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Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


Viareggio, un’ingiustizia che scotta

   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci vuole una gran fantasia per ipotizzare se, come e quando verranno accertate le responsabilità e condannati i colpevoli della catastrofe dell’Hotel di Rigopiano.

Basta guardare al processo per la strage della stazione di Viareggio, definita allora dall’ex amministratore delegato dell’azienda ferroviaria, uno “spiacevolissimo episodio” e alla sentenza, viziata, a detta del suo collegio di difesa, da un imperdonabile “populismo” giudiziario e penale, agitato in un clima di diffuso e facile giustizialismo, per dare un po’ di guazza ai familiari delle 32 vittime, a conferma che ormai l’oltraggio alle vittime rappresenta un trend diffuso e autorizzato dallo spirito del tempo.

Quei congiunti accusati di essere troppo pretenziosi fino alla vendetta, se considerano la condanna  di Mauro Moretti, a 7 anni, dimezzata rispetto alla richiesta dell’accusa,   un “contentino” e  se temono legittimamente che le lungaggini dell’iter giudiziario conducano inesorabilmente alla prescrizione per i reati di incendio doloso e lesioni colpose.  E alla quale c’è da sospettare che non vorranno rinunciare Michele Mario Elia, ex amministratore delegato di Rfi, Giulio Margarita, ex direttore Sistema gestione sicurezza di Rfi e ora all’Agenzia sicurezza ferroviaria, Gilberto Galloni, ex ad di Fs Logistica, Vincenzo Soprano, ex ad di Trenitalia e della stessa Fs Logistica, così come non vi rinunciano ministri, parlamentari, industriali, manager inquisiti per i più svariati capi d’accusa che grazie a quel pregevole istituto possono consolidare invidiabili carriere e conseguire brillanti pensionamenti d’oro.

E infatti malgrado il processo, il cursus honorum di Moretti non si era interrotto, se è stato incaricato di ricoprire il prestigioso posto di amministratore delegato di Leonardo, l’ex Finmeccanica. E non si interromperà: mica la giustizia è uguale per tutti, se per disarcionare chi svolge funzioni di direzione  e amministrazione, secondo il Testo unico in materia di intermediazione finanziaria che richiama un regolamento del Ministero competente, valgono solo le sentenze irrevocabili.

Figuriamoci quindi se il manager di uno Stato che non ha avuto il coraggio di costituirsi parte civile nel processo contro uno dei suoi  boiardi eccellenti, non ricorrerà alle leggi delle sua cerchia privilegiata per non rispettare quelle dell’opportunità, quando già ieri il Cd’A di Leonardo e il collegio sindacale ha confermato la piena fiducia al suo amministratore delegato. E lui potrà  dire che non molla la poltrona per attaccamento all’impresa, per via di quel suo cieco e indefesso aziendalismo che anche i suoi detrattori gli riconoscono e che rivendica ancora in un alato ritrattino che gli dedica il quotidiano di proprietà di uno dei colpevoli delle stragi dell’amianto: sono stato troppo duro, sostiene, nei miei giudizi di allora, ma l’ho fatto per Ferrovie, per tenere insieme la società frastornata dallo “spiacevolissimo episodio”.   Un carattere il suo, molto apprezzato perché riesce sempre a tener fuori “il lato umano”.

Se quello secondo molti è bene che resti fuori, in quanto poco consono a profitto e sviluppo, occupa invece un posto di primo piano il “fattore umano” o meglio quello tecnico. Così pare che l’unico colpevole in tutta questa vicenda sia quell’asse che si è magicamente spostata, in quel  29 giugno 2009, alle 23,48 quando un treno merci partito da Trecate, in Piemonte, e diretto a Gricignano, in Campania, deraglia poco dopo aver superato la stazione ferroviaria di Viareggio e una delle cisterne trasportate dal treno, e carica di Gpl, si rovescia e si squarcia sbattendo a forte velocità contro un ostacolo. Dopo l’impatto, inizia a fuoriuscire del gas che avvolge i binari e le abitazioni che si affacciano sulla linea ferroviaria. L’aria è satura di gas, scoppia  un incendio le cui fiamme, in una frazione di secondo, avvolgono tutto ciò che si trova nell’arco di un centinaio di metri: case, negozi, uffici, automobili.

Fatalità, lo spostamento die quel pezzetto di binario, hanno ripetuto i difensori, destino cinico, baro e imprevedibile. Come è imprevedibile tutto quello che succede qui: valanghe che crollano su hotel costruiti su aree a rischio, scuole che si sgretolano dopo messe in sicurezza antisismiche, territori investiti ogni anno dalle stesse frane e inondazioni. e pure un treno che esplode radendo al suolo Ponchielli, seminando morte e distruzione  peggio che per uno di quegli attentati che fanno tanta paura al  civile Occidente che si ostina a non assimilare ai macellai fondamentalisti anche i radicalizzati del profitto, ai criminali dello sfruttamento, che mettono a rischio le nostre vite e  il nostro futuro senza aspirare al paradiso delle urì, che stanno troppo bene qui in terra, impuniti e impudenti.

 


Sorpresa. Il ministro contro le extension del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte le buone notizie sono così sorprendenti che uno resta stordito, sospetta   motivazioni opache dietro ad estemporanei sussulti di buon senso e di attenzione per l’interesse generale. Mi è successo quando il ministro dei Beni Culturali Franceschini – che periodicamente critico per le sue scelte, più o meno “libere”, in materia di impoverimento del sistema di vigilanza e tutela, per i criteri arbitrari di selezione del personale al vertice dei musei, per i silenzi colpevoli sullo Sblocca Italia e le sue ricadute su paesaggio, centri storici, beni comuni, per le sue “visioni” in materia di valorizzazione del Colosseo, per l’entusiasmo nei confronti della carità pelosa di improbabili mecenati – ha assunto una posizione ferma nei confronti della consegna irresponsabile di Venezia ai corsari delle crociere.

Può darsi dunque che, come a volte accade, la funzione pubblica, il ruolo istituzionale, orientino positivamente chi li esercita e gli impongano di rispettarne la dignità e le finalità di servizio. E anche se sarebbe preferibile che i rari no assumessero la forma di decreti, provvedimenti, misure, ci accontentiamo che il ministro, dispiacendo a tutta la platea degli Stati generali del turismo sostenibile a Portici, abbia bocciato la soluzione Canale Vittorio Emanuele, quella proposta dal sindaco di centrodestra Luigi Brugnaro e che in Laguna ha messo d’accordo Lega Nord e Partito democratico, la capogruppo dem in Regione Alessandra Moretti e Paolo Costa, il potente e prepotente presidente dell’Autorità portuale, sottintendendo che la sua contrarietà non si limita al nuovo scavo, che minaccia il già precario equilibrio del sistema lagunare,  ma si estende al criminale passaggio delle navi da crociera in laguna.

“Il turismo delle grandi navi a Venezia ci andrà comunque, ha detto Franceschini, ma mi chiedo se non abbia più senso utilizzare come hub il Porto Vecchio di Trieste. Dobbiamo andare avanti anche a costo di scontentare qualcuno”.

E la lobby degli scontenti si è fatta subito sentire, dalla trombata fresca di parrucchiere, promoter locale del Partito Unico anche per via di promettenti andirivieni che hanno caratterizzato la sua carriera, per fortuna resistibile, al neo sindaco, comunicatore dinamico e coattivo che emula su scala territoriale i fasti del cavaliere,  che però ha lasciato scadere i termini per la presentazione delle linee programmatiche dell’azione della sua giunta, iperattivo e cinetico in annunci scandalosi, ma letargico nell’avviare interventi concreti – e forse è meglio così, dal governatore Zaia che si ricorda di Venezia solo quando c’è da mungere, al presidente della Venezia Terminal Passeggeri, Sandro Trevisanato, che rintuzza che i “turisti vogliono venire a Venezia e non a Trieste …. dove non c’è niente da vedere…”, come invece vorrebbero i soliti disfattisti, da Celentano a Italia Nostra, da anarchici insurrezionalisti  screanzati che cercano di ostacolare il legittimo sfiorare San Marco di condomini alti più di 60 metri quando in città l’altezza media delle case non oltrepassa i 15, dall’anima nera Paolo Costa, presidente dell’Autorità Portuale   (nonché ex sindaco ed ex ministro delle Infrastrutture) che a un tempo si preoccupa dell’interesse del suo ente, delle cordate amiche che circolano intorno al vero padrone della città, il Consorzio Venezia nuova, quello dell’eterna “ammuina”, scava e riempi, in modo da fare lo stesso con le tasche dei contribuenti e con quelle degli imprenditori,  e di quelli  dei pirati delle multinazionali delle crociere, e ai loro rappresentanti, gli unici a beneficiare davvero del quotidiano attentato alla città, insieme alle corporate dei viaggi, che invece l’economia diffusa di Venezia è solo penalizzata.

Si, perché i continui richiami di questa cupola alle ricadute negative per i profitti della collettività cittadina  che deriverebbero dalla doverosa sospensione del transito delle Grandi Navi, si fondano su accertate bugie, statistiche dei polli, equilibrismi normativi di quelli usati per  fare legge la corruzione e per corrompere le leggi, grazie a regimi speciali, licenze e concessioni straordinarie, deroghe e incarichi diretti.

A sostenerlo non sono incalliti misoneisti, fan della decrescita, gufi moralisti, conservatori snob che pretendono di essere gli unici a comprendere la vulnerabilità della bellezza e dunque gli unici autorizzati a goderne. Da anni perfino l’Università di Ca’ Foscari, della quale fu un tempo rettore proprio Paolo Costa, mette a confronto introiti e danni:   a dar retta ai  numeri dati dalla cupola delle crociere,  ammonterebbe  a  435 milioni di euro   l’indotto totale del brand:  288 per acquisto di beni e servizi localmente; 147 per carburanti e altro. Ma per il Professor Tattara dell’Università l’indotto si riduce a  270 milioni, che comunque   non compenserebbero   i costi ambientali per la città, i suoi abitanti e la sua laguna, e che presentano un bilancio di  ben più di 320 milioni, sotto le voci emissioni, rifiuti, rumore, dislocamento delle masse liquide, vibrazioni e onde radar.  Per non parlare del rischio di incidente: nel corso degli anni la «Mona Lisa» si è incagliata davanti Riva degli Schiavoni, la «Haci Emine Ana» è finita in avaria contro i cantieri del Mose a Malamocco, la «Celebrity Solstice» e la «Carnival Breeze» hanno rotto gli ormeggi in Marittima per il vento.

Per non parlare della pressione sulla città. Fu sempre Costa, è perfino grottesco ricordarlo, a effettuare  nel 1988 un “modello lineare”  attraverso il quale si sarebbe potuto stabilire il numero massimo di visitatori che la città poteva accogliere. Il risultato fu che Venezia era piena come un uovo con 20.750 turisti al giorno, accalcati nelle calli, davanti a Carpaccio, in fila a San Marco. Sono passati 27 anni, quei 20.750 turisti al giorno, 7,5 milioni l’anno, che allora sembravano troppi, sembrano un numero ridicolo rispetto alle odierne invasioni, sul cui volume Costa passato ad altre competenze non si esercita ma che nel 2011 contavano circa 30,38 milioni, circa 83 mila presenze giornaliere. Naturalmente sull’apporto a questi calcoli approssimativi dei croceristi poco si sa. Quando occorre accreditare il loro contributo ai profitti turistici della città allora si esalta il numero di turisti imbarcati a Venezia nel 2012, 1.775.944 unità. Quando invece è preferibile sottovalutare il tremendo impatto su un tessuto urbano così vulnerabile, allora i numeri scendono, i forzati delle crociere si muoverebbero in invisibile e ubbidienti cortei che ordinatamente vengono irreggimentati verso la nave senza colpo ferire. E anche senza comprare,  né consumare niente, come sospettano gli esercizi cittadini esclusi dai decantati profitti, che vanno invece a compagnie internazionali di tour operator. E c’è da creder loro se perfino i dati ufficiali parlano di un crocerista su 4 che compra la palla di vetro con la neve o la maschera prodotta a Taiwan, se a vederli i crocieristi che si fanno i selfie con le spalle a San Marco, si capisce che la vera voluttà è stare lassù, guardare dall’alto le formiche veneziane, provare, con l’illusione temporanea del lusso, il delirio di onnipotenza della Serenissima ai loro piedi.

Ma come dicono i corsari e i loro inservienti, tutti vogliono andare a Venezia. E tutti hanno diritto ad andarci: che è come dire che tutti i tifosi del mondo dovrebbero esigere di assistere alle partite dei mondiali nello stesso stadio, che tutti i fan di Vasco Rossi devono stare nella stessa arena nella stessa sera a sentire Albachiara. E che la città più speciale del mondo, che è anche la più fragile,  è condannata a morte per garantire un illusorio egualitarismo in tempi e luoghi di disuguaglianze sempre più feroci.

Però consoliamoci, sarà un’emozione nuove fare il tifo tutti nello stesso momento per un ministro, con l’augurio che abbia la forza di continuare a dire quella piccola parola caduta in disuso, no.


Caravan Petrol

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta l’imprudente, e finora impunita, impudenza speculatrice del Governo Renzi potrebbe essere fermata. Potrebbero essere scartati i pacchi dono che vuole offrire alle cordate amiche, quelle del cemento, delle scavatrice, delle perforatrici, dei petrolieri dei piazzisti e dei devastatori dei beni comuni. Il 22 settembre potrebbe essere una data da ricordare se, come si può sperare, il consiglio della Conferenza Unificata approverà le deliberazioni presentate da almeno cinque  assemblee regionali  concernenti la richiesta di referendum abrogativo di alcune normative statali relative ai permessi di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare e terraferma.

Si, forse potrebbe andarci bene: le trivelle in Adriatico (ne abbiamo parlato qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/01/23/devastare-ladriatico-litalia-imita-la-croazia/ ) pare non le voglia quasi nessuno. Non le vogliono nemmeno alcuni governatori di stretta osservanza: quelle delle Puglie, quello delle Marche, non le vuole la Sicilia, non le vuole nemmeno Zaia (la Moretti probabilmente si così come vuole lo scavo di un  canale assassino in Laguna, ma per fortuna è stata trombata), dicono di no le diocesi, i vescovi, le associazioni dei cittadini delle regioni costiere, quelle ambientaliste e quelle dei consumatori, anche per via della considerazione, non marginale, che tanto sforzo, tanta pressione sull’ecosistema, tanti costi porterebbe un risultato ridicolo.

Altro che montagna che partorisce il topolino: le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di 2 mesi dei consumi annuali nazionali, quelle di gas a circa 6 mesi.  Dicono no perfino alcune compagnie che avevano pensato di mettere al zampa sul bottino: due società petrolifere, l’austriaca OMV e la statunitense Marathon Oil, hanno rinunciato a  7 delle 10  concessione che erano state assegnate loro  per ricercare idrocarburi nell’Adriatico croato, con la motivazione ufficiale che non era stata  ancora risolta la disputa sui confini marittimi tra Croazia e Montenegro, ma con quella reale che con il prezzo del greggio in discesa e la rivolta montante   contro le trivelle che ormai comprende non solo Croazia e Italia ma anche comunità e cittadini dei Paesi vicini (Austria, Slovenia, Ungheria e Slovacchia),   non se la sentono più di rischiare per due gocce di greggio. A dire si resta a piè fermo il governo e qualche comune incravattato dai vincoli di bilancio, che si è accontentato di una “mancia”: 12 milioni per quello di Ravenna, investiti dall’Eni per pagare i servizi da supporter dell’iniziativa sotto la dicitura di costi per la tutela della costa e per studi di settore.

E così mentre si riduce anche la compagine degli attori interessati, si capisce meglio, se vi fossero ancora dei dubbi, la natura della pervicace volontà del governo nel condurre una battaglia dissennata, approfittando di vuoti normativi che andrebbero colmati (in Italia la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le trivelle considera solo gli effetti secondari, come lo sversamento in mare di qualche metro cubo di idrocarburi,  senza affrontare l’analisi dei rischi per gli incidenti rilevanti, come l’esplosione nel 2010 della Deepwater Horizon in Louisiana che impose la revisione della normativa internazionale), saltando adempimenti cruciali (da noi a differenza che in Croazia, non è mai stata effettuata una Valutazione Ambientale Strategia (VAS) sulle ricerche offshore di idrocarburi, che dovrebbe definire anche in quali aree sensibili queste ricerche non possono essere eseguite), esautorando le autorità locali  che non erano state chiamate a pronunciarsi, mentre la giurisprudenza e la ragione imporrebbero una costante consultazione e una forte intesa bilaterale tra lo Stato e la Regione interessata.

Tutto questo in virtù dell’anomalia sotto forma di legge, dell’illecito in veste di decreto dello Sblocca Italia  che qualifica le attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi e la realizzazione degli oleodotti e dei gasdotti come di “interesse strategico”, di “pubblica utilità” e “indifferibili”, limitando, con ciò, le prerogative riconosciute dalla Costituzione agli Enti territoriali circa l’esercizio delle funzioni amministrative, come  nel caso dei piani di gestione e tutela del territorio, dei piani urbanistici ed edilizi e dei piani paesaggistici, nella logica autoritaria, accentratrice e sottomessa agli interessi privatistici e padronali che caratterizza l’azione di governo., si tratti di Senato, legge elettorale, scuola, lavoro. Tanto che   il titolo concessorio unico per effettuare quella gamma di “attività strategiche” contiene il “vincolo preordinato all’esproprio dei beni” già a partire dalla fase della ricerca,   determinando un inammissibile svuotamento del diritto di proprietà dei “piccoli” in favore dei “grandi” e che  “qualora le opere comportino una variazione del piano urbanistico, la relativa autorizzazione ha effetto di variante urbanistica”   espropriando le comunità della prerogativa di scegliere il proprio modello di sviluppo.

Perfino l’ortodosso Emiliano si è lasciato andare ad ammettere che  “se lo scopo è semplicemente accontentare qualche lobby, peraltro ancora sconosciuta e indeterminata, nella speranza che non lo trovi neanche il petrolio, a me sembra un modo non preciso di ragionare”.

E infatti ci vuol poco a capire che si tratta del solito gioco di prestigio pensato per appagare gli appetiti di bestione a molte zampe, di compagnie straniere in vena di anticipare gli effetti delle grandi alleanze commerciali,  spesso interessati alla prima fase, quella degli studi, della progettazione, delle prospezioni preliminari, che è poi quella degli incarichi opachi, degli appalti facili, degli affidamenti disinvolti, resi possibili dall’abitudine alla corruzione e dalla corruzione delle leggi dello Stato da parte di un governo indifferente a un mare già diventato cimitero di disperati e domani sepolcro di natura, specie, vita.


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