causa del suo cambio di destinazione, da città d’arte a disneyland, è stata votata anche dai 5stelle.

Racconta Montanari: “I pentastellati del consiglio comunale di Firenze si sono affrettati a votare il programma di mandato di Dario Nardella (clamoroso salto dall’opposizione all’appoggio esterno), che hanno scoperto essere “del tutto in linea con il programma per le elezioni comunali presentato ai cittadini la scorsa primavera in occasione della tornata elettorale”. Dopo che i loro elettori, inferociti, hanno fatto notare che quel programma contiene anche il pacchetto delle Grandi Opere del Giglio Magico, hanno chiarito che non avevano capito su cosa si votasse, e dichiarato che “è diverso il giudizio sul completamento del nodo Alta Velocità (n.d.r. La linea sotterranea di collegamento tra le tratte AV che, da nord e da sud, arrivano a Firenze,  composta da un doppio tunnel di circa sette km e una stazione interrata 25 metri sotto il livello del suolo, compresa la Fortezza Basso), così come concepito che, nella sua natura di opera costosa e inutile, riteniamo sia l’ennesima occasione dell’incredibile sperpero di denaro pubblico che nulla ha a che vedere con il bene collettivo”.

Accidenti pare di stare all’Europarlamento dopo il voto sulla famosa risoluzione che equiparava nazismo e comunismo, sulla quale ci tocca leggere gli autodafè fino ai non sorprendenti  Sassoli o Pisapia, di quelli che se c’erano dormivano, di quelli che si erano distratti, di quelli che non avevano capito bene, di quelli “che nessuno ce l’aveva spiegato di cosa si trattava”.

C’è davvero da domandarsi se ci sono o ci fanno, se dopo essersi associati alle infamie di Salvini, adesso è arrivato il momento di associarsi all’altrettanto indecente comitato d’affari toscano, che ha riconquistato la festosa accondiscendenza della ministra De Micheli, accusata prima  di partigianeria campanilistica dando la priorità agli interventi emiliano-romagnoli.

Per carità se di masochismo si tratta chissà se sono stati soggiogati fino alla sottomissione dall’immagine del grado più elevato delle quote rosa di Italia Viva, in stivali alti (ci ha appena fatto sapere  nei suoi interventi programmatici  che non rinuncerà mai ai tacchi a spillo, il suo marchio) e frustino. In questo caso dopo il dolore e la gradita umiliazione, la ricompensa parlerebbe la lingua del cemento,   della speculazione, dello sfruttamento del territorio e dei profitti che ne derivano.

Le vicende del nuovo aeroporto di Firenze riproiettano il film già visto di Tav, Mose, Expo, quello  dell’aggiramento delle regole poste a tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni, di annullamento della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, delle scelte decise da una cerchia opaca locale ma con la complicità delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche nazionali e confortate dall’appoggio della stampa, con la sostituzione della necessaria informazione dovuta con le inserzioni a pagamento e con ineffabili offerte di referendum a posteriori e limitati alla cittadinanza locale, dopo che i proponenti: Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge e proprio come ogni tanti si sente riproporre per la Tav.

E infatti la sentenza del Tar – dopo che il Governo Gentiloni aveva tentato per decreto di annacquare gli aspetti più evidentemente “sporchi” della faccenda,  ipotizzando perfino che le decisioni finali fossero attribuite a un Osservatorio dal quale erano estromessi i sindaci interessati all’infuori di Nardella – serviva a ripristinare delle condizioni di legalità, contestando che l’iter precedente e seguente la Valutazione di impatto ambientale del progetto presentava caratteri di illegittimità, a partire dalla variante del Piano di indirizzo di previsione della nuova pista, dalla presentazione alla Via non di un progetto definitivo come prescrive la legge, bensì di un masterplan.

Ma non basta, come al solito intorno all’opera si sono intrecciate varie leggende e narrazioni fasulle, a cominciare dalle previsioni sul traffico aereo che altro non sono che auspici messi alla prova dalla realtà, da quella sul “volano occupazionale”,  quando  già da tempo negli aeroporti della Toscana si assiste alla riduzione ed alla precarizzazione del lavoro e quando si tratta di mansioni poco qualificate, quella sui costi a carico dei privati che esonererebbero gli investimenti pubblici (che ammontano già 50 milioni a fondo perso), o da quella che attribuisce agli aeroporti un ruolo di motore di  progresso, quando gli esempi degli aeroporti di Roissy-Charles de Gaulle,  Nantes, Frankfurt, Narita, e Shiphol stanno a dimostrare che si tratta di città artificiali dentro alle città.

E che comportano interventi pesanti che determinano un tremendo impatto costruttivo, per via del commercio, della logistica e del terziario   che viene sviluppato per rendere economicamente sostenibile l’investimento, una pressione formidabile sul traffico imponendo la creazione di infrastrutture stradali e ferroviaria di collegamento, un impatto inquinante acustico, atmosferico ma anche in termini di consumo di suolo e trasformazioni territoriali e sociali, quelle che hanno mobilitato l’opposizione degli abitanti a Heathrow e Manchester.

Speriamo che i cittadini non siano masochisti e si ribellino perché proprio come la Tav si tratta di un’opera che corrisponde a una aspirazione più velenosa del cherosene,  quello della definitiva trasformazione delle nostre città e del nostro Paese in una parco tematico, con gli abitanti retrocessi a inservienti, affittacamere, osti, facchini, camerieri. Perché è questo che intendono per Italia Viva.

 

 

 

 

 

 


Rea Ilva

Ilva: fumi come teschio,menzione per fotografa tarantina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno ricorda una delle più sfrontate lezioni di realpolitik, impartita da Blair quando dichiarò che in Iraq c’erano stati abusi, crimini, errori, “cose che non si dovevano fare”, ma grazie alla democrazia, venivano riconosciute e la gente poteva lamentarsene. Abbiamo capito che anche gli ultimi arrivati al governo hanno appreso l’insegnamento, quando Luigi Di Maio a Taranto ha “messo la faccia” come avrebbero detto quelli del Pd e  ha fatto qualche pubblica ammissione di sbagli commessi e ritardi. Si tratta di atti certamente lodevoli che starebbero a dimostrare la crescita della sua statura di statista come ha prontamente rilevato qualche entusiasta commentatore deliziato dalla sua “ compostezza, irriducibilità e anche un rigore sconosciuti”.

Perché invece restano però tutti gli interrogativi in sospeso, resta la sostanza della tragedia, resta quella pesante eredità che dimostra la riluttanza del nuovo a scardinare l’immondo edificio criminale del passato. Resta impunita una classe dirigente che ha cambiato collocazione istituzionale o elettorale grazie a vari giri di poltrone, e che negli anni si è macchiata come ha sancito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dei reati di violazione degli articoli  8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, autorizzando la prosecuzione delle attività industriali nonostante le diverse decisioni giudiziali che ne evidenziavano la pericolosità per ambiente e salute.

A Taranto, centraline installate o no,  in funzione o  casualmente spente, si registrano incrementi preoccupanti delle emissioni di polveri sottili, di quelle ultra sottili e un aumento degli idrocarburi policicli aromatici cancerogeni. I Riva si godono il riposo degli ingiusti, salvati dai vari livelli di governo, nessuno escluso: siamo ancora in attesa della sospensione per via di decreto o per inserimento in quello Crescita, della impunibilità per i vertici dello stabilimento. Ancelor Mittel prosegue indisturbata nella produzione compresa quella di ricatti e intimidazioni, promossa da un accordo cappio siglato dal candidato di + Europa Calenda che lo vanta nel suo programma elettorale quale intervento salvifico per 10 mila famiglie di operai tenuti per il collo grazie  all’assunzione di ognuno dei lavoratori tramite contratto individuale a fronte dell’esubero di 3000. A dimostrazione che il nuovo anche per via di indemoniati  alleati, non è in grado o non vuole disfarsi del prima, si tratti di Triv, Tav,  Tap, Muos, discariche, come fossero camicie di forza nelle quali costringere qualsiasi rispetto della volontà popolare e dell’interesse generale. E a conferma che nel calcolo di guadagni e perdite non vengono mai annoverati i più di 500 morti in fabbrica per incidenti, le migliaia di contagiati dai veleni dentro e fuori Taranto, la compromissione irreversibile di piante, terreni, aria, acqua a chilometri e chilometri di distanza e, perchè no?  quella della dignità di una popolazione che ogni giorno ancora viene costretta a scegliere tra fatica e cancro, tra salario e salute, tra sottomissione e dignità.  Tutto questo in una regione che paga il prezzo di una narrazione: la retorica dello sviluppo, mascherando dietro una falsa solidarietà nazionale le pressioni di un colonialismo assistenziale che considera territorio e cittadini  come laboratorio di un esperimento di sfruttamento ad opera di imprenditori e manager avidi, di tecnocrati aziendali e amministratori “progressisti”, che hanno realizzato una trasformazione della cittadinanza in clientela taglieggiata e blandita, una conversione aberrante della quale il sindacato è stato complice consapevole.

Non si capisce che cosa dobbiamo ancora aspettare per chiudere “questa” Ilva ex Riva, ora Arcelor Mittal, il cui piano di acquisizione della fabbrica era stato considerato poco credibile dalla gestione commissariale così come quello di risanamento e che ora si sta fondendo con la tedesca TyssenKrupp, sempre quella,  sia pure con un progetto di nazionalizzazione che più passa il tempo e più si rivela utopistico anche se nei fatti l’Italia ha bisogno di siderurgia . Quanti morti e quali costi dobbiamo ancora subire per capire che non si tratta di un tema locale magari da affrontare con un referendum cittadino come si vuol fare con tutte le controversie scabrose, perché è invece la punta di un iceberg, la più vergognosa, affiorata dal mare di altri siti avvelenati e avvelenatori, proprio là, in un’area di 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro e le sue discariche ma pure la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.

E poi quanti altri: la discarica di Bussi e i veleni riversati nel fiume Pescara, la Centrale Porto Tolle (danno ambientale, stimato dall’ Ispra intorno ai 3 miliardi di euro); l’Ex Pertusola Sud per la produzione dello zinco dismesso nel 2000 (anche qui danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone) o il Petrolchimico Priolo (per il disinquinamento ci vorrebbero 10 miliardi); la Chimica Caffaro di  Brescia ( l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro); le centrali di Brindisi, area Sin ( danno di 3,5 miliardi); l’area frusinate a sud di Roma (un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro, colpevole anche del rischio delle lagune di Grado e  Marano, calcolato in un ,miliardo) ); il Fiume Toce e il Lago Maggiore (la Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per averli contaminati); Cogoleto, una delle zone  più inquinate d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha comportato sconci per quasi un miliardo e mezzo di euro.

Quanta altra Italia dobbiamo veder morire di tossine letali, compresa la complicità con una classe padronale da parte di uno Stato che non ha saputo controllare nemmeno le sue imprese, e di governi e amministrazioni comprate in cambio di consenso e prebende, prima di pensare che le bonifiche sono un onere a carico degli inquinatori come vorrebbe una legge disattesa e derisa, oltraggiata e vanificata tramite altre leggi di segno opposto, nazionali e regionali, come la famosa “antidiossina” prontamente svuotata di portata e significato proprio per consentire all’Ilva di uccidere indisturbata, come il Codice ambiente subito invalidato per quanto concerneva le emissioni dal successivo Milleproroghe.

Quante altre morti renderanno credibili e autorevoli le rilevazioni delle emissioni usate come pelli di zigrino perfino da Vendola che con il suo piglio lirico ebbe la faccia di tolla di rivendicare i “comuni valori cristiani” che condivideva con i Riva e pure con la Marcegaglia, quella degli applausi ai killer della Thyssen diventata poi l’attachée della multinazionale francoindiana, mentre correva sul filo del telefono  la demolizione della autorità scientifica del direttore dell’Arpa, quando si intimidivano i giornalisti e altri se ne compravano, quando si sbeffeggiavano perfino gli amici di partito che osavano far proprie le analisi indipendenti dell’Arpa.

Quanti altri delitti verranno consumati ai danni del territorio e dell’ambiente prima che si riveda l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, e più in generale, che si pensi a ridare forza ai processi di valutazione della pressione sull’ambiente delle produzioni  che i precedenti governi hanno impoverito e limitato in favore delle aziende.

E quanti altri soldi nostri dobbiamo impegnare per salvare oltre alle banche criminali anche le aziende criminali, in attesa di altri misfatti prossimi che si stanno consumando e  si consumeranno nei gioielli di famiglia conservati, come la sorella dell’Ilva, l’acciaieria di Trieste, svenduti a prezzo di favore, chiusi con i loro delitti sepolti che però continuano a mietere vittime, esportatori delle stesse consuetudini a corrompere e ammorbare ben oltre i confini nazionali.


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